Tuesday, August 25, 2026

È Vannacci, sembra Hamas. Sostituite Islam a cristianità, dicono le stesse cose

Il programma del generale, oltre a rintocchi fascisteggianti, è pieno di analogie con principi del gruppo terroristico di Palestina. Dai genitori che potranno votare anche al posto dei pargoli minorenni, allo scegliere oggi per che cosa vivere e morire: l'ora del destino, avrebbe detto il duce, ma anche il capo palestinese Yahya Sinwar

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 agosto 2026  

Hamas è riottosa, non vuole deporre le armi a Gaza? Nessun problema: può consegnarle al generale Roberto Vannacci, che le distribuirà agli studenti italiani. Il programma del suo partito infatti prevede l'introduzione di una nuova materia, l'educazione militare. E gli scolari più ardimentosi parteciperanno a "campi e attività esterne", come facevano i simpatici neofascisti negli anni '70.

Non è l'unica assonanza fra il verbo paramilitare di Hamas e Vannacci. Nel suo ponderoso documento programmatico di oltre cento pagine basta sostituire l'islam con la cristianità, e il gioco è fatto. C'è una sola nota lieta nel logorroico sproloquio vannacciano: il titolo. Bip, come l'uccello nei cartoni animati di Speedy Gonzales. Sta per Base ideologica programmatica, e invece dell'invocazione ad Allah inizia con una del pontefice più reazionario degli ultimi due secoli: Pio IX: "Benedite, gran Dio, l'Italia!". Peccato che quel papa li mandasse a morte, i garibaldini combattenti per l'Italia. Poveri patrioti, chissà da che parte sarebbe stato un ipotetico caporale Poveracci nell'800. A giudicare dal putinismo dell'attuale, dalla parte sbagliata.

 C'è poi, sempre in exergo, una citazione di Pier Paolo Pasolini: "Destra divina che è dentro di noi, nel sonno". Qui la scivolata è clamorosa. Nella loro analfabetica velleità di annettere il poeta comunista, gli estremisti di destra si sono eccitati scoprendo questo verso della sua poesia Saluto e augurio.

Peccato si trattasse solo del saluto a un giovane fascista morto combattendo 21enne, che Pasolini ricordò con questi bei versi sognanti in friulano: 

"Puarta cun mans di sant o soldàt

l'intimitàt cu'l Re, Destra divina

Ch'a è drenti di nu, tal siùn"

Traduzione:

"Porta con mani di santo o soldato

l'intimità col Re, Destra divina

che è dentro di noi, nel sonno".

Nessuna deificazione della destra, dunque. E Vannacci ci fa semmai la figura dello jettatore necrofilo. 

Poi il generale comincia a soffiare nella tromba, e scrive (o chi per lui) tonitruante: "Coraggio, dovere, disciplina, spirito di sacrificio: senza virtù non esiste una comunità solida". Il sacrificio, mi raccomando, come i martiri di Hamas.

"Servono strumenti efficaci e scelte nette per difendere ordine e sicurezza. [...] Chiediamo a chi ci segue una scelta: partecipare con convinzione, rispettare la comunità, tenere alto il livello del confronto e della disciplina". Disciplina.

Continua il proclama dei jihadisti alle vongole: loro progettano "un futuro all'altezza della nostra storia e dell’anelito ad affrontare con ardore, virtù e sacrificio le sfide posteci dinnanzi dall’ora presente. Questo è l’attimo in cui il passato e il futuro si incontrano ponendoci la sfida della libertà: scegliere adesso per che cosa vivere e morire". Insomma l'ora del destino, avrebbe detto il duce, ma anche il capo palestinese Yahya Sinwar.

Poi il documento decolla e si libra nei cieli della retorica nazionalista: "Facciamo della Nazione il nostro spazio di esistenza, di sogno e di azione [...] Il Generale Roberto Vannacci ha indicato il cuore della missione: imboccare la via per tornare ad essere, rapidamente e senza moderazione, un Paese identitario, sovrano, sicuro". Senza moderazione.

