Saturday, January 21, 2023

David Crosby e la scia lunga e luminosissima del primo supergruppo della storia del rock



Chi ha meno di 60 anni non può rendersi conto di quanto sia stato importante l'acronimo CSN&Y nella musica contemporanea

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 20 gennaio 2023 

Chi è stato il più bravo fra Crosby, Stills, Nash e Young? Mi mette in difficoltà la domanda di mia moglie, dopo la morte di David Crosby. È impossibile stabilire una classifica, perché loro nel 1969 furono il primo supergruppo nella storia del rock. "Supergroup" significava una band formata dai migliori provenienti dalle migliori band: Crosby dai Byrds di Mr. Tambourine Man, Steve Stills e Neil Young dai Buffalo Springfield di For What It's Worth (successo poi campionato da tutti i dj negli anni 90), l'inglese Graham Nash dagli Hollies.

Qualcuno sostiene che i Cream siano stati il primo supergruppo, già nel 1966. Ma in realtà solo Eric Clapton era una star, gli altri due - Ginger Baker e Jack Bruce - li conoscevano in pochi.

Chi ha meno di 60 anni non può rendersi conto di quanto sia stato importante l'acronimo CSN&Y nella musica contemporanea. Provate voi a essere scelti come sigla d'apertura per il film simbolo degli anni 60, quello sul festival di Woodstock: Long Time Gone era un brano di Crosby. E nel 1970 il quartetto era così popolare che fu il primo al mondo a esibirsi soltanto negli stadi, nel loro lungo tour Usa: teatri e palasport risultavano troppo piccoli per contenere il loro immenso pubblico. Sì, c'era stato il concerto dei Beatles allo Shea stadium di New York cinque anni prima. Ma fu un evento isolato, e anche i Rolling Stones arrivarono solo nel 1972 alle tournée industriali con aereo privato, logo e merchandising. 

Soprattutto, CSN&Y sono stati un'incredibile meteora. Durati solo due anni, lo spazio di due dischi in studio (all'inizio senza Young, poi Déja Vu) e un doppio live (Four Way Street). Ma come tutte le comete, le quattro star hanno lasciato una scia lunga e luminosissima. Sopraffatti dal successo e dalle droghe, Crosby e amici hanno litigato e si sono continuamente ritrovati per mezzo secolo. La prima reunion nel '74, poi il memorabile disco del '77. Fino a quelli degli ultimi anni, ormai ottuagenari. 

Sempre a geometria variabile: un disco Stills con Young, un altro Crosby con Nash, oppure in tre, in quattro. Come i musicisti jazz, mai imprigionabili nella gabbia di un solo complesso. Nei loro album da soli invitavano a cantare e suonare tutti gli altri. 

Il lavoro solitario insuperabile di Crosby è If I Could Only Remember My Name del 1971. 'Se potessi solo ricordare il mio nome', il titolo dice tutto sul grado di allucinazione dell'epoca. C'è dentro l'intera musica californiana della controcultura e della contestazione, dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead. Vendite non milionarie, ma atmosfera "seminal", come dicono in inglese: avanguardia, pietra miliare, punto di arrivo e di partenza per centinaia di musicisti degli anni 60 e 70, dal pop all'acido, dal folk-rock allo psichedelico.

La sua canzone più bella è probabilmente Cowboy Movie, chitarra solista di Jerry Garcia, sogno-incubo dolce e paranoico con un riferimento alla pistola, contraddittorio aggeggio che Crosby portava sempre con sè nonostante lui e i suoi baffoni fossero l'epitome dell'hippy peace&love. Dopo i delitti John Kennedy, Martin Luther King e Robert Kennedy il pacifista Crosby viveva nella paura costante di fare la stessa fine. Quindi girava armato, e l'assassinio di John Lennon gli diede ragione. Ma finì anche in prigione per porto d'armi abusivo e droga. Oltre che in ospedale per trapianto di fegato nel 1994. 

"Pensavo di aver incontrato un uomo che diceva di conoscere un uomo che sapeva quel che stava succedendo. Mi sbagliavo, era solo un altro sconosciuto", canta Crosby in Laughing, e mai lo smarrimento esistenziale della generazione Vietnam suonò più poetico.  

