Monday, November 16, 2009

Corriere della Sera: libro 'Mussolini segreto'

DOCUMENTI INEDITI DAL ’32 AL ’38.
LE CONFIDENZE DEL CAPO DEL FASCISMO



Mussolini segreto nei diari della Petacci

Furibondo con ebrei e Pio XI, spavaldo nelle fantasie erotiche: le confessioni del Duce alla sua amante

Corriere della Sera, 16 novembre 2009

Avete presente il Benito Mussolini descritto nei ricordi di seguaci e parenti, o quello che emerge dai suoi pretesi «diari» acquistati da Marcello Dell’Utri, di cui gli storici negano l’autenticità? Un uomo bonario, attaccato alla famiglia, diffidente verso i nazisti, ossequioso nei riguardi del Papa, generoso con gli ebrei e dubbioso sulle leggi razziali.
Ebbene, dai diari della sua amante, Claretta Petacci, esce un ritratto opposto in tutto e per tutto: un Duce ferocemente antisemita, che rivendica il suo razzismo di lunga data, sprezzante verso la moglie, insofferente dei Savoia, ammaliato dalla potenza del Terzo Reich, furibondo con Pio XI per le sue parole in difesa degli ebrei.

Le eloquenti confidenze del Duce, trascritte dalla Petacci e qui anticipate, provengono dal volume Mussolini segreto (Rizzoli, pp. 521, € 21), in uscita dopodomani, nel quale Mauro Suttora ha raccolto una sintesi dei diari di Claretta dal 1932 al 1938. Per i primi anni si tratta di biglietti e brevi annotazioni, ma dall’ottobre 1937 il resoconto diventa fluviale. Naturalmente non tutto il contenuto dei diari può essere preso per oro colato. Sulla sincerità dei proclami di amore eterno, delle recriminazioni di Mussolini verso la moglie (afferma di essere stato tradito per lungo tempo) o di certe vanterie erotiche (sostiene che Maria José di Savoia, moglie del principe Umberto, avrebbe tentato di sedurlo) è lecito nutrire dubbi. Ma non si vede perché il Duce avrebbe dovuto alterare i suoi giudizi politici parlando con Claretta.

Oggetto di un lungo contenzioso tra lo Stato e la famiglia Petacci, che non ha mai smesso di rivendicarli, ma ha visto respingere le sue richieste, i diari si trovano all’Archivio di Stato, «la cui lunga custodia di questi documenti — sottolinea Suttora — ne garantisce l’autenticità».
Dopo il primo blocco, altre annate saranno desecretate «allo scadere dei settant’anni dalla loro compilazione». E secondo Ferdinando Petacci, nipote e oggi unico erede di Claretta, potrebbero contenere novità esplosive, tali da far ritenere che l’amante del Duce fosse in qualche modo collegata a Winston Churchill. Ma anche se l’ipotesi si rivelasse infondata, il contributo di queste carte alla conoscenza dell’uomo Mussolini resta indiscutibile.
Antonio Carioti

Corsera: le confidenze del duce

Dal libro 'Mussolini segreto' (ed. Rizzoli)

Corriere della Sera, lunedì 16 novembre 2009



5 gennaio 1938. Mussolini riceve l’amante a Palazzo Venezia. Tenero e appassionato, ricorda la serata precedente. E lei riporta così le sue parole.

«Lo sai amore che ieri sera a teatro ti ho spogliata tre volte almeno? Quando mi sono alzato in piedi dietro a mia moglie sentivo di prenderti. Avevo un folle desiderio di te. Mi dicevo: 'Il suo piccolo corpo, la sua carne di cui io sono folle, domani sarà mia'. Ti vedevo, e quando sei salita su ti sei accorta che ti spogliavo. Ti guardavo, ti svestivo e ti desideravo come un folle. Dicevo: 'Il suo corpicino delizioso è mio, è tutto mio. Io la prendo, vibra per me, è un tutt’uno con il mio corpo'. Vieni, ti adoro. Come puoi pensare che io, schiavo della tua carne e del tuo amore, pensi ad altre».

19 febbraio 1938. Al monte Terminillo, Claretta amareggiata rinfaccia a Mussolini le scappatelle con altre donne. Lui si scusa.

«Sì amore, faccio male, tanto più che ti amo sempre di più, e sento che mi sei necessaria più di ogni cosa. Ti adoro e sono uno sciocco. Non ti devo far soffrire, anche perché questa tua sofferenza si riversa su di me, perché io soffro di ciò che soffri»

17 luglio 1938. Mussolini e Claretta sono al mare, a Ostia. Lei riferisce un suo sfogo.

«Ah, questi italiani, io li conosco bene, li vedo nelle viscere. E so che sto sullo stomaco a molti. L’entusiasmo è un’apparenza. La verità è che sono stanchi di me, che li faccio marciare»

4 agosto 1938. I due amanti sono in barca. Venti giorni prima è uscito il Manifesto della razza.

«Io ero razzista dal ’21. Non so come possano pensare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere. (...) Bisogna dare il senso della razza agli italiani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò che c’è di bello in noi».

28 agosto 1938. Sono insieme sulla spiaggia. Mussolini legge, poi scatta.

«Ogni volta che ricevo il rapporto dell’Africa ho un dispiacere. Anche oggi cinque arrestati perché convivevano con le negre. (...) Ah! Questi schifosi d’italiani, distruggeranno in meno di sette anni un impero. Non hanno coscienza della razza».

1 ottobre 1938. Il Duce racconta all’amante i retroscena della conferenza di Monaco, nella quale Francia e Gran Bretagna hanno accettato le pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia.

«Le accoglienze di Monaco sono state fantasti che, e il Führer molto simpatico. Hitler è un sentimentalone, in fondo. Quando mi ha veduto aveva le lagrime agli occhi. Mi vuole veramente bene, molto. (...) Ma ha degli scatti di una violenza che solo io riuscivo a frenare. Faceva faville, fremeva, si conteneva con sforzo. Io invece, l’imperturbabile. (...)
«Ormai le democrazie devono cedere il passo alle dittature. Noi eravamo una forza sola, avevamo un significato, rappresentavamo un’idea e un popolo. Lui con la camicia bruna, io in camicia nera. Loro così, umiliati e soli. Ti sarebbe piaciuto davvero, essere lì a vedere. (...)
«La vittoria è ormai delle dittature. Questi regimi vecchio stile non vanno più, sono creatori di disordine. Uno solo deve essere al timone, e comandare. Oggi la Germania è la più grande potenza del mondo. Sono ottanta milioni di uomini che bisogna pensarci, prima di attaccarli. (...) Dovevi vedere con che affetto, simpatia e devozione mi hanno accolto ovunque lungo la strada. Hanno compreso anche là che l’artefice della pace, l’unico che poteva far desistere Hitler da qualsiasi movimento, ero io. Lo smacco della politica rossa è insormontabile. No, è falso, non abbiamo mai mangiato insieme a Daladier e a Chamberlain. Sempre fra nazisti e fascisti, e mi sono trovato benissimo».

8 ottobre 1938. Mussolini è indignato con Pio XI, che ha dichiarato «spiritualmente siamo tutti semiti» e chiede di riconoscere la validità dei matrimoni religiosi misti tra ebrei e cattolici.

«Tu non sai il male che fa questo papa alla Chie sa. Mai papa fu tanto nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente. Non ha saputo tenerla, ha sbagliato in tutto. Oggi siamo gli unici, sono l’unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi. E lui fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e siamo come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah! Credi, è nefasto.

«Adesso sta facendo una campagna contraria per questa cosa dei matrimoni. Vorrei vedere che un italiano si sposasse con un negro. Abbiamo veduto che anche i matrimoni con i bianchi stranieri portano, in caso di guerra, alla disgregazione delle famiglie. Perché l’uno e l’altro coniuge si sentono in quell’attimo assolutamente per la propria Patria. Perché l’hanno nel sangue. Di qui naturalmente l’impossibilità d’accordo, e le famiglie a rotoli. Lui dia pure il permesso, io non darò mai il consenso. (...) Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi cattivi e sciocchi. Quello dice: 'Compiangere gli ebrei', e dice: 'Io mi sento simile a loro'... È il colmo».

11 ottobre 1938. Al mare con Claretta, il Duce si scaglia contro gli ebrei.

«Questi schifosi di ebrei, bisogna che li distrugga tutti. Farò una strage come hanno fatto i turchi. Ho confinato 70 mila arabi, potrò confinare 50 mila ebrei. Farò un isolotto, li chiuderò tutti là dentro. (...) Sono carogne, nemici e vigliacchi. Non hanno un po’ di gratitudine, di riconoscenza, non una lettera di ringraziamento. La mia pietà era viltà, per loro. Dicono che abbiamo bisogno di loro, dei loro denari, del loro aiuto, che se non potranno sposare le cristiane faranno cornuti i cristiani. Sono gente schifosa, mi pento di non aver pesato troppo la mano. Vedranno cosa saprà fare il pugno d’acciaio di Mussolini. (...) È l’ora che gli italiani sentano che non devono più essere sfruttati da questi rettili».

10 novembre 1938. Il governo approva il decreto legge sulla razza che entrerà in vigore una settimana dopo. Benito ne parla a Claretta.

«Oggi abbiamo trattato la questione degli ebrei. Certamente sua Santità solleverà delle proteste, per ché non riconosceremo i matrimoni misti. Se la Chiesa vorrà farne, faccia pure. Però noi, Stato, non li riconosceremo, e saranno come amanti. Di conseguenza, nemmeno i figli. Tutti quelli che si sono fatti cattolici fino ad oggi, e quindi i figli, rimarranno come adesso. Dalla data stabilita in poi non si ammetteranno più. Diversamente si farebbero tutti cattolici pur di potersi sposare, e allora la questione della razza non avrebbe ragion d’essere. Questo il Papa non lo vuol capire, quindi faccia come crede».

16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro Pio XI.

«Ah no! Qui il Vaticano vuole la rottura. Ed io romperò, se continuano così. Troncherò ogni rapporto, torno indietro, distruggo il patto. Sono dei miserabili ipocriti. Ho proibito i matrimoni misti, e il papa mi chiede di far sposare un italiano con una negra. Solo perché questa è cattolica. Ah no! A costo di spaccare il muso a tutti».

Afp: Mussolini révelé par sa maîtresse

Un Mussolini antisémite

lundi 16 novembre 2009, 17:03

Un Mussolini foncièrement antisémite, fasciné par la puissance du Troisième Reich d’Adolf Hitler et furieux contre le pape Pie XI, émerge du livre “Mussolini Secret” qui regroupe des journaux intimes de sa maîtresse Claretta Petacci et sera publié mercredi en Italie par Rizzoli.

Dans cet ouvrage dont le journal Corriere della Sera publie lundi des extraits, sont synthétisés des écrits consignés de 1932 à 1938 qui révèlent des aspects méconnus du dictateur fasciste.

Le 4 août 1938, les deux amants sont en bateau et à propos des lois anti-juives d’Hitler, Mussolini dit à sa maîtresse: “moi j’étais raciste dès 1921. Je ne sais comment ils peuvent penser que j’imite Hitler, il n’était pas encore né (...) Il faut donner un sens de la race aux Italiens pour qu’ils ne créent pas de métisses, qu’ils ne gâchent pas ce qu’il y a de beau en nous”.

Le 11 octobre, à la mer avec Claretta, il se déchaîne: “”ces saloperies de Juifs, il faut tous les détruire, je ferai un massacre comme les Turcs ont fait (...) Je bâtirai une île et les y mettrai tous (...) Ils n’ont même pas un peu de gratitude, de reconnaissance, pas même une lettre de remerciement. (...) Ils disent que nous avons besoin d’eux, de leur argent, de leur aide”.

