Thursday, August 27, 2026

In morte di un genocida. Ratko Mladić lascia in Bosnia ferite mai rimarginate

È morto a 84 anni, in carcere all'Aja, il generale serbo-bosniaco che ordinò a Srebrenica nel luglio 1995 l'uccisione di 8mila prigionieri di guerra musulmani scheletriti, sterminati a freddo con colpi di pistola e mitraglia. Con Karadzić guidò i cecchini che per anni si divertirono a prendere di mira i civili croati e musulmani a Sarajevo.

di Mauro Suttora 

Huffingtonpost.it, 27 agosto 2026 

Non è mai una bella notizia quando un 84enne muore in carcere. Per gli over 80, e dopo qualche ictus, potrebbe esserci un briciolo di pietà. O forse no, nel caso del generale Ratko Mladić, il macellaio di Srebrenica, spentosi in un manicomio criminale dell'Aja. Ecco un vero genocida, in coppia con il presidente della Bosnia serba Radovan Karadzic, suo compare oggi 81enne anch'egli ergastolano, ma spostato dalla giustizia internazionale in un carcere britannico per scontare la pena.

Chi non ha seguito da vicino la tremenda guerra civile jugoslava negli anni '90 non può rendersi conto dei livelli di abominio in cui i due fecero precipitare un Paese apparentemente moderno nel cuore dell'Europa. Sarajevo, reduce dalle festose Olimpiadi invernali 1984, trasformata in un campo di tiro al piccione, dove i cecchini di Mladić si divertirono per anni a prendere di mira i civili croati e musulmani che andavano al mercato (con l'atroce sospetto che alla mattanza abbiano partecipato anche turisti della morte italiani, paganti per la caccia all'uomo invece che per quella, classica, all'orso in Slovenia).  

E poi Srebrenica, luglio 1995, con la strage peggiore dopo Hitler: 8mila prigionieri di guerra musulmani scheletriti, sterminati a freddo con colpi di pistola e mitraglia nel giro di pochi giorni. Perfino i nazisti, dopo qualche tentativo iniziale di eliminare gli ebrei in tal modo, uno ad uno, avevano trovato questa modalità troppo disumana e faticosa, optando per le più efficienti, rapide e industriali camere a gas con forni annessi.

Dopo l'orrore di Srebrenica bastarono pochi giorni di bombardamenti per costringere i serbi alla pace di Dayton. Il copione rischiò di ripetersi nel 1999 ai danni degli albanesi di Kosovo. E anche lì la follia omicida della Serbia di Slobodan Milosević fu domata solo dai bombardamenti Nato - questa volta senza il sì russo. 

Nel frattempo Mladic e Karadzic erano scappati, e soltanto dopo un decennio il Tribunale internazionale dell'Aja riuscì a scovarli nei loro nascondigli in Serbia. Milosevic si era già suicidato in carcere prima della condanna. La loro invece è arrivata tardissimo, dopo estenuanti processi: nel 2021 per Mladić, nel 2019 per Karadzić. 

Nel frattempo, un po' per bilanciare la giustizia internazionale, un po' per calmare i serbi tuttora aggressivamente vittimisti e permettere al Kosovo di entrare nella Ue, all'Aja è iniziato un altro processo: quello ad Hashim Thaci, capo dei guerriglieri e poi presidente kosovaro. Da quasi sei anni Thaci, che contrariamente a Mladić si è consegnato spontaneamente, langue nel carcere olandese, dimenticato da tutto il mondo tranne che dai compatrioti albanesi. Accusato di varie violenze, può anche darsi che ne venga giudicato colpevole. Ma è in ogni caso grottesco il tempo trascorso dagli eventi: immaginiamo un processo di Norimberga finito 27 anni dopo gli eventi, nel 1972. 

