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Thursday, July 23, 2026

Generazione di secondini. L’Illusione di combattere il male proibendolo

I social vietati in Francia dopo l’Australia, il fumo in Spagna dopo il Regno Unito: un’ondata di proibizionismo colpisce soprattutto i minorenni e li trasforma in minorati. Un effetto cinese o iraniano sul nostro modo di pensare

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 23 luglio 2026 

Cos’è tutta questa ondata di proibizionismo? Le sigarette in Spagna dopo l’Inghilterra, i social in Francia dopo l’Australia. Soprattutto contro i minorenni. Chi l’avrebbe mai detto che saremmo diventati una generazione di secondini?

Eppure i dati dicono che non c’è bisogno di divieti. Già adesso il 95% dei teenager spagnoli non fuma quotidianamente, e solo il 15% di loro si è concesso qualche sigaretta nell’ultimo mese. Niente da fare. Il governo Sanchez ha approvato un progetto di legge che proibisce il fumo dappertutto, al chiuso, all’aperto, tranne che a casa propria. Attenzione anche a quando si circola in Spagna: perfino dentro alla vostra auto il vigile vi multerà (da 30 a 60 euro, ma fino a 10mila per recidive e violazioni gravi) se fumate portando un minore o una donna incinta. Se poi il minorenne, magari vostro figlio, è un fumatore pure lui, nascerà la surreale fattispecie dell’automulta: sanzione comminata contemporaneamente per i nuovi reati di fumo passivo e fumo attivo.

Ancor più divertente il governo britannico, che da tre mesi vieta la vendita di sigarette, tabacco e svapo a tutti i nati dopo il primo gennaio 2009. Si è creato così un diritto penale non più di genere (femminicidio) ma di generazione: gli attuali 17enni del Regno Unito non potranno mai, nella loro vita, entrare legalmente da un tabaccaio. Ovviamente potranno farsi comprare le sigarette dai nati fino al 31 dicembre 2008, tenerle in casa, portarle in giro, fumarsele nei (pochi) luoghi consentiti. Ma acquistarle no.

“Siamo i primi al mondo ad avere creato un generazione di giovani smoke-free”, si è autocomplimentata la ministra della Salute britannica.

L’illusione di combattere il male proibendolo trasforma i minorenni in minorati anche in altri campi. Lo scorso dicembre l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni. Legge fallita: il 70% di loro continua ad accedere alle piattaforme eludendo le restrizioni, spesso usando le Vpn (Virtual private networks, reti private virtuali), proprio come nelle dittature Cina o Iran.

Nonostante questo fiasco, la Francia insiste. Martedì ha approvato una legge uguale tranne che per l’età: 15 anni invece di 16. Anch’essa impossibile da applicare, da sanzionare, da far rispettare, come tutti i provvedimenti “sociologici” senza una concreta base giuridica. Ma il nostro ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara vuole replicarla anche in Italia.

Eppure esiste la prova che le proibizioni eccessive spesso ottengono il risultato opposto. Basti pensare al Green deal europeo, in corso di annacquamento se non di smantellamento a causa dei suoi obiettivi troppo ambiziosi. 

Alex Langer, profeta dell’ecologia, ammoniva: “Non è con i divieti che si farà avanzare l’ambientalismo. Il vigile può multarti quando raccogli un fungo proibito, ma bisogna essere convinti a rinunciarci spontaneamente, se si vuole che l’ecologia diventi desiderabile, e quindi abbia successo”.

È l’eterno dilemma fra libertà e autoritarismo, antico quanto la mela di Adamo ed Eva. A forza di veti e divieti imposti da politici alla guida di stati sempre più invadenti, rischia di avverarsi l’incubo di Bob Dylan: “Sometimes I think this old world is one big prison yard: some of us are prisoners, the rest of us are guards”. “A volte penso che questo vecchio mondo sia il cortile di una grande prigione: alcuni di noi sono prigionieri, il resto guardie” (George Jackson, 1972) 

Wednesday, October 19, 2016

Premio Nobel a Bob Dylan

C'È ANCHE UN PO' D'ITALIA IN DYLAN

di Mauro Suttora

Oggi, 19 ottobre 2016

Si sente più poeta o cantante? «Mi sento come uno che canta e balla», rispose scherzando Bob Dylan oltre mezzo secolo fa, quand’era già considerato molto più di un cantautore.
Da allora, non ha mai smesso di fare il contrario di quel ci si aspetta da lui. «Non seguire i capi, guarda i parchimetri» (Subterranean Homesick Blues, 1965), è uno dei suoi versi più famosi, che prendono in giro chi voleva imbalsamarlo a 23 anni nel ruolo di «leader», di «portavoce di una generazione».

«Non ci vuole un metereologo per saper da che parte soffia il vento», e «Qualcosa sta succedendo, ma non capisci bene cosa sia, vero signor Jones?» (Ballad of a Thin Man, 1965).
Il signor Jones era l’americano medio ignaro di Vietnam e contestazione, e oggi sono quelli che non capiscono perché i parrucconi svedesi abbiano dato il Nobel aprendo la porta del paradiso letterario alla quale Dylan non ha bussato (Knockin’ on Heaven’s Door, 1973). A uno che la sera dell’annuncio ha cantato in un casinò di Las Vegas col suo solito stile ubriaco, e il giorno dopo si è esibito seminudo a 75 anni con i Rolling Stones e l’ex Beatle Paul McCartney.

C’è anche un po’ d’Italia nell’immensa opera dylaniana, studiata da decenni nelle università Usa: l’«Italian poet of the 13th century» in Tangled up in blue (1975) è Dante; «Dicono che ho ucciso un certo Gray e ho portato sua moglie in Italia» (Idiot Wind, stesso anno); «Le strade di Roma sono piene di macerie, vedi doppio in piazza di Spagna, esco con la nipote di Botticelli» (When I paint my masterpiece, 1971).

«Qualche volta penso/che questo vecchio mondo/sia solo il cortile di una grande prigione: alcuni di noi sono prigionieri/il resto guardie» (George Jackson, 1971).

Non ci resta che scoprire con quali parole il vecchio libertario accetterà il Nobel a Stoccolma in dicembre. E se metterà una camicia sotto lo smoking, o si presenterà ancora seminudo