Wednesday, March 25, 2026

Quando l'arte diventa etica, si uccide l'arte e si uccide l'etica. Il caso Chaslin

Una mail del 12 settembre 2013 ha fatto perdere la conduzione dell'Aida al Teatro Massimo di Palermo al grande direttore d'orchestra francese. Il destinatario è Jeffrey Epstein. È bastata per una sentenza definitiva nel capoluogo siciliano

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 marzo 2026 

"Ho trovato un'ottima ragazza per il tuo prossimo soggiorno a Parigi. Studentessa di filosofia, 21 anni. Somiglia un po' all'attuale moglie di Polanski (Seigner). Frederic". Questa è la mail del 12 settembre 2013 che ha fatto perdere la conduzione dell'Aida al teatro Massimo di Palermo al grande direttore d'orchestra francese Frédéric Chaslin. Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo, gli risponde laconico: "Bene, 27 settembre". Chaslin precisa subito: "Dimenticavo. Naturalmente parla perfettamente francese, inglese e spagnolo. Il suo nome: Frederica Amelia Finkelstein. F". 

La seconda mail forse scagiona Chaslin, forse no. Perché è vero che propone la ragazza come traduttrice. Ma quella firma F denota una spiacevole familiarità. Con un pregiudicato già condannato cinque anni prima per sfruttamento sessuale di minorenni. Frederica poi rinunciò all'incarico. A voler essere cattivissimi, aveva tre anni di troppo rispetto ai gusti di Jeff.

In ogni caso, gli orchestrali di Palermo si ergono a giudici, appello e cassazione. Sentenza definitiva, pronunciata dal sovrintendente Marco Betta: "Non sarà possibile dare luogo alla collaborazione". Chaslin s'infuria. Non aveva ancora firmato il contratto, "ma ho sempre sentito dire che l'onore è un valore fondamentale in Sicilia". E presenta il conto: "Ho anticipato di tasca mia 4.200 euro per un alloggio Airbnb, più 1000 euro per i voli in vista dei soggiorni a Palermo". E fortuna che non aveva prenotato al Grand Hotel delle Palme. 

Particolari grotteschi a parte, si ripropone il dilemma: l'arte può essere indipendente? Dalla cronaca nera, dal gossip. Ma anche dalla politica: il padiglione Russia alla Biennale di Venezia è giustificato nonostante i crimini di Vladimir Putin? Perché tutti gli artisti russi del secolo scorso, fino al sommo poeta Evgeni Evtushenko, furono da noi accolti nonostante fossero "di regime". E malgrado quel regime avesse prodotto gulag fino agli anni '70.

Oggi la nuova kriptonite è Epstein. Cognome finora gioioso: Brian Epstein scoprì e gestì i Beatles. Invece ora basta apparire negli Epstein files per finire nei guai. Piccoli o grossi non importa, né rileva che la citazione sia di striscio o più problematica. Rula Jebreal ballò a un party del jet set a Saint Barth raccontato in una mail al pedofilo, quindi schizzi di fango pure su di lei. 

Chaslin è stato scaricato preventivamente anche dalla Metropolitan Opera di New York. E per sovrammercato un mese fa alla soprano newyorkese Amelia Feuer è tornata la memoria, dopo l'accostamento di Chaslin a Epstein. Un altro me too, "anch'io", nonostante l'eventuale reato di molestia sessuale sia prescritto. Spiattella una mail del 14 luglio 2016 (festa nazionale francese) in cui lui la corteggia: "Cara, aspettami per vedere i fuochi d'artificio, metterò le mie mani e la bocca ovunque tu senta freddo, ti prometto che ti riscalderai subito". Feuer sostiene che il direttore la ricattava, una scrittura in cambio di sesso. 

Chaslin reagisce così allo sputtanamento: "Sono solo frammenti di messaggi privati isolati dal contesto. È facile, estrapolando una frase da una conversazione, farle assumere un significato che non ha. Le mail con la signora Feuer non sono finite nel 2016. Lei mi ha contattato di nuovo nel 2020 in modo particolarmente cordiale. La realtà è assente dalla sua versione. Potrei anch'io esibire messaggi, estrarre frasi e pubblicarle. Ma mi rifiuto di farlo per rispetto verso le indagini, la verità, la dignità. La corrispondenza privata non può essere sfruttata dai media. Dev'essere esaminata nella sua interezza dai tribunali. Ma la giustizia non si fa con gli screenshot. La signora Feuer fece un provino e non lo superò. Nel mondo dell'opera ciò accade ogni giorno. E una delusione professionale non può trasformarsi in un reato. Tutto questo avviene solo col pretesto che il mio nome è apparso nei documenti di Epstein. Ma non c'è alcuna prova, né indagine, su un mio coinvolgimento. Alla fine la mia reputazione verrà restaurata, tuttavia l'associazione ripetuta del mio nome con quel caso sta già producendo i suoi effetti".

Chaslin sostiene che i suoi contatti amichevoli con Epstein (un invito a Cannes, una richiesta di incontro con Woody Allen) erano finalizzati solo a ottenere fondi per il Teatro dell'Opera di Santa Fe, che allora dirigeva. Vero o no? Intanto, a Palermo giustizia sommaria è già stata fatta. "Per la musica cu vuole un contesto sereno", spiega Paolo Cutolo, sindacalista del teatro Massimo. Ecco quindi un nuovo crimine: disturbo alla serenità dei professori d'orchestra.corteggia: "Cara, aspettami per vedere i fuochi d'artificio, metterò le mie mani e la bocca ovunque tu senta freddo, ti prometto che ti riscalderai subito". Feuer sostiene che il direttore la ricattava, una scrittura in cambio di sesso. 

Chaslin reagisce così allo sputtanamento: "Sono solo frammenti di messaggi privati isolati dal contesto. È facile, estrapolando una frase da una conversazione, farle assumere un significato che non ha. Le mail con la signora Feuer non sono finite nel 2016. Lei mi ha contattato di nuovo nel 2020 in modo particolarmente cordiale. La realtà è assente dalla sua versione. Potrei anch'io esibire messaggi, estrarre frasi e pubblicarle. Ma mi rifiuto di farlo per rispetto verso le indagini, la verità, la dignità. La corrispondenza privata non può essere sfruttata dai media. Dev'essere esaminata nella sua interezza dai tribunali. Ma la giustizia non si fa con gli screenshot. La signora Feuer fece un provino e non lo superò. Nel mondo dell'opera ciò accade ogni giorno. E una delusione professionale non può trasformarsi in un reato. Tutto questo avviene solo col pretesto che il mio nome è apparso nei documenti di Epstein. Ma non c'è alcuna prova, né indagine, su un mio coinvolgimento. Alla fine la mia reputazione verrà restaurata, tuttavia l'associazione ripetuta del mio nome con quel caso sta già producendo i suoi effetti".

Chaslin sostiene che i suoi contatti amichevoli con Epstein (un invito a Cannes, una richiesta di incontro con Woody Allen) erano finalizzati solo a ottenere fondi per il Teatro dell'Opera di Santa Fe, che allora dirigeva. Vero o no? Intanto, a Palermo giustizia sommaria è già stata fatta. "Per la musica cu vuole un contesto sereno", spiega Paolo Cutolo, sindacalista del teatro Massimo. Ecco quindi un nuovo crimine: disturbo alla serenità dei professori d'orchestra.

Thursday, March 19, 2026

L'uragano Bossi. Come il vento del Nord spazzò via la vecchia politica

Era il 1990 quando alle regionali lombarde la Lega arrivò al 20%. "Questa è una rivoluzione, dissi al mio direttore...". Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Fu imbrigliato da Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Dopo il malore, i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026

Primavera 1990. Sala stampa della regione Lombardia, nella vecchia sede del Pirellone. I monitor mostrano le prime proiezioni delle elezioni regionali: Lega nord al 20%. Daniele Vimercati, 'legologo' del Giornale di Montanelli, mi guarda incredulo. Corro a telefonare al mio settimanale, L'Europeo: "Direttore, questa è una rivoluzione. Copertina?".

Vittorio Feltri mi diede sei pagine. Chi non ha vissuto la politica al nord in quei primi anni '90, pre-Tangentopoli, non può rendersi conto di quanto fosse liberatorio il voto alla Lega. Certo, la polemica contro i terroni e il Sud. Ma era soprattutto lo slogan "Roma ladrona" ad attrarre, e a far schizzare i voti per Umberto Bossi oltre il 40% in certe valli bergamasche e bresciane.

"Baluba venuti giù con la piena", li definì Claudio Martelli, delfino di Bettino Craxi. Quattro anni dopo il loro Psi non c'era più. Nel 1990-93 la Lega di Bossi rappresentò, al nord, il nostro crollo del muro di Berlino. Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Anche perché Marco Pannella commise il nobile suicidio garantista di difendere i parlamentari inquisiti di Mani pulite, e quindi il voto qualunquista evitò i radicali, riversandosi su Alberto da Giussano.

