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Saturday, April 25, 2026

Perché il 25 aprile è anche la festa della Brigata ebraica

La storia di Moshe Schipper e Moshe Wadel che morirono assieme il 6 aprile 1945, mentre combattevano per liberare l'Italia dai nazifascisti

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 aprile 2026 

Moshe Schipper e Moshe Wadel, oltre a condividere il nome biblico, si erano arruolati lo stesso giorno. Il primo, 18enne nato in Polonia, aveva la matricola 38478 del terzo reggimento della Brigata ebraica. A Wadel, ventenne originario di Vienna, diedero il 38479.

I due giovani Moshe morirono assieme il 6 aprile 1945, mentre combattevano per liberare l'Italia dai nazifascisti. Il loro avamposto fu colpito da un'esplosione a Brisighella (Ravenna). I loro corpi sono sepolti nel cimitero militare ravennate assieme ad altri trenta commilitoni. "La Brigata ebraica è un falso storico: non era una brigata partigiana, ma un battaglione dell'esercito britannico, che ha combattuto solo alla fine della seconda guerra mondiale". Questo è uno dei commenti che ho dovuto leggere in questi giorni su Facebook.

L'estrema sinistra non gradisce gli ebrei nei cortei per la Liberazione del 25 aprile. "Il problema è che loro vengono in piazza con la bandiera israeliana, di uno stato che quando la brigata ebraica è nata non esisteva ancora. Il che è sempre stato visto come una provocazione, tanto più adesso con un genocidio ancora in corso [sic]. Se vogliono venire come Brigata ebraica senza bandiere israeliane lo possono anche fare, ma quella bandiera in corteo non ci deve stare".

In realtà il vessillo che sventolavano orgogliosi i due giovani Moshe prima di morire per l'Italia libera era proprio quello che tre anni dopo sarebbe stato adottato da Israele: stella di Davide e due strisce azzurre orizzontali. Ne esiste un altro, in cui le strisce sono verticali. Ma era usato perlopiù come distintivo, lo scudetto cucito sulla manica destra delle uniformi. Certo, la bandiera israeliana prima della nascita di Israele era quella del movimento sionista. E nel 1944 faticarono non poco, i dirigenti ebraici in quella che allora era la Palestina britannica, per farla accettare dagli inglesi.

L'impero britannico all'inizio della guerra non voleva una brigata di volontari ebrei nei propri ranghi. Sia loro che gli arabi palestinesi erano sudditi che si battevano contro il mandato coloniale, oltre a combattersi fra loro. La accettò solo a condizione che fosse composta per metà da arabi e per metà da ebrei. Ma la quota araba non fu mai raggiunta per carenza di arruolati e diserzioni.

Il Gran Mufti di Gerusalemme, infatti, durante la Seconda guerra mondiale parteggiava per Adolf Hitler, in base al principio che il nemico (tedesco) del suo nemico (inglese) era suo amico. Amin al Husseini nel 1941 fuggì a Berlino, dove offrì al Führer i servigi di arabi e islamici. Vennero costituiti reparti armati di arabi filonazisti, che combatterono in Africa, Grecia e Urss. Un'intera divisione di 20mila musulmani jugoslavi entrò nelle SS.

Opposto fu l'atteggiamento di Gandhi, anch'egli in lotta contro gli inglesi. In deroga ai suoi principi nonviolenti, non solo approvò il reclutamento di indiani contro i nazisti, ma dovette contrastare molti suoi dirigenti indipendentisti che non volevano combattere agli ordini dei colonizzatori. 

Soltanto nel 1944, impressionato dallo sterminio ebraico, Winston Churchill acconsentì alla nascita di una brigata di 5mila soli ebrei. Vennero mandati ad addestrarsi ad Alessandria d'Egitto, e nel gennaio '45 approdarono in Italia.

Spediti sul fronte romagnolo, combatterono accanto ad alleati e partigiani. Qualche estremista antisionista non li considera tali? In realtà da un certo punto di vista furono perfino più ammirevoli dei partigiani, perché da volontari liberarono una terra non loro. 

Proprio il 24 aprile 1945 cadde, dopo la battaglia dei Tre fiumi (Senio, Santerno, Sillaro) che aprì le porte di Bologna agli alleati, Eliyahu Herskowitz, 33 anni, il più alto in grado fra i caduti della Brigata ebraica: maresciallo, veniva da un kibbutz vicino a Tel Aviv. Saltò su una mina in una strada.

