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Thursday, March 19, 2026

L'uragano Bossi. Come il vento del Nord spazzò via la vecchia politica

Era il 1990 quando alle regionali lombarde la Lega arrivò al 20%. "Questa è una rivoluzione, dissi al mio direttore...". Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Fu imbrigliato da Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Dopo il malore, i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026

Primavera 1990. Sala stampa della regione Lombardia, nella vecchia sede del Pirellone. I monitor mostrano le prime proiezioni delle elezioni regionali: Lega nord al 20%. Daniele Vimercati, 'legologo' del Giornale di Montanelli, mi guarda incredulo. Corro a telefonare al mio settimanale, L'Europeo: "Direttore, questa è una rivoluzione. Copertina?".

Vittorio Feltri mi diede sei pagine. Chi non ha vissuto la politica al nord in quei primi anni '90, pre-Tangentopoli, non può rendersi conto di quanto fosse liberatorio il voto alla Lega. Certo, la polemica contro i terroni e il Sud. Ma era soprattutto lo slogan "Roma ladrona" ad attrarre, e a far schizzare i voti per Umberto Bossi oltre il 40% in certe valli bergamasche e bresciane.

"Baluba venuti giù con la piena", li definì Claudio Martelli, delfino di Bettino Craxi. Quattro anni dopo il loro Psi non c'era più. Nel 1990-93 la Lega di Bossi rappresentò, al nord, il nostro crollo del muro di Berlino. Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Anche perché Marco Pannella commise il nobile suicidio garantista di difendere i parlamentari inquisiti di Mani pulite, e quindi il voto qualunquista evitò i radicali, riversandosi su Alberto da Giussano.

Umberto da Cassano Magnago (Varese) era un irresistibile impasto di furbizia, fiuto politico e cialtroneria. Quest'ultima, ingrediente essenziale per approdare in Parlamento, lo parificava a Cicciolina. Tanti grandi borghesi lombardi, piemontesi e veneti lo scelsero come sberleffo: dopo la pornostar, beccatevi 'sti baluba. Tanto ormai, crollato il comunismo, non c'era più bisogno della noiosa diga dc.

Da anni, però, c'erano segnali premonitori. Ricordo la marcia anti-tasse del novembre 1986 a Torino, convocata dai professori liberali Sergio Ricossa e Antonio Martino (poi ministro berlusconiano). Andai a raccontarla con gli editorialisti dell'Europeo Massimo Fini e Saverio Vertone. Un fiume di gente, quasi una replica della marcia restauratrice dei 40mila di sei anni prima. Incrociammo un disperato Piero Fassino, allora capo del Pci torinese: "Altro che liberali e destra, qui c'è anche molta della nostra gente".

Per tutti gli anni '90 l'equivoco continuò: Bossi sta a destra o a sinistra? Non conoscevamo ancora i populisti, Grillo era solo il giullare di Pippo Baudo, quindi la Lega risultava non inquadrabile. Umberto imbarcava di tutto, dai fini intellettuali Gianfranco Miglio e Philippe Daverio al bluesman Roberto Maroni, fino alla cattolica Irene Pivetti, miracolata con la presidenza della Camera vent'anni prima di Roberto Fico. Mica tanto suora la Irene, che intervistai in un bar di via Canonica: alla fine mi invitò su nel suo monolocale, declinai educatamente. 

Bossi fu imbrigliato da Silvio Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Poi arrivò lo s'ciopone con annesso gossip salace. Da allora i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore. Ma in fondo hanno continuato a imitarlo, facendo tutto e il contrario di tutto come tutti i populisti, da Peron a Trump. Da Forza Etna al ponte sullo Stretto.

L'ho intervistato l'ultima volta nel 2017, dopo il referendum secessionista in Catalogna e prima di quelli per l'autonomia in Lombardia e Veneto (stravinti ma disattesi). Sempre lucido, provocatore. E secessionista, seppure in minoranza nel suo partito: "L'autonomia è il contrario dell'indipendenza. Ci darebbero un po' di soldi solo per non farci andar via. Ma il nord si deindustrializza, le aziende chiudono. Quindi ci accontentiamo dell'autonomia chiesta da Salvini".

Però gli spagnoli accusano i catalani di inscenare la rivolta dei ricchi, gli obiettai. "No, dei liberi", mormorò il senatùr, indomito. 

Thursday, July 17, 2025

Esuli italiani

Finalmente una mostra, forse persino senza polemiche

di Mauro Suttora

Il ministro Giuli domani annuncia “Frontiera adriatica”, che apre a ottobre al Vittoriano a Roma. Un’idea di Sangiuliano che può prendere dimensioni impreviste. Il problema della parola “foibe” e il frastuono di liti di minoranza

Huffingtonpost.it , 17 luglio 2025

Venerdì 18 luglio il ministro della Cultura Alessandro Giuli presenta alla stampa estera la mostra 'Frontiera adriatica: storie di esuli italiani', che aprirà il 5 ottobre al Vittoriano. Attenzione alle parole: non esuli 'istriani, giuliani, fiumani, dalmati', ovvero i 350mila che abbandonarono le loro case dal 1944 al 1954. Gli organizzatori hanno intelligentemente allargato la definizione, chiamandoli semplicemente 'italiani'.

Ma basterà questo annacquamento semantico a sopire le polemiche sulle foibe, facendo finalmente conquistare a quell'esodo lo status di memoria condivisa super partes?

Fu il precedente ministro Gennaro Sangiuliano, un anno fa, a concedere alla Federazione degli esuli guidata da Giuseppe De Vergottini e Renzo Codarin la prestigiosa sede del complesso monumentale dedicato a Vittorio Emanuele II nel centro di Roma.