Ed ecco gli inevitabili "valori non negoziabili, a cominciare dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale, dell’identità cristiana, della concezione romana del diritto: linee rosse che non possono essere valicate, costi quel che costi". Costi quel che costi.  Quindi "è tempo per la rinascita di un pensiero e di un'azione tipicamente romani e cristiani". "Patriottismo realista e infaticabile", per "rinnovare la fierezza del popolo italiano".

Può mancare a questo punto il sangue? "I popoli italici sono una comunità di diritto e di sangue, perché fondati sulla famiglia, che è una società di diritto e di sangue e che è la fonte della nazione". (Hitler: "Blut und Boden, sangue e suolo)

Ma oltre all'ematologia anche i capelli, perbacco: "La ricchezza dei tratti specifici dei nostri volti, dei nostri capelli, dei nostri occhi". E tanti saluti alla chioma crespa della primatista mondiale di nuoto Sara Curtis.

Che cos’è la Patria? "È la terra dei padri che, nei secoli, hanno costruito le stesse strade, raccontato le stesse storie", e soprattutto "combattuto sullo stesso fronte".

Qualcuno ha da ridire? "Noi tireremo dritto!", conclude tetragono il programma vannacciano. Un'altra delle tante parafrasi di Mussolini: così urlò l'8 settembre 1935 da palazzo Venezia contro le sanzioni per la sua sciagurata guerra d'Etiopia.

Quali guerre vuole combattere il generalissimo? Ovvio, la remigrazione (specificata al centimetro, in ben 22 punti). E l'aborto, restringendo i criteri della legge ma anche quelli della pillola del giorno dopo, che gli aborti invece li eviterebbe. Il fanatismo vannacciano arriva al punto di erogare i bonus bebé già ai feti, visto che la vita nasce al concepimento e non alla nascita. E, sempre per valorizzare la natalità, un'altra nota tragicomica: i genitori potranno votare anche al posto dei pargoli minorenni, tanti figli tante schede.

Pure qui, la sintonia con l'entusiasmo demografico di Hamas è perfetta: gli islamisti costringono le donne di Gaza a figliare più che a Calcutta per contrastare i sionisti (Benito: "Il numero è potenza"), i fasci vannacciani per combattere la "sostituzione etnica".

Siccome pensano di essere colti, spiegano: "La maggiore invasione dell'Italia fu quella dei longobardi. Ma erano solo 300mila su otto milioni di abitanti che aveva allora la nostra penisola, quindi il 4%. Mentre ora gli stranieri sono già il 12%. E i longobardi comunque si convertirono al cristianesimo. I normanni erano già cristiani quando arrivarono. Gli arabi di Sicilia li cacciammo".

Buona caccia, camerati 

Thursday, July 23, 2026

Generazione di secondini. L’Illusione di combattere il male proibendolo

I social vietati in Francia dopo l’Australia, il fumo in Spagna dopo il Regno Unito: un’ondata di proibizionismo colpisce soprattutto i minorenni e li trasforma in minorati. Un effetto cinese o iraniano sul nostro modo di pensare

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 23 luglio 2026 

Cos’è tutta questa ondata di proibizionismo? Le sigarette in Spagna dopo l’Inghilterra, i social in Francia dopo l’Australia. Soprattutto contro i minorenni. Chi l’avrebbe mai detto che saremmo diventati una generazione di secondini?

Eppure i dati dicono che non c’è bisogno di divieti. Già adesso il 95% dei teenager spagnoli non fuma quotidianamente, e solo il 15% di loro si è concesso qualche sigaretta nell’ultimo mese. Niente da fare. Il governo Sanchez ha approvato un progetto di legge che proibisce il fumo dappertutto, al chiuso, all’aperto, tranne che a casa propria. Attenzione anche a quando si circola in Spagna: perfino dentro alla vostra auto il vigile vi multerà (da 30 a 60 euro, ma fino a 10mila per recidive e violazioni gravi) se fumate portando un minore o una donna incinta. Se poi il minorenne, magari vostro figlio, è un fumatore pure lui, nascerà la surreale fattispecie dell’automulta: sanzione comminata contemporaneamente per i nuovi reati di fumo passivo e fumo attivo.

