L’eroica battaglia per l’aborto legale, le lotte da commissario europeo elogiate in tutto il mondo, il sodalizio fruttuosissimo e molto controverso con Marco Pannella, tutto quello che siamo e non saremmo, tutto quello che le donne sono diventate. Storia di una grandezza
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 11 settembre 2026
Sarebbe diventata presidente della Repubblica nel 1999, se non ci fosse stata la candidatura imbattibile di Carlo Azeglio Ciampi. Emma Bonino, nata a Bra (Cuneo) nel 1948, rappresenta il punto più alto nella storia dell’emancipazione femminile in Italia. Prima di Giorgia Meloni, arrivata alla presidenza del Consiglio nel 2022, era stata ministro degli Esteri nel 2013, con il breve governo di Enrico Letta.
Quei dieci mesi alla Farnesina furono interrotti dal ciclone Matteo Renzi, il quale incomprensibilmente sostituì Emma con la semisconosciuta Federica Mogherini. Ma lei, da vera signora, incassò il clamoroso schiaffo senza batter ciglio. E anzi, alle Europee 2024 accettò l’alleanza con Renzi per cercare di superare la ghigliottina del 4% col proprio partito, Più Europa. Niente rancori, ma missione fallita.
Tanti fallimenti ma anche tante vittorie, nella vita di Emma Bonino.
Che ormai, da dieci anni col suo turbante post-tumore polmonare, era diventata un monumento vivente del nostro Parlamento. Presente ininterrottamente da mezzo secolo alla Camera o al Senato (che ha vicepresieduto nel 2008-13), ha in realtà mietuto i maggiori successi a Bruxelles, dov’è stata eurodeputata dal 1979 al 2006, e soprattutto commissaria europea per la tutela consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari nel 1994-99.
Su quella poltrona fu issata da Silvio Berlusconi, nei pochi mesi di alleanza fra la neonata Forza Italia e la lista Pannella. Il capo radicale riuscì a convincere il premier Berlusconi a far rappresentare l'Italia in Europa da Bonino e Mario Monti, contro il parere di Giuliano Ferrara che le preferiva Giulio Napolitano per ammansire il Pds.
Emma ripagò la fiducia di Silvio con un clamoroso successo: alla fine del suo quinquennio fu unanimemente incoronata migliore commissaria Ue. Le Monde le dedicò un’intera pagina di elogi, idem l’Economist e il Financial Times; alle Canarie le dedicarono una strada per la sua difesa dei pescatori spagnoli. Il mondo intero scoprì le angherie dei talebani afghani quando lei finì in carcere a Kabul, e le persecuzioni del presidente serbo Slobodan Milosevic dopo la sua visita ai profughi kosovari. In quel periodo era candidata a tutto: Alto commissariato Onu per i rifugiati, quello per i diritti umani, addirittura segretario generale delle Nazioni unite.
Ma ormai in Italia la stella di Berlusconi si era (provvisoriamente) spenta, cosicché nel '99 Bonino non fu promossa presidente della Commissione Ue: quella poltrona andò a Romano Prodi, e lei perse pure la propria, perché secondo commissario italiano rimase Monti.
Anche in questo caso, però, nessuna ruggine con Prodi. Anzi, il professore nominò poi Bonino ministro del Commercio estero e degli Affari europei nel suo secondo governo, dal 2006 al 2008.
Ma la grande rivincita, e lo zenit del suo percorso politico, arrivarono per Emma nel 1999. Furbamente Pannella, relegato il partito radicale a campagne transnazionali o a lotte super partes come quella contro il sovraffollamento delle carceri, rinunciò a presentarsi alle elezioni europee con la solita lista a proprio nome, come aveva fatto con scarsi risultati negli anni '90. Visto il consenso internazionale di Bonino, ribattezzò col cognome di lei le liste radicali. E contemporaneamente l’ex deputato pannelliano Giovanni Negri scatenò i battage pubblicitari “Emma for president” (della Repubblica) e “Emma for Europe” con pagine su quotidiani, spot tv e massicci mailing acquistati grazie a cinque dei dieci miliardi di lire incassati vendendo alcune frequenze di Radio radicale al Sole 24 Ore (che inaugurò così Radio 24).
Il risultato fu enorme, per i radicali assuefatti al tre per cento:
8,5%, quarto partito dopo Forza Italia, Ds e An. In tutto il nord la lista Bonino superò An, a volte i Ds, e in varie città del Veneto e a Monza si ritrovò secondo partito dopo FI, con percentuali attorno al 13. A Bruxelles approdarono ben sette eurodeputati boniniani.
I radicali si definivano “lib-lib-lib”: liberali, liberisti e libertari. A destra in economia, a sinistra per i diritti civili.
Sempre contro l’intromissione dello stato nella vita privata dei cittadini, fossero tasse o divieti eccessivi. Unico faro: la libertà individuale. Risultato: la sinistra li detestava per il loro liberismo, la destra per il loro antiproibizionismo. Ma nel '99 la lista Bonino pencolava verso il centrodestra, per cui a sinistra fu velenosamente soprannominata “linea giovane di Forza Italia”.
