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Sunday, April 05, 2026

Neanche contro Hitler gli Usa hanno speso tanto in armi

Per il prossimo bilancio Trump ha chiesto la cifra astronomica di 1500 miliardi di dollari. Nel 1944 e 1945 - al valore di oggi - se ne misero a bilancio 1400. Il folle costo della guerra e l’inattesa rivoluzione dei droni

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 aprile 2026 

Mai, neanche durante la Seconda guerra mondiale, gli Usa hanno speso così tanto per le loro forze armate. La cifra astronomica chiesta dal presidente Donald Trump per il prossimo bilancio, 1500 miliardi di dollari, supera perfino quella di 1400 miliardi annui (attualizzati a oggi) del 1944 e '45, al culmine dello sforzo bellico contro il nazifascismo.

La spesa militare Usa ha sempre avuto un andamento a fisarmonica. Anche perché fino al 1940 le forze armate avevano pochi soldati: alle mobilitazioni belliche seguivano rapide smobilitazioni a guerra finita.

Così, dagli otto miliardi del 1916 si arrivò ai 181 del 1919 (Prima guerra mondiale), per poi tornare ai dieci del 1924. Nel 1935 la spesa era a 16 miliardi, e si moltiplicò solo dopo Pearl Harbor: dai 121 miliardi del 1941 ai 439 del 1942.

Nel 1948 la spesa era già crollata a 104 miliardi, ma cinque anni dopo il conflitto in Corea la riportò a 529. La guerra fredda e le centinaia di basi costruite in tutto il mondo tennero il budget sui 400 miliardi annui fino al Vietnam, con un picco di 645 nel 1968. Altra discesa fino ai 436 miliardi del pacifista Jimmy Carter nel 1977, e impennata reaganiana a 671 negli anni Ottanta.

Il crollo del comunismo produsse “dividendi della pace”: 444 miliardi con Bill Clinton nel 1999. Ma le guerre in Afghanistan e Iraq di Bush junior raddoppiarono la spesa a 800 miliardi, scesi a 646 con Obama nel 2017.

Trump già nel suo primo mandato risalì agli 850 del 2020, per arrivare agli attuali mille miliardi. Una cifra folle, che serve a mantenere due milioni e mezzo di soldati. Ma soprattutto a produrre armamenti sempre più costosi. 

Negli anni Ottanta la studiosa inglese Mary Kaldor calcolò nel suo libro Arsenale barocco che, al ritmo degli aumenti dei prezzi per navi, aerei e missili (l’inflazione “militare” è doppia di quella normale), un giorno per costruire, armare, mantenere e proteggere una sola portaerei ci sarebbe voluto il budget annuale di una media potenza come l’Italia. Ci siamo quasi arrivati. A meno che la rivoluzione dei droni non inverta la tendenza. 

Wednesday, March 25, 2026

Quando l'arte diventa etica, si uccide l'arte e si uccide l'etica. Il caso Chaslin

Una mail del 12 settembre 2013 ha fatto perdere la conduzione dell'Aida al Teatro Massimo di Palermo al grande direttore d'orchestra francese. Il destinatario è Jeffrey Epstein. È bastata per una sentenza definitiva nel capoluogo siciliano

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 marzo 2026 

"Ho trovato un'ottima ragazza per il tuo prossimo soggiorno a Parigi. Studentessa di filosofia, 21 anni. Somiglia un po' all'attuale moglie di Polanski (Seigner). Frederic". Questa è la mail del 12 settembre 2013 che ha fatto perdere la conduzione dell'Aida al teatro Massimo di Palermo al grande direttore d'orchestra francese Frédéric Chaslin. Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo, gli risponde laconico: "Bene, 27 settembre". Chaslin precisa subito: "Dimenticavo. Naturalmente parla perfettamente francese, inglese e spagnolo. Il suo nome: Frederica Amelia Finkelstein. F". 

La seconda mail forse scagiona Chaslin, forse no. Perché è vero che propone la ragazza come traduttrice. Ma quella firma F denota una spiacevole familiarità. Con un pregiudicato già condannato cinque anni prima per sfruttamento sessuale di minorenni. Frederica poi rinunciò all'incarico. A voler essere cattivissimi, aveva tre anni di troppo rispetto ai gusti di Jeff.

In ogni caso, gli orchestrali di Palermo si ergono a giudici, appello e cassazione. Sentenza definitiva, pronunciata dal sovrintendente Marco Betta: "Non sarà possibile dare luogo alla collaborazione". Chaslin s'infuria. Non aveva ancora firmato il contratto, "ma ho sempre sentito dire che l'onore è un valore fondamentale in Sicilia". E presenta il conto: "Ho anticipato di tasca mia 4.200 euro per un alloggio Airbnb, più 1000 euro per i voli in vista dei soggiorni a Palermo". E fortuna che non aveva prenotato al Grand Hotel delle Palme. 

Particolari grotteschi a parte, si ripropone il dilemma: l'arte può essere indipendente? Dalla cronaca nera, dal gossip. Ma anche dalla politica: il padiglione Russia alla Biennale di Venezia è giustificato nonostante i crimini di Vladimir Putin? Perché tutti gli artisti russi del secolo scorso, fino al sommo poeta Evgeni Evtushenko, furono da noi accolti nonostante fossero "di regime". E malgrado quel regime avesse prodotto gulag fino agli anni '70.

Oggi la nuova kriptonite è Epstein. Cognome finora gioioso: Brian Epstein scoprì e gestì i Beatles. Invece ora basta apparire negli Epstein files per finire nei guai. Piccoli o grossi non importa, né rileva che la citazione sia di striscio o più problematica. Rula Jebreal ballò a un party del jet set a Saint Barth raccontato in una mail al pedofilo, quindi schizzi di fango pure su di lei. 

Chaslin è stato scaricato preventivamente anche dalla Metropolitan Opera di New York. E per sovrammercato un mese fa alla soprano newyorkese Amelia Feuer è tornata la memoria, dopo l'accostamento di Chaslin a Epstein. Un altro me too, "anch'io", nonostante l'eventuale reato di molestia sessuale sia prescritto. Spiattella una mail del 14 luglio 2016 (festa nazionale francese) in cui lui la corteggia: "Cara, aspettami per vedere i fuochi d'artificio, metterò le mie mani e la bocca ovunque tu senta freddo, ti prometto che ti riscalderai subito". Feuer sostiene che il direttore la ricattava, una scrittura in cambio di sesso. 

Chaslin reagisce così allo sputtanamento: "Sono solo frammenti di messaggi privati isolati dal contesto. È facile, estrapolando una frase da una conversazione, farle assumere un significato che non ha. Le mail con la signora Feuer non sono finite nel 2016. Lei mi ha contattato di nuovo nel 2020 in modo particolarmente cordiale. La realtà è assente dalla sua versione. Potrei anch'io esibire messaggi, estrarre frasi e pubblicarle. Ma mi rifiuto di farlo per rispetto verso le indagini, la verità, la dignità. La corrispondenza privata non può essere sfruttata dai media. Dev'essere esaminata nella sua interezza dai tribunali. Ma la giustizia non si fa con gli screenshot. La signora Feuer fece un provino e non lo superò. Nel mondo dell'opera ciò accade ogni giorno. E una delusione professionale non può trasformarsi in un reato. Tutto questo avviene solo col pretesto che il mio nome è apparso nei documenti di Epstein. Ma non c'è alcuna prova, né indagine, su un mio coinvolgimento. Alla fine la mia reputazione verrà restaurata, tuttavia l'associazione ripetuta del mio nome con quel caso sta già producendo i suoi effetti".

Chaslin sostiene che i suoi contatti amichevoli con Epstein (un invito a Cannes, una richiesta di incontro con Woody Allen) erano finalizzati solo a ottenere fondi per il Teatro dell'Opera di Santa Fe, che allora dirigeva. Vero o no? Intanto, a Palermo giustizia sommaria è già stata fatta. "Per la musica cu vuole un contesto sereno", spiega Paolo Cutolo, sindacalista del teatro Massimo. Ecco quindi un nuovo crimine: disturbo alla serenità dei professori d'orchestra.corteggia: "Cara, aspettami per vedere i fuochi d'artificio, metterò le mie mani e la bocca ovunque tu senta freddo, ti prometto che ti riscalderai subito". Feuer sostiene che il direttore la ricattava, una scrittura in cambio di sesso. 

Chaslin reagisce così allo sputtanamento: "Sono solo frammenti di messaggi privati isolati dal contesto. È facile, estrapolando una frase da una conversazione, farle assumere un significato che non ha. Le mail con la signora Feuer non sono finite nel 2016. Lei mi ha contattato di nuovo nel 2020 in modo particolarmente cordiale. La realtà è assente dalla sua versione. Potrei anch'io esibire messaggi, estrarre frasi e pubblicarle. Ma mi rifiuto di farlo per rispetto verso le indagini, la verità, la dignità. La corrispondenza privata non può essere sfruttata dai media. Dev'essere esaminata nella sua interezza dai tribunali. Ma la giustizia non si fa con gli screenshot. La signora Feuer fece un provino e non lo superò. Nel mondo dell'opera ciò accade ogni giorno. E una delusione professionale non può trasformarsi in un reato. Tutto questo avviene solo col pretesto che il mio nome è apparso nei documenti di Epstein. Ma non c'è alcuna prova, né indagine, su un mio coinvolgimento. Alla fine la mia reputazione verrà restaurata, tuttavia l'associazione ripetuta del mio nome con quel caso sta già producendo i suoi effetti".

