Wednesday, June 16, 2021

Euro 2020, Finlandia-Russia e gli eroici soldati sciatori che nel 1940 bloccarono Stalin

di Mauro Suttora

HuffPost, 16 giugno 2021

Oggi alle 15 si gioca Russia-Finlandia. La Russia è 38esima nel ranking Fifa, la Finlandia 54esima. Ma è la prima volta nella storia che i finlandesi riescono a qualificarsi alla fase finale di un campionato europeo o mondiale. E sono reduci dalla clamorosa vittoria sulla Danimarca, decima al mondo.
Quindi godono dell'abbrivio dell'entusiasmo, il famoso 'momentum'. Diversamente dai russi, reduci dal deprimente 0-3 contro il Belgio di superLukaku. Il Belgio guida la classifica Fifa e arrivò terzo all'ultimo mondiale, ma resta sempre un Paese di 11 milioni di abitanti rispetto ai 144 della Russia. Figurarsi se i russi dovessero sfigurare anche contro la Finlandia, che ha appena cinque milioni di abitanti.

I finlandesi noi li conosciamo bene: sono arrivati secondi nel girone eliminatorio vinto dall'Italia nel 2019, battendo Grecia, Bosnia, Armenia e Liechtenstein.
Ma gli amanti della storia conoscono la Finlandia anche per altri motivi. Indro Montanelli, innanzitutto. Che nell’inverno 1939/40 scrisse articoli memorabili per il Corriere della Sera sulla guerra Finlandia-Urss. Scatenata da Stalin il quale, d'accordo con Hitler, voleva ingoiare il pacifico Paese in base alla parte segreta del patto Molotov-Ribbentrop. La Finlandia aveva conquistato l'indipendenza per la prima volta nella storia nel 1917, dopo essere stata sempre sottomessa nei secoli a Svezia o Russia. E a 30 sottozero resistette molto più a lungo dei poveri polacchi, appena spartiti fra nazisti e comunisti. Una guerra epica: 115 aerei finlandesi contro 2.300 sovietici.
Cosicché all'armistizio del marzo 1940 Stalin dovette accontentarsi di annettere la Carelia.

Nel dopoguerra, e fino al crollo del comunismo, la Finlandia ha poi dato il proprio nome allo stato di soggezione in cui cadono certe Nazioni deboli, succubi di vicini potenti e arroganti: "finlandizzazione". Urho Kekkonen, vecchio ed eterno presidente finlandese dagli anni 50 agli 80, guidava in sostanza un Paese satellite di Mosca, anche se rimaneva una libera democrazia. In cambio la Finlandia ebbe le Olimpiadi del 1952 e la conferenza di pace del 1975. Anche oggi a Cina e Russia piacerebbe 'finlandizzare' l'Europa intera.
Il terzo motivo per cui la Finlandia è conosciuta in Italia è la sua lingua impossibile: "ugrofinnico" è sinonimo di incomprensibile.

Il massimo dell'indecifrabilità fu raggiunto dall'incredibile impresa del 28 maggio 1987, quando il 18enne tedesco Mathias Rust riuscì a volare da Helsinki a Mosca su un piccolo aereo privato, atterrando industurbato davanti al Cremlino. Quella perforazione del massimo apparato militare mondiale da parte di un pacifista brufoloso provocò all'impero sovietico un'umiliazione da cui non si riprese più.  
Dopo di allora la Finlandia non ha più fatto notizia. Perché è un Paese civilissimo, dove quindi non succede mai niente. L'unica epopea è stata quella della Nokia, gigante dei telefonini negli anni 90, poi crollata e ora risorta. Questo articolo è scritto su un Nokia.

Per il resto, il maggior brivido che può scuotere la felice e monotona vita di un abitante di Helsinki è quello di imbarcarsi la sera dei weekend su un traghetto per Tallinn (Estonia). Oltrepassato il limite delle acque territoriali, sbronze a volontà: sui liquori non grava più la supertassa che cerca di limitare la piaga dell'alcolismo. Andate a vedere il film 'Un altro giro' e capirete.