Il 'private' (soldato semplice) Moshe Zilberberg, 30 anni, era invece originario di Plon (Lienz), un paese a 20 km dall'Italia. Scappò nella Palestina britannica dopo l'invasione nazista della sua Austria nel 1938. Barbiere, capo del coro durante le liturgie ebraiche, sognava di tornare a casa sua in Tirolo. Ma il 20 marzo '45 si avventurò nella terra di nessuno, fra le trincee, per recuperare un ferito, e fu ucciso da un cecchino tedesco.

La Brigata ebraica sfilò poi a Londra fra i vincitori con la sua bandiera sionista, e re Giorgio non ebbe nulla da dire. Eppure i terroristi dell'Irgun avevano già ammazzato dei britannici.

Nel cimitero di guerra di Ravenna c'è il mondo intero: beluci, neozelandesi, ciprioti, indiani, australiani, sikh, sudafricani, irlandesi, pakistani. Cristiani, musulmani, ebrei. Venuti da decine di migliaia di chilometri a morire in Italia, per liberarci dalla nostra dittatura. Il 25 aprile è anche la loro festa.

Saturday, December 23, 2023

Harakiri civile. Gesù, Cucù e presepi: inclusività è aggiungere, non togliere
















Eliminare il nome di Gesù da una filastrocca natalizia per questioni di sensibilità religiosa non è un arricchimento culturale. Anzi, significa rinunciare alle proprie tradizioni in nome del politicamente corretto e della tolleranza

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 23 dicembre 2023

Per essere davvero "inclusivi" bisogna includere. Dall'etimo latino "chiudere dentro", quindi riempire. Aggiungere, non togliere. Perché includere è l'esatto contrario di escludere, chiudere fuori, eliminare. Perciò le povere ignoranti maestrine che hanno cancellato il nome di Gesù dalla filastrocca natalizia sostituendolo con Cucù hanno ottenuto il risultato opposto a quello che si prefiggevano. Hanno impoverito i loro bimbi - tutti, cattolici e non, invece di arricchirli o di (rischiare di) offenderli.

Il portinaio albanese (musulmano) del palazzo dove abitavo a New York sotto Natale installava nell'atrio il presepe cristiano sotto un pino, collocandoci maliziosamente sopra una scintillante mezzaluna islamica vicino alla stella. E accanto piazzava pure una menorah, il candelabro ebraico a sette bracci. Completava questo festoso miracolo sincretico la scritta conglobatrice "Happy Christmas & Hanukkah!". Non per nulla gli intelligenti custodi negli Usa si chiamano "super"(intendent). 

Ma se il furbo e tollerante portiere avesse individuato fra i numerosi affittuari del suo condominio di Manhattan qualche induista o buddista, c'è da scommettere che avrebbe moltiplicato i simboli religiosi nella hall. Per aumentare le mance, e per prolungare le vacanze. D'altronde, il posto con i weekend più lunghi del mondo è Gerusalemme: da venerdì a domenica, grazie alle tre religioni monoteiste che rendono sacra la città.

E qui in Italia? È passato un quarto di secolo da quando, nel 1999, assistetti esterrefatto all'abolizione del presepe in un asilo di Milano. Eravamo già diventati così politicamente e religiosamente 'corretti' (o corrotti?) che cominciammo a vergognarci perfino delle tradizioni più gioiose e inoffensive della cultura italiana. Anche a casa nostra. Ecco la cronaca che scrissi. Non è bello autocitarsi, ma già allora 40 mamme sviscerarono ogni possibile aspetto della questione. Nessuna virgola da aggiungere o cambiare: la stupidità è inossidabile. Anche quando ora qualche politica di destra vorrebbe difenderli tramite legge, i presepi.

Duemila anni esatti dopo la nascita di Gesù Bambino, stiamo uccidendo il presepe. In una scuola materna dell'evoluta Milano (via Pallanza, quartiere Maggiolina, zona piccolomedioborghese) maestre e direttrice rifiutano di farlo per Natale. Dicono che "è un simbolo troppo nostro, cristiano, occidentale: i bimbi di altre religioni potrebbero sentirsi esclusi".

Dopo le proteste di diverse mamme viene convocata un'assemblea. Partecipano 40 madri su 80. In questo asilo i bambini extracomunitari, diversamente da altre zone di Milano, sono pochissimi: cinque o sei. Due cattolici (un sudamericano e un filippino). Due cinesini che frequentano il "raccordo" fra asilo nido e scuola materna: i loro genitori non partecipano all'assemblea, presumibilmente non gliene importa nulla del nostro buonismo.

