Sunday, May 31, 2020

La sfida dei neri d'America

George Floyd è stato assassinato a Minneapolis per un biglietto di 20 dollari falso con cui aveva cercato di pagarsi un pacchetto di sigarette. L'America profonda, messa in ginocchio dal lockdown, stavolta vuole giustizia

di Mauro Suttora

Huffington Post

30 maggio 2020


“We gotta go” “Where?” “I don’t know, but we gotta go” (“Dobbiamo andare” “Dove?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”). Questo è il cuore di Sulla strada, il romanzo di Jack Kerouak che da 63 anni è il cuore dell’America. Un Paese che per vivere deve muoversi. Se non si muove, muore.

Da due mesi gli Stati Uniti sono costretti a stare fermi. Per la prima volta nella loro storia. Non era mai successo, neanche nei momenti peggiori. La Grande depressione provocò migrazioni bibliche. Pearl Harbour, la mobilitazione generale. Il Vietnam, manifestazioni oceaniche. L’11 settembre, le invasioni disastrose di Afghanistan e Iraq. Qualcosa dovevano fare, da qualche parte dovevano andare.

Contro il virus invece non si può reagire. Bisogna soltanto star fermi. Chiusi nelle proprie scatole: le villette piccoloborghesi dei suburbs, i bilocali soffocanti delle città. Impotenti. Si accumula tanta frustrazione. Si perde il lavoro, la sicurezza, i soldi. Si perde la testa. I disoccupati arrivano a 40 milioni. I miliardari di Manhattan sono volati sugli aerei privati a trascorrere il lockdown nelle loro residenze in Florida o agli Hamptons. Invece i neri e gli ispanici sono ridotti a sopravvivere con il cibo fornito dai food stamps, i coupon della carità statale. Aspettano lo sfratto per gli affitti non pagati. Muoiono più dei bianchi per il virus, chissà perché. E adesso la violenza esplode.

I governanti sono sbigottiti. Non capiscono. “Something is happening here, but you don’t know what it is” (“Qualcosa sta succedendo, ma non sai cos’è”): il Nobel Bob Dylan ha appena compiuto 79 anni, ma già mezzo secolo fa spiegava lo sbigottimento di politici e perbenisti davanti alla violenza di strada. Anche negli anni 60 si scatenarono i neri, nel loro ghetto di Watts a Los Angeles: 34 morti, mille feriti, 4mila arresti. Poi negli anni 90, sempre la favolosa L.A. a ferro e a fuoco: 63 morti, duemila feriti, 12mila arresti. Ma nel 1965 bastò l’arresto di un afroamericano per provocare i vandalismi. Nel 1992 Rodney King fu ‘soltanto’ picchiato.

Ultimamente invece i neri vengono ammazzati. Preferibilmente adolescenti. Nel 2012 il 17enne Trayvon Martin in Florida. Due anni dopo il 18enne Michael Brown a Ferguson, Missouri. I poliziotti assassini sono assolti, scoppiano rivolte razziali, arriva la Guardia nazionale e i ghetti sono sottoposti a coprifuoco. Nel frattempo un nero è diventato presidente, ma per certi bianchi questa è più una provocazione che una conquista.

Ora è la volta di George Floyd. Lo soffoca in otto minuti e 46 secondi premendogli il ginocchio sul collo un poliziotto bianco suo ex collega di lavoro: facevano assieme i buttafuori in un nightclub. L’agente è subito licenziato, ma viene accusato solo di omicidio colposo. Dinamite, per i teppisti nullafacenti di colore scesi nelle strade di Minneapolis.

“Rodney King, Brown, Floyd: i nomi cambiano, il colore no. È sempre la stessa storia, da decenni”, dice sconsolato Andrew Cuomo, governatore di New York. “Io sto con chi protesta. Ma la violenza, mai. Martin Luther King ci ha insegnato che non funziona. Perché la reazione cancella l’azione che l’ha causata”.
Meno gandhiano Donald Trump: “When the looting starts, the shooting starts (quando inizia il saccheggio, inizia la sparatoria)”, ha twittato. C’è ricascato. Come il giorno prima, quando il presidente aveva scritto che il voto per corrispondenza è truffaldino, Twitter ha aggiunto un avvertimento al suo bellicoso cinguettio: “Questo messaggio viola le nostre regole contro l’esaltazione della violenza. Tuttavia può essere di interesse pubblico che rimanga accessibile”. Peggio di così. Fra cinque mesi si vota, sarà l’inferno per i rapporti con i (social) media.

