Monday, June 29, 2026

Mezzo secolo di liti. Lo scisma dei lefebvriani: Vaticano addio

I primi scontri fra il cardinale Lefebvre e Paolo VI negli anni Settanta. Conservatori, contrari all’aperture del Concilio Vaticano II, celebrano messa in latino. Con Ratzinger la tregua, con Francesco la riapertura delle ostilità. Ora nominano quattro vescovi senza l’ok di Leone

di Mauro Suttora

29 giugno 2026

Tutta colpa della Pachamama. La dea della Terra cara agli Incas è venerata da molti in Sudamerica, ma vederla benedetta da papa Francesco a Roma nel 2019 durante il sinodo sull’Amazzonia è stato troppo. “Atto demoniaco e idolatra”, lo bollarono i lefebvriani, cattolici tradizionalisti che celebrano ancora la messa in latino. Dopo la morte di Bergoglio, i 600mila aderenti alla Fraternità San Pio X speravano che il nuovo Papa avrebbe abbandonato le sue aperture ecumeniche e moderniste.

E invece il primo luglio avverrà lo scisma fra i lefebvriani e la Chiesa cattolica, perché papa Leone XIV non può accettare che la Confraternita consacri quattro vescovi senza il suo permesso.

La cerimonia avrà luogo a Écône in Svizzera, sede centrale del movimento fondato nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-91). Le posizioni sembrano irremovibili. Cosicché, mezzo millennio dopo lo scisma protestante e mille anni dopo quello ortodosso, eccoci assistere a un vero e proprio avvenimento storico.

Per la verità i lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso.

La Fraternità può contare oggi su 730 sacerdoti, 260 seminaristi e 250 suore. In Italia ha diverse migliaia di fedeli, con quattro priorati ad Albano Laziale (Roma), Spadarolo (Rimini), Montalenghe (Torino) e Silea (Treviso) e presenze di rilievo in una ventina di altri centri urbani. Il superiore generale dal 2018 è un italiano, Davide Pagliarani.

I lefebvriani non hanno mai accettato le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II nel 1965. Ma già papa Giovanni XXIII si scontrò con Lefebvre quand’era nunzio a Parigi nei primi anni ‘50. Forte dei suoi successi come missionario in Africa (triplicò i cattolici in Gabon), Lefebvre era riottoso nei confronti di ogni “modernismo”, proprio come lo fu papa san Pio X, successore guarda caso dell’innovatore Leone XIII, che ispira non solo nel nome Robert Prevost.

Negli anni ‘70 avvenne il grande scontro con Paolo VI, che comminò la sospensione a divinis per Lefebvre.

Dal tentativo di celebrare un funerale per il nazista Erich Priebke al divieto per le donne di indossare i pantaloni a messa, gli adepti della Fraternità San Pio X si collocano nel solco della ribollente destra mondiale. Detestano gli incontri ecumenici di Assisi e ogni concessione al relativismo religioso, soprattutto nei confronti dell'Islam. Per questo, a meno di un miracolo, la frattura del primo luglio col Vaticano appare definitiva.

Thursday, June 04, 2026

Con il cuore in quella piazza. Storia delicata da Tienanmen, a 37 anni dalla carneficina di ragazzi

Wu Mei Li aveva 18 anni: “Vogliamo democrazia, diritti umani e giustizia”, diceva, e “voglio potere andare dove voglio”. Se non è morta in quella rivolta disarmata, oggi ha 55 anni e, se scrive Tienanmen sui social, poi arriva la polizia

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 4 giugno 2026 

Articolo 1. La Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista a dittatura del proletariato, diretto dalla classe operaia e basato sull’alleanza degli operai e dei contadini.

Articolo 2. Il Partito comunista cinese è il nucleo dirigente dell’intero popolo cinese. La classe operaia esercita la direzione sullo Stato attraverso la sua avanguardia, il Partito comunista cinese. Il marxismo-leninismo-maoismo costituisce la base teorica che guida il pensiero della nostra nazione.

Non è uno scherzo. È la Costituzione della Cina tuttora in vigore, che si autodefinisce orgogliosamente “dittatura comunista”. Ce n’eravamo dimenticati, osservando il felpato Xi Jinping fare un figurone di equilibrio e sobrietà rispetto ai disperanti Donald Trump e Vladimir Putin. E invece conviene, ogni anno, ricordare il 4 giugno. Sono passati 37 anni dalla strage di piazza Tienanmen, che fu terribile soprattutto perché rimasta senza un numero preciso di morti. “Qualche migliaio”, e così gli studenti schiacciati dai cingoli dei carri armati in quel 1989 sfumano nella vaghezza.

Un po’ come le vittime del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale scatenati da Mao Tse Tung negli anni ‘60. “Milioni di morti”, dicono i libri di storia. E se qualcuno azzarda “15 milioni” viene bollato come propagandista di destra.

L’elegante statista Xi sembra lontano, almeno nei modi, da quegli orrori. Genocidi? No, perché accortamente i Paesi comunisti fecero escludere dalla lista dei gruppi a rischio indicati nella Convenzione del 1948 (nazionali, etnici, razziali, religiosi) quelli economici e sociali, ovvero l’odiata classe borghese. Liberamente sterminabile, quindi, in nome della falce e martello degli “operai e contadini” ancora glorificati dalla Costituzione cinese.

Erano sporchi borghesi gli studenti che protestavano in piazza Tienanmen? Non me ne accorsi, quando li intervistai sotto le loro tende. “Vogliamo solo poter scegliere i nostri capi”, mi rispose con disarmante semplicità Wu Mei Li, studentessa 18enne (ne dimostrava 14) al primo anno di lingue straniere. Portava un vestitino rosa, aveva un fioccone sui capelli, e per arrivare a Pechino si era messa le scarpe di vernice nera col tacco. Studiava a Xian, l’antica capitale dell’impero cinese a 900 chilometri da Pechino. Da grande voleva fare la traduttrice, studiava l’inglese da un anno e lo parlava già piuttosto bene. Sapeva anche il giapponese.

Si aggirava nell’immensa piazza con gli occhi sgranati per la felicità, la stanchezza e la meraviglia, tenendo per mano la sua compagna di classe Chen Hong Moi. Ci avevano messo due giorni per arrivare in treno, loro e altri trenta universitari della facoltà. Ma ne era valsa la pena: l’ultimo weekend di quel “maggio rivoluzionario del 1989 cinese” sarebbe rimasto per la piccola Wu quello più eccitante della sua vita. Era la prima volta che vedeva Pechino. “Siamo scappate giovedì senza dire niente alle nostre famiglie, né al preside di facoltà. Altrimenti non ci avrebbero permesso di venire”. La prima notte avevano dormito in piazza, per terra, nei sacchi a pelo. Poi trovarono posto nelle tende in cellophane tenute in piedi da un mese con canne di bambù.

Perché sei venuta a protestare, Wu?

“Perché voglio democrazia, diritti umani e giustizia”.

Cos’è la democrazia?

“Riformare il governo”.

E i diritti umani?

“Poter andare dove si vuole. Io, per esempio, vorrei lavorare come guida turistica a Pechino, ma so già che non potrò farlo. Troppi raccomandati da padri potenti, dal partito”.

Non ho saputo più nulla di Wu Mei Li. Se non è stata uccisa a Tienanmen, oggi ha 55 anni. E deve stare attenta: i cinesi che in questi giorni osano anche solo scrivere la parola Tienanmen sui social, il mattino dopo si ritrovano i poliziotti in casa. Potenza della “dittatura del proletariato”.

Wu Mei Li (a destra) in piazza Tienanmen, Pechino, maggio 1989