Friday, July 10, 2026

L’uomo che ci salvò dalle cento Seveso

A cinquant’anni dal più grande disastro ambientale della storia italiana, un breve ricordo del caporeparto che evitò l’esplosione e una tragedia immane. Carlo Galante e una medaglia ricevuta da morto. Storie di coscienze rilavate di verde

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 luglio 2026 

Sabato 10 luglio 1976 Carlo Galante stava pranzando nella sua casa di Seveso (20 km a nord di Milano, oggi provincia di Monza Brianza). Era caporeparto all’Icmesa (Industrie chimiche Meda società per azioni), azienda che produceva composti per profumi e diserbanti. Sentì un fischio provenire dalla fabbrica. Si precipitò a piedi nel cuore dell’impianto, deserto per il fine settimana ma attivo. Il reattore si era surriscaldato a 250 gradi e c’era una grossa perdita. Galante mantenne la calma, afferrò un respiratore, lo indossò e corse ad azionare il rubinetto per il raffreddamento. Grazie a lui l’Icmesa non scoppiò, causando danni cento volte superiori. Per questa azione eroica ha ottenuto una medaglia d’argento al valore civile. Ma solo nel 2017, alla memoria. Lui è mancato nel 2004.

Chi non viveva in Italia mezzo secolo fa non può capire il clamore mondiale che provocò quella fuga di diossina. Ancor oggi quello di Seveso è considerato uno dei peggiori disastri industriali della storia. Al primo posto ovviamente Cernobyl. Al secondo Bhopal, 1984: 25mila vittime in India. 

Grazie a Dio in Italia non ci furono vittime umane (anche se alcuni tipi di tumore sono aumentati nei decenni successivi). Ma quasi un migliaio di persone dovettero lasciare le loro abitazioni nei 15 ettari contaminati dalla diossina, e poterono tornare dagli alberghi di Bruzzano e Assago dov’erano sfollati solo dopo un anno e mezzo; una quarantina di case furono abbattute. Tremila animali d’allevamento furono avvelenati dai 18 chili di diossina fuoriusciti con la nube tossica, 80 mila dovettero essere macellati per precauzione.

La cosa più incredibile è che, nonostante la nuvola tossica rosa fosse stata vista in mezza Brianza, da Meda a Desio, da Cesano Maderno a Bovisio Masciago, il giorno dopo nessun giornale o tv ne parlò. La notizia apparve soltanto dopo una settimana. Eppure la cloracne, con ustioni di primo e secondo grado, colpì subito la pelle di 447 abitanti, soprattutto bambini. “Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici”, scrisse il Corriere della Sera, però il 17 luglio. E il Giorno, nella stessa data: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas”. 

Ci furono aborti spontanei, l’appena eletta deputata radicale Emma Bonino ottenne dal governo democristiano la facoltà per le donne dell’area di praticare l’aborto, allora proibito. L’arcivescovo di Milano invece lanciò un appello alle famiglie per accogliere eventuali bimbi focomelici.

Seveso divenne sinonimo di catastrofe ambientale: “direttiva Seveso” fu chiamata quella che la Ue (allora Cee) emanò per prevenire i rischi industriali. Ma solo nel 1982, dopo sei lunghi anni di battaglie. Oggi l’area, decontaminata, è coperta da un bosco di querce. Nel 2019 la multinazionale farmaceutica svizzera Roche ha finanziato la piantumazione di un centinaio di alberelli in un terreno nella zona di Sant’Albino a Monza, pochi chilometri da Seveso. Due anni dopo erano tutti morti. Grottesco greenwashing: la Roche era proprietaria della fabbrica Icmesa. Intendiamoci: questi rimboschimenti sponsorizzati da associazioni ecologiste sono benemeriti. Tuttavia non sempre gli sponsor scelti sembrano avere le carte in regola per fregiarsi del titolo di “amico del verde”.

Oltre a Big Pharma, Lamborghini ha messo a dimora 2500 alberi a San Giovanni Persiceto (Bologna) e Nonantola (Modena); idem la multinazionale Usa PepsiCo con mille alberi a San Giovanni Rotondo (Foggia) e altri mille a Casale Monferrato (Alessandria); Nespresso, del gigante svizzero Nestlé nel mirino degli ecologisti da mezzo secolo per il suo latte in polvere ai neonati africani, nel 2024 ha rimboscato mezzo ettaro a Pradamano (Udine). E pazienza se i suoi miliardi di capsule monouso non sono riciclabili in casa: bisogna riportarle nelle boutique Nespresso. Quanto alla catena di benzinai Q8, si sente più green da quando è intervenuta su un terreno ad Amalfi (Salerno). 

