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Tuesday, January 27, 2026

Il Ragazzo della via Gluck ha 60 anni: prima canzone ecologista

Presentata a Sanremo '66, ad Adriano Celentano andò malissimo, ma poi bene le vendite. Il cantante parlava di una Milano invivibile, allora. Oggi è peggio

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 27 gennaio 2026

27 gennaio 1966, sessant'anni fa: quando Adriano Celentano canta Il ragazzo della via Gluck al festival di Sanremo è un disastro. Viene eliminato subito, già alla prima serata. Non doveva essere neppure quella, la canzone da presentare all’eterna ribalta della musica nazionale. Per risollevare le fortune del cantante milanese, un po’ in ribasso dopo l’esplosione dei capelloni, il suo paroliere Miki Del Prete gli propone anche Nessuno mi può giudicare. Ma il brano viene dirottato sulla debuttante Caterina Caselli, che si piazza seconda dopo Dio, come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti. 

Al trionfo di pubblico arriva comunque anche Il ragazzo della via Gluck: resta in cima alla hit parade per ben due mesi, un milione e mezzo di 45 giri venduti. Ci vuole Michelle dei Beatles per spodestarlo. È Celentano stesso il ragazzo nato per caso in via Gluck a Milano. L’inizio dylaniano della canzone, con chitarra folk, resta inconfondibile anche oggi. Il suo lamento sulla città che si è insediata "là dove c’era ancora l’erba" è entrato nella leggenda. Il primo inno ecologista della storia. Cantato per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò. 

La lode della vita semplice contro l’avanzata della speculazione edilizia nelle metropoli. Celentano, che si è trasferito in centro a respirare il cemento, reputa fortunati i ragazzi rimasti in periferia a giocare a piedi nudi nei prati. Ma quando torna in via Gluck trova anche lì solo case su case, non c’è più la sua in mezzo al verde. E si domanda perché "continuano a costruire, e non lasciano l’erba". 

Replay di Celentano nel 1972: la sua Un albero di trenta piani raggiunge il terzo posto in hit parade. Il protagonista della canzone se la prende con la moglie, la quale ha voluto trasferirsi in città, metropoli che li ha rovinati. I cittadini li prendono in giro perché vengono dalla campagna. Ma ridono, perché sanno che presto diventeranno come loro: "Tutti grigi, con la faccia di cera". È la legge dell’atmosfera cittadina, cui non si può sfuggire.

La Milano descritta da Adriano è desolante: i motori delle macchine cantano la marcia funebre, le fabbriche profumano l’aria di smog, il cielo si colora di un nero che odora di morte. Se la prende col comune, che vanta la modernità della città anche se il cemento chiude perfino il naso dei suoi abitanti. Per l’inquinamento Celentano non riesce a respirare, soffoca, sente il fiato che va giù. Vede un nuovo palazzo in costruzione: è un albero di trenta piani.

Quarant’anni dopo, incredibilmente, il surreale sogno/incubo di Celentano si avvera. A Milano sorgono due grattacieli su progetto dell’archistar Stefano Boeri: il Bosco Verticale. Con prezzi astronomici, molto verde sui balconi e alti costi di manutenzione. Peccato però che la città non curi anche il “bosco orizzontale”: l’area sotto i due palazzi rimane in gran parte una landa desolata. Ospita così pochi alberi che non hanno neanche il coraggio di chiamarla “parco”. Infatti, il suo nome è Biblioteca degli alberi. "Li hanno tolti dalla terra e li hanno messi sui balconi", commenta qualcuno. Idem oggi, negli anni Venti del nuovo millennio, per gli altri nuovi parchi milanesi a Citylife e Porta Vittoria: grandi prati e bassa intensità di piante ad alto fusto. Agli architetti del verde contemporanei piace piantare pochi alberi? Altro che ForestaMi, la campagna di cui è presidente lo stesso architetto Boeri. 