Comunque Trump è stato accontentato. A Oakland (California) hanno cominciato a sparare nella notte da un’auto misteriosa. Una guardia giurata è stata uccisa. Ad Atlanta hanno assaltato la sede della Cnn poche ore dopo che a Minneapolis un giornalista nero della Cnn è stato arrestato da poliziotti bianchi. Stava facendo il suo lavoro per strada con il suo cameraman, documentava l’incendio dei neri al commissariato bianco. Disperata la sindaca (nera) di Atlanta subito intervistata dalla Cnn: “Figli miei, rimanete a casa”.

Stay home? Ancora? Dopo nove settimane e mezzo di asettica quarantena, i giovanotti di colore ora dovrebbero cominciarne un’altra, politicamente corretta? I neri scendono spontaneamente in strada in tutte le città degli Stati Uniti, e a Filadelfia rispettano perfino la distanza sociale. Qualcuno obietta: “Però non portano le mascherine”. Dimenticano che è vietato manifestare con la faccia nascosta dai tempi del Ku Klux Klan. E che i ragazzi di Occupy Wall Street dieci anni fa venivano incarcerati se osavano coprirsi il viso con la maschera di Guy Fawkes, del film V per Vendetta.

George Floyd è stato assassinato per un biglietto di 20 dollari falso con cui aveva cercato di pagarsi un pacchetto di sigarette. Reato che nel tranquillo Minnesota è considerato così grave da prevedere l’intervento di una squadra con quattro poliziotti e l’immediato arresto del pericoloso criminale.

Il Minnesota, stato freddissimo, la neve si è sciolta da poco, vicino al Canada, in mezzo al nulla.
Lo stato più democratico degli Usa: non ha mai votato un presidente repubblicano dai tempi di Nixon, l’unico (con il District of Columbia della capitale Washington) che resistette perfino alla valanga reaganiana del 1984. Il governatore dello stato (un ex militare) e il sindaco di Minneapolis sono democratici. Trump gode.
Minneapolis, città attraente soltanto per Jonathan Franzen, che ci ha ambientato il romanzo Libertà con i suoi anemici personaggi. In Minnesota è nato Bob Dylan. A 18 anni è scappato. Mai tornato. E non è un posto neanche per neri.
Mauro Suttora