Chaslin sostiene che i suoi contatti amichevoli con Epstein (un invito a Cannes, una richiesta di incontro con Woody Allen) erano finalizzati solo a ottenere fondi per il Teatro dell'Opera di Santa Fe, che allora dirigeva. Vero o no? Intanto, a Palermo giustizia sommaria è già stata fatta. "Per la musica cu vuole un contesto sereno", spiega Paolo Cutolo, sindacalista del teatro Massimo. Ecco quindi un nuovo crimine: disturbo alla serenità dei professori d'orchestra.

Thursday, March 19, 2026

L'uragano Bossi. Come il vento del Nord spazzò via la vecchia politica

Era il 1990 quando alle regionali lombarde la Lega arrivò al 20%. "Questa è una rivoluzione, dissi al mio direttore...". Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Fu imbrigliato da Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Dopo il malore, i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026

Primavera 1990. Sala stampa della regione Lombardia, nella vecchia sede del Pirellone. I monitor mostrano le prime proiezioni delle elezioni regionali: Lega nord al 20%. Daniele Vimercati, 'legologo' del Giornale di Montanelli, mi guarda incredulo. Corro a telefonare al mio settimanale, L'Europeo: "Direttore, questa è una rivoluzione. Copertina?".

Vittorio Feltri mi diede sei pagine. Chi non ha vissuto la politica al nord in quei primi anni '90, pre-Tangentopoli, non può rendersi conto di quanto fosse liberatorio il voto alla Lega. Certo, la polemica contro i terroni e il Sud. Ma era soprattutto lo slogan "Roma ladrona" ad attrarre, e a far schizzare i voti per Umberto Bossi oltre il 40% in certe valli bergamasche e bresciane.

"Baluba venuti giù con la piena", li definì Claudio Martelli, delfino di Bettino Craxi. Quattro anni dopo il loro Psi non c'era più. Nel 1990-93 la Lega di Bossi rappresentò, al nord, il nostro crollo del muro di Berlino. Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Anche perché Marco Pannella commise il nobile suicidio garantista di difendere i parlamentari inquisiti di Mani pulite, e quindi il voto qualunquista evitò i radicali, riversandosi su Alberto da Giussano.

Umberto da Cassano Magnago (Varese) era un irresistibile impasto di furbizia, fiuto politico e cialtroneria. Quest'ultima, ingrediente essenziale per approdare in Parlamento, lo parificava a Cicciolina. Tanti grandi borghesi lombardi, piemontesi e veneti lo scelsero come sberleffo: dopo la pornostar, beccatevi 'sti baluba. Tanto ormai, crollato il comunismo, non c'era più bisogno della noiosa diga dc.

Da anni, però, c'erano segnali premonitori. Ricordo la marcia anti-tasse del novembre 1986 a Torino, convocata dai professori liberali Sergio Ricossa e Antonio Martino (poi ministro berlusconiano). Andai a raccontarla con gli editorialisti dell'Europeo Massimo Fini e Saverio Vertone. Un fiume di gente, quasi una replica della marcia restauratrice dei 40mila di sei anni prima. Incrociammo un disperato Piero Fassino, allora capo del Pci torinese: "Altro che liberali e destra, qui c'è anche molta della nostra gente".

Per tutti gli anni '90 l'equivoco continuò: Bossi sta a destra o a sinistra? Non conoscevamo ancora i populisti, Grillo era solo il giullare di Pippo Baudo, quindi la Lega risultava non inquadrabile. Umberto imbarcava di tutto, dai fini intellettuali Gianfranco Miglio e Philippe Daverio al bluesman Roberto Maroni, fino alla cattolica Irene Pivetti, miracolata con la presidenza della Camera vent'anni prima di Roberto Fico. Mica tanto suora la Irene, che intervistai in un bar di via Canonica: alla fine mi invitò su nel suo monolocale, declinai educatamente. 

Bossi fu imbrigliato da Silvio Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Poi arrivò lo s'ciopone con annesso gossip salace. Da allora i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore. Ma in fondo hanno continuato a imitarlo, facendo tutto e il contrario di tutto come tutti i populisti, da Peron a Trump. Da Forza Etna al ponte sullo Stretto.

L'ho intervistato l'ultima volta nel 2017, dopo il referendum secessionista in Catalogna e prima di quelli per l'autonomia in Lombardia e Veneto (stravinti ma disattesi). Sempre lucido, provocatore. E secessionista, seppure in minoranza nel suo partito: "L'autonomia è il contrario dell'indipendenza. Ci darebbero un po' di soldi solo per non farci andar via. Ma il nord si deindustrializza, le aziende chiudono. Quindi ci accontentiamo dell'autonomia chiesta da Salvini".

Però gli spagnoli accusano i catalani di inscenare la rivolta dei ricchi, gli obiettai. "No, dei liberi", mormorò il senatùr, indomito. 

Eccellenza italiana. Reportage da un’avveniristica città della salute

A Milano è pronto per l’inaugurazione il Policlinico, ospedale in due edifici, su dieci piani, con ottocento posti letto, 26 sale operatorie e un bosco sul tetto. Modernità tecnologica di un luogo antico. Il tradizionale ruolo dei privati. Note di ottimismo


di Mauro Suttora


Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026


Nel cuore di Milano è nato un nuovo ospedale. È nato nel cuore di uno degli ospedali più antichi del mondo: il Policlinico, fondato dal duca Francesco Sforza nel 1456. Ed è nato proprio dove sono nati la metà dei milanesi: la clinica Mangiagalli.

È stato un parto travagliato. Una coppia di enormi edifici di dieci piani: due interrati per magazzini, depositi, laboratori, spogliatoi, mensa, farmacia, risonanze magnetiche, tac, due in cima per i servizi, e in mezzo sei piani con 800 posti letto. Fra i due palazzi, una piattaforma con le 26 sale operatorie un tempo sparpagliate fra i vari padiglioni, più cinque sale interventistiche. Sul suo tetto, a venti metri d’altezza, un incredibile giardino pensile di settemila metri quadri con cento alberi. È il marchio di fabbrica dell’architetto Stefano Boeri (studio Boeri, Barreca, LaVarra): dopo il Bosco verticale, quello orizzontale “terapeutico”. 

Perché è vero che si guarisce meglio a contatto col verde. Proprio per questo un secolo fa gli ospedali furono spezzettati in padiglioni circondati da alberi, come si può ancora vedere nella parte di Policlinico fra via Pace e la Rotonda della Besana. L’altro motivo era creare barriere d’aria pura contro il propagarsi di germi e infezioni in ambienti ristretti – non esistevano ancora penicillina e antibiotici.


I dettami moderni della medicina invece hanno visto un ritorno alla concentrazione in grandi edifici, per tre motivi. Innanzitutto per risparmiare spazio, e quindi poter conservare un ospedale in centro (trent’anni fa si voleva spostare il Policlinico in periferia, per disintasare la cerchia dei navigli milanese). Poi, per la comodità di avere tutto vicino, e non dover trasportare fuori i ricoverati ad ogni esame diagnostico.

Terzo, l’efficienza: “Finora avevamo depositi in periferia per medicinali e attrezzature, ora possiamo tenere tutto nei piani inferiori a portata di mano, riducendo sprechi e togliendo i continui trasporti dalle strade”, ci spiega Marco Giachetti, 61 anni, da dieci presidente della Fondazione Irccs (Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico) Ospedale Maggiore Ca’ Granda (l’antico nome del Policlinico).

Giachetti è architetto, quindi perfetto per guidare questo gigante in un tempo di costruzione, senza però interrompere il flusso dei suoi cinquemila pazienti giornalieri.

Ed è proprio questo il motivo principale del travaglio del parto del nuovo Policlinico (ritardi, bonifiche, pandemia, varianti): “Facile gestire un cantiere in mezzo al nulla, difficile ricostruire un intero pezzo del centro di Milano facendo passare migliaia di camion per anni in strade come questa”, dice Giachetti, indicando la stretta e trafficata via della Commenda.

Il riferimento velato è al nuovo ospedale privato Galeazzi del gruppo San Donato a Rho, o all’Humanitas e Ieo (Istituto europeo di oncologia) sorti nella campagna a sud di Milano.

Questo è invece il massimo orgoglio della sanità pubblica lombarda, l’istituto più titolato d’Italia, circa 650 milioni di bilancio annuo, 4000 dipendenti che aumenteranno a 4500, eccellenze internazionali, 14 corsi di laurea, quasi tutte le specializzazioni.

