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Friday, July 10, 2026

L’uomo che ci salvò dalle cento Seveso

A cinquant’anni dal più grande disastro ambientale della storia italiana, un breve ricordo del caporeparto che evitò l’esplosione e una tragedia immane. Carlo Galante e una medaglia ricevuta da morto. Storie di coscienze rilavate di verde

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 luglio 2026 

Sabato 10 luglio 1976 Carlo Galante stava pranzando nella sua casa di Seveso (20 km a nord di Milano, oggi provincia di Monza Brianza). Era caporeparto all’Icmesa (Industrie chimiche Meda società per azioni), azienda che produceva composti per profumi e diserbanti. Sentì un fischio provenire dalla fabbrica. Si precipitò a piedi nel cuore dell’impianto, deserto per il fine settimana ma attivo. Il reattore si era surriscaldato a 250 gradi e c’era una grossa perdita. Galante mantenne la calma, afferrò un respiratore, lo indossò e corse ad azionare il rubinetto per il raffreddamento. Grazie a lui l’Icmesa non scoppiò, causando danni cento volte superiori. Per questa azione eroica ha ottenuto una medaglia d’argento al valore civile. Ma solo nel 2017, alla memoria. Lui è mancato nel 2004.

Chi non viveva in Italia mezzo secolo fa non può capire il clamore mondiale che provocò quella fuga di diossina. Ancor oggi quello di Seveso è considerato uno dei peggiori disastri industriali della storia. Al primo posto ovviamente Cernobyl. Al secondo Bhopal, 1984: 25mila vittime in India. 

Grazie a Dio in Italia non ci furono vittime umane (anche se alcuni tipi di tumore sono aumentati nei decenni successivi). Ma quasi un migliaio di persone dovettero lasciare le loro abitazioni nei 15 ettari contaminati dalla diossina, e poterono tornare dagli alberghi di Bruzzano e Assago dov’erano sfollati solo dopo un anno e mezzo; una quarantina di case furono abbattute. Tremila animali d’allevamento furono avvelenati dai 18 chili di diossina fuoriusciti con la nube tossica, 80 mila dovettero essere macellati per precauzione.

La cosa più incredibile è che, nonostante la nuvola tossica rosa fosse stata vista in mezza Brianza, da Meda a Desio, da Cesano Maderno a Bovisio Masciago, il giorno dopo nessun giornale o tv ne parlò. La notizia apparve soltanto dopo una settimana. Eppure la cloracne, con ustioni di primo e secondo grado, colpì subito la pelle di 447 abitanti, soprattutto bambini. “Un intero quartiere di Seveso gravemente inquinato da gas tossici”, scrisse il Corriere della Sera, però il 17 luglio. E il Giorno, nella stessa data: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas”. 

Ci furono aborti spontanei, l’appena eletta deputata radicale Emma Bonino ottenne dal governo democristiano la facoltà per le donne dell’area di praticare l’aborto, allora proibito. L’arcivescovo di Milano invece lanciò un appello alle famiglie per accogliere eventuali bimbi focomelici.

Seveso divenne sinonimo di catastrofe ambientale: “direttiva Seveso” fu chiamata quella che la Ue (allora Cee) emanò per prevenire i rischi industriali. Ma solo nel 1982, dopo sei lunghi anni di battaglie. Oggi l’area, decontaminata, è coperta da un bosco di querce. Nel 2019 la multinazionale farmaceutica svizzera Roche ha finanziato la piantumazione di un centinaio di alberelli in un terreno nella zona di Sant’Albino a Monza, pochi chilometri da Seveso. Due anni dopo erano tutti morti. Grottesco greenwashing: la Roche era proprietaria della fabbrica Icmesa. Intendiamoci: questi rimboschimenti sponsorizzati da associazioni ecologiste sono benemeriti. Tuttavia non sempre gli sponsor scelti sembrano avere le carte in regola per fregiarsi del titolo di “amico del verde”.

Oltre a Big Pharma, Lamborghini ha messo a dimora 2500 alberi a San Giovanni Persiceto (Bologna) e Nonantola (Modena); idem la multinazionale Usa PepsiCo con mille alberi a San Giovanni Rotondo (Foggia) e altri mille a Casale Monferrato (Alessandria); Nespresso, del gigante svizzero Nestlé nel mirino degli ecologisti da mezzo secolo per il suo latte in polvere ai neonati africani, nel 2024 ha rimboscato mezzo ettaro a Pradamano (Udine). E pazienza se i suoi miliardi di capsule monouso non sono riciclabili in casa: bisogna riportarle nelle boutique Nespresso. Quanto alla catena di benzinai Q8, si sente più green da quando è intervenuta su un terreno ad Amalfi (Salerno). 