Ancor più divertente il governo britannico, che da tre mesi vieta la vendita di sigarette, tabacco e svapo a tutti i nati dopo il primo gennaio 2009. Si è creato così un diritto penale non più di genere (femminicidio) ma di generazione: gli attuali 17enni del Regno Unito non potranno mai, nella loro vita, entrare legalmente da un tabaccaio. Ovviamente potranno farsi comprare le sigarette dai nati fino al 31 dicembre 2008, tenerle in casa, portarle in giro, fumarsele nei (pochi) luoghi consentiti. Ma acquistarle no.

“Siamo i primi al mondo ad avere creato un generazione di giovani smoke-free”, si è autocomplimentata la ministra della Salute britannica.

L’illusione di combattere il male proibendolo trasforma i minorenni in minorati anche in altri campi. Lo scorso dicembre l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni. Legge fallita: il 70% di loro continua ad accedere alle piattaforme eludendo le restrizioni, spesso usando le Vpn (Virtual private networks, reti private virtuali), proprio come nelle dittature Cina o Iran.

Nonostante questo fiasco, la Francia insiste. Martedì ha approvato una legge uguale tranne che per l’età: 15 anni invece di 16. Anch’essa impossibile da applicare, da sanzionare, da far rispettare, come tutti i provvedimenti “sociologici” senza una concreta base giuridica. Ma il nostro ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara vuole replicarla anche in Italia.

Eppure esiste la prova che le proibizioni eccessive spesso ottengono il risultato opposto. Basti pensare al Green deal europeo, in corso di annacquamento se non di smantellamento a causa dei suoi obiettivi troppo ambiziosi. 

Alex Langer, profeta dell’ecologia, ammoniva: “Non è con i divieti che si farà avanzare l’ambientalismo. Il vigile può multarti quando raccogli un fungo proibito, ma bisogna essere convinti a rinunciarci spontaneamente, se si vuole che l’ecologia diventi desiderabile, e quindi abbia successo”.

È l’eterno dilemma fra libertà e autoritarismo, antico quanto la mela di Adamo ed Eva. A forza di veti e divieti imposti da politici alla guida di stati sempre più invadenti, rischia di avverarsi l’incubo di Bob Dylan: “Sometimes I think this old world is one big prison yard: some of us are prisoners, the rest of us are guards”. “A volte penso che questo vecchio mondo sia il cortile di una grande prigione: alcuni di noi sono prigionieri, il resto guardie” (George Jackson, 1972) 

Friday, July 10, 2026

L’uomo che ci salvò dalle cento Seveso

A cinquant’anni dal più grande disastro ambientale della storia italiana, un breve ricordo del caporeparto che evitò l’esplosione e una tragedia immane. Carlo Galante e una medaglia ricevuta da morto. Storie di coscienze rilavate di verde

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 luglio 2026 

Sabato 10 luglio 1976 Carlo Galante stava pranzando nella sua casa di Seveso (20 km a nord di Milano, oggi provincia di Monza Brianza). Era caporeparto all’Icmesa (Industrie chimiche Meda società per azioni), azienda che produceva composti per profumi e diserbanti. Sentì un fischio provenire dalla fabbrica. Si precipitò a piedi nel cuore dell’impianto, deserto per il fine settimana ma attivo. Il reattore si era surriscaldato a 250 gradi e c’era una grossa perdita. Galante mantenne la calma, afferrò un respiratore, lo indossò e corse ad azionare il rubinetto per il raffreddamento. Grazie a lui l’Icmesa non scoppiò, causando danni cento volte superiori. Per questa azione eroica ha ottenuto una medaglia d’argento al valore civile. Ma solo nel 2017, alla memoria. Lui è mancato nel 2004.