Camminiamo fra i corridoi e le stanze già arredate. “Abbiamo scelto di concentrare qui tutte le sale operatorie finora sparse nei venti ettari dell’ospedale, per ottimizzare tempi e spazi”, ci dice il direttore generale Matteo Stocco, 57 anni, biologo, manager sanitario di lungo corso sia nel pubblico che nel privato: San Raffaele, Monza, Niguarda, San Carlo e San Paolo. 

Inutile nasconderlo: ormai gli ospedali sono aziende, e vengono gestiti con l’efficienza del just-in-time. Per questo quattro ingegneri calcolano tutti i flussi e le procedure, allo scopo di evitare tempi morti e inutili attese sia ai pazienti, sia ai costosi macchinari diagnostici che devono essere utilizzati al massimo, per ammortizzarli.

Ma nel nuovo Policlinico c’è anche la cura del dettaglio. Cavedi verticali che ospitano tubi e cavi degli impianti elettrici, informatici e idraulici, per individuare subito i guasti. Idem in ogni camera: il quadro elettrico e dei servizi sta nel corridoio, quindi riparabile senza disturbare i pazienti. Ogni letto è provvisto di sollevatore a soffitto per i pazienti. 

Le postazioni dei reparti dialisi, al piano terra, funzioneranno a ciclo continuo con turni anche notturni a basso rilascio, mentre il paziente dorme. Ogni corridoio è dotato di spazi comuni luminosi e attrezzati per accogliere anche i famigliari, e perfino di una “tisaneria” a disposizione di infermieri e pazienti. I quali vedono i loro tempi di ricovero in costante discesa: “Grazie alla robotica, interventi che vent’anni fa richiedevano una settimana di ospedalizzazione oggi si risolvono in tre giorni”, spiega Stocco.

Negli altri padiglioni superstiti del Policlinico, svuotati dalle degenze e ristrutturati, rimarranno gli ambulatori e relativi laboratori diagnostici. In alcuni anche gli interventi – in aumento – in day e week hospital, con chiusura nei fine settimana. “In totale avremo sette milioni e mezzo di ricoveri in più, gratuiti grazie al servizio sanitario”. Non ci saranno sezioni separate riservate ai solventi, se non nell’area donna/bambino (ex Mangiagalli): ogni reparto offrirà camere singole e con comodità in più (menù particolari, letto per un parente). 

Nota dolente: i sindacati di infermieri e oss (operatori socio-sanitari) hanno fatto installare vetri protettivi sui banchi di informazione all’entrata dei reparti. Purtroppo le aggressioni sono in aumento.

Grazie alla fermata del metro blu inaugurata un anno fa, il Policlinico ha già avuto un aumento del 10% dei pazienti. I padiglioni di via Pace, non abbattibili perché la sovrintendenza li ritiene chissà perché di valore storico, saranno ammodernati e dedicati alla ricerca scientifica.

Quando i nuovi reparti verranno aperti, dopo l’estate, i frequentatori di questa avveniristica città della salute avranno a disposizione – oltre al raddoppio delle macchine per la diagnostica – anche un supermercato al piano terra, negozi e un auditorium. 

“La nuova ampia sala convegni, dedicata alla memoria di Valerio Valier – discendente di una famiglia aristocratica veneziana e per anni rappresentante dell’Italia nel mondo come esperto del settore farmaceutico – è stata realizzata grazie alla donazione di un milione della figlia”, ci dice Giachetti. L’auditorium di 250 posti ospiterà conferenze e convegni del Policlinico. In collegamento con le sale operatorie, consentirà la trasmissione in diretta di interventi per scopi didattici e di ricerca.

E qui si apre il discorso sul maggiore orgoglio del Policlinico: i benefattori privati. Già mezzo millennio fa le famiglie milanesi più ricche contribuirono alla sua nascita. I lasciti sono continuati nei secoli, ogni padiglione porta il nome del suo finanziatore. Oggi la Fondazione Ca’ Granda possiede un ingente patrimonio immobiliare, frutto della generosità dei cittadini nei secoli, che gestisce e valorizza grazie a un Fondo, più ottomila ettari di terreni agricoli, una delle maggiori proprietà terriere nazionali.

Il nuovo Policlinico è costato circa 230 milioni, escluse le apparecchiature: il prezzo di un solo chilometro di metropolitana a Roma. Grazie a redditi e alienazioni, la Fondazione è riuscita a coprire con 200 milioni il 70% del totale. Una bella soddisfazione, in questi nostri tempi di Pnrr, finanziamenti pubblici, deficit e sprechi miliardari. Insomma, nel cuore di Milano c'è una Milano col cuore in mano. 

Tuesday, March 03, 2026

Eravamo io, Michele Placido, Al Pacino e il referendum

L'attore, forte della sua interpretazione di Giovanni Falcone al cinema, spiega che il magistrato era per la separazione delle carriere. Chissà cosa direbbe Al Pacino su come voterebbe il Padrino, o Gifuni di cosa ne penserebbero De Gasperi e Aldo Moro

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 3 marzo 2026

A questo punto, perché non chiediamo anche ad Al Pacino cosa pensava il padrino Michael Corleone, da lui interpretato, sulla separazione delle carriere dei magistrati?

Ha fatto più o meno questo Il Giornale, interpellando Michele Placido. L'immortale commissario Cattani della Piovra impersonò Giovanni Falcone in un bel film del 1993, un anno dopo la strage di Capaci. Accanto a lui Giancarlo Giannini nei panni di Paolo Borsellino.

 L'intervistatrice gli chiede: "Ha conosciuto Falcone?"

"Sì, l'ho incontrato". 

"Falcone era per la separazione delle carriere", lo imbocca lei.

Placido subodora la trappola, non si sbottona troppo: "Sì".

"Aveva ragione?"

"Sì".

Perfetto. La giornalista parte alla carica e cerca di arruolarlo: "Allora voterà sì al referendum?"

Il furbo Placido svicola, non si fa intortare: "Il voto è segreto".

Sollecitare le doti divinatorie di attori che hanno interpretato famose persone defunte è diventata la nuova frontiera della propaganda politica. D'altra parte, se col metodo Stanislavskij le star del cinema possono arrivare a una quasi completa identificazione con i loro personaggi, perché non promuoverli anche a interpreti autentici delle loro opinioni?

Grazie a questa magica osmosi che travalica i decenni e perfino i secoli, Daniel Day Lewis avrebbe potuto riferirci le idee di Abraham Lincoln sul presente, visto che durante le riprese pretendeva che ci si rivolgesse a lui chiamandolo "Mister president".

Lady Gaga, protagonista di 'House of Gucci' (2021), parlò con l'accento italiano di Patrizia per sei mesi, anche fuori dal set. Forse al processo sarebbe risultata più credibile lei dell'imputata. E quante volte hanno chiesto a Robert De Niro una dichiarazione a nome di tassisti e pugili? 

Per far resuscitare Bettino Craxi, rivolgersi a Pierfrancesco Favino. Quanto ad Alcide De Gasperi e ad Aldo Moro, ecco due politici con un solo attore: Fabrizio Gifuni li ha interpretati entrambi. Insomma, il nuovo ruolo di ventriloquo postumo può essere coperto alla bisogna da innumerevoli e prestigiosi attori. 

Quanto alla parapsicologia diacronica su Falcone, Placido non sbaglia: il pm effettivamente dichiarò più volte 35 anni fa (a Repubblica, e in un dibattito registrato da Radio radicale) di considerare inevitabile una separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti, dopo la riforma Pisapia-Vassalli del 1989. Ma ovviamente il contesto era diverso, e la temperie politica non così burrascosa come oggi sull'argomento.

Monday, February 09, 2026

Giorno del ricordo: "Italiani, asini che scappano"

Poiché Trieste, come tutte le città e paesi della costa, era italiana in centro ma slava nell'entroterra, nacque l'idea del Territorio libero, che durò fino al 1954. E sì, come aveva detto Vyshinsky, 350mila istriani, fiumani e dalmati scapparono. Ma non erano asini: solo poveri profughi

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 9 febbraio 2026 

"Gli italiani assomigliano agli eroi romani quanto un asino assomiglia a un leone. Sono molto più bravi a scappare che a combattere". Parola di Andrei Vyshinsky, il famigerato procuratore sovietico che fece ammazzare gli oppositori di Stalin nelle purghe degli anni '30: nel 1946 da viceministro degli Esteri seguiva la conferenza di pace postbellica di Parigi con il titolare Vyaceslav Molotov. 

Il 5 settembre si affrontò il tema dei nuovi confini Italia-Jugoslavia. "Trieste è stata fondata dagli slavi", proclamò Vyshinsky, "quindi non spetta agli italiani. I quali nel 1943 hanno tentato di passare con gli alleati proprio come nel 1915, quando tradirono l'Austria. Ma la politica dello sciacallo che si aggira nel deserto cercando cibo non va sempre a buon fine. È falso che l'Italia abbia sconfitto l'impero austriaco. Esso fu vinto dai russi del generale Brusilov, che nel 1916 imprigionò due milioni di austriaci, costringendo così Vienna a sospendere la Strafexpedition contro l'Italia. La quale oggi dev'essere punita per l'aggressione alla Jugoslavia". 