Mussolini raconte aussi le 1er octobre 1938 à sa maîtresse les coulisses de la Conférence de Munich: “Le Führer est très sympathique. Hitler est un grand sentimental au fond. Quand il m’a vu il avait les larmes aux yeux. Il m’aime vraiment beaucoup”.

Des passages des journaux intimes révèlent aussi sa colère contre le pape Pie XI qui s’est déclaré “proche spirituellement de tous les sémites” et demande que les mariages religieux entre juifs et catholiques soient valables.

“Tu ne peux pas savoir quel mal ce pape fait à l’Eglise. Jamais un pape n’a été aussi néfaste pour la religion”, dit-il, en s’érigeant contre l’idée d’un Italien se mariant à un Noir.

Ailleurs, “la Petacci” raconte la passion entre les deux amants et les écarts de Mussolini avec d’autres maîtresses. “Oui mon amour, j’ai tort, surtout que je t’aime de plus en plus et que je sens que tu m’es nécessaire plus qu’aucune autre chose au monde”, lui dit-il le 19 février 1938.

AFP

Wednesday, November 11, 2009

Caso Marrazzo

INDAGINE SU UNO SCANDALO CHE FA TREMARE IL PALAZZO

Un filmato pieno di enigmi, racconti che si contraddicono, le curiose iniziative di alcuni giornalisti... Sulla storia del trans e del governatore ci sono troppi silenzi. E poche verità

di Umberto Brindani, Mauro Suttora

Oggi, 11 novembre 2009

Troppi misteri, troppi silenzi, troppe bugie. A due settimane dal blitz dei carabinieri del Ros che ha scoperchiato lo scandalo Marrazzo (21 ottobre), l' intera vicenda, invece di chiarirsi, si è ulteriormente confusa e intorbidata. Non torna il conto delle date, dei video o presunti tali, dei soldi, delle persone coinvolte.
I protagonisti, a cominciare dallo stesso Piero Marrazzo, si contraddicono, si correggono, si smentiscono tra loro. E nel caos generale, monta come un blog il rito della maldicenza, la caccia ai clienti vip dei trans di via Gradoli e dintorni. Girano come mosche impazzite liste (ovviamente impubblicabili) di decine e decine di nomi: ministri ed ex ministri, politici di destra, di sinistra e di centro, imprenditori, calciatori, giornalisti ad alta visibilità televisiva...

«I deputati sono lo specchio del Paese e quindi non possono essere specchiati», cerca di scherzare Benedetto Della Vedova, del Pdl. «Non sono Alice nel Paese delle Meraviglie», aggiunge la senatrice radicale Donatella Poretti, «e quindi non mi stupisce che anche i politici di professione vadano a trans o a puttane, come il resto dei maschi italiani».
Perfino Silvana Mura (Italia dei Valori) assolve i birichini: «Le debolezze sessuali esistono in tutti gli ambienti». Intanto, però, qui ci sono una vita e una famiglia rovinate, quelle dell' ex governatore della Regione Lazio. E un' aria fetida che sa di complotti, segreti e menzogne. Cerchiamo allora di rimettere in ordine i fatti certi e le domande ancora inevase, sia sulle circostanze che hanno portato alla realizzazione del famoso video, sia sugli strani percorsi che il medesimo filmato ha imboccato successivamente.

Wednesday, November 04, 2009

Sandra Mastella e Rosanna Gariboldi

STORIE PARALLELE DI DUE LADIES DELLA POLITICA

Entrambe accusate di associazione per delinquere

di Mauro Suttora

26 ottobre 2009

Chi dice donna dice danno. Sarà anche un proverbio stupido, ma come non pensarci di fronte alle disavventure parallele delle mogli di Clemente Mastella e di Giancarlo Abelli?
Conosciutissimo il primo, ex ministro della Giustizia di Ceppaloni (Benevento) che all’inizio dell’anno scorso ha provocato la caduta del governo Prodi proprio a causa delle sue traversie giudiziarie. Sconosciuto il secondo a chi non è di Pavia, ma potentissimo come numero due sia del coordinatore nazionale Pdl Sandro Bondi, sia del governatore lombardo Roberto Formigoni, tanto da essere soprannominato «il Faraone».

La signora Sandra Lonardo in Mastella, fatta eleggere dal marito alla presidenza del consiglio regionale campano, è accusata di associazione per delinquere, ed è stata colpita da un provvedimento singolare: l’espulsione dalla sua regione, e anche da provincie confinanti con la Campania come Frosinone, Isernia o Campobasso. Cosicché ora sta leggendo gli sterminati atti che la accusano nella sua casa romana di lungotevere Flaminio, anch’essa discussa perché acquistata a prezzo di favore da un ente previdenziale, così come altri due appartamenti nello stesso palazzo, finiti ai figli.

Peggio è capitato alla signora Rosanna Gariboldi in Abelli. Fatta eleggere dal marito assessore provinciale a Pavia, è finita nel carcere milanese di San Vittore con l’accusa di essersi pure lei associata per delinquere: con l’imprenditore delle discariche Giuseppe Grossi, finito dentro per riciclaggio di 22 milioni di euro di fondi neri, appropriazione indebita, frode fiscale e corruzione.

Insomma, a sud come a nord, è tornata Tangentopoli? E nelle ruberie sono coinvolte anche donne, come ai tempi della signora Poggiolini e della moglie di Lamberto Dini, e più recentemente delle lady Asl di Roma e Bari?
Lo decideranno i giudici. Intanto, però, queste due belle signore lanciatissime in politica hanno inguaiato i rispettivi coniugi-pigmalioni.

Mastella, che negli ultimi mesi è passato per l’ennesima volta da sinistra a destra facendosi eleggere eurodeputato Pdl a giugno, è colpito anch’egli dal divieto di dimora in Campania. Ma occorre l’autorizzazione a procedere di Strasburgo. Anche Abelli, deputato a Roma, gode di privilegi, e li usa: in questi giorni è stato due volte in prigione a trovare la moglie. L’accesso libero e senza preavviso a tutte le prigioni italiane era stato concesso ai parlamentari per ispezionare le condizioni dei detenuti. Ma Abelli, forse accecato dall’amore, ha trasformato questa facoltà in un’assistenza ad personam.

Le due storie parallele sono entrambe condite da auto di lusso, case ed aerei. Una Porsche Cayenne da 90 mila euro viene indicata dalla pubblica accusa come indizio di collegamento fra un clan camorrista di Marcianise (Caserta) e il figlio di Mastella, Pellegrino, che l’avrebbe avuta per 77 mila euro pagati dal consigliere regionale Udeur Nicola Ferraro, il cui cugino era affiliato alla cosca dei casalesi. «Non conosco il titolare dell’autosalone di Marcianise, e ho regolarmente pagato io l’auto», ribatte Mastella junior.

Una Porsche coupé 911 è invece quella che Grossi ha concesso «in uso» alla coppia Abelli a Milano: «Ma gli pago un regolare canone mensile di 743 euro», spiega Abelli. Non si capisce però perché mai un deputato non può prendere in leasing una porsche da un normale concessionario, invece di farsela dare da un re delle discariche in affari con regione e governo.

Anche villa Mastella a Ceppaloni è finita nel mirino dei magistrati. Secondo l’accusa, i lavori di costruzione e restauro sarebbero stati «pagati» dalla coppia con decine di contratti pubblici affidati alla ditta edile. Mentre a Milano gli Abelli beneficiavano di un vasto appartamento, anche quello concesso da Grossi. «Ma pago l’affitto di tasca mia», si giustifica Abelli, e non con soldi datigli in precedenza dallo stesso Grossi, come sospetta la procura.

Gli aerei, infine. Fu un volo di stato usato per andare da Roma al Gran premio di Monza nel 2007 a inguaiare Mastella e il figlio, fotografati all’imbarco. Ora è invece l’aereo privato del re delle discariche milanesi Grossi che, si scopre, viene usato come un taxi (ma gratis) ogni martedì e venerdì da Abelli, per i suoi trasferimenti da Milano alle sedute parlamentari romane. «Non ne ricavo alcun vantaggio», ribatte Abelli, «anzi, faccio risparmiare la Camera dei deputati che non deve rimborsare i viaggi».

Ma questi potrebbero anche essere dettagli folkloristici di malcostume. Il nocciolo delle accuse ai Mastella e agli Abelli è ben più grave. I primi sono accusati dai magistrati di essersi creati un vero e proprio feudo: l’Arpac (Agenzia regionale protezione ambiente Campania), che ha assunto quasi tutti i propri 655 dipendenti tramite raccomandazioni. «Raccomandare non è reato», dice Mastella. Ma se lo si fa su scala industriale, colonizzando un intero ente che eroga centinaia di milioni di appalti, forse qualche problema c’è. Soprattutto in Campania, dove come l’ambiente venga «protetto» lo si è visto con lo scandalo spazzatura.

Quanto alla coppia del Nord, la Gariboldi Abelli aveva un conto cifrato in una banca di Montecarlo, sul quale per ben dodici volte, dal 2001 al 2008, ha ricevuto da Grossi ingenti somme e per tre volte gliene rinviò, con un guadagno per sè di un milione e 200 mila euro. Insomma, i magistrati sospettano che lo abbia aiutato a riciclare 22 milioni di euro sovraffatturati per la bonifica dell’area Santa Giulia/Montecity a Rogoredo (Milano).

Sandra Lonardo Mastella non si è dimessa da presidente del consiglio regionale campano. Rosanna Gariboldi Abelli, invece, non entrerà in quello lombardo, dove stava per essere candidata alle elezioni che si terranno fra cinque mesi. Bloccata in extremis.

Mauro Suttora

Tina Brown

Ci mancava solo la vecchia Tina a farci la lezione: Tina Brown, 56 anni, personaggio sconosciuto in Italia ma ancora con qualche seguito fra i radical chic di New York.

Giornalista di pettegolezzi, e direttrice di mensili già a 25 anni per meriti più di talamo che di calamaio: prima dello snobbissimo inglese Tatler, poi del Vanity Fair americano, che non ha niente a che vedere con quello italiano tranne il nome e l’editore Conde Nast. Infine, lo scandalo: nel ’92 la Conde Nast la mette alla guida del New Yorker, cioè la Bibbia del giornalismo letterario statunitense. Come se piazzassero Signorini a dirigere la Treccani. Lei se la cava più con la grinta che con la cultura, e si guadagna la meritata fama di «total bitch» («stronza totale»).

Ebbene, la simpatica signora l’altro giorno, dopo un convegno a Firenze, si è avventurata a definire «preistorico» Silvio Berlusconi, uno che «fa tornare indietro le donne» con le sue vicende fra «gossip e soap opera».

Toh, il bue che dà del cornuto all’asino. Perché tutti ce la ricordiamo, l’arrampicatrice Tina che già all’università si portava a letto i suoi intervistati per la rivista letteraria studentesca, come il columnist Auberon Waugh. Poi fu la volta dello scrittore Martin Amis, prima di planare a 21 anni fra le lenzuola di Harold Evans, direttore del Sunday Times di un quarto di secolo più anziano. La Noemi britannica viene subito assunta, fa divorziare Harold e se lo sposa.

Negli anni Novanta, più che per le pagine del New Yorker, Tina si fa notare per lo strenuo appoggio ai suoi amici Clinton, contro quei cattivoni di giudici che avevano scoperto il penchant del presidente per il sesso orale sotto la scrivania. E, soprattutto, per il suo eterno duello con il sito internet Drudge Report, scopritore del Monica Lewinsky-gate.

