Friday, October 27, 2023

Rampelli a Waterloo. Il meloniano che ha sconfitto Napoleone

Il vicepresidente della Camera ha infine tolto il ritratto di Napoleone dal suo ufficio: “Rivogliamo le opere d’arte che si rubò”. Una strada impervia, e anche molto pericolosa

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 27 ottobre 2023

Visto che i crimini di guerra sono tristemente d’attualità, diciamolo subito: Napoleone fu un criminale di guerra. Le sue invasioni costarono tre milioni di morti militari e un milione e mezzo di civili in soli 17 anni. Ma il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI) è tutt'altro che un woke, come si dice oggi, uno che vuole riscrivere la storia: “Non possiamo giudicare Bonaparte con le nostre categorie contemporanee. Allora tutti gli imperatori si accaparravano territori non loro e le relative ricchezze attraverso bottini di guerra”.

E allora perché ha tolto il ritratto di Napoleone di Andrea Appiani dal suo ufficio in Parlamento, sostituendolo con un dipinto di scarso valore? 

“Uno stato che sia sensibile alla cultura, come l’Italia che di cultura vive, deve porre il problema delle opere d’arte trafugate”.

E furono più di mezzo migliaio, fra quadri e statue, i capolavori italiani che l’imperatore corso trasferì in Francia. Dopo la restaurazione del 1815 il Papa mandò Antonio Canova a Parigi per recuperarli. Lo scultore riuscì a farsene ridare la metà: i più famosi erano il Laocoonte, che tornò in Vaticano, e la quadriga veneziana di San Marco che Napoleone aveva piazzato sul proprio arco di trionfo del Carrousel, davanti al Louvre.

Ma ad oggi rimangono ancora in Francia 250 opere del bottino napoleonico: dalle Stigmate di San Francesco di Giotto alle Nozze di Cana del Veronese, dalla Madonna di Cimabue all’Incoronazione della Vergine di Beato Angelico, più vari Mantegna, Perugino, Tiziano, Ghirlandaio.

Non la Gioconda di Leonardo, che si trovava in Francia da molto prima di Napoleone: una sua copia adorna la sala Aldo Moro di Montecitorio, proprio dove Rampelli ha fatto collocare il Bonaparte sfrattato, a guisa di memento.

Il combattivo vicepresidente vuole iniziare una vertenza con Parigi: “Quando facciamo accordi bilaterali con la Francia, come il trattato del Quirinale, dovremmo cercare di riottenere una parte delle opere trafugate”.

Ma ormai siamo in Europa.

“Appunto. Dentro la Ue ci dovrebbe essere un trasferimento quasi automatico e indolore fra uno stato e l’altro, quando si tratta di furti”.

La soluzione potrebbe essere una politica molto generosa di scambi e prestiti per mostre in Italia. Anche se è difficile pensare a trasferimenti per opere gigantesche come le Nozze di Cana del Veronese.

È pericoloso però avventurarsi in rivendicazioni nazionaliste: il museo Egizio di Torino chiuderebbe se anche Il Cairo imboccasse la strada ipotizzata da Rampelli.

Quanto al giudizio storico su Napoleone, il dibattito è aperto da due secoli, e continua a risultare appassionante: esportatore di democrazia e diritti civili o dittatore sanguinario mai sazio di conquiste? Quel che è sicuro è che nel giro di pochi anni il difensore della République si trasformò in imperatore che piazzava parenti, restauratore dell’autocrazia ben prima della Restaurazione. E soprattutto killer della repubblica più antica, tollerante, ricca, pacifica e raffinata della storia: Venezia. Senza risarcimenti in vista per la Serenissima. 

Thursday, October 26, 2023

Il grillino cannone. Siore e siori, è tornato Di Battista

di Mauro Suttora

Rentrée di Dibba nei talk, stavolta a dire che Israele è pari ai nazisti alle Ardeatine. Ma noi gli vogliamo bene e lo avvertiamo: anche al circo Barnum, dopo i mangiaspade e il nano, l’ultima carta per attrarre il pubblico era la donna cannone

Huffingtonpost.it, 26 ottobre 2023 

Dovrebbe preoccuparsi, il simpatico Alessandro Di Battista. Perché quando al circo Barnum esaurivano il campionario di fenomeni da baraccone, e dopo i mangiafuoco e i mangiaspade non facevano più ridere neanche i gemelli siamesi o il nano imitatore di Napoleone, l’ultima risorsa per attrarre pubblico era la donna cannone.