L'Urss propose l'Isonzo come nuovo confine: Trieste, Gorizia e Monfalcone al dittatore jugoslavo Tito. Oltre a Cividale nel Friuli, con le sue valli del Natisone abitate da una grossa minoranza slava. Ma i cattolicissimi sloveni non volevano passare al regime comunista ateo jugoslavo. 

Le parole di Vyshinsky provocarono una dura reazione italiana. E compirono il miracolo di  associare anche i massimi dirigenti del Pci Palmiro Togliatti e Umberto Terracini, sempre allineati con l'Urss, alle proteste del dc Alcide De Gasperi. La proposta sovietica di dare l'intera Venezia Giulia alla Jugoslavia avrebbe raddoppiato gli esuli italiani, da 350 a 700mila. 

Più moderate le proposte di frontiera degli altri vincitori. Le migliori per l'Italia erano la inglese e la statunitense: Trieste e metà Istria, fino a Pola, sarebbero rimaste italiane. Gli Usa proposero un plebiscito nelle zone contese, che l'Italia avrebbe facilmente vinto sulla costa occidentale istriana (Capodistria, Umago, Pirano, Portorose, Rovigno, Parenzo). Ma De Gasperi temeva una richiesta simile dell'Austria per l'Alto Adige, e non appoggiò la richiesta. 

Alla fine prevalse il confine mediano francese, che lasciava 400mila italiani in Jugoslavia e 100mila croati e sloveni in Italia. Ma il 90% degli italiani, spaventati dalle foibe e dalle altre violenze titoiste, preferì l'esilio. 

Poiché Trieste, come tutte le città e paesi della costa, era italiana in centro ma slava nell'entroterra, nacque l'idea del Territorio libero, che durò fino al 1954. E sì, come aveva detto Vyshinsky, 350mila istriani, fiumani e dalmati scapparono. Ma non erano 'asini': solo poveri profughi. 

Tuesday, January 27, 2026

Il Ragazzo della via Gluck ha 60 anni: prima canzone ecologista

Presentata a Sanremo '66, ad Adriano Celentano andò malissimo, ma poi bene le vendite. Il cantante parlava di una Milano invivibile, allora. Oggi è peggio

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 27 gennaio 2026

27 gennaio 1966, sessant'anni fa: quando Adriano Celentano canta Il ragazzo della via Gluck al festival di Sanremo è un disastro. Viene eliminato subito, già alla prima serata. Non doveva essere neppure quella, la canzone da presentare all’eterna ribalta della musica nazionale. Per risollevare le fortune del cantante milanese, un po’ in ribasso dopo l’esplosione dei capelloni, il suo paroliere Miki Del Prete gli propone anche Nessuno mi può giudicare. Ma il brano viene dirottato sulla debuttante Caterina Caselli, che si piazza seconda dopo Dio, come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti. 

Al trionfo di pubblico arriva comunque anche Il ragazzo della via Gluck: resta in cima alla hit parade per ben due mesi, un milione e mezzo di 45 giri venduti. Ci vuole Michelle dei Beatles per spodestarlo. È Celentano stesso il ragazzo nato per caso in via Gluck a Milano. L’inizio dylaniano della canzone, con chitarra folk, resta inconfondibile anche oggi. Il suo lamento sulla città che si è insediata "là dove c’era ancora l’erba" è entrato nella leggenda. Il primo inno ecologista della storia. Cantato per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò. 

La lode della vita semplice contro l’avanzata della speculazione edilizia nelle metropoli. Celentano, che si è trasferito in centro a respirare il cemento, reputa fortunati i ragazzi rimasti in periferia a giocare a piedi nudi nei prati. Ma quando torna in via Gluck trova anche lì solo case su case, non c’è più la sua in mezzo al verde. E si domanda perché "continuano a costruire, e non lasciano l’erba". 

Replay di Celentano nel 1972: la sua Un albero di trenta piani raggiunge il terzo posto in hit parade. Il protagonista della canzone se la prende con la moglie, la quale ha voluto trasferirsi in città, metropoli che li ha rovinati. I cittadini li prendono in giro perché vengono dalla campagna. Ma ridono, perché sanno che presto diventeranno come loro: "Tutti grigi, con la faccia di cera". È la legge dell’atmosfera cittadina, cui non si può sfuggire.

La Milano descritta da Adriano è desolante: i motori delle macchine cantano la marcia funebre, le fabbriche profumano l’aria di smog, il cielo si colora di un nero che odora di morte. Se la prende col comune, che vanta la modernità della città anche se il cemento chiude perfino il naso dei suoi abitanti. Per l’inquinamento Celentano non riesce a respirare, soffoca, sente il fiato che va giù. Vede un nuovo palazzo in costruzione: è un albero di trenta piani.

Quarant’anni dopo, incredibilmente, il surreale sogno/incubo di Celentano si avvera. A Milano sorgono due grattacieli su progetto dell’archistar Stefano Boeri: il Bosco Verticale. Con prezzi astronomici, molto verde sui balconi e alti costi di manutenzione. Peccato però che la città non curi anche il “bosco orizzontale”: l’area sotto i due palazzi rimane in gran parte una landa desolata. Ospita così pochi alberi che non hanno neanche il coraggio di chiamarla “parco”. Infatti, il suo nome è Biblioteca degli alberi. "Li hanno tolti dalla terra e li hanno messi sui balconi", commenta qualcuno. Idem oggi, negli anni Venti del nuovo millennio, per gli altri nuovi parchi milanesi a Citylife e Porta Vittoria: grandi prati e bassa intensità di piante ad alto fusto. Agli architetti del verde contemporanei piace piantare pochi alberi? Altro che ForestaMi, la campagna di cui è presidente lo stesso architetto Boeri. 

Sunday, January 25, 2026

Quando stavamo per invadere la Svizzera

Prima della guerra di Grecia nel 1940 Mussolini preparò i fanti della divisione Brennero all'attacco della repubblica elvetica. Che non avvenne

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 gennaio 2026 

«La nuova Europa non avrà più di quattro o cinque grandi Stati. Quelli piccoli non hanno ragion d’essere, devono scomparire». Parola di Mussolini, reso tronfio dalle vittorie dell’Asse nel 1940. Nel mirino, la Svizzera. Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano propone al suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop di spartirla fra Germania e Italia lungo la catena mediana delle Alpi. Nel nostro bottino di guerra, quindi, i fascisti pretendono non solo il Canton Ticino, ma anche il Vallese (Sion, Crans) e i Grigioni.

Il generale Vercellino prepara un piano d’attacco con cinque divisioni, prevedendo poca resistenza da parte svizzera. Nell’agosto 1940, inghiottita la Francia, i nazisti varano a loro volta il piano Tannenbaum (“abete”): invasione simultanea da nord e sud con spar(t)izione totale della Svizzera. Anche i generali svizzeri danno già per perso l’indifendibile confine di Chiasso. E neanche Lugano col suo lago sono considerati degni di difesa. La prima linea di resistenza elvetica corre sul Monte Ceneri, a sud di Locarno. La seconda presidia l’accesso al passo San Gottardo a nord di Bellinzona. Infatti il Ridotto nazionale alpino, le Termopili svizzere, inizia a nord del San Gottardo. 

Nel giugno 1940 i diecimila fanti della nostra 11a divisione Brennero, dopo aver combattuto (disastrosamente) contro la Francia, non tornano nella caserma di Bressanone (Bolzano): vengono trasferiti segretamente in Valsassina (Lecco). Ci rimangono da agosto a ottobre 1940, prima di essere spediti a fine dicembre in Grecia. Sono 2.500 i militari acquartierati a Pasturo (il paese della mamma di Lucia nei Promessi sposi), tremila a Primaluna, cinquecento a Maggio, e altre centinaia fra Ballabio, Introbio e Cremeno.

C’è gran movimento di soldati, carri, carrette, cavalli, autocarri, automobili, moto, biciclette, per dare o ricevere ordini, per trasportare viveri, foraggi, paglia, combustibili e altri materiali. Il pane arriva da Lecco, ma viene prodotto anche in quattro forni da campo. Ce n’è così tanto che molto viene gettato nel fiume per comperare invece pane più bianco e bello presso gli spacci del paese. I contadini corrono a raccogliere pagnotte e pasta da rancio buttata per mantenere lautamente maiali, galline, mucche, nonché se stessi e le loro famiglie.

La convivenza fra le truppe e i locali è lieta. Due volte la settimana la banda del reggimento tiene concerto sulla piazza del municipio di Pasturo. La gente non sa esattamente a cosa servano tutte quelle truppe, ma lo intuisce. Qualcuno suppone che sia una posizione avanzata per invadere il Canton Ticino quando fosse venuto il giorno di eliminare la Svizzera. È idea diffusa, infatti, che la Germania possa annettere la Svizzera tedesca  e l’Italia quella italofona. 

