Friday, July 13, 2012

Josefa Idem

«ALL'OTTAVA OLIMPIADE NON SONO ANCORA STANCA»

Josefa Idem, la campionessa più longeva del mondo

A PECHINO MANCÒ IL SECONDO ORO PER 4 MILLESIMI. «COSÌ ORA A 48 ANNI VOGLIO LA RIVINCITA», DICE. PER QUESTO OGNI MATTINA VA IN ACQUA ALLE OTTO CON IL MARITO ALLENATORE E SOLLEVA 120 TONNELLATE. ANCHE SE IL SUO SEGRETO STA IN UN MARE DI LIBRI

dal nostro inviato Mauro Suttora

Ravenna, 4 luglio 2012

Alle dieci del mattino ha già finito l'allenamento in acqua. Due ore allo spasimo. Tempo di tirar su la canoa. La trasporta lei, 13 chili in spalla, nell'hangar della Canottieri di Ravenna. Un'ex cava riempita d'acqua accanto al parco giochi Mirabilandia.

Signora Idem, non la aiuta nessuno? Sorride: «Cosa vuole che siano, 13 chili? Dopo, nella palestra di casa, ne solleverò 30 mila». 30 mila chili? Sono 30 tonnellate. «Sì, quattro volte ogni settimana. Totale 120 mila».

Josefa Idem. Una leggenda dello sport. Nessuna donna in tutta la storia dello sport ha collezionato otto olimpiadi. «È un record mondiale, ma non l'ho voluto io. Il merito, o la colpa, è dei giudici che a Pechino mi tolsero l'oro per soli quattro millesimi di secondo. Non lo potevo accettare. E allora eccomi qui, pronta per la rivincita a Londra».

COME I MITICI FRATELLI D'INZEO
Eguaglierà i fratelli D'Inzeo, che gareggiarono nell'equitazione da Londra 1948 a Montreal '76. Josefa invece cominciò a Los Angeles '84. Aveva 20 anni, era tedesca e vinse il bronzo di coppia. Suo padre, poliziotto severo, la battezzò così perché voleva un maschio, e voleva chiamarlo Josef. Lei detesta il suo nome, preferisce Sefi. Era andata come il padre a scuola di polizia, in caserma con la pistola.

Poi, un quarto di secolo fa, mentre si allenava a Praga con la nazionale tedesca, incontrò un allenatore di pallavolo romagnolo che era lì per seguire un corso. Non fu un colpo di fulmine. Lei era timidissima. Lui ci mise una settimana per conquistarla con le sue risate contagiose.

Oggi Sefi è una signora bellissima, dolce, colta, e vive a Santerno (Ravenna) con quell'allenatore. Guglielmo Guerrini è diventato suo marito e anche il suo tecnico personale. Santerno è famosa per avere dato il nome a una delle prime tv private d'Italia, nel '76.

Nella villona di famiglia abitano con i due figli: Janek, 17 anni, media del nove al liceo classico, e Jonas, 8. Janek, in piena rivolta adolescenziale, non ne può più dei giornalisti: quando arriviamo si trincera nella sua camera al piano di sopra. Sua madre era incinta di lui da dieci settimane quando vinse il bronzo ai Mondiali in Messico nel '95.

«MI SENTIVO UNA MADRE ORRENDA»
«Diciotto giorni dopo il parto ripresi ad allenarmi, piena di sensi di colpa. Mi sentivo una madre orrenda», ha raccontato Josefa a Giovanni Malagò e Nicoletta Melone nel libro Storie di sport, storie di donne (Rizzoli 2012). Ma sul podio per il bronzo di Atlanta '96 si riscatta: la foto con il figlio di 15 mesi appeso al collo fa il giro del mondo. «E quando a 39 anni ho avuto Jonas è stato lo stesso», sorride: un'altra medaglia (d'argento) ad Atene 2004, quindici mesi dopo il parto.

Oggi Sefi si ritrova a sfidare il tempo contro avversarie che potrebbero essere pure loro figlie sue, visto che hanno la metà dei suoi anni. Ma mentre seguiamo una sua giornata fra il bacino d'allenamento e casa, scopriamo che è dotata di calma «olimpica», e che è appassionata di libri.

Forse è questo il segreto che le permette di andare avanti a età impensabili per tutte le altre donne del mondo. «Sono una grande lettrice, dai tempi in cui divoravo i libri di Hermann Hesse. Il mio preferito? Narciso e Boccadoro. E adesso L'arte di non essere egoisti di Richard David Precht».

Ce n'è voluta, di filosofia, per accettare quel verdetto della giuria nell'agosto 2008 a Pechino. Seconda per quattro millesimi di secondo. I millesimi di secondo corrispondono a millimetri di distanza, quindi non vengono misurati in quasi nessuno sport, tranne la Formula Uno. Non nei 100 metri d'atletica, non nel nuoto. «E le piscine, a differenza dei campi di gara di canoa e canottaggio, hanno distanze fisse», ci spiega Guerrini. «Eppure anche lì gli strumenti potrebbero essere falsati da una piastrella che sporge più di un'altra quando viene toccata all'arrivo».

Insomma, doveva essere un oro ex aequo. Ma la federazione italiana non protestò. Per questo Sefi, testarda come una tedesca, continua. «Il problema è che fino al 2009 aveva tre-quattro avversarie al suo livello», dice Guerrini, «mentre improvvisamente due anni fa sono sbucate una quindicina di nuove canoiste forti, in grado di fare i 500 metri sotto il minuto e 50, quindi in zona medaglie».

TUTTO IN 2 MINUTI FRA ETON E WINDSOR
Tutto si giocherà quindi in meno di due minuti la mattina del 7 agosto a Eton, fuori Londra. Batterie e semifinali lo stesso giorno, poi il 9 agosto la finale. Sefi, grazie alla sua età e condizione di donna sposata con famiglia, è esentata dall'obbligo di risiedere nel villaggio olimpico. La famiglia salirà tutta in albergo a Windsor, e oltrepasserà il Tamigi per assistere alle gare.

Ma chi non ha visto Sefi allenarsi, la mattina alle otto nel suo bacino di Ravenna, non può capire lo sforzo che ci vuole per prepararsi a questi due minuti ogni quattro anni. Guglielmo la sfianca stando su un barchino accanto a lei, in piedi, e assieme a lui due ragazzi la filmano in ogni suo movimento. Sempre.

MISURANO I BATTITI DEL SUO CUORE
«Ora stiamo lavorando sull'acido lattico», mi dice il collaboratore di Guerrini. A questi livelli di eccellenza planetaria, le misurazioni sono scientifiche. I dati immagazzinati dalla telecamera e dai sensori vengono trasferiti sul computer di casa. E lì Guglielmo e Sefi, dopo ogni allenamento, controllano secondo dopo secondo i diagrammi con la velocità, i colpi di pagaia, i battiti del cuore.

I battiti del cuore. Il grande cuore di Sefi nel quale c'è posto per l'amore verso lo sport, ma anche verso i figli, il marito, la famiglia. E la doppia appartenenza, Italia e Germania, che in questi giorni le fa dire: «Crisi economica? La crisi c'è sempre per chi deve mantenere una famiglia di quattro persone con 1.600 euro al mese. I miei sacrifici fisici per lo sport sono poca cosa in confronto a quelli».

Mauro Suttora

Wednesday, July 11, 2012

parla Oscar Giannino

LA RICETTA LIBERISTA DEL CERVELLO DELL'ISTITUTO BRUNO LEONI

di Mauro Suttora

Oggi, 20 giugno 2012

«Lo stato non è padre e neanche padrone: è padrino!» «Vendere subito il patrimonio immobiliare statale per alleggerire debito e tasse!»

Se si googla «Oscar», subito dopo il premio del cinema e Wilde esce lui, con mezzo milione di citazioni: Oscar Fulvio Giannino da Torino. Ogni giorno alle nove del mattino e della sera (in replica) conduce un programma di successo su Radio 24, scagliandosi contro politici, stato e imposte. Lo fa stando in piedi, vestito da dandy come il suo omonimo Wilde.

Ora ha ottenuto un successo: il premier Mario Monti promette massicce dismissioni del patrimonio pubblico. Che lui invocava da mesi: «Avrebbe dovuto farlo il primo giorno di governo, invece di aspettare mezzo anno caricandoci di altre tasse».

Questa sua piccola vittoria personale ha spinto Giuseppe Cruciani, altro conduttore di Radio 24 (La zanzara), a lanciare lo slogan «Oscar for president». Scherzoso ma non troppo. Giannino infatti, che è anche editorialista di Panorama e dei quotidiani di Caltagirone (Messaggero, Mattino, Gazzettino), da vent'anni fa il giornalista: capo dell'economia al Foglio di Giuliano Ferrara e a Libero di Vittorio Feltri. Ma prima era in politica: «Mi sono iscritto al Pri a tredici anni, affascinato da Ugo La Malfa. Poi, con Spadolini, ero segretario dei giovani repubblicani. Quando i giovani facevano politica sul serio: eravamo 15 mila. Infine, portavoce del partito».

Gli altri portavoce si chiamavano Mastella, Martelli, Veltroni, e Giannino li rintuzzava ogni giorno. Con l'eloquio torrenziale ma preciso che oggi esibisce nella radio degli industriali. Dove qualcuno storce il naso: troppo aggressivo contro il governo, troppo estremista, liberista, quasi leghista.

«È una beffa della storia», dice incurante lui, «che dopo vent'anni proprio ora la Lega Nord, messa in ginocchio dal Trota, veda trionfare le proprie tesi sul Financial Times, che prevede un Euro diviso in due: quello attorno alla Germania, cui si aggrega la Padania, e quello mediterraneo per il resto d'Italia».