La direttrice ribadisce: "Il Natale lo festeggiamo, però all'insegna del 'dono' e del 'fare'". Quindi l'albero (simbolo pagano) sì, ma il presepe no.  Una mamma azzarda: "Ma per i bimbi è soltanto un gioco, facciamo portare a ciascuno di loro una statuina da casa..." Un'altra, timidamente sconcertata: "Ma la festa si chiama Natale appunto perché è nato qualcuno, no?" . Una terza: "Il presepe è un'invenzione di San Francesco, è un'usanza popolare: non mi sembra propaganda religiosa. Possiamo festeggiare anche le ricorrenze di altre religioni, se qualche genitore lo chiede". Niente da fare. Meglio nessuno che tutti.

Prende la parola la madre più decisa: "Io ho vissuto all'estero, in Paesi di religione diversa dalla nostra, e non ho mai visto una tale rinuncia alle proprie tradizioni. Né io mi sono sentita offesa dalle manifestazioni di religiosità locale: al contrario, ne ero attratta per curiosità".

Ma a questo punto si alza una mamma che si autodefinisce "cattolica e praticante", e sentenzia: "Non so neanche se il regolamento permetta di mettere gli allievi di una scuola pubblica a contatto con il simbolo di una religione ben precisa, com'è il presepe. Fatevelo a casa. Oppure iscrivete i vostri figli in istituti privati. Non dobbiamo mettere in imbarazzo gli altri bambini con feste che non sono le loro, alle quali non sono in grado di partecipare tutti".  Coro: "Ma il Natale si festeggia comunque! Lo vogliamo ridurre soltanto a una questione di regali, consumistica, all'americana, di business?"

Qualcuno propone di votare. Altolà della direttrice: "Manca la metà dei genitori, e poi bisogna comunque rispettare le minoranze. Lo stesso fatto che ne stiamo parlando così a lungo dimostra che questo del presepe è un argomento delicato, non condiviso da tutti".  

Le povere mamme si fanno piccole e timide come le pecorelle del presepe che desidererebbero: meglio non contestare troppo le maestre e la "dirigente", è fastidioso mettersi contro chi tiene in mano i propri figli tutto il giorno. Qualcuno la butta sulla scherzo: "Vabbè, pazienza, poi magari qualcuno ci potrebbe accusare anche di propaganda politica per la presenza dell'asinello..." [Romano Prodi, Francesco Rutelli e Antonio Di Pietro presentarono un partito con questo simbolo alle europee 1999, ndr]

Da questa surreale vicenda nell'asilo milanese non ci permettiamo di estrarre conclusioni importanti, anche se l'impressione è quella di una civiltà che pratichi l'harakiri. E che lo faccia inconsapevolmente, in nome di una demenziale tolleranza non richiesta, sembra un po' agghiacciante. Certo che, dopo il libro di storia fazioso, ci mancava solo il presepe pericoloso. Sono queste, purtroppo, le buffe cronache dall'Italia nell'era dell'Ulivo (oddio, presto, cambiate nome, qualcuno potrebbe offendersi...) 

Friday, November 18, 1988

Onorevole rabbino

Dopo la vittoria degli ebrei fondamentalisti alle elezioni

dal nostro inviato a Gerusalemme Mauro Suttora

Scuole e cinema. Ascensori e occhiali. Il Tempio e il servizio militare. I deputati religiosi, ago della bilancia nella Knesset, si batteranno per questo. E anche contro i palestinesi? No, semmai contro i sionisti. In nome della Bibbia, naturalmente

Europeo, 18 novembre 1988

I più contenti sono gli oculisti e gli ottici. La vittoria dei quattro partiti religiosi di Israele, infatti, provocherà sicuramente un aumento dei fondi statali per le scuole private ebraiche, le yeshiva. E i rabbini sono insegnanti implacabili: i bimbi affidati alle loro cure imparano a leggere prestissimo, anche a quattro anni. Dopodiché, giù a studiare la Bibbia e il Talmud per tonnellate di ore, anche dieci al giorno.