Monday, April 03, 2023

Sapessi com'è strano piantare alberi a Milano


Li mettono in vasi sopra il cemento, oppure sui grattacieli. La tendenza dei parchi a bassa intensità di alberi sta dilagando in tutta la città. Forza sindaco Sala, un piccolo sforzo in più: sotto l'asfalto c'è la terra

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 3 aprile 2023 

Nuova moda a Milano: invece di piantare gli alberi in terra, li mettono in vasi sopra il cemento e asfalto. Come in via Beroldo, una traversa di viale Brianza in zona Loreto, davanti al rinomato liceo classico Giosué Carducci. L'hanno appena pedonalizzata, e questo è lo squallido risultato. Altro che "forestare Milano"! Gli alberelli non potranno crescere più di tanto, non avendo terra per le radici. Dovranno essere sempre innaffiati, non potendo succhiare l'acqua dalla falda. Lodevole l'idea di installare due tavoli da ping pong in cemento, e qualche panchina. Ma per quanto riguarda il verde, ci sarebbe posto per ben altro: una trentina di alberi a medio fusto.

Forza sindaco Sala, un piccolo sforzo in più: sotto l'asfalto c'è la terra. 

Un'altra stupenda perversione tutta milanese è quella di togliere gli alberi dai parchi e di metterli sui grattacieli. È il concetto che ha trionfato con il famoso Bosco verticale dell'architetto Stefano Boeri. La torre è bellissima, ma sotto c'è una spianata ricoperta da un immenso prato, con sparuti alberelli che fanno poca ombra a viali e panchine. Si salva solo una piccola zona affollata di sontuosi salici piangenti. È una specie di desolata prateria, e infatti non hanno avuto il coraggio di chiamarla Parco. L'hanno battezzata "Biblioteca degli alberi". Si è così avverata la previsione di Adriano Celentano nella sua canzone di mezzo secolo fa, "Albero di 30 piani". 

Ma vedo che la tendenza dei parchi a bassa intensità di alberi sta dilagando in tutta la città. Il nuovo spazio di Citylife è egualmente spoglio. Un mese fa è stato inaugurato (dopo trent'anni) il parco 8 marzo dove sorgeva la stazione Porta Vittoria. È bello, ma anch'esso assomiglia più a una steppa/savana che a un parco. Gli alberi, piantumati col contagocce, sono così rari che vengono enumerati col loro nome scientifico nelle mappe che adornano gli ingressi. Ottima idea quella di presentarceli uno ad uno, ma lì c'è posto per il quadruplo di fusti. Come succede negli adiacenti parchi Marinai d'Italia e di piazzale Martini, creati decenni fa. 

Insomma, tutti parlano di "riforestazione urbana", però ogni volta che viene risistemata un'area, una piazza, una via, trionfa sempre il marmo. Come in largo Treves, a metà via Solferino, dove ci sarebbe spazio per molti più alberi. O dietro il palazzo di Giustizia.

Gli esperti mi dicono che gli alberi urbani sono detestati dai tecnici comunali perché le loro radici intralciano condutture, tubi, fogne, fibre ottiche wifi e altri fili e cavi elettrici che passano sotto i marciapiedi. Così anche quando i nuovi alberelli vengono collocati non in vaso ma in piena terra, i loro spazi sotterranei sono delimitati da uno strato di calce che fodera preventivamente i buchi della piantumazione. 

Risultato: i poveri alberi crescono rachitici, e la metà muore dopo due o tre estati secche. È quel che è successo nel parcheggio dietro la Rizzoli a Crescenzago. Speriamo che la campagna 'Riforestiamo Milano' (guidata anch'essa dall'architetto Boeri) ci regali invece dei veri polmoni verdi, con tanti alberi e soprattutto tantissime foglie che mangino la Co2 e ci restituiscano ossigeno. Per non parlare della temperatura nelle strade e zone alberate: sempre inferiore di vari gradi rispetto alle altre nelle calure estive.