Perciò, se alle 17 di oggi i calciatori finlandesi vincessero o anche solo pareggiassero contro la Russia, finirebbero nei libri di storia come gli eroici soldati sciatori finlandesi del 1940.
Mauro Suttora

Sunday, June 13, 2021

Quando la Sardegna “confinava” con il Principato di Monaco

Alla scoperta delle tante storie dei confini italiani con Mauro Suttora

di Roberto Roveda

Unione Sarda, 13 giugno 2021

A cavallo del Terzo millennio ci siamo sentiti tutti un po’ globalizzati e i confini sono sembrati retaggio di un passato destinato a cedere sempre più il passo alla libera circolazione delle persone, dei prodotti e delle idee. Nel giro di pochi anni però le cose sono cambiate rapidamente e drammaticamente, facendo tornare d’attualità le frontiere. Prima le crisi economica, poi l’aumento dei flussi migratori ed infine la pandemia da Coronavirus hanno fatto riapparire quei controlli sulle linee di confine che erano scomparsi da anni. 

Abbiamo così in un certo senso riscoperto che l’Italia prima o poi “finisce” per lasciare posto ad altre terre, lingue, culture e amministrazioni. Già, ma dove nascono i confini terrestri della nostra Penisola? E veramente, come si pensa spesso, coincidono con le Alpi e sono rimasti immutati nel corso dei secoli?

Le cose non sono così semplici, come ci racconta il giornalista Mauro Suttora nel suo Confini (Neri Pozza, 2021, pp. 288, anche e-book), vera miniera di storie, aneddoti e segreti riguardanti le frontiere italiane. Nel libro riviviamo, infatti, le tante vicissitudini attraverso le quali si sono formati i limiti geografici e linguistici del nostro Paese. 

Storie ricche di sorprese, dato che abbiamo terre patrie in cui si parla il tedesco (Alto-Adige), francese (Valle d’Aosta) e lo sloveno (nel Friuli) mentre l’italiano è l’idioma più diffuso in alcune aree della Svizzera ai confini con la Lombardia.

Storie inaspettate se pensiamo che per qualche decennio la Sardegna ha “confinato” addirittura con il Principato di Monaco, come ci conferma proprio Mauro Suttora:

“Per più di trent’anni, dal 1815 al 1848, il regno di Sardegna, che riuniva oltre all’isola, il Piemonte e la Liguria, aveva i propri confini in comune con il Principato monegasco, che all’epoca era grande dieci volte di più rispetto ad oggi e comprendeva anche Roccabruna e Mentone. Allo stesso tempo il regno sardo confinava con la vicina Francia. Insomma, per quanto sia un’isola la Sardegna non è per nulla estranea alle dinamiche di confine. Anzi, alla fine, la Sardegna è forse il regno antecedente all’Italia di cui mi occupo di più data la complessità delle vicende della nostra frontiera occidentale, quella con la Francia. E i sardi non sono estranei per nulla alle vicende delle nostre frontiere orientali come insegnano le vicende della Prima guerra mondiale”.

Ma cosa c’entra la Sardegna con i confini durante la Grande guerra?

“Per conquistare Gorizia nell’agosto 1916 muoiono cinquantamila soldati italiani contro quarantamila austriaci. In particolare, la battaglia di Doberdò del 6 agosto è ricordata come una delle più sanguinose della Prima guerra mondiale: cinquemila morti italiani, tremilacinquecento austriaci. Viene soprannominata “battaglia dei popoli” perché combattuta dai sardi della brigata Sassari contro reparti asburgici anch’essi a forte connotazione etnica: ungheresi, rumeni e sloveni”

Quello di Gorizia è un confine veramente tribolato…

“Come tutto il confine orientale, la cui costruzione è costata all’Italia seicento mila morti durante la Prima guerra mondiale e altre migliaia durante la Seconda, con tutto il corollario di esodi di popolazioni, stragi, foibe. Basti dire che Gorizia è passata di mano ben sette volte tra il 1916 e il 1946, un record mondiale!”.

Ma tutti i confini nazionali sono stati il frutto di lotte tanto terribili?

“Fortunatamente no. Il confine con la Svizzera è in pace da più di cinquecento anni, con l’eccezione delle guerre per il controllo della Valtellina, in Lombardia, che è stata occupata dagli Svizzeri dal 1512 al 1797. Il confine con la Francia ha una vicenda molto movimentata, piena di storie da raccontare però non ci è costato in termini di lutti quanto la frontiera orientale”.

Davvero la Francia ha cercato anche annettersi la Valle d’Aosta in anni non lontanissimi?