Chi non viveva in Italia mezzo secolo fa non può capire il clamore mondiale che provocò quella fuga di diossina. Ancor oggi quello di Seveso è considerato uno dei peggiori disastri industriali della storia. Al primo posto ovviamente Cernobyl. Al secondo Bhopal, 1984: 25mila vittime in India. 

Grazie a Dio in Italia non ci furono vittime umane (anche se alcuni tipi di tumore sono aumentati nei decenni successivi). Ma quasi un migliaio di persone dovettero lasciare le loro abitazioni nei 15 ettari contaminati dalla diossina, e poterono tornare dagli alberghi di Bruzzano e Assago dov’erano sfollati solo dopo un anno e mezzo; una quarantina di case furono abbattute. Tremila animali d’allevamento furono avvelenati dai 18 chili di diossina fuoriusciti con la nube tossica, 80 mila dovettero essere macellati per precauzione.

La cosa più incredibile è che, nonostante la nuvola tossica rosa fosse stata vista in mezza Brianza, da Meda a Desio, da Cesano Maderno a Bovisio Masciago, il giorno dopo nessun giornale o tv ne parlò. La notizia apparve soltanto dopo una settimana. Eppure la cloracne, con ustioni di primo e secondo grado, colpì subito la pelle di 447 abitanti, soprattutto bambini. “Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici”, scrisse il Corriere della Sera, però il 17 luglio. E il Giorno, nella stessa data: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas”. 

Ci furono aborti spontanei, l’appena eletta deputata radicale Emma Bonino ottenne dal governo democristiano la facoltà per le donne dell’area di praticare l’aborto, allora proibito. L’arcivescovo di Milano invece lanciò un appello alle famiglie per accogliere eventuali bimbi focomelici.

Seveso divenne sinonimo di catastrofe ambientale: “direttiva Seveso” fu chiamata quella che la Ue (allora Cee) emanò per prevenire i rischi industriali. Ma solo nel 1982, dopo sei lunghi anni di battaglie. Oggi l’area, decontaminata, è coperta da un bosco di querce. Nel 2019 la multinazionale farmaceutica svizzera Roche ha finanziato la piantumazione di un centinaio di alberelli in un terreno nella zona di Sant’Albino a Monza, pochi chilometri da Seveso. Due anni dopo erano tutti morti. Grottesco greenwashing: la Roche era proprietaria della fabbrica Icmesa. Intendiamoci: questi rimboschimenti sponsorizzati da associazioni ecologiste sono benemeriti. Tuttavia non sempre gli sponsor scelti sembrano avere le carte in regola per fregiarsi del titolo di “amico del verde”.

Oltre a Big Pharma, Lamborghini ha messo a dimora 2500 alberi a San Giovanni Persiceto (Bologna) e Nonantola (Modena); idem la multinazionale Usa PepsiCo con mille alberi a San Giovanni Rotondo (Foggia) e altri mille a Casale Monferrato (Alessandria); Nespresso, del gigante svizzero Nestlé nel mirino degli ecologisti da mezzo secolo per il suo latte in polvere ai neonati africani, nel 2024 ha rimboscato mezzo ettaro a Pradamano (Udine). E pazienza se i suoi miliardi di capsule monouso non sono riciclabili in casa: bisogna riportarle nelle boutique Nespresso. Quanto alla catena di benzinai Q8, si sente più green da quando è intervenuta su un terreno ad Amalfi (Salerno). 

Si fatica ad afferrare cosa possa esserci di ecologico in un’azienda automobilistica di bolidi ad alta cilindrata, quindi con grosse emissioni, o in un gigante di carburanti fossili. Ma lavarsi di verde la coscienza sembra andare di moda, cinquant’anni dopo Seveso.