Poi ci sono i manifesti politici: "Come si chiamano? In quale via abitano gli uomini che governano veramente il nostro Paese? Vorrei andare da loro questo pomeriggio per parlare di pace. Pace non mi sembra una cosa così grande da chiedere", è il testo dell'inno antimilitarista What are their Names. 

Il libertario Crosby non crede più nelle elezioni, deluso dal voto del 1968 che nonostante tanti cortei studenteschi portò la destra di Nixon alla Casa Bianca: "Non cercare di farti eleggere. Se ci provi, dovrai tagliarti i capelli", ovvero rinunciare ai tuoi ideali (Long Time Gone). Mentre lui ha preferito fino all'ultimo tenerli lunghi: "Lascio sventolare la mia bandiera freak" (Almost Cut my Hair). Lo abbiamo visto indomito in concerto l'ultima volta nel settembre 2018 al teatro Dal Verme di Milano. Ormai era un nonno dei fiori sorridente e saggio.

Monday, January 16, 2023

Bianchi e Veronesi, per loro fare politica è un po' come andare in vacanza



L'insostenibile leggerezza dei candidati alle regionali di Lombardia e Lazio, nuovi protagonisti di quel cabaret chiamata politica

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 16 gennaio 2023

L'insostenibile leggerezza dei candidati alle regionali di Lombardia e Lazio esplode oggi, in perfetta sintonia, con due eccellenti esternazioni parallele, opposte ma simmetricamente uguali. Alberto Veronesi, figlio di, stimato direttore d'orchestra, si propone agli elettori lombardi con Fratelli d'Italia. Nel 2020 corse col Pd in Toscana, un anno dopo a Milano col sindaco Giuseppe Sala (Pd). Sempre trombato ma imperterrito, lo scorso giugno ha riprovato al comune di Lucca, questa volta però col Terzo polo di Calenda e Renzi. Esito egualmente disastroso: 3%. 

Indomito, ora passa a destra spiegando al Corriere della Sera: "Non sono un politico di professione, mi ritengo libero, la libertà va tutelata. Non rinnego nulla". L'intervistatore obietta: salto triplo, da un opposto all'altro. Non esagera? "Il Pd si è reso conto della mia presenza solo ora che non la penso più come loro".

Altre leggiadre affermazioni dello svolazzator cortese: "La canzone Bella ciao è contro l'invasore. Anche i Fratelli d'Italia sono per la difesa della patria" (veramente i padri dei Fratelli stavano per la Repubblica fascista di Salò, ma pazienza). "La destra era l'élite contro il popolo, ora le parti si sono invertite". Inevitabile curiosità: lei ha calcato podi internazionali, chi glielo fa fare? "Credo nella democrazia e mi metto in gioco".

Sembra giocare con la politica anche l'ottima Donatella Bianchi, conduttrice di Linea Blu su Rai1 e scelta inopinatamente da Rocco Casalino come candidata governatrice grillina nel Lazio. Non vuole perdere un giorno di stipendio, quindi non si è ancora messa in aspettativa dal servizio pubblico: "Lo farò se intraprenderò un'avventura politica". Ma come, la signora non ha ancora deciso? La sua elezione almeno come consigliera è sicura. Macché: "Devo prendere le misure". Se perderà come governatrice rimarrà in consiglio regionale? "Valuterò più avanti, certo non deciderò il 14 febbraio". 

L'indecisa Bianchi non è una banderuola come Veronesi junior. Ma non è stata la prima scelta dei 5 stelle. Hanno ripiegato su di lei solo dopo i no di altri volti tv: Luisella Costamagna vittoriosa a Ballando con le stelle, Sabrina Ferilli, Bianca Berlinguer. Perché tutto è intercambiabile fra i grillini, come i partiti per Veronesi: non per niente il loro capo Giuseppe Conte detiene il record mondiale del trasformismo, passato direttamente da premier di centrodestra a premier di centrosinistra.