Risultato pratico: è pressoché impossibile trovare, fra gli ebrei ortodossi, uno che non abbia dovuto ricorrere agli occhiali già in tenera età. Occhialuti e occhiuti, gli ultras della religione affollano severi le strade di Gerusalemme. Eccoli stazionare alle otto di ogni venerdi sera in Ben Yehuda, la strada chic del centro: controllano che tutti i cinema rispettino il riposo coatto dello shabbat. Eccoli affrettarsi a passi rapidi verso la città vecchia e il muro del pianto, dove però al tramonto i canti e le litanie dei figli di Israele sono sovrastati dalle lamentazioni del muezzin della moschea Al Aqsa.

Paradosso della storia: il luogo più sacro della religione ebraica, il Tempio costruito da Salomone tremila anni fa e distrutto due volte (dai babilonesi nel 586 avanti Cristo, dai romani nel 70 dopo Cristo), è tuttora in mani islamiche. Nel 1967 i soldati israeliani conquistarono Gerusalemme Est, ma si guardarono bene dal profanare i luoghi sacri agli arabi e ai cristiani. Ebbene, oggi non è raro trovare, sulle macchine di Gerusalemme, adesivi con su scritto "Il Tempio è nostro". Gli estremisti della religione e del nazionalismo infatti gradirebbero dare la scalata al muro del pianto, e impadronirsi dell'intera collina del Tempio. 

"Tanto, l'Islam ha molti altri luoghi sacri. Per noi invece questo è l'unico", spiegano i temerari. Non tutti gli ebrei fondamentalisti, però, sono così antiarabi. Anzi, nel rione ortodosso di Mea Sharim l'amore per la religione spesso fa velo a quello per la nazione. "Request and warning: women, dress properly", sta scritto sullo striscione all'entrata del quartiere. Donne, vestitevi adeguatamente: una richiesta, ma anche un avvertimento. Per le goy, le non ebree, "vestirsi in maniera adeguata" significa coprirsi le braccia e le gambe fino al ginocchio: comandamento facile da rispettare. Ma sulle proprie donne gli ortodossi infieriscono: raramente fuori di casa, e rapate a zero per non suscitare lussuria neanche nel coniuge. Il marito, in cambio di tanta mortificazione dei sensi e di perdita di diottrie sui libri della Torah, ha però un vantaggio rispetto agli altri cittadini maschi di Israele: non deve farsi i tre anni di servizio militare.

Ed è questo il punto di frizione più grosso fra i partiti religiosi e tutti gli altri, di destra come di sinistra: i 20 mila giovanotti con treccioline, cappello e caffettano nero che "approfondiscono la Bibbia" e che, ogni anno, evitano l'esercito. Contro di loro, gli strali di tutti: "Non entrerò in un governo che favorirà la diserzione di massa", minaccia il generale Rafael Eitan, capo del partito di estrema destra Zomet. Da sinistra gli fa eco Ran Cohen, deputato del Ratz, il movimento per i diritti civili : "Posso capire duemila studenti di religione esentati ogni anno, ma 20 mila sono veramente troppi".

Uno di questi obiettori religiosi è Eliezer Weiss, marito di Rachel, la donna di 27 anni bruciata viva a Gerico il giorno prima delle elezioni dalla bombe molotov palestinesi . Sono stati soprattutto i quattro morti di Gerico (Rachel e i suoi tre figli) a provocare l'aumento dei voti per i partiti religiosi, passati dal 10% del 1984 al 15% di oggi. Il bus attaccato a Gerico portava la famigliola da Tiberiade a Gerusalemme, dove Eliezer e Rachel, entrambi figli di rabbini, tornavano per votare. Si erano trasferiti a Tiberiade due mesi fa perché il marito voleva studiare per un anno religione in un nuovo collegio . E così era Rachel a lavorare per mantenere la famiglia.

I palestinesi non potevano scegliere come loro vittime una famiglia più tipicamente ebrea di questa. Il suocero dell'assassinata infatti, il rabbino Shraga Weiss, è nientemeno che il capo di tutte le scuole private religiose del partito Agudat. "Rachel invece aveva 17 fratelli, e la sua famiglia è a Gerusalemme da otto generazioni", bisbiglia ammirato uno studente di yeshiva presente al funerale. Al corteo funebre , fino al cimitero sul monte degli Ulivi, ha partecipato tutta la Gerusalemme religiosa. Una marea di uomini in spolverino nero, che però non si sono lasciati andare: quando alcuni estremisti di destra hanno sventolato cartelli con su scritto "Dio vendicherà il sangue dei suoi servitori, Deuteronomio 32:43", li hanno guatati con un silenzio di disapprovazione.

