Saturday, August 20, 2022

Gli under35 capilista sono una disgrazia. Ritirate la candidatura, finché siete in tempo



Se volete fare politica, come diceva mia mamma, prima fatevi una posizione. Non diventate Casta troppo presto. Per rappresentare il loro popolo i giovani dovrebbero aver prima dimostrato qualcosa. Altrimenti sono solo miracolati

di Mauro Suttora

Huffpost, 20 agosto 2022


Ci mancavano gli under 35. Gli studenti di Berkeley sessant'anni fa iniziarono la contestazione urlando "Non fidatevi di nessuno sopra i 30 anni!". Ora invece alcuni giovani funzionari del Pd hanno ottenuto una corsia preferenziale per fare carriera: "Siamo gli unici che possono rappresentare la nostra generazione". Quindi verranno eletti in Parlamento con il solo merito della loro età.

Li scongiuro: no, non fatelo finché siete in tempo. Ritirate la candidatura. E, già che ci siete, lasciate la politica a tempo pieno. Trovatevi un lavoro vero. Non lo dico per qualunquismo: la politica è fra le più nobili delle attività. E ha bisogno di grande professionalità: equilibrio, facondia, intelligenza. Assieme ad amore, arte e religione è ciò che distingue gli uomini dagli animali. Ma proprio per questo non va ridotta a mestiere. 

Chi fa l'amore full time soddisfa l'esigenza più antica del mondo, quindi è comprensibile che le prostitute siano pagate. Praticare l'arte come mestiere è periglioso: difficile trarne sostentamento, uno su diecimila ce la fa, altro che mille. Quanto alla religione, seminari e chiese vuote sono lì a dimostrarci il disastro della sua professionalizzazione. 

Resta la politica. Capisco che stipendi da 9mila al mese (in Regione), 14mila (in Parlamento) o 20mila (Europarlamento) siano appetibili. Ma buttarsi da giovani in questa carriera significa condannarsi alla schiavitù. Dovrete sempre dire di sì al capo di turno per farvi rieleggere. Cambiare partito per sfuggire alla disoccupazione. Umiliarvi per restare a galla. Se verrete trombati sarà una tragedia: è  difficilissimo riciclarsi a 40-50 anni.

Non costringete quindi voi a vivere per sempre di politica, e noi a mantenervi. Non infliggeteci ulteriori reperti museali inestirpabili come Casini o Bonino. Guardate i 60 tapini che hanno seguito Di Maio: appena un mese fa pensavano di aver fatto una scelta furba, abbandonando la nave grillina che affonda. Ora resteranno quasi tutti senza posto. Per non parlare di Renzi, precipitato dal 40 al 2%. 

Insomma, se volete fare politica prima fatevi una posizione, come diceva mia mamma. Scegliete un qualsiasi altro onesto lavoro per mantenervi, e poi praticatela come prezioso hobby o commendevole volontariato. Non diventate Casta troppo presto: i grillini hanno dimostrato che la politica è una fabbrica di spostati.

Chi non ha un proprio lavoro cui tornare in caso di non rielezione, un paracadute, come Moro, Cacciari o Letta, è costretto a elemosinare strapuntini in enti parastatali. Oppure a sventolare il proprio certificato anagrafico in guisa di massima virtù, come gli sventurati pd under 35. Parafrasando Venditti: "Compagno di scuola, ti sei salvato o sei finito in politica pure tu?" 

Non ho niente contro i giovani. Ma per rappresentare il popolo dovrebbero aver prima dimostrato qualcosa. Altrimenti sono solo miracolati. Bonino, per esempio, approdò in Parlamento nel 1976 a 28 anni sull'onda delle sue lotte per l'aborto legale. Robespierre e Saint-Just fecero una rivoluzione a 31 e 22 anni. I Giovani Turchi cacciarono i vecchi ottomani pantofolai; poi però, avendo l'età dell'estremismo fanatico, sterminarono gli armeni.

Gli antichi romani, che avevano già capito tutto, facevano l'esatto contrario dell'odierno pseudogiovanilismo: in politica si affidavano alla saggezza dei vecchi senex riuniti nel Senato. Invece questi vorrebbero il Giovinato. 