Allo stesso modo i talk show hanno dovuto resuscitare l’ex deputato grillino, che è riapparso in tv un anno dopo aver deliziato le platee sull’Ucraina. Il copione è lo stesso, e di sicuro effetto. Si intitola "Sì, però". Allora era “Sì, Putin ha invaso l’Ucraina, però non dobbiamo mandarle armi”, o “però l’occidente ha provocato”. Oggi dice “Sì, Hamas ha compiuto la strage del 7 ottobre, però anche Israele ammazza i bambini”, o “però l’occidente dimentica la Palestina occupata”.

Risultato: il piacione di Roma Nord è diventato istantaneamente l’idolo degli estremisti islamici, si è trasformato in Dibbah d’Arabia. Le sue urla di martedì sera, sottotitolate in arabo e titolate “Finalmente un politico italiano dice la verità”, impazzano sulla rete dal Marocco all’Iraq.

Anche a noi, come a Crozza, piace Dibba. È una miniera inesauribile di bufale e gaffes. Il New York Times lo issò in testa alla classifica mondiale delle panzane dopo che riuscì a dire “Metà Nigeria è in mano ai terroristi di Boko Haram, l’altra metà al virus Ebola” (erano venti villaggi e venti casi in tutto). Il folklore continuò con “in Grecia cittadini disperati s’iniettano il virus dell’Aids per prendere il sussidio”.

Poi certi teppisti francesi che indossavano gilet gialli incendiarono i negozi degli Champs-Élysées, e lui trascinò il collega grillino Luigi Di Maio a Parigi a stringer loro la mano. Quando Di Maio divenne inopinatamente ministro degli Esteri, faticò a spiegare la cosa al presidente Emmanuel Macron. E ora che il povero Di Maio è stato nominato – sempre inopinatamente – inviato Ue nel Golfo, si trova sorpassato dall’ex amico in popolarità presso le masse arabe.

Dibbah ci diverte ogni volta che appare sul piccolo schermo. Lo spettacolo è assicurato, e infatti pare che incassi 2.500 euro a puntata per l’erezione delle audiences. Una volta si proclama “testimone oculare” di un inciucio non perché fosse lì presente, ma perché “ho letto le carte coi miei occhi”. Un’altra scivola sul congiuntivo: “Mi auguro che la Meloni non cedi su Casellati”. Nella foga scambia “soddisfamento” per “soddisfazione”, missili ipersonici per supersonici.

Sul Medio Oriente invece ha studiato. Non gli capiterà mai di confondere il Libano con la Libia, come successe a un sottosegretario agli Esteri 5 stelle. Però l’altra sera, dopo aver dato dell’ex fascista a Italo Bocchino e avere incassato “il fascista ce l’hai in casa, tuo padre”, l’ha sparata grossa: ha equiparato Israele ai nazisti, dicendo che la “rappresaglia su Gaza è come quella delle Fosse Ardeatine: si vuole arrivare a 33 bimbi palestinesi uccisi per ogni bimbo israeliano?”.

A parte il delirante paragone, nessuno lì per lì si è accorto dello svarione contabile: Hitler applicò la vendetta nella misura di uno a dieci: 33 soldati uccisi, 330 (molti ebrei) fucilati. Ma nella confusa matematica dibbiana Bibi Netanyahu risulta peggiore del comandante SS Herbert Kappler.

È probabile che ora Dibbah, sull’onda di questi exploit, venga ripescato anche dai 5 stelle e candidato all’Europarlamento da un Giuseppe Conte in debito d’ossigeno. Così il circo verrà trasmesso in Eurovisione. Titolo in inglese, questa volta: "Freak show".