Giannino è uno dei cervelli più brillanti dell'Istituto Bruno Leoni, think tank libertario ma non berlusconiano. E ogni mattina demolisce quelli che definisce «miti»: «Il primo è che la colpa della crisi sarebbe di Angela Merkel. Ma i tedeschi ci hanno avvisato per anni che non avrebbero mai assunto debiti di altri Paesi. L'hanno scritto perfino nella Costituzione. Loro nel 2002-2006 hanno tagliato di sei punti spesa pubblica e tasse, alzando reddito e produttività. Sacrifici che hanno rafforzato l'export. Da noi nulla, invece. E pensare che il nostro Nordest ha una forza industriale perfino superiore alla loro».

Gli altri miti?
«Stampiamo moneta, dateci una Bce come la Fed statunitense. È una fesseria colossale, finché i mercati restano separati e senza unità politica, o almeno una politica economica comune. A meno che non si voglia un’Europa come l’Impero Romano d’Oriente, con moneta in perenne svalutazione. O come l’Italietta dopo gli anni Sessanta. Mito numero tre: è un complotto della grande finanza mondiale che specula, restituiamo alla politica il potere di battere moneta. È una teoria complottista degna di Giacobbo».

La parola magica è «crescita».
«Sì, ma sostenuta come? Estremisti keynesiani come Krugman propongono un deficit pubblico anche a doppia cifra pur di finanziarla. Ma la ricetta non è applicabile all'Italia, con debito al 120%. Il nostro Stato succhia per sé già troppe risorse. Rispetto a vent’anni fa il nostro prodotto procapite è cresciuto del 9%. Eppure il reddito procapite è sceso del 4%. Dove sono finiti, quei 13 punti che mancano nelle tasche degli italiani? Se li è pappati il signor stato, per pagare una spesa pubblica in perenne crescita, oggi oltre il 60% del Pil legale, cioè di chi le tasse le paga».

Ma l'euro è stato un affare?
«Ecco un altro luogo comune! Certo, da quando c'è l'euro ci siamo impoveriti. Ma la colpa, come ho appena spiegato, è della spesa statale. L’euro ci ha regalato 7 punti di Pil annui di minori interessi sul debito, prima che esplodesse lo spread dall’estate scorsa. Ma questi soldi hanno aumentato la spesa pubblica, invece di creare più investimenti con meno tasse. L’euro non è un bene assoluto: se i mercati restano separati e non funzionano come vasi comunicanti per costi e produttività, l’euro non può e anzi non deve reggere. Ma noi siamo il secondo Paese esportatore manifatturiero del continente, e operare a moneta unificata nel più grande mercato di consumo mondiale - l’Europa è ancora questo, non per molto - è stato un grande vantaggio per moltissime imprese».

Che fare, allora?
«L’Italia deve abbattere il suo mostruoso debito pubblico dismettendo patrimonio pubblico, e non picchiando nelle tasche dei cittadini. Tutto il mattone statale, cioè per cominciare almeno 400 miliardi, 27 punti di pil, va girato a un fondo immobiliare gestito tramite gara da privati, che lo cederanno nei tempi più adeguati al miglior realizzo. Questo fondo potrebbe emettere obbligazioni per una volta e mezzo almeno la stima del patrimonio».

È questa la ricetta per Monti?
«Sono molto deluso dal governo, che pure nel mio piccolo ho contribuito a legittimare di fronte a centinaia di migliaia di ascoltatori ogni giorno, prima della sua nascita e ai suoi primi atti. Non ha toccato la montagna stregata della pubblica amministrazione. Che pena questi “tecnici” che presentano come gran cosa tagliare 4 miliardi su 700 di spesa pubblica, cioè lo 0,57%, quando decine di migliaia di imprese italiane affrontano crisi in cui si taglia anche il 25-30% di costi da un anno all’altro».

Cosa devono fare, invece?
«Abbattere il debito con le cessioni pubbliche, ma nel frattempo tagliare anche la spesa per un equilibrio di entrate a un livello ben più basso di quello immaginato da Monti con la manovra triennale. Risparmiare in tre anni di impegno pancia a terra 6-7 punti di pil di spesa improduttiva, da tradurre a parità di saldi in abbattimenti fiscali per lavoro e impresa. In ballo c’è la sopravvivenza economica dell’impresa e del lavoro italiani. Con uno Stato molto più magro, e perciò costretto a diventare più efficiente».
Mauro Suttora

Wednesday, June 13, 2012

Alessandra Sensini, regina del windsurf

VISITA ALLA CAMPIONESSA OLIMPIONICA

dal nostro inviato Mauro Suttora

Marina di Grosseto, giugno 2012

È arrivato il vento. Si è alzato proprio durante la mezz’ora in cui Alessandra è arrivata da casa. E lei è felice. È felice solo quando c’è il vento: «Quante medaglie ho perso perché ne soffiava poco...».

Alessandra Sensini, la regina del windsurf mondiale. La velista che ha vinto di più nella storia, in cinque Olimpiadi: un oro, un argento, due bronzi. Più dieci campionati mondiali e 21 italiani.

Ora volteggia con la sua tavola magica davanti alla spiaggia di Marina di Grosseto. Ci ha installato sopra una minuscola Nilox Foolish Action Cam per filmarsi. È come le “cameracar” della Formula Uno, ma più impermeabile. Video strepitosi (guardate qui a destra un fermo immagine). Uno ve lo mostriamo sul nostro sito www.oggi.it.

Gareggiano a 4 ore d’auto da Londra

«Nell’articolo potete scrivere il nome completo della camera?», ci chiede Alessandra. Certo che no: la deontologia professionale impedisce ai giornalisti la pubblicità occulta. Ma certo che sì per uno sport povero qual è la vela, con i numeri uno mondiali come Alessandra che prima di andare in acqua si chinano ad appiccicare di persona sulla vela l’adesivo dello sponsor Kinder. Lontani dai miliardi di calcio e auto. Vicini all’antico ideale olimpico dello sport puro.

«Siamo la disciplina con le gare più lunghe», dice Alessandra, «undici regate da 40 minuti l’una in nove giorni. Totale: sette ore e mezzo, altro che la maratona!»

Per di più i velisti durante le Olimpiadi sono confinati in località marine lontanissime dal villaggio olimpico e dal centro di tutto, per cui non godono neanche dell’atmosfera dell’evento sportivo più importante del mondo. Quest’anno saranno a Weymouth, quattro ore d’auto da Londra.

Altro handicap: rispetto ad altri sport come nuoto o scherma, nella vela si gareggia in una sola disciplina, senza «distanze» diverse e senza tornei. Quindi tutto si gioca per una medaglia unica, senza la possibilità di vincerne altre a squadre o in staffetta o in distanze “contigue”: per esempio 100, 200, 400 e 800 metri, come nel nuoto o nell’atletica leggera.

A completare l’amarezza per il windsurf, un mese fa è arrivata la decisione del Cio (Comitato olimpico internazionale): nei prossimi giochi di Rio la tavola a vela sarà sostituita dal kitesurf.

Ultima chance per le tre “nonne”

Poco male per Alessandra: quella di Londra sarà la sua ultima Olimpiade, la sesta. Ha 42 anni ed è già considerata una nonna dalle rivali, che non vedono l’ora che lei si ritiri per riuscire a vincere qualcosa. C’è la polacca, la spagnola, l’israeliana. «E quella cinese lungagnona, la Yin Jian, che mi ha soffiato l’oro a Pechino solo perché c’era poco vento», ricorda la Sensini. «Però mi dispiace per il windsurf, spero che cambino la decisione di cancellarlo».

Lei, la canoista Josefa Idem e la portabandiera Valentina Vezzali: le tre «vecchie» dello sport italiano che continuano a vincere. La domanda è ovvia: chi glielo fa fare?

«Me lo sono chiesta anch’io dopo Atene 2004 e Pechino», sorride Alessandra, «ogni volta mi sento esausta. Ma dopo qualche mese mi torna la voglia. Riprendo ad allenarmi, provo a gareggiare, vinco ancora. E allora, perché smettere?».

Siamo nel giardino della sua casa a Grosseto. «Scusatemi per il disordine, sono quasi sempre via». In realtà questa è la grande casa di famiglia che adesso, dopo la morte dei genitori, è stata divisa in quattro fra lei e le tre sorelle.

«Non ho mai avuto relazioni lunghe»

Le gemelle Irene ed Eleonora, la maggiore Paola, simpatiche e piene di energia come lei, con mariti e figli: è questa la grande famiglia Sensini che la accompagna alle Olimpiadi, le dà forza e gestisce i due negozi di famiglia a Grosseto.

E mariti, fidanzati? «Non ho mai avuto relazioni lunghe. Sono un tipo difficile, starmi vicino non è semplice», ammette. «Sono lunatica, concentrata su me stessa e quello che faccio. Devo allenarmi ogni giorno, ho una vita rigida e alla fine questa rigidità si trasferisce anche a te stessa».

Ma ogni tanto avrà degli spazi tutti suoi. «Mica tanto. A parte le gare che mi portano spesso in giro per il mondo, con viaggi lunghissimi, la routine quotidiana è fatta di tanti allenamenti. A terra e in acqua, tre ore al mattino, tre al pomeriggio. Palestra, bici, nuoto, vogatore...».

Potrebbe fare il triathlon. «Ecco, ci manca solo quello. Il problema è che non sono capace di staccare la spina. Sport, sesso e fidanzati nella mia vita non sono mai andati troppo d’accordo. Infatti tutte le volte che ho avuto un fidanzato, la relazione è finita alla vigilia delle Olimpiadi».