Sunday, July 05, 2026

Le frottole di Putin

La bufala di Stary Oskol. Mad Vlad  annuncia trionfante di aver circondato cinquemila soldati ucraini intorno a quel fiume. Ma quel fiume non esiste. Assomiglia sempre più ad Alì il comico, leggete per capire il perché

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 luglio 2026

Adesso, con Google maps, è facile controllare. Stary Oskol non è un fiume, quindi "cinquemila soldati ucraini" non possono essere stati "circondati" dai russi in quella zona, come ha annunciato trionfale Vladimir Putin due giorni fa in un'intervista alla tv Vesti.

Probabilmente il capo del Cremlino si è confuso con una città di 200mila abitanti con quel nome. Peccato che si trovi ben cento chilometri dentro al confine russo, lontanissima dal fronte. Quanto al fiume Oskol, scorre sia in Russia che in Ucraina. Ma non si hanno notizie di combattimenti in quella zona.

Insomma, ancora una volta Mad Vlad ha dimostrato di vivere in un mondo tutto suo. "Stiamo vincendo", continua a vantarsi da quattro anni. E assomiglia sempre più ad 'Alì il comico', il ministro dell'informazione iracheno che nel 2003 appariva in tv assicurando: "I soldati americani sono terrorizzati, si stanno suicidando impiccandosi ai cancelli di Bagdad. I tank Usa vengono catturati o bruciati. Gli statunitensi si arrenderanno".

Il giorno dopo Bagdad cadde.

Non che ci sia bisogno di essere dittatori per perdere contatto con la realtà. Ogni volta che Donald Trump apre bocca, è uno spettacolo di varietà. Però essere continuamente imboccati da cortigiani, che temono per la propria vita se portano brutte notizie, aiuta. Immaginiamo il povero generale russo che ha fornito a Putin la bufala su Stary Oskol. Verrà punito? Finirà in prima linea?

L'atmosfera che circonda gli autocrati è stata ben descritta nei diari di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai. Nessuno dei gerarchi fascisti nel 1943 osava dire la verità a Benito Mussolini: la guerra è persa. Ci vollero lo sbarco alleato in Sicilia e il bombardamento di San Lorenzo per farglielo capire.

Ciononostante, Benito si aggrappò fino all'ultimo alle illusioni della pace separata, del ridotto in Valtellina o della fuga in Svizzera. Tutte corroborate dalla fiducia nell'arma letale finale promessa da Adolf Hitler. Magari è avventato dirlo, ma la descrizione più veritiera del nazifascismo, al di là delle atrocità, rimane quella del film di Charlie Chaplin: non grandi dittatori, ma uomini ridicoli. Boccaloni che credono a frottole adulanti, più che mefistofelici Goebbels in perenne modalità propaganda.

Sono tanti i re Lear rovinati dalle proprie fantasticherie. L'ultima arrogante intimazione di Muammar Gheddafi ai rivoltosi libici nel 2011 risale e pochi giorni prima di essere fatto a pezzi. Più fortunati Bokassa e Idi Amin Dada: ebbero il tempo di fare i bagagli e partire per l'esilio. Non facciamo pronostici sul nordcoreano Kim: qualcuno lo tradirà, o morirà tranquillo nel proprio letto come Stalin? Quel che è certo, è che i regimi totalitari si sfaldano quasi sempre senza preavviso. Nessun servizio segreto o centro studi al mondo l'8 novembre 1989 avrebbe scommesso sul crollo del comunismo. 

Per questo la parola d'ordine degli ucraini non è 'vincere', ma 'logorare'. O almeno 'alzare il prezzo'. Probabilmente è eccessiva l'attuale stima di 30mila soldati russi messi fuori combattimento ogni mese, uccisi o feriti. Ma finché i droni di Kiev minacceranno direttamente Mosca e San Pietroburgo, è facile che qualcuno al Cremlino perda la testa, confondendo fiumi con città e spacciando sconfitte per vittorie. 