È questo il grande fallimento delle Corti penali internazionali. Che non sono riuscite neppure ad acquietare i conflitti in campo. La Bosnia infatti resta una polveriera divisa in tre, con fragili presidenze a turno e pulizie etniche iniziate da Mladic, fortunatamente non portate a termine, ma con ferite mai rimarginate. Ancora purulenta la piaga pure in Kosovo, dove periodicamente i serbi rimasti maggiorita nella zona di Mitrovica si ribellano alle angherie subìte dai kosovari albanesi, e viceversa.

Perché nelle guerre (Mladić a parte) ragioni e torti non stanno mai tutti da una parte sola. Basti ricordare la pulizia etnica - questa sì portata a termine - dei croati ai danni dei serbi nella Krajna di Knin. 

Se è permesso un ricordo personale, andai per il settimanale Europeo nella guerra jugoslava con Gianfranco Moroldo, leggendario fotografo di Oriana Fallaci. Per equanimità ci recammo prima in un villaggio serbo, e poi in quello prospiciente di cattolici croati, guidati da un bellicoso frate. Raccolte le versioni degli uni e degli altri, verso sera mentre ce ne andavamo finimmo con l'auto in mezzo a un loro improvviso fuoco incrociato. Scoprimmo a nostre spese che le ostilità iniziavano ogni pomeriggio dopo le 18, e soprattutto dopo abbondanti bevute. Una guerra etilica. "Mauro, non mi portare più in questi posti di pazzi", mi intimò Moroldo, che pure aveva visto tutti i peggiori conflitti del mondo, dal Biafra al Vietnam. 

Tuesday, August 25, 2026

È Vannacci, sembra Hamas. Sostituite Islam a cristianità, dicono le stesse cose

Il programma del generale, oltre a rintocchi fascisteggianti, è pieno di analogie con principi del gruppo terroristico di Palestina. Dai genitori che potranno votare anche al posto dei pargoli minorenni, allo scegliere oggi per che cosa vivere e morire: l'ora del destino, avrebbe detto il duce, ma anche il capo palestinese Yahya Sinwar

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 agosto 2026  

Hamas è riottosa, non vuole deporre le armi a Gaza? Nessun problema: può consegnarle al generale Roberto Vannacci, che le distribuirà agli studenti italiani. Il programma del suo partito infatti prevede l'introduzione di una nuova materia, l'educazione militare. E gli scolari più ardimentosi parteciperanno a "campi e attività esterne", come facevano i simpatici neofascisti negli anni '70.

Non è l'unica assonanza fra il verbo paramilitare di Hamas e Vannacci. Nel suo ponderoso documento programmatico di oltre cento pagine basta sostituire l'islam con la cristianità, e il gioco è fatto. C'è una sola nota lieta nel logorroico sproloquio vannacciano: il titolo. Bip, come l'uccello nei cartoni animati di Speedy Gonzales. Sta per Base ideologica programmatica, e invece dell'invocazione ad Allah inizia con una del pontefice più reazionario degli ultimi due secoli: Pio IX: "Benedite, gran Dio, l'Italia!". Peccato che quel papa li mandasse a morte, i garibaldini combattenti per l'Italia. Poveri patrioti, chissà da che parte sarebbe stato un ipotetico caporale Poveracci nell'800. A giudicare dal putinismo dell'attuale, dalla parte sbagliata.

 C'è poi, sempre in exergo, una citazione di Pier Paolo Pasolini: "Destra divina che è dentro di noi, nel sonno". Qui la scivolata è clamorosa. Nella loro analfabetica velleità di annettere il poeta comunista, gli estremisti di destra si sono eccitati scoprendo questo verso della sua poesia Saluto e augurio.

Peccato si trattasse solo del saluto a un giovane fascista morto combattendo 21enne, che Pasolini ricordò con questi bei versi sognanti in friulano: 

"Puarta cun mans di sant o soldàt

l'intimitàt cu'l Re, Destra divina

Ch'a è drenti di nu, tal siùn"

Traduzione:

"Porta con mani di santo o soldato

l'intimità col Re, Destra divina

che è dentro di noi, nel sonno".