«Sesso a cinque cerchi? leggende»

E i colleghi atleti maschi? «Nel mondo delle regate ormai hanno tutti in media 15 anni meno di me. E certe leggende olimpiche su sesso e promiscuità mi hanno sempre lasciata perplessa. Quando leggo che sono stati distributi migliaia di preservativi mi domando: ma a chi? Io tutto questo sesso non l’ho mai visto, nelle cinque edizioni cui ho partecipato».
Mauro Suttora

Wednesday, June 06, 2012

parla Sabina Ciuffini

W IL QUALUNQUISMO: GRILLO È COME MIO NONNO GUGLIELMO GIANNINI

di Mauro Suttora

Oggi, 30 maggio 2012

Gran successo per Sabina Ciuffini, già valletta di Rischiatutto, in una puntata di Porta a Porta su Grillo. Si è battuta come una leonessa contro Giuliano Ferrara che criticava le idee del comico. E ora è diventata un’eroina del Movimento 5 Stelle, con la sua performance assai cliccata su internet.

Signora Ciuffini, si candiderà nelle liste di Grillo? 
«Guardi, ho 62 anni e mi sono già presa tutte le soddisfazioni dalla vita. Anzi, direi che il mio Narciso è stato esageratamente compiaciuto. Come dice il proverbio: “Chi bene ha vissuto, bene si è nascosto”. Non sono una coraggiosa, altrimenti in passato avrei sollevato scandali, e non l’ho fatto. Sono solo una qualunque zia che vuole essere “servita” meglio dai politici che ci amministrano».

Ferrara sostiene che la politica spacciata come “servizio” è un’ipocrisia democristiana. Che la politica in realtà è sempre lotta per il potere, o conflitto fra diverse idee di organizzazione della società.
«Ho riflettuto su quel che ha detto Ferrara a Porta a Porta. Lui fa il “realista”. Ma anch’io faccio un ragionamento empirico. Mi baso sull’esperienza degli ultimi 30-40 anni. E, come tutti, vedo il disastro provocato dalla maggior parte dei nostri politici per malafede, incapacità e tradimento di ogni regola di amministrazione. Per Ferrara sono “sciocchezze”. Io invece voglio che tutto cambi».

Quindi, Grillo?
«Lui si espone da anni, dicendo cose semplici: a casa i bastardi, rispetto per chi lavora bene, largo a uomini e donne di buona volontà».

Come lei.
«Ci sono dieci milioni di sessantenni in Italia. Possiamo metterci insieme, senza fare quella trafila del veleno che è la carriera politica. Che ci annoia: non occorre perdere tempo in eterni dibattiti, quel che c'è da fare è davanti agli occhi di tutti. A me piacerebbe guardare anche oltre Grillo, ai giovani, alle donne».

Che sono meglio degli uomini?
«Mai stata femminista. Però credevo nell’indipendenza economica, e a vent’anni mi sono guadagnata il primo stipendio a Rischiatutto. Ringrazio Mike Bongiorno, ma anche il dirigente Rai Bruno Voglino che mi scelse come valletta dicendo: “Prendiamo questa, che sorride”. Non gli passava per la testa di andare a letto con le show-girl».

Invece adesso...
«Per il sito che ho aperto dall’8 marzo, www.unaqualunque.it, abbiamo bisogno di tutte le donne. Anche delle stronze, delle cattive, delle zoccole...»

Sta scherzando.
«Ho chiamato “unaqualunque” il sito in omaggio a mio nonno Guglielmo Giannini, che nel 1945 fondò il partito dell’Uomo qualunque. Non voglio resuscitare la parola “qualunquismo”. Voglio solo farla riposare in pace, senza considerarla più un insulto».

Grillo è qualunquista?
«Perché dice che tutti i politici sono uguali? È un'affermazione dimostrata dal libro La Casta, ormai cinque anni fa. Il qualunquismo non è antipolitica, Grillo e mio nonno non sono populisti né capipopolo. Alla fine del fascismo mio nonno scrisse: “Non siamo più sudditi ma sovrani, quindi esigiamo un ‘servizio’ onesto e decente dai politici che eleggiamo. I parlamentari sono alle nostre dipendenze, da noi prendono uno stipendio e quindi a noi devono rendere conto del loro operato».

Come ricorda suo nonno?
«Come in queste foto che pubblicaste nel 1959: affettuoso con i nipotini. Pochi mesi dopo morì, a 69 anni, amareggiato per gli attacchi che ebbe a causa della sua avventura politica. Eppure a casa nostra passavano De Gasperi, Togliatti, Andreotti, che allora era giovane e anche carino. Ricordo la sera della prima di una delle sue 120 commedie, Lo schiavo impazzito, al teatro Sistina, che poi divenne un film tv. Era un uomo brillante, napoletano con madre irlandese, autodidatta, sapeva dieci lingue».

Nel 1945-’46 raccolse molti voti fascisti, che poi confluirono in Dc e Msi.
«Lui non ebbe mai la tessera del partito fascista. Si diede alla politica dopo aver perso un figlio in guerra. Come idee, lo vedo più di sinistra che di destra». 
Mauro Suttora

Ecco cosa vuole Grillo

I SONDAGGI LO DANNO ADDIRITTURA AL 30 PER CENTO. POTREBBE GOVERNARE? ECCO CHE COSA FAREBBE

di Mauro Suttora

Oggi, 30 maggio 2012

Potrebbe arrivare al 30 per cento, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. È questo il clamoroso risultato dell'ultimo sondaggio di Renato Mannheimer. Anche se gli altri sondaggiati (63 su cento) non pensano che il movimento sarà capace di governare. In ogni caso, a pochi mesi dal voto politico 2013, è Grillo la grande novità della politica italiana. Nell'attesa di un terremoto elettorale come quello di vent'anni fa dopo Tangentopoli, ogni sua mossa viene analizzata, ogni parola soppesata.
Lui non va ai talk show, non si fa intervistare da giornalisti italiani, soltanto la tv Euronews è riuscita a farlo dopo la vittoria di Parma del 20 maggio (60 per cento al suo sindaco Federico Pizzarotti).
Ma cosa succederebbe, in concreto, se il movimento di Grillo governasse? Ecco le sue principali proposte.

STATO LEGGERO. «L’organizzazione attuale dello Stato è burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente»: così inizia il programma di Grillo. Che quindi potrebbe sostenere i tagli agli sprechi appena annunciati dal ministro Piero Giarda: cento miliardi di spesa pubblica subito, 300 sul medio periodo. Senza nuove tasse, che per i 5 Stelle «strangolano l'economia». E introducendo invece «nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza intermediari».

SALARIO MINIMO GARANTITO. Sul lato della spesa, una proposta di sinistra: sussidio per ogni disoccupato, e non solo per i cassintegrati. Non è specificata l'entità: 500 o 1000 euro al mese? In ogni caso, si passerebbe a quel welfare «universale» garantito solo nei ricchi Paesi nordeuropei, promesso dalla ministra Elsa Fornero ma non attuato per mancanza di fondi.

LIBERALIZZAZIONI. Memore delle sue battaglie contro Telecom di dieci anni fa, Grillo chiede «l'abolizione dei monopoli: Telecom, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset, Ferrovie». Sintonia quindi con Luca Montezemolo e il suo nuovo treno privato Italo? Le altre misure fanno venire l'orticaria ai «poteri forti» dell'economia privata: class action, no a scatole cinesi in Borsa, cariche multiple per i consiglieri d'amministrazione, incroci azionari banche-industrie, stock option per i manager. Tetto agli stipendi dei dirigenti, aumento poteri dei piccoli azionisti, banche responsabili per le perdite dei risparmiatori.

NO A PRECARIATO E DELOCALIZZAZIONE. I 5 Stelle sono drastici: «Abolire la legge Biagi». Vogliono anche «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con prevalente mercato interno». Come vietare i trasferimenti all'estero degli impianti? Non è specificato. Ma certo la Parmalat finita ai francesi tornerà nel mirino di Grillo, se non userà i propri capitali per investimenti in Italia.

ADDIO RAI. «Vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici». Ne rimarrebbe «uno solo, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti».

ADDIO MEDIASET. Anche le tv di Berlusconi scomparirebbero: «nessuna tv nazionale può essere posseduta a maggioranza da privati, l’azionariato deve essere diffuso con limite del 10%». E le frequenze tv che imbarazzano il ministro Corrado Passera? «Assegnate con asta pubblica ogni cinque anni».

GIORNALI. «L’informazione è uno dei fondamenti della democrazia. È alla base di qualunque altra area di interesse sociale. Se è controllata da pochi, si manifestano derive antidemocratiche. Il cittadino disinformato non può decidere, assume un ruolo di consumatore e di elettore passivo». Le proposte: internet gratis per tutti, niente contributi statali ai giornali, nessun quotidiano nazionale posseduto a maggioranza da privati, azionariato diffuso sotto il 10%, niente banche ed enti pubblici nelle società editoriali.

TAGLI ALLA POLITICA. Abolizione province e comuni sotto i 5 mila abitanti, limite di due mandati per ogni carica pubblica, diminuzione stipendi. Referendum anche propositivi senza quorum.

ECOLOGIA. Risparmi sui consumi, fonti rinnovabili, raccolta differenziata della spazzatura, no agli inceneritori, piste ciclabili, potenziare mezzi pubblici, no Tav. Le municipalizzate devono restare pubbliche, rispettando i referendum sull'acqua dell'anno scorso.

POLITICA ESTERA. No alle basi Usa in Italia.