“Si, accadde nel 1945 e a favorire il tentativo fu il generale De Gaulle. A fermarlo fu una inedita convergenza d’intenti tra partigiani e fascisti”.

Ma noi italiani conosciamo i nostri confini?

“Assolutamente no. Siamo rimasti fermi a Mazzini che diceva che il nostro Paese ha i confini più belli, addirittura ‘sublimi’, perché è delimitato dalle Alpi a nord e dal mare a sud”.

E non è così?

“Ci sono moltissimi posti dove il confine terrestre con coincide con lo spartiacque delle Alpi. Come dico nel libro la pipì degli abitanti di Livigno (Sondrio), San Candido (Bolzano) e Tarvisio (Udine) non finisce nel Po, ma nel mar Nero, attraverso il Danubio. In Lombardia, la Val di Lei, in provincia di Sondrio, fa parte invece del bacino idrografico del fiume Reno. Se aggiungiamo il fatto che spesso confini linguistici e geografici non coincidono per nulla - con il tedesco, il francese e lo sloveno parlato in terra italiana - abbiamo già capito quanto ci sia da scoprire sulla storia delle nostre frontiere”.

Roberto Roveda

Wednesday, June 09, 2021

Lo scandalo dei miliardari Usa esentasse

Non c’è bisogno di essere di sinistra per scandalizzarsi di fronte al clamoroso scoop del sito statunitense ProPublica

di Mauro Suttora

HuffPost, 9 giugno 2021

Non c’è bisogno di essere di sinistra per scandalizzarsi di fronte al clamoroso scoop del sito statunitense ProPublica.

I 25 uomini più ricchi d’America (e del mondo) pagano poche o nessuna tassa sul reddito: Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook, Instagram, Whatsapp), Elon Musk (Tesla), Bill Gates (Microsoft), Michael Bloomberg, Rupert Murdoch, George Soros, Warren Buffett e gli altri hanno versato 13 miliardi di irpef federale nel 2014-2018 su un reddito complessivo di 400 miliardi. La loro aliquota, quindi, è poco più del 3%. 

Ma grazie a una sapiente e legale elusione fiscale, alcuni ricchissimi sono addirittura scesi a zero. Come Musk, la seconda persona più ricca del mondo, che nel 2018 non ha pagato neanche un cent. Buffett ha versato lo 0,1% sui 24 miliardi di crescita della propria ricchezza dei cinque anni esaminati: 23 milioni. L’aliquota di Bezos è stata dell′1%, quella di Bloomberg dell′1,3%, per tre anni Soros è riuscito a stare a zero.

Com’è possibile? L’aliquota massima dell’imposta sui redditi negli Usa è del 37%. La famiglia media americana paga il 14% di tasse federali su un reddito di 70mila dollari. Ma i miliardari dichiarano una minima frazione di reddito annuo rispetto al patrimonio (soprattutto azioni) che non può essere tassato finché non è liquidato. E, soprattutto, beneficiano di miliardi in deduzioni: scaricano praticamente tutte le spese, dagli aerei privati ai palazzi e ville, fino alle fondazioni di beneficienza e ai finanziamenti per i musei. Nel 2011, per esempio, la ricchezza di Bezos aumentò di 18 miliardi, ma lui dichiarò un bilancio in rosso, denunciando perdite sugli investimenti. Così riuscì a ottenere perfino 4mila dollari in assegni familiari per i figli.

È evidente che il sistema non può continuare così. Il presidente Biden annuncia una riforma delle leggi fiscali. Ma il sito ProPublica è pessimista: “Non serve aumentare le aliquote massime, se non si disbosca la giungla delle detrazioni e dei trust ai Caraibi”.

Da tempo si sapeva delle astronomiche diseguaglianze che piagano gli Stati Uniti degli ultimi decenni. In confronto ai miliardari di oggi, i Rockefeller, Carnegie e Vanderbilt un secolo fa erano dei poveracci. Nel 2011 Buffett chiese a Obama di pagare più tasse: “Ho guadagnato tre miliardi, mi avete chiesto solo sette milioni”.

Ma solo ora, con i documenti dell’Irs (Internal Revenue Service, la nostra Agenzia delle entrate) pubblicati da ProPublica in barba alla privacy dei ricchissimi, ci sono cifre sconvolgenti a sostanziare denunce generiche.