Thursday, August 18, 2022

La tragica attualità della strage di Pola

Era il 18 agosto 1946, è stata la prima strage della Repubblica. Fu un atto di terrore. Quello che oggi accomuna Putin a Tito e rende così tragico, antico e inattuale l'ormai mezzo anno della sua guerra ucraina

di Mauro Suttora

Huffpost, 18 agosto 2022


È stata la prima strage della Repubblica. Alle due di pomeriggio del 18 agosto 1946 a Pola, sulla spiaggia di Vergarolla, 65 persone (per un terzo ragazzi sotto i 18 anni) morirono nello scoppio di una ventina di mine antinave. Come per Piazza Fontana, gli autori della strage sono rimasti sconosciuti.

Era una calda domenica d'estate, sulla spiaggia si divertivano centinaia di famiglie. Le mine giacevano inerti senza detonatore in un angolo dell'arenile, disinnescate dagli artificieri dopo la fine della guerra. Pola era sotto amministrazione britannica, ma molti temevano che sarebbe stata scambiata con Gorizia per finire sotto la Jugoslavia comunista di Tito. Il 90% dei suoi 31mila abitanti erano italiani. 

Improvvisamente, il boato. Una nuvola di fumo fu vista a chilometri di distanza. Decine di corpi rimasero polverizzati. Centinaia i feriti. Chi aveva innescato il tritolo delle mine? Qualcuno parlò di incidente, magari causato dal fornelletto di una grigliata. 

La verità si è saputa solo nel 2008, all'apertura degli archivi di Londra: "Gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persone sconosciute". Con tutta probabilità agenti dell'Ozna, la polizia segreta del dittatore Tito. Che così raggiunse il suo scopo: terrorizzati, 28mila polesani nell'anno seguente scapparono, arrivando esuli in Italia. 

Ecco, il terrore. Quello che oggi accomuna Putin a Tito e rende così tragico, antico e inattuale l'ormai mezzo anno della sua guerra ucraina. Sono tante le similitudini fra l'occupazione russa di Mariupol e Kherson, e quella jugoslava di Trieste e Istria 76 anni fa. 

Ora come allora, i dittatori seminano paura in pochi per disfarsi di tanti. Tito infoibò 6mila civili italiani per farne fuggire 300mila. Specifichiamo: infoibare significa gettare persone spesso vive in un buco profondo cento metri. Personalmente, avrei preferito morire gasato in pochi minuti invece di agonizzare per giorni crepando di sete coi vermi nelle ferite.  

A Pola, invece delle foibe, furono le mine a falciare ragazzi che nuotavano. A Bucha sono state le pistole di ragazzi russi,  arruolati alla vigliacca, a finire alla tempia prigionieri ucraini. Il risultato è lo stesso: la pulizia etnica. Il 90% degli italiani lasciarono l'Istria perdendo tutto; decine di migliaia ucraini stanno lasciando Donbass e le altre zone occupate dai soldati di Putin.

Nel 1945-47 la pulizia fu quadrupla. Non solo etnica contro gli italiani, ma anche politica contro i non comunisti, economica contro i borghesi, religiosa contro i cattolici. In Ucraina conosceremo solo fra qualche anno il profilo sociologico dei profughi o deportati in Siberia, ma la comune fede ortodossa non impedisce al patriarca putiniano Cirillo di applaudire i massacri. 

Altra analogia: Putin, come Tito, attua la politica del fatto compiuto. Il dittatore jugoslavo preferì lanciare i suoi partigiani alla conquista dell'italiana Trieste prima ancora di liberare la slovena Lubiana. Pretendeva tutta la Venezia Giulia fino all'Isonzo, inglobando Carso, Gorizia, Monfalcone. 

Anche il despota russo conosce la forza del fait accompli, come dicono i diplomatici. Sa che quasi sempre la linea di armistizio si trasforma in confine definitivo, oppure dà diritto a compensazioni territoriali. Così il 24 febbraio si è scagliato avventatamente contro Kiev e Kharkiv, che niente hanno a che fare con il Donbass rivendicato appena il giorno prima. Lì ha dovuto ritirarsi, come Tito da Trieste. Ma Kherson e tutto il retroterra della Crimea sono ancora suoi: è il fiume Dniepr la nuova esagerata frontiera sperata da Putin, il suo Isonzo. 

Oggi come nel 1947, sono americani e inglesi a difendere i popoli che si battono per la libertà e la democrazia. Allora ci riuscirono solo in parte, perché il nuovo confine fra Italia e Jugoslavia, quello attuale, fu tracciato sulla 'linea francese' per pressione di Stalin; mentre la loro linea Morgan avrebbe salvato la costa orientale dell'Istria (Parenzo, Rovigo, Pirano, Umago), veneziana e italiana da sempre.