Si fatica ad afferrare cosa possa esserci di ecologico in un’azienda automobilistica di bolidi ad alta cilindrata, quindi con grosse emissioni, o in un gigante di carburanti fossili. Ma lavarsi di verde la coscienza sembra andare di moda, cinquant’anni dopo Seveso.

Sunday, July 05, 2026

Le frottole di Putin

La bufala di Stary Oskol. Mad Vlad  annuncia trionfante di aver circondato cinquemila soldati ucraini intorno a quel fiume. Ma quel fiume non esiste. Assomiglia sempre più ad Alì il comico, leggete per capire il perché

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 luglio 2026

Adesso, con Google maps, è facile controllare. Stary Oskol non è un fiume, quindi "cinquemila soldati ucraini" non possono essere stati "circondati" dai russi in quella zona, come ha annunciato trionfale Vladimir Putin due giorni fa in un'intervista alla tv Vesti.

Probabilmente il capo del Cremlino si è confuso con una città di 200mila abitanti con quel nome. Peccato che si trovi ben cento chilometri dentro al confine russo, lontanissima dal fronte. Quanto al fiume Oskol, scorre sia in Russia che in Ucraina. Ma non si hanno notizie di combattimenti in quella zona.

Insomma, ancora una volta Mad Vlad ha dimostrato di vivere in un mondo tutto suo. "Stiamo vincendo", continua a vantarsi da quattro anni. E assomiglia sempre più ad 'Alì il comico', il ministro dell'informazione iracheno che nel 2003 appariva in tv assicurando: "I soldati americani sono terrorizzati, si stanno suicidando impiccandosi ai cancelli di Bagdad. I tank Usa vengono catturati o bruciati. Gli statunitensi si arrenderanno".

Il giorno dopo Bagdad cadde.

Non che ci sia bisogno di essere dittatori per perdere contatto con la realtà. Ogni volta che Donald Trump apre bocca, è uno spettacolo di varietà. Però essere continuamente imboccati da cortigiani, che temono per la propria vita se portano brutte notizie, aiuta. Immaginiamo il povero generale russo che ha fornito a Putin la bufala su Stary Oskol. Verrà punito? Finirà in prima linea?

L'atmosfera che circonda gli autocrati è stata ben descritta nei diari di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai. Nessuno dei gerarchi fascisti nel 1943 osava dire la verità a Benito Mussolini: la guerra è persa. Ci vollero lo sbarco alleato in Sicilia e il bombardamento di San Lorenzo per farglielo capire.

Ciononostante, Benito si aggrappò fino all'ultimo alle illusioni della pace separata, del ridotto in Valtellina o della fuga in Svizzera. Tutte corroborate dalla fiducia nell'arma letale finale promessa da Adolf Hitler. Magari è avventato dirlo, ma la descrizione più veritiera del nazifascismo, al di là delle atrocità, rimane quella del film di Charlie Chaplin: non grandi dittatori, ma uomini ridicoli. Boccaloni che credono a frottole adulanti, più che mefistofelici Goebbels in perenne modalità propaganda.

Sono tanti i re Lear rovinati dalle proprie fantasticherie. L'ultima arrogante intimazione di Muammar Gheddafi ai rivoltosi libici nel 2011 risale e pochi giorni prima di essere fatto a pezzi. Più fortunati Bokassa e Idi Amin Dada: ebbero il tempo di fare i bagagli e partire per l'esilio. Non facciamo pronostici sul nordcoreano Kim: qualcuno lo tradirà, o morirà tranquillo nel proprio letto come Stalin? Quel che è certo, è che i regimi totalitari si sfaldano quasi sempre senza preavviso. Nessun servizio segreto o centro studi al mondo l'8 novembre 1989 avrebbe scommesso sul crollo del comunismo. 