Si fatica ad afferrare cosa possa esserci di ecologico in un’azienda automobilistica di bolidi ad alta cilindrata, quindi con grosse emissioni, o in un gigante di carburanti fossili. Ma lavarsi di verde la coscienza sembra andare di moda, cinquant’anni dopo Seveso.

Thursday, October 19, 2023

Autodenuncia, processo, assoluzione: la surreale vita di Marco Cappato



Ormai i pronunciamenti della magistratura non fanno più notizia: uno dopo l’altro, stabiliscono che l’eutanasia non è reato. Ma la legge non arriva. Così un’azione politica per sollevare l’assurdità della situazione l’ha resa ancora più assurda

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 ottobre 2023

Ormai non fa più notizia. Anche la procura di Firenze ha chiesto l’ennesima archiviazione per Marco Cappato. Il leader radicale si era autodenunciato per avere aiutato un 44enne di San Vincenzo (Livorno), malato di sclerosi multipla, ad andare in Svizzera dove è morto col suicidio assistito.

I pm di Milano recentemente non hanno ritenuto un reato l’aiuto di Cappato a Romano, 82enne ex giornalista e pubblicitario all’ultimo stadio di Parkinson, e a Elena Altamira, 69enne veneta malata terminale di cancro.

Il problema però è che l’eutanasia in Italia rimane illegale. La Corte costituzionale anni fa ha invitato il parlamento a emanare una legge che la regolamenti. Ma i partiti sia di destra che di sinistra non hanno il coraggio di affrontare l’argomento. Nonostante i sondaggi diano l’80 per cento degli italiani favorevoli alla “buona morte”, i cattolici presenti in Pd, Forza Italia, FdI e Lega bloccano ogni decisione.

Così si prosegue nel limbo dell’incertezza. E continua la commedia del povero Cappato che per sollecitare una legge pratica la disobbedienza civile, si autoincolpa per evidenziare l’assurdità della situazione. Niente da fare. Come era successo per divorzio e aborto, l’eutanasia viene praticata di nascosto ogni giorno nei nostri ospedali. Ma senza regole precise si rischiano abusi.

La scorciatoia è quella del “suicidio assistito”, che dopo il caso di dj Fabio è legale per chi è affetto da malattie irreversibili, soffre pene fisiche o psicologiche intollerabili ed è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il che però esclude proprio chi ne avrebbe più bisogno, e cioè le migliaia di anziani che per demenza senile o Alzheimer non possono più decidere.

Ma anche per chi ha i requisiti la burocrazia è lunga e insostenibile: un’apposita commissione regionale deve valutare ogni singola richiesta per accedere alla somministrazione del farmaco di fine vita. Se la commissione accerta la sussistenza di tutti i requisiti indicati dalla sentenza della Corte costituzionale verrà scelto il farmaco più appropriato. Ma non è finita, perché poi c’è anche un comitato etico che deve dare il suo parere. Insomma, mesi e anni di attesa.

Così chi ha i mezzi va in Svizzera. Ma chi lo aiuta può essere sempre incriminato per istigazione al suicidio.

Come ipocriti struzzi, i pochi contrari all’eutanasia fanno finta di non vedere quel che succede normalmente, seguendo l’unica regola del buonsenso, in ospedali e rsa. Parlano di “difesa della vita” e accusano Cappato di essere un “angelo della morte”.

Sta succedendo anche in questi giorni a Monza e in Brianza, dove domenica si vota per il seggio da senatore lasciato da Silvio Berlusconi. Cappato è candidato per il centrosinistra, Adriano Galliani per il centrodestra. Che accusa l’esponente radicale di non essere un vero liberale: ma la libertà di disporre del proprio corpo fino alla fine è un diritto civile fondamentale. Perfino il sindaco del Pd non sa se voterà Cappato o si asterrà. Eutanasia e droga legale fanno paura, nonostante la realtà smentisca gli scrupoli ideologici e religiosi.

Così i “difensori della vita” preferiscono che siano i magistrati, e non i politici, a stabilire regole provvisorie. E Galliani scappa da ogni dibattito, ma per farsi propaganda regala, secondo il metodo Achille Lauro, astucci della sua squadra di calcio del Monza ai bambini brianzoli.

Thursday, December 14, 2017

Lo stato non paga i fornitori

IL CASO DI SERGIO BRAMINI DI MONZA



di Mauro Suttora

Oggi, 7 dicembre 2017

«Per non licenziare 32 dipendenti ho ipotecato la casa. La mia azienda è fallita, anche se ho 4 milioni di crediti con la pubblica amministrazione».
La Icom spa dell’imprenditore Sergio Bramini di Monza va bene, si aggiudica appalti importanti. Ma i pagamentinon arrivano, lui ipoteca la casa.

L’azienda fallisce, e ora è stato sfrattato: «Vivo con i miei figli e la mia nipotina. Ho pensato di suicidarmi. La Icom andava bene, ho vinto vari appalti nel Sud Italia, in Sicilia e a Napoli per l’emergenza rifiuti, ma i pagamenti non sono arrivati e le banche hanno interrotto le linee di credito».