Wednesday, May 27, 2020

Trump-Twitter, la guerra è appena iniziata

IL SOCIAL INVITA AL CONTROLLO DEI FATTI SOTTO UN TWEET DEL PRESIDENTE USA, E LUI S'INFURIA
di Mauro Suttora
Huffington Post, 27 maggio 2020
“Nel tempo in cui una menzogna ha già viaggiato per mezzo mondo, la verità si sta ancora allacciando le scarpe”, ha scritto ieri la commentatrice Kara Swisher in un op-ed (editoriale non redazionale) del New York Times, definendo “ingenua e inefficace” l’aggiunta di Twitter ai messaggi controversi di Donald Trump, con l’invito in una riga blu a “controllare i fatti”.
La Swisher propone invece che i tweet considerati falsi (da una giuria indipendente) vengano cancellati, come i social fanno con le fake news. Qui però si tratta del presidente Usa, che ha 80 milioni di follower e usa Twitter come suo principale mezzo di comunicazione. “Ma Trump si prende gioco senza vergogna delle regole dei social, quindi eliminare qualcuno dei suoi orrendi messaggi farà capire che certi comportamenti non sono più tollerati”, conclude la Swisher.
“Trump non ha decenza, è ora che Twitter ne mostri un po’. Finora ha tollerato i suoi messaggi in nome dell’interesse pubblico a non censurare i leader mondiali. Ma ci si può chiedere quale sia l’‘interesse pubblico’, sapendo che un uomo disturbato siede alla Casa Bianca ”, applaude Karen Tumulty sul Washington Post. Che però è il giornale nemico dichiarato di Trump.
E Twitter ha fatto imbestialire il presidente perché ha sanzionato i suoi due messaggi incriminati (sul rischio che il voto per corrispondenza sia falsato) con l’invito a informarsi proprio con link al Post e alla Cnn. Che Trump considera propalatori di fake news di sinistra, come ha subito replicato in un ulteriore tweet, contro il “Washington Post, giornale di Jeff Bezos [il miliardario proprietario anche di Amazon, ndr]”.
“Sapevamo che i giganti di Silicon Valley avrebbero fatto di tutto per interferire con le elezioni e impedire che il presidente possa comunicare con gli elettori”, commenta Brad Parscale, il capo della campagna di Trump per il voto di novembre. E dichiara guerra a Twitter: “Affidarsi ai fact checker dei media che spacciano fake news è soltanto un trucco per fornire una falsa credibilità alla propria chiara tendenza politica. Per questo da mesi abbiamo tolto a Twitter la nostra pubblicità”. In realtà Twitter non accetta più pubblicità politica.
In nome del primo emendamento alla Costituzione, la libertà di parola negli Usa è sacra. “Ma Twitter è una società privata, non un luogo pubblico”, obietta Kara Swisher. E Twitter stessa ora minimizza: “Tutti i messaggi che contengono notizie potenzialmente fuorvianti vengono etichettati, per aggiungere altre informazioni. Lo abbiamo fatto anche sul Coronavirus, per rendere più facile la ricerca dei fatti e prendere decisioni informate su ciò che appare su Twitter”, dicono Yoel Roth e Nick Pickles, i manager della ‘correttezza’ (integrity) nella multinazionale di San Francisco.
In realtà lo scontro Trump-Twitter è avvenuto, più che sulla decisione della California democratica di permettere il voto per posta (temuto dal presidente), su un tweet precedente in cui Trump insinuava che un suo avversario repubblicano, Joe Scarborough, ex deputato e oggi conduttore tv, fosse coinvolto nella morte di una sua collaboratrice nel 2001. Il vedovo della signora, furibondo, aveva chiesto a Twitter di prendere provvedimenti. Che nel suo caso non sono arrivati, ma qualche ora dopo ecco l’etichetta appiccicata a due nuovi tweet presidenziali.
“La reazione furibonda di Trump contro Twitter indica che lui e i suoi alleati repubblicani saranno ancora più aggressivi nei prossimi cinque mesi di campagna elettorale. I senatori Marco Rubio e Josh Hawley ora chiedono che a Twitter sia tolta l’immunità penale sul contenuto dei messaggi pubblicati da chiunque. Inoltre, aggiungendo avvisi sui tweet di Trump, Twitter si differenzia da Facebook, che non ha etichettato quegli stessi messaggi postati anche sulla pagina presidenziale Facebook. Ciò potrebbe mettere Twitter in una posizione più difficile del suo concorrente nei confronti dell’amministrazione”.
Mauro Suttora

Gli Usa come Milano: milioni per ospedali vuoti. Ma niente proteste

OSPEDALI IN FIERA: 21 MILIONI A MILANO, 761 NEGLI USA. "NON SONO SERVITI, MA SIAMO STATI PREVIDENTI"

di Mauro Suttora

Huffington Post, 26 maggio 2020

https://www.huffingtonpost.it/entry/gli-usa-come-milano-milioni-di-dollari-per-ospedali-demergenza-vuoti-pero-nessuno-protesta_it_5ecced0dc5b6d5ebfe87cbed


La Lombardia ha speso 21 milioni per l’ospedale covid nella fiera di Milano. Gli Stati Uniti ne hanno buttati trentasei volte tanti (830 milioni di dollari, 761 milioni di euro) per 19 ospedali di emergenza, 13 dei quali mai entrati in funzione. Negli Usa, come in Italia, la curva dei ricoverati si è abbassata. Non c’è stata la temuta valanga di ricoveri. Cosicché ora anche gli unici sei ospedali aperti per un mese sono stati chiusi. Però nessuno protesta.

Anche New York per l’ospedale ha scelto un padiglione fieristico: il Javits Center, in pieno centro a Manhattan. È costato 11 milioni, relativamente poco perché lo hanno realizzato gli ingegneri dell’esercito. E perché i 1.900 posti letto previsti non erano di terapia intensiva: si trattava solo di un maxi reparto di alleggerimento dove trasferire dagli ospedali i malati normali, per far posto a quelli covid. Dopo aver ricoverato un migliaio di pazienti, lo hanno smantellato a inizio maggio.