Ma, ancora una volta, Tina Brown scivola su se stessa. Specializzata nel farsi dare soldi da uomini per avventure editoriali finanziariamente disastrose, dopo la sua uscita dal New Yorker nel ’99 sifona i fratelli Weinstein della Miramax per mettere in piedi la costosissima rivista Talk. Dura appena due anni, facendo perdere milioni di dollari. Cerca di pubblicare un libro sui gusti sessuali privati degli inquirenti del Monicagate, a cominciare dal procuratore Kenneth Star, per vendicare Bill Clinton. Ma la Disney, proprietaria della Miramax, la stoppa per attentato alla pubblica decenza.

Negli ultimi anni la tignosa Tina, rimasta disoccupata, si è consolata dilapidando i soldi dell’ormai ottantenne marito in megaparties nella loro casa di Manhattan e agli Hamptons (la Portofino di New York). È tornata in pista un mese fa con il sito The Daily Beast. Specializzato nel «preistorico» gossip politico, ovviamente.

Monday, November 02, 2009

Radio radicale

Libero, 31 ottobre 2009

di Mauro Suttora

«Cari radicali, se vi sciogliete da stronzi diventate cacarella». Questo rispose un ascoltatore di Radio radicale un quarto di secolo fa, quando per la prima volta l’emittente bussò a soldi pubblici (e privati) per sopravvivere. Con uno slogan colpevolizzante: «O ci scegli o ci sciogli». E libertà di microfono per tutti: nacque «Radio parolaccia». Come tutte le invenzioni di Marco Pannella, diventò fenomeno sociologico studiato nelle università.

Da allora il geniale accattonaggio si ripete a scadenze fisse. Ogni tre anni scade la convenzione da dieci milioni annui per trasmettere le sedute parlamentari. Ogni volta il governo di turno li cancella, soprattutto se i radicali in quel momento sono all’opposizione. Poi scatta la raccolta di firme, aderiscono quasi tutti, nomi prestigiosi, editoriali sul Corsera. E il contributo è ripristinato.

Anch’io sono uno dei 400 mila fruitori abituali della radio. La ascolto dal ’79, quando trasmetteva musica rock negli stacchi. Poi Pannella impose musica classica «in segno di lutto per le vittime della fame nel mondo». Poi solo musica sacra. Infine solo requiem: quello di Mozart.

Ho divorziato anche perché mia moglie non sopportava le voci di Taradash e Bordin ogni mattina, nella rassegna stampa. E s’innervosiva quando, tornando in auto dai weekend la domenica, le imponevo i duetti di due ore Pannella/Bordin (soprannominati per le scatarrate «duo bronchenolo» dagli amici, e «duo enfisema» dagli iettatori).

Massimo Bordin, 58 anni, direttore della radio da quasi vent’anni (il più longevo fra tutte le testate nazionali, più di Fede), ha 500 fans nel gruppo Facebook «Senza la voce di Bordin non è mattina». Ma notevoli sono anche anche la rassegna stampa estera di David Carretta alle sette del mattino, il programma «Media e dintorni» di Emilio Targia la domenica alle otto e trenta, le notizie dai Balcani di Roberto Spagnoli, dall’America di Lorenzo Rendi, dall’Asia di Claudio Landi. Una miniera di notizie è la rubrica sulle commissioni parlamentari di Roberta Jannuzzi e Federico Punzi.

Detto questo, non capisco perché i 59 milioni e mezzo di italiani che non sentono Radio radicale debbano pagarla per noialtri 400 mila. Se la metà degli ascoltatori abituali desse 50 euro all’anno, ecco trovati i dieci milioni e abolita la tassa. Si chiama «autofinanziamento»: attività in cui i radicali erano maestri, prima di soccombere pure loro all’assistenzialismo parastatale cui si abbevera metà Italia.

Radio radicale, fra l’altro, è anfibia: riceve anche quattro milioni annui come organo di partito. Quindi i suoi programmi sono in gran parte «servizio pubblico», ma Pannella può prendere la parola quando vuole. E la prende spesso e a lungo. Le preziose rassegne stampa vengono cancellate da noiose riunioni interne dei radicali. E, com’è giusto, l’organo di partito fa propaganda di partito. Ovvero «contro il regime», come urla Pannella da mezzo secolo. Lo stesso regime presso il quale, tuttavia, lui stesso è costretto a mendicare ogni tre anni. Diminuendo la propria credibilità «antiregime».

Wednesday, October 28, 2009

Trans: Fabianna Tozzi

UN TRANS FtM AL GRANDE FRATELLO

Oggi, 19 ottobre 2009

«Si chiamano “female to male”: transessuali che da femmine diventano maschi. Compiono il cammino inverso degli altri, che da maschi diventano femmine». Così Fabianna Tozzi Daneri, 39 anni, presidente di Trans Genere, una delle due organizzazioni dei trans italiani (l’altra è il Mit, il Movimento identità transessuale di Marcella Di Folco nato trent’anni fa), ci spiega la definizione esatta di uno dei prossimi concorrenti del Grande Fratello. Che sarà, appunto, un trans maschio.

Una trans femmina c’era già stata al Gf, nel 2008: Silvia Burgio. Questa volta tocca agli altri. «Anche se non seguo i reality show, sono contenta che partecipi», dice la Tozzi, «perché la loro condizione ha bisogno di maggiore visibilità».

I trans in Italia (dai 15 ai 20 mila) sono visibilissimi. Per lo meno da quando una di loro, Luxuria, è diventata deputata dal 2006 al 2008, ed è poi approdata all’Isola dei famosi. Ci sarebbe anche Maurizia Paradiso, che continua a svenire nelle trasmissioni tv cui partecipa, e che ora annuncia di voler trovare una madre cui affittare l’utero per ottenere un figlio col seme che aveva congelato quand’era uomo.
«Ecco, questi invece sono gli show che a mio parere non fanno bene ai trans», commenta la Tozzi, ex parrucchiera e truccatrice teatrale, oggi operatrice in un consultorio per trans a Viareggio (Lucca), l’unico in Italia oltre a quello di Bologna gestito dal Mit: «La Paradiso ora perde la parrucca in diretta, dice di volere tornare uomo... Mah!»

Non bisogna confondere i trans (operati) con i travestiti alla Platinette, semplici uomini vestiti da donna. O con gli ermafroditi come Eva Robin’s o Caster Semenya, la vincitrice di colore degli 800 metri ai mondiali di atletica di Berlino in agosto.

Insomma, muoversi in questo universo, noto a molti italiani maschi solo attraverso le prostitute sui viali, è complicato. Prendiamo la legge contro l’omofobia. Ha suscitato clamore la sua bocciatura, due settimane fa, quando la Udc di Pierferdinando Casini è riuscita a farla dichiarare incostituzionale prima ancora che arrivasse in aula. Perfino il commissario ai diritti umani dell’Onu ha bacchettato per questo l’Italia.

Il testo preparato dall’onorevola lesbica Paola Concia (Pd) voleva estendere all’orientamento sessuale la protezione prevista dalla legge Mancino del ’93 contro i reati d’odio razziale, etnico e religioso. Anche semplici reati d’opinione: vietato minacciare i gay, così come non si possono insultare in pubblico persone di colore, o ebrei, o musulmani.

In Danimarca, Slovenia e Stati Uniti, bastioni del libertarismo, per essere puniti occorre passare dalle parole ai fatti. In tutti gli altri Paesi occidentali, invece, la libertà d’espressione viene limitata. E nei reati di violenza la diversità di razza, etnia, religione e orientamento sessuale è considerata un’aggravante: articolo 61 del nostro codice penale.

«Peccato che, oltre all’omofobia, la legge bocciata non punisse anche la transfobia», denuncia la Tozzi, «perché orientamento sessuale e diversità di genere sono due cose ben diverse». Per capirci: possono esistere trans che sono etero, ma anche trans omosessuali. Ovvero, che dopo l’operazione che cambia il loro sesso, sono attratte da persone dello stesso (nuovo) sesso.

«Non ci siamo? Allora non ci stiamo», era lo slogan polemico dei trans contro la legge sull’omofobia che li escludeva. Per farsi perdonare, il mondo Lgbtq (Lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer, questi ultimi comprendendo i «pansessuali» e gli «intersex», dei quali vi risparmiamo la definizione esatta per non confonderci troppo. Nulla di illegale o perverso, comunque) aveva designato proprio la trans Tozzi come portavoce della grande manifestazione «Uguali» del 12 ottobre, organizzata a Roma per appoggiare la legge sull’omofobia fatta affondare dai cattolici integralisti.

In piazza, oltre alla madrina Maria Grazia Cucinotta, omosex e trans hanno trovato la ministra delle Pari opportunità Mara Carfagna (Pdl) che ha inopinatamente espresso loro solidarietà. Insomma, dopo la bocciatura, ecco il premio di consolazione: almeno un ministro del centrodestra li appoggia.

Al di là delle leggi, della politica, dei film (da La moglie del soldato a Milk con Sean Penn) e dei reality show, però, là fuori, nel mondo reale, sono botte. Negli ultimi tempi c’è stata una sequenza impressionante di pestaggi, quasi quotidiani, contro sia i gay, sia i trans. E gli energumeni trovano più comodo sfogarsi contro questi ultimi, visto che li trovano agevolmente per strada di notte. L’ultima, una prostituta all’Eur di Roma.

Sergio Rovasio, segretario dell’associazione Certi diritti del partito radicale (antesignano delle lotte gay e trans: il Fuori, Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, nasce addirittura nel ’71 quasi quarant’anni fa) commenta: «In Olanda i gay possono sposarsi, in Francia non c’è distinzione tra figli legittimi e naturali, in Belgio single e omosessuali possono adottare, la Spagna ha appena approvato una legge contro il grave fenomeno della violenza sulle donne nell’ambito familiare. Gli altri Paesi europei, insomma, riescono ad adeguarsi alle grandi trasformazioni sociali dei tempi moderni. Da loro esiste un pragmatismo in nome del motto “la politica è al servizio del cittadino”, molto lontano dai nostri contorcimenti che guardano al Vaticano».

Noi possiamo consolarci guardando i trans sul Grande Fratello. Oppure sintonizzandoci su Tele Toscana Nord di Carrara (canale 843 di Sky), dove il tg delle 19.30 ha la prima conduttrice trans d’Italia: Francesca Reale, 40 anni. L’ha scelta il direttore Simone Caffaz, che è anche consigliere comunale Pdl.
Mauro Suttora

Francesco Rutelli lascia anche il Pd

L'UOMO CHE CAMBIO' SETTE CASACCHE

di Mauro Suttora

Libero, 28 ottobre 2009

«Inizieremo un tragitto differente, unendo persone diverse con culture diverse».
Indovinello: quand’è che Francesco Rutelli ha pronunciato per la prima volta queste parole?
Nel 1989, quando lasciò Pannella per i verdi dopo quindici anni di militanza radicale? O nel ’98, quando da sindaco di Roma mollò i verdi per consorziarsi con altri primi cittadini eccellenti (Cacciari, già allora sindaco di Venezia, Enzo Bianco di Catania, Fistarol da Belluno), per fondare il movimento Centocittà? «Centopadelle», li ribattezzò sarcastico Giuliano Amato. I sindaci non resistettero allo scherzo, e dopo tre mesi Centocittà era già sciolto. Rutelli può quindi vantarsi di avere inventato il partito dalla vita più corta nella storia d’Italia (forse del mondo).

Subito dopo, con un guizzo si mise con Di Pietro e Prodi nell’Asinello. I «democratici» resistettero un po’ più a lungo, e nel 2002 ecco la quarta giravolta di Francesco: assieme ai democristiani nella Margherita. Infine, confluenza nel Pd due anni fa.

Bisogna essere forti in matematica: quella annunciata con Casini sarà la settima casacca indossata da Rutelli nei suoi ultimi vent’anni di vita politica (e lui ne ha «solo» 55). Con una costante: «Unire persone diverse, con culture diverse». Lo ha ripetuto anche ieri a Milano. Il cambiamento come virtù. Unica coerenza: quella dell’incoerenza. Mischiare le carte, sempre.