Mauro Suttora

Wednesday, May 30, 2012

Elisa Di Francisca

RITRATTO DELLA FIORETTISTA ITALIANA, CHE VUOLE L'ORO ALLE OLIMPIADI DI LONDRA

di Mauro Suttora, inviato a Jesi (Ancona)

Oggi, 23 maggio 2012

Arriva all’intervista con un’ora di ritardo, in quello che gli jesini chiamano pomposamente Palascherma, ma che è poco più di una palestra. Però il suo sorriso è così splendente che si fa perdonare subito. «Sia puntuale almeno a Londra, con gli inglesi», le diciamo.

I suoi allenatori impazziscono. Perché Elisa Di Francisca è l’indisciplina in persona. Una volta a New York scomparve: «Ero solo andata in un museo dopo le gare, non ce la facevo più a stare solo in aeroporti, alberghi e palasport. Giriamo il mondo, ma non vediamo nulla».

Sono agli antipodi

Anche in questo Elisa è agli antipodi di Valentina Vezzali, la sua grande rivale. Tanto lei è impulsiva e irrequieta, tanto la Vezzali è rigorosa e determinata. «Vabbè, ma lei ha otto anni più di me, è sposata, ha famiglia. Non ci frequentiamo e non siamo amiche, ma non per antipatia. È una questione d’età, è proprio un’altra generazione».

Eppure ogni giorno entrambe vengono ad allenarsi qua, con il maestro Stefano Cerioni. E prima della Vezzali con i suoi 28 ori c’era Giovanna Trillini, otto medaglie in cinque Olimpiadi. Tre galline d’oro in un solo, minuscolo pollaio.

Cosa c’è nell’aria di Jesi che produce campionesse di fioretto a getto continuo? Solo 40 mila abitanti, sarebbe come se Mazzola, Rivera e Riva fossero nati tutti nello stesso paese. Naturalmente è arrivata una delegazione di cinesi per studiare il fenomeno. Sono ripartiti in silenzio.

«Chennesò, chevvedevodì?», ride Elisa, «forse il segreto è un buon maestro. Prima di Cerioni, pure lui due ori olimpici, c’era Ezio Triccoli. Per me c’è stato anche l’esempio di Giovanna e Valentina».

Padre siciliano, spirito bollente

O forse è il vino: verdicchio dei colli di Jesi, che su fino ad Arcevia sembrano ancora fare da sfondo ai quadri di Raffaello. Lei, la Di Francisca, ha padre siciliano e quindi sangue caldo. La sera va a ballare con gli amici al Noir, beve, ha un fidanzato con cui litiga, ai giornalisti dice che il sesso prima delle gare fa bene.

Tutto il contrario di quel clima allucinante, quasi da lager, che circonda altri sport, con atleti strappati adolescenti alle famiglie e in perenne ritiro mistico/monastico, con tanto di tabelle, diete, regole, divieti, psicologi, sponsor, agenti, manager, allenamenti opprimenti...

La Dieta a punti Elisa la segue, pesa 60 chili per 1 e 77 di altezza, 13 centimetri più di Valentina e 10 più di Margherita Granbassi, la fiorettista «bella» che dopo l’oro a squadre a Pechino è finita in tv a ballare sotto le stelle e con Santoro.

E tu, Elisa, stai per compiere 30 anni. Che farai da grande? «Metto su famiglia». Ma se con i fidanzati passi il tempo a litigare... «Perché finché faccio scherma è difficile conciliare le cose, so’ sempre via, un giorno a Budapest, l’altro a Shanghai, manco lo so io dove sono. E per fortuna che la scherma non è importante come il calcio, almeno posso camminare tranquilla per strada, senza che me fermano».

«Meglio la scherma dei soldi»

Per diventare famosa (e guadagnare) come la Pellegrini devi trovarti un fidanzato famoso col quale commettere turbolenze. «Ma a me va bene così, è mejo che la scherma non è importante, così non si perde il valore dello sport».

Di nuovo in finale con Valentina, il 28 luglio? «Speriamo. Basta che vinca io, però. E lo farò anche nel ricordo dell’amica Silvia Pierucci, fiorettista, arbitro e psicologa della nazionale».
In quei nove minuti di assalti le due nostre campionesse si giocheranno tutto: quattro anni di lavoro, il primo oro olimpico per Elisa. O l’ultimo per Valentina.
Mauro Suttora

Cassino: ecco chi la sacrificò

IL VERO MOTIVO DELLA BATTAGLIA CHE DISTRUSSE L'ABBAZIA:
Gli alleati volevano tenere i tedeschi lontani dalla Francia. Così assediarono per otto mesi il monastero. Ora un documentario su History svela cosa accadde e perché

di Mauro Suttora

Oggi, 23 maggio 2012

È stata una delle battaglie più lunghe della storia: quasi nove mesi. E fra le più sanguinose: 50 mila soldati alleati morti, 20 mila tedeschi e migliaia di civili italiani. Il primo spaventoso bombardamento angloamericano su Cassino (Frosinone) avvenne appena due giorni dopo l’illusione che con l’armistizio la guerra fosse finita: il 10 settembre 1943. Ma la cittadina e la sovrastante abbazia, fondata da San Benedetto nel 529, furono liberate soltanto il 18 maggio ’44.

Perché ci volle così tanto tempo? Il documentario Cassino, 9 mesi all’inferno, in onda su History (canale 407 di Sky) venerdì 25 maggio alle 21, rivela che la vera strategia alleata non era vincere presto, ma combattere a lungo. Grazie a documenti e testimonianze inedite, il regista Fabio Toncelli ha ricostruito i retroscena politico-militari della campagna anglo-americana in Italia nell’inverno 1943-44, i drammatici errori dei comandi, e le reciproche diffidenze nello schieramento alleato.

Cassino si trovava proprio sulla Linea Gustav che tagliava l’Italia in due fra il Tirreno (foce del Garigliano) e l’Adriatico (all’altezza di Ortona, in provincia di Chieti). Questa linea di fortificazioni era stata costruita dai nazisti dopo il «tradimento» dell’Italia non più fascista, guidata dal maresciallo Pietro Badoglio. Le truppe tedesche la scelsero come fronte di resistenza dopo lo sbarco alleato a Salerno, nel settembre ’43, perché era il punto più stretto della penisola italiana. Ma soprattutto perché l’abbazia di Montecassino controllava da un’altura la principale via d’accesso a Roma, con la statale Casilina.

Sacrificarsi per la Normandia

In attesa dello sbarco in Francia, il compito assegnato agli alleati in Italia era tenere impegnata la macchina bellica nazista, a qualunque costo e il più a lungo possibile. E questo segnò il destino di Cassino.

Dall’attacco a Monte Lungo a quello al fiume Rapido, fino al bombardamento del monastero, fu un susseguirsi di operazioni militari definite dagli stessi protagonisti “suicide”, e spesso basate su presupposti errati.
I documenti d’archivio con le clamorose dichiarazioni del premier britannico Winston Churchill e del generale Dwight Eisenhower, comandante delle truppe statunitensi in Europa, fanno capire le vere finalità della campagna di Cassino. Sono confermate dalle testimonianze dei soldati e dai racconti dei civili, ormai ottantenni.

La linea Gustav a Cassino era imprendibile. Già negli ultimi mesi del ’43 gli alleati avevano capito che, nonostante i bombardamenti, era impossibile sfondare in quella parte del fronte. I tedeschi erano ben piazzati sulle alture, anche se non si erano installati dentro l’abbazia.

Il generale francese Alphonse Juin, che comandava le truppe francesi composte in gran parte da arabi delle colonie (i «marocchini» diventati poi tristemente famosi per la libertà di stupro loro concessa, come mostra il film La Ciociara con Sophia Loren), lanciò quindi i suoi a dicembre in una spedizione di aggiramento all’interno, sulle Mainarde. Riuscirono a creare un varco, ma poi gli alleati non insistettero.

Perché? In realtà, quel che volevano Churchill ed Eisenhower, svanita la speranza di una veloce liberazione dell’Italia, era impegnare il maggior numero possibile di divisioni naziste nella nostra penisola. Obiettivo: distoglierle il più a lungo possibile dal già previsto sbarco in Francia. Indecisi inizialmente fra il Mediterraneo e la Normandia, alla fine gli alleati optarono per quest’ultima.

In quei mesi eroici e convulsi soltanto Churchill aveva capito il vero problema della guerra. Che non era più vincere i tedeschi, ma contenere la futura minaccia sovietica. Il premier britannico avrebbe fatto di tutto per impedire che Stalin si impadronisse di metà Europa, come poi accadde. Di qui le trattative segrete con Benito Mussolini per una pace separata con Salò: se il Duce avesse convinto Adolf Hitler a ritirare le sue truppe dall’Italia, i nazisti le avrebbero inviate sul fronte orientale, rallentando l’avanzata russa. E gli alleati avrebbero potuto egualmente sbarcare in Francia.

Carneficina anche ad Anzio

È nel quadro di queste strategie, e nel timore che i tedeschi riuscissero ad arrivare alla bomba atomica prima degli americani, che si spiega lo stallo di Cassino.

Il generale Mark Clark, comandante delle truppe statunitensi in Italia, mordeva invece il freno. Voleva passare alla storia come il liberatore di Roma, e per questo sbarcò ad Anzio nel gennaio ’44, alle spalle di Cassino. Si era quindi stabilita una testa di ponte a soli 50 km dalla capitale, aggirando ancora un volta la linea Gustav. Niente da fare. Nonostante la via verso Roma fosse libera e raggiungibile in poche ore, le truppe da sbarco alleate preferirono consolidare le loro posizioni. Così i tedeschi ebbero il tempo di riorganizzarsi, di contrattaccare, e fu una carneficina.