Monday, June 29, 2026

Mezzo secolo di liti. Lo scisma dei lefebvriani: Vaticano addio

I primi scontri fra il cardinale Lefebvre e Paolo VI negli anni Settanta. Conservatori, contrari all’aperture del Concilio Vaticano II, celebrano messa in latino. Con Ratzinger la tregua, con Francesco la riapertura delle ostilità. Ora nominano quattro vescovi senza l’ok di Leone

di Mauro Suttora

29 giugno 2026

Tutta colpa della Pachamama. La dea della Terra cara agli Incas è venerata da molti in Sudamerica, ma vederla benedetta da papa Francesco a Roma nel 2019 durante il sinodo sull’Amazzonia è stato troppo. “Atto demoniaco e idolatra”, lo bollarono i lefebvriani, cattolici tradizionalisti che celebrano ancora la messa in latino. Dopo la morte di Bergoglio, i 600mila aderenti alla Fraternità San Pio X speravano che il nuovo Papa avrebbe abbandonato le sue aperture ecumeniche e moderniste.

E invece il primo luglio avverrà lo scisma fra i lefebvriani e la Chiesa cattolica, perché papa Leone XIV non può accettare che la Confraternita consacri quattro vescovi senza il suo permesso.

La cerimonia avrà luogo a Écône in Svizzera, sede centrale del movimento fondato nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-91). Le posizioni sembrano irremovibili. Cosicché, mezzo millennio dopo lo scisma protestante e mille anni dopo quello ortodosso, eccoci assistere a un vero e proprio avvenimento storico.

Per la verità i lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso.

La Fraternità può contare oggi su 730 sacerdoti, 260 seminaristi e 250 suore. In Italia ha diverse migliaia di fedeli, con quattro priorati ad Albano Laziale (Roma), Spadarolo (Rimini), Montalenghe (Torino) e Silea (Treviso) e presenze di rilievo in una ventina di altri centri urbani. Il superiore generale dal 2018 è un italiano, Davide Pagliarani.

I lefebvriani non hanno mai accettato le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II nel 1965. Ma già papa Giovanni XXIII si scontrò con Lefebvre quand’era nunzio a Parigi nei primi anni ‘50. Forte dei suoi successi come missionario in Africa (triplicò i cattolici in Gabon), Lefebvre era riottoso nei confronti di ogni “modernismo”, proprio come lo fu papa san Pio X, successore guarda caso dell’innovatore Leone XIII, che ispira non solo nel nome Robert Prevost.

Negli anni ‘70 avvenne il grande scontro con Paolo VI, che comminò la sospensione a divinis per Lefebvre.

Dal tentativo di celebrare un funerale per il nazista Erich Priebke al divieto per le donne di indossare i pantaloni a messa, gli adepti della Fraternità San Pio X si collocano nel solco della ribollente destra mondiale. Detestano gli incontri ecumenici di Assisi e ogni concessione al relativismo religioso, soprattutto nei confronti dell'Islam. Per questo, a meno di un miracolo, la frattura del primo luglio col Vaticano appare definitiva.

Thursday, June 04, 2026

Con il cuore in quella piazza. Storia delicata da Tienanmen, a 37 anni dalla carneficina di ragazzi

Wu Mei Li aveva 18 anni: “Vogliamo democrazia, diritti umani e giustizia”, diceva, e “voglio potere andare dove voglio”. Se non è morta in quella rivolta disarmata, oggi ha 55 anni e, se scrive Tienanmen sui social, poi arriva la polizia

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 4 giugno 2026 

Articolo 1. La Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista a dittatura del proletariato, diretto dalla classe operaia e basato sull’alleanza degli operai e dei contadini.

Articolo 2. Il Partito comunista cinese è il nucleo dirigente dell’intero popolo cinese. La classe operaia esercita la direzione sullo Stato attraverso la sua avanguardia, il Partito comunista cinese. Il marxismo-leninismo-maoismo costituisce la base teorica che guida il pensiero della nostra nazione.