Un voltagabbana, come tanti politici di professione? Ma no. Non bisogna essere ingenerosi con Francesco. Lui si trova infatti in competizione con Mastella per quantità di trasfigurazioni: antimilitarista e ora capo dei servizi segreti (anche militari), anticlericale e poi baciapile con replay di matrimonio in chiesa, anticomunista libertario ma poi alleato dei demoproletari, antisocialista («Auguro a Craxi di mangiare il suo prossimo rancio nel carcere di San Vittore») pentito dopo sei anni e una querela alla figlia Stefania che gli rispose «Stronzo».

Ma, a differenza del marito di Sandra Lonardo Mastella, il marito di Barbara Palombelli non ha mai surfato fra destra e sinistra. È sempre rimasto nel centrosinistra, non ha effettuato salti della quaglia. Insomma: trasformista sì, ma almeno all’interno dello stesso schieramento.

Con annessa una commendevole propensione al martirio: chi alle politiche del 2001 avrebbe osato opporsi a un Silvio Berlusconi trionfante, col vento in poppa dopo le vittorie alle europee del ’99 e alle regionali l’anno dopo? Rutelli accettò di fare il candidato a perdere, limitò i danni (solo due punti percentuali di differenza) e si «sacrificò» in attesa del successivo indennizzo: presidente della Margherita. Fu allora che perfezionò il suo secondo miracolo politico, dopo quello del maxiparcheggio sotto il Gianicolo per il Giubileo 2000: diventare, lui ex radicale, il capo dei democristiani. Alcuni dei quali, vittime palesi della sindrome di Stoccolma, continuano a seguirlo pure adesso: la vandeana Binetti, per esempio.

La capacità sopraffina di Rutelli è quella di riuscire a contare senza contare i propri voti. Che non esistono. Francesco infatti non ha una sua «costituency», come dicono i raffinati. Non ha una base di elettori: il suo è un voto totalmente di opinione. Armato solo del proprio disarmante sorriso e di un’affabilità seconda solo a quella di Bersani, pratica alla perfezione l’insegnamento del suo pigmalione Pannella: la strategia del cuculo. Si piazza nel nido degli altri. Da solo, non vale nulla. Però riesce a strappare il principale titolo di prima pagina al Corsera.

«Quante divisioni ha Rutelli?», chiederebbe Stalin. Nessuna. Da vent’anni galleggia e guida pezzetti di nomenclatura in cerca spasmodica di ricollocazione. Ma ormai Gentiloni e Realacci lo hanno mollato. Perfino il fedelissimo Giachetti tituba di fronte a un grigio destino Pierferdi. A Francesco resta solo Vernetti, un genio della politica.

Thursday, October 22, 2009

Diari Petacci a Francoforte

MUSSOLINI: "CLARETTA, T'HO SPOGLIATA A TEATRO"

Amore e potere: la Rizzoli presenta i diari della Petacci alla Buchmesse

La Stampa, 14 ottobre 2009

Mario Baudino

«Lo sai amore che ieri sera a teatro ti ho spogliata tre volte almeno. Quando mi sono alzato in piedi dietro a mia moglie io sentivo di prenderti. Avevo un folle desiderio di te. Mi dicevo: ''Il suo piccolo corpo, la sua carne di cui io sono folle, domani sara' ancora mia''. ... Come puoi pensare che io, schiavo della tua carne e del tuo amore, pensi ad altre».

Cosi' scrisse Claretta Petacci, nel suo diario del '38, riferendo le parole che le avrebbe rivolto Mussolini, appena incontrato a Palazzo Venezia. Esagerava? La buttava un po' sullo svenevole? Fantasticava sul suo schiavo d'amore? Non abbiamo la controprova, per evidenti motivi. Ma tra un mese sara' possibile leggere cinquecento pagine di cio' che la celebre amante del Duce annoto' fra il '32 e il '38. Verranno pubblicate da Rizzoli in Mussolini segreto, a cura di Mauro Suttora, che quei diari ha trascritto e studiato, dopo averli inseguiti a lungo. Erano infatti depositati all'Archivio di Stato, ma non accessibili - neppure agli studiosi - fino allo scadere dei settant'anni dalla loro stesura.

Questo e' il motivo per cui d'ora in poi, ogni dodici mesi, se ne renderanno disponibili altri, fino al '45. Claretta Petacci continuo' a scriverli fino all'ultimo, e li consegno' a un'amica prima di lasciare Milano e incamminarsi con il convoglio dei gerarchi fascisti verso la Valtellina. Segui' l'uomo che amava e mori' con lui, a Giulino di Mezzegra, uccisa in circostanze ancora non del tutto chiare ed esposta cadavere in piazzale Loreto, a Milano.

Ma questa e' la «grande storia». Nei diari c'e' quella magari piu' piccola, della quotidianita' e del sogno. Queste pagine non rispondono agli interrogativi sulla fine del capo del fascismo, sul fantomatico carteggio con Churchill che Mussolini avrebbe avuto con se' nella fuga interrotta a Dongo, e in genere su tutti gli altri misteri italiani del periodo.

La curiosita' dell'editoria internazionale alla Fiera di Francoforte, dove la Rizzoli lancia il libro, e' pero' notevole, stimolata dai fatti di cronaca recenti, dal gossip privato divenuto politico. Non si puo' dire del resto che la povera Claretta Petacci - una figura tragica nella storia d'Italia - si sia risparmiata, anche da questo punto di vista. Tra gelosie e riappacificazioni, pianti e abbracci, ci consegna una trascrizione minuta, parola per parola, di telefonate (anche dieci al giorno) e conversazioni con lui.

Pare un verbale o un'intercettazione telefonica. A volte e' commedia all'italiana, a volte pure melodramma. La voce infatti e' quella di Claretta, e tutto il materiale viene filtrato, tradotto, spesso fantasticato, dall'immaginario di una donna innamorata. Riesce difficile immaginare il capo del fascismo che sussurra nella notte, a un telefono (bianco? ): «Clara, Clara, amore, sei sola nella mia vita Clara. Dormi con la mia voce e le mie dolci parole»; mentre e' piu' verosimile, ad esempio, una chiamata mattutina dove Mussolini (lei annota: nervosissimo) si informa sbrigativamente: «Hai dormito? Non molto? Io si', sto meglio con il dito e ho dormito. Ti ho forse svegliata? Sono molto spiacente. Io? Bene. Adesso lasciami lavorare».

La Petacci nel '38 aveva 26 anni, era bellissima e gelosissima. Lui aveva passato i cinquanta e com'e' noto non gli mancavano ne' le amanti ne' i figli illegittimi, oltre a una famiglia regolare e a una moglie piuttosto decisa. Lei si era separata dal marito ed era tornata nella casa paterna. Era anche molto chiacchierata, com'e' ovvio. Era in una situazione di debolezza e di precarieta'. Ma era indubbiamente innamorata, anzi cieca di passione. Cosi' scriveva freneticamente, e trasfigurava.

Il Mussolini dei labari, dei gagliardetti e dei pugnali tra i denti qui non esiste. Non esiste nemmeno l'uomo di Stato. C'e' solo un signore superimpegnato che ogni tanto perde le staffe. Per esempio dopo un litigio sul fatto se andare o non andare a teatro. Claretta trascrive le sue parole: «Hai fatto bene a ricordarmi del teatro», le aveva detto, «pero' io rimango sempre dentro al palco e non esco. Tu non devi salire su, capito? Io non mi muovero' da dentro perche' non voglio assolutamente fare lo spettacolo nello spettacolo. Cosi' va bene. Adesso comincio a ricevere, ne ho diversi: Marinetti, ecc. ecc.».

Filippo Tommaso Marinetti, accademico d'Italia. L'uomo che invento' il futurismo. E se ne stava in paziente attesa tra gli eccetera eccetera, ma soprattutto tra una telefonata e l'altra. La dura vita dell'intellettuale.

http://archivio.lastampa.it:80/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=9622368

Wednesday, October 21, 2009

Berlusconi dopo il no al lodo Alfano

È davvero iniziato l' autunno del premier?

LA POLITICA E LA CRISI

Oggi, 21 ottobre 2009

Dopo la bocciatura del lodo Alfano, la politica si surriscalda. Il presidente del Consiglio accusa i critici con toni sempre più accesi. Perché si sente forte, o per non dare segni di debolezza?

di Mauro Suttora

Lo «sputtanamento»: parola non elegante, quella usata da Silvio Berlusconi in un comizio a Benevento. Finora era nota soprattutto come titolo di una canzone del 1978 di Cochi e Renato. Adesso, invece, secondo il presidente del Consiglio, è ciò che i suoi avversari provocano quando lo criticano: «Pensano di attaccare me, ma in realtà rovinano l' immagine dell' Italia intera».

Berlusconi è fuori di sé per la bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Corte costituzionale. Questo significa che tornerà a essere processabile. E i magistrati si apprestano a ricominciare i quattro procedimenti nei quali era coinvolto prima della sospensione garantita, appunto, dal lodo. Ma il timore dei berlusconiani è che qualsiasi pubblico ministero, adesso, ne approfitterà per inviare ulteriori avvisi di garanzia a palazzo Grazioli. Una specie di tiro al bersaglio.

DIFFICILE ESSERE NEUTRALI

Insomma, la temperatura politica è alta. Giornali e opinione pubblica sono sempre più divisi: pro o contro Berlusconi? Si riduce lo spazio per i neutrali, come denuncia il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli: «Nostro compito è raccontare i fatti, senza metterli al servizio delle opinioni ». Invece i giornali delle sponde opposte (Repubblica a sinistra, il Giornale a destra) organizzano raccolte di firme contro gli editori dell' avversario di carta (da una parte il finanziere Carlo De Benedetti, che ha appena ottenuto un risarcimento da 750 milioni di euro da Berlusconi; dall'altra la famiglia del premier).

Per orientarci, abbiamo posto nove domande ad alcuni fra i migliori commentatori del nostro Paese. Alcuni neutrali, altri schieratissimi (Giuliano Ferrara, Marco Travaglio). Come sempre, i lettori di Oggi si faranno una propria opinione da soli. Ben sapendo, però, che i veri problemi del l'Italia (crisi economica, disoccupazione, servizi pubblici, tasse) sono purtroppo ben altri.

Wednesday, October 14, 2009

Il film 'Barbarossa'

ALLA PRIMA DEL KOLOSSAL LEGHISTA CON L'EURODEPUTATO MARIO BORGHEZIO

di Mauro Suttora

Oggi, 3 ottobre 2009

«Il cinghiale è un simbolo celtico. E anche il bosco». Mario Borghezio si appassiona al film Barbarossa fin dalla prima scena. Federico di Svevia è a caccia in una foresta, ma caduto a terra rischia di essere sopraffatto da un cinghiale. Un Alberto da Giussano ragazzino lo salva con la sua faretra, e l’imperatore tedesco lo ringrazia regalandogli un pugnale.

Siamo alla prima del kolossal, in un cortile del castello Sforzesco a Milano. C’è tutto lo stato maggiore della Lega Nord. A due metri da noi, in prima fila, siedono il premier Silvio Berlusconi e il ministro Giulio Tremonti, accanto a Umberto Bossi e Roberto Maroni. Il film del regista Renzo Martinelli, prodotto dalla Rai, è costato 22 milioni.