L’attacco, al quale per tre mesi si preparano di nascosto queste migliaia di uomini in Valsassina, non avviene mai. Perché in realtà Mussolini sta preparando l’invasione della Grecia del 28 ottobre 1940, e ha bisogno di uomini. Così la divisione Brennero viene spedita sul fronte greco, dove l’avanzata dell’esercito italiano è subito in grave difficoltà. E anche le divisioni Marche e Puglie, destinate all’invasione della Svizzera dai passi San Jorio (fra Dongo e Bellinzona) e Spluga, sono inviate in Albania nei primi mesi del 1941.

In Valsassina rimangono i segni di quei tre mesi di semioccupazione militare: case e cascine trasformate in uffici, cucine, mense, spacci, sartorie, calzolerie. L’andirivieni di cavalli, carri, autocarri, truppe in formazione per istruzione e marce, e lo spostamento di quadrupedi e attendenti, rovinano molti boschi e praterie. Le strade rimangono malconce, disselciate, melmose. Muri scomposti, siepi estirpate, erbe calpestate, castagneti invasi per coglierne i frutti. Insomma, invece di invadere la Svizzera, i fascisti occupano per novanta giorni estivi la Valsassina.  

Ma la pressione propagandistica contro la pacifica repubblica elvetica, la cui unica colpa è non condividere l’aggressività nazifascista e avere decretato la mobilitazione generale per proteggersi, continua anche dopo il ritiro delle divisioni. Mussolini nell’ottobre 1940 infatti scrive a Hitler: «Col suo incomprensibile atteggiamento ostile la Svizzera pone da sé il problema della sua esistenza». 

Gli fa eco sul settimanale fascista Il Popolo di Lecco del 26 aprile 1941 il gerarca Carlo Ferrario con un articolo delirante titolato 'Visi pallidi nella terra di Guglielmo Tell': «Grigio, opaco, sordo, cinico, volgare, l’odio antifascista degli svizzeri si è purulentemente sfogato ogni giorno, in ogni ora, in ogni circostanza senza soste, senza pause. Una pazzia senza lucidità. Una cancrena senza guarigione. Gli italiani ospiti della Confederazione, i pochissimi svizzeri non inquinati e noi tutti che a due passi dalla frontiera respiriamo il tanfo che spira dai valichi, abbiamo sofferto il soffribile». 

Friday, January 09, 2026

Kosovo sempre in mezzo al guado. Il surreale processo ad Hashim Thaci

57 anni, ministro, premier e infine presidente fino al 2020, comandante della resistenza contro la Serbia durante la guerra del 1999, considerato un padre della patria assieme allo scomparso Ibrahim Rugova. Da ben cinque anni langue in una prigione olandese

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 9 gennaio 2026

Immaginate che nel 1970, 25 anni dopo la Liberazione, Sandro Pertini fosse stato incarcerato e processato per crimini commessi dai partigiani che guidò nel 1943-45. Surreale? Eppure è quello che sta capitando a Hashim Thaci, 57 anni, ministro, premier e infine presidente del Kosovo fino al 2020, comandante della resistenza contro la Serbia durante la guerra del 1999, considerato un padre della patria assieme allo scomparso Ibrahim Rugova. Thaci da ben cinque anni langue in una prigione olandese.

All'inizio era sembrata una buona idea. Per far accettare l'indipendenza del Kosovo dai 90 Paesi (su 190) che ancora non lo riconoscono, e facilitarne l'entrata nella Ue, l'ex presidente aveva accettato di sottoporsi a processo per crimini di guerra assieme ad altri tre capi del Kla (Kosovo liberation army).

Si pensava che il tutto sarebbe durato qualche mese, al massimo un anno, e che a Thaci sarebbero stati concessi i domiciliari. Invece niente. Il tribunale speciale apposito creato all'Aia nel 2016 è formato da magistrati stranieri, ma opera secondo i codici kosovari. La lontananza fisica dal Kosovo avrebbe dovuto stemperare gli animi, ed evitare scontri fra albanesi e serbi. Tuttavia molte testimonianze dei parenti delle vittime serbe hanno dovuto essere secretate, per evitare vendette. Cosicché i kosovari ora accusano la corte di scarsa trasparenza.

Il tribunale non va confuso con la Corte penale internazionale, che ha sede nella stessa città. Deve giudicare su presunti crimini contro l'umanità, un centinaio di omicidi e sparizioni di serbi, torture e altri delitti commessi nel 1998-2000 da membri del Kla.

Il processo è iniziato nel 2020, ma fra incredibili lungaggini non è ancora arrivato all'epilogo: la sentenza è prevista a giorni. E già si annuncia un secondo processo contro Thaci, accusato di subornazione di testimoni, intralcio alla giustizia e oltraggio alla corte per il suo atteggiamento durante le udienze. A uno solo degli imputati è stata concessa la libertà su cauzione un mese fa, perché la durata della sua detenzione supera ormai la metà della pena cui potrebbe essere condannato.

Intanto a Pristina si susseguono le manifestazioni: i kosovari continuano a considerare eroi i loro comandanti partigiani incarcerati da un lustro. E si possono solo immaginare le proteste di segno opposto in Serbia, con l'appoggio dalla Russia, in caso di assoluzione.

Fra i testimoni a discarico di Thaci, ascoltati nelle ultime settimane, spiccano il generale Usa Wesley Clark, comandante Nato nel 1997-2000, e James Rubin, portavoce della segretaria di stato Madeleine Albright, da lei delegato a seguire il Kosovo. Entrambi hanno negato che le violenze commesse da singoli partigiani un quarto di secolo fa possano essere riconducibili a una responsabilità o addirittura a un ordine diretto di Thaci. Il quale anzi, secondo Rubin, era la "voce della moderazione", sempre pronto a negoziare "per far cessare il conflitto".

Il fallimento del tribunale internazionale per il Kosovo, già costato decine di milioni di euro, viene ovviamente sfruttato dai seguaci del presidente Usa Donald Trump: "Questa non è giustizia, tagliamogli i fondi", tuona il suo inviato speciale Richard Grenell. Insomma, se con questo processo si voleva attuare un percorso di 'giustizia di riparazione' fra kosovari e serbi, il risultato è l'opposto: gli animi sono più esacerbati di prima. Povero diritto internazionale. 

Wednesday, November 12, 2025

Porno libero. Vogliono mettere le mutande al mondo. Non ci sono ancora riusciti

Dal 12 novembre i siti hard dovevano chiudere ai minorenni. Invece niente, e non sarà facile. Resta l’intenzione di togliere il porno ai ragazzini (del boom di psicofarmaci non interessa a nessuno). Articolo libertario contro lo spirito iraniano del governo Meloni

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 12 novembre 2025

Per ora il porno è ancora libero. Nei siti principali possono accedere anche i minorenni, basta che mentano sulla propria età cliccando +18. I proprietari canadesi di YouPorn e Pornhub si chiamano Ethical Capital Partners, guidati dall’eticissimo investitore compaesano Rocco Meliambro e dal rabbino-avvocato Solomon Friedman. Il quale da Ottawa assicura: “Siamo in regola, i nostri sono tutti video di adulti consenzienti”. Il Canada festeggia: l’export di sesso è notevole, e soprattutto immune dai dazi di Trump.

Il problema sono gli adolescenti: l’88% dei maschietti italiani e il 40% delle femmine pare guardino con piacere il sesso online. Il governo invece vuole preservare il loro “benessere psichico e fisico”, cosicché il decreto Caivano ha messo fuorilegge 48 siti a luci rosse.

Si sperava che Meloni & c. avessero di meglio da fare, tipo combattere le mafie, specie da quelle parti. Invece ora i nemici sono le pippe dei ragazzi. I quali si ingozzano di psicofarmaci, consumo raddoppiato negli ultimi anni. Ma su quello, pazienza.

Le grida contro i siti zozzoni sono peggio che sbagliate: sono inutili. Come ciascuno di noi sa, dagli undici anni in poi tutti siamo stati alla ricerca di immagini elettrizzanti. E più erano proibite, più ci attiravano. Un tempo c’era la rivista Le Ore, naturalmente proibita ai minorenni. Cosicché ci toccava mandare in edicola i fratelli maggiori, o affidarci al mercato nero fiorente a scuola.

Più ardua l’impresa di entrare in un cinema a luci rosse. Ma ecco che magicamente negli anni 80 arrivarono le videocassette Vhs. La mamma della mia fidanzatina tuonava contro i nostri “sporchessi”. Ma senza quelli, cosa caspita avremmo potuto raccontare al prete nel confessionale?

Niente da fare. I politici sembrano avere incorporata l’insopprimibile esigenza di “mettere le mutande al mondo”. Non so quale filosofo ridicolizzò questo inane tentativo. Che non si limita peraltro a ciò che sta sotto alle mutande. Perché ora i governi sembrano voler regolamentare tutto. Per aiutarci coi bonus e proteggerci dal male psicofisico, ovviamente.