Altri tre ospedali non covid da campo sono sorti vicino a New York, ma con costi astronomici perché costruiti non dal Genio militare, ma da contractor privati. Uno nella contea di Westchester, cento posti per 47 milioni di dollari. Due nei campus di Long Island dell’università statale Suny: duemila letti per un totale di 274 milioni. Neanche un paziente è entrato in questi tre ospedali. 
“Ma li terremo per un’eventuale seconda ondata in autunno”, dice il governatore di New York Andrew Cuomo. Il presidente Trump lo ha attaccato, lui ha risposto: “Prepararsi al peggio, sperare nel meglio. A marzo secondo le proiezioni a New York avremmo avuto bisogno di 110mila posti letto. Per fortuna non è stato così”.

Anche nel resto degli Usa ci sono stati sprechi immensi. L’ospedale aperto il 3 aprile nella fiera di Chicago è costato 65 milioni. Doveva avere 3mila posti letto, poi ridotti a 500, ma ha curato solo 29 pazienti prima di chiudere.

Nella fiera di Detroit i malati sono stati 39, tuttavia il sindaco Mike Duggan non è pentito per i dieci milioni spesi: “Averlo usato poco è stato un grande successo” E lo ha chiuso il 6 maggio.

Filadelfia ha speso ‘soltanto’ cinque milioni per mettere 200 letti nel palasport della Temple University, che però non ha mai curato più di sei pazienti contemporaneamente, per un totale di 14.

Il centro congressi di New Orleans dove 15 anni fa si rifugiarono gli scampati all’uragano Katrina è stato anch’esso convertito in ospedale per l’incredibile cifra di 165 milioni. Ma ha avuto solo 200 pazienti.
Il sesto e ultimo ospedale utilizzato, nel Michigan, ha avuto appena sei pazienti per dodici milioni di dollari: ognuno è costato due milioni.

L’11 maggio è stato inaugurato l’ospedale da 443 posti nella fiera di Washington. Troppo tardi: è rimasto vuoto nonostante i 31 milioni spesi. Stessi buchi nelle fiere di Denver (34 milioni), Memphis e Miami (entrambi 26 milioni) e in altri cinque ospedali d’emergenza con zero pazienti.

Il tredicesimo fallimento (o successo, a seconda dei punti di vista) è quello di una vecchia ala ristrutturata nell’ospedale di East Orange, New Jersey: undici milioni per 250 letti, mai usati. Anche in Lombardia qualcuno avrebbe preferito ripristinare vecchi reparti a Legnano o Vimercate invece dell’ospedale in fiera. Ma negli Usa neppure il restauro ha scongiurato il vuoto.
Mauro Suttora

Tuesday, May 26, 2020

Intercettazioni e disastro magistrati

https://www.ilsussidiario.net/news/retroscena-giornalisti-politici-e-pm-ce-una-nuova-triangolazione-pericolosa/2027521/

RETROSCENA/ Giornalisti, politici e pm: c’è una nuova triangolazione pericolosa

26 maggio 2020

intervista a Mauro Suttora

La matassa della giustizia si aggroviglia ancor di più e coinvolge non solo la politica ma anche i grandi quotidiani. Conte si sta indebolendo e il Pd si rafforza

La matassa della giustizia si aggroviglia ancor di più. A cominciare dall’Anm (Associazione nazionale magistrati). Dopo le dimissioni dei vertici l’accordo politico per sbloccare la crisi della giunta non è stato trovato e l’esecutivo rimane al suo posto solo per l’ordinaria amministrazione.
Un’altra novità di ieri è la linea del Quirinale sul Consiglio superiore della magistratura, diffusa attraverso un “retroscena” di Marzio Breda sul Corriere della Sera. Mattarella non può intervenire, perché quanto emerso dalle intercettazioni “risulterebbe al momento privo di rilievo penale”. Il Capo dello Stato non ha il potere di sciogliere il Csm – scrive il Corriere – tranne nell’ipotesi di una sua impossibilità di funzionamento, che si verificherebbe soltanto se le dimissioni dei suoi componenti facessero mancare il numero legale. Il Colle, dunque, osserva e prende tempo, in attesa del prossimo plenum.