Per questo la parola d'ordine degli ucraini non è 'vincere', ma 'logorare'. O almeno 'alzare il prezzo'. Probabilmente è eccessiva l'attuale stima di 30mila soldati russi messi fuori combattimento ogni mese, uccisi o feriti. Ma finché i droni di Kiev minacceranno direttamente Mosca e San Pietroburgo, è facile che qualcuno al Cremlino perda la testa, confondendo fiumi con città e spacciando sconfitte per vittorie. 

Monday, June 29, 2026

Mezzo secolo di liti. Lo scisma dei lefebvriani: Vaticano addio

I primi scontri fra il cardinale Lefebvre e Paolo VI negli anni Settanta. Conservatori, contrari all’aperture del Concilio Vaticano II, celebrano messa in latino. Con Ratzinger la tregua, con Francesco la riapertura delle ostilità. Ora nominano quattro vescovi senza l’ok di Leone

di Mauro Suttora

29 giugno 2026

Tutta colpa della Pachamama. La dea della Terra cara agli Incas è venerata da molti in Sudamerica, ma vederla benedetta da papa Francesco a Roma nel 2019 durante il sinodo sull’Amazzonia è stato troppo. “Atto demoniaco e idolatra”, lo bollarono i lefebvriani, cattolici tradizionalisti che celebrano ancora la messa in latino. Dopo la morte di Bergoglio, i 600mila aderenti alla Fraternità San Pio X speravano che il nuovo Papa avrebbe abbandonato le sue aperture ecumeniche e moderniste.

E invece il primo luglio avverrà lo scisma fra i lefebvriani e la Chiesa cattolica, perché papa Leone XIV non può accettare che la Confraternita consacri quattro vescovi senza il suo permesso.

La cerimonia avrà luogo a Écône in Svizzera, sede centrale del movimento fondato nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-91). Le posizioni sembrano irremovibili. Cosicché, mezzo millennio dopo lo scisma protestante e mille anni dopo quello ortodosso, eccoci assistere a un vero e proprio avvenimento storico.

Per la verità i lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso.

La Fraternità può contare oggi su 730 sacerdoti, 260 seminaristi e 250 suore. In Italia ha diverse migliaia di fedeli, con quattro priorati ad Albano Laziale (Roma), Spadarolo (Rimini), Montalenghe (Torino) e Silea (Treviso) e presenze di rilievo in una ventina di altri centri urbani. Il superiore generale dal 2018 è un italiano, Davide Pagliarani.

I lefebvriani non hanno mai accettato le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II nel 1965. Ma già papa Giovanni XXIII si scontrò con Lefebvre quand’era nunzio a Parigi nei primi anni ‘50. Forte dei suoi successi come missionario in Africa (triplicò i cattolici in Gabon), Lefebvre era riottoso nei confronti di ogni “modernismo”, proprio come lo fu papa san Pio X, successore guarda caso dell’innovatore Leone XIII, che ispira non solo nel nome Robert Prevost.

Negli anni ‘70 avvenne il grande scontro con Paolo VI, che comminò la sospensione a divinis per Lefebvre.

Dal tentativo di celebrare un funerale per il nazista Erich Priebke al divieto per le donne di indossare i pantaloni a messa, gli adepti della Fraternità San Pio X si collocano nel solco della ribollente destra mondiale. Detestano gli incontri ecumenici di Assisi e ogni concessione al relativismo religioso, soprattutto nei confronti dell'Islam. Per questo, a meno di un miracolo, la frattura del primo luglio col Vaticano appare definitiva.

Thursday, June 04, 2026

Con il cuore in quella piazza. Storia delicata da Tienanmen, a 37 anni dalla carneficina di ragazzi

Wu Mei Li aveva 18 anni: “Vogliamo democrazia, diritti umani e giustizia”, diceva, e “voglio potere andare dove voglio”. Se non è morta in quella rivolta disarmata, oggi ha 55 anni e, se scrive Tienanmen sui social, poi arriva la polizia

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 4 giugno 2026 

Articolo 1. La Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista a dittatura del proletariato, diretto dalla classe operaia e basato sull’alleanza degli operai e dei contadini.

Articolo 2. Il Partito comunista cinese è il nucleo dirigente dell’intero popolo cinese. La classe operaia esercita la direzione sullo Stato attraverso la sua avanguardia, il Partito comunista cinese. Il marxismo-leninismo-maoismo costituisce la base teorica che guida il pensiero della nostra nazione.

