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Sunday, March 28, 2021

Caos M5s: Grillo-Casaleggio-Conte, quadratura impossibile

intervista a Mauro Suttora

Il Sussidiario.net, 28 marzo 2021

Conte vorrebbe i pieni poteri in M5s, ma Grillo non ci pensa neppure. Intanto Letta spera di cuocere i grillini a fuoco lento, per capovolgere a suo favore l’alleanza

“Sono completamente spaesati, come i comunisti quando Stalin si alleò con Hitler nel 1939-41”. I “comunisti” sono i 5 Stelle, che Grillo ha cercato di rianimare nell’ennesimo show in diretta zoom, senza peraltro risparmiare la bordata dello stop al terzo mandato. 

Il paragone è di Mauro Suttora, giornalista, che parlando con il Sussidiario fotografa in modo impietoso lo stato di salute dei 5 Stelle. 

“Penso che Letta speri di cuocere i grillini a fuoco lento, aspettando un loro ennesimo flop alle amministrative”, ma “Pd e M5s sono condannati ad allearsi, se vogliono contare”. Nessuno dei due, per ora, darà problemi a Draghi.

Qual è, in questo momento, per i 5 Stelle, il primo dei problemi?

L’identità. Non sanno più chi sono. Erano nati per pulire la politica, che però ora li ha sporcati: sono diventati i peggiori trasformisti. Non sanno più cosa vogliono. Né con chi vogliono farlo. Un proverbio romanesco dice: “Se po’ campa’ senza sapé pecché, ma nun se po’ campa’ senza sapé pe cchi”. Sono completamente spaesati, come i comunisti quando Stalin si alleò con Hitler nel 1939-41. 

Non si capisce perché Conte, che aveva ricevuto un’investitura per fare il leader, ancora tentenni. Che cosa sta succedendo?

Conte sta cercando di capire se gli conviene resuscitare il moncherino del Movimento 5 Stelle, il M5s dimezzato dai sondaggi, o creare qualcosa di nuovo. Senza piombare, e venire piombato, in un conflitto con la Casaleggio Associati.

Dunque torniamo sempre alla casella di partenza: in un modo o nell’altro, tutto o quasi ruota intorno a Casaleggio. Davide vuole farsi un partito?

No. Però non vuole neanche perderlo. Anche se l’attuale M5s ormai ha poco a che fare con quello inventato da suo padre, morto cinque anni fa.

Ma perché Davide Casaleggio ha preso un’altra strada?

Sono i grillini ad aver abiurato i princìpi fondamentali del loro Movimento: democrazia diretta, trasparenza, abbattimento dei costi e del professionismo politico.

Nel partito c’è fermento perché nessuno sa cosa si siano detti Letta e Conte. Secondo te hanno parlato solo di amministrative? O di altro?

Intanto si può immaginare come si sentano i vecchi militanti grillini, gente che ha dato quindici anni di vita al Movimento, a essere guidati da un signore, Conte, che non è mai stato neanche iscritto e che tre anni fa era stato pescato per caso come possibile tecnico per un ministero secondario. Conte non ha mai fatto alcuna lotta grillina, è un corpo estraneo. E ora dovrebbe decidere a loro insaputa il loro destino, e per di più con Letta, l’odiato premier Pd del 2013 che i grillini insultavano ogni giorno? Almeno Zingaretti non era mai stato un loro bersaglio. Certo, i due avranno parlato del voto amministrativo di ottobre. Il Pd offre una sola candidatura sicura ai grillini: Fico sindaco di Napoli.

Conte e M5s appoggeranno Letta sul maggioritario?

Al M5s conviene di più il proporzionale, ma dall’alto del loro 17% non sono in grado di dettare condizioni al Pd.

Si dice che Conte non sciolga le riserve perché teme un’emorragia elettorale; tanto varrebbe allora dar vita al partito contiano. Secondo alcuni è definitivamente morto la sera dei 156 voti in senato; tu cosa dici?