Berlusconi, preoccupato dalla concorrenza interna, propose ai radicali di entrare nella sua coalizione, anche perché i voti successivi (Regionali 2000, Politiche 2001) si svolgevano con il metodo maggioritario, e non proporzionale come alle europee. Pannella gli rispose picche, e Silvio si vendicò definendo Bonino “protesi di Pannella”: un inarrivabile maschilismo. “È stato Marco a insegnarmi tutto in politica”, ammise lei, “ma non ho bisogno di ammazzare il padre per diventare grande”.
In effetti il rapporto fra i due leader radicali andrebbe studiato.
Entrambi pesi massimi della politica ma zavorrati da un partito microscopico, dagli anni '70 hanno cambiato la vita degli italiani contando elettoralmente nulla. L’elenco delle loro vittorie è lunghissimo: divorzio, obiezione di coscienza alla naja, voto ai diciottenni, aborto, smilitarizzazione della polizia, diritti degli omosessuali, chiusura delle centrali atomiche, elezione diretta dei sindaci, finanziamento pubblico ai partiti, corte penale internazionale, fecondazione assistita...
E poi le altre battaglie: contro la fame nel mondo, la pena di morte, l’ergastolo, la caccia; e per la droga legale, il voto maggioritario, la giustizia giusta (caso Tortora), gli Stati Uniti d’Europa, la rivoluzione liberale, l’eutanasia.
Per mezzo secolo hanno raccolto firme in piazza, organizzato marce, inscenato sit-in, digiunato, confezionato irritanti comunicati di protesta. Nonostante il fastidio, sono sempre stati giudicati puliti e preziosi nel mortifero panorama politico italiano. Fisicamente erano l'opposto: lui si portava appresso 120 chili dislocati su 190 centimetri, lei ne pesava 50 per uno e 60 di altezza. Li univa l’amore per la nicotina, che li ha uccisi, e la parlantina. Ma anche nella dialettica erano agli antipodi: barocco e fluviale lui, concreta e concisa lei.
Apostoli della democrazia diretta, dal 1974 ci hanno fatto votare per una sessantina di referendum. Entrarono assieme rumorosamente per la prima volta in Parlamento nel 1976: lui con un completo di lino bianco alla Grande Gatsby, lei in zoccoli e jeans. Entrambi sono finiti in carcere: Pannella nel 1968 nella Bulgaria comunista dove protestava contro l’invasione di Praga, e sette anni dopo a Regina Coeli per uno spinello; Bonino nel 1975 per gli aborti e nel 1990 a New York per avere distribuito siringhe contro l’Aids. Nel ‘78 s'imbavagliarono in tv per denunciare la censura: oggi quel gesto è studiato nelle università Usa.
Emma a vent’anni era abortista, a cinquanta orgogliosa di farsi fotografare con papa Wojtyla. Ha fatto cadere un presidente, Giovanni Leone, e ne ha fatto eleggere un altro, Oscar Luigi Scalfaro – poi si è scusata col primo e ha litigato col secondo. Mai sposata, niente figli, una grande passione assieme al compagno (anche di vita, per un po') deputato radicale Roberto Cicciomessere: la barca a vela. Che prestarono a Toni Negri per farlo fuggire in Corsica.
Una quindicina di anni fa Bonino perse l’esclusiva sul proprio nome. Dicendo “Emma”, infatti, non ci si riferiva più a lei, perché nel frattempo erano nate altre stelle omonime: la presidente di Confindustria Marcegaglia, la cantante Emma Marrone.
Nel 2016 la perdita più grande, dopo quella dei genitori: Pannella. Negli ultimi tempi non andavano granché d’accordo. Forse lei in vista dei 70 anni si era politicamente emancipata, e mal sopportava le mattane del mattatore. I pannelliani di stretta osservanza la accusarono nientedimeno che di essere una volgare "radicaldemocratica", come Massimo Teodori o Angelo Panebianco in precedenza scomunicati. Invece loro erano orgogliosamente “radicalnonviolenti”, e seguivano fedelmente il vecchio guru in ogni suo sciopero della fame e della sete, compresi quelli leniti bevendo una gollata della propria pipì.
Poco attratta dall’urinoterapia, la povera Emma subì l’estremo affronto: le fu impedito dagli adepti di dare l’ultimo saluto a Marco sul suo letto di morte. Da allora, la principale battaglia di Emma Bonino è stata quella per l’unificazione dell'Europa. Contro gli opposti populismi e sovranismi di destra e sinistra, con Ucraina e Israele. E avendo al fianco Benedetto Della Vedova dentro al parlamento e Marco Cappato fuori, i suoi più validi eredi.
Ma nei libri di storia Emma finirà soprattutto perché, assieme all’altra radicale Adele Faccio, è stata il simbolo del femminismo che ha scosso l’Italietta degli anni ‘70. I bigotti ancor oggi pensano di sfregiarla pubblicando la foto in cui praticava aborti clandestini con una pompa di bicicletta. Fingono di ignorare che era proprio quella l’interruzione di gravidanza meno invasiva per le donne: il metodo Karman per aspirazione.
Le femministe degli ambulatori self-help autogestiti fondarono il Cisa (Centro informazione sterilizzazione e aborto), che costrinse la Democrazia cristiana a depenalizzare l’aborto con la legge 194 del 1978. Finì così la piaga delle decine di migliaia di aborti clandestini che mieteva vittime fra le donne con la complicità dei “cucchiai d’oro”, ginecologi spesso cattolici che si facevano strapagare i loro interventi. Un medioevo terminato grazie a Emma Bonino.