Se a questo si aggiungono “le intercettazioni in cui i cronisti giudiziari di Repubblica sono pappa e ciccia con Palamara”, dice al Sussidiario il giornalista Mauro Suttora, il quadro è quasi completo. Emerge che “il secondo giornale italiano, all’occorrenza, fa la cinghia di trasmissione di certe toghe non meno del Fatto di Travaglio”. Ma “si va verso un rafforzamento del Pd”, secondo Suttora.
Si complica dunque la posizione di Conte, destinato ad essere sostituito da Franceschini il prossimo autunno o forse prima.

Il nodo giustizia sta esplodendo: caso Bonafede-Di Matteo, Palamara vs. Salvini, crisi della giunta dell’Anm. Però i giornaloni ne parlano il meno possibile.
Per forza: hai letto le intercettazioni in cui i cronisti giudiziari di Repubblica sono pappa e ciccia con Palamara? Ieri (domenica, ndr) per tutto il giorno neppure il Corriere online ha scritto una riga sul caso Palamara.

Anm vuol dire potere di condizionare il Csm, presieduto dal Capo dello Stato. Mattarella però non intende assumere iniziative in prima persona. Bubbone giustizia e tattica attendista vanno d’accordo?
Il tempo medica ogni cosa. I vertici della magistratura associata sperano che si plachi il clamore delle prime pagine. Occorre separare le carriere, abolire gli incarichi extragiudiziali nei ministeri, con i magistrati al servizio dei politici, e riformare il metodo di elezione del Csm. Ma è l’intero sistema di rappresentanza dell’autogoverno della magistratura a rivelarsi nefasto e micidiale. Sono bastate quattro frasi di Palamara per dare un’idea del basso livello di connessioni, ben oltre il clientelare, che esiste nella magistratura.

Da che cosa dipende?
Quando si tratta di eleggere il capo della Procura di Roma, che per competenza ha potere di vita o di morte su tutti i politici della capitale, un Palamara o qualcun altro al suo posto può fare fa il bello e il cattivo tempo.

Dove porta questa situazione?
Dipende tutto dal Pd. Legnini, prima di fare il vicepresidente del Csm (2014-2018, ndr) è stato sottosegretario con delega all’Editoria. Era lui a distribuire soldi ai giornali. Chi lo avrebbe attaccato?

Che cosa vuoi dire?
Che il secondo giornale italiano, all’occorrenza, fa la cinghia di trasmissione di certe toghe non meno del Fatto di Travaglio. Non è questione di destra o sinistra, di questa o quella corrente. Il problema è che tra giornalisti, politici e certi pm, non tutti, c’è una triangolazione che va oltre il normale rapporto tra chi scrive e le sue fonti.

Renzi salvando Bonafede ha sgonfiato il giustizialismo grillino? L’aver messo Caiazza, presidente di Unioncamere penali, nel tavolo tecnico che monitora la riforma della giustizia parla chiaro.
Conosco Gian Domenico Caiazza: è personaggio al di sopra di ogni sospetto, un garantista vero. Non renziano, né con altre etichette.

Chiedevo se proprio per questo il bonafedismo è stato arginato.
Il M5s è ormai saltato dall’altra parte: rientra a pieno titolo nell’odiata casta, e quindi può solo temere il populismo forcaiolo. Non può più essere giustizialista, altrimenti rischia di impiccarsi con le sue stesse mani. Stupisce che in questo tourbillon di intercettazioni non sia ancora uscito qualcosa su di loro. Forse è solo questione di tempo. Di solito, chi di spada ferisce, eccetera eccetera.

Che fase si apre per il patto di governo M5s-Pd? Rafforzamento dell’alleanza o disgregazione?
Si va verso un rafforzamento del Pd. Le regionali e comunali di settembre sanciranno il fatto che M5s rimarrà al livello delle europee: 17%. In alcuni casi potrebbe avere perfino una cifra sola. Il Pd si prenderà tutto quello che non ha preso lo scorso settembre, e in cambio terrà in vita la legislatura con un Parlamento in cui i grillini hanno ancora un anacronistico 32% di seggi, con annessi stipendi. Il Pd otterrà tutto ciò che vuole.

Anche il premier?
Certo. Conte dura fino a settembre se gli va bene, vista la crisi economica. Ma il logoramento e l’accelerazione degli eventi potrebbero farlo saltare anche prima, perfino a giugno.