Thursday, October 19, 2023

Autodenuncia, processo, assoluzione: la surreale vita di Marco Cappato



Ormai i pronunciamenti della magistratura non fanno più notizia: uno dopo l’altro, stabiliscono che l’eutanasia non è reato. Ma la legge non arriva. Così un’azione politica per sollevare l’assurdità della situazione l’ha resa ancora più assurda

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 ottobre 2023

Ormai non fa più notizia. Anche la procura di Firenze ha chiesto l’ennesima archiviazione per Marco Cappato. Il leader radicale si era autodenunciato per avere aiutato un 44enne di San Vincenzo (Livorno), malato di sclerosi multipla, ad andare in Svizzera dove è morto col suicidio assistito.

I pm di Milano recentemente non hanno ritenuto un reato l’aiuto di Cappato a Romano, 82enne ex giornalista e pubblicitario all’ultimo stadio di Parkinson, e a Elena Altamira, 69enne veneta malata terminale di cancro.

Il problema però è che l’eutanasia in Italia rimane illegale. La Corte costituzionale anni fa ha invitato il parlamento a emanare una legge che la regolamenti. Ma i partiti sia di destra che di sinistra non hanno il coraggio di affrontare l’argomento. Nonostante i sondaggi diano l’80 per cento degli italiani favorevoli alla “buona morte”, i cattolici presenti in Pd, Forza Italia, FdI e Lega bloccano ogni decisione.

Così si prosegue nel limbo dell’incertezza. E continua la commedia del povero Cappato che per sollecitare una legge pratica la disobbedienza civile, si autoincolpa per evidenziare l’assurdità della situazione. Niente da fare. Come era successo per divorzio e aborto, l’eutanasia viene praticata di nascosto ogni giorno nei nostri ospedali. Ma senza regole precise si rischiano abusi.

La scorciatoia è quella del “suicidio assistito”, che dopo il caso di dj Fabio è legale per chi è affetto da malattie irreversibili, soffre pene fisiche o psicologiche intollerabili ed è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il che però esclude proprio chi ne avrebbe più bisogno, e cioè le migliaia di anziani che per demenza senile o Alzheimer non possono più decidere.

Ma anche per chi ha i requisiti la burocrazia è lunga e insostenibile: un’apposita commissione regionale deve valutare ogni singola richiesta per accedere alla somministrazione del farmaco di fine vita. Se la commissione accerta la sussistenza di tutti i requisiti indicati dalla sentenza della Corte costituzionale verrà scelto il farmaco più appropriato. Ma non è finita, perché poi c’è anche un comitato etico che deve dare il suo parere. Insomma, mesi e anni di attesa.

Così chi ha i mezzi va in Svizzera. Ma chi lo aiuta può essere sempre incriminato per istigazione al suicidio.

Come ipocriti struzzi, i pochi contrari all’eutanasia fanno finta di non vedere quel che succede normalmente, seguendo l’unica regola del buonsenso, in ospedali e rsa. Parlano di “difesa della vita” e accusano Cappato di essere un “angelo della morte”.

Sta succedendo anche in questi giorni a Monza e in Brianza, dove domenica si vota per il seggio da senatore lasciato da Silvio Berlusconi. Cappato è candidato per il centrosinistra, Adriano Galliani per il centrodestra. Che accusa l’esponente radicale di non essere un vero liberale: ma la libertà di disporre del proprio corpo fino alla fine è un diritto civile fondamentale. Perfino il sindaco del Pd non sa se voterà Cappato o si asterrà. Eutanasia e droga legale fanno paura, nonostante la realtà smentisca gli scrupoli ideologici e religiosi.

Così i “difensori della vita” preferiscono che siano i magistrati, e non i politici, a stabilire regole provvisorie. E Galliani scappa da ogni dibattito, ma per farsi propaganda regala, secondo il metodo Achille Lauro, astucci della sua squadra di calcio del Monza ai bambini brianzoli.

