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Thursday, June 04, 2026

Con il cuore in quella piazza. Storia delicata da Tienanmen, a 37 anni dalla carneficina di ragazzi

Wu Mei Li aveva 18 anni: “Vogliamo democrazia, diritti umani e giustizia”, diceva, e “voglio potere andare dove voglio”. Se non è morta in quella rivolta disarmata, oggi ha 55 anni e, se scrive Tienanmen sui social, poi arriva la polizia

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 4 giugno 2026 

Articolo 1. La Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista a dittatura del proletariato, diretto dalla classe operaia e basato sull’alleanza degli operai e dei contadini.

Articolo 2. Il Partito comunista cinese è il nucleo dirigente dell’intero popolo cinese. La classe operaia esercita la direzione sullo Stato attraverso la sua avanguardia, il Partito comunista cinese. Il marxismo-leninismo-maoismo costituisce la base teorica che guida il pensiero della nostra nazione.

Non è uno scherzo. È la Costituzione della Cina tuttora in vigore, che si autodefinisce orgogliosamente “dittatura comunista”. Ce n’eravamo dimenticati, osservando il felpato Xi Jinping fare un figurone di equilibrio e sobrietà rispetto ai disperanti Donald Trump e Vladimir Putin. E invece conviene, ogni anno, ricordare il 4 giugno. Sono passati 37 anni dalla strage di piazza Tienanmen, che fu terribile soprattutto perché rimasta senza un numero preciso di morti. “Qualche migliaio”, e così gli studenti schiacciati dai cingoli dei carri armati in quel 1989 sfumano nella vaghezza.

Un po’ come le vittime del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale scatenati da Mao Tse Tung negli anni ‘60. “Milioni di morti”, dicono i libri di storia. E se qualcuno azzarda “15 milioni” viene bollato come propagandista di destra.

L’elegante statista Xi sembra lontano, almeno nei modi, da quegli orrori. Genocidi? No, perché accortamente i Paesi comunisti fecero escludere dalla lista dei gruppi a rischio indicati nella Convenzione del 1948 (nazionali, etnici, razziali, religiosi) quelli economici e sociali, ovvero l’odiata classe borghese. Liberamente sterminabile, quindi, in nome della falce e martello degli “operai e contadini” ancora glorificati dalla Costituzione cinese.

Erano sporchi borghesi gli studenti che protestavano in piazza Tienanmen? Non me ne accorsi, quando li intervistai sotto le loro tende. “Vogliamo solo poter scegliere i nostri capi”, mi rispose con disarmante semplicità Wu Mei Li, studentessa 18enne (ne dimostrava 14) al primo anno di lingue straniere. Portava un vestitino rosa, aveva un fioccone sui capelli, e per arrivare a Pechino si era messa le scarpe di vernice nera col tacco. Studiava a Xian, l’antica capitale dell’impero cinese a 900 chilometri da Pechino. Da grande voleva fare la traduttrice, studiava l’inglese da un anno e lo parlava già piuttosto bene. Sapeva anche il giapponese.

Si aggirava nell’immensa piazza con gli occhi sgranati per la felicità, la stanchezza e la meraviglia, tenendo per mano la sua compagna di classe Chen Hong Moi. Ci avevano messo due giorni per arrivare in treno, loro e altri trenta universitari della facoltà. Ma ne era valsa la pena: l’ultimo weekend di quel “maggio rivoluzionario del 1989 cinese” sarebbe rimasto per la piccola Wu quello più eccitante della sua vita. Era la prima volta che vedeva Pechino. “Siamo scappate giovedì senza dire niente alle nostre famiglie, né al preside di facoltà. Altrimenti non ci avrebbero permesso di venire”. La prima notte avevano dormito in piazza, per terra, nei sacchi a pelo. Poi trovarono posto nelle tende in cellophane tenute in piedi da un mese con canne di bambù.

Perché sei venuta a protestare, Wu?

“Perché voglio democrazia, diritti umani e giustizia”.

Cos’è la democrazia?

“Riformare il governo”.

E i diritti umani?

“Poter andare dove si vuole. Io, per esempio, vorrei lavorare come guida turistica a Pechino, ma so già che non potrò farlo. Troppi raccomandati da padri potenti, dal partito”.

Non ho saputo più nulla di Wu Mei Li. Se non è stata uccisa a Tienanmen, oggi ha 55 anni. E deve stare attenta: i cinesi che in questi giorni osano anche solo scrivere la parola Tienanmen sui social, il mattino dopo si ritrovano i poliziotti in casa. Potenza della “dittatura del proletariato”.