Bramini avrebbe potuto chiudere l’azienda licenziando tutti i dipendenti, ma non lo ha fatto: «Ho pensato alle trentadue famiglie che dipendevano da me, e ho ipotecato la mia casa. Sono comunque fallito».
Il tribunale ha decretato il fallimento della Icom nel 2011, due anni prima dell’entrata in vigore della legge europea che obbliga lo stralcio di dissesti provocati dal mancato pagamento di enti pubblici. Bramini, quindi, non può usufruirne.

Nonostante le promesse, l'Italia è ancora maglia nera in Europa per i tempi di pagamento degli enti pubblici alle imprese fornitrici.  
Per questo la Ue ha riattivato la procedura d'infrazione, aperta nel 2013. Allora il premier Matteo Renzi fece approvare il decreto Sblocca debiti. 
Ma secondo l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) il 70% delle imprese di costruzioni registra ancora ritardi, che causano gravi ripercussioni: metà di esse hanno ridotto gli investimenti, e una su tre ha dovuto licenziare. Si arriva a ritardi di 168 giorni (più di cinque mesi), contro il limite di 60 giorni.

«La vicenda di Bramini non è la prima in Italia, e non sarà l’ultima se il governo non cambierà rotta», dice a Oggi Andrea Innocenti, consulente d’impresa.  «La procedura promessa da Renzi in tv era semplice: le aziende con crediti verso gli enti pubblici maturati entro il 2013 chiedevano la certificazione con garanzia dello stato. Poi andavano da una banca a farsi anticipare i soldi, e la banca a sua volta avrebbe ottenuto entro 180 giorni il pagamento, grazie a un fondo apposito».

Tutto semplice, quindi?
 
«No, perchè proprio lo stato ha iniziato a negare le nomine dei commissari ad acta per la certificazione, per esempio per le Ato, Autorità d’ambito territoriale ottimale, in Sicilia, sostenendo che non sarebbero enti pubblici, ma spa, società per azioni, private. Eppure sono enti istituiti per legge, che riscuotevano la tassa rifiuti».

Le ex Nettezze urbane.

«Sì. Ma ci sono voluti ricorsi in tribunale per ristabilire questa semplice verità. E nonostante le sentenze, i governi hanno continuato a non certificare. Anche nell’unico caso in cui lo hanno fatto, non hanno pagato la banca che ha anticipato i soldi all'azienda, circa 35 milioni. Hanno così creato un pregiudizio e una diffidenza di tutte le banche italiane, che a quel punto hanno negato alle aziende operazioni simili».

Perché?
 
«Un commissario ha ammesso in privato, con me, di non avere certificato dei crediti per "imposizioni informali del ministero dell’Economia"».

A quanto ammontano i crediti pubblici non pagati?

«La Sicilia da sola ha accumulato debiti per almeno due miliardi di euro, non inseriti nei bilanci dello stato. Mi sembra insomma che il governo stia “nascondendo” molti debiti alla Ue. Intanto le aziende falliscono, e vari imprenditori si suicidano».
Mauro Suttora


Saturday, February 11, 2017

Il M5s odia la libertà e bastona i giornalisti

UN PARTITO INTOLLERANTE AL SUO INTERNO, CHE LANCIA MINACCE ALL'ESTERNO

di Mauro Suttora
Libero, 11 febbraio 2017

Il problema dei grillini non è né Virginia Raggi, né il caos Roma. È la struttura segreta-paranoica del loro movimento a produrre disastri a getto continuo. Da due settimane, disperato, Grillo vieta ai suoi adepti di scrivere addirittura sulle proprie pagine facebook. «Taci, il nemico ti ascolta», è il suo mussoliniano avvertimento.

Eppure il mestiere dei parlamentari è parlare, lo dice la parola stessa. Nessun partito al mondo può impedirlo. Tranne il partito comunista cinese. Ma perfino il Quotidiano del Popolo di Pechino ora boccia i grillini: «Sono i peggiori populisti d’Europa».

Come tutti i bocconiani, il figlio di Casaleggio non sa cos’è la democrazia. La cultura aziendale è il contrario della libertà. Nelle imprese comanda il Capo. Le aziende hanno un’organizzazione dittatoriale: agli ordini dei manager si obbedisce. In nome dell’efficienza, il dibattito è tollerato solo se sollecitato dal vertice.

Così nel Movimento 5 stelle. «Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi», teorizza Casaleggio baby. E Grillo tratta i suoi discepoli con la delicatezza del satrapo mesopotamico. 

I grillini sono un misto di caserma, oratorio, convento e asilo infantile. Fra loro i dossieraggi da setta poliziesca sono sempre esistiti, ben prima di quelli di un anno fa contro Marcello De Vito, il candidato sindaco a Roma fatto fuori dalla Raggi.