Particolarmente fastidiosa risulta la pretesa dei Paperoni di spacciarsi pure per filantropi. Il velo sollevato sulla fondazione Gates dal divorzio fra Bill e Melinda comincia a rivelare aspetti deplorevoli.

A New York e nelle altre metropoli americane si è sviluppata una vera e propria industria dei “charity gala”, le feste di fundraising per le buone cause più disparate con cui i ricchi si lavano la coscienza. E con cui aumentano le deduzioni fiscali per guadagnare ancora di più.

Secondo Forbes nei sedici mesi dell’epidemia Covid, mentre centinaia di migliaia di americani morivano e milioni perdevano il lavoro, i miliardari Usa hanno accumulato altri 1.200 miliardi di guadagni. Inconcepibile, per un impero nato 245 anni fa e cresciuto grazie a due parole: libertà, ma anche eguaglianza.

Mauro Suttora 

Saturday, June 05, 2021

I socialisti che diventarono fascisti





















La tesi, provocatoria solo per chi non ha letto Renzo De Felice, del libro di uno dei suoi principali collaboratori

di Mauro Suttora 

HuffPost, 4 giugno 2021

La maggioranza dei dirigenti socialisti italiani aderì al fascismo. È questa la tesi, provocatoria solo per chi non ha letto Renzo De Felice, del nuovo libro di uno dei suoi principali collaboratori: Antonio Alosco, già docente di storia contemporanea all’università di Napoli, autore di ‘I socialfascisti’ (D’Amico editore, 2021).

“Furono tanti i socialisti che aderirono al fascismo, o si ritirarono dalla politica, o scrissero a Mussolini facendo atto di sottomissione, collaborando e affiancando il regime”, scrive Alosco. “In confronto a loro i socialisti fuoriusciti all’estero o clandestini in Italia appaiono una minoranza trascurabile”.

Senza nulla togliere agli eroi dell’antifascismo come Pertini, Nenni, i fratelli Rosselli, Lelio Basso o Ernesto Rossi, insomma, nel decennio del consenso al regime (1928-38) fra i socialisti prevalsero rassegnazione e “indifferentismo” (la definizione sconsolata che i marxisti ‘scientifici’ davano da Parigi della situazione italiana).

Alosco esamina i casi più eclatanti di passaggio dalla sinistra al fascismo. Arturo Labriola, fondatore del partito socialista a Napoli, economista, deputato, ministro del Lavoro con Giolitti nel 1921, finì sull’Aventino e scappò in Francia. Ma nel 1935 tornò clamorosamente in Italia, lodando Mussolini per la guerra d’Etiopia. Il duce lo ricevette in nome del comune passato soreliano, e trovò lavoro a lui e al figlio. Più in là il collaborazionismo di Labriola non si spinse, ma tanto bastò perché il partito socialista gli negasse un seggio alla Consulta nel 1945. 

L’anno dopo si fece eleggere in una lista liberale, e fu senatore fino al 1953 tornando a sinistra, tanto che fu capolista Pci alle comunali di Napoli nel 1956.

Un altro caso scandaloso fu quello di Emilio Caldara, primo sindaco socialista in una grande città, a Milano dal 1914 al 1920. Grazie alla sua buona amministrazione divenne più popolare di Turati, e portò il Psi al trionfo elettorale del 1919: primo partito col 32% (allora i fascisti ebbero solo 4mila voti).

Dopo lo scioglimento dei partiti e l’inizio della dittatura Caldara tornò a fare l’avvocato, ma nel 1934 chiese un colloquio a Mussolini, che conosceva bene come collega consigliere comunale a Milano. Gli propose di collaborare al corporativismo, che riteneva vicino agli ideali socialisti. Fu il duce a declinare l’offerta del gruppo di Caldara, per evitare frizioni con i sindacalisti fascisti.

Ma forse l’episodio più pregnante fu quello dell’intero gruppo dirigente della Cgl, il sindacato di sinistra. I suoi due primi segretari, Rinaldo Rigola e Ludovico d’Aragona, si offrirono anch’essi a Mussolini nel 1927, entusiasti per la Carta del lavoro fascista. L’unico a opporsi, dall’esilio parigino, fu Bruno Buozzi.

Anche Alberto Beneduce, issato dal duce alla testa dell’Iri nel 1933, era di sinistra, tanto da chiamare col bizzarro nome di Idea Nuova Socialista la figlia, poi moglie di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca.