In Ucraina, vedremo. Ma quella strage di Pola, vicino alle fantastiche isole Brioni, si affianca a nomi di altri massacri europei diventati tristemente famosi quest'anno, dopo quelli di Sarajevo e Srebrenica trent'anni fa: Bucha, Mariupol, Severodonetsk. 

Wednesday, August 17, 2022

Quando Berlusconi fa il garantista, un garantista muore



Ogni volta che apre bocca in tema di giustizia il buon Silvio precipita in conflitto d'interessi. Il suo garantismo risulta sempre un po' peloso. E anche noioso, perché è da trent'anni che la faccenda va avanti, fra lodi Alfano e leggi Cirielli. Ci prenderà per stanchezza

di Mauro Suttora

Huffpost, 17 Agosto 2022  

Tutte le volte che Berlusconi fa il garantista, per noi garantisti è dilaniante. Questa mattina ha scritto su Facebook: "Quando governeremo noi, le sentenze di assoluzione non saranno appellabili".

Suona ragionevole. L'abolizione degli appelli eviterebbe accanimenti delle procure e taglierebbe i tempi della giustizia. Come dice Berlusconi, "il processo è già una pena, che colpisce l'imputato ma anche la sua famiglia, i suoi amici, il suo lavoro".

Gli abolizionisti degli appelli citano l'esempio degli Usa, dove vige il principio latino ne bis in idem: non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato. Dimenticano però che lì sono inappellabili tutte le sentenze, anche quelle di condanna (tranne che per rari errori di procedura). E questo non sarebbe stato certo conveniente per i processi del Cavaliere. Il quale proprio grazie agli appelli ha ridotto la cifra da risarcire a De Benedetti da 750 a 500 milioni di euro (lodo Mondadori), ma soprattutto se l'è cavata parecchie volte con la prescrizione. 

Insomma, come si usa dire: il garantismo del buon Silvio risulta sempre un po' peloso. E anche noioso, perché è da trent'anni che la faccenda va avanti, fra lodi Alfano e leggi Cirielli. Ci prenderà per stanchezza. 

Lui ha tutto il diritto di concionare pro domo sua, noi giornalisti tutto il dovere di evidenziare che ogni volta che apre bocca in tema di giustizia precipita in conflitto d'interessi. 

Non c'è bisogno di essere Travaglio o Barbacetto, ad esempio, per replicare a un'altra sua affermazione odierna, apparentemente indiscutibile: "In Italia migliaia di persone ogni anno vengono arrestate e processate pur essendo innocenti". Migliaia magari no, facciamo centinaia. Ma è egualmente grave. Tuttavia, in un Paese devastato da mafia, camorra e 'ndrangheta, è vero anche il contrario: "Centinaia di persone NON vengono arrestate e processate, pur essendo colpevoli".

Perché Davigo e Gratteri sono quello che sono, ma i referendum sui magistrati risultano ahinoi miserevolmente naufragati poche settimane fa: nell'80% di astenuti l'odore del garantismo capzioso ha prevalso sul profumo del garantismo disinteressato. Lo sanno bene Salvini e Meloni, i cui elettori sono per metà forcaioli quanto i grillini. E quindi difficilmente aboliranno gli appelli solo per gli assolti. Non lo sanno invece gli aficionados di Silvio, che si apprestano a regalargli ancora un consenso non indifferente: può darsi che attorno al 10% Forza Italia batta Conte, e probabilmente supererà Calenda.  

Per loro Berlusconi resta un perseguitato, e lo sarà per sempre. Se verrà condannato nei processi ancora aperti per subornazione di testimoni, perfino peggio: ecco l'ennesima prova della persecuzione giudiziaria che lo colpisce da un terzo di secolo. Eternamente vittima, eternamente pittima. Come il suo collega populista Trump, d'altronde: più ne fa, più strilla. 

Friday, August 12, 2022

Che bisogno c'è di Fratoianni, quando abbiamo i frati comunisti di Padova?