«Roma era debole e malata anche ottocento anni fa», commenta Borghezio, quando sullo schermo appare un papa succube del Barbarossa. «Sempre luogo di intrallazzi». Gli intrallazzi per la verità non mancano anche fra i comuni lombardi. Alcuni (Pavia, Como, Cremona) parteggiano per l’imperatore contro Milano, Lodi ne chiede la completa distruzione. E anche nel Piemonte di Borghezio, il Monferrato ghibellino si contrappone ad Alessandria guelfa. «La madre dei collaborazionisti è sempre incinta», sussurra l’eurodeputato leghista.

Poi si vedono gli esattori imperiali che si fanno odiare estorcendo ai lombardi tasse del trenta per cento: «Il disprezzo per i cittadini, allora come oggi, passa attraverso imposte esose e persecuzione fiscale. Così nasce la richiesta di libertà».

I milanesi sono divisi fra i sottomessi al Barbarossa e chi, come Alberto da Giussano (Raz Degan), vuole ribellarsi: «C’è sempre chi rinuncia a combattere, ma la storia costringe a prendere decisioni. La libertà non la regala nessuno, bisogna lottare per conquistarla. Alcuni padani capiscono che sono in stato di schiavitù, ma altri si tirano indietro. Anche oggi abbondano i rinunciatari».

Barbarossa circonda Milano con il suo esercito: «Per fortuna adesso non siamo più assediati, però siamo sempre insidiati dai mille traffici del potere centralista romano», commenta Borghezio.

Rasa al suolo la capitale lombarda nel 1162, Federico ne disperde gli abitanti sopravvissuti in sei direzioni diverse: «Roma da sempre vince e divide, ci mette gli uni contro gli altri. Solo la divisione fra padani consente al padrone di comandare».

Cominciano le prime riunioni segrete a Pontida: «Sembrano i primi incontri della Lega, ai tempi del secessionismo. Anche noi avevamo paura di essere ascoltati dal nemico. E quel Barozzi, emissario imperiale, i ricorda certi prefetti, simboli del governo centrale».

Per Borghezio, insomma, la lotta per l’autonomia è uguale oggi come nel dodicesimo secolo. Le somiglianze fra la Lega lombarda di allora e quella odierna sono tante: «La rapina fiscale è uguale, ma allora come ora ci sono i risvegliatori di popoli: Alberto da Giussano, Umberto Bossi. E il Carroccio resta il nostro simbolo primordiale».

Arriva la riscossa finale con la battaglia di Legnano, 1176: il Barbarossa si ritira in Germania dopo la vittoria dei lombardi. Che prevalgono anche grazie all’invenzione dei carri dotati di falci, che sterminano i cavalieri tedeschi: «La grande risorsa del fai da te padano...», commenta soddisfatto Borghezio. Che alla fine del film si alza e si mette in fila dietro a Bossi verso il catering.

Anche i leghisti ora hanno il loro Braveheart. E non dovranno più applaudire il Mel Gibson eroe medievale della Scozia indipendente. Unica concessione: per venderlo all’estero, il film ha dovuto essere intitolato al Barbarossa. Ma il vero protagonista si chiama Alberto/Umberto.

Mauro Suttora

Wednesday, October 07, 2009

Parla Francesca Lana

A CENA DA SILVIO

«Quelle serate con Manu...»

Era l'amica del cuore di Manuela Arcuri. Con lei andò due volte dal premier. In questa intervista esclusiva spiega che cosa accadde. E perché se n'è pentita

Oggi, 30 settembre 2009

di Mauro Suttora

Drogata. Lesbica. Implicata in un giro di prostituzione. Come sembra lontana, per Francesca Lana, quella magica sera del 29 maggio, quando festeggiò il suo ventiquattresimo compleanno nella discoteca estiva più prestigiosa di Roma: il Jet Set. Sono passati solo quattro mesi. Allora, c’era la coda per essere fra i suoi invitati. «Ora invece ora mi sembra di essere precipitata in un incubo», ci confessa la soubrette, ex valletta de I migliori anni (Raiuno).

«Stanno riempiendo di coca mezza Sardegna. Quelli di Bari danno droga a tutti, se lo sa Briatore...»: questa è la sua frase che ha inguaiato Gianpaolo Tarantini, il fornitore di donne di Silvio Berlusconi, facendolo finire in carcere. Francesca la pronunciò nel luglio 2008 mentre era ospite nella villa di Porto Cervo affittata dal faccendiere pugliese. Parlava a persone intercettate dalla Guardia di finanza. Poi Tarantini e soci si sono contraddetti: «Avevamo 70 grammi di cocaina», avevano ammesso. « No, mezzo chilo», li ha smentiti il loro spacciatore. Risultato: Francesca, che non è indagata perché non ha commesso reati, è stata ascoltata due volte dagli inquirenti come «persona informata sui fatti».

Poi c’è la questione saffica. Anche questa risale a un anno fa. Foto di lei che bacia sul ventre nudo l’inseparabile amica Manuela Arcuri. «Lesbo soft», titolarono i giornali. «Nulla di vero», rivela oggi Francesca, «ma Manuela non volle che facessi un’intervista per smentire. Così oggi su internet passo per una lesbicona. Non ho nulla contro l’omosessualità, ma non è piacevole».

Il giro delle ragazze di Tarantini, infine. «Sì, sono stata tre volte da Berlusconi. L’estate 2008 in Sardegna, ma eravamo in trecento e con il presidente non ho neppure parlato. E poi due cene sedute e tranquillissime nella sua casa romana lo scorso dicembre, con Manuela. Altro che “pupe di papi” e squillo: siamo tornate a casa prima di mezzanotte, non abbiamo notato nulla di equivoco».

In realtà la disgrazia di Francesca, oltre a quella di essere stata inserita da Tarantini nell’elenco indiscriminato di “donne portate da Berlusconi”, senza distinguere troppo fra escort pagate e semplici invitate, è una foto del 31 dicembre 2008 a Cortina. L’unica con Tarantini e la Arcuri assieme, all’uscita di un ristorante. Quindi quella che ha fatto più notizia, pubblicata e ripubblicata, data la notorietà della Arcuri. E lei, Francesca Lana, appare fra loro. In mezzo.

«Insomma, sembro al centro di tutto, e invece non c’entro nulla. Ma tanto è bastato per farmi perdere il lavoro televisivo - ottenuto dopo regolare provino - che avrei dovuto iniziare quest’autunno».
La colpa è della sua famosa frase sulla droga.
«Spiego come andò. Quella notte ero stata male, molto male. Eravamo con altri ospiti nel privé del Billionaire, dove Tarantini aveva sempre un tavolo riservato...»
Anche perché ospitava a casa sua pure Raffaella Zardo, pierre del locale di Briatore.
«Ho sospettato che qualcuno mi avesse sciolto qualche sostanza nel bicchiere. Chiesi di andare al pronto soccorso. Ma non vollero: cosa avrebbero detto ai dottori, che mi avevano drogata a mia insaputa? Così scoprii che in quello che mi sembrava un ambiente familiare, con le mogli di Tarantini, dei suoi amici e i loro figli piccoli, succedevano cose strane...»

Beh, notti esagerate come spesso capita in Costa Smeralda. Non faccia Alice nel Paese delle meraviglie: conosce quell’ambiente.
«Certo, anche perché fui eletta miss Billionaire nel 2005. Ma ci tengo a dire che ho grande rispetto per Briatore, una persona che con me è sempre stata correttissima. Il mio sbaglio, di cui sono pentita, è stato quello di fidarmi di altre persone».
Come la Arcuri?
«Ma no. Sono stata la sua migliore amica per anni, e anche se da qualche settimana non la sento più, non rinnego nulla».
Avete rotto?
«Diciamo che sono rimasta molto delusa da certi suoi recenti comportamenti».
Legati alle disavventure di Tarantini?
«Sì. Ovviamente anche lei è rimasta scottata dallo scandalo. Era la persona più famosa che Tarantini ha usato per accreditarsi con Berlusconi».

Come andò la cena del 2 dicembre?
«C’erano al massimo venti persone, fra cui il direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce e Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile. Ci siamo seduti a tavola, io ero accanto a Manuela e avevamo di fronte Berlusconi. Con gli altri non abbiamo parlato molto, erano lontani. È stata una normale cena con ottimo cibo. Ricordo che dicemmo al presidente: “La sua casa è il miglior ristorante di Roma”. Poi un po’ di barzellette, una schitarrata con Apicella, e tutti a casa».
Tutti?
«Sì».

E la seconda cena?
«Non ricordo la data esatta, comunque fu ancora in dicembre, prima di Natale. Stessa scena, sempre con Tarantini, e ricordo che Berlusconi ripeté alcune delle barzellette della volta precedente. Ma a parte questo, è stata una persona gentilissima, un ospite squisito».

Anche perché c’era una delle sue attrici preferite, la Arcuri. Lei si rende conto che veniva invitata solo perché era la sua dama di compagnia?
«Me ne rendo conto solo ora. Ma su di me adesso scrivono illazioni allucinanti, infamie terrificanti, mi sono affidata al mio avvocato. Ammetto il mio errore, che però è stato solo quello di essere ammaliata da persone negative, che mi offrivano l’opportunità di frequentare ambienti importanti».

È chiaro che Tarantini portava dal premier due tipi diversi di donne.
«Sì, ma in questi mesi ho imparato sulla mia pelle che nel mondo dello spettacolo non esistono scorciatoie: bisogna studiare, non “frequentare”. Io sono stata per anni la migliore amica di Manuela Arcuri, ma non l’ho mai utilizzata per farmi dare qualche lavoro. Vengo dalla gavetta, ho lavorato nelle tv private di Roma, ho avuto parti in Distretto di polizia e Commissario Rex. Studio recitazione e dizione all’Accademia dello spettacolo di Cesare Lanza. E soprattutto, dopo la maturità scientifica, mi sto laureando al Dams di Roma. Mi mancano due esami».

Un ex fidanzato della Arcuri, Matteo Guerra, l’ha accusata: «Francesca era gelosa del nostro rapporto. Cone lei Manuela faceva le sei del mattino, mentre a me piace andare a letto presto».
«Ma quando mai... Certo, siamo giovani e ci divertiamo. Ma Manuela lavora molto, e io studio. Quindi se non siamo in vacanza al mattino ci alziamo presto, non possiamo sfarfalleggiare troppo».

Come ha conosciuto Tarantini?
«Per caso, in un locale di Montecarlo dove Manuela ed io eravamo andate per il Gran Premio 2008. Poi, siccome è pugliese, lo abbiamo rivisto quando siamo capitate in Puglia a giugno, alla masseria San Domenico. Allora Manuela aveva un fidanzato di lì, le famose foto “lesbo” ce le hanno scattate quando c’era anche lui».

Poi però in Sardegna nella villa di Tarantini c’è andata solo lei.
«Sì, stavo con un ragazzo. Poi, ho frequentato per due mesi Matteo Marzotto».
Bel colpo. Che si aggiunge a un suo altro ex, il calciatore Alberto Aquilani.
«Roba vecchia, del 2006. Ma, lo ripeto, quello è un mondo che mi ha illuso e disilluso. Ora penso solo a studiare, e a preparare la tesi».
Su che cosa?
«Volevo analizzare la commedia all’italiana...»
Basta che racconti quello che le è successo negli ultimi mesi: c’è dentro in pieno.
«... Ma il mio professore ha preferito darmi un altro tema: il cinema di Antonioni».
Perfetto anche questo: alienazione e incomunicabilità.

Mauro Suttora

Wednesday, September 30, 2009

Via dall'Afghanistan

L'ESPERTO: "NON VINCEREMO"

L'opinione di Rory Stewart

di Mauro Suttora

Oggi, 23 settembre 2009

«In Afghanistan non esistono attività economiche rilevanti, tranne la produzione di droghe: il 92 per cento dell'oppio (eroina) e il 35% della cannabis mondiale provengono da qui. Per il resto, il Paese è dipendente dagli aiuti internazionali. Quindi è impossibile ricostruire uno Stato, per lo meno nel futuro prossimo».