Dovettero passare altri quattro mesi fino alla liberazione della capitale, il 4 giugno 1944. Nel frattempo, ci andò di mezzo anche l’abbazia. Che, in quanto territorio neutrale (apparteneva giuridicamente allo Stato della Città del Vaticano), non poteva essere bombardata dagli alleati, i quali detenevano il dominio dell’aria.

Ma i nazisti ne approfittarono: stiparono a pochi metri dalle mura esterne enormi depositi di munizioni. Gli angloamericani sostenevano che erano anche entrati nell’abbazia, e da lì bersagliavano gli assedianti. Non era così, e nella guerra della propaganda i tedeschi nei mesi seguenti usarono le foto dell’abbazia distrutta come esempio di una pretesa «barbarie» degli alleati.

In ogni caso, nel maggio ’44 tutto è pronto per lo sbarco segreto in Normandia. Churchill ed Eisenhower non hanno più bisogno di tenere impegnate le otto divisioni tedesche in Italia, per paura che ripieghino in Francia. Danno quindi il via libera a Clark. E, ancora una volta, la Linea Gustav viene aggirata dai francesi, questa volta sui monti Aurunci.
Mauro Suttora

La frana della Lega Nord

DOPO LE RIVELAZIONI DI 'OGGI', LA BATOSTA AL VOTO

di Mauro Suttora

Oggi, 21 maggio 2012

Il 9 aprile, Pasquetta, le agenzie di stampa annunciano l’intervista di Oggi ad Alessandro Marmello, autista di Renzo Bossi («Trota»): «Al figlio di Umberto passo contanti ritirati dalle casse della Lega a mio nome». Quattro video confermano l’accusa. Dopo poche ore Renzo Bossi si dimette da consigliere regionale della Lombardia.

Inizia così la frana della famiglia Bossi e della Lega Nord. Un mese dopo, arriva l’avviso di garanzia per appropriazione indebita di finanziamento pubblico a Umberto, Renzo e l’altro fratello, Riccardo. Ai quali, si scopre, il tesoriere della Lega Francesco Belsito pagava uno «stipendio» di 5 mila euro al mese, oltre ad avere acquistato lauree in Albania per Renzo e per la guardia del corpo di Rosi Mauro, tuttora vicepresidente del Senato, già fedelissima di Bossi ma ora espulsa dalla Lega. Belsito è indagato per truffa e riciclaggio: aveva investito in oro e diamanti parte dei rimborsi elettorali, finiti anche a Cipro e in Tanzania. Rapporti sospetti perfino con la ‘ndrangheta.

Il voto del 6 e 20 maggio ha punito la Lega. Unico sindaco eletto al primo turno quello di Verona, Flavio Tosi. Risultati pessimi nelle ex roccaforti: 5% a Belluno, 6 ad Alessandria, 7 a Monza, 8 a Como. Leghisti battuti perfino a Cassano Magnago (Varese), dov’è nato Umberto Bossi, e a Mozzo (Bergamo), dove vive l’ex ministro Roberto Calderoli. Il quale per ora guida il partito assieme a Manuela Dal Lago e a Roberto Maroni. Quest’ultimo sarà eletto segretario unico nel congresso alla fine di giugno.

Per la Lega sarà dura riconquistare il 12% delle regionali 2010, e il 35% in Veneto. Regione, quest’ultima, guidata dal leghista Luca Zaia, così come il Piemonte è in mano a Roberto Cota. Ma dopo la rottura con il Pdl e l’opposizione al governo Monti, tutti i giochi sono aperti.
m.s.

Friday, May 25, 2012

il cerchio magico di Grillo

Movimento spontaneo di cittadini? Piano. Dietro al boom del Movimento 5 stelle c’è un’attenta strategia di marketing. E un “Richelieu”

di Mauro Suttora

Oggi, 16 maggio 2012

Il “Richelieu” di Beppe Grillo si chiama Gianroberto Casaleggio: possiede una società di marketing e strategie informatiche che gli cura il sito web. Non solo: i capilista alle elezioni sono stati selezionati dopo colloqui di ore nella sede milanese della società.

● Quindi, se i 5 stelle confermeranno l’exploit elettorale alle politiche fra un anno, le centinaia di nuovi e sconosciuti eletti non saranno stati scelti per caso, ma saranno il frutto di un’attenta regia.

● Casaleggio compare raramente in pubblico, ma è il principale consulente di Grillo. Ex di Egg Web, quando la società informatica di Telecom viene venduta nel 2004 Casaleggio si mette in proprio. Suoi collaboratori sono Enrico Sassoon, ex giornalista del Sole 24 Ore e direttore della Harvard Business Review, il figlio Davide, gli ingegneri Luca Eleuteri e Mario Bucchich. Nello stesso anno Casaleggio va da Grillo e riesce a entusiasmarlo sulle prospettive della rete.

● Fino a due anni fa la sua società curava anche il sito di Di Pietro (per 700 mila euro l’anno), oggi lavora in esclusiva con i 5 stelle.

● È prevedibile che nei prossimi mesi ci sarà un assedio al carro del vincitore, con tanti arrivisti che cercheranno di farsi eleggere con Grillo. Sarà compito di Casaleggio evitare infortuni come quelli di Scilipoti e De Gregorio, eletti deputati da Di Pietro prima di passare con Berlusconi.

Mauro Suttora

Friday, May 18, 2012

Pio XI assassinato dal padre di Claretta?

Un 'buco' nel diario della Petacci riaccende i sospetti sul medico del pontefice. Dall'agenda dell'amante di Mussolini qualcuno ha strappato le pagine dal 5 al 12 febbraio 1939, e il pontefice morì il 10. Sul tavolo del Papa era pronta l'enciclica contro l'antisemitismo

di Mauro Suttora

Sette (Corriere della Sera), 18 maggio 2012

Papa Pio XI morì veramente d'infarto, o fu ucciso? Qualcuno lo sospettò subito, dopo che all’alba del 10 febbraio 1939 Achille Ratti mancò all'improvviso. Certo, era un 82enne cardiopatico. Ma proprio il giorno seguente avrebbe dovuto pronunciare un discorso per il decennale del Concordato. E molti si aspettavano che avrebbe condannato le dittature nazista e fascista, dopo le roventi polemiche dei mesi precedenti sulle leggi razziali.
La scomparsa del pontefice - che aveva sul tavolo di lavoro anche la bozza di un'enciclica contro l'antisemitismo poi accantonata dal successore, Pio XII - fu provvidenziale per entrambi i regimi.

Vent'anni dopo papa Giovanni XXIII fece pubblicare solo in parte la bozza di quel discorso, in cui Benito Mussolini e Adolf Hitler venivano paragonati a Nerone. Nel 1972 il cardinale Eugène Tisserant, in un memoriale a lui attribuito, avrebbe affermato riguardo alla morte di Pio XI: "Lo hanno eliminato, lo hanno assassinato". E indicò anche la mano che, se non causò direttamente il decesso, almeno lo favorì o affrettò: quella del medico personale Francesco Saverio Petacci, padre dell'amante di Mussolini Claretta. Ipotesi incredibile, e ritenuta tuttavia plausibile dallo storico Piero Melograni, che ha studiato a fondo quel periodo: «Petacci era un personaggio ricattabile da parte del regime».

Si sperava che i diari di Claretta Petacci, sicuramente autentici e desecretati dall’Archivio centrale dello Stato settant'anni dopo la loro redazione, avrebbero gettato qualche luce in più sul mistero. Al contrario: dall'agenda 1939 qualcuno ha eliminato proprio le pagine su quei giorni di febbraio. Dopo avere controllato la copia originale, conservata negli uffici dell’Eur, abbiamo scoperto una settimana di buco: dal 5 al 12 febbraio. Dal diario sono state chiaramente sottratte una o più pagine.

La prova? Claretta non scriveva tutti i giorni, ma quando lo faceva terminava sempre il racconto della giornata. Invece, come si può vedere, il foglio del 5 febbraio s’interrompe bruscamente, nel mezzo di una frase ("Legge i biglietti e si inquieta per una cosa che segna. Poi dice: questi sanno..."). E riprende il 12 febbraio come se nulla fosse, con Mussolini che alle nove e tre quarti telefona a Claretta parlando della salma del papa che vuole andare ad omaggiare a San Pietro: “Vado con mia moglie. È bene anche per il mondo che lo faccia. Ma non farò tardi”. Quindi chi ha strappato i fogli ha lasciato involontariamente traccia della clamorosa manomissione.

Nei diari il duce parla di tutto con l’amante, anche di delicati argomenti politici. È sincero, si lascia andare come non fa neppure a casa propria. E lei riporta fedelmente, quasi maniacalmente, ogni sua frase.
Nelle settimane precedenti il dittatore si era scagliato più volte contro Pio XI, definendolo addirittura "una calamità, nefasto per la religione: peggio di questo papa in questo periodo non poteva capitare [...] Tu non sai il male che fa alla Chiesa. Fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e [ora] siamo come loro. Abbiamo lo stesso sangue! Ah! Credi, è nefasto" (8 ottobre '38).
E il giorno dopo, ancora più chiaro: "Porci ebrei, li ucciderò tutti". Anche Galeazzo Ciano nel suo diario scrive che Mussolini il 14 dicembre 1938 ebbe uno scatto d’ira contro il papa, di cui si augurò la morte.

Ma è possibile che Mussolini abbia fatto sopprimere Pio XI tramite il dottor Petacci? Quel che è quasi impossibile, è che nei diari di Claretta non si accenni mai alla vicenda. Soprattutto dati il ruolo di archiatra pontificio ricoperto dal padre e la familiarità che si era instaurata con Mussolini, al quale a sua volta Claretta raccontava le proprie vicende domestiche. Il duce s’interessava a Petacci, lo faceva scrivere sul Messaggero, voleva nominarlo senatore.