Non è uno scherzo. È la Costituzione della Cina tuttora in vigore, che si autodefinisce orgogliosamente “dittatura comunista”. Ce n’eravamo dimenticati, osservando il felpato Xi Jinping fare un figurone di equilibrio e sobrietà rispetto ai disperanti Donald Trump e Vladimir Putin. E invece conviene, ogni anno, ricordare il 4 giugno. Sono passati 37 anni dalla strage di piazza Tienanmen, che fu terribile soprattutto perché rimasta senza un numero preciso di morti. “Qualche migliaio”, e così gli studenti schiacciati dai cingoli dei carri armati in quel 1989 sfumano nella vaghezza.

Un po’ come le vittime del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale scatenati da Mao Tse Tung negli anni ‘60. “Milioni di morti”, dicono i libri di storia. E se qualcuno azzarda “15 milioni” viene bollato come propagandista di destra.

L’elegante statista Xi sembra lontano, almeno nei modi, da quegli orrori. Genocidi? No, perché accortamente i Paesi comunisti fecero escludere dalla lista dei gruppi a rischio indicati nella Convenzione del 1948 (nazionali, etnici, razziali, religiosi) quelli economici e sociali, ovvero l’odiata classe borghese. Liberamente sterminabile, quindi, in nome della falce e martello degli “operai e contadini” ancora glorificati dalla Costituzione cinese.

Erano sporchi borghesi gli studenti che protestavano in piazza Tienanmen? Non me ne accorsi, quando li intervistai sotto le loro tende. “Vogliamo solo poter scegliere i nostri capi”, mi rispose con disarmante semplicità Wu Mei Li, studentessa 18enne (ne dimostrava 14) al primo anno di lingue straniere. Portava un vestitino rosa, aveva un fioccone sui capelli, e per arrivare a Pechino si era messa le scarpe di vernice nera col tacco. Studiava a Xian, l’antica capitale dell’impero cinese a 900 chilometri da Pechino. Da grande voleva fare la traduttrice, studiava l’inglese da un anno e lo parlava già piuttosto bene. Sapeva anche il giapponese.

Si aggirava nell’immensa piazza con gli occhi sgranati per la felicità, la stanchezza e la meraviglia, tenendo per mano la sua compagna di classe Chen Hong Moi. Ci avevano messo due giorni per arrivare in treno, loro e altri trenta universitari della facoltà. Ma ne era valsa la pena: l’ultimo weekend di quel “maggio rivoluzionario del 1989 cinese” sarebbe rimasto per la piccola Wu quello più eccitante della sua vita. Era la prima volta che vedeva Pechino. “Siamo scappate giovedì senza dire niente alle nostre famiglie, né al preside di facoltà. Altrimenti non ci avrebbero permesso di venire”. La prima notte avevano dormito in piazza, per terra, nei sacchi a pelo. Poi trovarono posto nelle tende in cellophane tenute in piedi da un mese con canne di bambù.

Perché sei venuta a protestare, Wu?

“Perché voglio democrazia, diritti umani e giustizia”.

Cos’è la democrazia?

“Riformare il governo”.

E i diritti umani?

“Poter andare dove si vuole. Io, per esempio, vorrei lavorare come guida turistica a Pechino, ma so già che non potrò farlo. Troppi raccomandati da padri potenti, dal partito”.

Non ho saputo più nulla di Wu Mei Li. Se non è stata uccisa a Tienanmen, oggi ha 55 anni. E deve stare attenta: i cinesi che in questi giorni osano anche solo scrivere la parola Tienanmen sui social, il mattino dopo si ritrovano i poliziotti in casa. Potenza della “dittatura del proletariato”.

Wu Mei Li (a destra) in piazza Tienanmen, Pechino, maggio 1989

 

Tuesday, May 12, 2026

Svizzera a numero chiuso. La campagna sovranista per un tetto a 10 milioni di abitanti

Si incrociano due preoccupazioni: a sinistra quella per la sostenibilità dell'impronta ecologica, a destra quella per la perdita d'identità (perfino paura di sostituzione etnica). Se si sommassero, il referendum del 14 giugno sarebbe già vinto

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 12 maggio 2026

Erano cinque milioni nel 1956, sette milioni nel 1994. Poi è cominciata la moltiplicazione degli abitanti svizzeri: otto milioni nel 2012, nove milioni oggi. "No a una Svizzera da dieci milioni!": questo è il referendum che si terrà il 14 giugno, promosso dall'Udc (Unione democratica di centro). 