Rory Stewart, 36 anni, è uno dei massimi esperti internazionali di Afghanistan. Ha scritto due libri: In Afghanistan e I rischi del mestiere, entrambi tradotti in Italia dall'editore Ponte alle Grazie.

Soltanto per mantenere un esercito e una polizia afghana ci vorrebbero due miliardi di dollari all'anno, mentre l'intero bilancio del governo di Kabul è di soli 600 milioni. Inutile, quindi, pensare che possano “difendersi" da soli».

E quindi?

«Quindi rinunciamo all'occupazione militare, e facciamo restare in Afghanistan solo ventimila soldati delle forze speciali per l'antiterrorismo. Cioè per impedire che Al Qaeda ricostruisca dei campi d'addestramento. Tutto il resto è inutile. La guerra contro i talebani non potrà essere mai vinta».

E Osama Bin Laden?

«Non è in Afghanistan. Si nasconde in Pakistan. Ma nessuno ovviamente si sogna di invadere il Pakistan per catturarlo».

Il presidente Usa Obama però ha aumentato i soldati a Kabul.

«Sta sbagliando. L'Afghanistan rischia di diventare per lui ciò che il Vietnam fu per John Kennedy: un tragico errore».

Quindi dovremmo abbandonare l'Afghanistan.

«No, ma dovremmo tenere lì solo dei commandos per catturare Osama e il mullah Omar. E abbandonare l'illusione di portare la democrazia in un posto che non ha la minima idea di che cosa sia».

Stewart non è un pacifista. Anzi, ha fatto parte del reggimento d'élite scozzese Black Watch. Poi è stato diplomatico a Kabul. Ma ora il suo consiglio è: «Andarsene».

Tuesday, September 29, 2009

Humour failure on Berlusconi

L'abbronzatura di Obama scandalizza l'Unità, ma in America fa ridere

di Mauro Suttora

Libero, 29 settembre 2009

«A… A… Abbronzatissima!» Guai a scherzare sulla canzone di Edoardo Vianello (1963), applicandola a Michelle Obama. Silvio Berlusconi regala l’ennesima prima pagina all’Unità (ma come le riempirebbero, senza di lui?), con ovvia censura annessa: «razzismo». L’ex organo del Pci perde la «i» e resta pc: sigla internazionale per «politicamente corretto», oltre che per personal computer.

Solo che negli Stati Uniti, inventori di entrambi i pc, la correttezza politica dopo trent’anni ha stufato, e abbondano invece le barzellette (berlusconiane?) sulle capriole verbali di chi non osa offendere minoranze e presunti minorati. Aveva già scritto tutto Allan Bloom nell’87 nel libro «La chiusura della mente americana», che guarda caso è stato appena ripubblicato in Italia da Lindau dopo che da decenni l’edizione Frassinelli era esaurita (a proposito di censure).

Guai a chiamare i neri «niggers», e va bene. Poi però sono stati proibiti anche «negro» (appellativo rispettabile, sempre usato da Martin Luther King), e via via addirittura «black», l’aggettivo che ancora negli anni ’70 veniva orgogliosamente inalberato dai neri stessi: «Black power», «Black panthers». Così oggi, se non dici compitamente «african american», parola lunghissima e ridicola, gli americani perbenino inarcano il sopracciglio.

Naturalmente i neri se ne fottono, e si sfottono allegramente fra loro a colpi di «nigger». Ma questo capita ovunque: da noi gli unici con licenza di «terrone» sono da sempre i meridionali. Il problema è che alcuni italiani oggi stanno diventando la caricatura degli americani. Così, invece del dignitoso «disabile» e del complicato «portatore di handicap», il perfetto pc ex pci dirà «diversamente abile».

Adesso la sinistra diversamente intelligente attacca la battuta di Berlusconi sull’abbronzatura della First lady Obama, ma non si accorge di stare copiando in peggio il pc made in Usa. Negli Stati Uniti, infatti, qualche zona franca rimane: la scorsa settimana il comico tv David Letterman, davanti a milioni di telespettatori, ha chiesto a Obama: «Scusi, lei da quanto è che è nero?» Il presidente, ridendo per scacciare le accuse di razzismo, aveva scherzato: «Ero già nero da prima delle elezioni”. Impensabile in Italia, perlomeno dalle parti della gauche-caviar pariolina.

Siccome la stupidità è contagiosa, le frontiere del pc si allargano inesorabilmente. Quando ho osato additare una signora grassa alla mia fidanzata americana sulla spiaggia, dicendole: «Guarda quant’è cicciona», lei si è subito irrigidita: «Mauro, “fat” non si dice».

«Ma lei non ci ha sentito», ho risposto.

«Fa lo stesso. Dà fastidio a me».

«E come devo dire, allora?»

«Mah… Oversize (taglia superiore), oppure chubby (paffuta)».

Infatti adesso anche in Italia svolazziamo in un turbinio di «taglie forti, larghe, morbide», mentre gli anziani si trasformano in «maturi». Come siamo educati, signora mia. I ritardati sono diventati «mentally challenged», sfidati mentalmente. Impotenti e frigide? «Sexually challenged». E non parliamo degli omosessuali (pardon, gay), che per mio nonno erano tragicamente «pederasti, invertiti, degenerati». Chi osa pronunciare una parola un po’ forte si cautela con un gesto ridicolo, simulando contemporaneamente le virgolette con medio e indice di entrambe le mani.

L’unico su cui si può ancora liberamente scherzare è lo «psiconano di Arcore». Ma scommettiamoci: i vittoriani di sinistra prima o poi lo impediranno, e anche Berlusconi verrà tutelato con un gran bel «diversamente alto».

Wednesday, September 23, 2009

Rai contro Sky

DOPO 25 ANNI, ADDIO DUOPOLIO: LA GUERRA DELLE TRE TIVU'

Oggi, 16 settembre 2009

di Mauro Suttora

Martedì 26 maggio, settimo piano del palazzo Rai di viale Mazzini a Roma. Il presidente Sky Tom Mockridge pensa di non aver capito bene. È australiano, il suo italiano è ancora stentato. «Scusate, non ho ancora avuto tempo di leggere la vostra lettera», gli ha appena detto Mauro Masi, direttore generale Rai.

Invece è proprio così: i vertici della tv di stato non danno risposta a una lettera ricevuta più di un mese prima. Quella in cui Sky offriva 350 milioni in sette anni per continuare a trasmettere i canali Rai dal suo satellite. Oltre a una settantina di milioni per i film.

La riunione si conclude rapidamente, l’atmosfera è gelida. Ormai è la guerra. Provocata da che cosa? Da un fatto storico. Per la prima volta nel 2008 Sky ha superato il fatturato Mediaset, e insegue da vicino la Rai . Dopo mezzo secolo di monopolio Rai e un quarto di secolo di duopolio Rai/Mediaset, la tv satellitare del miliardario australiano Rupert Murdoch minaccia entrambi. I suoi cinque milioni di abbonati pagano in media 500 euro all’anno ciascuno, garantendo un’audience del 9 per cento. Un cuneo infilato fra i due giganti, e destinato ad allargarsi. La Rai infatti teme che Sky salga al 14% entro tre anni. «E ogni punto di audience in più vale trenta milioni di euro», avverte Masi.

Insomma, è iniziata una nuova era. Per questo la tv di stato ha tolto i suoi canali satellitari da Sky: dal primo agosto Raisat Extra, Premium, Cinema e Yoyo si possono vedere solo in digitale (il nuovo sistema che entro il 2012 sostituirà l’attuale, funzionante già in Sardegna e fra pochi giorni in Piemonte), o sul nuovo satellite gratuito Tivusat che Rai, Mediaset e La 7 hanno inaugurato per far concorrenza a Sky, oltre che per coprire le zone impervie non coperte dal digitale.

Il problema è che per vederli bisogna comprare altri due decoder, oltre a quello di Sky.
Ma, soprattutto, adesso la Rai cripta su Sky anche i suoi programmi più visti: partite della nazionale e Formula Uno. Il gran premio di Monza del 13 settembre si è potuto vedere su Raiuno solo via etere (o in digitale in Sardegna, o sul satellite Tivusat). «Il criptaggio è necessario per i programmi di cui non deteniamo i diritti internazionali», spiega Masi. E Sky è visibile anche all’estero.

Ma queste sono schermaglie legali. La Rai, infatti, per poter riscuotere il canone ha un contratto di «servizio pubblico» con lo stato che le impone di far vedere i propri canali su tutte le «piattaforme» (etere, digitale, satellite, telefonini, internet). Ora che ha un suo satellite, seppure in condominio con Mediaset e La 7, non è più tenuta a trasmettere su Sky, per di più gratis.

E allora perché continua a farlo? Perché i dati Auditel sugli ascolti, importantissimi perché determinano i prezzi degli spot, vengono calcolati anche sui loro canali trasmessi da Sky. Quindi, fossero anche solo pochi punti percentuali, né Rai né Mediaset vogliono rinunciarci.

Però i prossimi tre anni sono cruciali nella guerra delle tre tivù. «La transizione al digitale può rappresentare un vantaggio per Sky», teme Masi, «perché non è scontato che gli attuali telespettatori si dotino automaticamente di decoder al momento del cambio: saranno più esposti alle alternative».

Insomma, la Rai non vuole favorire Sky, che finora ha usato i suoi canali e quelli Mediaset come «traino» per i propri, posizionandoli all’inizio della numerazione del decoder. Per continuare a fornire Raisat a Sky avrebbe voluto che quest’ultima pagasse non 50 milioni all’anno (per sette anni), ma duecento, includendo nel prezzo anche Raiuno, Raidue e Raitre.

«Sarebbe l’unica tv pubblica europea a non fornire gratis i propri canali al satellite», rispondono a Sky, «e quando lo fece la Itv inglese perse il 40 per cento degli ascolti. L’utente Sky non disdice l’abbonamento se non vede i canali Rai, perché paga l’abbonamento per vedere i canali a pagamento, non quelli gratuiti». Aggiunge il professor Francesco Siliato, docente al Politecnico di Milano e commentatore tv del Sole: «Se la Rai fosse una società privata, gli azionisti inseguirebbero sotto i ponti degli amministratori che rinunciassero a Sky: oltre alle centinaia di milioni perse per Raisat, c’è stato un calo consistente di ascolti per i gran premi criptati. Andar via da Sky è autolesionismo».

«Ma i cinquanta milioni annui offerti da Sky per i nostri canali si riducono a venti come margine di utile netto», risponde Masi, «e li recupereremo entro due anni grazie alla pubblicità su Raisat trasmessa in chiaro».
L’unica cosa certa, in questa complicato conflitto, è che finora Mediaset sta a guardare: si è limitata a far concorrenza a Sky nella pay-tv con i canali Premium sul digitale terrestre. Il governo Berlusconi ha colpito Sky un anno fa raddoppiando l’Iva. La società Medusa (di Berlusconi) potrebbe negare i suoi film a Sky. Ma Paolo Gentiloni del Pd accusa: «La Rai sta combattendo per conto di Berlusconi una guerra non sua, fra le due tv commerciali Sky e Mediaset».

Mauro Suttora

Thursday, September 10, 2009

Italia seconda al mondo nell'export di armi

CLAMOROSO: PER LA PRIMA VOLTA SUPERIAMO RUSSIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA, CINA E GERMANIA. IMBARAZZO A SINISTRA

di Mauro Suttora

Libero, 10 settembre 2009

L’Italia balza al secondo posto nella classifica mondiale delle esportazioni di armi. È questo il clamoroso dato contenuto nell’ultimo rapporto del Congresso Usa, che ogni anno calcola l’export bellico. Nel 2008 le aziende italiane (quasi tutte del gruppo pubblico Finmeccanica) hanno firmato contratti per 3,7 miliardi di dollari, più che triplicando il risultato dell’anno precedente. Siamo superati soltanto dagli Stati Uniti, che con i loro 37 miliardi controllano più dei due terzi del mercato mondiale.

