A cinquant’anni dal più grande disastro ambientale della storia italiana, un breve ricordo del caporeparto che evitò l’esplosione e una tragedia immane. Carlo Galante e una medaglia ricevuta da morto. Storie di coscienze rilavate di verde
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 10 luglio 2026
Sabato 10 luglio 1976 Carlo Galante stava pranzando nella sua casa di Seveso (20 km a nord di Milano, oggi provincia di Monza Brianza). Era caporeparto all’Icmesa (Industrie chimiche Meda società per azioni), azienda che produceva composti per profumi e diserbanti. Sentì un fischio provenire dalla fabbrica. Si precipitò a piedi nel cuore dell’impianto, deserto per il fine settimana ma attivo. Il reattore si era surriscaldato a 250 gradi e c’era una grossa perdita. Galante mantenne la calma, afferrò un respiratore, lo indossò e corse ad azionare il rubinetto per il raffreddamento. Grazie a lui l’Icmesa non scoppiò, causando danni cento volte superiori. Per questa azione eroica ha ottenuto una medaglia d’argento al valore civile. Ma solo nel 2017, alla memoria. Lui è mancato nel 2004.
Chi non viveva in Italia mezzo secolo fa non può capire il clamore mondiale che provocò quella fuga di diossina. Ancor oggi quello di Seveso è considerato uno dei peggiori disastri industriali della storia. Al primo posto ovviamente Cernobyl. Al secondo Bhopal, 1984: 25mila vittime in India.
Grazie a Dio in Italia non ci furono vittime umane (anche se alcuni tipi di tumore sono aumentati nei decenni successivi). Ma quasi un migliaio di persone dovettero lasciare le loro abitazioni nei 15 ettari contaminati dalla diossina, e poterono tornare dagli alberghi di Bruzzano e Assago dov’erano sfollati solo dopo un anno e mezzo; una quarantina di case furono abbattute. Tremila animali d’allevamento furono avvelenati dai 18 chili di diossina fuoriusciti con la nube tossica, 80 mila dovettero essere macellati per precauzione.
La cosa più incredibile è che, nonostante la nuvola tossica rosa fosse stata vista in mezza Brianza, da Meda a Desio, da Cesano Maderno a Bovisio Masciago, il giorno dopo nessun giornale o tv ne parlò. La notizia apparve soltanto dopo una settimana. Eppure la cloracne, con ustioni di primo e secondo grado, colpì subito la pelle di 447 abitanti, soprattutto bambini. “Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici”, scrisse il Corriere della Sera, però il 17 luglio. E il Giorno, nella stessa data: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas”.
Ci furono aborti spontanei, l’appena eletta deputata radicale Emma Bonino ottenne dal governo democristiano la facoltà per le donne dell’area di praticare l’aborto, allora proibito. L’arcivescovo di Milano invece lanciò un appello alle famiglie per accogliere eventuali bimbi focomelici.
Seveso divenne sinonimo di catastrofe ambientale: “direttiva Seveso” fu chiamata quella che la Ue (allora Cee) emanò per prevenire i rischi industriali. Ma solo nel 1982, dopo sei lunghi anni di battaglie. Oggi l’area, decontaminata, è coperta da un bosco di querce. Nel 2019 la multinazionale farmaceutica svizzera Roche ha finanziato la piantumazione di un centinaio di alberelli in un terreno nella zona di Sant’Albino a Monza, pochi chilometri da Seveso. Due anni dopo erano tutti morti. Grottesco greenwashing: la Roche era proprietaria della fabbrica Icmesa. Intendiamoci: questi rimboschimenti sponsorizzati da associazioni ecologiste sono benemeriti. Tuttavia non sempre gli sponsor scelti sembrano avere le carte in regola per fregiarsi del titolo di “amico del verde”.
Oltre a Big Pharma, Lamborghini ha messo a dimora 2500 alberi a San Giovanni Persiceto (Bologna) e Nonantola (Modena); idem la multinazionale Usa PepsiCo con mille alberi a San Giovanni Rotondo (Foggia) e altri mille a Casale Monferrato (Alessandria); Nespresso, del gigante svizzero Nestlé nel mirino degli ecologisti da mezzo secolo per il suo latte in polvere ai neonati africani, nel 2024 ha rimboscato mezzo ettaro a Pradamano (Udine). E pazienza se i suoi miliardi di capsule monouso non sono riciclabili in casa: bisogna riportarle nelle boutique Nespresso. Quanto alla catena di benzinai Q8, si sente più green da quando è intervenuta su un terreno ad Amalfi (Salerno).
Si fatica ad afferrare cosa possa esserci di ecologico in un’azienda automobilistica di bolidi ad alta cilindrata, quindi con grosse emissioni, o in un gigante di carburanti fossili. Ma lavarsi di verde la coscienza sembra andare di moda, cinquant’anni dopo Seveso.
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