Sola contro tutti, la destra sovranista (che dal 1991 ha triplicato i propri voti, dall'11% all'attuale 28-29%) chiede un controllo rigoroso dell'immigrazione, affinché i residenti in Svizzera non superino i dieci milioni. La confederazione dovrebbe prendere provvedimenti appena la popolazione arriverà a 9,5 milioni. Se l'iniziativa vincerà, potrebbe annullare l'intesa con la Ue sulla libera circolazione e diversi altri accordi. 

La campagna è già molto accesa. L'immigrazione annua è infatti esplosa dai 91mila del 1997 ai 180mila del 2008, fino a raggiungere 260mila nel 2023 e 212mila l'anno successivo. La crescita naturale degli abitanti (differenza fra nascite e morti) è invece scesa dai 20mila del 2018 agli attuali 6mila. 

Quindi l'aumento della popolazione è dovuto quasi esclusivamente agli immigrati. Che diventano cittadini solo in minima parte, circa 40mila all'anno. Attualmente un quarto dei residenti in Svizzera non ha la cittadinanza e non vota, anche se gode di eguali diritti sociali ed economici. Per questo i partiti di centro e di sinistra accusano l'Udc di razzismo, oltre che di danneggiare l'economia se la proposta verrà accolta. 

Il controllo della crescita della popolazione era un caposaldo delle battaglie per l'ambiente fino agli anni '80. Poi, con i misfatti del controllo coatto delle nascite in Cina e la denatalità nei Paesi sviluppati, il tema è stato abbandonato. Anzi, le grandi associazioni ecologiste che ancora lo propugnavano, come il Sierra Club negli Usa, sono state accusate di razzismo e malthusianesimo, visto che l'eccessiva natalità oggi è un problema solo in Africa. 

Tuttavia, anche nel 2025 gli abitanti della Terra sono aumentati di 70 milioni. Esattamente come mezzo secolo fa. La fecondità media delle donne infatti si è dimezzata, ma poiché la popolazione totale nel frattempo è raddoppiata (da quattro a otto miliardi), il risultato non cambia. 

La magra consolazione è che questi 70 milioni in più vivranno in Paesi sottosviluppati, quindi consumeranno poco e causeranno poche emissioni. Ma anche questo è un ragionamento razzista: gli africani hanno diritto al nostro livello di consumi, e prima o poi ci arriveranno. Facendo salire anch'essi il riscaldamento globale. 

In Svizzera si incrociano le due preoccupazioni: a sinistra quella per la sostenibilità dell'impronta ecologica, a destra quella per la perdita d'identità, fino alla paura della "sostituzione etnica" agitata dagli estremisti. Se si sommassero, il referendum del 14 giugno è già vinto. 

La Svizzera è un caso atipico in Europa: è l'unico Paese che negli ultimi trent'anni ha aumentato i propri abitanti del 30%. E non per crescita endogena. Tutti gli altri sono stazionari, l'Italia è diminuita da 60 a 59 milioni. Se avessimo lo stesso ritmo d'aumento svizzero, avremmo già superato i cento milioni. Ma la ricchezza del Paese elvetico continua ad attirare immigrati, e ora si vogliono porre limiti.



Saturday, April 25, 2026

Perché il 25 aprile è anche la festa della Brigata ebraica

La storia di Moshe Schipper e Moshe Wadel che morirono assieme il 6 aprile 1945, mentre combattevano per liberare l'Italia dai nazifascisti

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 aprile 2026 

Moshe Schipper e Moshe Wadel, oltre a condividere il nome biblico, si erano arruolati lo stesso giorno. Il primo, 18enne nato in Polonia, aveva la matricola 38478 del terzo reggimento della Brigata ebraica. A Wadel, ventenne originario di Vienna, diedero il 38479.

I due giovani Moshe morirono assieme il 6 aprile 1945, mentre combattevano per liberare l'Italia dai nazifascisti. Il loro avamposto fu colpito da un'esplosione a Brisighella (Ravenna). I loro corpi sono sepolti nel cimitero militare ravennate assieme ad altri trenta commilitoni. "La Brigata ebraica è un falso storico: non era una brigata partigiana, ma un battaglione dell'esercito britannico, che ha combattuto solo alla fine della seconda guerra mondiale". Questo è uno dei commenti che ho dovuto leggere in questi giorni su Facebook.