Manca ancora mezzo anno al voto nei Comuni, quindi Conte non ha fretta. E un suo partito personale rischierebbe di finire nel nulla come quelli di Monti e Renzi.

Quali condizioni starà ponendo a Grillo, sul versante M5s?

Quella di essere incoronato capo unico dei grillini. Cosa impossibile, perché ci sono anche Grillo e Di Maio. I grillini per ora accettano Conte solo perché ha oltre il 50% di popolarità.

La “safety car” istituzionale del governo Draghi ha riallineato Pd e M5s? Oppure Letta teme una subordinazione del Pd come durante il Conte 2?

Pd e M5s sono condannati ad allearsi, perché da soli non hanno i numeri per fronteggiare il 45% del centrodestra. Penso che anche Letta speri di cuocere i grillini a fuoco lento, aspettando un loro ennesimo flop alle amministrative.

Il pensiero verde è l’ultima opzione scelta da Grillo per attestare i 5 Stelle sulla linea del Piave. C’è concorrenza da quelle parti: anche Sala ha mollato il Pd per diventare verde.

Agli italiani importa nulla del green. Vogliono solo ricominciare a vivere e lavorare dopo il virus. Che ora costringe tutti a evitare bus e metro, usando le auto e avvelenando le nostre città. Che Sala a Milano si auto-definisca verde è divertente. Ma neanche Conte sa cos’è l’ecologia.

Ma chi avrebbe più probabilità di aggregare un fronte verde? il Pd di Letta? Conte da solo al centro? M5s?

Tutto sommato, in mancanza di un forte partito verde, Grillo ha le credenziali più forti. Anche se con idee strampalate come il no Tav, i treni ad alta velocità che inquinano meno di auto, tir e aerei.

A Roma chi vince le comunali?

Penso il centrodestra, se trova un candidato decente. La Raggi verrà battuta al primo turno anche dal candidato Pd.

Chi darà più problemi a Draghi? Letta o la galassia M5s?

Nessuno dei due. Staranno tranquilli fino alle presidenziali di gennaio. L’unico a fare un po’ di sceneggiata continuerà a essere Salvini. Ma solo a parole, per non dare troppo spazio alla destra della Meloni.

Federico Ferraù  

Tuesday, June 03, 2008

Mangiano pure sulla fame

PAPPONI MONDIALI

Si apre a Roma il vertice mondiale sulla povertà. Un ente internazionale che brucia quattrini senza fare nulla. Presenti anche capi di Stato che affamano i popoli. Come Mugabe e Ahmadinejad

Libero, 3 giugno 2008

di Mauro Suttora

Il quinto dittatore più longevo del mondo è atterrato a Fiumicino tranquillo e felice domenica notte con la moglie Grace. Ha conquistato il potere nel 1980 e non lo ha più mollato. Soltanto Gheddafi e altri tre despoti (il sultano del Brunei, Omar Bongo in Gabon e Dos Santos in Angola) tiranneggiano i loro popoli da più tempo.

Robert Mugabe ha 84 anni ed è ospitato a Roma nell’ambasciata del suo Zimbabwe, quartiere Prati. Mentre era in volo i suoi poliziotti in Africa hanno arrestato l’oppositore più prestigioso, il giovane scienziato Arthur Mutambara, assieme a decine di altri avversari politici.

Lo Zimbabwe è l’ex Rhodesia del Sud. Era un Paese florido, uno dei granai d’Africa. Gli inglesi se ne sono andati 28 anni fa, e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Oggi i tredici milioni di sudditi di Mugabe sono fra i più poveri del mondo, ridotti alla fame. L’inflazione è del 156.000 per cento. Non è un refuso: significa che ogni giorno i prezzi quadruplicano. Fino a una dozzina di anni fa almeno c’era la libertà. Ora neanche più quella. Da liberatore, Mugabe si è trasformato in tiranno.