Nessuna deificazione della destra, dunque. E Vannacci ci fa semmai la figura dello jettatore necrofilo. 

Poi il generale comincia a soffiare nella tromba, e scrive (o chi per lui) tonitruante: "Coraggio, dovere, disciplina, spirito di sacrificio: senza virtù non esiste una comunità solida". Il sacrificio, mi raccomando, come i martiri di Hamas.

"Servono strumenti efficaci e scelte nette per difendere ordine e sicurezza. [...] Chiediamo a chi ci segue una scelta: partecipare con convinzione, rispettare la comunità, tenere alto il livello del confronto e della disciplina". Disciplina.

Continua il proclama dei jihadisti alle vongole: loro progettano "un futuro all'altezza della nostra storia e dell’anelito ad affrontare con ardore, virtù e sacrificio le sfide posteci dinnanzi dall’ora presente. Questo è l’attimo in cui il passato e il futuro si incontrano ponendoci la sfida della libertà: scegliere adesso per che cosa vivere e morire". Insomma l'ora del destino, avrebbe detto il duce, ma anche il capo palestinese Yahya Sinwar.

Poi il documento decolla e si libra nei cieli della retorica nazionalista: "Facciamo della Nazione il nostro spazio di esistenza, di sogno e di azione [...] Il Generale Roberto Vannacci ha indicato il cuore della missione: imboccare la via per tornare ad essere, rapidamente e senza moderazione, un Paese identitario, sovrano, sicuro". Senza moderazione.

Ed ecco gli inevitabili "valori non negoziabili, a cominciare dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale, dell’identità cristiana, della concezione romana del diritto: linee rosse che non possono essere valicate, costi quel che costi". Costi quel che costi.  Quindi "è tempo per la rinascita di un pensiero e di un'azione tipicamente romani e cristiani". "Patriottismo realista e infaticabile", per "rinnovare la fierezza del popolo italiano".

Può mancare a questo punto il sangue? "I popoli italici sono una comunità di diritto e di sangue, perché fondati sulla famiglia, che è una società di diritto e di sangue e che è la fonte della nazione". (Hitler: "Blut und Boden, sangue e suolo)

Ma oltre all'ematologia anche i capelli, perbacco: "La ricchezza dei tratti specifici dei nostri volti, dei nostri capelli, dei nostri occhi". E tanti saluti alla chioma crespa della primatista mondiale di nuoto Sara Curtis.

Che cos’è la Patria? "È la terra dei padri che, nei secoli, hanno costruito le stesse strade, raccontato le stesse storie", e soprattutto "combattuto sullo stesso fronte".

Qualcuno ha da ridire? "Noi tireremo dritto!", conclude tetragono il programma vannacciano. Un'altra delle tante parafrasi di Mussolini: così urlò l'8 settembre 1935 da palazzo Venezia contro le sanzioni per la sua sciagurata guerra d'Etiopia.

Quali guerre vuole combattere il generalissimo? Ovvio, la remigrazione (specificata al centimetro, in ben 22 punti). E l'aborto, restringendo i criteri della legge ma anche quelli della pillola del giorno dopo, che gli aborti invece li eviterebbe. Il fanatismo vannacciano arriva al punto di erogare i bonus bebé già ai feti, visto che la vita nasce al concepimento e non alla nascita. E, sempre per valorizzare la natalità, un'altra nota tragicomica: i genitori potranno votare anche al posto dei pargoli minorenni, tanti figli tante schede.

Pure qui, la sintonia con l'entusiasmo demografico di Hamas è perfetta: gli islamisti costringono le donne di Gaza a figliare più che a Calcutta per contrastare i sionisti (Benito: "Il numero è potenza"), i fasci vannacciani per combattere la "sostituzione etnica".