Uno dei pochi siti porcelli che hanno ottemperato al proclama Agcom (ma quante sono ‘ste costosissime authority?) è quello dal nome più poetico: Chaturbate. Ho provato a entrarci, ora vogliono una verifica tramite una app, Yoti. Così ho dovuto scaricare l’ennesima app che appesantisce la memoria del cellulare, e caricare un mio documento. Poi c’è stata l'identificazione facciale. Sono sicuro che stanno violando una qualche mia privacy, prevedo ricorsi in massa all’altra authority, quella amica di Report.

Tutto inutile. “Dato l’alto afflusso di richieste, la preghiamo di pazientare”. Ma figurarsi. La soddisfazione dev’essere istantanea. I 140 milioni di fruitori giornalieri di Youporn passano in media 9 minuti davanti allo schermo. Il doppio di quel che ci mettono i canadesi a far sesso vero, secondo un sondaggio birichino.

I ragazzi faranno più in fretta ad attivare un’altra diavoleria, la Vpn, per bypassare il divieto al godimento. Non chiedetemi cos'è: so soltanto che la usano tutti in Cina e Iran per evitare i controlli governativi sulla rete. Ma ora la libertà (scusate, niente maiuscole: questa piccola libertà privata e un po’ vergognosa) ne avrà bisogno pure da noi. 

Monday, November 10, 2025

Solo in Italia basta guadagnare 2.500 euro al mese per essere considerati Paperoni

L'aliquota massima Irpef è del 46-47%, includendo le addizionali regionali e comunali. Il problema è che scatta già a 50mila euro, contro i 500mila degli Usa. Ripristiniamo piuttosto la progressività Irpef per i ricchi, invece di parlare di patrimoniale

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 novembre 2025

La polemica tutta italiana sulla patrimoniale non ha senso. Il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani, infatti, non pensa affatto a introdurla per i miliardari. Il suo aumento del 2% riguarda soltanto l'addizionale comunale dell'income tax, la nostra Irpef: quindi colpirà i redditi, non i patrimoni.

Attualmente i 36mila newyorkesi che guadagnano più di un milione di dollari pagano l'aliquota massima del 50%, suddivisa fra imposta federale (35%), statale (11%) e comunale (4%). Mamdani vuole alzare quest'ultima dal 4 al 6%. Briciole per i ricchissimi, che però frutteranno quattro miliardi di dollari. In Italia l'aliquota massima Irpef è del 46-47%, includendo le addizionali regionali e comunali.

 Il problema è che scatta già a 50mila euro, contro i 500mila degli Usa: un incredibile rapporto di uno a dieci. Insomma, da noi basta guadagnare 2.500 al mese per essere considerati Paperoni. È qui, più che sui patrimoni, che si può intervenire. Non è possibile che stiano nello stesso scaglione irpef i redditi dei ceti medi e quelli dei miliardari. I quali godono in pratica di una flat tax.

Siamo un caso unico fra i Paesi G7: abbiamo contemporaneamente l'aliquota massima che inizia più in basso di tutti, e l'aliquota più alta per i redditi da 50mila euro. In Francia la soglia massima, del 45%, comincia solo dai 157mila euro. E a 50mila si paga appena il 30%, il 16% meno di noi. In Germania si è considerati ricchi (e tassati al 45%) oltre i 260mila euro. A 50mila l’aliquota è del 39%. Gli altri Paesi G7 sono il vero paradiso dei ceti medi. Regno Unito, Giappone e Canada colpiscono i redditi da 50mila euro col 20%, meno della metà di noi.

Le aliquote massime britannica e giapponese sono del 45%: a Londra oltre i 175mila euro (150mila sterline), a Tokyo ce ne vogliono 312mila (40 milioni di yen). Il Canada è quello che tratta meglio i suoi Paperoni: lo scaglione massimo è solo del 33% e scatta a 150mila euro (216mila dollari canadesi). La Spagna non fa parte dei G7, ma è la più simile all’Italia: scaglione massimo con imposta anche qui del 45% a partire dai 60mila. Ma a 50mila si paga molto meno: 37%. Negli Usa con 50mila dollari si è tassati al 12% a livello federale, più qualche punto in ogni stato (zero in Florida, 6% a New York, 8% in California).

Insomma, se in Italia vogliamo ripristinare il principio costituzionale della progressività fiscale, di fatto abolito dai 50mila euro in su, basta diversificare le aliquote Irpef più alte. Che nel 1973 arrivavano al 72%, sceso dieci anni dopo al 63%, e via via fino all'attuale 47%. 

E a chi si stupisce per percentuali così alte basta ricordare una canzone dei Beatles del 1966, 'Taxman': "One for you, nineteen for me (Uno per te, 19 per me)", diceva loro l'agente del fisco. Sì, allora i miliardari come loro pagavano un incredibile 95% di tasse sui loro redditi. 

Thursday, November 06, 2025

La politica del fantasy. Spie e paranoie reciproche: la disfida fra Ranucci e Fazzolari

L’uomo forte di Report e quello del governo si accusano a vicenda, naturalmente tirando in mezzo i servizi segreti, che non mancano mai, e i giochi sporchi della magistratura. Complotti e complottardi fra Pomezia e Fiumicino

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 6 novembre 2025 

Il fantasy è un genere appassionante. Al cinema, nei libri, e anche in politica. Quindi seguiamo con trepidazione la disfida Sigfrido-Giovanbattista che si dipana da mesi.

Tutto comincia quando Sigfrido Ranucci rivela a Report che il padre di Giorgia Meloni si beccò nove anni per traffico di droga. E pazienza se la premier aveva solo due anni quando i suoi si separarono e Meloni senior scomparve dalla sua vita. 

Entrano allora in scena i servizi segreti. Ingrediente imprescindibile dei fantasy. Ci accompagnano da tempo immemorabile, ci siamo cresciuti assieme. Dal caso Sifar alla strategia della tensione, sono sempre una cornucopia di misteri. Perché quando appaiono le spie, si può inventare tutto e il contrario di tutto: doppi giochi, tripli. E anche qui cominciano i sospetti incrociati. Sigfrido sospetta che Giovanbattista Fazzolari, potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio e consigliere principe della premier, pensi che sia stata una “manina” a imboccarlo sul padre di Giorgia. Va a lamentarsi all’Europarlamento. Giovanbattista minaccia querela. Il prode Sigfrido non accetta intimidazioni.

A Roma invece dell’avverbio “forse” dicono “capasceché” (capace che). È l’epitome del fantasy: pare che, dicono. E se Giovanbattista avesse anche ordinato alle spie di indagare su Sigfrido? Avrà pure lui un padre, un faldone con qualche scheletro nell’armadio. Capasceché lo fa pedinare.

In realtà Giovanbattista non ha potere sui servizi segreti. Giorgia ha affidato la scottante delega all’altro sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano. Ma capasceché Giovanbattista si sia affacciato alla porta accanto di palazzo Chigi e gli abbia chiesto “Alfre’, mi fai un favore?”.

Le paranoie reciproche resuscitano e rimbalzano più veloci dopo il recente attentato a Sigfrido. Il quale, incassata la solidarietà unanime, invece di godersi l’aureola del martire comincia ad apparire in ogni occasione in cui si sputi sul governo di Giorgia: manifestazioni di grillini, di Cgil, dell’Anm. Geppi Cucciari lo santifica nel suo splendido programma su Rai3.

Fino all’audizione in Parlamento dell’altro giorno, in cui Ranucci chiede di secretare la sua risposta sul sospetto di pedinamento. Che ovviamente viene spifferata da qualche parlamentare subito dopo: “Mi risulta che Fazzolari abbia ispirato l’attivazione dei servizi”.

Giovanbattista minaccia di nuovo querela. Ma lui stesso si rende conto del vicolo cieco: “Se non lo denuncio sembra che lo avalli. Se lo denuncio sembra che lo intimidisca”. E intanto dice di non poter credere che Ranucci sia protetto dalla magistratura, mentre ammette di sospettarlo.

Sigfrido abita a Pomezia, Giovanbattista a Fiumicino. Potrebbero risolvere la questione con un duello rusticano a Roma Sud.

Invece noi, ingordi di fantasy, speriamo in innumerevoli altre puntate. In fondo, la tetralogia dei Nibelunghi di Wagner dura una ventina di ore. E da sola l’opera Sigfrido ce ne infligge cinque.

Comunque, tutti all’estrema destra se sono scampati ai mattoni di Bayreuth hanno almeno letto Tolkien. Possibile che a Giovanbattista non stia simpatico il nome Sigfrido, eroe di quei nani tedeschi del fantasy nibelungico? Certo, il merito della scelta onomastica è del padre di Sigfrido, non sua. Ma se le colpe dei papà non ricadono sulle figlie Meloni, il merito di Ranucci senior è invece indiscutibile. Magari era di destra anche lui. Fantasy. 