Per la prima volta nella storia l’Italia supera i tradizionali Paesi esportatori: la Russia innanzitutto, che si è fermata a 3,5 miliardi rispetto agli oltre dieci del 2007. Ma anche tutti gli altri concorrenti che ci hanno sempre sopravanzato: Gran Bretagna, che nel 2007 era terza con nove miliardi, Cina (quasi quattro miliardi), Francia (1,8 miliardi) e Germania (1,5). Due anni fa l’Italia si era fermata a un miliardo, settima in classifica.

Il mercato mondiale delle armi è caratterizzato da grandi fluttuazioni di anno in anno. La firma di una singola maxicommessa per centinaia di milioni basta a ribaltare le statistiche. Ma per l’Italia l’ultimo decennio è stato in costante ascesa: dai soli 200 milioni di dollari esportati nel 2000, ai 600 del 2004, fino al miliardo e mezzo del 2005. Anche il mercato globale si è espanso: l’export bellico totale è raddoppiato dai 28 miliardi del 2003 ai 60 del 2007. Nel 2008 la recessione ha ridotto del sette per cento i fatturati, facendoli scendere a 55 miliardi. E l’Italia ha approfittato del crollo dei concorrenti per piazzarsi al secondo posto.

Nessun organo di stampa italiano ha finora dato notizia dell’exploit, riprendendo lo scoop del corrispondente militare del New York Times Thom Shanker pubblicato il 7 settembre. Eppure anche l’Herald Tribune (edizione europea del quotidiano americano) ha ripreso l’articolo tre giorni fa. L’export di armi è infatti un argomento politicamente delicato, soprattutto a sinistra. Non fa piacere agli antimilitaristi sapere che sono soprattutto aziende statali a vendere sistemi d’arma italiani nel mondo. Anche sotto il governo Prodi.

Al primo posto si piazza Agusta con nuovi contratti per oltre due miliardi di dollari (soprattutto elicotteri alla Turchia), poi Alenia con 400 milioni e Oto Melara con 260. Seguono Fincantieri (230 milioni), Simmel (220 milioni in munizioni e spolette) e Iveco (160). Poi ancora aziende Finmeccanica: Selex (140 milioni) e Galileo Avionica (60). Infine Avio, Microtecnica e Selex Communications.

Pure nel settore “armi piccole e leggere” (pistole e fucili, anche da caccia e sportivi) siamo i secondi del mondo, superati solo dagli Stati Uniti. In questo caso i dati provengono dall’Onu, e risalgono al 2006. L’Italia ha esportato per 434 milioni di dollari. I nostri principali acquirenti sono Usa e Paesi europei. Leader mondiale è la bresciana Beretta, che è anche la più antica fabbrica d’armi al mondo: 2.500 dipendenti, fatturato sui 400 milioni di euro. La sua fabbrica in Maryland (Usa) sta sfornando l’ultimo ordine di 25 mila pistole M9 per l’esercito americano.

Gli Stati Uniti rappresentano la nuova frontiera anche per Finmeccanica. Il colosso guidato da Pier Francesco Guarguaglini (60 mila dipendenti e 15 miliardi di fatturato, non solo nell’industria bellica), al terzo posto fra le aziende europee del settore difesa, lo scorso ottobre ha acquistato la Drs, società di punta del complesso militare-industriale Usa, con i suoi diecimila dipendenti e tre miliardi di fatturato. È diventata così la prima al mondo per le tecnologie con i raggi infrarossi, sempre più utilizzate sui campi di battaglia.

Insomma, nel panorama di crisi dell’industria metalmeccanica italiana (meno 30 per cento nel primo semestre 2009), le fabbriche di armi lavorano a pieno ritmo. In totale, il nostro settore bellico produce per sette miliardi e mezzo di euro annui (metà per l’estero, metà per le nostre forze armate) e dà lavoro a 50 mila persone.

Mauro Suttora

Wednesday, September 09, 2009

Michelle Pfeiffer in 'Chéri'

La diva in costume torna a sedurci

Nel 1989 incantò il mondo con Le relazioni pericolose (sei nomination agli Oscar). Oggi, con lo stesso regista, l’attrice 51enne fa la escort in un film tratto da un libro romantico di Colette

di Mauro Suttora

Los Angeles (Stati Uniti), 26 agosto 2009

Vent’anni sono tanti, anche per una donna bellissima. Eppure, guardate queste foto. A 51 anni, Michelle Pfeiffer appare seducente come nel 1989, quando trionfò con Le relazioni pericolose di Stephen Frears: sei nomination all’Oscar, tre statuette vinte.

Oggi il regista inglese, che tre anni fa ha di nuovo sbancato agli Oscar con The Queen (ritratto della regina Elisabetta II), rimette la diva americana in costume. Questa volta, però, invece della ingenua signora settecentesca fatta morire di crepacuore dalle perfide scommesse di John Malkovich e Glenn Close, Michelle è una prostituta di cent’anni fa.

Cortigiane potentissime

«Cortigiana, prego», precisa lei sorridendo ironica, «e nella belle époque a Parigi eravamo donne potenti, ricche, raffinate e di gran classe. Stavamo al centro della vita politica e sociale, intrattenevamo uomini di governo, artisti e perfino reali. Eravamo rinomate in tutto il mondo per la nostra avvenenza, arguzia e intelligenza vivace. In fondo siamo state le prime femministe: eravamo incredibilmente indipendenti, anche se dovevamo pagare un prezzo alto: rimanere inaccettabili nella “buona“ società».

Solo che lei, professionista dell’amore, a 50 anni si innamora sul serio, e di un ragazzo con la metà dei suoi anni: Chéry, figlio di una collega prostituta. La quale all’inizio la prega si svezzarlo, mentre poi la storia si dipana per anni.

Insomma, una «coguara», come in America chiamano le donne mature che vanno con i ragazzi. «Tutti gli altri giovani con cui ho avuto a che fare non vedono l’ora di confessarti i loro segreti più nascosti», ha rivelato Michelle a Good Morning, America, «mentre questo Chéry è solo un ragazzotto bellissimo, viziato, edonista e vuoto».

Ragazzi giocattolo

Coincidenza: il partner del prossimo film della Pfeiffer, Personal Effects, sarà proprio il più famoso «toy boy» (ragazzo giocattolo) del mondo: Ashton Kutcher, 30 anni, dal 2003 signor Demi Moore nonostante i sedici anni di differenza.

Nella realtà, Michelle è lontanissima non solo della figura della maliarda in cerca di toy boys, ma anche da qualsiasi gossip o glamour. La sua vita personale è il contrario di quella della irrequieta coetanea Sharon Stone: tranquillamente sposata con l’attore Peter Horton dall’81 all’88, e poi con il produttore tv miliardario David Kelley dal ‘93. «Mi è difficile immaginare d’innamorarmi di qualcuno che non sia mio marito, figurarsi di un quasi adolescente. Anche se, guardandomi attorno, vedo che succede», concede.

Nel ‘93 i due hanno adottato l’orfana Claudia, un anno dopo è nato John Henry. Se ne sono andati dall’inanità delle feste di Los Angeles, trasferendosi in una villa da otto milioni di dollari a sud di San Francisco, a Woodside. Oasi per celebrità che non amano la pubblicità, da Steve Jobs (Apple) a Larry Ellison (Oracle) ai cantanti Neil Young e Joan Baez, all’ex bimba 81enne Shirley Temple.

Insomma, come le ormai sessantenni Jessica Lange (fuggita in campagna col marito scrittore Sam Shepard) e Meryl Streep, la Pfeiffer non è carne da pettegolezzo: mai una paparazzata, mai un party, mai un gala a Hollywood o New York. Dopo il lavoro (quaranta film in un quarto di secolo, che hanno incassato in totale un miliardo e 300 milioni di dollari), solo mamma e casalinga felice.

Viso perfetto di donna

Qualche anno fa è stato condotto uno studio sulla perfezione del volto femminile. Gli scienziati hanno calcolato quali sono le misure e le proporzioni ideali: occhi, naso, bocca, mento. Ha vinto Michelle.
«È così bella che ci si potrebbe dimenticare di quant’è brava», ha detto George Clooney, suo coprotagonista in Un giorno per caso (‘96).

Nonostante popoli i sogni di tutti i maschi del pianeta, tuttavia, Michelle è un’attrice inibita. Perfino nella scena più bollente da lei girata, quella in cui fa l’amore con Al Pacino in Paura d’amare (1991), riesce a indossare il reggipetto. E a gridare è lui, non lei. Difficile trovare l’ombra di un suo capezzolo in qualsiasi foto o fotogramma in circolazione. E nessuna meraviglia che abbia rifiutato il copione di Basic Instinct, prima che finisse a Sharon Stone. (Pentitissima invece per i no a Thelma e Louise e soprattutto al Silenzio degli innocenti, che ha fruttato a Jodie Foster quell’Oscar da lei sfiorato tre volte ma mai afferrato).

Anche in Chéri, confessa, ha provato imbarazzo nel girare le scene di letto: «Riesco a superare il disagio solo con il senso dell’humour. Con il partner sullo schermo stringo un tacito accordo su quali parti del mio corpo voglio che lui nasconda, e viceversa: “Io copro questo, tu quello“. Comunque sono un po’ meno riservata di una volta. Peccato che lo stia diventando solo ora che le cose cominciano ad andarsene...»

Ha recitato con tutti

Scarsa audacia impensabile ai tempi di Scarface (1983), il film che la lanciò: un’orgia di droga, sangue, sesso e violenza. Da allora, la Pfeiffer ha girato con tutti i mostri sacri del cinema: Jack Nicholson (Streghe di Easwick e Wolf), Mel Gibson (Tequila Connection), Sean Connery (Casa Russia), Daniel Day-Lewis (Età dell’innocenza), Robert Redford (Qualcosa di personale), Bruce Willis (Storia di noi due), Harrison Ford (Verità nascoste), Sean Penn (Mi chiamo Sam), Robert de Niro (Stardust) e John Travolta (Hairspray).
Ma alla fine il grande pubblico (bambini e non) la ricorda soprattutto come Ladyhawke, o la Catwoman di Batman.