L'estrema sinistra non gradisce gli ebrei nei cortei per la Liberazione del 25 aprile. "Il problema è che loro vengono in piazza con la bandiera israeliana, di uno stato che quando la brigata ebraica è nata non esisteva ancora. Il che è sempre stato visto come una provocazione, tanto più adesso con un genocidio ancora in corso [sic]. Se vogliono venire come Brigata ebraica senza bandiere israeliane lo possono anche fare, ma quella bandiera in corteo non ci deve stare".

In realtà il vessillo che sventolavano orgogliosi i due giovani Moshe prima di morire per l'Italia libera era proprio quello che tre anni dopo sarebbe stato adottato da Israele: stella di Davide e due strisce azzurre orizzontali. Ne esiste un altro, in cui le strisce sono verticali. Ma era usato perlopiù come distintivo, lo scudetto cucito sulla manica destra delle uniformi. Certo, la bandiera israeliana prima della nascita di Israele era quella del movimento sionista. E nel 1944 faticarono non poco, i dirigenti ebraici in quella che allora era la Palestina britannica, per farla accettare dagli inglesi.

L'impero britannico all'inizio della guerra non voleva una brigata di volontari ebrei nei propri ranghi. Sia loro che gli arabi palestinesi erano sudditi che si battevano contro il mandato coloniale, oltre a combattersi fra loro. La accettò solo a condizione che fosse composta per metà da arabi e per metà da ebrei. Ma la quota araba non fu mai raggiunta per carenza di arruolati e diserzioni.

Il Gran Mufti di Gerusalemme, infatti, durante la Seconda guerra mondiale parteggiava per Adolf Hitler, in base al principio che il nemico (tedesco) del suo nemico (inglese) era suo amico. Amin al Husseini nel 1941 fuggì a Berlino, dove offrì al Führer i servigi di arabi e islamici. Vennero costituiti reparti armati di arabi filonazisti, che combatterono in Africa, Grecia e Urss. Un'intera divisione di 20mila musulmani jugoslavi entrò nelle SS.

Opposto fu l'atteggiamento di Gandhi, anch'egli in lotta contro gli inglesi. In deroga ai suoi principi nonviolenti, non solo approvò il reclutamento di indiani contro i nazisti, ma dovette contrastare molti suoi dirigenti indipendentisti che non volevano combattere agli ordini dei colonizzatori. 

Soltanto nel 1944, impressionato dallo sterminio ebraico, Winston Churchill acconsentì alla nascita di una brigata di 5mila soli ebrei. Vennero mandati ad addestrarsi ad Alessandria d'Egitto, e nel gennaio '45 approdarono in Italia.

Spediti sul fronte romagnolo, combatterono accanto ad alleati e partigiani. Qualche estremista antisionista non li considera tali? In realtà da un certo punto di vista furono perfino più ammirevoli dei partigiani, perché da volontari liberarono una terra non loro. 

Proprio il 24 aprile 1945 cadde, dopo la battaglia dei Tre fiumi (Senio, Santerno, Sillaro) che aprì le porte di Bologna agli alleati, Eliyahu Herskowitz, 33 anni, il più alto in grado fra i caduti della Brigata ebraica: maresciallo, veniva da un kibbutz vicino a Tel Aviv. Saltò su una mina in una strada.

Il 'private' (soldato semplice) Moshe Zilberberg, 30 anni, era invece originario di Plon (Lienz), un paese a 20 km dall'Italia. Scappò nella Palestina britannica dopo l'invasione nazista della sua Austria nel 1938. Barbiere, capo del coro durante le liturgie ebraiche, sognava di tornare a casa sua in Tirolo. Ma il 20 marzo '45 si avventurò nella terra di nessuno, fra le trincee, per recuperare un ferito, e fu ucciso da un cecchino tedesco.

La Brigata ebraica sfilò poi a Londra fra i vincitori con la sua bandiera sionista, e re Giorgio non ebbe nulla da dire. Eppure i terroristi dell'Irgun avevano già ammazzato dei britannici.

Nel cimitero di guerra di Ravenna c'è il mondo intero: beluci, neozelandesi, ciprioti, indiani, australiani, sikh, sudafricani, irlandesi, pakistani. Cristiani, musulmani, ebrei. Venuti da decine di migliaia di chilometri a morire in Italia, per liberarci dalla nostra dittatura. Il 25 aprile è anche la loro festa.