Umberto da Cassano Magnago (Varese) era un irresistibile impasto di furbizia, fiuto politico e cialtroneria. Quest'ultima, ingrediente essenziale per approdare in Parlamento, lo parificava a Cicciolina. Tanti grandi borghesi lombardi, piemontesi e veneti lo scelsero come sberleffo: dopo la pornostar, beccatevi 'sti baluba. Tanto ormai, crollato il comunismo, non c'era più bisogno della noiosa diga dc.

Da anni, però, c'erano segnali premonitori. Ricordo la marcia anti-tasse del novembre 1986 a Torino, convocata dai professori liberali Sergio Ricossa e Antonio Martino (poi ministro berlusconiano). Andai a raccontarla con gli editorialisti dell'Europeo Massimo Fini e Saverio Vertone. Un fiume di gente, quasi una replica della marcia restauratrice dei 40mila di sei anni prima. Incrociammo un disperato Piero Fassino, allora capo del Pci torinese: "Altro che liberali e destra, qui c'è anche molta della nostra gente".

Per tutti gli anni '90 l'equivoco continuò: Bossi sta a destra o a sinistra? Non conoscevamo ancora i populisti, Grillo era solo il giullare di Pippo Baudo, quindi la Lega risultava non inquadrabile. Umberto imbarcava di tutto, dai fini intellettuali Gianfranco Miglio e Philippe Daverio al bluesman Roberto Maroni, fino alla cattolica Irene Pivetti, miracolata con la presidenza della Camera vent'anni prima di Roberto Fico. Mica tanto suora la Irene, che intervistai in un bar di via Canonica: alla fine mi invitò su nel suo monolocale, declinai educatamente. 

Bossi fu imbrigliato da Silvio Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Poi arrivò lo s'ciopone con annesso gossip salace. Da allora i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore. Ma in fondo hanno continuato a imitarlo, facendo tutto e il contrario di tutto come tutti i populisti, da Peron a Trump. Da Forza Etna al ponte sullo Stretto.

L'ho intervistato l'ultima volta nel 2017, dopo il referendum secessionista in Catalogna e prima di quelli per l'autonomia in Lombardia e Veneto (stravinti ma disattesi). Sempre lucido, provocatore. E secessionista, seppure in minoranza nel suo partito: "L'autonomia è il contrario dell'indipendenza. Ci darebbero un po' di soldi solo per non farci andar via. Ma il nord si deindustrializza, le aziende chiudono. Quindi ci accontentiamo dell'autonomia chiesta da Salvini".

Però gli spagnoli accusano i catalani di inscenare la rivolta dei ricchi, gli obiettai. "No, dei liberi", mormorò il senatùr, indomito. 

Eccellenza italiana. Reportage da un’avveniristica città della salute

A Milano è pronto per l’inaugurazione il Policlinico, ospedale in due edifici, su dieci piani, con ottocento posti letto, 26 sale operatorie e un bosco sul tetto. Modernità tecnologica di un luogo antico. Il tradizionale ruolo dei privati. Note di ottimismo


di Mauro Suttora


Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026


Nel cuore di Milano è nato un nuovo ospedale. È nato nel cuore di uno degli ospedali più antichi del mondo: il Policlinico, fondato dal duca Francesco Sforza nel 1456. Ed è nato proprio dove sono nati la metà dei milanesi: la clinica Mangiagalli.

È stato un parto travagliato. Una coppia di enormi edifici di dieci piani: due interrati per magazzini, depositi, laboratori, spogliatoi, mensa, farmacia, risonanze magnetiche, tac, due in cima per i servizi, e in mezzo sei piani con 800 posti letto. Fra i due palazzi, una piattaforma con le 26 sale operatorie un tempo sparpagliate fra i vari padiglioni, più cinque sale interventistiche. Sul suo tetto, a venti metri d’altezza, un incredibile giardino pensile di settemila metri quadri con cento alberi. È il marchio di fabbrica dell’architetto Stefano Boeri (studio Boeri, Barreca, LaVarra): dopo il Bosco verticale, quello orizzontale “terapeutico”. 

Perché è vero che si guarisce meglio a contatto col verde. Proprio per questo un secolo fa gli ospedali furono spezzettati in padiglioni circondati da alberi, come si può ancora vedere nella parte di Policlinico fra via Pace e la Rotonda della Besana. L’altro motivo era creare barriere d’aria pura contro il propagarsi di germi e infezioni in ambienti ristretti – non esistevano ancora penicillina e antibiotici.


I dettami moderni della medicina invece hanno visto un ritorno alla concentrazione in grandi edifici, per tre motivi. Innanzitutto per risparmiare spazio, e quindi poter conservare un ospedale in centro (trent’anni fa si voleva spostare il Policlinico in periferia, per disintasare la cerchia dei navigli milanese). Poi, per la comodità di avere tutto vicino, e non dover trasportare fuori i ricoverati ad ogni esame diagnostico.

Terzo, l’efficienza: “Finora avevamo depositi in periferia per medicinali e attrezzature, ora possiamo tenere tutto nei piani inferiori a portata di mano, riducendo sprechi e togliendo i continui trasporti dalle strade”, ci spiega Marco Giachetti, 61 anni, da dieci presidente della Fondazione Irccs (Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico) Ospedale Maggiore Ca’ Granda (l’antico nome del Policlinico).

Giachetti è architetto, quindi perfetto per guidare questo gigante in un tempo di costruzione, senza però interrompere il flusso dei suoi cinquemila pazienti giornalieri.

Ed è proprio questo il motivo principale del travaglio del parto del nuovo Policlinico (ritardi, bonifiche, pandemia, varianti): “Facile gestire un cantiere in mezzo al nulla, difficile ricostruire un intero pezzo del centro di Milano facendo passare migliaia di camion per anni in strade come questa”, dice Giachetti, indicando la stretta e trafficata via della Commenda.

Il riferimento velato è al nuovo ospedale privato Galeazzi del gruppo San Donato a Rho, o all’Humanitas e Ieo (Istituto europeo di oncologia) sorti nella campagna a sud di Milano.

Questo è invece il massimo orgoglio della sanità pubblica lombarda, l’istituto più titolato d’Italia, circa 650 milioni di bilancio annuo, 4000 dipendenti che aumenteranno a 4500, eccellenze internazionali, 14 corsi di laurea, quasi tutte le specializzazioni.

Camminiamo fra i corridoi e le stanze già arredate. “Abbiamo scelto di concentrare qui tutte le sale operatorie finora sparse nei venti ettari dell’ospedale, per ottimizzare tempi e spazi”, ci dice il direttore generale Matteo Stocco, 57 anni, biologo, manager sanitario di lungo corso sia nel pubblico che nel privato: San Raffaele, Monza, Niguarda, San Carlo e San Paolo. 

Inutile nasconderlo: ormai gli ospedali sono aziende, e vengono gestiti con l’efficienza del just-in-time. Per questo quattro ingegneri calcolano tutti i flussi e le procedure, allo scopo di evitare tempi morti e inutili attese sia ai pazienti, sia ai costosi macchinari diagnostici che devono essere utilizzati al massimo, per ammortizzarli.

Ma nel nuovo Policlinico c’è anche la cura del dettaglio. Cavedi verticali che ospitano tubi e cavi degli impianti elettrici, informatici e idraulici, per individuare subito i guasti. Idem in ogni camera: il quadro elettrico e dei servizi sta nel corridoio, quindi riparabile senza disturbare i pazienti. Ogni letto è provvisto di sollevatore a soffitto per i pazienti. 

Le postazioni dei reparti dialisi, al piano terra, funzioneranno a ciclo continuo con turni anche notturni a basso rilascio, mentre il paziente dorme. Ogni corridoio è dotato di spazi comuni luminosi e attrezzati per accogliere anche i famigliari, e perfino di una “tisaneria” a disposizione di infermieri e pazienti. I quali vedono i loro tempi di ricovero in costante discesa: “Grazie alla robotica, interventi che vent’anni fa richiedevano una settimana di ospedalizzazione oggi si risolvono in tre giorni”, spiega Stocco.

Negli altri padiglioni superstiti del Policlinico, svuotati dalle degenze e ristrutturati, rimarranno gli ambulatori e relativi laboratori diagnostici. In alcuni anche gli interventi – in aumento – in day e week hospital, con chiusura nei fine settimana. “In totale avremo sette milioni e mezzo di ricoveri in più, gratuiti grazie al servizio sanitario”. Non ci saranno sezioni separate riservate ai solventi, se non nell’area donna/bambino (ex Mangiagalli): ogni reparto offrirà camere singole e con comodità in più (menù particolari, letto per un parente). 

Nota dolente: i sindacati di infermieri e oss (operatori socio-sanitari) hanno fatto installare vetri protettivi sui banchi di informazione all’entrata dei reparti. Purtroppo le aggressioni sono in aumento.

Grazie alla fermata del metro blu inaugurata un anno fa, il Policlinico ha già avuto un aumento del 10% dei pazienti. I padiglioni di via Pace, non abbattibili perché la sovrintendenza li ritiene chissà perché di valore storico, saranno ammodernati e dedicati alla ricerca scientifica.