Saturday, November 01, 2025

Ecco come Pasolini divenne radicale e capì tutto

Il cattocomunista eretico Pasolini e il laicissimo Pannella non potrebbero essere culturalmente più lontani, seppure entrambi libertari. Ma la loro simpatia nasce già nel 1963, quando il primo firma l'appello del secondo per un voto a sinistra in nome dei valori radicali. Il Pr non si presenta a quelle elezioni, però raccoglie l'adesione di intellettuali come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Nelo Risi, Roberto Roversi, Massimo Mila - oltre a Pasolini

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 novembre 2025
"Caro lettore, passerei allo stile del volantinaggio: invia un telegramma o un biglietto di protesta ai segretari dei partiti o alla presidenza della Camera e del Senato". L'articolo che Pier Paolo Pasolini riesce a pubblicare sul Corriere della Sera il 16 luglio 1974 è inaudito: lo scrittore si lancia in una vera e propria propaganda diretta per Marco Pannella. Il quale è in sciopero della fame, perché due mesi dopo aver vinto il referendum sul divorzio la Rai continua a boicottarlo.
Il comitato di redazione filocomunista del Corrierone vorrebbe a sua volta boicottare l'articolo di Pasolini, che accusa Botteghe Oscure oltre che la Dc: "Il Vaticano e Fanfani, grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere che Pannella semplicemente 'esista'.  Ma neanche Berlinguer e il comitato centrale del Pci possono farlo. Pannella viene dunque 'abrogato' dalla vita pubblica italiana", denuncia lo scrittore.
Ci mette qualche giorno Gaspare Barbiellini Amidei, vicedirettore del Corsera e sponsor - lui cattolico - delle provocazioni di Pasolini, per convincere il direttore Piero Ottone a dare il via libera all'articolo. E il 'volantino' di PPP ha l'effetto di una bomba: la tv di stato, sotto ferreo controllo dc, è costretta a trasmettere un'intervista al leader radicale, in cui per la prima volta gli italiani ascoltano parole come 'aborto', 'omosessuali', 'lesbiche'.

Il cattocomunista eretico Pasolini e il laicissimo Pannella non potrebbero essere culturalmente più lontani, seppure entrambi libertari. Ma la loro simpatia nasce già nel 1963, quando il primo firma l'appello del secondo per un voto a sinistra in nome dei valori radicali. Il Pr non si presenta a quelle elezioni, però raccoglie l'adesione di intellettuali come Umberto Eco, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Nelo Risi, Roberto Roversi, Massimo Mila - oltre a Pasolini.
Nel 1969 i due s'incrociano di nuovo, in difesa dell'anarchico omosessuale Aldo Braibanti condannato a nove anni per plagio. E nel 1971 entrambi sono incriminati come direttori responsabili del giornale Lotta Continua: prestano la loro firma come parafulmine alle numerose denunce per diffamazione, vilipendi e altri reati d'opinione.

L'amore politico scoppia due anni dopo, quando Pasolini si entusiasma per la prefazione di Pannella a un libro di Andrea Valcarenghi di Re Nudo, 'Underground a pugno chiuso': "Queste dieci pagine sono finalmente il testo di un manifesto del radicalismo italiano. Rappresentano un avvenimento nella cultura di questi anni, non si può non conoscerle".

Ecco il testo pannelliano che appassionò PPP: "(...) Io amo gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione.
"Amo speranze antiche come la donna e l'uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni rafforzamento dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se 'rivoluzionario'. Credo ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuole essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive.
"Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello 'spirituale': alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più 'privati' mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti. (...)

"Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo. Voi di Re Nudo dite: 'Erba e fucile'. Non mi va. Lo sai, non sono d'accordo. Fumare erba non m'interessa, per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un'autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi è facile impegnarmi per disarmare i tenutari di quel casino che chiamano l'Ordine, i quali per sentirsi vivi hanno bisogno di comandare, proteggere, obbedire, arrestare, assolvere. Ma fare dell'erba un segno positivo di speranza mi par poco e sbagliato".

Quanto alla violenza, Pannella la considera "un'arma suicida per chi speri ragionevolmente di edificare una società (un po' più) libertaria. Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il 'nemico', per pensare ad eliminarlo. La violenza è il campo privilegiato sul quale ogni minoranza al potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati e della gente. Alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito. E poi, basta con questa sinistra grande solo ai funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste. Quando vedo, nell'ultimo numero di Re nudo, il 'recupero' di un'Unità del '43 in cui si invita ad ammazzare il fascista, ho voglia di darti dell'imbecille... Come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come noi radicali, voi renudisti sostenete che non esistono dei 'perversi', ma dei 'diversi'.
Come possiamo recuperare allora, proprio in politica, il concetto di 'male', di 'demonio', di 'perversione'? Quel che voi chiamate 'fascista' si chiama 'obiettore di coscienza', 'abortista', 'depravato' per altri".
Conclude Pannella: "Per noi la fantasia è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta. Così abbiamo parlato come abbiamo potuto, con i piedi nelle marce, con i sederi nei sit-in, con gli happening continui, con erba e digiuni, con 'azioni dirette' di pochi, con musica e comizi. Le battaglie per i diritti civili sono mancate a tutto il vostro Movimento: un rozzo paleomarxismo ha fatto strage soprattutto a Milano".

Nel biennio 1974-75 la sintonia fra Pasolini e Pannella è totale. Sul settimanale Il Mondo appare una lunga intervista. La prima domanda di Pasolini è quasi poetica: "Parla, e dì quello che più ti interessa dire questa sera". Risponde Pannella: "Noi diciamo che il regime si chiude. L'insensibilità della stampa al nostro caso ne è la dimostrazione. Quando si può dire che un regime è tale? Che un regime è fascista? Quando esso non ha più bisogno della violenza perché i suoi valori siano accolti da tutti. Oggi la violenza dello stato coincide con la violenza del dovere del consumo, come tu dici... Ma consumo significa in definitiva consumare se stessi: si vive consumando, e non creando. Si consuma cioè la propria vita".

In quell'estate '74 si respira l'aria che porterà all'avanzata delle sinistre nel '75-'76. Eppure questi due protagonisti degli anni '70 sono pessimisti. E a ragione. Pannella sente contro di sé un 'regime' che sarebbe in effetti durato ancora a lungo. Pasolini sta elaborando le idee sullo 'sviluppo che non è progresso', sulla 'scomparsa delle lucciole' e sul 'processo al Palazzo'. Ma anche per il pasoliniano 'processo alla Dc' si dovrà aspettare il 1993, con Tangentopoli.

Pannella riprende la polemica contro la sinistra "subalterna e collaborazionista": "I 'compagni' si comportano come la maggioranza silenziosa sotto il fascismo nei riguardi dei miseri duemila antifascisti che c'erano in Italia, fatti passare per 'pazzi'. Oggi i pazzi siamo noi. 'A Marco gli si è spappolata la testa', dicono i miei amici dell'Espresso, e anche mia sorella. Ma il loro è un giornale fatto tutto di pubblicità: da una parte quella canonica della lavapiatti o della macchina di lusso, dall'altra quella scandalistica del Sid o del Sifar o di Fanfani. Contro questo, la parola d'ordine dei radicali è 'irragionevolezza'. L'uomo non è libero oggi se davanti alla tv, dinanzi alla creazione coatta dei bisogni, non sregola i sensi...".

Musica, per le orecchie dell'anticonsumista Pasolini. Che domanda a Pannella: "Che differenza c'è fra il fascismo classico e il nuovo fascismo di oggi?". Risposta: "I vecchi fascisti chiedevano un'astensione dalla politica. Il fascismo è abolizione del dibattito, che per noi invece è tutto. Solo nella piazza, nel foro, nel letto, a casa, l'uomo e la donna possono essere presenti in tutta la loro integrità. Considerati solo in quanto lavoratori (vecchio fascismo) o consumatori (nuovo fascismo), sono decapitati".

Poi Pasolini scrive sul Corsera: "È molto tempo ormai che i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani. Il partito radicale e Pannella sono i reali vincitori del referendum sul divorzio. Ed è questo che non viene loro perdonato da nessuno. Anziché essere ricevuti e complimentati dal primo cittadino della Repubblica, in omaggio alla volontà del popolo italiano, Pannella e i suoi vengono ricusati come intoccabili. La volgarità del realismo politico non trova alcun punto di connessione col candore di Pannella. Le sue sono richieste di garanzia di una normalissima vita democratica. Ma il disprezzo teologico lo circonda".
Anche Giorgio Bocca, nella sua rubrica sull'Espresso, difende Pannella e attacca il "compromesso storico già operante" fra Pci e Dc.

Nel 1975 i radicali raccolgono le firme per il referendum sull'aborto, e il cattolico Pasolini dissente. Ma appena Pannella finisce in prigione per aver fumato una canna di marjuana ne chiede la scarcerazione, assieme ad Alberto Moravia ed Eco.
L'ultimo appuntamento di PPP con i radicali è drammatico. Nel senso che è un incontro mancato: avrebbe dovuto pronunciare un discorso al loro congresso annuale proprio il giorno dopo il suo assassinio, il 3 novembre 1975. Ma aveva già preparato il testo, che fu letto da Vincenzo Cerami.