Ai primi, nel 2013, contribuii anch'io. Un dirigente romano mi chiese informazioni su certi senatori monzesi che erano riusciti a farsi eleggere in blocco, eliminando tutti i milanesi. In teoria le cordate erano proibite. Spiegai che una era stata eletta solo perché moglie di un consigliere comunale grillino: fino a pochi mesi prima non sapeva neanche chi fosse Grillo. Altri casi di parenti infestavano la Lombardia.

Tutto fu scrupolosamente registrato. Dopo qualche mese partirono le epurazioni contro chi osava dissentire. I 40 parlamentari espulsi in questi quattro anni sono stati ricattati con pettegolezzi riservati.

Ormai, dopo la pubblicazione delle loro chat Whatsapp, fra i grillini si è sparso il panico. Parlano solo di persona, non lasciano più tracce scritte. Alcuni si illudono che le chat Telegram siano più sicure. Sembra di essere a Mosca o a Berlino negli anni 30. 
   
L’unica libertà di parola la esercitano contro i giornalisti. Sventolano una pseudoclassifica sulla libertà di stampa che vedrebbe l’Italia al 77° posto al mondo. Non capiscono che la graduatoria si riferisce alle minacce contro la libertà di stampa. E ci mancherebbe, in un paese per metà in mano a mafie e ’ndranghete, e in cui i politici possono mandare i cronisti in carcere o intimidirli con querele campate in aria. 

Questo non impedisce che l’Italia abbia fior di giornali e tv. Ma loro auspicano il genocidio dei giornalisti: «Verrete sostituiti dalla rete», jellano. 

Di Maio si appella all'Ordine dei giornalisti. Non ricorda che il M5s nel 2008 raccolse mezzo milione di firme per un referendum sulla sua abolizione (furono buttate perché il figlio di Casaleggio sbagliò le date della raccolta). Ma per bastonare la libertà, tutto va bene. 

Lo scoop della polizza di Romeo regalata alla Raggi è opera in tandem di Fatto ed Espresso. Però nell’elenco dei giornalisti da punire, quello del quotidiano pro-Grillo magicamente sparisce.

 Intolleranti al loro interno, i grillini moltiplicano le minacce all’esterno. «Siamo il cambiamento che proponiamo», era il loro slogan. Speriamo di no.

Mauro Suttora 

Wednesday, May 30, 2012

La frana della Lega Nord

DOPO LE RIVELAZIONI DI 'OGGI', LA BATOSTA AL VOTO

di Mauro Suttora

Oggi, 21 maggio 2012

Il 9 aprile, Pasquetta, le agenzie di stampa annunciano l’intervista di Oggi ad Alessandro Marmello, autista di Renzo Bossi («Trota»): «Al figlio di Umberto passo contanti ritirati dalle casse della Lega a mio nome». Quattro video confermano l’accusa. Dopo poche ore Renzo Bossi si dimette da consigliere regionale della Lombardia.

Inizia così la frana della famiglia Bossi e della Lega Nord. Un mese dopo, arriva l’avviso di garanzia per appropriazione indebita di finanziamento pubblico a Umberto, Renzo e l’altro fratello, Riccardo. Ai quali, si scopre, il tesoriere della Lega Francesco Belsito pagava uno «stipendio» di 5 mila euro al mese, oltre ad avere acquistato lauree in Albania per Renzo e per la guardia del corpo di Rosi Mauro, tuttora vicepresidente del Senato, già fedelissima di Bossi ma ora espulsa dalla Lega. Belsito è indagato per truffa e riciclaggio: aveva investito in oro e diamanti parte dei rimborsi elettorali, finiti anche a Cipro e in Tanzania. Rapporti sospetti perfino con la ‘ndrangheta.

Il voto del 6 e 20 maggio ha punito la Lega. Unico sindaco eletto al primo turno quello di Verona, Flavio Tosi. Risultati pessimi nelle ex roccaforti: 5% a Belluno, 6 ad Alessandria, 7 a Monza, 8 a Como. Leghisti battuti perfino a Cassano Magnago (Varese), dov’è nato Umberto Bossi, e a Mozzo (Bergamo), dove vive l’ex ministro Roberto Calderoli. Il quale per ora guida il partito assieme a Manuela Dal Lago e a Roberto Maroni. Quest’ultimo sarà eletto segretario unico nel congresso alla fine di giugno.

Per la Lega sarà dura riconquistare il 12% delle regionali 2010, e il 35% in Veneto. Regione, quest’ultima, guidata dal leghista Luca Zaia, così come il Piemonte è in mano a Roberto Cota. Ma dopo la rottura con il Pdl e l’opposizione al governo Monti, tutti i giochi sono aperti.
m.s.