Wednesday, October 18, 2023

Esselunga, saga familiare, consumismo e comunismo

"Le ossa dei Caprotti" (Feltrinelli) è un libro avvincente come un romanzo che racconta la storia della catena più antica d'Italia

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 18 ottobre 2023 

Esselunga fa sempre notizia, anche se mezza Italia non può conoscerla: il più meridionale dei suoi 170 supermercati, infatti, sta a Roma. Dopo il dibattito incredibilmente ampio di tre settimane fa sul suo spot della pesca regalata da una bimba al padre separato, ecco ora un libro che racconta la storia della catena più antica d'Italia (il primo supermercato fu aperto nel 1957 in viale Regina Giovanna a Milano). Lo ha scritto Giuseppe Caprotti, 63 anni, figlio del fondatore Bernardo scomparso nel 2016: 'Le ossa dei Caprotti', ed. Feltrinelli. E già la scelta dell'editore di sinistra sarebbe dispiaciuta al padre, che quindici anni fa scrisse pure lui un libro, "Falce e carrello", in polemica con le Coop, concorrente commerciale ma anche politico.

Il primogenito Caprotti jr era l'erede designato del colosso della grande distribuzione. Il padre lo mandò a farsi le ossa in America, nei supermarket di Chicago. Poi lo nominò amministratore delegato consegnandogli la società. Ma dopo pochi anni lo estromesse brutalmente, accusandolo di ogni nefandezza: i padri-padroni non si limitano ai pastori sardi. 

Negli ultimi vent'anni ci sono state battaglie giudiziarie di ogni tipo. Solo adesso le acque si sono calmate, Esselunga è finita alla seconda moglie di Bernardo e a sua figlia, i due figli di primo letto sono stati liquidati uscendo dall'azienda. E Giuseppe è libero di raccontare la sua versione.

Il libro è un saggio su duecento anni di storia della famiglia Caprotti, industriali tessili della Brianza prima di darsi ai supermercati. Ma è avvincente come un romanzo. Le ossa del titolo sono quelle che tappezzano la chiesa di San Bernardino a Milano, dietro il Duomo: Bernardo amava portarci in lugubre visita i figlioletti Giuseppe e Violetta. Ma anche il teschio e lo scheletro di San Valerio, bene in vista nella cappella della villa di famiglia ad Albiate (Monza).

Una delle parti più interessanti del libro è quella sulla nascita dei supermercati in Italia. Che furono un'operazione economica, ma anche politica. I Caprotti, infatti, nei primi anni erano soci di minoranza di Nelson Rockefeller, il miliardario statunitense e vicepresidente di Gerald Ford (1974-77). La sua multinazionale Usa nel secondo dopoguerra esportò uno dei prodotti più tipici dell'American way of life prima in Venezuela e poi in tutta l'America latina. Infine, a metà anni 50, lo sbarco in Italia. La scelta dei partner italiani fu attenta: perfino la Cia venne consultata per garantire la loro fedeltà ai valori occidentali.

Può sembrare complottismo, e invece il supermercato, simbolo supremo del consumismo, era anch'esso una arma per conquistare con il soft power i cuori, le menti (e i portafogli) degli italiani, che durante la guerra fredda avevano il più grosso e minaccioso partito comunista del mondo libero. Lo dice d'altronde la parola stessa: al centro dell'economia di mercato non può che troneggiare il super-mercato. 

E infatti Caprotti scrive che il plenipotenziario di Rockefeller in Europa, Richard Boogaart, scelse l'Italia e in particolare Milano perché "si era reso conto che aveva una cittadinanza comunista molto ampia, ed era contento dell'opportunità di mostrare ai comunisti che un'azienda americana come un supermercato potesse funzionare bene". Rockefeller stesso in quegli anni pronunciò la famosa frase: "È difficile essere comunisti con la pancia piena". E credeva fermamente che abbassare i prezzi del cibo avesse lo stesso significato di un aumento dei salari.

Insomma, in questi tempi di inflazione galoppante e di tentativi di combatterla con accordi fra catene di supermercati, negozi e aziende produttrici, è interessante scoprire che anche il modo di fare la spesa può avere un significato politico. Ed è uno dei pochi punti su cui il pugnace anticomunista Caprotti senior avrebbe concordato con suo figlio, fine intellettuale laureato alla Sorbona, e forse proprio per questo da lui osteggiato.