Tuesday, April 21, 2026

Per chi deve votare un povero radicale?

di Mauro Suttora

op-ed di Libero, 21 aprile 2026 

E ora per chi votiamo? Siamo quasi un milione, noi radicali rimasti senza partito dopo la morte di Marco Pannella dieci anni fa. Nel 2019 avevamo seguito con entusiasmo Emma Bonino con Più Europa alle europee. Ma da allora le soglie di sbarramento (3% per le politiche, 4% per Bruxelles) hanno sempre impedito di eleggere deputati. I due attuali, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, hanno agguantato un seggio nel 2022 solo grazie ai collegi uninominali elargiti dal centrosinistra.

Per la verità i radicali dovrebbero stare al centro ("estremista di centro", era definito Pannella), un'area che vale il 10%. Ma, com'è noto, i contrasti fra Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno impedito all'ecumenica Bonino di coagulare quest'area.Cosicché il segretario Magi ha spostato Più Europa a sinistra, e su temi come l'immigrazione o Gaza all'estrema sinistra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mancata campagna per il sì al referendum. Una bestemmia, per i radicali da sempre garantisti.

Infatti quelli raccolti nel partito radicale di Maurizio Turco - che da 40 anni non si presenta alle elezioni - sono sempre in prima fila nella battaglia contro i magistrati politicizzati: il 25 aprile protesteranno a Roma contro le 'querele temerarie' che intimidiscono i giornalisti. Altri rami radicali fuori dai giochi elettorali sono l'associazione Coscioni dell'ex eurodeputato Marco Cappato, per l'eutanasia, e la Nessuno tocchi Caino di Sergio D'Elia e Rita Bernardini per i diritti dei carcerati.

Ma in democrazia è il momento del voto quello che conta. E Più Europa è dilaniata da diatribe interne. In un congresso arrivarono 'cammelli' (finti iscritti) lucani a falsarne i risultati, e da allora ci sono sempre accuse su pacchetti sospetti di iscrizioni online. Sono i guai dei partiti che praticano ancora la democrazia interna. E se i numeri significano qualcosa, ora Magi è in minoranza rispetto alla corrente di Della Vedova, Valerio Federico e l’astro nascente - o cometa- Matteo Hallissey (23 anni, la metà di Magi). I quali non contestano l'alleanza col campo largo, ma intendono allearsi con Renzi (come alle europee 2024, in cui presero il 3,7%) per distinguersi e ottenere più potere contrattuale.

Ma un povero radicale come me, che mezzo secolo fa era l’unico pannelliano nel suo liceo di Udine, cosa deve fare per i propri ideali (imperituri) liberali, liberisti e libertari? Votare ancora Più Europa, incastonata in uno schieramento statalista e populista? 
In realtà è un dilemma eterno. Nel primo partito radicale degli anni ’50 il liberale Ernesto Rossi contestava i ‘padroni del vapore’ di Confindustria e del Pli malagodiano. Il Pr pannelliano degli anni ’60-70 era per ‘l’unità, il rinnovamento e l’alternativa di sinistra’ mitterrandiana, ma doveva incassare le contumelie Pci. La svolta liberista radicale degli anni ’90 portò all’alleanza con Forza Italia, che però durò solo sei mesi nel ’94. E Berlusconi visse come concorrenza indigesta il 6% (10% al nord) della lista Bonino nel ’99.

Pannella tornò a sinistra dopo il referendum sulla fecondazione assistita del 2005, perso a causa dell’astensione promossa da Forza  Italia e Vaticano. Però la riesumazione della Rosa nel pugno non ebbe fortuna, e poi Valter Veltroni nel 2008 non volle i radicali come lista autonoma: solo ascari da ricompensare con qualche seggio.

Questi opposti ostracismi, uguali nella loro simmetria, sono comprensibili. Noi lib-lib-lib infatti abbiamo il cuore a sinistra (diritti civili) e il portafogli a destra (stato minimo). Quindi saremo sempre in bilico fra conservatori e progressisti, e criticati da entrambi. Tuttavia oggi Forza Italia capisce che occorre ripristinare un’ampia area moderata di centro, contro ogni estremismo populista e antieuropeo. Più Europa e i radicali condividono questa prospettiva.