Wu Mei Li (a destra) in piazza Tienanmen, Pechino, maggio 1989

 

Tuesday, December 04, 2018

L'agghiacciante video di Di Maio senior

La “confessione” delle sue colpe è stalinista

4 dicembre 2018

Il Sussidiario.net


Salvini li logora fino a quando non sprofonderanno da soli: è questo il parere di Mauro Suttora, opinionista di Libero, sull’attuale situazione del Movimento 5 Stelle, alla luce dello scandalo familiare che ha coinvolto Luigi Di Maio: “Ogni volta che parla fa perdere voti, mentre Salvini quando parla ne acquista di nuovi”. Ecco cosa ci ha detto.

Da dove vengono i guai maggiori dei 5 Stelle? Dal caso personale Di Maio padre e figlio? Da Salvini? O dagli imprenditori che vogliono le grandi opere?
Di Maio è diventato un Re Mida al contrario, tutto quello che tocca diventa un disastro. Il video del padre che “confessa” le sue colpe è agghiacciante.

In che senso?
Sembra una di quelle confessioni che Stalin faceva fare ai suoi oppositori, o Mao ai tempi della Rivoluzione culturale: le autoconfessioni sotto minaccia. C’è questo poveraccio che deve leggere un foglio preparato da chissà chi e dichiararsi il solo colpevole di tutto. Ma la cosa triste è che i grillini non se ne rendono conto, se gli fai queste citazioni storiche non capiscono perché non hanno un minimo di cultura. Colpa anche della scuola dove non si arriva a studiare personaggi come Stalin o Mao, una generazione intera a cui puoi propinare questi video senza che capisca cosa significhino veramente.

E Salvini? Gli porta via consenso o no?
Salvini è il contrario di Di Maio, non ne sbaglia una. In qualunque momento lo becchi sa cosa rispondere. Lo abbiamo visto a un talk show, comodamente seduto a teatro mentre aspettava che iniziasse un concerto di Edoardo Bennato e rispondeva perfettamente, la battuta simpatica sempre pronta. E’ comunicativo, può dire anche cose tremende ma riesce a farsi piacere. Ogni volta che parla acquista voti, Di Maio ogni volta che lo fa li perde.

Perché Salvini da Giletti ha fatto quella specie di endorsement su Di Maio?
Ha detto che lavora benissimo con Di Maio e Conte, ed è vero.  Fin che la barca va, fa bene a fare quello che non rompe, al massimo li provoca come sui termovalorizzatori. Non sarà mai lui quello che manda in crisi il governo, al massimo gli logora i nervi fino a quando i 5 Stelle non sprofondano da soli.

Quali implicazioni ha la differenza tra Di Maio e Fico?
Su Fico bisogna dire che Di Maio ha ragione: lui faccia il presidente della Camera, la politica la fa lui.

Fico ha preso le distanze dal decreto sicurezza.
Lo ha detto a babbo morto, quando la questione era già chiusa.

Però queste prese di distanza e il prossimo arrivo di Di Battista ci fanno pensare che nel M5s ci siano anime diverse, è così?
Il fatto che una nazione si preoccupi del ritorno di Di Battista significa che è un paese spacciato. Che i giornalisti politici dei maggiori quotidiani si preoccupino di analizzare il ritorno di Di Battista fa ridere.

Tra l’altro ha già detto che è pronto a ripartire per il Sudamerica, non c’è un ruolo per lui al governo?
Non potrà mai essere un contraltare di Di Maio. Sono ottimi amici, tra di loro c’è un patto di ferro: a Di Battista le piazze, a Di Maio la politica. Il lavoro di Di Battista è raccattare voti da ogni parte, è il grillo parlante dei 5 Stelle.

Che ne pensa del retroscena su Conte? E’ lui il prossimo capo del M5s?
Può essere, d’altro canto lo hanno proposto loro, era già nella lista dei ministri preparata a febbraio. Ai 5 Stelle che ci siano degli esterni va benissimo. Conte poi sta superando brillantemente l’esame del perfetto politico, quello che accetta i compromessi.
Paolo Vites

Saturday, August 09, 2008

Inaugurazione olimpica in Cina

QUATTRO ORE DI NOIA A COLORI

di Mauro Suttora

Il Foglio, 9 agosto 2008

Pechino. Non ha piovuto. Ma è stato il caldo a rendere insopportabile l’inaugurazione interminabile (oltre quattro ore) delle Olimpiadi ieri sera. Gli ospiti anche illustri – per esempio l’89enne Edoardo Mangiarotti, unico plurimedagliato reduce dai Giochi di Berlino 1936 – sono stati costretti ad arrivare allo stadio con ore di anticipo.