Non è uno scherzo. È la Costituzione della Cina tuttora in vigore, che si autodefinisce orgogliosamente “dittatura comunista”. Ce n’eravamo dimenticati, osservando il felpato Xi Jinping fare un figurone di equilibrio e sobrietà rispetto ai disperanti Donald Trump e Vladimir Putin. E invece conviene, ogni anno, ricordare il 4 giugno. Sono passati 37 anni dalla strage di piazza Tienanmen, che fu terribile soprattutto perché rimasta senza un numero preciso di morti. “Qualche migliaio”, e così gli studenti schiacciati dai cingoli dei carri armati in quel 1989 sfumano nella vaghezza.

Un po’ come le vittime del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale scatenati da Mao Tse Tung negli anni ‘60. “Milioni di morti”, dicono i libri di storia. E se qualcuno azzarda “15 milioni” viene bollato come propagandista di destra.

L’elegante statista Xi sembra lontano, almeno nei modi, da quegli orrori. Genocidi? No, perché accortamente i Paesi comunisti fecero escludere dalla lista dei gruppi a rischio indicati nella Convenzione del 1948 (nazionali, etnici, razziali, religiosi) quelli economici e sociali, ovvero l’odiata classe borghese. Liberamente sterminabile, quindi, in nome della falce e martello degli “operai e contadini” ancora glorificati dalla Costituzione cinese.

Erano sporchi borghesi gli studenti che protestavano in piazza Tienanmen? Non me ne accorsi, quando li intervistai sotto le loro tende. “Vogliamo solo poter scegliere i nostri capi”, mi rispose con disarmante semplicità Wu Mei Li, studentessa 18enne (ne dimostrava 14) al primo anno di lingue straniere. Portava un vestitino rosa, aveva un fioccone sui capelli, e per arrivare a Pechino si era messa le scarpe di vernice nera col tacco. Studiava a Xian, l’antica capitale dell’impero cinese a 900 chilometri da Pechino. Da grande voleva fare la traduttrice, studiava l’inglese da un anno e lo parlava già piuttosto bene. Sapeva anche il giapponese.

Si aggirava nell’immensa piazza con gli occhi sgranati per la felicità, la stanchezza e la meraviglia, tenendo per mano la sua compagna di classe Chen Hong Moi. Ci avevano messo due giorni per arrivare in treno, loro e altri trenta universitari della facoltà. Ma ne era valsa la pena: l’ultimo weekend di quel “maggio rivoluzionario del 1989 cinese” sarebbe rimasto per la piccola Wu quello più eccitante della sua vita. Era la prima volta che vedeva Pechino. “Siamo scappate giovedì senza dire niente alle nostre famiglie, né al preside di facoltà. Altrimenti non ci avrebbero permesso di venire”. La prima notte avevano dormito in piazza, per terra, nei sacchi a pelo. Poi trovarono posto nelle tende in cellophane tenute in piedi da un mese con canne di bambù.

Perché sei venuta a protestare, Wu?

“Perché voglio democrazia, diritti umani e giustizia”.

Cos’è la democrazia?

“Riformare il governo”.

E i diritti umani?

“Poter andare dove si vuole. Io, per esempio, vorrei lavorare come guida turistica a Pechino, ma so già che non potrò farlo. Troppi raccomandati da padri potenti, dal partito”.

Non ho saputo più nulla di Wu Mei Li. Se non è stata uccisa a Tienanmen, oggi ha 55 anni. E deve stare attenta: i cinesi che in questi giorni osano anche solo scrivere la parola Tienanmen sui social, il mattino dopo si ritrovano i poliziotti in casa. Potenza della “dittatura del proletariato”.

