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Thursday, March 19, 2026

Eccellenza italiana. Reportage da un’avveniristica città della salute

A Milano è pronto per l’inaugurazione il Policlinico, ospedale in due edifici, su dieci piani, con ottocento posti letto, 26 sale operatorie e un bosco sul tetto. Modernità tecnologica di un luogo antico. Il tradizionale ruolo dei privati. Note di ottimismo


di Mauro Suttora


Huffingtonpost.it, 19 marzo 2026


Nel cuore di Milano è nato un nuovo ospedale. È nato nel cuore di uno degli ospedali più antichi del mondo: il Policlinico, fondato dal duca Francesco Sforza nel 1456. Ed è nato proprio dove sono nati la metà dei milanesi: la clinica Mangiagalli.

È stato un parto travagliato. Una coppia di enormi edifici di dieci piani: due interrati per magazzini, depositi, laboratori, spogliatoi, mensa, farmacia, risonanze magnetiche, tac, due in cima per i servizi, e in mezzo sei piani con 800 posti letto. Fra i due palazzi, una piattaforma con le 26 sale operatorie un tempo sparpagliate fra i vari padiglioni, più cinque sale interventistiche. Sul suo tetto, a venti metri d’altezza, un incredibile giardino pensile di settemila metri quadri con cento alberi. È il marchio di fabbrica dell’architetto Stefano Boeri (studio Boeri, Barreca, LaVarra): dopo il Bosco verticale, quello orizzontale “terapeutico”. 

Perché è vero che si guarisce meglio a contatto col verde. Proprio per questo un secolo fa gli ospedali furono spezzettati in padiglioni circondati da alberi, come si può ancora vedere nella parte di Policlinico fra via Pace e la Rotonda della Besana. L’altro motivo era creare barriere d’aria pura contro il propagarsi di germi e infezioni in ambienti ristretti – non esistevano ancora penicillina e antibiotici.


I dettami moderni della medicina invece hanno visto un ritorno alla concentrazione in grandi edifici, per tre motivi. Innanzitutto per risparmiare spazio, e quindi poter conservare un ospedale in centro (trent’anni fa si voleva spostare il Policlinico in periferia, per disintasare la cerchia dei navigli milanese). Poi, per la comodità di avere tutto vicino, e non dover trasportare fuori i ricoverati ad ogni esame diagnostico.

Terzo, l’efficienza: “Finora avevamo depositi in periferia per medicinali e attrezzature, ora possiamo tenere tutto nei piani inferiori a portata di mano, riducendo sprechi e togliendo i continui trasporti dalle strade”, ci spiega Marco Giachetti, 61 anni, da dieci presidente della Fondazione Irccs (Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico) Ospedale Maggiore Ca’ Granda (l’antico nome del Policlinico).

Giachetti è architetto, quindi perfetto per guidare questo gigante in un tempo di costruzione, senza però interrompere il flusso dei suoi cinquemila pazienti giornalieri.

Ed è proprio questo il motivo principale del travaglio del parto del nuovo Policlinico (ritardi, bonifiche, pandemia, varianti): “Facile gestire un cantiere in mezzo al nulla, difficile ricostruire un intero pezzo del centro di Milano facendo passare migliaia di camion per anni in strade come questa”, dice Giachetti, indicando la stretta e trafficata via della Commenda.

Il riferimento velato è al nuovo ospedale privato Galeazzi del gruppo San Donato a Rho, o all’Humanitas e Ieo (Istituto europeo di oncologia) sorti nella campagna a sud di Milano.

Questo è invece il massimo orgoglio della sanità pubblica lombarda, l’istituto più titolato d’Italia, circa 650 milioni di bilancio annuo, 4000 dipendenti che aumenteranno a 4500, eccellenze internazionali, 14 corsi di laurea, quasi tutte le specializzazioni.

Camminiamo fra i corridoi e le stanze già arredate. “Abbiamo scelto di concentrare qui tutte le sale operatorie finora sparse nei venti ettari dell’ospedale, per ottimizzare tempi e spazi”, ci dice il direttore generale Matteo Stocco, 57 anni, biologo, manager sanitario di lungo corso sia nel pubblico che nel privato: San Raffaele, Monza, Niguarda, San Carlo e San Paolo. 