L’eliminazione delle pagine scottanti è quindi sicura. Difficile invece stabilire quando avvenne: prima che Claretta in fuga dal lago di Garda nell’aprile ‘45 consegnasse i diari all’amica contessa Rina Cervis? O dopo che furono ritrovati dai carabinieri, cinque anni più tardi, sotterrati nel giardino della contessa a Gardone (Brescia)?

E chi li purgò dei fogli ritenuti imbarazzanti? Claretta stessa, oppure le autorità italiane, oppure i servizi segreti alleati (americano, inglese), ai quali erano stati fatti leggere prima di seppellirli di nuovo per sette decenni nell’Archivio romano in nome della privacy.

L’unico e ultimo erede Petacci è il 70enne Ferdinando, figlio di Marcello (il fratello di Claretta ucciso a Dongo). Vive in Arizona e difende la memoria del nonno: “Perché avrebbe dovuto uccidere un amico che curava da quand’era cardinale, e che per lui era una gallina dalle uova d'oro, la massima referenza? Per fare un favore a Mussolini?”.
Mauro Suttora

Wednesday, May 16, 2012

Olimpiadi Londra: -70 giorni

Londra, 6 maggio 2012

dall'inviato Mauro Suttora

Mancano dieci settimane alle Olimpiadi di Londra, ma con puntualità ed efficienza britanniche tutto è già pronto. Così, per la prima volta lo scorso fine settimana i principali impianti sono stati aperti: lo stadio dell’atletica per i campionati universitari britannici, quello della pallanuoto per un quadrangolare femminile Gran Bretagna-Stati Uniti-Australia-Ungheria (le squadre si riaffronteranno dal 28 luglio, con l’Italia fra le favorite), e poi tennis, tiro con l’arco e hockey.

Arriviamo al parco olimpico di Stratford (comune della Grande Londra a dieci km. dal centro) in sei minuti dalla stazione di St. Pancras con il treno veloce Javelin costruito apposta, che poi prosegue per Canterbury e Dover. Ci sono anche due linee di metropolitana.

Centro commerciale annesso

Migliaia di londinesi si riversano con disciplinata allegria negli stadi. Per raggiungerli bisogna passare attraverso un nuovo centro commerciale: un modo per rientrare nei costi, già aumentati da nove a 14 miliardi.

Abbiamo sperimentato per primi sabato i controlli ai cancelli della zona olimpica: simili a quelli degli aeroporti, anche qui non si possono introdurre liquidi. Al varco ci imbattiamo per caso in Sir Sebastian Coe, indimenticabile medaglia d’oro del mezzofondo a Mosca 1980 e Los Angeles ‘84, poi datosi alla politica (conservatore), nominato Lord e oggi capo del Comitato organizzatore.

In Italia arriverebbe in auto blu, scortato da gorilla. Qui si aggira a piedi con la tessera di riconoscimento al collo come tutti, con su scritto «guest» (ospite) e solo dopo la specificazione «chairman» (presidente). Accetta sorridente di fermarsi per una foto, parla italiano.

Fra gli eventi collaterali c’è il sorteggio dei gironi di pallanuoto. In quella maschile gli italiani campioni del mondo sono testa di serie con i serbi. Accompagniamo alla cerimonia Sandro Campagna, ct della nazionale. È presente il gotha degli sport acquatici mondiali: tutti i dirigenti dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina al presidente della federazione internazionale Julio Maglione, uruguaiano. Segretario è Paolo Barelli, campione di nuoto anni 70, olimpionico a Monaco e Montreal, oggi senatore Pdl. Dirige il sorteggio un’altra vecchia gloria: Gianni Lonzi, oro del Settebello a Roma ’60.

Sono tutte qua, le leggende viventi dell’ultimo mezzo secolo. Compreso Ratko Rudic, allenatore di Campagna nella nostra nazionale che trionfò a Barcellona ’92, unico ct al mondo ad aver conquistato l’oro con squadre diverse (prima con la Jugoslavia). Ora ci riprova con la Croazia. Chiediamo a Compagna: che squadra spera di evitare? «Montenegro». Accontentato: è finito nell’altro girone.

Intanto, Londra si prepara. Non che una grande metropoli abbia bisogno di un’Olimpiade per accendersi, com’è stato per Pechino. Ma c’è egualmente entusiasmo: sono ben 70 mila i volontari, anche di una certa età, che già in questi giorni hanno diretto il traffico pedonale, controllato le borse degli spettatori ed effettuato altri compiti nella grande prova generale.

Unica preoccupazione: i terroristi

Un giornalista del quotidiano Sun ha sbeffeggiato i controlli portando dell’esplosivo nella zona protetta. Ma sono ben 23 mila gli agenti e soldati che dal 27 luglio al 12 agosto veglieranno sui 10 mila atleti da 200 nazioni (330 italiani) e i seimila giornalisti che daranno vita al più grande spettacolo del mondo: 900 medagli da assegnare in 26 sport.

Capita solo una volta ogni quattro anni, Londra è immune da attacchi terroristici dal 2005, ma la preoccupazione è palpabile. Sul Tamigi si è ancorata la più grande nave da guerra inglese, una portaelicotteri. Speriamo che rimanga inattiva...
Mauro Suttora

Monday, April 30, 2012

Parla il Grillo furioso

67 COMIZI IN 25 GIORNI: IL COMICO GENOVESE E' L'UNICO LEADER NAZIONALE CHE STA FACENDO CAMPAGNA ELETTORALE PER IL VOTO DEL 6 MAGGIO. ECCO COSA DICE

dal nostro inviato a Palazzolo (Brescia) Mauro Suttora - foto di Maki Galimberti



Oggi, 24 aprile 2012

«Sì, toccatemi! Così vi tolgo un po’ del debito che avete addosso…»

Arriva Beppe Grillo per un comizio a Palazzolo sull’Oglio, paese al confine fra Bergamo e Brescia. È il terzo di oggi: prima è stato ad Arese (Milano) dagli operai dell’ex Alfa Romeo smantellata, poi andrà a Desenzano sul Garda.
Entusiasmo fra i 300 che lo circondano sul prato del parco comunale.

Grillo è l’unico leader politico italiano che sta facendo campagna elettorale con comizi in tutti i paesi e città dove si vota il 6 maggio. Il suo tour in camper dura 25 giorni con 67 tappe, dal Piemonte alla Sicilia.

L’esordio comico è da applauso garantito: «Cittadini di Palazzolo, voi avete regalato natali illustri al Paese, avete partorito soggetti importanti: Maurizio Belpietro, Luisa Corna, che pare sia responsabile di qualcosa…»

Non ha paura che succeda a lei qualcosa? È senza scorta, ai suoi comizi non c’è polizia, solo qualche vigile urbano.

«Gli agenti sono già troppo occupati, li costringono a scortare i magnaccia della politica. Qualcosa faranno, certo qualcosa inventeranno. Magari con qualche trucco rimanderanno le elezioni politiche. Io sono sotto processo per diffamazione. E i giornalisti continuano ad accusarmi: sono un miliardario, avevo una Ferrari vent’anni fa…

La settimana scorsa ero a Fabriano, l’Ansa è uscita con un comunicato: clamoroso, Grillo ha parcheggiato il suo camper contromano! Ma è una notizia? Cosa scriveranno adesso, che sul camper ho scoreggiato?»

Per i sondaggi ora siete il terzo partito.

«Non è vero che siamo il terzo partito, siamo il primo movimento. Hanno scoperto che abbiamo il sette per cento, l’otto, forse il dieci? Ma a me non interessa, so solo che gli altri partiti sono già scomparsi: il 92 per cento li manda aff…. Noi su Facebook siamo 800 mila, e ognuno di questi ha 50 amici: siamo quattro milioni».

Facile attaccare i partiti, adesso.

«Sì, dicono che sono un demagogo, imbonitore, populista… Ma il male se lo fanno da soli, io non invento nulla. Basta leggere i giornali ogni mattina. Ora Rigor Montis, o Mortis, fa politica col the: invita i segretari di partito a prendere i pasticcini. Alfano: con quegli occhi non sai dove guardarlo, ti viene la labirintite… Casini, l’Anthony Perkins delle vecchie mignotte: quando il suo Cuffaro presidente della Sicilia era processato disse: “Se lo condannano, dò le dimissioni”. Quello ora è in carcere, lui è ancora lì. Bersani: meglio fare le punte a un riccio. Vuole fare gestire l’acqua alle multinazionali. No, no, tutta questa gente è finita. Scaroni, il capo dell’Eni, che decide la nostra politica energetica è uno che ha patteggiato un anno e quattro mesi per le tangenti che aveva dato al Psi».

Sul finanziamento pubblico le stanno facendo un regalo grosso così.

«Ora qualcuno propone che i partiti rinuncino almeno alla fetta di 180 milioni di luglio. Ma è saltato subito su il tesoriere del Pd che ha detto: “Siete pazzi? Quei soldi ce li siamo già mangiati”. Perché quelli ancora prima di prendere i soldi se li fanno scontare in banca. Provate voi ad andare in banca a farvi scontare qualcosa».

Un politico che salva? Vendola?

«Ma se parla male di me tutti i giorni! Eppure in Puglia l’avevo aiutato. Poi, appena eletto, va a dare 140 milioni di euro a don Verzè, vuole privatizzare l’acquedotto pugliese e fa cinque inceneritori. No, è il sistema che è tutto marcio. Tanto vale fare come in Belgio: sono rimasti due anni senza governo, è andata benissimo.