Quando i nuovi reparti verranno aperti, dopo l’estate, i frequentatori di questa avveniristica città della salute avranno a disposizione – oltre al raddoppio delle macchine per la diagnostica – anche un supermercato al piano terra, negozi e un auditorium. 

“La nuova ampia sala convegni, dedicata alla memoria di Valerio Valier – discendente di una famiglia aristocratica veneziana e per anni rappresentante dell’Italia nel mondo come esperto del settore farmaceutico – è stata realizzata grazie alla donazione di un milione della figlia”, ci dice Giachetti. L’auditorium di 250 posti ospiterà conferenze e convegni del Policlinico. In collegamento con le sale operatorie, consentirà la trasmissione in diretta di interventi per scopi didattici e di ricerca.

E qui si apre il discorso sul maggiore orgoglio del Policlinico: i benefattori privati. Già mezzo millennio fa le famiglie milanesi più ricche contribuirono alla sua nascita. I lasciti sono continuati nei secoli, ogni padiglione porta il nome del suo finanziatore. Oggi la Fondazione Ca’ Granda possiede un ingente patrimonio immobiliare, frutto della generosità dei cittadini nei secoli, che gestisce e valorizza grazie a un Fondo, più ottomila ettari di terreni agricoli, una delle maggiori proprietà terriere nazionali.

Il nuovo Policlinico è costato circa 230 milioni, escluse le apparecchiature: il prezzo di un solo chilometro di metropolitana a Roma. Grazie a redditi e alienazioni, la Fondazione è riuscita a coprire con 200 milioni il 70% del totale. Una bella soddisfazione, in questi nostri tempi di Pnrr, finanziamenti pubblici, deficit e sprechi miliardari. Insomma, nel cuore di Milano c'è una Milano col cuore in mano. 

Tuesday, March 03, 2026

Eravamo io, Michele Placido, Al Pacino e il referendum

L'attore, forte della sua interpretazione di Giovanni Falcone al cinema, spiega che il magistrato era per la separazione delle carriere. Chissà cosa direbbe Al Pacino su come voterebbe il Padrino, o Gifuni di cosa ne penserebbero De Gasperi e Aldo Moro

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 3 marzo 2026

A questo punto, perché non chiediamo anche ad Al Pacino cosa pensava il padrino Michael Corleone, da lui interpretato, sulla separazione delle carriere dei magistrati?

Ha fatto più o meno questo Il Giornale, interpellando Michele Placido. L'immortale commissario Cattani della Piovra impersonò Giovanni Falcone in un bel film del 1993, un anno dopo la strage di Capaci. Accanto a lui Giancarlo Giannini nei panni di Paolo Borsellino.

 L'intervistatrice gli chiede: "Ha conosciuto Falcone?"

"Sì, l'ho incontrato". 

"Falcone era per la separazione delle carriere", lo imbocca lei.

Placido subodora la trappola, non si sbottona troppo: "Sì".

"Aveva ragione?"

"Sì".

Perfetto. La giornalista parte alla carica e cerca di arruolarlo: "Allora voterà sì al referendum?"

Il furbo Placido svicola, non si fa intortare: "Il voto è segreto".

Sollecitare le doti divinatorie di attori che hanno interpretato famose persone defunte è diventata la nuova frontiera della propaganda politica. D'altra parte, se col metodo Stanislavskij le star del cinema possono arrivare a una quasi completa identificazione con i loro personaggi, perché non promuoverli anche a interpreti autentici delle loro opinioni?

Grazie a questa magica osmosi che travalica i decenni e perfino i secoli, Daniel Day Lewis avrebbe potuto riferirci le idee di Abraham Lincoln sul presente, visto che durante le riprese pretendeva che ci si rivolgesse a lui chiamandolo "Mister president".

Lady Gaga, protagonista di 'House of Gucci' (2021), parlò con l'accento italiano di Patrizia per sei mesi, anche fuori dal set. Forse al processo sarebbe risultata più credibile lei dell'imputata. E quante volte hanno chiesto a Robert De Niro una dichiarazione a nome di tassisti e pugili? 

Per far resuscitare Bettino Craxi, rivolgersi a Pierfrancesco Favino. Quanto ad Alcide De Gasperi e ad Aldo Moro, ecco due politici con un solo attore: Fabrizio Gifuni li ha interpretati entrambi. Insomma, il nuovo ruolo di ventriloquo postumo può essere coperto alla bisogna da innumerevoli e prestigiosi attori. 

Quanto alla parapsicologia diacronica su Falcone, Placido non sbaglia: il pm effettivamente dichiarò più volte 35 anni fa (a Repubblica, e in un dibattito registrato da Radio radicale) di considerare inevitabile una separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti, dopo la riforma Pisapia-Vassalli del 1989. Ma ovviamente il contesto era diverso, e la temperie politica non così burrascosa come oggi sull'argomento.

Wednesday, February 25, 2026

Da Rogoredo al Messico. Il disastro planetario della lotta alla droga

Due storie lontanissime unite dal proibizionismo. Il traffico illegale che ingrassa mafie e interi paesi, e di cui i pusher sono solo l’ultimo anello. Bisognerebbe restituire la questione all’ambito medico anziché a quello penale

di Mauro Suttora 

Huffingtonpost.it, 25 febbraio 2026

Cos'hanno in comune il boschetto di Rogoredo (Milano) e il Messico? Il proibizionismo sulle droghe. Il singolo poliziotto corrotto che lucra sui piccoli spacciatori è uguale al massimo narcotrafficante dell'America Latina. Entrambi rimarrebbero senza lavoro se le droghe venissero legalizzate.

Dal minimo al massimo: la misera criminalità dei pusher è l'ultimo anello della catena planetaria che ha ai suoi vertici mafie calabrese e siciliana, generali birmani, talebani afghani, interi stati: Messico, Colombia, Venezuela. 

Sono schiavi della droga i nostri eroinomani, gli spettri statunitensi del fentanyl, ma anche i cittadini e politici onesti del Sudamerica che ormai non possono più 'lottare' contro i potenti cartelli senza scatenare guerre civili.

Il nostro poliziotto Thor ricatta gli extracomunitari della periferia milanese esattamente come i vari Chapos si prendono gioco di governi, agenzie Onu, forze di polizia internazionali.

Sarebbe ora, quindi, di dichiarare fallita la 'guerra alla droga' iniziata dal presidente Usa Richard Nixon nel 1970. Di ammettere che combattere gli stupefacenti dal lato dell'offerta invece che della domanda, come dicono gli economisti, è inutile.

Finché milioni di rispettabili cittadini delle nostre città chiederanno cocaina, qualcuno gliela fornirà. Decine di film con Bob De Niro e Al Pacino non ci hanno insegnato nulla sugli agenti marci di New York? 'C'era una volta in America' di Sergio Leone non ci ha fatto capire che l'alcol proibito era manna per Cosa nostra? Sean Connery è morto invano negli 'Intoccabili'?

Chi sarà il nostro Franklin Delano Roosevelt, che ci libererà dalla disgrazia del proibizionismo come fece lui appena eletto nel 1932, per la disperazione degli Al Capone di allora?

Restituiamo la lotta alla droga al suo àmbito naturale: quello medico. Le tossicodipendenze (tutte) vanno combattute con Alcolisti anonimi, campagne contro tabagismo e ludopatia, propaganda contro coca ed eroina. Le 'sostanze' non devono arricchire più né spacciatori, né poliziotti disonesti, né trafficanti.

Monday, February 09, 2026

Giorno del ricordo: "Italiani, asini che scappano"

Poiché Trieste, come tutte le città e paesi della costa, era italiana in centro ma slava nell'entroterra, nacque l'idea del Territorio libero, che durò fino al 1954. E sì, come aveva detto Vyshinsky, 350mila istriani, fiumani e dalmati scapparono. Ma non erano asini: solo poveri profughi

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 9 febbraio 2026 

"Gli italiani assomigliano agli eroi romani quanto un asino assomiglia a un leone. Sono molto più bravi a scappare che a combattere". Parola di Andrei Vyshinsky, il famigerato procuratore sovietico che fece ammazzare gli oppositori di Stalin nelle purghe degli anni '30: nel 1946 da viceministro degli Esteri seguiva la conferenza di pace postbellica di Parigi con il titolare Vyaceslav Molotov. 

Il 5 settembre si affrontò il tema dei nuovi confini Italia-Jugoslavia. "Trieste è stata fondata dagli slavi", proclamò Vyshinsky, "quindi non spetta agli italiani. I quali nel 1943 hanno tentato di passare con gli alleati proprio come nel 1915, quando tradirono l'Austria. Ma la politica dello sciacallo che si aggira nel deserto cercando cibo non va sempre a buon fine. È falso che l'Italia abbia sconfitto l'impero austriaco. Esso fu vinto dai russi del generale Brusilov, che nel 1916 imprigionò due milioni di austriaci, costringendo così Vienna a sospendere la Strafexpedition contro l'Italia. La quale oggi dev'essere punita per l'aggressione alla Jugoslavia". 

L'Urss propose l'Isonzo come nuovo confine: Trieste, Gorizia e Monfalcone al dittatore jugoslavo Tito. Oltre a Cividale nel Friuli, con le sue valli del Natisone abitate da una grossa minoranza slava. Ma i cattolicissimi sloveni non volevano passare al regime comunista ateo jugoslavo. 