Inutile nasconderlo: ormai gli ospedali sono aziende, e vengono gestiti con l’efficienza del just-in-time. Per questo quattro ingegneri calcolano tutti i flussi e le procedure, allo scopo di evitare tempi morti e inutili attese sia ai pazienti, sia ai costosi macchinari diagnostici che devono essere utilizzati al massimo, per ammortizzarli.

Ma nel nuovo Policlinico c’è anche la cura del dettaglio. Cavedi verticali che ospitano tubi e cavi degli impianti elettrici, informatici e idraulici, per individuare subito i guasti. Idem in ogni camera: il quadro elettrico e dei servizi sta nel corridoio, quindi riparabile senza disturbare i pazienti. Ogni letto è provvisto di sollevatore a soffitto per i pazienti. 

Le postazioni dei reparti dialisi, al piano terra, funzioneranno a ciclo continuo con turni anche notturni a basso rilascio, mentre il paziente dorme. Ogni corridoio è dotato di spazi comuni luminosi e attrezzati per accogliere anche i famigliari, e perfino di una “tisaneria” a disposizione di infermieri e pazienti. I quali vedono i loro tempi di ricovero in costante discesa: “Grazie alla robotica, interventi che vent’anni fa richiedevano una settimana di ospedalizzazione oggi si risolvono in tre giorni”, spiega Stocco.

Negli altri padiglioni superstiti del Policlinico, svuotati dalle degenze e ristrutturati, rimarranno gli ambulatori e relativi laboratori diagnostici. In alcuni anche gli interventi – in aumento – in day e week hospital, con chiusura nei fine settimana. “In totale avremo sette milioni e mezzo di ricoveri in più, gratuiti grazie al servizio sanitario”. Non ci saranno sezioni separate riservate ai solventi, se non nell’area donna/bambino (ex Mangiagalli): ogni reparto offrirà camere singole e con comodità in più (menù particolari, letto per un parente). 

Nota dolente: i sindacati di infermieri e oss (operatori socio-sanitari) hanno fatto installare vetri protettivi sui banchi di informazione all’entrata dei reparti. Purtroppo le aggressioni sono in aumento.

Grazie alla fermata del metro blu inaugurata un anno fa, il Policlinico ha già avuto un aumento del 10% dei pazienti. I padiglioni di via Pace, non abbattibili perché la sovrintendenza li ritiene chissà perché di valore storico, saranno ammodernati e dedicati alla ricerca scientifica.

Quando i nuovi reparti verranno aperti, dopo l’estate, i frequentatori di questa avveniristica città della salute avranno a disposizione – oltre al raddoppio delle macchine per la diagnostica – anche un supermercato al piano terra, negozi e un auditorium. 

“La nuova ampia sala convegni, dedicata alla memoria di Valerio Valier – discendente di una famiglia aristocratica veneziana e per anni rappresentante dell’Italia nel mondo come esperto del settore farmaceutico – è stata realizzata grazie alla donazione di un milione della figlia”, ci dice Giachetti. L’auditorium di 250 posti ospiterà conferenze e convegni del Policlinico. In collegamento con le sale operatorie, consentirà la trasmissione in diretta di interventi per scopi didattici e di ricerca.

E qui si apre il discorso sul maggiore orgoglio del Policlinico: i benefattori privati. Già mezzo millennio fa le famiglie milanesi più ricche contribuirono alla sua nascita. I lasciti sono continuati nei secoli, ogni padiglione porta il nome del suo finanziatore. Oggi la Fondazione Ca’ Granda possiede un ingente patrimonio immobiliare, frutto della generosità dei cittadini nei secoli, che gestisce e valorizza grazie a un Fondo, più ottomila ettari di terreni agricoli, una delle maggiori proprietà terriere nazionali.

Il nuovo Policlinico è costato circa 230 milioni, escluse le apparecchiature: il prezzo di un solo chilometro di metropolitana a Roma. Grazie a redditi e alienazioni, la Fondazione è riuscita a coprire con 200 milioni il 70% del totale. Una bella soddisfazione, in questi nostri tempi di Pnrr, finanziamenti pubblici, deficit e sprechi miliardari. Insomma, nel cuore di Milano c'è una Milano col cuore in mano.