L’Islanda era andata in bancarotta? Ha chiuso le banche, non hanno pagato gli arretrati alle banche straniere. Facciamo anche noi così. Le banche francesi hanno 300 miliardi dei nostri debiti? Non ve li paghiamo più, peggio per voi. Come succede a tutti noi quando perdiamo in Borsa: nessuno ci ridà i soldi se le azioni vanno giù».

È vero che mira ai voti della Lega?

«Il tour elettorale lo faccio in tutta Italia, non solo al Nord. I capi leghisti sembrano quelli dell’ultima scena del film Le Iene di Tarantino, quando si sparano fra loro. Vorrei avere io un tesoriere come Belsito, quello aveva già capito tutto: l’euro va a puttane, quindi investo in oro, diamanti e Tanzania…»

Ma quando critica le tasse o la cittadinanza automatica per i figli degli immigrati, non strizza l’occhio agli elettori leghisti?

«Lo dico chiaro: pagare le tasse è la cosa più giusta del mondo, bisogna farlo. Il problema è che i nostri politici, i responsabili del nostro debito, quelli che lo hanno creato, si giustificano dicendo: i conti vanno male perché ci sono gli evasori. Ma anche se pagassimo il doppio, loro ruberebbero il doppio.

Quindi: le tasse vanno pagate, ma stabilendo prima la destinazione d’uso. Lo devono dire prima, se con i nostri soldi vogliono comprare aerei da guerra o fare Tav che costano il triplo che in Francia e Spagna. Da anni chiediamo i “bilanci partecipativi” nei comuni e nelle regioni. Altrimenti avremo sempre il costo del lavoro più alto d’Europa, ma gli stipendi più bassi».

Quindi nessun appello contro le tasse?

«I disastri li combinano da soli, ogni giorno ne inventano una nuova. L’Imu, per esempio. Il mio commercialista è dovuto andare in analisi: si paga in due rate, no in tre, però non si sa ancora quanto, poi magari ci sarà un conguaglio… Ho visto la dichiarazione dei redditi di un operaio in Danimarca: due paginette, se la compila da solo, non deve dare soldi al patronato per farsi aiutare».

Come finanziare la politica?
«Come noi: niente soldi pubblici, niente sedi, niente funzionari da pagare. Tutto in rete. Tutti volontari, con sottoscrizioni. Dopo le regionali del 2010 avevamo diritto a un milione e 700 mila euro di rimborso elettorale. Non l’abbiamo preso, è tornato allo stato. Ai nostri quattro consiglieri regionali eletti in Piemonte ed Emilia ho fatto un corso di economia genovese. Si sono autoridotti lo stipendio, invece di prendere 12 mila al mese vivono benissimo con 2.500.

Andiamo avanti con l’entusiasmo, io faccio queste serate e non paga nessuno. È la forza delle nostre idee, altro che le “ideone” che non vengono al ministro Passera. Siamo come il partito dei Pirati in Germania, ragazzi di vent’anni che sono arrivati al dieci per cento. Il nostro consigliere comunale appena eletto a Milano, Mattia Calise, ha 21 anni. È troppo giovane, è inesperto? Certo, non sa ancora come rubare e truccare i bilanci…»

Ha una ricetta contro la crisi?

«Intanto c’è un dato da toccarsi i co…: 170 mila imprese hanno chiuso negli ultimi mesi. Questi pensano al rialzo dello spread, ma e il tasso di suicidio che aumenta. Dobbiamo essere veloci, perché se continua così in un anno falliscono 600 mila aziende. Ma ci sono, 600 mila aziende in Italia? Altro che Grecia.

Questi politici hanno rovinato due generazioni, che dovranno ripagare il debito. Non si accorgono che sta arrivando uno tsunami di disperazione».

Quindi?

«Noi diciamo: cambiare totalmente la classe politica. E poi buona amministrazione, risparmio, efficienza energetica, raccolta differenziata dei rifiuti. Perché, per esempio, Palazzolo è al 40 per cento della differenziata, mentre i paesi vicini sono al 70? Perché perfino le aziende della nettezza urbana e le municipalizzate le hanno ridotte a poltronifici?»

Il vostro sarà il classico voto di protesta. Un tempo gli scontenti, se non si astenevano, votavano radicale o Lega. Ma che garanzie danno i vostri candidati?

«Sono cittadini incensurati, il che in Italia per chi fa politica è già molto. E non sono professionisti della politica: fanno due mandati, poi a casa. Non come Formigoni, che è al quarto mandato mentre per legge non dovrebbe superarne due. E il Pd che non può dire niente, perché anche il suo Errani in Emilia è al terzo.

Noi invece a Desenzano candidiamo sindaco una bibliotecaria, e nelle liste abbiamo gente che lavora: cuochi, elettricisti, tecnici informatici. In ogni caso, meglio un salto nel buio con il movimento Cinque stelle che il suicidio assistito con gli altri».

Mauro Suttora
















Wednesday, April 25, 2012

Artisti rockstar

I TRUCCHI PER CREARE DIVI DA MILIONI DI DOLLARI: HIRST, CATTELAN, KOONS (E DALI', WARHOL, BASQUIAT)

Oggi, 18 aprile 2012

di Mauro Suttora

«Per Damien Hirst si può parlare di “grande truffa dell’arte”: una colossale messinscena mediatica, capace di cavalcare l’onda della cronaca con operazioni a effetto».
«Maurizio Cattelan è la prova vivente che un fallito può farcela più di un mediocre, che un pigro la spunta su un iperattivo, e che l’artista stupido è preferibile al presunto genio».

Non le manda a dire il critico d’arte Luca Beatrice nel suo nuovo libro: Pop, l’invenzione dell’artista come star (Rizzoli). Dove esamina a fondo e spiega il successo dei più importanti artisti contemporanei, partendo dagli scomparsi Salvador Dalì, Andy Warhol e Michel Basquiat, per arrivare alle tre superstar dei nostri giorni: Jeff Koons, Hirst e Cattelan.

Tutti accomunati da quotazioni milionarie e da un gusto per la provocazione continua. Hirst in questi giorni è massacrato da critici di tutto il mondo, in occasione della sua mostra retrospettiva (70 opere per 30 anni di carriera) al museo Tate Modern di Londra, aperta in previsione delle Olimpiadi e fino al 9 settembre: «Non è arte», «È solo uno speculatore», «È il re del plagio», «Non crea lui le sue opere, le fa fare da altri».

Risultato: biglietti (da 14 sterline) a ruba, obbligo di prenotazione anticipata. «Non c’è miglior pubblicità della cattiva pubblicità» è regola di marketing, e Hirst sa che fa parte del gioco: «Elvis Presley ha guadagnato tanti soldi sia dalle t-shirt con su scritto “Amo Elvis” sia con quelle “Odio Elvis”, e questa idea mi è sempre piaciuta», sorride il furbacchione.

«Basso, tarchiatello, dalla fisiognomica tipica del bad boy proveniente dalla working class», scrive Beatrice, «Hirst non ha per nulla il physique du role dell’artista predestinato al successo. Eppure è riuscito a tracciare la strada verso la gloria. Oggi gli artisti hanno sostituito le rock star in rapida e inesorabile estinzione».

Lanciato dal pubblicitario Charles Saatchi, Hirst è passato dallo squalo (vero) conservato sotto formaldeide e valutato 12 milioni di euro al teschio tempestato di diamanti del 2007 che ha battuto ogni record di quotazione: 78 milioni.
«Sviluppare un marchio così forte su un’arte così povera è qualcosa di immensamente creativo, addirittura rivoluzionario»: così la femminista australiana Germaine Greer loda la cialtronaggine.

L’unico accenno di normalità di Hirst sta nella vita familiare. La compagna californiana Maia Norman, stilista, surfista e ciclista, fa l’uomo di casa che prende le decisioni. Lui preferisce dedicarsi alla passione per i fornelli, e cucinare per i tre figli maschi: Connor, Cassius e Cyrus.

Cattelan baby pensionato a 51 anni?

«Basta, mi ritiro». Alla vigilia della definitiva consacrazione mondiale nel super gotha dell’arte, con la mostra al Guggenheim di New York dell’autunno 2011, Cattelan ha annunciato il suo addio alle scene. «E, come Veronica Lario, sceglie la Repubblica per diffondere la clamorosa decisione», commenta perfido Beatrice. Il quale ovviamente non crede al ritiro della nostra maggiore star artistica, annunciato guarda caso il 1° aprile.

Cattelan approda al successo con la Biennale di Venezia del 1993. Per farsi notare inventa un gesto clamoroso: affitta il “suo” spazio a un’azienda di cosmetici che pubblicizzava uno dei suoi prodotti. Però lo firma, titolandolo Lavorare è un brutto mestiere.

Da allora, passando per papi atterrati, bimbi impiccati e diti medi che mandano aff... la Borsa di Milano, Cattelan non ha mai smesso di far parlare di sé. E di far alzare le quotazioni.

«Lui e Berlusconi sono due facce della stessa medaglia», decreta Beatrice, «personaggi controversi che annoverano fan entusiasti e feroci detrattori, icone italiche degli ultimi vent’anni. Cattelan è frutto dell’antiarte: niente scuola, nessuna accademia, furbissimo, capisce che nell’arte contemporanea bisogna picchiare sodo, provocare, inseguire la notizia. L’altro è figlio dell’antipolitica, pratica l’incoerenza come valore assoluto, leader dei conservatori e moderati che però nei comportamenti pubblici e privati rasenta il modello irriverente e irregolare delle rockstar».