Nel 2002 ha truccato le elezioni per farsi rieleggere. L’Unione europea ha reagito proibendogli di venire nel nostro continente. Ma lui si fa gioco di questo divieto. Con la scusa che a Roma c’è la Fao (Food and agriculture organization), la quale come tutte le agenzie dell’Onu gode di extraterritorialità, fa una capatina in Italia ogni volta che può. L’ultima volta, a un vertice Fao del 2005, paragonò Bush e Blair a Mussolini e Hitler. Chissà cosa dirà questa volta.

Con la sua presenza a Roma, Mugabe sta facendo ombra perfino a un altro gentiluomo come l’iraniano Ahmadinejjad. Il ministro degli Esteri australiano Smith ha definito «oscena» la sua presenza al vertice contro la fame nel mondo: «Mugabe è responsabile della fame di cui soffre il suo popolo, e ha usato gli aiuti alimentari a fini politici». Due mesi fa ha perso di nuovo le elezioni, ma grazie ai soliti brogli ha ottenuto un ballottaggio per il 27 giugno. E ora è venuto a farsi un po’ di propaganda in Italia.

Il pretesto glielo offre uno dei tanti inutili vertici contro la fame di una delle tante inutili agenzie dell’Onu. La Fao, appunto. Il palazzo bianco della Fao sta vicino alle terme di Caracalla, un precursore di Mugabe. Fino al 2002 nel piazzale davanti alla Fao c’era l’obelisco di Axum. Poi l’Etiopia ha chiesto di riaverlo. L’Italia, chissà perché, ha acconsentito. Così l’obelisco è stato tolto e rispedito in Etiopia a nostre spese. Da allora giace abbandonato sotto una tettoia. Questo è il risultato dei complessi di colpa degli ex colonialisti.

Un altro risultato è che continuiamo a finanziare baracconi come la Fao. Ha quattromila funzionari. Duemila stanno «sul campo», nei posti dove si soffre la fame, e probabilmente qualcosa combinano. Gli altri duemila stanno a Roma, e si godono i loro stipendi da ottomila euro al mese esentasse. La Fao costa quasi 400 milioni di dollari l’anno. Poco, tutto sommato, se paragonati ai 300 milioni di euro che abbiamo appena deciso di buttare via per dare qualche altro mese di vita all’Alitalia. Ma tanto, se si scopre che gran parte del bilancio serve per pagare i dipendenti.

Come per l’Onu e l’Unesco, i tre quarti dei soldi vengono versati da undici Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa.

L’inefficienza della Fao è leggendaria. Già nel 1960, visti gli scarsi risultati, fu creato il Pam (Programma alimentare mondiale), agenzia operativa per le emergenze sempre con sede a Roma. Esiste tuttora e funziona abbastanza bene. Negli anni ’70 si continua con la moltiplicazione degli enti: nascono il Wfc (World food council) e l’Ifad (International fund for agricultural development).

Vent’anni fa la Heritage Foundation, think tank Usa di destra, dimostra dati alla mano che l’inefficienza continua. E nel ’91 ai critici della Fao si aggiunge la rivista The Ecologist, bibbia degli ambientalisti, che decreta addirittura: “La Fao promuove la fame nel mondo, invece di combatterla”.

Niente da fare. La burobaracca sopravvive organizzando vertici su vertici. Quello del 2002 viene considerato uno «spreco di tempo» perfino da molti dei partecipanti ufficiali. Nel maggio 2006 si dimette Louise Fresco, assistente direttore generale della Fao, che ammette: “La nostra organizzazione è incapace di adattarsi alla nuova era,i suoi capi non propongono soluzioni per superare la crisi”.

Dopo il vertice del 2006 Oxfam, la più grande Ong (Organizzazione non governativa) privata contro la fame nel mondo, chiese di finirla con le «feste di parole». Un mese fa il presidente del Senegal ha ribadito: “Meglio chiudere la Fao”. Invece ora ci risiamo. Per tre giorni i potenti della Terra, dittatori e affamatori compresi, banchettano a Roma alla faccia degli affamati. Quelli che fanno qualcosa di concreto (i missionari, i volontari delle Ong) sono rimasti in Africa, in Asia, in America Latina.

Mauro Suttora