Siccome pensano di essere colti, spiegano: "La maggiore invasione dell'Italia fu quella dei longobardi. Ma erano solo 300mila su otto milioni di abitanti che aveva allora la nostra penisola, quindi il 4%. Mentre ora gli stranieri sono già il 12%. E i longobardi comunque si convertirono al cristianesimo. I normanni erano già cristiani quando arrivarono. Gli arabi di Sicilia li cacciammo".

Buona caccia, camerati 

Friday, August 14, 2026

Finalmente gli aiuti a Gaza riducono i bambini che non mangiano

L'ultimo report Onu getta qualche luce nel quadro di sofferenza nella Striscia: l'1,3% dei bambini fino a 5 anni in stato di malnutrizione acuta è un livello molto inferiore a diversi paesi della regione. C'è poi un 12% in malnutrizione cronica e si stimano 74mila bambini da curare nel prossimo anno. E c'è una pace lontana, ma la tregua, seppur violata, permette la distribuzione di cibo

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 14 agosto 2026

Finalmente una buona notizia da Gaza. I bambini fino a 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta sono calati all'1,3%. Un risultato quasi incredibile, dopo le vicissitudini di questi anni. E ancor più sorprendente se paragonato ai tassi di malnutrizione acuta dei Paesi vicini: Siria 12%, Sudan 17%, Yemen 16%. Perfino in Paesi non toccati dalla guerra i bimbi stanno peggio che a Gaza: Egitto 3%, Giordania 2%. Sono dati Onu. Il suo Ocha (Office for the coordination of humanitarian affairs) il 7 agosto ha pubblicato i risultati di un'indagine condotta a giugno su un campione di 1335 bimbi da 0 a 59 mesi, che copre l'83% della popolazione. 

Naturalmente a Gaza si soffre ancora. Il 12% dei bimbi mangia poco e male: "malnutrizione cronica" che causa problemi di crescita. Uno su tre ha avuto diarrea o febbre nelle due settimane prima dell'indagine. Unicef, Fao e Wfp (World food program) avvertono che la crisi non è finita, e che 74mila bambini dovranno essere curati nel prossimo anno. Ma sono un po' più lontane le notizie drammatiche che arrivavano dalla Striscia fino a un anno fa. 

La tregua, seppur violata, permette finalmente la distribuzione di cibo, senza taglieggiamenti e incidenti.  

I risultati dell'indagine avrebbero potuto essere perfino migliori, con percentuali di malnutrizione acuta sotto l'1%, se non si fosse tenuto conto dei due campi profughi palestinesi di Rafah e Khan Yunis. Dove peraltro la miseria dura da quasi 80 anni: i primi rifugiati arrivarono nel 1948. 

Il fragilissimo processo di pace ora si scontra con due fattori. 

Il primo è il no di Israele al suo ritiro dal 60% della Striscia di Gaza che occupa (perlopiù terreni semidesertici, ma anche campi agricoli che potrebbero contribuire ad alleviare la totale dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali), finché i guerriglieri di Hamas non deporranno tutte le armi, anche leggere.

Il secondo no, speculare, è quello di Hamas alla consegna di mitragliatrici e kalashnikov. Il vero problema è che i suoi militanti si troverebbero disarmati, oltre che di fronte agli israeliani, anche verso alcune tribù palestinesi per niente tenere nei loro confronti. 

Probabilmente lo stallo durerà ancora due mesi e mezzo, fino al voto in Israele del 27 ottobre. Anche i palestinesi hanno elezioni locali in vista, col ritorno a Gaza dei moderati dell'Anp (Autorità nazionale palestinese) cacciati dagli islamisti di Hamas nel 2007. Insomma, la situazione è precaria e Israele dà ancora la caccia ai partecipanti ai massacri del 7 ottobre 2023, identificati nei video. Ma a Gaza diminuiscono i bimbi che rischiano di morire di fame.

