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Sunday, January 25, 2026

Quando stavamo per invadere la Svizzera

Prima della guerra di Grecia nel 1940 Mussolini preparò i fanti della divisione Brennero all'attacco della repubblica elvetica. Che non avvenne

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 gennaio 2026 

«La nuova Europa non avrà più di quattro o cinque grandi Stati. Quelli piccoli non hanno ragion d’essere, devono scomparire». Parola di Mussolini, reso tronfio dalle vittorie dell’Asse nel 1940. Nel mirino, la Svizzera. Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano propone al suo omologo tedesco Joachim von Ribbentrop di spartirla fra Germania e Italia lungo la catena mediana delle Alpi. Nel nostro bottino di guerra, quindi, i fascisti pretendono non solo il Canton Ticino, ma anche il Vallese (Sion, Crans) e i Grigioni.

Il generale Vercellino prepara un piano d’attacco con cinque divisioni, prevedendo poca resistenza da parte svizzera. Nell’agosto 1940, inghiottita la Francia, i nazisti varano a loro volta il piano Tannenbaum (“abete”): invasione simultanea da nord e sud con spar(t)izione totale della Svizzera. Anche i generali svizzeri danno già per perso l’indifendibile confine di Chiasso. E neanche Lugano col suo lago sono considerati degni di difesa. La prima linea di resistenza elvetica corre sul Monte Ceneri, a sud di Locarno. La seconda presidia l’accesso al passo San Gottardo a nord di Bellinzona. Infatti il Ridotto nazionale alpino, le Termopili svizzere, inizia a nord del San Gottardo. 

Nel giugno 1940 i diecimila fanti della nostra 11a divisione Brennero, dopo aver combattuto (disastrosamente) contro la Francia, non tornano nella caserma di Bressanone (Bolzano): vengono trasferiti segretamente in Valsassina (Lecco). Ci rimangono da agosto a ottobre 1940, prima di essere spediti a fine dicembre in Grecia. Sono 2.500 i militari acquartierati a Pasturo (il paese della mamma di Lucia nei Promessi sposi), tremila a Primaluna, cinquecento a Maggio, e altre centinaia fra Ballabio, Introbio e Cremeno.

C’è gran movimento di soldati, carri, carrette, cavalli, autocarri, automobili, moto, biciclette, per dare o ricevere ordini, per trasportare viveri, foraggi, paglia, combustibili e altri materiali. Il pane arriva da Lecco, ma viene prodotto anche in quattro forni da campo. Ce n’è così tanto che molto viene gettato nel fiume per comperare invece pane più bianco e bello presso gli spacci del paese. I contadini corrono a raccogliere pagnotte e pasta da rancio buttata per mantenere lautamente maiali, galline, mucche, nonché se stessi e le loro famiglie.

La convivenza fra le truppe e i locali è lieta. Due volte la settimana la banda del reggimento tiene concerto sulla piazza del municipio di Pasturo. La gente non sa esattamente a cosa servano tutte quelle truppe, ma lo intuisce. Qualcuno suppone che sia una posizione avanzata per invadere il Canton Ticino quando fosse venuto il giorno di eliminare la Svizzera. È idea diffusa, infatti, che la Germania possa annettere la Svizzera tedesca  e l’Italia quella italofona. 

L’attacco, al quale per tre mesi si preparano di nascosto queste migliaia di uomini in Valsassina, non avviene mai. Perché in realtà Mussolini sta preparando l’invasione della Grecia del 28 ottobre 1940, e ha bisogno di uomini. Così la divisione Brennero viene spedita sul fronte greco, dove l’avanzata dell’esercito italiano è subito in grave difficoltà. E anche le divisioni Marche e Puglie, destinate all’invasione della Svizzera dai passi San Jorio (fra Dongo e Bellinzona) e Spluga, sono inviate in Albania nei primi mesi del 1941.

In Valsassina rimangono i segni di quei tre mesi di semioccupazione militare: case e cascine trasformate in uffici, cucine, mense, spacci, sartorie, calzolerie. L’andirivieni di cavalli, carri, autocarri, truppe in formazione per istruzione e marce, e lo spostamento di quadrupedi e attendenti, rovinano molti boschi e praterie. Le strade rimangono malconce, disselciate, melmose. Muri scomposti, siepi estirpate, erbe calpestate, castagneti invasi per coglierne i frutti. Insomma, invece di invadere la Svizzera, i fascisti occupano per novanta giorni estivi la Valsassina.  