Monday, October 16, 2023

Istriani e palestinesi. Le sliding doors di due popoli senza terra

Nel ’47-’48 due guerre perse provocarono un milione di profughi. Quelli dell’Istria hanno preso una strada, quelli di Palestina un’altra. Perché i secondi sono stati sfruttati anche dagli amici, e amici di un mondo bellicoso

di Mauro Suttora 

Huffingtonpost.it, 17 ottobre 2023 

Quasi contemporaneamente, nel 1947-48, due guerre perse provocarono un milione di profughi: 300mila istriani rifugiati in Italia, e 700mila palestinesi scappati da quello che per l’Onu avrebbe dovuto essere il loro nuovo stato, accanto a Israele.

Attenzione: in entrambi i casi non fu pulizia etnica. Nessuno, né il maresciallo Tito né David Ben Gurion, obbligò italiani e palestinesi ad andarsene. Fu una fuga spontanea. Certo provocata anche dal terrore per foibe e per massacri tipo Deir Yassin (commesso dal futuro Nobel per la pace Menachem Begin, pensate un po’). 

Ma le stragi fra israeliani e palestinesi nei trent’anni precedenti erano state reciproche, e nel 1948 non furono certo gli israeliani a invadere la “Grande Palestina” araba prevista dall’Onu. Al contrario, vennero loro attaccati da tutti i Paesi arabi. Non solo quelli confinanti, Egitto, Giordania, Siria, Libano: anche da Iraq, Arabia Saudita, perfino Yemen.

Miracolosamente il neonato Israele sopravvisse al tentativo di sopprimerlo in culla, feroce quanto il 7 ottobre di Hamas: vinse la guerra e molti palestinesi preferirono andarsene. Non tutti: rimasero in 160mila, il primo nucleo degli attuali due milioni di palestinesi cittadini israeliani (su dieci milioni di abitanti d’Israele), che godono degli stessi diritti politici e civili degli ebrei, tranne il dovere della leva militare. Probabilmente sono gli arabi più liberi del pianeta.

Insomma, le guerre si vincono, si pareggiano, si perdono. In quest’ultimo caso, da sempre esse producono profughi. “Esuli”, preferivano chissà perché essere chiamati gli istriani e dalmati fuggiti in Italia dalle meraviglie del comunismo jugoslavo. Forse suonava più nobile di “profughi”. O poetico, e in effetti da Dante a Foscolo, da Mazzini a Garibaldi, quanti eroi sradicati e raminghi.

Fatto sta che molti dei rifugiati nostrani dopo aver perso tutto finirono anch’essi nei campi profughi. Ma nel giro di pochi anni si rifecero una vita trovando nuove case e lavori. Nessuno ha rivendicato mai nulla, in tre quarti di secolo neanche al più fanatico è passato per la testa di fondare un Fronte di liberazione dell’Istria. Neanche un petardo. L’Italia aveva attaccato la Jugoslavia, aveva perso, e amen.

Non così i palestinesi. Che sono stati sempre usati dai “fratelli arabi” come mezzo di pressione contro Israele. Ammassati in condizioni miserevoli nei campi profughi ai suoi confini, e peggio stanno meglio è, perché così aumenta l’odio verso Israele.

Gaza e Cisgiordania rimasero la prima egiziana fino al 1979, e la seconda giordana fino al 1994, quando furono firmati i trattati di pace con Israele. Perché in tutti quei decenni l’Egitto non diede Gaza ai palestinesi, né la Giordania Gerusalemme Est e la Cisgiordania, affinché lì nascesse il loro stato promesso dall'Onu?

In realtà quanto questi cari “fratelli arabi” amino i palestinesi lo hanno dimostrato re Hussein di Giordania col massacro del Settembre Nero nel 1970, e l’Egitto ancora in queste ore bloccando il valico di Rafah con Gaza.

Ora i profughi palestinesi sono aumentati da 700mila a cinque milioni. Gli unici rifugiati al mondo che hanno diritto a ereditare il titolo, si fanno mantenere in eterno da Onu e Ue e continuano a premere su Israele. Ormai sono passate quattro generazioni.

Nel frattempo le guerre non smettono di provocare esodi. I croati nel 1995 hanno cacciato dalla Krajna di Knin i terribili serbi, che però inopinatamente si sono rassegnati.