L'istituto Vive (Vittoriano e palazzo Venezia) ha messo a disposizione della mostra spazi ristrutturati accanto al museo del Risorgimento. 

Secondo Sangiuliano, però, la manifestazione doveva essere solo "il primo passo verso la realizzazione del Museo del Ricordo qui a Roma, dedicato alla memoria dei martiri italiani delle foibe, massacrati dalla cieca violenza comunista titina. L'esposizione accenderà, in un luogo altamente simbolico e centrale per l'identità nazionale, un faro potente sul buco nero della memoria legata all'esodo. Restituiamo, dopo troppo silenzio, la dovuta visibilità e la giusta dignità alla tragedia delle foibe".

Parole destinate a riaccendere il dibattito, perché a sinistra qualcuno non condivide l'apertura bipartisan con cui anche Giorgio Napolitano, Piero Fassino e Luciano Violante promossero nel 2004 l'istituzione del Giorno del Ricordo, proposto dall'ex missino Roberto Menia. 

Da allora, ogni anno il 10 febbraio (data in cui nel 1947 fu firmata la cessione di Istria, Fiume, isole del Quarnaro e Zara alla Jugoslavia) una manciata di nostalgici comunisti e fascisti rinfocola le polemiche. Ovviamente aumentate con il centrodestra al governo.

A placare gli animi dovrebbe essere la dicitura 'temporanea' apposta alla mostra. Ma non v'è chi non veda che l'ambizione è quella di farla durare almeno fino all'80esimo anniversario della strage sulla spiaggia Vergarolla (Pola), nell'agosto 1946, che spinse migliaia di famiglie terrorizzate a fuggire in Italia. Per poi magari prolungarla fino al 10 febbraio 2027, anniversario a cifra tonda del trattato di Parigi. E giunti a quel punto, perché smontarla? Trasformata in permanente, ecco pronto il museo auspicato da Sangiuliano.

Così, nel cuore di Roma, verrà ricordato un crimine del comunismo. E quelli del fascismo? Basterà a chi vuole coltivare anche la memoria dei partigiani il museo della Liberazione in via Tasso, dove le SS di Herbert Kappler ed Erich Priebke incarcerarono i futuri presidenti Giuseppe Saragat e Sandro Pertini, e torturarono centinaia di antifascisti come il ministro Giuliano Vassalli?

A Milano, zona porta Volta, è in costruzione il museo della Resistenza. Doveva costare 25 milioni, ora ce ne vogliono altri sei e il sindaco Beppe Sala è andato a chiederli al ministro Giuli. Potrebbe essere questo il prezzo da pagare per pareggiare i conti col museo romano dell'Esodo. 

Intanto, però, c'è chi storce il naso perfino sulla data di inaugurazione della mostra al Vittoriano. Il 5 ottobre 1943 infatti venne infoibata dai partigiani jugoslavi Norma Cossetto, studentessa istriana 23enne con l'unica colpa di avere un padre fascista. 

È diventata il simbolo dei 15mila italiani uccisi o desaparecidos in quegli anni tremendi. Nonostante il presidente Carlo Azeglio Ciampi l'abbia insignita della medaglia d'oro alla memoria, capita ancora che qualche sciagurato insozzi le targhe delle vie a lei dedicate in tutta Italia.

Wednesday, May 25, 2011

Comunali 2011, primo turno

DISASTRO MORATTI, TRIONFO DE MAGISTRIS, BENE FASSINO a TORINO E GRILLO A BOLOGNA

di Mauro Suttora

Oggi, 16 maggio 2011

MILANO: scende il Pdl
Letizia Moratti, 61 anni, (sopra, nella foto con il suo avversario Giuliano Pisapia, 62, che non le stringe la mano dopo che lei lo ha accusato in tv di essere stato vicino ai terroristi), sindaco dal 2006 (con il 52%), questa volta non solo non raggiunge la maggioranza assoluta, ma viene superata da Pisapia. Ci sarà quindi un secondo turno il 29 maggio. La Lega avanza sulle comunali del 2006, ma crolla rispetto all'anno scorso: come fa il "partito del nord" a non raggiungere neanche il 10% nella sua capitale?

TORINO: «Grissino» ok
È l’unica grande città dove il voto del 14-15 maggio è andato bene per il Pd. L’ex segretario Piero «grissino» Fassino ha infatti superato il 50%, ed è già sindaco. Merito anche del predecessore Sergio Chiamparino, che dopo dieci anni non era più ricandidabile. Chiamparino comunque nel 2006 ebbe il 66% contro Rocco Buttiglione. Percentuale ineguagliata.

BOLOGNA: Grillo al 10%
Non ce l’ha fatta il candidato della sinistra Virginio Merola a farsi eleggere al primo turno, come Sergio Cofferati che nel 2004 ebbe il 56%, e Flavio Delbono che due anni fa superò il 60 prima di doversi dimettere per i favori all’amante. Il ballottaggio sarà con Manes Bernardini. Buon risultato per Beppe Grillo: il suo Massimo Bugani raggiunge il 10 per cento.

NAPOLI: Democratici ko
La maggiore sorpresa è arrivata dal trionfo di Luigi De Magistris, l’ex magistrato eurodeputato da due anni con Di Pietro: sarà lui a battersi al secondo turno con Gianni Lettieri del Pdl. Il candidato Pd, superato da De Magistris, paga i non brillanti risultati degli ex sindaci del centrosinistra Bassolino e Jervolino. Ma De Magistris andrà d’accordo con Di Pietro?