Thursday, July 23, 2026

Generazione di secondini. L’Illusione di combattere il male proibendolo

I social vietati in Francia dopo l’Australia, il fumo in Spagna dopo il Regno Unito: un’ondata di proibizionismo colpisce soprattutto i minorenni e li trasforma in minorati. Un effetto cinese o iraniano sul nostro modo di pensare

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 23 luglio 2026 

Cos’è tutta questa ondata di proibizionismo? Le sigarette in Spagna dopo l’Inghilterra, i social in Francia dopo l’Australia. Soprattutto contro i minorenni. Chi l’avrebbe mai detto che saremmo diventati una generazione di secondini?

Eppure i dati dicono che non c’è bisogno di divieti. Già adesso il 95% dei teenager spagnoli non fuma quotidianamente, e solo il 15% di loro si è concesso qualche sigaretta nell’ultimo mese. Niente da fare. Il governo Sanchez ha approvato un progetto di legge che proibisce il fumo dappertutto, al chiuso, all’aperto, tranne che a casa propria. Attenzione anche a quando si circola in Spagna: perfino dentro alla vostra auto il vigile vi multerà (da 30 a 60 euro, ma fino a 10mila per recidive e violazioni gravi) se fumate portando un minore o una donna incinta. Se poi il minorenne, magari vostro figlio, è un fumatore pure lui, nascerà la surreale fattispecie dell’automulta: sanzione comminata contemporaneamente per i nuovi reati di fumo passivo e fumo attivo.

Ancor più divertente il governo britannico, che da tre mesi vieta la vendita di sigarette, tabacco e svapo a tutti i nati dopo il primo gennaio 2009. Si è creato così un diritto penale non più di genere (femminicidio) ma di generazione: gli attuali 17enni del Regno Unito non potranno mai, nella loro vita, entrare legalmente da un tabaccaio. Ovviamente potranno farsi comprare le sigarette dai nati fino al 31 dicembre 2008, tenerle in casa, portarle in giro, fumarsele nei (pochi) luoghi consentiti. Ma acquistarle no.

“Siamo i primi al mondo ad avere creato un generazione di giovani smoke-free”, si è autocomplimentata la ministra della Salute britannica.

L’illusione di combattere il male proibendolo trasforma i minorenni in minorati anche in altri campi. Lo scorso dicembre l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni. Legge fallita: il 70% di loro continua ad accedere alle piattaforme eludendo le restrizioni, spesso usando le Vpn (Virtual private networks, reti private virtuali), proprio come nelle dittature Cina o Iran.

Nonostante questo fiasco, la Francia insiste. Martedì ha approvato una legge uguale tranne che per l’età: 15 anni invece di 16. Anch’essa impossibile da applicare, da sanzionare, da far rispettare, come tutti i provvedimenti “sociologici” senza una concreta base giuridica. Ma il nostro ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara vuole replicarla anche in Italia.

Eppure esiste la prova che le proibizioni eccessive spesso ottengono il risultato opposto. Basti pensare al Green deal europeo, in corso di annacquamento se non di smantellamento a causa dei suoi obiettivi troppo ambiziosi. 

Alex Langer, profeta dell’ecologia, ammoniva: “Non è con i divieti che si farà avanzare l’ambientalismo. Il vigile può multarti quando raccogli un fungo proibito, ma bisogna essere convinti a rinunciarci spontaneamente, se si vuole che l’ecologia diventi desiderabile, e quindi abbia successo”.

È l’eterno dilemma fra libertà e autoritarismo, antico quanto la mela di Adamo ed Eva. A forza di veti e divieti imposti da politici alla guida di stati sempre più invadenti, rischia di avverarsi l’incubo di Bob Dylan: “Sometimes I think this old world is one big prison yard: some of us are prisoners, the rest of us are guards”. “A volte penso che questo vecchio mondo sia il cortile di una grande prigione: alcuni di noi sono prigionieri, il resto guardie” (George Jackson, 1972) 

Friday, July 10, 2026

L’uomo che ci salvò dalle cento Seveso

A cinquant’anni dal più grande disastro ambientale della storia italiana, un breve ricordo del caporeparto che evitò l’esplosione e una tragedia immane. Carlo Galante e una medaglia ricevuta da morto. Storie di coscienze rilavate di verde