Sul loro Messaggero di Sant'Antonio questo mese l'economista Luigino Bruni si scaglia contro il "mercato capitalistico", liquidato come "imbroglio e grande bluff" con la stessa apoditticità di un Rizzo del partito comunista

di Mauro Suttora

HuffPost, 12 Agosto 2022 

Che bisogno c'è di Fratoianni, quando abbiamo i frati di Padova? Sul loro Messaggero di Sant'Antonio questo mese l'economista Luigino Bruni si scaglia contro il "mercato capitalistico", liquidato come "imbroglio e grande bluff" con la stessa apoditticità di un Rizzo del partito comunista.

"Per quarant'anni ci siamo ubriacati di privatizzazioni, abbiamo smantellato beni pubblici e beni comuni e li abbiamo affidati al mercato, convinti che il movente del profitto privato fosse l'unico per far impegnare lavoratori e imprenditori", tuona Bruni. Che elenca: "Ferrovie, energia, acqua, autostrade, e sempre più sanità, scuole e università sono gestite da capitalisti privati, e i profitti finiscono in pochissime mani già molto ricche". 

Per la verità la stagione delle privatizzazioni si è in gran parte conclusa un quarto di secolo fa, quando il cattolico Prodi dovette far cassa per entrare nell'euro. Aveva venduto anche aziende statali che non producevano certo 'beni pubblici': dai pomodori pelati ai panettoni, fino ai vetri per le auto della fabbrica Siv (oggi Pilkington) a San Salvo (Chieti).

Sui carrozzoni di stato e l'inefficienza clientelare del pubblico, che in Italia si traduce in politico/partitico, sono state scritte biblioteche. Ma Bruni obietta: "Ci hanno convinti che il privato è il paradiso della nuova economia, il pubblico è l'inferno, e il non-profit il purgatorio. Non capisco come questa idea malsana e sbagliata si sia potuta affermare. Conosco le ideologie e i demagoghi, ma qualcuno mi dimostri perché i beni comuni sono gestiti meglio da privati che dal pubblico". 

La saggezza popolare risponde a Bruni che "l'occhio del padrone ingrassa il vitello", e la nostra esperienza quotidiana ne è purtroppo piena di esempi concreti. Anche oggi ho telefonato all'Istituto Besta di Milano, eccellenza pubblica della neurologia, per fissare la visita annuale di controllo della mia neuropatia degenerativa, prescrittami un anno fa dal loro medico che mi cura. Mi hanno risposto per la decima volta che le visite sono esaurite fino a fine anno, e che non sanno quando si apriranno le prenotazioni per il 2023 ("Richiami ogni settimana"). 

Ma poiché conosciamo anche le speculazioni di certi privati sui beni in concessione o convenzione, dalle autostrade alla sanità, non ci metteremo certo a tessere lodi a prescindere del privato. Ricordiamo solo all'ottimo Bruni che 'in medio stat virtus': fra il neoliberismo selvaggio e il suo benecomunismo c'è uno spazio enorme per sistemi misti come i nostri europei, che contemperano l'interesse pubblico con l'efficienza privata.

Bruni ricorda che proprio l'Italia ha inventato, con i Romani e poi nel medioevo con i liberi Comuni, la gestione ("comune", appunto) delle risorse collettive: "Abbiamo fatto autentici miracoli economici, civili e artistici perché le città erano forme di cooperative, consorzi di cittadini che gestivano insieme molte attività politiche e anche molte imprese". 

Obiettiamo che il massimo splendore economico e artistico di Firenze e Milano fu raggiunto sotto banchieri privati (i Medici) o signorie (Visconti, Sforza); Venezia e Genova erano splendide repubbliche per nulla democratiche, bensì oligarchiche in mano all'aristocrazia borghese del denaro; quanto a Roma, il mecenatismo papale era anch'esso agli antipodi del 'benecomunismo'. Che funzionava al massimo per gestire il legname di qualche bosco e i pascoli di pecore e mucche. 

Poteva mancare, infine, un po' di antiamericanismo dal sorprendente giornale dei frati minori conventuali? 

"Il capitalismo delle privatizzazioni è prodotto d'importazione, da Paesi come gli Usa e l'Olanda", accusa Bruni. "I figli delle business school, con poca cultura umanistica e molto inglese, hanno deciso che il privato è la Terra promessa". Non si salva nessuno: "Hanno convinto praticamente tutti, anche i politici della sinistra, che era nata da una critica al capitalismo e al profitto, e persino le Chiese". 