Il direttore d'orchestra e la presentatrice Rai sono già stati beneficiati dal remunerativo sottobosco politico: il primo nominato alla guida del più importante festival lirico italiano, quello pucciniano di Torre del Lago (Lucca); la Bianchi al parco delle Cinqueterre. Ed entrambi si rivelano molto à la page nella nuova dimensione liquida dell'impegno pubblico. Non importa più da che parte si stia, coerenza e dignità sembrano virtù obsolete. 

Dopotutto alle regionali lombarde e laziali del 14 febbraio sono candidati governatori ben più illustri voltagabbana e perfino ex spacciatori. Così Veronesi e Bianchi si adeguano, aggiungendosi ai tanti rabdomanti di quel cabaret che ancora ci ostiniamo a chiamare politica. 

Sunday, January 15, 2023

Contro gli opposti estremisti: confinofobi e confinofili



Le frontiere sono neutrali. Dipende da come le si usa, in ogni ambito. Senza confini la realtà stessa non esisterebbe. L'unico spazio in-finito (senza con-fini) è l'universo 

di Mauro Suttora

Huffingtonpost, 15 gennaio 2023 

Va di moda dire "i confini non esistono", o al contrario condannare chi li varca clandestinamente. Anzi, è proprio questo uno dei principali nuovi confini, in politica: più che fra destra e sinistra, ricchi e poveri, borghesi e proletari, oggi ci dividiamo fra buonisti, internazionalisti, cosmopoliti globalisti da una parte, e sovranisti, nazionalisti, localisti noglobal dall'altra. Gli uni accusano gli altri di essere élites consumiste senza radici né valori, oppure fascistoidi retrogradi, chiusi e razzisti. 

La verità è che le frontiere sono neutrali. Dipende da come le si usa, in ogni ambito. Senza confini la realtà stessa non esisterebbe. L'unico spazio in-finito (senza con-fini) è l'universo. Ogni volta che aumenta la portata dei nostri radiotelescopi, scopriamo nuove galassie a milioni di anni luce.

Ma passando dal macro al micro, il confine è essenziale. Tutte le cellule degli organismi viventi hanno come propria frontiera la membrana. Se la cellula impazzisce e si moltiplica sconfinatamente, ecco i tumori. 

Idem nella fisica: in ogni elemento gli atomi possiedono un confine ben preciso fra il nucleo di protoni e gli elettroni che girano attorno. Provate a scindere il nucleo, a violare le sue frontiere interne, e scatenerete una reazione nucleare. Non per nulla i greci già 2500 anni fa l'avevano battezzato a-tomo: inscindibile. 

Insomma, come dicono i filosofi: sono proprio i confini a definire l'essere, l'essenza. Il nostro corpo è protetto dalla frontiera della pelle. Provate a romperla: morirete dissanguati. Da quando l'uomo è uscito dalle caverne costruendosi la prima capanna, il perimetro dei muri ha stabilito i confini della tranquillità garantita alla sua famiglia.

Cosicché, mi permetto di confutare il titolo dell'ultimo lavoro teatrale degli ottimi Stefano Mancuso e Matteo Caccia, che sta girando l'Italia: 'I confini non esistono'. 

Loro lo spiegano così: "Uno spettacolo che incrocia le narrazioni di due esperti nei loro campi: la botanica e le relazioni umane. Mancuso e Caccia intrecciano storie di piante e di uomini che hanno come comune denominatore quello dei confini. Confini fisici o confini mentali, luoghi nei quali sembrerebbe impossibile accedere, e dove invece uomini e piante riescono a spingersi anche contro la volontà di pochi. In un momento storico in cui varcare i confini è considerato un errore, spesso un delitto, Mancuso e Caccia attraverso le storie di alberi o arbusti, uomini o donne, restituiscono un’antica verità che sembra ormai impronunciabile: i confini sono una convenzione, un’invenzione dell’uomo. Ma in natura i confini non esistono".

Mi sembra invece che la natura, ma anche la cultura, li smentiscano. 

Ho approfondito la questione nel libro 'Confini, storia e segreti delle nostre frontiere' (ed. Neri Pozza, 2021), scritto mentre il mondo intero era confinato nelle proprie case, città, regioni e stati dal lockdown per il covid. 