La solita scusa: i controlli di sicurezza. Ma in realtà gli organizzatori hanno bloccato l’arrivo delle navette alle 18, due ore prima dell’inizio, perché volevano strade completamente libere per i supervip: gli 80 capi di stato e di governo che hanno affollato la tribuna d’onore solo a pochi minuti dall’inizio.

Un successo per il presidente cinese Hu Jintao, capelli laccati come sempre, che ha inaugurato i Giochi dopo il presidente del Cio (Comitato olimpico internazionale) Jacques Rogge. Accanto a lui, sotto a Bush e Sarkozy, l’intera gerontocrazia impettita del regime.

A tutto il pubblico sono stati distribuiti tamburini, torce, bastoni illuminati di ogni colore, un foulard rosso e bandierine cinesi da sventolare (ai giornalisti quelle bianche con i cinque cerchi olimpici). Il regista del grandioso spettacolo, il cinese Zhang Yimou subentrato a Steven Spielberg ritiratosi in febbraio per il Darfur, ha voluto coinvolgere tutti gli spettatori.
Ma nella notevole porzione di tribune riservata ai media la parte più apprezzata dello stadio sono state le toilettes, perché dotate di aria condizionata. Più che la prostata poté il sudore, e le permanenze in gabinetto con l’unico scopo di rinfrescarsi si sono moltiplicate.

Per gli amanti del genere, il megakitsch olimpico quest’anno è stato ancora più mega delle edizioni passate. E gli annunciatori ufficiali hanno puntualizzato il numero dei fuochi d’artificio, di danzatori dei balletti, di spettatori sperati nel mondo (“Quattro miliardi, mai prima d’ora”), e perfino del numero di abitanti della Cina (“Uno su cinque nel pianeta”). Elegantissime e coloratissime tutte le delegazioni degli atleti.

Da oggi per fortuna cominciano le gare, cosicché si spera che il patriottismo profuso a piene mani dalla nomenklatura si stemperi nella quotidianità dei risultati.

Commovente l’impegno delle decine di migliaia di ragazzi cinesi volontari, il quintuplo del necessario. Ce li ritroviamo appresso dappertutto, con le loro magliette azzurre: appena arrivati in aeroporto per vidimarci gli accrediti, nelle hall di tutti gli alberghi per scriverci in cinese gli indirizzi da fornire ai tassisti che non sanno mai dove andare, sui marciapiedi vicino a tutti i siti olimpici per incanalarci ai controlli, e perfino a Casa Italia, la struttura messa in piedi da ambasciata italiana a Pechino e Coni, dove alcune bellissime ragazze presidiano impalate gli angoli, e altre sono utilizzate per servire i caffè e a distribuire pezzi di parmigiano reggiano.
Il loro sorriso contagioso è la migliore arma del regime, anche se non parlano una parola d’italiano, poche parole d’inglese, e quelle poche con pronuncia incomprensibile. Ma la buona volontà è tanta, e va bene così.

Efficientissimi invece i poliziotti in borghese che a piazza Tian an men bloccano in pochi secondi chiunque tenti una piazzata per il Tibet o qualsiasi delle numerose cause di protesta oggi in Cina. Hanno sviluppato una nuova tattica per non farsi inquadrare dalle telecamere: coprono gli spiacevoli trascinamenti per terra dei manifestanti con gli ombrelli usati per mascherarsi da turisti in cerca di riparo dal sole. Uno degli energumeni che l’altro giorno ha neutralizzato due cristiani evangelici americani indossava una maglietta azzurra con la scritta Italia, cosicché a prima vista in mondovisione è sembrata una zuffa fra connazionali.

Ieri i giornali cinesi hanno risposto furiosamente al ben calibrato appello di Bush per la liberazione dei dissidenti politici. Ma gli argomenti sono apparsi ammuffiti: l’editoriale di Op Rana sul China Daily, per esempio, ha riesumato citazioni di Mao Zedong e Marx.

In realtà sono passati trent’anni dalla liberalizzazione di Deng Xiaoping, e tutte le speranze di un traino economico che porti libertà politiche sono totalmente deluse. Oggi il modello di Pechino, anche architettonicamente e urbanisticamente, sembra il tecnofascismo di Singapore. Con un po' di grandiosità olimpica mussoliniana e hitleriana. Così forse a qualche spettatore occidentale stremato ieri sera è venuto il sospetto, sotto il sudore, di essere il solito utile idiota.

Mauro Suttora