Mauro Suttora

I figli di Berlusconi

Barbara, Eleonora e Luigi contro Marina e Pier Silvio: a tutti il 20% del patrimonio, o 17% per i primi e 25% per i secondi?

di Mauro Suttora

Oggi, 2 settembre 2009

Fossero soltanto i figli dell’uomo più ricco d’Italia, già farebbero notizia. Poiché papà è anche presidente del consiglio, doppia notizia. Se poi papà diventa «papi», sballottato per mesi da scandali rosa, triplo riflettore. A questo aggiungete che mamma ha chiesto rumorosamente il divorzio: tutti quindi a scrutare il minimo segnale di un loro pencolamento da una parte o dall’altra.
Ma ora i cinque figli di Silvio Berlusconi ci aggiungono del loro. Perché la primogenita ventenne di secondo letto (Barbara) insidia il primato della primogenita quarantenne di primo letto (Marina), dichiarando in pubblico il suo interesse per l’azienda di cui la sorellastra è presidente, mentre lei per ora «soltanto» consigliere d’amministrazione (immaginate il clima alla prossima riunione del cda Mondadori...). E minaccia apertamente: «Se mio padre sarà giusto ed equo nella divisione dei suoi beni, fra noi non ci saranno conflitti».
Con quel «se» si rischia di andare dritti verso uno spiacevole «clima Agnelli», con famiglia scarnificata da lotte e processi. Perché il divorzio anticipa ad adesso tutte le divisioni ereditarie. In breve: quote eguali del 20 per cento a tutti i figli, come vuole Veronica, oppure metà ai due del primo matrimonio (che quindi avrebbero ciascuno il 25%) e metà ai tre del secondo (che varrebbero solo il 17%)? Per non parlare degli eventuali fondi all’estero: dovranno «riemergere» tutti, per essere conteggiati nel patrimonio.
Insomma, estate calda quella 2009 per i berluschini. Ormai pericolosamente divisi: c’è voluta tutta l’arte magica del povero padre (come se non gli bastassero Noemi e Gheddafi, Patty e Fini...) per convincere Marina ad accettare la presenza di Barbara alla sua festa di compleanno del 10 agosto in Sardegna. E se i maggiori se ne stanno lontani e tranquilli nelle ville in Francia e Bermuda, i tre figli di Veronica impazzano con codazzo di amici nei principali locali di Costa Smeralda (Blu Beach, Sottovento e Billionaire, tutto in poche ore) e poi di Milano, al rientro (Ricci, «bar dei ricchi», e ristorante Giannino).
Cosa succede? Tutti gli anni di rigorosa educazione steineriana impartiti dalla mamma si stanno sfaldando all’impatto col glamour? Per capirne di più, consultiamo la massima berlusconologa côté Macherio: Maria Latella, che ha appena aggiornato il suo fortunato libro Tendenza Veronica del 2004. Con una velenosa ipotesi di ricovero di nonno Silvio in una clinica per maniaci sessuali...
«I tre figli di Veronica stanno studiando sodo», ci dice Latella, dissipando i sospetti su un’eventuale sindrome da figli di papà, viziati e sfaccendati: «Barbara, che all’università propendeva per economia gestionale, ha seguito il proprio istinto e ha scelto filosofia. E nonostante i due figli, in autunno si laurea con tesi su Etica aziendale. Relatore: Guido Rossi».
Ah: nemico del padre, parrocchia De Benedetti.
«È stato il suo professore di filosofia del diritto all’università San Raffaele. Eleonora invece si è laureata in Business management alla St. John University di New York, e ora farà uno stage di un anno in una tv americana. Anche Luigi, nonostante studi economia alla Bocconi, è attratto dall’estero: quest’estate e la scorsa ha lavorato a Londra nella finanza, ed è in partenza per un anno di Erasmus in Cina».
Barbara sta fissa con Giorgio Valaguzza, padre dei suoi figli, Eleonora ha fidanzato/i americano, Luigi ha avuto una storia con la nipote di Salvatore Ligresti.
«Non so molto della loro vita privata. Quel che è certo, è che Barbara ha scelto consapevolmente di avere presto i figli, per poi dedicarsi alla carriera».
Il contrario di quel che succede abitualmente.
«Ma sempre più frequente, almeno fra chi se lo può permettere».
E non si è sposata.
«In famiglia il matrimonio ritardato è una costante: è capitato anche a suo padre con Veronica, e a Marina, che ha sposato Maurizio Vanadia soltanto nove mesi fa, ben sei anni dopo la nascita del primo figlio».
Nel libro racconti che Veronica ha seguito molto da vicino l’educazione dei figli.
«Sì. Mai avuto una babysitter. Quand’erano piccoli leggeva loro un paio di articoli di giornale ogni sera a cena, e sollecitava commenti. La passione di Barbara per la carta stampata deriva da lì. Ma Veronica non è mai stata una madre soffocante o apprensiva: quando a 15 anni Luigi volle correre in go-kart glielo permise, anche se è notoriamente pericoloso: “Il rischio i giovani maschi se lo vanno comunque a cercare”, disse, “tanto vale che lo facciano per sport”. Dopo la scuola steineriana a Milano tutti e tre hanno frequentato il liceo Villoresi di Monza...»
Vicino a casa.
«Sì, in tutti loro c’è attaccamento per il territorio. Gli amici dei figli sono in gran parte ancora quelli del liceo, Barbara e Valaguzza si sono conosciuti lì. Spesso i figli dei ricchi vengono mandati in collegio in Svizzera, o in una boarding school americana. Barbara invece non ha voluto neppure prendersi una casa a Milano: vive col suo Giorgio e i figli in una dépendance della villa di Macherio. E Pier Silvio abita ad Arcore con la sua Silvia Toffanin».
Anche papà Silvio sta allestendo un nuovo villone con megaparco a Gerno di Lesmo (Monza), a metà strada fra Arcore e Macherio. Gira e rigira, Bermuda o Portofino, sempre in Brianza si torna. A proposito, lui condivide le scelte dei tre figli minori?
«Penso di sì. L’unico dispiacere di Berlusconi, forse, è che Eleonora, arpista dalla voce bellissima, non canti mai in pubblico. Barbara suona il piano. E Luigi ha fatto teatro con corsi al Piccolo teatro. Quand’era piccolo se ne uscì con questa frase: “Ma come faccio a fare l’attore se non sono gay?”»
Comè che Barbara se n’è uscita con quelle imbarazzanti allusioni sulla Mondadori e la divisione dei beni? Non ha un ufficio stampa che controlla le sue interviste?
«No. Niente addetti stampa. Tutto da soli».

Mauro Suttora

Friday, September 04, 2009

Banche svizzere e scudo fiscale

Secondo il nostro governo, gli italiani hanno 300 miliardi di depositi in Svizzera. Che, dopo la caduta del segreto bancario verso gli Usa, tremano

dall'inviato Mauro Suttora

Chiasso, 2 settembre 2009

"Non ci faccia chiamare la polizia".
Nervi tesi a Chiasso. Siamo nella sede dell'Ubs (Unione banche svizzere) più vicina all'Italia: trecento metri dopo il valico di frontiera per Como, cento dalla stazione dove si fermano tutti i treni da Milano per Svizzera e Germania.
Al piano terra di un palazzone moderno occupato quasi per intero dagli uffici della più grande banca svizzera, in piazza Bernasconi, ci sono gli sportelli. Chiediamo dove possiamo avere informazioni per il deposito di una somma piuttosto alta.
«Per investimento?», chiede l'impiegato.
«Certo».
«Allora deve andare sopra, all'ufficio apposito».
«Ma io ho i contanti qui nella borsa».
Mi guarda male. Sospetta uno scherzo. In quel momento un vigilante nota il nostro fotografo che estrae la macchina fuori dalla vetrina, per immortalare la scena. Capiscono in un attimo.
«Guardi, prenda un appuntamento telefonico. Non possiamo riceverla così».
«Ma io ho una certa fretta».
«Quel signore è con lei?»
Scoperti. Spiego che siamo giornalisti e vorremmo spiegare come si fa a «portare i soldi in Svizzera». Mi invitano gentilmente ad andarmene. Chiedo di parlare con qualcuno, il direttore della filiale, l'addetto alle relazioni esterne.
«Non abbiamo "relazioni esterne". E ci spiace, ma il direttore è al momento occupato. Telefoni per un appuntamento».
Insisto. Fino a quando il vigilante minaccia l'intervento delle forze dell'ordine.

NIENTE SEGRETI PER GLI USA

Il parcheggio riservato ai clienti Ubs è pieno. Molte targhe italiane. Stessa scena al Crédit suisse, l'altro gigante della finanza elvetica. È il giorno dopo l'annuncio che la banca fornirà agli Stati Uniti una lista di 4.450 suoi clienti americani, sospetti di evasione fiscale (sui 50 mila richiesti da Washington). Un avvenimento storico. Mai dal 1934, quando il segreto bancario divenne legge in Svizzera, un governo straniero ha ottenuto tanto.

È l'inizio di una nuova era? La fine dell'omertà che protegge mafiosi e dittatori di tutto il mondo, felici di nascondere e riciclare i propri soldi nei forzieri elvetici? A Chiasso ormai si parla russo, tanti sono i nuovi (dubbiosi) ricchi provenienti da Mosca in cerca di protezione. L'Ocse stima che un terzo di tutti i capitali «offshore» (depositati all'estero) del pianeta stiano in Svizzera.

«Piano con gli entusiasmi», avverte il finanziere Saverio Scelzo, presidente di Copernicosim: «Stiamo parlando di una banca, l'Ubs, che vent'anni fa si faceva pubblicità con l'immagine di una grossa lavatrice. E di un Paese, la Svizzera, che solo da poco, e con difficoltà, ha restituito i soldi sottratti agli ebrei sterminati dai nazisti. In realtà, la vera svolta è avvenuta un anno fa, quando i servizi segreti tedeschi sono riusciti a farsi dare una lista di clienti esteri da un bancario del Liechtenstein. Se quel funzionario "spia" fosse stato svizzero, probabilmente sarebbe stato trovato in fondo a un lago dopo qualche giorno. Ma il clima è cambiato per due motivi: primo, i terroristi islamici; secondo, la crisi e i salvataggi delle banche con soldi pubblici, che costringono i governi a essere più severi nei loro confronti».

«Guarda caso, però, gli Stati Uniti hanno colpito una banca svizzera e non americana», dice Lorenzo Marconi, autore con Marco Fratini dei libri Vaffanbanka! (Rizzoli) e Vaffancrisi (quest'ultimo in libreria dal 2 settembre). «A Chiasso portano i soldi i brianzoli che non vogliono fare tanta strada. A Lugano gli altri italiani, a Zurigo i tedeschi. Ma i soldi veri, i miliardi di dollari ed euro, si nascondono a Ginevra, portati dagli sceicchi arabi».

La stretta del presidente Usa Barack Obama cade a fagiolo per il governo italiano. Dal 15 settembre, infatti, chi ha portato soldi all'estero può usufruire dello «scudo fiscale»: farli rientrare in Italia pagando il 5 per cento di multa.

«Attenti, non è illecito detenere attività all'estero», spiega il commercialista milanese Riccardo Zingales: «Non siamo più negli anni '70, quando si poteva espatriare con 500 mila lire al massimo. Però bisogna segnalare i soldi detenuti all'estero nella dichiarazione dei redditi. A parte i malavitosi e i grandi evasori, che dell'accumulo nascosto hanno fatto il loro cavallo di battaglia, ai comuni cittadini conviene riportare i soldi pagando un modico cinque per cento, perché le nuove sanzioni per chi non aderisce sono state elevate a livelli insopportabili. Insomma, chi tiene i risparmi all'estero ora rischia grosso».

L'INCUBO DELLE EX MOGLI

Gli Stati Uniti hanno dimostrato che il segreto elvetico è perforabile. Quindi la paura spingerà parecchi connazionali verso lo «scudo». Che però è il terzo della serie, dopo quelli nel 2001 e 2003 con multa del 2,5%, che fruttarono al fisco due miliardi. «Non penso che ci siano più tanti soldi da riportare indietro», prevede Scelzo. Invece il governo stima che i soldi italiani all'estero ammontino ancora a ben 500 miliardi, di cui 300 in Svizzera. Soltanto da gennaio a luglio 2009 la Guardia di finanza ha trovato tre miliardi di redditi evasi, un terzo dei quali con operazioni finanziarie verso paradisi fiscali.

Insomma, quanto incasserà questa volta l'erario, con la multa raddoppiata? Il governo stima un minimo di due miliardi. Che però, a pensarci bene, è soltanto il doppio dell'introito in tasse sull'ultimo Superenalotto.
«Certo è che chi all'estero paga ritenute minime sui guadagni dei propri fondi non trova attraente l'aliquota marginale italiana del 40 per cento. Ma forse la spinta più grossa a nascondere i soldi deriva dalle ex mogli e dai creditori: in caso di divorzio o fallimento conviene risultare nullatenenti in Italia...», sorride Marconi.

Mauro Suttora