Tragico il destino di Nicola Bombacci, l’ex segretario nazionale socialista passato prima al Pci e poi al fascismo (Mussolini gli finanziò il giornale ‘La Verità’), fucilato a Dongo e appeso in piazzale Loreto col duce, Claretta e i gerarchi.

Ma il professore Alosco presenta molti altri casi di dirigenti politici e sindacali socialisti i quali via via chinarono la testa di fronte al fascismo, che acquistava un consenso sempre maggiore.

Nel 1932, per il decennale del regime, Mussolini era così saldo al potere che potè permettersi magnanimità: amnistiò i due terzi dei 1056 condannati per reati politici, e liberò 595 confinati.

Il crescente consenso deprimeva gli antifascisti fuoriusciti a Parigi, che passavano molto tempo in dispute ideologiche fra loro. Tutto sommato, lo sprezzante epiteto di “socialfascisti”, con cui il comunista Togliatti equiparava i socialisti antibolscevichi ai fascisti, aveva un fondamento nei fatti.

Mauro Suttora

Thursday, June 03, 2021

Caos M5S/ Iscritti, nome, simbolo: duello Casaleggio-Conte

intervista a Mauro Suttora

ilsussidiario.net, 3 giugno 2021 

Conte si aggiudica il primo round nello scontro con Casaleggio per avere gli elenchi degli iscritti. Ma quante saranno le riprese non è dato sapere, dunque la partita rimane aperta. Senza accordo si andrà alla battaglia legale, osserva Mauro Suttora, giornalista e scrittore, osservatore dei 5 Stelle dai tempi del Vaffa. I dati dei 180mila registrati a Rousseau sono un pretesto, perché in palio ci sono il nome e il simbolo del Movimento, senza i quali la leadership di Conte è solo virtuale.

La crisi di M5s rimane profonda ed è difficile prevederne le sorti. Alcuni punti fermi – per ora – secondo Suttora: Di Maio più contiano, crollo di consensi alle comunali, niente Draghi al Colle “perché sarebbe difficile cambiare premier senza nuove elezioni. Nelle quali loro sparirebbero tutti”.

Il Garante della privacy nel suo provvedimento ha stabilito che l’Associazione Rousseau deve consegnare al Movimento i dati personali degli iscritti. Sei sorpreso?

No. Se la Casaleggio fosse una semplice società di servizi che gestisce l’elenco degli iscritti grillini, sarebbe ovvio che dovrebbe consegnare l’indirizzario al legittimo proprietario, il Movimento 5 Stelle (M5s). Ma formalmente ha ragione Davide Casaleggio quando chiede al Garante di indicargli a chi consegnare i dati.

Dunque: l’Associazione Rousseau, dice il Garante, è responsabile del trattamento e M5s è il titolare. Casaleggio non è d’accordo e ha risposto che non saprebbe a chi darli, perché non si sa chi sia il rappresentante legale di M5s. Che ne pensi?

Hanno ragione entrambi. Vito Crimi è scaduto, tanto che il tribunale di Cagliari ha nominato un rappresentante pro tempore in un’altra causa. Ma sostanzialmente ormai c’è una frattura, e quindi prima o poi il figlio di Casaleggio dovrà cedere il malloppo. Vedremo in cambio di quanti soldi: ci sono centinaia di migliaia di euro in ballo.

Tutto questo vuol dire una cosa: battaglia legale.

Certo. È risibile l’ultimatum di cinque giorni imposto dal Garante. Qualsiasi Tar lo annullerebbe. Se il M5s avesse versato a Casaleggio i 400mila euro richiesti, la questione sarebbe già risolta. Grillo spinge per un accordo. Ma Conte ha voluto attendere la pronuncia del Garante. Nominato da lui, come insinua Casaleggio.

Come andrà a finire non lo sappiamo. Tu cosa dici?

È una disputa ridicola, anche perché iscriversi al M5s non costa nulla, quindi non vale nulla. Conte potrebbe quindi lasciare i 180mila registrati a Casaleggio e ricostituirsi da zero una nuova base di iscritti in pochi giorni, tramite un appello sui social degli eletti: i grillini più popolari, come lui, Di Maio, Taverna o Fico, hanno centinaia di migliaia di seguaci che aderirebbero subito.

E perché non lo fa?