Povero Bruni. Siamo circondati, anche se l'Italia non ha avuto alcun Reagan o Thatcher, colossi statali come Eni o Leonardo macinano miliardi di utili, e spesa pubblica, tasse, deficit e debito galoppano. Ma la colpa è sempre e solo dei capitalisti privati, come ci ha insegnato Marx. E pazienza se il Muro di Berlino è crollato 33 anni fa, seppellendo le illusioni socialiste. 

Tre anni fa i conti non tornavano neanche per il Messaggero di Sant'Antonio, i fraticelli padovani volevano licenziare otto giornalisti. Poi la crisi è rientrata. La Divina provvidenza proteggerà anche l'economia italiana? Non resta che affidarci a lei. Con l'intercessione del Santo di Padova.

Friday, August 05, 2022

Che vita da cani. I soldi nella cuccia della Cirinnà diventano un legal thriller

La telenovela dei 24mila euro sembrava esaurita quando il pm di Grosseto ha archiviato le indagini. Ecco ora la nuova richiesta della Cirinnà: poiché il tesoro è stato scoperto in un terreno di sua proprietà, spetta a lei

di Mauro Suttora

HuffPost, 5 agosto 2022


Era stato il giallo dell'estate scorsa: i 24mila euro in banconote da 500 ritrovati in una cuccia di cane nell'azienda agricola della senatrice pd Monica Cirinnà a Capalbio (Grosseto). Un malloppo ritrovato per caso fra le assi abbandonate in un angolo dei cento ettari di proprietà della senatrice e di suo marito Esterino Montino, anch'egli Pd, ex senatore e da nove anni sindaco di Fiumicino (Roma).

La coppia lo consegnò alle autorità, ma la singolare scoperta scatenò i commenti sui social. Niente infatti irrita gli 'odiatori' di destra più della parole Cirinnà e Capalbio. La prima perché, oltre a essere verde e animalista, ha firmato la legge sulle unioni civili gay ed è quindi amata dal mondo lgbt; la seconda in quanto simbolo delle élite radical chic.

Da dove venivano quei soldi? Probabilmente dimenticati da qualche banda di malviventi che li aveva nascosti in un luogo accessibile dalla strada. I tagli da 500 euro sono fuori corso dal 2019 e i numeri di serie di molte banconote risultano illeggibili. Roba vecchia, quindi. Ma il mistero eccita i complottisti, e così la cuccia di cane della politica animalista divenne bersaglio di insulti.

La telenovela sembrava esaurita quando il pm di Grosseto ha archiviato le indagini, data l'impossibilità di rintracciare l'origine dei soldi. E invece, ecco ora la nuova richiesta della Cirinnà: poiché il tesoro è stato scoperto in un terreno di sua proprietà, spetta a lei. E lo devolverà all'associazione Olympia De Gouges (femminista ghigliottinata nel 1793 in place de la Concorde a Parigi), che assiste le donne vittime di violenza a Grosseto.

Per la gioia dei burini misogini, i quali ora possono rinfacciare alla Cirinnà e al marito la dichiarazione di un anno fa: "Siamo felici che quel denaro sarà nella disponibilità del Fondo unico per la giustizia, e che verrà utilizzato per fini di pubblica utilità".

Il giudice penale ha detto no alla nuova richiesta della senatrice: deciderà il giudice civile. La surreale vicenda quindi proseguirà a colpi di fioretto legale, con disquisizioni fra avvocati sul destino della "res inventa". La legge prevede che le cose ritrovate spettino solo per metà al proprietario del terreno, e per l'altra metà allo scopritore. Ma restiamo sempre in famiglia: la cuccia del cane infatti fu ispezionata dal figlio del sindaco Montino, assieme a un operaio. Quest'ultimo, magari, preferirà tenersi il suo 25%, piuttosto che regalare seimila euro alle donne grossetane.

In questi giorni, comunque, la 59enne Cirinnà è impegnata in una lotta ben più sostanziosa di quella per i soldi della cuccia del cane. Il Pd sta definendo le candidature per il voto del 25 settembre: non è detto che lei, dopo due legislature e con il taglio dei parlamentari, riesca a mantenere la poltrona. Se dovesse soccombere, potrà consolarsi con l'indennità di fine mandato. La liquidazione dei politici nel suo caso, dopo quasi dieci anni di mandato, ammonta a un'ottantina di migliaia di euro. Altro che la cuccia.