Le parole di Vyshinsky provocarono una dura reazione italiana. E compirono il miracolo di  associare anche i massimi dirigenti del Pci Palmiro Togliatti e Umberto Terracini, sempre allineati con l'Urss, alle proteste del dc Alcide De Gasperi. La proposta sovietica di dare l'intera Venezia Giulia alla Jugoslavia avrebbe raddoppiato gli esuli italiani, da 350 a 700mila. 

Più moderate le proposte di frontiera degli altri vincitori. Le migliori per l'Italia erano la inglese e la statunitense: Trieste e metà Istria, fino a Pola, sarebbero rimaste italiane. Gli Usa proposero un plebiscito nelle zone contese, che l'Italia avrebbe facilmente vinto sulla costa occidentale istriana (Capodistria, Umago, Pirano, Portorose, Rovigno, Parenzo). Ma De Gasperi temeva una richiesta simile dell'Austria per l'Alto Adige, e non appoggiò la richiesta. 

Alla fine prevalse il confine mediano francese, che lasciava 400mila italiani in Jugoslavia e 100mila croati e sloveni in Italia. Ma il 90% degli italiani, spaventati dalle foibe e dalle altre violenze titoiste, preferì l'esilio. 

Poiché Trieste, come tutte le città e paesi della costa, era italiana in centro ma slava nell'entroterra, nacque l'idea del Territorio libero, che durò fino al 1954. E sì, come aveva detto Vyshinsky, 350mila istriani, fiumani e dalmati scapparono. Ma non erano 'asini': solo poveri profughi. 

Tuesday, January 27, 2026

Il Ragazzo della via Gluck ha 60 anni: prima canzone ecologista

Presentata a Sanremo '66, ad Adriano Celentano andò malissimo, ma poi bene le vendite. Il cantante parlava di una Milano invivibile, allora. Oggi è peggio

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 27 gennaio 2026

27 gennaio 1966, sessant'anni fa: quando Adriano Celentano canta Il ragazzo della via Gluck al festival di Sanremo è un disastro. Viene eliminato subito, già alla prima serata. Non doveva essere neppure quella, la canzone da presentare all’eterna ribalta della musica nazionale. Per risollevare le fortune del cantante milanese, un po’ in ribasso dopo l’esplosione dei capelloni, il suo paroliere Miki Del Prete gli propone anche Nessuno mi può giudicare. Ma il brano viene dirottato sulla debuttante Caterina Caselli, che si piazza seconda dopo Dio, come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti. 

Al trionfo di pubblico arriva comunque anche Il ragazzo della via Gluck: resta in cima alla hit parade per ben due mesi, un milione e mezzo di 45 giri venduti. Ci vuole Michelle dei Beatles per spodestarlo. È Celentano stesso il ragazzo nato per caso in via Gluck a Milano. L’inizio dylaniano della canzone, con chitarra folk, resta inconfondibile anche oggi. Il suo lamento sulla città che si è insediata "là dove c’era ancora l’erba" è entrato nella leggenda. Il primo inno ecologista della storia. Cantato per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò. 

La lode della vita semplice contro l’avanzata della speculazione edilizia nelle metropoli. Celentano, che si è trasferito in centro a respirare il cemento, reputa fortunati i ragazzi rimasti in periferia a giocare a piedi nudi nei prati. Ma quando torna in via Gluck trova anche lì solo case su case, non c’è più la sua in mezzo al verde. E si domanda perché "continuano a costruire, e non lasciano l’erba". 

Replay di Celentano nel 1972: la sua Un albero di trenta piani raggiunge il terzo posto in hit parade. Il protagonista della canzone se la prende con la moglie, la quale ha voluto trasferirsi in città, metropoli che li ha rovinati. I cittadini li prendono in giro perché vengono dalla campagna. Ma ridono, perché sanno che presto diventeranno come loro: "Tutti grigi, con la faccia di cera". È la legge dell’atmosfera cittadina, cui non si può sfuggire.

La Milano descritta da Adriano è desolante: i motori delle macchine cantano la marcia funebre, le fabbriche profumano l’aria di smog, il cielo si colora di un nero che odora di morte. Se la prende col comune, che vanta la modernità della città anche se il cemento chiude perfino il naso dei suoi abitanti. Per l’inquinamento Celentano non riesce a respirare, soffoca, sente il fiato che va giù. Vede un nuovo palazzo in costruzione: è un albero di trenta piani.

Quarant’anni dopo, incredibilmente, il surreale sogno/incubo di Celentano si avvera. A Milano sorgono due grattacieli su progetto dell’archistar Stefano Boeri: il Bosco Verticale. Con prezzi astronomici, molto verde sui balconi e alti costi di manutenzione. Peccato però che la città non curi anche il “bosco orizzontale”: l’area sotto i due palazzi rimane in gran parte una landa desolata. Ospita così pochi alberi che non hanno neanche il coraggio di chiamarla “parco”. Infatti, il suo nome è Biblioteca degli alberi. "Li hanno tolti dalla terra e li hanno messi sui balconi", commenta qualcuno. Idem oggi, negli anni Venti del nuovo millennio, per gli altri nuovi parchi milanesi a Citylife e Porta Vittoria: grandi prati e bassa intensità di piante ad alto fusto. Agli architetti del verde contemporanei piace piantare pochi alberi? Altro che ForestaMi, la campagna di cui è presidente lo stesso architetto Boeri. 

Sunday, January 25, 2026

Quando stavamo per invadere la Svizzera

Prima della guerra di Grecia nel 1940 Mussolini preparò i fanti della divisione Brennero all'attacco della repubblica elvetica. Che non avvenne

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 gennaio 2026 

«La nuova Europa non avrà più di quattro o cinque grandi Stati. Quelli piccoli non hanno ragion d’essere, devono scomparire». Parola di Mussolini, reso tronfio dalle vittorie dell’Asse nel 1940. Nel mirino, la Svizzera. Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano propone al suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop di spartirla fra Germania e Italia lungo la catena mediana delle Alpi. Nel nostro bottino di guerra, quindi, i fascisti pretendono non solo il Canton Ticino, ma anche il Vallese (Sion, Crans) e i Grigioni.

Il generale Vercellino prepara un piano d’attacco con cinque divisioni, prevedendo poca resistenza da parte svizzera. Nell’agosto 1940, inghiottita la Francia, i nazisti varano a loro volta il piano Tannenbaum (“abete”): invasione simultanea da nord e sud con spar(t)izione totale della Svizzera. Anche i generali svizzeri danno già per perso l’indifendibile confine di Chiasso. E neanche Lugano col suo lago sono considerati degni di difesa. La prima linea di resistenza elvetica corre sul Monte Ceneri, a sud di Locarno. La seconda presidia l’accesso al passo San Gottardo a nord di Bellinzona. Infatti il Ridotto nazionale alpino, le Termopili svizzere, inizia a nord del San Gottardo. 

Nel giugno 1940 i diecimila fanti della nostra 11a divisione Brennero, dopo aver combattuto (disastrosamente) contro la Francia, non tornano nella caserma di Bressanone (Bolzano): vengono trasferiti segretamente in Valsassina (Lecco). Ci rimangono da agosto a ottobre 1940, prima di essere spediti a fine dicembre in Grecia. Sono 2.500 i militari acquartierati a Pasturo (il paese della mamma di Lucia nei Promessi sposi), tremila a Primaluna, cinquecento a Maggio, e altre centinaia fra Ballabio, Introbio e Cremeno.

C’è gran movimento di soldati, carri, carrette, cavalli, autocarri, automobili, moto, biciclette, per dare o ricevere ordini, per trasportare viveri, foraggi, paglia, combustibili e altri materiali. Il pane arriva da Lecco, ma viene prodotto anche in quattro forni da campo. Ce n’è così tanto che molto viene gettato nel fiume per comperare invece pane più bianco e bello presso gli spacci del paese. I contadini corrono a raccogliere pagnotte e pasta da rancio buttata per mantenere lautamente maiali, galline, mucche, nonché se stessi e le loro famiglie.

La convivenza fra le truppe e i locali è lieta. Due volte la settimana la banda del reggimento tiene concerto sulla piazza del municipio di Pasturo. La gente non sa esattamente a cosa servano tutte quelle truppe, ma lo intuisce. Qualcuno suppone che sia una posizione avanzata per invadere il Canton Ticino quando fosse venuto il giorno di eliminare la Svizzera. È idea diffusa, infatti, che la Germania possa annettere la Svizzera tedesca  e l’Italia quella italofona. 

L’attacco, al quale per tre mesi si preparano di nascosto queste migliaia di uomini in Valsassina, non avviene mai. Perché in realtà Mussolini sta preparando l’invasione della Grecia del 28 ottobre 1940, e ha bisogno di uomini. Così la divisione Brennero viene spedita sul fronte greco, dove l’avanzata dell’esercito italiano è subito in grave difficoltà. E anche le divisioni Marche e Puglie, destinate all’invasione della Svizzera dai passi San Jorio (fra Dongo e Bellinzona) e Spluga, sono inviate in Albania nei primi mesi del 1941.