Altri due virus, prima e dopo, hanno agitato la nostra vita pubblica, facendoci riscoprire confini che ci illudevamo aver sorpassato, almeno in Europa: le frontiere bloccate contro i migranti, e quelle ucraine attaccate da Putin. 

Epidemia, violenza, guerra. Manca solo la fame, ed ecco tornati i quattro cavalieri dell'apocalisse. Quindi forse è meglio non praticare una rimozione quasi psicanalitica nei confronti dei confini. Perché, come ha scritto Regis Debray nel suo 'Elogio delle Frontiere', "di frontiere non ne sono mai state create tante come negli ultimi anni: 27mila chilometri a partire dal 1991". 

È un bene, un male? Il Museo delle frontiere a Bard (Aosta) scioglie saggiamente il dilemma: "Un confine può dividere e opporre, ma anche distinguere senza separare. I limiti territoriali, sociali, culturali, religiosi ed etnici sono un dato di fatto, in sè né positivo né negativo: inevitabile, e forse anche utile e necessario. Dipende solo da noi farne buon uso". 

Perché anche il castello con le mura più alte e inespugnabili è dotato di un ponte levatoio, attraverso cui passano ospitalità, curiosità, apertura e accoglienza. "C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce", canta Leonard Cohen.

Wednesday, January 11, 2023

Un piccolo capolavoro

di Mauro Suttora

Nel libro 'L'ora più dolce' di Alessandra Zenarola (ed.Tabula Fati, 2022) non succede nulla. Per questo è un piccolo capolavoro. I dieci mesi di ospedalizzazione della mamma dell'autrice non contengono colpi di scena. La fine è nota. Sono uguali alle malattie e traversie di tutte le nostre mamme ultraottantenni, fra sedie a rotelle, letti, pantofoline e badanti ucraine. Udine è uguale a tutte le altre cento città d'Italia da centomila abitanti, la vera ricchezza del nostro Paese. 

La vita di provincia tranquilla e sonnolenta, tanto noiosa quanto rassicurante, è uguale per tutti noi boomers 60enni che assistiamo la generazione precedente, i fortunati che ebbero 30 anni negli anni 60, il decennio più strepitoso del secolo scorso.

Zenarola non è una scrittrice. È un'entomologa. È capace di tenerci attanagliati alla pagina elencando tuttissimi i dettagli di una scena, in presa diretta, in tempo reale. Un'intera vita minuto per minuto: l'innaffiatoio rosa, la cena in pizzeria, il caffè alla macchinetta, il bicchiere di vino in casa. 
Dialoghi stenografici precisi, implacabili, divertenti. Humour dry, secco come quello di Jerome K. Jerome. Due donne in Friuli invece di Tre uomini in barca. Esilarante l'episodio della bara del padre/marito che il dirigente del cimitero non trova più.

A ogni capitolo il flashback di una biografia della mamma che è anche autobiografia dell'autrice. Milioni di noi possono immedesimarsi nelle vacanze in Liguria, nei soggiorni in montagna, nei paesi dei parenti dove nulla succede, in agosto come in qualsiasi giorno dell'anno.

Ma Zenarola è capace di trasformare questo nulla in un ricchissimo tutto. Racconta pomeriggi di noia, profumi di caldarroste a novembre, giornate calde o fredde, umide o piovose, amori lontani di madre e figlia, convegni di presentazione del dottissimo libro della mamma sulla storia di Fagagna. Ecco, le basta scrivere Fagagna, questo nome così buffo, per trasfigurare magicamente un paesino friulano in un luogo universale.

La media borghesia intellettuale delle Zenarolas che esisteva fino a 20-30 anni fa oggi si è numericamente ristretta. Per questo ne abbiamo nostalgia, adesso che la tenaglia sociale si è allargata: da una parte immotivate e volgari ricchezze, dall'altra nuovi lumpenproletari a 1200 mensili. Entrambi esibizionisti e infantili. Invece mamma Zenarola teneva per sè come gioielli i preziosi fogli delle sue ricerche compilate nell'archivio di stato che dirigeva.