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 luglio 2026 

Sabato 10 luglio 1976 Carlo Galante stava pranzando nella sua casa di Seveso (20 km a nord di Milano, oggi provincia di Monza Brianza). Era caporeparto all’Icmesa (Industrie chimiche Meda società per azioni), azienda che produceva composti per profumi e diserbanti. Sentì un fischio provenire dalla fabbrica. Si precipitò a piedi nel cuore dell’impianto, deserto per il fine settimana ma attivo. Il reattore si era surriscaldato a 250 gradi e c’era una grossa perdita. Galante mantenne la calma, afferrò un respiratore, lo indossò e corse ad azionare il rubinetto per il raffreddamento. Grazie a lui l’Icmesa non scoppiò, causando danni cento volte superiori. Per questa azione eroica ha ottenuto una medaglia d’argento al valore civile. Ma solo nel 2017, alla memoria. Lui è mancato nel 2004.

Chi non viveva in Italia mezzo secolo fa non può capire il clamore mondiale che provocò quella fuga di diossina. Ancor oggi quello di Seveso è considerato uno dei peggiori disastri industriali della storia. Al primo posto ovviamente Cernobyl. Al secondo Bhopal, 1984: 25mila vittime in India. 

Grazie a Dio in Italia non ci furono vittime umane (anche se alcuni tipi di tumore sono aumentati nei decenni successivi). Ma quasi un migliaio di persone dovettero lasciare le loro abitazioni nei 15 ettari contaminati dalla diossina, e poterono tornare dagli alberghi di Bruzzano e Assago dov’erano sfollati solo dopo un anno e mezzo; una quarantina di case furono abbattute. Tremila animali d’allevamento furono avvelenati dai 18 chili di diossina fuoriusciti con la nube tossica, 80 mila dovettero essere macellati per precauzione.

La cosa più incredibile è che, nonostante la nuvola tossica rosa fosse stata vista in mezza Brianza, da Meda a Desio, da Cesano Maderno a Bovisio Masciago, il giorno dopo nessun giornale o tv ne parlò. La notizia apparve soltanto dopo una settimana. Eppure la cloracne, con ustioni di primo e secondo grado, colpì subito la pelle di 447 abitanti, soprattutto bambini. “Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici”, scrisse il Corriere della Sera, però il 17 luglio. E il Giorno, nella stessa data: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas”. 

Ci furono aborti spontanei, l’appena eletta deputata radicale Emma Bonino ottenne dal governo democristiano la facoltà per le donne dell’area di praticare l’aborto, allora proibito. L’arcivescovo di Milano invece lanciò un appello alle famiglie per accogliere eventuali bimbi focomelici.

Seveso divenne sinonimo di catastrofe ambientale: “direttiva Seveso” fu chiamata quella che la Ue (allora Cee) emanò per prevenire i rischi industriali. Ma solo nel 1982, dopo sei lunghi anni di battaglie. Oggi l’area, decontaminata, è coperta da un bosco di querce. Nel 2019 la multinazionale farmaceutica svizzera Roche ha finanziato la piantumazione di un centinaio di alberelli in un terreno nella zona di Sant’Albino a Monza, pochi chilometri da Seveso. Due anni dopo erano tutti morti. Grottesco greenwashing: la Roche era proprietaria della fabbrica Icmesa. Intendiamoci: questi rimboschimenti sponsorizzati da associazioni ecologiste sono benemeriti. Tuttavia non sempre gli sponsor scelti sembrano avere le carte in regola per fregiarsi del titolo di “amico del verde”.