Ma perché così perderebbe simbolo e nome, che verrebbero sfruttati da Casaleggio junior con i movimentisti Di Battista, Lezzi, Morra e Paragone.

Dunque Conte, nel frattempo, si ritrova leader dimezzato. Brutta faccenda.

E Casaleggio nota giustamente che Conte non è neppure iscritto al M5s, quindi ineleggibile alla sua guida.

Veniamo al fattore Di Maio. La sua svolta garantista non è stata presa benissimo all’interno di M5s. L’ha fatta solo perché è al governo oppure ha altre ambizioni? E quali?

Di Maio, per rendersi presentabile, ora rinnega gli innumerevoli Vaffa contro gli altri politici lanciati dai grillini negli ultimi 14 anni. Ma i Vaffa sono l’unica ragione sociale del M5s, che ancor oggi si definisce MoVimento con quella V maiuscola che sta per Vaffa e Vendetta. Sarebbe come chiedere al Milan di rinunciare ai colori rosso e nero, o all’Italia di abolire il tricolore.

Con chi sta Di Maio tra Conte e Casaleggio?

Con il più forte, che in questo momento è Conte.

Conte è un raffinato professionista. È stato capo del governo. Però non ha la cazzimma e l’astuzia di Di Maio. Chi sarà il leader?

Sono entrambi democristiani, tecnicamente perfetti nella loquela scioltissima e nella gestione del potere. Ma Conte nei sondaggi ha ancora un gradimento del 50%, doppio rispetto al guaglione che tre anni fa lo scelse prima come ministro, e poi come premier. L’unico errore di Di Maio.

Grillo ha chiuso?

Direi di sì, dopo il video isterico sul figlio.

Insomma qual è la posta in gioco? Sopravvivere alle comunali? Controllare i gruppi parlamentari per condizionare la partita del Colle? Fare un nuovo partito? O cos’altro?

Distinguiamo. Per Conte l’obiettivo è sfruttare al massimo, e in qualsiasi modo, la notorietà ottenuta con due anni e mezzo di guida del governo. Per i parlamentari grillini invece è sopravvivere, conservare il più a lungo possibile i 12mila euro di stipendio mensile agguantati per miracolo. Alle comunali di ottobre sarà già tanto se almeno a Napoli o a Roma supereranno il 10%. Nelle altre città sarà un disastro.

E alle presidenziali di gennaio?

Non voteranno Draghi, perché sarebbe difficile cambiare premier senza nuove elezioni. Nelle quali loro sparirebbero tutti, tranne una trentina di big che si ricicleranno in qualche modo.

È vero che c’è una pattuglia di pentastellati che preme su Conte perché ritiri l’appoggio al governo Draghi?

C’è di tutto lì dentro, governisti, antigovernativi, dibattistiani, dimaiani, contiani…

Federico Ferraù

Saturday, May 22, 2021

Comunali e giustizia, le partite che decidono chi sale al Colle

Le elezioni comunali determineranno il peso dei partiti, che dopo avere eletto il successore di Mattarella (Draghi) non potranno evitare le urne

intervista a Mauro Suttora

www.ilsussidiario.net, 22 maggio 2021

“Fino alle presidenziali di gennaio il governo Draghi può stare tranquillo. Poi mi sembra logico che venga eletto al Quirinale e si vada a nuove elezioni”. Batterà il candidato della sinistra, secondo Mauro Suttora, giornalista, libertario per autodefinizione, un passato all’Europeo, Oggi, Newsweek e New York Observer

Elezioni? Sì, “perché non sarà più possibile tenere in vita un parlamento non rappresentativo”. Dunque gli eventi potrebbero essere molto più lineari di quello che lasciano pensare i densissimi retroscena politici sul rinnovo della presidenza della Repubblica. Chissà se è vero. È un fatto, però, che tutti i tentativi di Letta di rafforzare il peso politico del Pd al governo non stanno riuscendo. E il primo momento di verità per i partiti –  le comunali di settembre-ottobre – è ormai dietro l’angolo.

Cosa ci dice la bocciatura della proposta Letta da parte di Draghi?

Oggi l’Italia sulle grandi eredità incassa solo 0,8 miliardi annui contro i 14 della Francia, gli 8 della Germania, i 6 del Regno Unito e i 3 della Spagna. Quindi un problema di tasse di successione esiste. Ma Draghi ha già detto più volte che non si possono aumentare le imposte.