Wu Mei Li (a destra) in piazza Tienanmen, Pechino, maggio 1989

 

Tuesday, May 12, 2026

Svizzera a numero chiuso. La campagna sovranista per un tetto a 10 milioni di abitanti

Si incrociano due preoccupazioni: a sinistra quella per la sostenibilità dell'impronta ecologica, a destra quella per la perdita d'identità (perfino paura di sostituzione etnica). Se si sommassero, il referendum del 14 giugno sarebbe già vinto

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 12 maggio 2026

Erano cinque milioni nel 1956, sette milioni nel 1994. Poi è cominciata la moltiplicazione degli abitanti svizzeri: otto milioni nel 2012, nove milioni oggi. "No a una Svizzera da dieci milioni!": questo è il referendum che si terrà il 14 giugno, promosso dall'Udc (Unione democratica di centro). 

Sola contro tutti, la destra sovranista (che dal 1991 ha triplicato i propri voti, dall'11% all'attuale 28-29%) chiede un controllo rigoroso dell'immigrazione, affinché i residenti in Svizzera non superino i dieci milioni. La confederazione dovrebbe prendere provvedimenti appena la popolazione arriverà a 9,5 milioni. Se l'iniziativa vincerà, potrebbe annullare l'intesa con la Ue sulla libera circolazione e diversi altri accordi. 

La campagna è già molto accesa. L'immigrazione annua è infatti esplosa dai 91mila del 1997 ai 180mila del 2008, fino a raggiungere 260mila nel 2023 e 212mila l'anno successivo. La crescita naturale degli abitanti (differenza fra nascite e morti) è invece scesa dai 20mila del 2018 agli attuali 6mila. 

Quindi l'aumento della popolazione è dovuto quasi esclusivamente agli immigrati. Che diventano cittadini solo in minima parte, circa 40mila all'anno. Attualmente un quarto dei residenti in Svizzera non ha la cittadinanza e non vota, anche se gode di eguali diritti sociali ed economici. Per questo i partiti di centro e di sinistra accusano l'Udc di razzismo, oltre che di danneggiare l'economia se la proposta verrà accolta. 

Il controllo della crescita della popolazione era un caposaldo delle battaglie per l'ambiente fino agli anni '80. Poi, con i misfatti del controllo coatto delle nascite in Cina e la denatalità nei Paesi sviluppati, il tema è stato abbandonato. Anzi, le grandi associazioni ecologiste che ancora lo propugnavano, come il Sierra Club negli Usa, sono state accusate di razzismo e malthusianesimo, visto che l'eccessiva natalità oggi è un problema solo in Africa. 

Tuttavia, anche nel 2025 gli abitanti della Terra sono aumentati di 70 milioni. Esattamente come mezzo secolo fa. La fecondità media delle donne infatti si è dimezzata, ma poiché la popolazione totale nel frattempo è raddoppiata (da quattro a otto miliardi), il risultato non cambia. 

La magra consolazione è che questi 70 milioni in più vivranno in Paesi sottosviluppati, quindi consumeranno poco e causeranno poche emissioni. Ma anche questo è un ragionamento razzista: gli africani hanno diritto al nostro livello di consumi, e prima o poi ci arriveranno. Facendo salire anch'essi il riscaldamento globale. 

In Svizzera si incrociano le due preoccupazioni: a sinistra quella per la sostenibilità dell'impronta ecologica, a destra quella per la perdita d'identità, fino alla paura della "sostituzione etnica" agitata dagli estremisti. Se si sommassero, il referendum del 14 giugno è già vinto. 

La Svizzera è un caso atipico in Europa: è l'unico Paese che negli ultimi trent'anni ha aumentato i propri abitanti del 30%. E non per crescita endogena. Tutti gli altri sono stazionari, l'Italia è diminuita da 60 a 59 milioni. Se avessimo lo stesso ritmo d'aumento svizzero, avremmo già superato i cento milioni. Ma la ricchezza del Paese elvetico continua ad attirare immigrati, e ora si vogliono porre limiti.