Questo libro eleva la sociologia ad aneddoto, la narrativa è sempre superiore alla saggistica, e quindi ci fa innamorare di tutti i suoi personaggi, così veri e reali: infermiere e oss, zie zitelle, parenti timorati o scapestrati, medici solleciti oppure odiosi, fratelli capaci di riparare tapparelle, padri che corrono a giocare al casinò.
Buona lettura.

Tuesday, December 27, 2022

La Croazia nell'euro riunisce l'Adriatico, come ai tempi della Repubblica veneziana



Dal primo gennaio sarà di nuovo possibile, dopo 225 anni, viaggiare da Venezia fino alle più lontane città adriatiche della ex Serenissima senza dover cambiare valuta, attraversare dogane né mostrare documenti

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 27 dicembre 2022 

Risorge il Leone di San Marco: dal primo gennaio sarà di nuovo possibile, dopo 225 anni, viaggiare da Venezia fino alle più lontane città adriatiche della ex Serenissima senza dover cambiare valuta, attraversare dogane né mostrare documenti.

La Croazia adotta la nostra moneta: entra nell'eurozona e nello spazio Schengen. Viene così ripristinata l'unità economica e politica fra Veneto, Friuli, Istria, isole del Carnaro e Dalmazia rotta nel 1797: in quell'anno Napoleone invase Venezia, la repubblica più antica, ricca, civile e tollerante del mondo, e poi la diede all'Austria con il trattato di Campoformio. 

Da Ancona a Pola, da Pescara a Zara, da Bari a Spalato e giù fino a Ragusa/Dubrovnik (anch'essa repubblica indipendente per secoli fino al 1808), il mare Adriatico tornerà ad essere "golfo di Venezia", com'era denominato su tutti gli atlanti fino al '700. 

Quindi la Croazia, dopo la Slovenia nel 2004, fa ingresso a pieno titolo nell'Europa unita, abbandonando la propria moneta (kuna) per l'euro. Porta in dote il suo porto principale, Fiume/Rijeka, che come Trieste non era mai stato veneziano: fino al 1918 fu lo sbocco al mare dell'Ungheria, così come il capoluogo giuliano era il porto dell'asburgica Vienna. 

Per la verità un'unità adriatica si era già ripristinata nel 1815-66, quando da Venezia alle bocche di Cattaro/Kotor, oggi porto montenegrino, comandava l'impero austriaco. Ma fu appunto una dominazione straniera, contestata sia dagli irredentisti italiani (Niccolò Tommaseo veniva da Sebenico, e dalmata era pure Antonio Baiamonti, sindaco di Spalato fino al 1880), sia dai nazionalisti croati. 

Non è un caso che gli unici due stati italiani non risorti con la Restaurazione del 1815 siano stati Venezia e Genova: erano repubbliche, quindi invise ai regni nuovamente padroni d'Europa dopo la ventata democratica napoleonica.

Il ritorno di Veneto e Friuli all'Italia nel 1866, dopo la terza guerra d'indipendenza, incattivì l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Da allora in Istria e Dalmazia gli austriaci si vendicarono favorendo i croati rispetto agli italiani. Così esasperarono gli opposti nazionalismi fra due popolazioni che sotto Venezia avevano convissuto pacificamente per secoli, con proficua divisione del lavoro: marinai e pescatori gli italiani, contadini i croati. Un esempio di tolleranza per gli attuali irriducibili sciovinismi dell'est europeo, dalla Bosnia alla Russia, dal Kosovo all'Ucraina, dalla Serbia alla Crimea. 

Nella nostra parte del continente l'Unione europea ha fatto dimenticare il sangue degli ultimi cent'anni. Oggi a Gorizia, città martire della prima guerra mondiale, la nostra frontiera con la Slovenia è impercettibile quanto quelle con Francia o Austria. E Trieste ha sorpassato l'incubo dei carri armati comunisti incombenti sul Carso fino al 1989.

Festeggia Renzo Codarin, presidente dell'Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia): "Si ricompone l'unità dell'italianità adriatica. Accogliamo con favore la completa integrazione della Croazia nell'Unione europea, che abolisce il confine sloveno-croato e restituisce continuità territoriale a Istria, Carnaro e Dalmazia".