In Valsassina rimangono i segni di quei tre mesi di semioccupazione militare: case e cascine trasformate in uffici, cucine, mense, spacci, sartorie, calzolerie. L’andirivieni di cavalli, carri, autocarri, truppe in formazione per istruzione e marce, e lo spostamento di quadrupedi e attendenti, rovinano molti boschi e praterie. Le strade rimangono malconce, disselciate, melmose. Muri scomposti, siepi estirpate, erbe calpestate, castagneti invasi per coglierne i frutti. Insomma, invece di invadere la Svizzera, i fascisti occupano per novanta giorni estivi la Valsassina.  

Ma la pressione propagandistica contro la pacifica repubblica elvetica, la cui unica colpa è non condividere l’aggressività nazifascista e avere decretato la mobilitazione generale per proteggersi, continua anche dopo il ritiro delle divisioni. Mussolini nell’ottobre 1940 infatti scrive a Hitler: «Col suo incomprensibile atteggiamento ostile la Svizzera pone da sé il problema della sua esistenza». 

Gli fa eco sul settimanale fascista Il Popolo di Lecco del 26 aprile 1941 il gerarca Carlo Ferrario con un articolo delirante titolato 'Visi pallidi nella terra di Guglielmo Tell': «Grigio, opaco, sordo, cinico, volgare, l’odio antifascista degli svizzeri si è purulentemente sfogato ogni giorno, in ogni ora, in ogni circostanza senza soste, senza pause. Una pazzia senza lucidità. Una cancrena senza guarigione. Gli italiani ospiti della Confederazione, i pochissimi svizzeri non inquinati e noi tutti che a due passi dalla frontiera respiriamo il tanfo che spira dai valichi, abbiamo sofferto il soffribile». 

Friday, January 09, 2026

Kosovo sempre in mezzo al guado. Il surreale processo ad Hashim Thaci

57 anni, ministro, premier e infine presidente fino al 2020, comandante della resistenza contro la Serbia durante la guerra del 1999, considerato un padre della patria assieme allo scomparso Ibrahim Rugova. Da ben cinque anni langue in una prigione olandese

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 9 gennaio 2026

Immaginate che nel 1970, 25 anni dopo la Liberazione, Sandro Pertini fosse stato incarcerato e processato per crimini commessi dai partigiani che guidò nel 1943-45. Surreale? Eppure è quello che sta capitando a Hashim Thaci, 57 anni, ministro, premier e infine presidente del Kosovo fino al 2020, comandante della resistenza contro la Serbia durante la guerra del 1999, considerato un padre della patria assieme allo scomparso Ibrahim Rugova. Thaci da ben cinque anni langue in una prigione olandese.

All'inizio era sembrata una buona idea. Per far accettare l'indipendenza del Kosovo dai 90 Paesi (su 190) che ancora non lo riconoscono, e facilitarne l'entrata nella Ue, l'ex presidente aveva accettato di sottoporsi a processo per crimini di guerra assieme ad altri tre capi del Kla (Kosovo liberation army).

Si pensava che il tutto sarebbe durato qualche mese, al massimo un anno, e che a Thaci sarebbero stati concessi i domiciliari. Invece niente. Il tribunale speciale apposito creato all'Aia nel 2016 è formato da magistrati stranieri, ma opera secondo i codici kosovari. La lontananza fisica dal Kosovo avrebbe dovuto stemperare gli animi, ed evitare scontri fra albanesi e serbi. Tuttavia molte testimonianze dei parenti delle vittime serbe hanno dovuto essere secretate, per evitare vendette. Cosicché i kosovari ora accusano la corte di scarsa trasparenza.

Il tribunale non va confuso con la Corte penale internazionale, che ha sede nella stessa città. Deve giudicare su presunti crimini contro l'umanità, un centinaio di omicidi e sparizioni di serbi, torture e altri delitti commessi nel 1998-2000 da membri del Kla.

Il processo è iniziato nel 2020, ma fra incredibili lungaggini non è ancora arrivato all'epilogo: la sentenza è prevista a giorni. E già si annuncia un secondo processo contro Thaci, accusato di subornazione di testimoni, intralcio alla giustizia e oltraggio alla corte per il suo atteggiamento durante le udienze. A uno solo degli imputati è stata concessa la libertà su cauzione un mese fa, perché la durata della sua detenzione supera ormai la metà della pena cui potrebbe essere condannato.

Intanto a Pristina si susseguono le manifestazioni: i kosovari continuano a considerare eroi i loro comandanti partigiani incarcerati da un lustro. E si possono solo immaginare le proteste di segno opposto in Serbia, con l'appoggio dalla Russia, in caso di assoluzione.

Fra i testimoni a discarico di Thaci, ascoltati nelle ultime settimane, spiccano il generale Usa Wesley Clark, comandante Nato nel 1997-2000, e James Rubin, portavoce della segretaria di stato Madeleine Albright, da lei delegato a seguire il Kosovo. Entrambi hanno negato che le violenze commesse da singoli partigiani un quarto di secolo fa possano essere riconducibili a una responsabilità o addirittura a un ordine diretto di Thaci. Il quale anzi, secondo Rubin, era la "voce della moderazione", sempre pronto a negoziare "per far cessare il conflitto".

Il fallimento del tribunale internazionale per il Kosovo, già costato decine di milioni di euro, viene ovviamente sfruttato dai seguaci del presidente Usa Donald Trump: "Questa non è giustizia, tagliamogli i fondi", tuona il suo inviato speciale Richard Grenell. Insomma, se con questo processo si voleva attuare un percorso di 'giustizia di riparazione' fra kosovari e serbi, il risultato è l'opposto: gli animi sono più esacerbati di prima. Povero diritto internazionale. 

Wednesday, December 17, 2025

Giovanni Pierluigi da Palestrina. I cinquecento anni del genio che abbagliò Bach e Beethoven

È stato il primo grande compositore italiano, il massimo del suo secolo, l’inventore della musica sacra. Un che tutti i giganti successivi hanno amato e hanno dovuto studiare

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 17 dicembre 2025

Cinquecento anni fa, il 17 dicembre 1525, nasceva Giovanni Pierluigi da Palestrina. Il primo grande compositore musicale italiano, il maggiore del mondo nel suo secolo, l’inventore della musica sacra che ancor oggi rende maestose le messe della cattolicità. Insuperato fino all’avvento di Claudio Monteverdi, fondatore della musica barocca.

Palestrina è un paese a pochi chilometri da Roma, dove duemila anni fa l’imperatore Augusto amava soggiornare. A 19 anni, Pierluigi diventa organista nella cattedrale del paese e maestro del coro dei ragazzini. La sua fortuna è che sei anni dopo il vescovo di Palestrina diventa papa col nome di Giulio III, e lo chiama a Roma a dirigere il coro della cappella Giulia, il secondo più importante dopo quello della cappella Sistina: il primo canta (tuttora) durante le funzioni a San Pietro, il secondo solo in quelle con la presenza del papa.

Nel 1555 il papa lo ammette fra i cantori della Sistina, ma senza il loro consenso. E questa volta sfortuna vuole che Giulio III muoia dopo poche settimane, cosicché Palestrina deve dimettersi, e per sbarcare il lunario va a dirigere i cori di San Giovanni in Laterano e poi di Santa Maria Maggiore.

Nel frattempo però la sua attività compositiva esplode, e la sua fama si sparge in tutta Europa. È assai prolifico: 105 messe, 300 mottetti, 140 madrigali e altri 200 fra offertori, inni, magnificat, litanie e lamentazioni. Attività redditizia grazie alla stampa delle sue opere, che circolano presso ogni corte. Lo apprezzano in particolare i Gonzaga di Mantova, ma Palestrina non lascerà mai la sua Roma. Torna a dirigere la Giulia fino alla morte a 69 anni, si esibisce in tutte le occasioni importanti come l’erezione dell’obelisco di San Pietro.

La caratteristica fondamentale di Palestrina è la “polifonia”. I cori con più linee melodiche che si intersecano magicamente rischiarono grosso durante il concilio di Trento, che voleva tornare alle scarne monodie del canto gregoriano. Questo perché la ricca musica polifonica spesso non permette di distinguere le singole parole della messa latina. Ma alla fine Palestrina riuscì a salvare la polifonia, anche grazie al suo capolavoro: la messa in onore di papa Marcello II, che nel 1555 regnò per sole tre settimane prima di morire.

Il fantastico stile contrappuntistico di Palestrina è stato studiato – e qualcuno dice copiato – da Johann Sebastian Bach. E tutti i grandi lo hanno ammirato, da Beethoven a Brahms, da Wagner a Verdi. Insomma, un gigante della musica sacra, le cui messe mezzo millennio dopo vengono ancora cantate nelle cattedrali di tutto il pianeta. 