L’ultima fuga, quella dei centomila armeni espulsi dal Nagorno Karabach. Per fortuna non tutti hanno sempre voglia di rivincita, di tornare, di ricorrere al terrorismo per vendicarsi. Sarà vigliaccheria, sarà pigrizia, sarà quieto vivere, sarà dolente saggezza. Oppure i Rokes: “Bisogna saper perdere”. Come mi dicevano sorridenti mio padre e mio nonno, esuli nel 1944 dalla loro isola oggi croata di Lussino: “Cos te vol, mulo. G’avemo perso”. Non ditelo ai palestinesi. E neanche agli altrettanto bellicosi israeliani e iraniani, russi e ucraini.

Thursday, October 05, 2023

Il Comune di Milano casca nella stupida burocrazia. E io mi dimetto da ecologista dopo mezzo secolo

Permessi auto. Tutto funzionava perfettamente. Perché cambiare?

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 ottobre 2023
  
Esattamente mezzo secolo fa, il 6 ottobre 1973, scoppiò la guerra del Kippur con l'attacco di Egitto e Siria a Israele. L'embargo petrolifero dei Paesi Opec fece esplodere i prezzi energetici, nacque l'austerity, si diffuse la coscienza che le risorse del pianeta sono limitate e occorre risparmiarle. In una parola, ecco l'ecologia.
 
Singoli illuminati come Aurelio Peccei e movimenti ambientalisti denunciavano da anni i mali dell'inquinamento, del cemento e dell'assalto alla natura. Erano nati il Wwf, gli Amici della Terra. Forse a livello di cultura popolare in Italia il più efficace fu Adriano Celentano, con Il Ragazzo della via Gluck (1966) e Un albero di 30 piani (1972).
 
All'oratorio già raccoglievamo la carta usata per finanziare i missionari; come molti giovani, abbracciai con entusiasmo la nuova filosofia dei "limiti dello sviluppo". E negli anni '80 partecipai alla fondazione delle Liste Verdi, con l'allegro simbolo del Sole che ride. Oggi rimango un maniaco della raccolta differenziata, in città mi sposto con i mezzi o in bici, preferisco il treno all'auto e all'aereo. La mia impronta ecologica è minima, cerco di essere sostenibile.
 
Tuttavia. Quattro giorni fa, il primo ottobre, il Comune di Milano ha dimezzato da 50 a 25 i permessi annuali per circolare in quasi tutto il suo territorio (zona B) a carico delle auto diesel euro 5 come la mia, comprata nel 2015. È uno spreco energetico spingere a rottamare veicoli con appena otto anni di età; è un controsenso farlo mentre in contemporanea finanziamo con miliardi i molto più inquinanti tir, tramite gli sconti sulle accise del gasolio. Io uso l'auto solo per trasportare mia madre 90enne alle visite dal dottore. Ho provato ad affidarmi ai tassisti, con i risultati tragici che tutti i clienti di taxi conoscono.
 
Ma pazienza. Un po' di spirito civico e di sacrifici contro il cambiamento climatico sono accettabili. Trovo inaccettabile, però, la stupidità. Il problema è che il Comune di Milano ora costringe a chiedere in anticipo online il permesso per ognuno dei 25 permessi annuali. Il che è un delirio, perché bisogna ogni volta caricare il fronte e retro del libretto di circolazione, mettendoci almeno un quarto d'ora.
 
Non si capisce perché sia stato abbandonato il sistema precedente, dell'anno terminato il 30 settembre: iscrizione online della targa dell'auto una tantum, e poi registrazione automatica da parte del sistema degli ingressi ogni volta che se ne usufruiva, con l'indicazione di quelli residui (risultavo in credito di venti). Tutto funzionava perfettamente. Perché cambiare?
 
L'unica spiegazione è che si voglia dare gratuitamente fastidio agli automobilisti moltiplicando senza motivo per 25 la burocrazia a loro carico. Pensavo fosse un disguido tecnico dei primi giorni o un mio errore, non riuscivo a credere a una simile ottusità. Invece il Comune mi ha confermato che ora è così, e basta.
 
Immagino che ci sia un'ondata di proteste da parte dell'Aci e delle organizzazioni degli automobilisti contro una misura così platealmente inutile e vessatoria. Nel mio piccolo, dopo mezzo secolo mi dimetto da ecologista militante e praticante.