Era il 1990 quando alle regionali lombarde la Lega arrivò al 20%. "Questa è una rivoluzione, dissi al mio direttore...". Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Fu imbrigliato da Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Dopo il malore, i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026
Primavera 1990. Sala stampa della regione Lombardia, nella vecchia sede del Pirellone. I monitor mostrano le prime proiezioni delle elezioni regionali: Lega nord al 20%. Daniele Vimercati, 'legologo' del Giornale di Montanelli, mi guarda incredulo. Corro a telefonare al mio settimanale, L'Europeo: "Direttore, questa è una rivoluzione. Copertina?".
Vittorio Feltri mi diede sei pagine. Chi non ha vissuto la politica al nord in quei primi anni '90, pre-Tangentopoli, non può rendersi conto di quanto fosse liberatorio il voto alla Lega. Certo, la polemica contro i terroni e il Sud. Ma era soprattutto lo slogan "Roma ladrona" ad attrarre, e a far schizzare i voti per Umberto Bossi oltre il 40% in certe valli bergamasche e bresciane.
"Baluba venuti giù con la piena", li definì Claudio Martelli, delfino di Bettino Craxi. Quattro anni dopo il loro Psi non c'era più. Nel 1990-93 la Lega di Bossi rappresentò, al nord, il nostro crollo del muro di Berlino. Tutta la carica antipartitica repressa per decenni si sfogò nel voto per il Senatùr. Anche perché Marco Pannella commise il nobile suicidio garantista di difendere i parlamentari inquisiti di Mani pulite, e quindi il voto qualunquista evitò i radicali, riversandosi su Alberto da Giussano.
Umberto da Cassano Magnago (Varese) era un irresistibile impasto di furbizia, fiuto politico e cialtroneria. Quest'ultima, ingrediente essenziale per approdare in Parlamento, lo parificava a Cicciolina. Tanti grandi borghesi lombardi, piemontesi e veneti lo scelsero come sberleffo: dopo la pornostar, beccatevi 'sti baluba. Tanto ormai, crollato il comunismo, non c'era più bisogno della noiosa diga dc.
Da anni, però, c'erano segnali premonitori. Ricordo la marcia anti-tasse del novembre 1986 a Torino, convocata dai professori liberali Sergio Ricossa e Antonio Martino (poi ministro berlusconiano). Andai a raccontarla con gli editorialisti dell'Europeo Massimo Fini e Saverio Vertone. Un fiume di gente, quasi una replica della marcia restauratrice dei 40mila di sei anni prima. Incrociammo un disperato Piero Fassino, allora capo del Pci torinese: "Altro che liberali e destra, qui c'è anche molta della nostra gente".
Per tutti gli anni '90 l'equivoco continuò: Bossi sta a destra o a sinistra? Non conoscevamo ancora i populisti, Grillo era solo il giullare di Pippo Baudo, quindi la Lega risultava non inquadrabile. Umberto imbarcava di tutto, dai fini intellettuali Gianfranco Miglio e Philippe Daverio al bluesman Roberto Maroni, fino alla cattolica Irene Pivetti, miracolata con la presidenza della Camera vent'anni prima di Roberto Fico. Mica tanto suora la Irene, che intervistai in un bar di via Canonica: alla fine mi invitò su nel suo monolocale, declinai educatamente.
Bossi fu imbrigliato da Silvio Berlusconi, si ribellò dopo pochi mesi, ci tornò assieme nel 2000. Poi arrivò lo s'ciopone con annesso gossip salace. Da allora i leghisti di protesta e di governo lo hanno imbalsamato come padre fondatore. Ma in fondo hanno continuato a imitarlo, facendo tutto e il contrario di tutto come tutti i populisti, da Peron a Trump. Da Forza Etna al ponte sullo Stretto.
L'ho intervistato l'ultima volta nel 2017, dopo il referendum secessionista in Catalogna e prima di quelli per l'autonomia in Lombardia e Veneto (stravinti ma disattesi). Sempre lucido, provocatore. E secessionista, seppure in minoranza nel suo partito: "L'autonomia è il contrario dell'indipendenza. Ci darebbero un po' di soldi solo per non farci andar via. Ma il nord si deindustrializza, le aziende chiudono. Quindi ci accontentiamo dell'autonomia chiesta da Salvini".
Però gli spagnoli accusano i catalani di inscenare la rivolta dei ricchi, gli obiettai. "No, dei liberi", mormorò il senatùr, indomito.
No comments:
Post a Comment