Monday, December 01, 2025

Classifica delle città. Cambiamo parametri e mettiamoci la pizza

Nell’annuale graduatoria del Sole 24Ore (l’ultima uscita stamane) vincono sempre Trento o Bolzano o città del genere, con molti sportelli bancari e pochi schiamazzi. Ma poi tutti andiamo a divertirci a Roma e a Napoli, che languono nelle retrovie mentre si godono la vita

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 dicembre 2025

“Se vuoi patire le pene dell’inferno, vai a Trento d’estate e a Feltre d’inverno”. È un detto locale, quindi insospettabile: nel capoluogo trentino fa troppo caldo a luglio, e nel bellunese troppo freddo a gennaio.

Incurante di questa semplice verità, il Sole 24 Ore anche quest’anno incorona la provincia tridentina per la “qualità della vita più alta” nella classifica dei 107 capoluoghi di provincia. Un elenco accettato religiosamente da tutti i media, ma che in realtà è un monumento al razzismo. Le prime provincie del sud, infatti (Sardegna esclusa), sono Bari al 67° posto e Benevento al 76°.

Ditelo ai turisti di tutto il mondo che affollano le masserie pugliesi: gli italiani schifano il loro adorato Salento (Lecce, 81esima) e Brindisi, 88esima. E anche Reggio Calabria, ultima nonostante il lungomare più bello d’Italia e i bronzi di Riace, Siracusa penultima nonostante i gioielli di Ortigia, dell’orecchio di Dioniso e del teatro greco, o Napoli quartultima. Insomma, disprezziamo i posti dove la gente va, e innalziamo località carine ma abbastanza insignificanti come Bolzano, Udine, Bergamo o Treviso (le prime sei, assieme a Trento e Bologna). 

Gli stranieri hanno scoperto Bergamo solo perché quando un volo Ryanair dell'aeroporto di Orio è in ritardo ammazzano il tempo con una capatina alle (belle) mura della sua città alta. A Udine ho abitato negli anni del liceo, e non vedevo l’ora di andarmene. Ci vivrei solo adesso che sono anziano, apprezzo la tranquillità e passo le serate a guardare la tv invece di andare in osteria a ubriacarmi, attività prediletta dai friulani. Quanto all’apertura sociale di Treviso, non è granché cambiata dai tempi del film Signore e signori di Pietro Germi.

Ma evidentemente il bigottismo non è uno dei 90 indicatori “scientifici” usati dal Sole per compilare la classifica. A loro piacciono il pil, la ricchezza, i consumi, gli affari, il lavoro. Quindi tutte le città venete, lombarde ed emiliane la fanno da padrone. Infatti se prendete un bus (puntualissimo) a Como la parola che più sentite pronunciare dai passeggeri è “laurà”.

Certo, fra i criteri ci sono anche la cultura e il tempo libero. A Trento e Firenze fanno sport dieci volte più che in Sardegna e a Vibo Valentia. A Trieste e Bolzano leggono i giornali dieci volte più che a Caltanissetta e Agrigento. Però Napoli vanta il doppio dei musei di Roma, Milano e Firenze.

Poi c’è l’ecologia: Treviso e Mantova prime per la raccolta differenziata della spazzatura, Crotone e Palermo ultime. Tuttavia il pittoresco mercato palermitano di Ballarò è un’attrazione planetaria per la sua vivacità, e pazienza se poi non differenziano molto. L’aria, guarda un po’, risulta più pulita dove c'è vento: Ancona, Barletta, Enna, Brindisi. E qui Trento crolla, assieme a Torino, Frosinone, Sondrio e Bolzano.

Sulla sicurezza ovviamente vincono i piccoli centri (Oristano, Sondrio, Pordenone) sulle metropoli: ultime Firenze, Milano, Venezia e Roma. La litigiosità (cause civili) è massima a Gorizia, Trieste e Isernia, minima a Lecco, Vicenza e Como. Insomma, le statistiche sono infinite, curiose e tutte presumibilmente attendibili. Ma piano a sentenziare sulla “qualità della vita”. Perché mancano fatalmente i dati sui valori più importanti della vita stessa. Che non sono il valore aggiunto o il numero degli sportelli bancari, ma come tutti sanno la felicità, l’amore, la simpatia, la disponibilità, l’apertura mentale, l’assenza di stress. Qual è la provincia con la maggiore solitudine? E quella dove i vecchi vengono tenuti in casa invece che buttati negli ospizi?

Caratteristiche impalpabili e non misurabili. Neanche a Trento e Bolzano, che comunque dovrebbero essere espulse anche dalle classifiche economiche, visto che risultano ricchissime semplicemente perché non pagano le tasse a Roma: il 90% dell’Irpef e l'80% dell’Iva resta in Trentino-Alto Adige. 

Wednesday, November 12, 2025

Porno libero. Vogliono mettere le mutande al mondo. Non ci sono ancora riusciti

Dal 12 novembre i siti hard dovevano chiudere ai minorenni. Invece niente, e non sarà facile. Resta l’intenzione di togliere il porno ai ragazzini (del boom di psicofarmaci non interessa a nessuno). Articolo libertario contro lo spirito iraniano del governo Meloni

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 12 novembre 2025

Per ora il porno è ancora libero. Nei siti principali possono accedere anche i minorenni, basta che mentano sulla propria età cliccando +18. I proprietari canadesi di YouPorn e Pornhub si chiamano Ethical Capital Partners, guidati dall’eticissimo investitore compaesano Rocco Meliambro e dal rabbino-avvocato Solomon Friedman. Il quale da Ottawa assicura: “Siamo in regola, i nostri sono tutti video di adulti consenzienti”. Il Canada festeggia: l’export di sesso è notevole, e soprattutto immune dai dazi di Trump.

Il problema sono gli adolescenti: l’88% dei maschietti italiani e il 40% delle femmine pare guardino con piacere il sesso online. Il governo invece vuole preservare il loro “benessere psichico e fisico”, cosicché il decreto Caivano ha messo fuorilegge 48 siti a luci rosse.

Si sperava che Meloni & c. avessero di meglio da fare, tipo combattere le mafie, specie da quelle parti. Invece ora i nemici sono le pippe dei ragazzi. I quali si ingozzano di psicofarmaci, consumo raddoppiato negli ultimi anni. Ma su quello, pazienza.

Le grida contro i siti zozzoni sono peggio che sbagliate: sono inutili. Come ciascuno di noi sa, dagli undici anni in poi tutti siamo stati alla ricerca di immagini elettrizzanti. E più erano proibite, più ci attiravano. Un tempo c’era la rivista Le Ore, naturalmente proibita ai minorenni. Cosicché ci toccava mandare in edicola i fratelli maggiori, o affidarci al mercato nero fiorente a scuola.

Più ardua l’impresa di entrare in un cinema a luci rosse. Ma ecco che magicamente negli anni 80 arrivarono le videocassette Vhs. La mamma della mia fidanzatina tuonava contro i nostri “sporchessi”. Ma senza quelli, cosa caspita avremmo potuto raccontare al prete nel confessionale?

Niente da fare. I politici sembrano avere incorporata l’insopprimibile esigenza di “mettere le mutande al mondo”. Non so quale filosofo ridicolizzò questo inane tentativo. Che non si limita peraltro a ciò che sta sotto alle mutande. Perché ora i governi sembrano voler regolamentare tutto. Per aiutarci coi bonus e proteggerci dal male psicofisico, ovviamente.

Uno dei pochi siti porcelli che hanno ottemperato al proclama Agcom (ma quante sono ‘ste costosissime authority?) è quello dal nome più poetico: Chaturbate. Ho provato a entrarci, ora vogliono una verifica tramite una app, Yoti. Così ho dovuto scaricare l’ennesima app che appesantisce la memoria del cellulare, e caricare un mio documento. Poi c’è stata l'identificazione facciale. Sono sicuro che stanno violando una qualche mia privacy, prevedo ricorsi in massa all’altra authority, quella amica di Report.

Tutto inutile. “Dato l’alto afflusso di richieste, la preghiamo di pazientare”. Ma figurarsi. La soddisfazione dev’essere istantanea. I 140 milioni di fruitori giornalieri di Youporn passano in media 9 minuti davanti allo schermo. Il doppio di quel che ci mettono i canadesi a far sesso vero, secondo un sondaggio birichino.

I ragazzi faranno più in fretta ad attivare un’altra diavoleria, la Vpn, per bypassare il divieto al godimento. Non chiedetemi cos'è: so soltanto che la usano tutti in Cina e Iran per evitare i controlli governativi sulla rete. Ma ora la libertà (scusate, niente maiuscole: questa piccola libertà privata e un po’ vergognosa) ne avrà bisogno pure da noi. 

Monday, November 10, 2025

Solo in Italia basta guadagnare 2.500 euro al mese per essere considerati Paperoni

L'aliquota massima Irpef è del 46-47%, includendo le addizionali regionali e comunali. Il problema è che scatta già a 50mila euro, contro i 500mila degli Usa. Ripristiniamo piuttosto la progressività Irpef per i ricchi, invece di parlare di patrimoniale

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 novembre 2025

La polemica tutta italiana sulla patrimoniale non ha senso. Il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani, infatti, non pensa affatto a introdurla per i miliardari. Il suo aumento del 2% riguarda soltanto l'addizionale comunale dell'income tax, la nostra Irpef: quindi colpirà i redditi, non i patrimoni.