Oltre a Big Pharma, Lamborghini ha messo a dimora 2500 alberi a San Giovanni Persiceto (Bologna) e Nonantola (Modena); idem la multinazionale Usa PepsiCo con mille alberi a San Giovanni Rotondo (Foggia) e altri mille a Casale Monferrato (Alessandria); Nespresso, del gigante svizzero Nestlé nel mirino degli ecologisti da mezzo secolo per il suo latte in polvere ai neonati africani, nel 2024 ha rimboscato mezzo ettaro a Pradamano (Udine). E pazienza se i suoi miliardi di capsule monouso non sono riciclabili in casa: bisogna riportarle nelle boutique Nespresso. Quanto alla catena di benzinai Q8, si sente più green da quando è intervenuta su un terreno ad Amalfi (Salerno). 

Si fatica ad afferrare cosa possa esserci di ecologico in un’azienda automobilistica di bolidi ad alta cilindrata, quindi con grosse emissioni, o in un gigante di carburanti fossili. Ma lavarsi di verde la coscienza sembra andare di moda, cinquant’anni dopo Seveso.

Sunday, July 05, 2026

Le frottole di Putin

La bufala di Stary Oskol. Mad Vlad  annuncia trionfante di aver circondato cinquemila soldati ucraini intorno a quel fiume. Ma quel fiume non esiste. Assomiglia sempre più ad Alì il comico, leggete per capire il perché

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 luglio 2026

Adesso, con Google maps, è facile controllare. Stary Oskol non è un fiume, quindi "cinquemila soldati ucraini" non possono essere stati "circondati" dai russi in quella zona, come ha annunciato trionfale Vladimir Putin due giorni fa in un'intervista alla tv Vesti.

Probabilmente il capo del Cremlino si è confuso con una città di 200mila abitanti con quel nome. Peccato che si trovi ben cento chilometri dentro al confine russo, lontanissima dal fronte. Quanto al fiume Oskol, scorre sia in Russia che in Ucraina. Ma non si hanno notizie di combattimenti in quella zona.

Insomma, ancora una volta Mad Vlad ha dimostrato di vivere in un mondo tutto suo. "Stiamo vincendo", continua a vantarsi da quattro anni. E assomiglia sempre più ad 'Alì il comico', il ministro dell'informazione iracheno che nel 2003 appariva in tv assicurando: "I soldati americani sono terrorizzati, si stanno suicidando impiccandosi ai cancelli di Bagdad. I tank Usa vengono catturati o bruciati. Gli statunitensi si arrenderanno".

Il giorno dopo Bagdad cadde.

Non che ci sia bisogno di essere dittatori per perdere contatto con la realtà. Ogni volta che Donald Trump apre bocca, è uno spettacolo di varietà. Però essere continuamente imboccati da cortigiani, che temono per la propria vita se portano brutte notizie, aiuta. Immaginiamo il povero generale russo che ha fornito a Putin la bufala su Stary Oskol. Verrà punito? Finirà in prima linea?

L'atmosfera che circonda gli autocrati è stata ben descritta nei diari di Galeazzo Ciano e Giuseppe Bottai. Nessuno dei gerarchi fascisti nel 1943 osava dire la verità a Benito Mussolini: la guerra è persa. Ci vollero lo sbarco alleato in Sicilia e il bombardamento di San Lorenzo per farglielo capire.

Ciononostante, Benito si aggrappò fino all'ultimo alle illusioni della pace separata, del ridotto in Valtellina o della fuga in Svizzera. Tutte corroborate dalla fiducia nell'arma letale finale promessa da Adolf Hitler. Magari è avventato dirlo, ma la descrizione più veritiera del nazifascismo, al di là delle atrocità, rimane quella del film di Charlie Chaplin: non grandi dittatori, ma uomini ridicoli. Boccaloni che credono a frottole adulanti, più che mefistofelici Goebbels in perenne modalità propaganda.