Ma la pressione propagandistica contro la pacifica repubblica elvetica, la cui unica colpa è non condividere l’aggressività nazifascista e avere decretato la mobilitazione generale per proteggersi, continua anche dopo il ritiro delle divisioni. Mussolini nell’ottobre 1940 infatti scrive a Hitler: «Col suo incomprensibile atteggiamento ostile la Svizzera pone da sé il problema della sua esistenza». 

Gli fa eco sul settimanale fascista Il Popolo di Lecco del 26 aprile 1941 il gerarca Carlo Ferrario con un articolo delirante titolato 'Visi pallidi nella terra di Guglielmo Tell': «Grigio, opaco, sordo, cinico, volgare, l’odio antifascista degli svizzeri si è purulentemente sfogato ogni giorno, in ogni ora, in ogni circostanza senza soste, senza pause. Una pazzia senza lucidità. Una cancrena senza guarigione. Gli italiani ospiti della Confederazione, i pochissimi svizzeri non inquinati e noi tutti che a due passi dalla frontiera respiriamo il tanfo che spira dai valichi, abbiamo sofferto il soffribile». 

Tuesday, August 26, 2008

Olimpionici e Tibet

Gli atleti protestano quando tornano a casa

Libero

Pechino, 23 agosto 2008

Che cosa rispondono gli olimpionici delle squadre militari all’occhiolino strizzato dal ministro della Difesa? Ignazio la Russa aveva detto che potrebbe quasi premiare i «propri» atleti se esprimessero in qualche modo solidarietà al Tibet mentre si trovano in Cina.

Qui nella Casa Italia di Pechino però non troviamo neanche un azzurro disposto ad aderire all’invito del ministro. «Non è giusto chiedere a noi singoli atleti di prendersi la responsabilità di un gesto pubblico, che finirebbe per essere clamoroso. I politici potevano prendere le loro decisioni, anche di boicottare i Giochi. Ma non devono scaricare le loro indecisioni su di noi», risponde Antonio Rossi, il canoista 39enne veterano dei Giochi, cinque Olimpiadi alle spalle e portabandiera dello squadrone azzurro.

Ieri è arrivato quarto nella sua K4 1.000, e nonostante appartenga alle Fiamme Gialle della Finanza, e quindi sia formalmente un militare, il consiglio del suo ministro lo lascia freddo. «Anche perché il Cio, il Comitato olimpico internazionale, è stato chiaro su questo. L’articolo 51 proibisce ogni manifestazione politica da parte dei gareggianti, e loro lo hanno ribadito».

Indifferente quindi al Tibet? «Assolutamente no. Anzi, all’inizio delle Olimpiadi ho aderito all’iniziativa simbolica di tagliarsi una ciocca di capelli per il Tibet, e qualcuno mi ha criticato per questo. In quanto portabandiera non avrei dovuto farlo, mi ha detto un atleta. Ma io non rinuncio alle mie idee, e prima e dopo le gare parlo. Anzi, per quanto riguarda la Cina non esiste solo il Tibet. Io vengo da Lecco, e in quella zona parecchie aziende che producevano seta e telai hanno dovuto chiudere per la concorrenza cinese. Ma quanto pagano i lavoratori, qui? E con che metodi li fanno lavorare?»

Il suo compagno di equipaggio Luca Piemonte, 29 anni, di Staranzano (Gorizia), è delle Forestali. Corpo civile, ma anche lui dice: «Non trovo giusto mischiare la politica con lo sport. Le prestazioni sportive non vanno strumentalizzate. Io sono contrario a ogni forma di repressione, e di Paesi repressi al mondo ce ne sono tantissimi. Credo che si possa manifestare in un altro modo, e non durante una manifestazione politica come le Olimpiadi».

«I dirigenti ci hanno detto esplicitamente di non fare gesti politici», dice Michele Zerial, 21 anni, di Trieste, quarto nella K1 500, «ma io non avrei fatto niente lo stesso. Anche perché i cinesi con noi sono stati superdisponibili, aperti, meglio di qualsiasi aspettativa. Prima e dopo l’Olimpiade mi metto volentieri una maglietta per il Tibet, ma qui no. In Cina mi sono trovato bene».

Quanto al presidente del Coni Gianni Petrucci, conferma le cose dette all’apertura dei Giochi, quando arrivò un analogo auspicio di gesti pro-Tibet da parte del ministro della Gioventù Giorgia Meloni: «Perché i politici non chiedono alle aziende che fanno affari con la Cina di boicottarla?»

Mauro Suttora