Attualmente i 36mila newyorkesi che guadagnano più di un milione di dollari pagano l'aliquota massima del 50%, suddivisa fra imposta federale (35%), statale (11%) e comunale (4%). Mamdani vuole alzare quest'ultima dal 4 al 6%. Briciole per i ricchissimi, che però frutteranno quattro miliardi di dollari. In Italia l'aliquota massima Irpef è del 46-47%, includendo le addizionali regionali e comunali.

 Il problema è che scatta già a 50mila euro, contro i 500mila degli Usa: un incredibile rapporto di uno a dieci. Insomma, da noi basta guadagnare 2.500 al mese per essere considerati Paperoni. È qui, più che sui patrimoni, che si può intervenire. Non è possibile che stiano nello stesso scaglione irpef i redditi dei ceti medi e quelli dei miliardari. I quali godono in pratica di una flat tax.

Siamo un caso unico fra i Paesi G7: abbiamo contemporaneamente l'aliquota massima che inizia più in basso di tutti, e l'aliquota più alta per i redditi da 50mila euro. In Francia la soglia massima, del 45%, comincia solo dai 157mila euro. E a 50mila si paga appena il 30%, il 16% meno di noi. In Germania si è considerati ricchi (e tassati al 45%) oltre i 260mila euro. A 50mila l’aliquota è del 39%. Gli altri Paesi G7 sono il vero paradiso dei ceti medi. Regno Unito, Giappone e Canada colpiscono i redditi da 50mila euro col 20%, meno della metà di noi.

Le aliquote massime britannica e giapponese sono del 45%: a Londra oltre i 175mila euro (150mila sterline), a Tokyo ce ne vogliono 312mila (40 milioni di yen). Il Canada è quello che tratta meglio i suoi Paperoni: lo scaglione massimo è solo del 33% e scatta a 150mila euro (216mila dollari canadesi). La Spagna non fa parte dei G7, ma è la più simile all’Italia: scaglione massimo con imposta anche qui del 45% a partire dai 60mila. Ma a 50mila si paga molto meno: 37%. Negli Usa con 50mila dollari si è tassati al 12% a livello federale, più qualche punto in ogni stato (zero in Florida, 6% a New York, 8% in California).

Insomma, se in Italia vogliamo ripristinare il principio costituzionale della progressività fiscale, di fatto abolito dai 50mila euro in su, basta diversificare le aliquote Irpef più alte. Che nel 1973 arrivavano al 72%, sceso dieci anni dopo al 63%, e via via fino all'attuale 47%. 

E a chi si stupisce per percentuali così alte basta ricordare una canzone dei Beatles del 1966, 'Taxman': "One for you, nineteen for me (Uno per te, 19 per me)", diceva loro l'agente del fisco. Sì, allora i miliardari come loro pagavano un incredibile 95% di tasse sui loro redditi. 

Thursday, November 06, 2025

La politica del fantasy. Spie e paranoie reciproche: la disfida fra Ranucci e Fazzolari

L’uomo forte di Report e quello del governo si accusano a vicenda, naturalmente tirando in mezzo i servizi segreti, che non mancano mai, e i giochi sporchi della magistratura. Complotti e complottardi fra Pomezia e Fiumicino

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 6 novembre 2025 

Il fantasy è un genere appassionante. Al cinema, nei libri, e anche in politica. Quindi seguiamo con trepidazione la disfida Sigfrido-Giovanbattista che si dipana da mesi.

Tutto comincia quando Sigfrido Ranucci rivela a Report che il padre di Giorgia Meloni si beccò nove anni per traffico di droga. E pazienza se la premier aveva solo due anni quando i suoi si separarono e Meloni senior scomparve dalla sua vita. 

Entrano allora in scena i servizi segreti. Ingrediente imprescindibile dei fantasy. Ci accompagnano da tempo immemorabile, ci siamo cresciuti assieme. Dal caso Sifar alla strategia della tensione, sono sempre una cornucopia di misteri. Perché quando appaiono le spie, si può inventare tutto e il contrario di tutto: doppi giochi, tripli. E anche qui cominciano i sospetti incrociati. Sigfrido sospetta che Giovanbattista Fazzolari, potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio e consigliere principe della premier, pensi che sia stata una “manina” a imboccarlo sul padre di Giorgia. Va a lamentarsi all’Europarlamento. Giovanbattista minaccia querela. Il prode Sigfrido non accetta intimidazioni.

A Roma invece dell’avverbio “forse” dicono “capasceché” (capace che). È l’epitome del fantasy: pare che, dicono. E se Giovanbattista avesse anche ordinato alle spie di indagare su Sigfrido? Avrà pure lui un padre, un faldone con qualche scheletro nell’armadio. Capasceché lo fa pedinare.

In realtà Giovanbattista non ha potere sui servizi segreti. Giorgia ha affidato la scottante delega all’altro sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. Ma capasceché Giovanbattista si sia affacciato alla porta accanto di palazzo Chigi e gli abbia chiesto “Alfre’, mi fai un favore?”.

Le paranoie reciproche resuscitano e rimbalzano più veloci dopo il recente attentato a Sigfrido. Il quale, incassata la solidarietà unanime, invece di godersi l’aureola del martire comincia ad apparire in ogni occasione in cui si sputi sul governo di Giorgia: manifestazioni di grillini, di Cgil, dell’Anm. Geppi Cucciari lo santifica nel suo splendido programma su Rai3.

Fino all’audizione in Parlamento dell’altro giorno, in cui Ranucci chiede di secretare la sua risposta sul sospetto di pedinamento. Che ovviamente viene spifferata da qualche parlamentare subito dopo: “Mi risulta che Fazzolari abbia ispirato l’attivazione dei servizi”.

Giovanbattista minaccia di nuovo querela. Ma lui stesso si rende conto del vicolo cieco: “Se non lo denuncio sembra che lo avalli. Se lo denuncio sembra che lo intimidisca”. E intanto dice di non poter credere che Ranucci sia protetto dalla magistratura, mentre ammette di sospettarlo.

Sigfrido abita a Pomezia, Giovanbattista a Fiumicino. Potrebbero risolvere la questione con un duello rusticano a Roma Sud.

Invece noi, ingordi di fantasy, speriamo in innumerevoli altre puntate. In fondo, la tetralogia dei Nibelunghi di Wagner dura una ventina di ore. E da sola l’opera Sigfrido ce ne infligge cinque.

Comunque, tutti all’estrema destra se sono scampati ai mattoni di Bayreuth hanno almeno letto Tolkien. Possibile che a Giovanbattista non stia simpatico il nome Sigfrido, eroe di quei nani tedeschi del fantasy nibelungico? Certo, il merito della scelta onomastica è del padre di Sigfrido, non sua. Ma se le colpe dei papà non ricadono sulle figlie Meloni, il merito di Ranucci senior è invece indiscutibile. Magari era di destra anche lui. Fantasy. 

Saturday, November 01, 2025

Ecco come Pasolini divenne radicale e capì tutto

Il cattocomunista eretico Pasolini e il laicissimo Pannella non potrebbero essere culturalmente più lontani, seppure entrambi libertari. Ma la loro simpatia nasce già nel 1963, quando il primo firma l'appello del secondo per un voto a sinistra in nome dei valori radicali. Il Pr non si presenta a quelle elezioni, però raccoglie l'adesione di intellettuali come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Nelo Risi, Roberto Roversi, Massimo Mila - oltre a Pasolini

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 novembre 2025
"Caro lettore, passerei allo stile del volantinaggio: invia un telegramma o un biglietto di protesta ai segretari dei partiti o alla presidenza della Camera e del Senato". L'articolo che Pier Paolo Pasolini riesce a pubblicare sul Corriere della Sera il 16 luglio 1974 è inaudito: lo scrittore si lancia in una vera e propria propaganda diretta per Marco Pannella. Il quale è in sciopero della fame, perché due mesi dopo aver vinto il referendum sul divorzio la Rai continua a boicottarlo.
Il comitato di redazione filocomunista del Corrierone vorrebbe a sua volta boicottare l'articolo di Pasolini, che accusa Botteghe Oscure oltre che la Dc: "Il Vaticano e Fanfani, grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere che Pannella semplicemente 'esista'.  Ma neanche Berlinguer e il comitato centrale del Pci possono farlo. Pannella viene dunque 'abrogato' dalla vita pubblica italiana", denuncia lo scrittore.
Ci mette qualche giorno Gaspare Barbiellini Amidei, vicedirettore del Corsera e sponsor - lui cattolico - delle provocazioni di Pasolini, per convincere il direttore Piero Ottone a dare il via libera all'articolo. E il 'volantino' di PPP ha l'effetto di una bomba: la tv di stato, sotto ferreo controllo dc, è costretta a trasmettere un'intervista al leader radicale, in cui per la prima volta gli italiani ascoltano parole come 'aborto', 'omosessuali', 'lesbiche'.