Sono tanti i re Lear rovinati dalle proprie fantasticherie. L'ultima arrogante intimazione di Muammar Gheddafi ai rivoltosi libici nel 2011 risale e pochi giorni prima di essere fatto a pezzi. Più fortunati Bokassa e Idi Amin Dada: ebbero il tempo di fare i bagagli e partire per l'esilio. Non facciamo pronostici sul nordcoreano Kim: qualcuno lo tradirà, o morirà tranquillo nel proprio letto come Stalin? Quel che è certo, è che i regimi totalitari si sfaldano quasi sempre senza preavviso. Nessun servizio segreto o centro studi al mondo l'8 novembre 1989 avrebbe scommesso sul crollo del comunismo. 

Per questo la parola d'ordine degli ucraini non è 'vincere', ma 'logorare'. O almeno 'alzare il prezzo'. Probabilmente è eccessiva l'attuale stima di 30mila soldati russi messi fuori combattimento ogni mese, uccisi o feriti. Ma finché i droni di Kiev minacceranno direttamente Mosca e San Pietroburgo, è facile che qualcuno al Cremlino perda la testa, confondendo fiumi con città e spacciando sconfitte per vittorie. 

Monday, June 29, 2026

Mezzo secolo di liti. Lo scisma dei lefebvriani: Vaticano addio

I primi scontri fra il cardinale Lefebvre e Paolo VI negli anni Settanta. Conservatori, contrari all’aperture del Concilio Vaticano II, celebrano messa in latino. Con Ratzinger la tregua, con Francesco la riapertura delle ostilità. Ora nominano quattro vescovi senza l’ok di Leone

di Mauro Suttora

29 giugno 2026

Tutta colpa della Pachamama. La dea della Terra cara agli Incas è venerata da molti in Sudamerica, ma vederla benedetta da papa Francesco a Roma nel 2019 durante il sinodo sull’Amazzonia è stato troppo. “Atto demoniaco e idolatra”, lo bollarono i lefebvriani, cattolici tradizionalisti che celebrano ancora la messa in latino. Dopo la morte di Bergoglio, i 600mila aderenti alla Fraternità San Pio X speravano che il nuovo Papa avrebbe abbandonato le sue aperture ecumeniche e moderniste.

E invece il primo luglio avverrà lo scisma fra i lefebvriani e la Chiesa cattolica, perché papa Leone XIV non può accettare che la Confraternita consacri quattro vescovi senza il suo permesso.

La cerimonia avrà luogo a Écône in Svizzera, sede centrale del movimento fondato nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-91). Le posizioni sembrano irremovibili. Cosicché, mezzo millennio dopo lo scisma protestante e mille anni dopo quello ortodosso, eccoci assistere a un vero e proprio avvenimento storico.

Per la verità i lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso.

La Fraternità può contare oggi su 730 sacerdoti, 260 seminaristi e 250 suore. In Italia ha diverse migliaia di fedeli, con quattro priorati ad Albano Laziale (Roma), Spadarolo (Rimini), Montalenghe (Torino) e Silea (Treviso) e presenze di rilievo in una ventina di altri centri urbani. Il superiore generale dal 2018 è un italiano, Davide Pagliarani.

I lefebvriani non hanno mai accettato le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II nel 1965. Ma già papa Giovanni XXIII si scontrò con Lefebvre quand’era nunzio a Parigi nei primi anni ‘50. Forte dei suoi successi come missionario in Africa (triplicò i cattolici in Gabon), Lefebvre era riottoso nei confronti di ogni “modernismo”, proprio come lo fu papa san Pio X, successore guarda caso dell’innovatore Leone XIII, che ispira non solo nel nome Robert Prevost.

Negli anni ‘70 avvenne il grande scontro con Paolo VI, che comminò la sospensione a divinis per Lefebvre.

Dal tentativo di celebrare un funerale per il nazista Erich Priebke al divieto per le donne di indossare i pantaloni a messa, gli adepti della Fraternità San Pio X si collocano nel solco della ribollente destra mondiale. Detestano gli incontri ecumenici di Assisi e ogni concessione al relativismo religioso, soprattutto nei confronti dell'Islam. Per questo, a meno di un miracolo, la frattura del primo luglio col Vaticano appare definitiva.