Wu Mei Li aveva 18 anni: “Vogliamo democrazia, diritti umani e giustizia”, diceva, e “voglio potere andare dove voglio”. Se non è morta in quella rivolta disarmata, oggi ha 55 anni e, se scrive Tienanmen sui social, poi arriva la polizia
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 4 giugno 2026
Articolo 1. La Repubblica popolare cinese è uno Stato socialista a dittatura del proletariato, diretto dalla classe operaia e basato sull’alleanza degli operai e dei contadini.
Articolo 2. Il Partito comunista cinese è il nucleo dirigente dell’intero popolo cinese. La classe operaia esercita la direzione sullo Stato attraverso la sua avanguardia, il Partito comunista cinese. Il marxismo-leninismo-maoismo costituisce la base teorica che guida il pensiero della nostra nazione.
Non è uno scherzo. È la Costituzione della Cina tuttora in vigore, che si autodefinisce orgogliosamente “dittatura comunista”. Ce n’eravamo dimenticati, osservando il felpato Xi Jinping fare un figurone di equilibrio e sobrietà rispetto ai disperanti Donald Trump e Vladimir Putin. E invece conviene, ogni anno, ricordare il 4 giugno. Sono passati 37 anni dalla strage di piazza Tienanmen, che fu terribile soprattutto perché rimasta senza un numero preciso di morti. “Qualche migliaio”, e così gli studenti schiacciati dai cingoli dei carri armati in quel 1989 sfumano nella vaghezza.
Un po’ come le vittime del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale scatenati da Mao Tse Tung negli anni ‘60. “Milioni di morti”, dicono i libri di storia. E se qualcuno azzarda “15 milioni” viene bollato come propagandista di destra.
L’elegante statista Xi sembra lontano, almeno nei modi, da quegli orrori. Genocidi? No, perché accortamente i Paesi comunisti fecero escludere dalla lista dei gruppi a rischio indicati nella Convenzione del 1948 (nazionali, etnici, razziali, religiosi) quelli economici e sociali, ovvero l’odiata classe borghese. Liberamente sterminabile, quindi, in nome della falce e martello degli “operai e contadini” ancora glorificati dalla Costituzione cinese.
Erano sporchi borghesi gli studenti che protestavano in piazza Tienanmen? Non me ne accorsi, quando li intervistai sotto le loro tende. “Vogliamo solo poter scegliere i nostri capi”, mi rispose con disarmante semplicità Wu Mei Li, studentessa 18enne (ne dimostrava 14) al primo anno di lingue straniere. Portava un vestitino rosa, aveva un fioccone sui capelli, e per arrivare a Pechino si era messa le scarpe di vernice nera col tacco. Studiava a Xian, l’antica capitale dell’impero cinese a 900 chilometri da Pechino. Da grande voleva fare la traduttrice, studiava l’inglese da un anno e lo parlava già piuttosto bene. Sapeva anche il giapponese.
Si aggirava nell’immensa piazza con gli occhi sgranati per la felicità, la stanchezza e la meraviglia, tenendo per mano la sua compagna di classe Chen Hong Moi. Ci avevano messo due giorni per arrivare in treno, loro e altri trenta universitari della facoltà. Ma ne era valsa la pena: l’ultimo weekend di quel “maggio rivoluzionario del 1989 cinese” sarebbe rimasto per la piccola Wu quello più eccitante della sua vita. Era la prima volta che vedeva Pechino. “Siamo scappate giovedì senza dire niente alle nostre famiglie, né al preside di facoltà. Altrimenti non ci avrebbero permesso di venire”. La prima notte avevano dormito in piazza, per terra, nei sacchi a pelo. Poi trovarono posto nelle tende in cellophane tenute in piedi da un mese con canne di bambù.
Perché sei venuta a protestare, Wu?
“Perché voglio democrazia, diritti umani e giustizia”.
Cos’è la democrazia?
“Riformare il governo”.
E i diritti umani?
“Poter andare dove si vuole. Io, per esempio, vorrei lavorare come guida turistica a Pechino, ma so già che non potrò farlo. Troppi raccomandati da padri potenti, dal partito”.
Non ho saputo più nulla di Wu Mei Li. Se non è stata uccisa a Tienanmen, oggi ha 55 anni. E deve stare attenta: i cinesi che in questi giorni osano anche solo scrivere la parola Tienanmen sui social, il mattino dopo si ritrovano i poliziotti in casa. Potenza della “dittatura del proletariato”.

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