Ma non c'è alcun accento revanscista da parte dei 350mila esuli italiani del 1947: "Abbiamo vissuto con dolore e sofferenza l'imposizione di confini che seguivano la logica della guerra fredda, senza considerazione per le istanze dell’italianità autoctona e del principio di autodeterminazione dei popoli. Ora gli esuli, i loro discendenti e le comunità italiane di Slovenia e Croazia potranno finalmente ritrovarsi nella lingua, cultura e tradizioni comuni, all'interno di una struttura statuale libera e democratica, con la salvaguardia delle culture locali".

 

Friday, December 16, 2022

L'incredibile vita di Sinisa Mihajlovic da Vukovar, figlio orgoglioso dell'illusorio melting pot jugoslavo



Sport e politica, guerra e pace, trofei e turbolenze. Padre serbo, mamma croata, misto proprio come Tito. Si è occupato poco di politica, ma non ha rinnegato le sue origini: "Rimango serbo, con qualunque governo"

di Mauro Suttora

Huffpost.it, 16 dicembre 2022

L'incredibile vita di Sinisa Mihajlovic si dipana fra sport e politica, guerra e pace, trofei e turbolenze. I suoi trionfi sul campo li conosciamo tutti: nove fra scudetti, coppe Italia e supercoppe con Lazio e Inter, la coppa delle Coppe laziale del 1999 (compagno di Mancini, Nedved, Vieri, Nesta), e soprattutto la Champions League vinta da una squadra dell'est (l'unica oltre allo Steaua Bucarest), la mitica Stella Rossa di Belgrado nel 1991, aggiudicata ai rigori in finale a Bari contro l'Olympique di Marsiglia. 

Quello era uno squadrone con dentro anche Dejan Savicevic e Stevan Stojanovic, ma purtroppo fu anche un veicolo della propaganda serba, responsabile in quello stesso periodo della guerra civile che insanguinò per dieci anni l'ex Jugoslavia (con 100mila morti). Mihajlovic c'entrava poco. Anzi, era il tipico prodotto dell'illusorio melting pot, il miscuglio di nazionalità con cui il dittatore comunista Tito cercò invano di superare l'odio secolare fra serbi, croati, sloveni, kosovari, bosniaci. 

Padre serbo, mamma croata (misto proprio come Tito, croato-sloveno), Sinisa nacque a Vukovar, città sul Danubio al confine fra Serbia e Croazia. Portava lo stesso cognome del capo partigiano monarchico, leader durante la Seconda guerra mondiale dei cetnici serbi distrutti da Tito: nessuna parentela. 

La guerra civile degli anni 90 iniziò proprio a Vukovar, che subì stragi e la pulizia etnica serba. Ma il ventenne Sinisa se n'era già andato a giocare per il Voivodina, squadra della regione autonoma ungherese jugoslava. Poi l'approdo nella incandescente Belgrado. Da sempre i tifosi dello Stella Rossa trasformavano le partite con la Dinamo Zagabria croata in una similguerra (e viceversa). Ma quando scoppiò la guerra vera i capi degli ultras nazionalisti si arruolarono, e alcuni furono in seguito processati per crimini di guerra come il loro presidente Slobodan Milosevic. 

Il provvidenziale acquisto miliardario della Roma, e poi quello della Sampdoria, tolsero Mihajlovic dall'inferno jugoslavo. Anche se lui quando tirava le sue famose punizioni dimostrava la stessa precisione e potenza di un cecchino di Sarajevo. Sinisa si è occupato poco di politica, ma da orgoglioso campione non ha rinnegato le sue origini: "Rimango serbo, con qualunque governo".  

Qualche intemperanza e insulto di troppo contro un giocatore rumeno e uno africano gli hanno procurato giorni di squalifica. Ma tutti lo hanno sempre lodato come giocatore e allenatore corretto, carismatico, trascinante. Per fortuna gli unici campi di battaglia della sua vita sono stati quelli degli stadi. E anche l'ultima battaglia, persa, l'ha combattuta per tre anni con il suo proverbiale coraggio da leone.