Chi prenderebbe il suo posto?
Il democristiano Franceschini è già pronto.

La proposta del volontari civici del ministro Boccia?
Una barzelletta che la dice lunga sul caos che regna dentro il governo, se nemmeno la ministra dell’Interno Lamorgese ne sapeva nulla.

Ieri l’astronauta Luca Parmitano ha smentito di aver saputo fin da novembre di un pericoloso virus in arrivo.
Se Parmitano lo avesse detto avendo accesso a rapporti dei servizi segreti, le sue fonti sarebbero state le stesse anche nelle disponibilità di Conte.

La delega su servizi segreti scotta. Perché Conte l’ha mantenuta anche nel suo secondo governo? Non è un’anomalia? 
Un’anomalia per un presidente del Consiglio italiano, ma non per un personaggio con il profilo di Conte, proveniente da un ambiente di potere burocratico amministrativo romano con solidi rapporti nelle istituzioni.

Possiamo essere più precisi?
È il sottobosco parastatale in cui si muovono con disinvoltura importanti studi legali di diritto amministrativo della capitale, come quello di Guido Alpa.

E quindi?
A Roma tutti sanno che esiste questo strato intermedio, meta-politico, in cui sussistono solide conoscenze e scambi di favori tra ambienti vaticani, massonici, e dell’alta burocrazia statale. Servizi compresi. E il M5s era in ascesa quando Di Maio scelse Conte come candidato ministro alla Funzione pubblica, nel gennaio 2018.

Questo per dire cosa?
Sicuramente quegli ambienti hanno facilmente infiltrato il Movimento 5 Stelle, bisognoso di profili qualificati da spendere nelle istituzioni.

È questo il ruolo della Link University?
Sì, se pensiamo che è servita a far entrare Paola Giannetakis nel Cda di Leonardo e ad Elisabetta Trenta per fare il ministro della Difesa nel Conte 1. Cose ampiamente note. Conte, che è molto furbo, sa benissimo qual è l’importanza della delega.

Questo e altri dettagli sull’epidemia, per esempio quanto accaduto tra la firma dello stato di emergenza (31 gennaio) e il disastro di marzo, potranno cambiare le sorti del governo? 
Per tutto febbraio e fino al 16 marzo, quando Borrelli è stato sostituito da Arcuri, la Protezione civile non ha rifornito le Regioni di mascherine, guanti, tute, occhiali, visiere, caschi, ventilatori e bombole di ossigeno. Ma neppure con Arcuri le cose sono migliorate. Prima o poi dovrà risponderne Conte, perché la Protezione civile dipende da lui.
Federico Ferraù
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Wednesday, May 06, 2020

I presidenti Usa non usano le guerre per vincere le elezioni

Secondo un luogo comune abbastanza diffuso, i presidenti Usa userebbero le guerre per farsi eleggere.
Niente di più falso.
Dopo il jingoismo di Theodore Roosevelt di 120 anni fa, gli Usa sono sempre stati riluttanti a combattere.
L'isolazionismo e il pacifismo erano così diffusi che ci vollero l'incidente del Lusitania e Pearl Harbour a farli entrare nelle guerre mondiali, e sempre 2-3 anni dopo il loro inizio.

La guerra di Corea scoppiò nel 1950, quindi lontana dai voti presidenziali 1948 e 1952.
Idem per il Vietnam: Johnson cominciò l'escalation nel 1965, subito dopo essere stato eletto nel novembre 1964.
Per lui è vero il contrario: la trappola della guerra lo distrusse, tanto che neanche si ripresentò nel 1968.
Nixon, l'orrido Nixon, fece pure lui il contrario del guerrafondaio: per vincere il voto 1972 firmò gli accordi di pace a Parigi nel 71.

Reagan nonostante l'aumento delle spese militari non fece guerre, tranne la mini-invasione di Grenada.
Bush padre era lontano dal voto 1992 quando scatenò la prima guerra del Golfo nel 1990 (chiaramente voluta dal complesso militare industriale Usa per giustificare le spese belliche dopo il crollo del comunismo).
Infine Bush figlio: invase Afghanistan nel 2001 e Irak nel 2002, lontano dal voto del novembre 2004.
E negli ultimi 18 anni niente guerre 'boots on the ground': il periodo di pace più lungo dopo i 23 anni fra le due guerre mondiali