Vale la pena riprodurlo ampiamente. Pasolini esordisce prendendo apparentemente le distanze da Pannella: "Non sono qui come radicale. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti, almeno come spera nei radicali".
Poi però Pasolini entra in medias res e diventa profetico, come così spesso gli accade. Denuncia "la borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal nuovo capitalismo sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Il consumismo può creare dei 'rapporti sociali' immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".

Lo scrittore si rende conto che sta criticando le migliori conquiste della sinistra negli anni '70 proprio a casa dei loro massimi alfieri, i radicali. Ma li assolve: "Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. È ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.

"I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C’è un’alterità che riguarda la maggioranza e un’alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell’aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza.
"A proposito della difesa generica dell’alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell’aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò – e voi lo sapete benissimo – costituisce un grande pericolo. Per voi – e voi sapete benissimo come reagire – ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l’adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti… Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, comunisti, cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (…)

"La massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità".

Attenzione: col suo linguaggio complicato Pasolini mezzo secolo fa sta già preconizzando il "partito radicale di massa" in cui si è via via trasformato il Pci-Pds-Ds-Pd fino ad oggi, fino all'evaporazione della classe operaia e alla sua incapacità di proteggere i diritti economici dei nuovi proletari. Una previsione allora condivisa soltanto dal filosofo cattolico conservatore Augusto Del Noce.
Conclude lo scrittore friulano: "Il potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione.

Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare".

Pannella e i radicali sono stati ben felici, nei decenni successivi, di seguire questo consiglio di Pasolini. Fino all'autolesionismo di abbandonare battaglie vincenti una volta raggiunto l'obiettivo, senza capitalizzarne elettoralmente i successi. 
Sono quindi rimasti partito di estrema minoranza, incuranti dell'impopolarità di alcune nuove cause (diritti dei deputati durante Tangentopoli, no ai populismi, carcerati) e testardi nel portare avanti quelle potenzialmente maggioritarie (antiproibizionismo sulle droghe, oggi l'eutanasia con l'associazione Coscioni), ma bloccate da pregiudizi difficili da scalfire. Anche perché sono scomparsi pensatori controcorrente come Pasolini, capaci di scardinare luoghi comuni e idee ricevute.

Wednesday, October 29, 2025

I maranza nel marasma: sono di destra o di sinistra?

Fascisti o comunisti? Dopo i maranzapal e i maranzanazi, debutteranno i maranzalib (corrente moderata del centrodestra), i maranzalab (corrente moderata del campo largo), i maranzaeuropeisti (per contare anche a Bruxelles) e i maranzanonviolenti (proBarghouti, il Mandela palestinese)

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 29 ottobre 2025

Riassunto degli ultimi giorni. Una banda di maranzanazi devasta un liceo a Genova, pitturando svastiche sui muri. L'indomani un gruppo di fratellini d'Italia cerca di volantinare davanti a un liceo di Torino, ma è aggredito da studenti di sinistra. Il volantino dice 'No alla cultura maranza'. Il vicepresidente pd della regione Piemonte accusa i fratellini di diffondere un 'messaggio d'odio'. Forse però doveva congratularsi con loro, visto che la cultura maranza oltre che propal di sinistra ora è diventata anche nazi, ed è quindi commendevole che la destra meloniana si distanzi dall'estrema destra. O al massimo poteva sgridarli per avere elevato a cultura la subcultura maranza. 

Poi a Venezia un gruppo di propal impedisce a un ebreo pacifista del pd di parlare all'università. Non sono maranza: inalberano falce e martello, noto simbolo comunista. Però l'ebreo di sinistra definisce 'fascisti' i suoi persecutori. Il presidente ex fascista del senato protesta: non sono fascisti. Tuttavia non dice neanche che sono comunisti.

Ora i maranza sono nel marasma: siamo di destra o di sinistra? Fascisti o comunisti? Nel dubbio, hanno deciso di moltiplicarsi per confondere le tracce. Quindi, dopo i maranzapal e i maranzanazi, debutteranno i maranzalib (corrente moderata del centrodestra), i maranzalab (corrente moderata del campo largo), i maranzaeuropeisti (per contare anche a Bruxelles) e i maranzanonviolenti (proBarghouti, il Mandela palestinese).

Wednesday, October 15, 2025

Il cannone Vannacci. Virtù fumogene e allucinogene della politica italiana

Nessuno come noi è capace di costruire illusioni ottiche di un’Italia che non esiste. Ma i miraggi non esistono solo a destra e solo qui: da Sartre a Trump passando per Mussolini e Albanese, breve catalogo psicotropo

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it,15 ottobre 2025


 

Puff, tutto finto, tutto finito. Svanito nel suo 4%. Anzi, 2%, calcolando gli astenuti. Roberto Vannacci travolto dal crollo della Lega alle regionali in Toscana. Lui è di Viareggio, quindi avrebbe dovuto mietere un successone nel suo territorio. Molti lo temevano, dopo il mezzo milione di preferenze ramazzate alle europee l’anno scorso. Giorgia Meloni ha indurito i toni del suo ultimo comizio toscano proprio per fargli concorrenza a destra. 

E invece niente. Il generalone si è rivelato solo un altro episodio, l’ennesimo, di una certa politica allucinogena che da qualche tempo avvolge l’Italia. Come il fumo di una canna, anzi di un cannone nel suo caso. 

Si crea il mostro Vannacci, ben felice di essere creato, si fa di un’illusione ottica lo spauracchio di un’Italia che non esiste. E alla prima prova vera i suoi legionari svaniscono come i soldati italiani a Caporetto

Attenti, però. Perché le allucinazioni non riguardano soltanto la Lega, decimata dalla decima Mas di cartone del simpatico generalone. Basta accomodarsi davanti ai talk tv per entrare in un magico mondo di irrealtà, come quello di Alverman nella tv dei ragazzi di mezzo secolo fa.

Tutti sembrano adorare i “fantocci polemici”, secondo la definizione scientifica dei politologi. M’invento un avversario, un problema, poi mi ci scaglio contro e lo distruggo. Con estrema facilità, visto che è inesistente. Come Giorgia con la flottiglia, e la flottiglia con Giorgia. I flottanti venivano da 44 Paesi, ma la premier faceva finta che fossero tutti coalizzati contro di lei. Quelli ce l'avevano con Israele, però eccoli criticare il nostro governo che li ha protetti con ben due navi militari ma doveva fare di più, e comunque è troppo amico di Bibi. 

E il fantastico trip della premier continua: ora è sinceramente persuasa di avere fornito un grande contributo alla tregua con Hamas, anche se nella foto di Sharm-el-Sheikh i maschiacci l’hanno relegata in fondo a destra. Dall'altra parte, ecco avanzarsi la nuova madonna pellegrina, Francesca Albanese, adorata dai più. La quale come un Dibba qualsiasi riesuma nemici freschissimi: colonialismo, apartheid, capitalismo, terzomondismo, razzismo. Marxisti immaginari.

La politica trasformata in fantasia c’è sempre stata: dal militarismo jingoista di Theodore Roosevelt a Jean Paul Sartre credente nelle meraviglie dello stalinismo con buona parte dell’intellighenzia europea, o dall’Impero di Benito Mussolini all’Ucraina nazista di Vladimir Putin. 

Ma in Italia molto prima di Donald Trump abbiamo fatto passi da gigante verso l’Lsd collettivo: il pericolo comunista sventolato da Silvio Berlusconi proprio dopo il crollo del comunismo; quello fascista ora impersonato da una piccola donna bionda, bellissima secondo il presidente Usa. La povertà sconfitta dai grillini grazie alla manna di cittadinanza, i migranti che ci invadono anche se ridotti del 70% rispetto al 2023, le auto da abolire anche se tir, aerei low-cost e crociere inquinano cento volte di più e sono raddoppiati negli ultimi 15 anni.

Insomma, siamo circondati e sopraffatti da esagerazioni e mitomanie. Fortunatamente, i politici che le agitano vengono puniti alla velocità della luce che li sgonfia come soufflé in pochi anni: Renzi, grillini, leghisti ridotti dal 30 al 4%. 

Però noi insistiamo. L’altro ieri guerriglia in piazza della Scala perché i ProPal volevano togliere il gemellaggio Milano-Tel Aviv. Dimenticando che la città israeliana è una delle più a sinistra, libertarie, noBibi e gayfriendly del mondo, governata da 25 anni da un sindaco socialista, uno dei pochi rimasti in Israele.

Dimmi quale competitor t'inventi e ti dirò chi sei, quale sostanza psicotropa hai inalato. Non hai letto Molière né Cervantes né Italo Calvino. Ma il malato immaginario che si scaglia contro i mulini a vento sei tu.