Wednesday, December 14, 2022

Nel magico mondo europeo, dove riuscire a farsi eleggere deputato è un affarone



Quanto è generoso il carrozzone dell'Ue. Per cinque anni, garantiti, senza rischio di interruzione

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 14 dicembre 2022


Nel magico mondo dell'Ue, riuscire a farsi eleggere eurodeputato rappresenta un affare da due milioni e mezzo. In cinque anni, garantiti, senza rischio di interruzione per elezioni anticipate. Ogni europarlamentare, infatti, percepisce 6.300 euro al mese di stipendio netto (8.000 lordi, aliquota agevolata), più 4.300 di spese generali, più un’indennità di 300 euro per ogni giorno di presenza. Basta firmare, anche alle 8 del mattino (e poi andarsene) o alle 10 di sera (appena arrivati), per far scattare la giornata. Come un qualsiasi furbetto del cartellino. Quindi molti arrivano il lunedì sera a Bruxelles o Strasburgo, e ripartono per casa al venerdì mattina. Tre giorni pieni posson bastare, se sembrano cinque. E si lavora solo tre settimane al mese. Perciò, totale diaria (300 euro per 15 giorni): 1500 euro.

Poi ci sono i cosiddetti fondi 400, che vengono dati ai gruppi parlamentari: 2.630 euro mensili. I viaggi da e per casa in classe business sono rimborsati integralmente. Oltre a questi, vengono erogati 350 euro al mese di rimborso per viaggi al di fuori dello Stato di elezione, per motivi diversi dalle riunioni ufficiali. Così si arriva a un totale netto mensile di 18mila euro. 

Ma gli eurodeputati hanno diritto anche a 21.200 euro per pagare portaborse. Al massimo tre a Bruxelles, e quanti vogliono nel proprio collegio. Un grillino, Ignazio Corrao (ora passato ai verdi), nel 2014 aveva battuto ogni record: ne aveva assunti undici, creandosi benemerenze nel suo territorio. 

Quanto siano importanti gli assistenti dei deputati lo sta dimostrando in questi giorni lo scandalo Qatargate. Sono spesso più competenti degli eletti (soprattutto di quelli digiuni in inglese o francese) nel districarsi fra burocrazia e regolamenti Ue. Passano da un europarlamentare all'altro finché riescono a "stabilizzarsi" facendosi assumere dai gruppi o dal Parlamento. 

 Dopo gli scandali dei parenti assunti come portaborse (ricordate il Trota figlio di Umberto Bossi?), il malcostume è stato vietato. Risultato: il fidanzato della figlia di un'eurodeputata italiana di destra ha dovuto aspettare anni prima di sposarla. Ha assistito la futura suocera fino a fine mandato.

 Poi ci sono le pubbliche relazioni. Ogni deputato può invitare a Bruxelles 110 visitatori all’anno, in gruppi di almeno dieci. Agli ospiti vengono rimborsati viaggi (nove cent a km, quindi dall’Italia da 180 a 360 euro), pasti (40 euro) e hotel (60 euro). In media, 540 euro a testa. Totale mensile per i nostri rappresentanti in Europa: 44.280 euro. Mezzo milione all’anno, da moltiplicare per i cinque anni della legislatura. Più i fringe benefit: limousine da e per l’aeroporto di Strasburgo, palestra di 2.150 mq con piscina, sauna, solarium, corsi di yoga, body sculpt, kick boxing, zumba.

 Poi ci sono i costi generali. L’Europarlamento ha un costo annuo di 1,75 miliardi. Diviso 751 deputati, fanno 2,3 milioni a testa. Le pensioni sono generose: a partire dai 63 anni garantiscono 1.400 euro per ogni mandato, fino ai 5.650 dai vent’anni in poi. Infine, ecco le indennità per i trombati: un mese di stipendio per ogni anno di servizio a chi non viene rieletto. Un’eurodeputata di An nel 2014 ottenne 190mila euro dopo 25 anni. Per "reinserirsi".

 Anche il personale del Parlamento europeo è superpagato: uscieri e segretarie 4-6mila euro netti, traduttori 6-9mila, dirigenti fino a 16mila mensili. Al di là delle contrapposizioni, tutti i partiti accettano i privilegi dell’Europarlamento. Anche i grillini, dopo essersi fatti eleggere per combattere i privilegi della casta, rinunciano a soli mille euro mensili.