Il cattocomunista eretico Pasolini e il laicissimo Pannella non potrebbero essere culturalmente più lontani, seppure entrambi libertari. Ma la loro simpatia nasce già nel 1963, quando il primo firma l'appello del secondo per un voto a sinistra in nome dei valori radicali. Il Pr non si presenta a quelle elezioni, però raccoglie l'adesione di intellettuali come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Nelo Risi, Roberto Roversi, Massimo Mila - oltre a Pasolini.
Nel 1969 i due s'incrociano di nuovo, in difesa dell'anarchico omosessuale Aldo Braibanti condannato a nove anni per plagio. E nel 1971 entrambi sono incriminati come direttori responsabili del giornale Lotta Continua: prestano la loro firma come parafulmine alle numerose denunce per diffamazione, vilipendi e altri reati d'opinione.

L'amore politico scoppia due anni dopo, quando Pasolini si entusiasma per la prefazione di Pannella a un libro di Andrea Valcarenghi di Re Nudo, 'Underground a pugno chiuso': "Queste dieci pagine sono finalmente il testo di un manifesto del radicalismo italiano. Rappresentano un avvenimento nella cultura di questi anni, non si può non conoscerle".

Ecco il testo pannelliano che appassionò PPP: "(...) Io amo gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione.
"Amo speranze antiche come la donna e l'uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni rafforzamento dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se 'rivoluzionario'. Credo ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuole essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive.
"Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello 'spirituale': alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più 'privati' mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti. (...)

"Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo. Voi di Re Nudo dite: 'Erba e fucile'. Non mi va. Lo sai, non sono d'accordo. Fumare erba non m'interessa, per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un'autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi è facile impegnarmi per disarmare i tenutari di quel casino che chiamano l'Ordine, i quali per sentirsi vivi hanno bisogno di comandare, proteggere, obbedire, arrestare, assolvere. Ma fare dell'erba un segno positivo di speranza mi par poco e sbagliato".

Quanto alla violenza, Pannella la considera "un'arma suicida per chi speri ragionevolmente di edificare una società (un po' più) libertaria. Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il 'nemico', per pensare ad eliminarlo. La violenza è il campo privilegiato sul quale ogni minoranza al potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati e della gente. Alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito. E poi, basta con questa sinistra grande solo ai funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste. Quando vedo, nell'ultimo numero di Re nudo, il 'recupero' di un'Unità del '43 in cui si invita ad ammazzare il fascista, ho voglia di darti dell'imbecille... Come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come noi radicali, voi renudisti sostenete che non esistono dei 'perversi', ma dei 'diversi'.
Come possiamo recuperare allora, proprio in politica, il concetto di 'male', di 'demonio', di 'perversione'? Quel che voi chiamate 'fascista' si chiama 'obiettore di coscienza', 'abortista', 'depravato' per altri".
Conclude Pannella: "Per noi la fantasia è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta. Così abbiamo parlato come abbiamo potuto, con i piedi nelle marce, con i sederi nei sit-in, con gli happening continui, con erba e digiuni, con 'azioni dirette' di pochi, con musica e comizi. Le battaglie per i diritti civili sono mancate a tutto il vostro Movimento: un rozzo paleomarxismo ha fatto strage soprattutto a Milano".

Nel biennio 1974-75 la sintonia fra Pasolini e Pannella è totale. Sul settimanale Il Mondo appare una lunga intervista. La prima domanda di Pasolini è quasi poetica: "Parla, e dì quello che più ti interessa dire questa sera". Risponde Pannella: "Noi diciamo che il regime si chiude. L'insensibilità della stampa al nostro caso ne è la dimostrazione. Quando si può dire che un regime è tale? Che un regime è fascista? Quando esso non ha più bisogno della violenza perché i suoi valori siano accolti da tutti. Oggi la violenza dello stato coincide con la violenza del dovere del consumo, come tu dici... Ma consumo significa in definitiva consumare se stessi: si vive consumando, e non creando. Si consuma cioè la propria vita".

In quell'estate '74 si respira l'aria che porterà all'avanzata delle sinistre nel '75-'76. Eppure questi due protagonisti degli anni '70 sono pessimisti. E a ragione. Pannella sente contro di sé un 'regime' che sarebbe in effetti durato ancora a lungo. Pasolini sta elaborando le idee sullo 'sviluppo che non è progresso', sulla 'scomparsa delle lucciole' e sul 'processo al Palazzo'. Ma anche per il pasoliniano 'processo alla Dc' si dovrà aspettare il 1993, con Tangentopoli.

Pannella riprende la polemica contro la sinistra "subalterna e collaborazionista": "I 'compagni' si comportano come la maggioranza silenziosa sotto il fascismo nei riguardi dei miseri duemila antifascisti che c'erano in Italia, fatti passare per 'pazzi'. Oggi i pazzi siamo noi. 'A Marco gli si è spappolata la testa', dicono i miei amici dell'Espresso, e anche mia sorella. Ma il loro è un giornale fatto tutto di pubblicità: da una parte quella canonica della lavapiatti o della macchina di lusso, dall'altra quella scandalistica del Sid o del Sifar o di Fanfani. Contro questo, la parola d'ordine dei radicali è 'irragionevolezza'. L'uomo non è libero oggi se davanti alla tv, dinanzi alla creazione coatta dei bisogni, non sregola i sensi...".

Musica, per le orecchie dell'anticonsumista Pasolini. Che domanda a Pannella: "Che differenza c'è fra il fascismo classico e il nuovo fascismo di oggi?". Risposta: "I vecchi fascisti chiedevano un'astensione dalla politica. Il fascismo è abolizione del dibattito, che per noi invece è tutto. Solo nella piazza, nel foro, nel letto, a casa, l'uomo e la donna possono essere presenti in tutta la loro integrità. Considerati solo in quanto lavoratori (vecchio fascismo) o consumatori (nuovo fascismo), sono decapitati".

Poi Pasolini scrive sul Corsera: "È molto tempo ormai che i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani. Il partito radicale e Pannella sono i reali vincitori del referendum sul divorzio. Ed è questo che non viene loro perdonato da nessuno. Anziché essere ricevuti e complimentati dal primo cittadino della Repubblica, in omaggio alla volontà del popolo italiano, Pannella e i suoi vengono ricusati come intoccabili. La volgarità del realismo politico non trova alcun punto di connessione col candore di Pannella. Le sue sono richieste di garanzia di una normalissima vita democratica. Ma il disprezzo teologico lo circonda".
Anche Giorgio Bocca, nella sua rubrica sull'Espresso, difende Pannella e attacca il "compromesso storico già operante" fra Pci e Dc.

Nel 1975 i radicali raccolgono le firme per il referendum sull'aborto, e il cattolico Pasolini dissente. Ma appena Pannella finisce in prigione per aver fumato una canna di marjuana ne chiede la scarcerazione, assieme ad Alberto Moravia ed Eco.
L'ultimo appuntamento di PPP con i radicali è drammatico. Nel senso che è un incontro mancato: avrebbe dovuto pronunciare un discorso al loro congresso annuale proprio il giorno dopo il suo assassinio, il 3 novembre 1975. Ma aveva già preparato il testo, che fu letto da Vincenzo Cerami.

Vale la pena riprodurlo ampiamente. Pasolini esordisce prendendo apparentemente le distanze da Pannella: "Non sono qui come radicale. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti, almeno come spera nei radicali".
Poi però Pasolini entra in medias res e diventa profetico, come così spesso gli accade. Denuncia "la borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal nuovo capitalismo sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Il consumismo può creare dei 'rapporti sociali' immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".

Lo scrittore si rende conto che sta criticando le migliori conquiste della sinistra negli anni '70 proprio a casa dei loro massimi alfieri, i radicali. Ma li assolve: "Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.

"I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C’è un’alterità che riguarda la maggioranza e un’alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell’aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza.
"A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire – ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti… Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, comunisti, cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (…)

"La massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità".

Attenzione: col suo linguaggio complicato Pasolini mezzo secolo fa sta già preconizzando il "partito radicale di massa" in cui si è via via trasformato il Pci-Pds-Ds-Pd fino ad oggi, fino all'evaporazione della classe operaia e alla sua incapacità di proteggere i diritti economici dei nuovi proletari. Una previsione allora condivisa soltanto dal filosofo cattolico conservatore Augusto Del Noce.
Conclude lo scrittore friulano: "Il potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione.

Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare".

Pannella e i radicali sono stati ben felici, nei decenni successivi, di seguire questo consiglio di Pasolini. Fino all'autolesionismo di abbandonare battaglie vincenti una volta raggiunto l'obiettivo, senza capitalizzarne elettoralmente i successi. 
Sono quindi rimasti partito di estrema minoranza, incuranti dell'impopolarità di alcune nuove cause (diritti dei deputati durante Tangentopoli, no ai populismi, carcerati) e testardi nel portare avanti quelle potenzialmente maggioritarie (antiproibizionismo sulle droghe, oggi l'eutanasia con l'associazione Coscioni), ma bloccate da pregiudizi difficili da scalfire. Anche perché sono scomparsi pensatori controcorrente come Pasolini, capaci di scardinare luoghi comuni e idee ricevute.