I partiti religiosi si disapprovano fieramente anche fra loro. Lo scandalo di queste elezioni è stato il rabbino Eliezer Schach, uscito dal partito Agudat per fondarne uno nuovo, Degel Hatora. Il capo di Agudat, rabbino Menachem Porush, felicissimo per essere passato da due a cinque seggi, è tuttavia amareggiato per la frattura, che ha portato in parlamento anche due deputati di Degel Hatora: "Hanno riesumato una divisione vecchia due secoli fra hassidim e mitnagdim, gli ebrei lituani".

Andiamo al quartier generale di Degel Hatora a Gerusalemme: "No journalist, speak hebrew here". In verità molti ortodossi fra loro non parlano neppure ebraico, bensì yiddish. Quanto all'inglese, quei pochi che l'hanno studiato non hanno nessuna intenzione di esibirlo, specie con i giornalisti stranieri. "Voi non ci capirete mai", mormora Yehuda, adolescente pallido e magro, il viso incorniciato da treccine attorcigliate, "adesso dite che i rabbini hanno conquistato il potere in Israele. Ma quella che non riuscite a vedere è la guerra che c'è fra lituani e hassidim. Quando il rabbino di Lubavich ha ordinato ai suoi di votare massicciamente per Agudat, la pace è finita. È tremendo".

Ecco, la pace per gli ebrei ortodossi è quella che ci puoò essere fra le varie credenze ebraiche, o al massimo fra gli aschenaziti di origine europea e i sefarditi mediorientali. E la pace con i palestinesi e gli arabi? "Per noi è andata male", ammette Ezechiele Landau, leader del gruppo pacifista religioso Zve Shalom e supporter del nuovo partito Meimad, che non è riuscito ad arrivare neanche ai 28 mila voti necessari per un deputato. Meimad voleva coniugare religione e sionismo ma stando più a sinistra. Tentativo fallito. "Eppure, prima o poi dovremo deciderci a concedere l'autodeterminazione ai palestinesi", dice il sionista progressista Landau. 

Gli altri partiti religiosi, invece, non sono sionisti: non gliene importa nulla dello stato d'Israele, che pensano potrà esistere solo dopo l'arrivo del Messia. Chi è più a destra? I sionisti o i bigotti? Domanda oziosa. È di sinistra o di destra voler installare dappertutto ascensori che durante il sabato si fermano automaticamente almeno al terzo, sesto e nono piano, per permettere al vero ebreo di non "lavorare" (anche premere il pulsante è lavoro)? Gioverà ai palestinesi l'abolizione delle partite di calcio al sabato, grande battaglia che i religiosi si apprestano a combattere ora che sono diventati determinanti per fornire la maggioranza sia alla destra sia alla sinistra? Perché questi sono i problemi che veramente stanno a cuore ai partiti ortodossi.

Quanto alla Cisgiordania (o, come la chiamano loro, Giudea e Samaria), sono possibilisti: "Il diritto assoluto del popolo ebreo alla terra di Israele è stabilito nella Torah", proclamano quelli di Degel Hatora. Ma aggiungono: "Bisogna evitare ad ogni costo lo spargimento di sangue ebreo". Anche permettendo uno Stato palestinese in Cisgiordania ? "La prima preoccupazione dev'essere la sicurezza degli ebrei", rispondono. Ma non dicono di no. Sangue ebreo, morti ebrei. 

E i 350 palestinesi uccisi dall'esercito israeliano in un anno di intifadah, alla media di uno al giorno? In fondo, i quattro morti di Gerico portano ad un totale di appena nove le vittime israeliane della rivolta palestinese. 350 a 9. Non è un bilancio pesante? "No", risponde il pacifista Landau, "il valore della vita umana non si può quantificare. Anche un solo morto è sempre troppo, da una parte come dall'altra. Ma qualsiasi altro governo avrebbe represso la rivolta causando molte più vittime. Guardiamo in Algeria, il doppio dei morti dell'intifadah in soli tre giorni, guardiamo i curdi in Irak. Se al posto di Israele i palestinesi avessero avuto di fronte un qualsiasi governo arabo, sarebbe stata una strage". Viva Israele, allora ? "No, no. La verità è che sia i nostri governanti sia quelli dell'Olp hanno messo i propri giovani in trappola , costringendoli ad ammazzarsi fra loro". E questo la Bibbia non lo vuole.