E cosa ci dice del Pd?

L’uscita di Letta è incomprensibile. Un autogol pari a quello di Grillo su suo figlio indagato per stupro. Bastava proponesse che si spostino, a parità di gettito, un po’ delle tasse che colpiscono il lavoro (diminuendo le aliquote Irpef) a quelle sulle eredità dei ricchi. 

E invece?

Invece, Letta è caduto nel solito vizio della sinistra: aumentare imposte già altissime, senza contropartita.

Chi logora chi, nel governo di unità nazionale, tra centrodestra, centrosinistra e Draghi?

I sondaggi ci dicono che soffrono il Pd – destino comune dei socialisti europei, spariti in Francia e Grecia, e bastonati in Spagna, Gran Bretagna e Germania –, e la Lega sfidata dai Fratelli d’Italia. La prova del nove avverrà alle comunali di autunno. Draghi invece non sembra logorato.

C’è ancora qualcuno che in una fase delicata come questa vorrebbe incrinare il patto di unità nazionale, mettendo in discussione un governo senza alternative?

Fino alle presidenziali di gennaio il governo Draghi può stare tranquillo. Poi mi sembra logico che Draghi venga eletto al Quirinale e si vada a nuove elezioni.

Si sussurra che Di Maio lavori ad un nuovo governo. Ti risulta? Con quali prospettive?

Mi sembra comico che Di Maio possa lavorare ad alcunché. Ai grillini non resta che tentare di riciclarsi in qualche modo, con chiunque, come ha già fatto Conte.

La Corte dei conti ha stoppato il vaccino italiano Reithera per “l’assenza di un valido e sufficiente investimento produttivo” da parte di Invitalia. D’Alema e i suoi uomini tengono il punto o sono destinati ad arretrare?

Non so quanto si possa ancora collegare Arcuri a D’Alema. Il primo, se sopravviverà, lo dovrà a Conte. D’Alema è uscito distrutto dalle ultime elezioni, assieme a Bersani: vale il 2 per cento.

D’Alema, Letta, il Pd, M5s. E Prodi. Non ti sembra un’ottima squadra per salvare un’idea dell’Italia, garantendosi il Colle?

Prodi presidente della Repubblica? Troppo vecchio. Il suo tempo è finito.

Quando si gioca la partita? Nel 2022 o nel 2023?

Il centrosinistra è terrorizzato dalle elezioni, visti i sondaggi. Ma ormai il 2022 sarà il quarto anno della legislatura, non sarà più possibile tenere in vita un parlamento non rappresentativo. Il M5s, primo partito col 33%, non esiste più da due anni, dimezzato dai sondaggi. A Montecitorio ci sono solo zombies. L’unico pericolo è che questi residuati bellici vogliano sopravvivere fino al maturare delle loro pensioni, nell’autunno 2022.

Il centrodestra può spuntarla? Come?

Moderandosi per non spaventare l’Europa e i mercati.

E Mattarella invece? Intendo Mattarella come potere uscente, capace di sostenere un suo candidato – o una sua candidata, come la ministra Cartabia. Può farcela?

Lasciamolo pensionarsi. Quanto alla Cartabia, il suo garantismo è ammirevole, ma la Guardasigilli non esprime un consenso.

Il Csm nel caos non rende facile il lavoro di Cartabia. Cosa vedi su questo fronte? Un approfondirsi della crisi o spiragli di soluzione?

La giustizia italiana non esiste più. Ormai nel mondo reale, quello dell’economia internazionale, chi fa affari in Italia si cautela dalle controversie nominando preventivamente arbitri. Entrare in un palazzo di giustizia significa regredire di un secolo, fra timbri, notifiche fatte a mano, scartoffie e tempi intollerabili.

Come valuti i referendum che intendono proporre Radicali e Lega?

Mossa intelligente da parte di entrambi. In realtà la responsabilità civile dei magistrati è già stata introdotta da un referendum radicale ben 34 anni fa, dopo il caso Tortora. Ma la casta giudiziaria l’ha annullata, azzeccando i soliti garbugli. E quanto alla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e dell’accusa, ottima idea. Ma a sud di Roma, dove interi territori sono controllati dalle mafie, come garantire l’indipendenza – e la sicurezza – delle procure della repubblica?

Federico Ferraù