Fidanzato con la collega Vanessa Beecroft, Cattelan poi è stato per qualche tempo con la conduttrice tv Victoria Cabello di 15 anni più giovane, che gli ha permesso di “scollinare” dalle riviste d’arte ai magazine di gossip: per la prima volta ha avuto a che fare con un tipo più mediatico di lui. Non è durata molto.

PRECURSORI DECADENTI A NEW YORK

Beatrice individua in Dalì e Warhol i precursori dell’attuale tendenza a far diventare personaggi gli artisti, al di là della loro arte: «Uno slogan di Warhol è “Pensare da ricco, sembrare povero”. Mette a punto un’invenzione di Dalì: uno stile diventa tale quando viene diffuso dai media (stampa, foto, tv). L’artista, oltre alle opere, deve creare una propria immagine, quindi dal 1963 chiama nel suo studio newyorkese vari fotografi per raccontare la sua banale quotidianità. Posa con l’abilità consumata di un divo, è un guru che detta le proprie regole alla moda degli Anni 60».

Fra le sue tante «muse» (maschi e femmine, da Lou Reed a Nico), il gay decadente Warhol incontra nel 1981 anche Loredana Berté. La conosce nel negozio Fiorucci a Manhattan, la soprannomina Pasta Queen per l’abilità culinaria, e realizza un video per il suo disco Made in Italy.

Basquiat, il graffitaro maledetto

Un anno dopo la morte di Warhol nel 1987, per i postumi di un banale intervento alla cistifellea, scompare ancora più prematuramente nella stessa New York Jean-Michel Basquiat. Entra anche lui nel “club dei 27” (uccisi dall’eroina a quell’età) con Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Brian Jones, Kurt Cobain, di recente Amy Winehouse.

«Basquiat è il primo artista di colore a diventare famoso a livello internazionale», afferma Beatrice, «e l’unico a essere riconosciuto come celebrità da un pubblico ben più ampio di quello dell’arte. Prima della sua straordinaria inventiva e originalità pittorica, ciò che affascina il pubblico giovane è la vicenda biografica, ribelle e autodistruttiva [...]. Le sue donne sono tutte bianche e in gran parte bionde. Nell’82 Madonna diventa la sua amante fissa».

Ma dopo pochi mesi la cantante si stufa: lui si droga e dorme di pomeriggio, lei vive con disciplina rosicchiando carote.

E Jeff sposa la pornostar

Stessa città, New York. Stessa epoca, Anni 80. A poche decine di metri da Basquiat vive Jeff Koons. Ma è agli antipodi dei mondi di Warhol e Basquiat: «Lui sostituisce il disincanto con il cinismo, l’economia con la finanza», scrive Beatrice. «Koons è considerato l’artista americano più “compromesso” con affari e quattrini. Nel suo studio di 1.400 metri quadri a Chelsea ha 40 dipendenti. Assomiglia a un ufficio commerciale. Koons è noto per la precisione maniacale: un perfezionista al di là di ogni ragionevole limite che controlla tutti i minimi dettagli. Le sue opere raggiungono i 25 milioni di dollari.

Tuttavia non avrebbe mai ottenuto l’ampia popolarità che oggi gli viene riconosciuta senza l’incontro con Ilona Staller, la Cicciolina “fondatrice” della pornografia moderna, immortalata in una serie di opere, sposata nel 1991. Infine il brusco e violento divorzio, e la triste disputa sull’affidamento del figlio».

«Innocenza machiavellica» è l’ossimoro più efficace, coniato dall’archistar Rem Koolhaas, per descrivere Jeff Koons. «Ormai è presente nelle collezioni dei maggiori musei del mondo», spiega Beatrice, «ma attira ancora, come tutti i grandi, odii e simpatie in egual misura. Il messaggio della sua opera è ambiguo: c’è una dosata e astuta combinazione fra calcolo e autenticità, tattica e cinismo, persuasione occulta e spiritualismo».
Mauro Suttora

Anche i ricchi perdono

IL CASO DI LETIZIA MORATTI A MILANO DIMOSTRA CHE PER BATTERE I MILIARDARI IN POLITICA NON E' NECESSARIO IL FINANZIAMENTO PUBBLICO

di Mauro Suttora

Oggi, 18 aprile 2012

Non è vero che i soldi fanno vincere, in politica. Lo dimostra la sconfitta di Letizia Moratti l’anno scorso contro Giuliano Pisapia. L’ex sindaco Pdl di Milano ha speso per la campagna elettorale oltre 12 milioni di euro, ben 11,6 dei quali regalati dal marito petroliere Gianmarco Moratti. Pisapia, eletto sindaco di centrosinistra con il 55 per cento dei voti, ha invece potuto contare su 1,7 milioni (di cui più di un milione raccolto con donazioni private minori di 50 mila euro).

Grazie a moltissimi microcontributi ha vinto anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel 2008, battendo
i repubblicani finanziati con un miliardo di dollari dalle grandi aziende. La stessa cifra fu infatti raccolta dai democratici, con una raccolta capillare di fondi.

Insomma, in democrazia i miliardari possono essere battuti anche senza finanziamento pubblico. Contrariamente a quel che sostengono i nostri politici, citando il caso di Silvio Berlusconi.

Finanziamento pubblico

360 MILIONI ANNUI DI SOLDI STATALI AI PARTITI. CHE STANNO UCCIDENDO LA POLITICA

di Mauro Suttora

Oggi, 18 aprile 2012

È da 40 anni che promettono. «Grazie al finanziamento pubblico non prenderemo più tangenti», disse il personalmente onestissimo Ugo La Malfa, segretario Pri, dopo che nel 1973 si scoprì che i petrolieri davano il 5 per cento a tutti i partiti di governo. I quali ci misero solo 16 giorni a confezionare la legge per incassare 45 miliardi di lire l'anno (250 milioni in euro odierni). «La Voce Repubblicana è salva», gioì La Malfa. Ancora oggi il giornale del Pri sopravvive con 630 mila euro annui di contributi statali.

Ma è da 20 anni che truffano. Nel 1993, infatti, il 90 per cento degli italiani bocciò il finanziamento pubblico. Percentuale altissima, mai raggiunta nella storia d'Italia. Ribadita con il 71% di un altro referendum radicale nel 2000, senza quorum. E confermata ancor oggi da tutti i sondaggi.

Eppure, i partiti continuano a prendere soldi statali. Dal '97 hanno cercato di farlo con il 4 per mille: chi voleva indicava il proprio contributo sulla dichiarazione Irpef. Un fiasco colossale: solo l'8 per cento aderì, 56 milioni di introito previsti, solo 5 incassati. Allora hanno inventato il trucco dei «rimborsi elettorali»: 200 milioni annui. Che si aggiungono ai 36 che la Camera dà ai gruppi parlamentari, ai 38 del Senato, ai 45 delle Regioni e ai 41 per i giornali di partito. Totale: 360 milioni.

Niente da fare: continuano a rubare. Lo hanno appena dimostrato i casi clamorosi dei tesorieri della Margherita (confluita nel Pd) Luigi Lusi e della Lega Nord Francesco Belsito. Nonché le proteste di alcuni deputati ex An, che non capiscono bene dove siano finiti vari milioni dopo la fusione con Forza Italia nel Pdl. Ma anche gli scandali che ormai ogni settimana colpiscono politici di ogni partito in ogni parte d'Italia: dalla Lombardia di Roberto Formigoni (consiglio regionale decimato) alla Puglia di Nichi Vendola (due avvisi di garanzia).

«Il finanziamento ai partiti è il cancro della democrazia»: lo dice Guido Rossi, ex presidente della Consob che di solito misura le parole. È preoccupato anche Pier Luigi Bersani, segretario Pd: «L'antipolitica rischia di uccidere i partiti». Beppe Grillo vola nei sondaggi. Ma i politici non danno segni di ravvedimento. Anzi. Sono scesi in campo personalmente i tre più importanti di loro, i segretari dei maggiori partiti (Pdl, Pd, Udc) Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, per firmare un disegno di legge per la «trasparenza» del finanziamento pubblico. Non un centesimo in meno, ma «controllato» da società di revisione dei conti.

«La verità è che senza soldi pubblici dovremmo chiudere», confessa Antonio Misiani, tesoriere Pd, bocconiano bergamasco. Ma come? I rimborsi elettorali non dovrebbero servire, appunto, per finanziare le campagne elettorali? E non è dimostrato che per le campagne i partiti spendono molto meno, solo 33 milioni l'anno in media? E che quindi tutto il resto finisce (fraudolentemente) all'attività ordinaria dei partiti, per pagare sedi, stipendi, fondazioni (le nuove correnti)?

Le decine di milioni rubate da Lusi o investite da Belsito in Tanzania rappresentano proprio quel surplus di soldi che i politici si vedono piovere addosso (2.300 milioni dal ’94 a oggi), e non sanno più dove mettere. Antonio Di Pietro è accusato da Elio Veltri, ex dirigente del suo partito, di gestione personalistica dei «rimborsi» elettorali. Gli ex margheritini non si sono neppure accorti degli ammanchi milionari di Lusi. «Siamo parte lesa», protestano Francesco Rutelli e Rosy Bindi. «Ma come possono candidarsi a governare dei politici che non riescono neppure a controllare il proprio tesoriere?», domanda perfido Ignazio Marino, loro compagno di partito.

«Non c’è da stupirsi», dice Mario Staderini, segretario di Radicali italiani, «abbiamo lottato da soli per 35 anni contro il finanziamento pubblico, e ora la bomba esplode. Dallo scandalo Lockheed a Tangentopoli, i fatti dimostrano che i soldi pubblici non moralizzano la politica. Anzi. I Lusi e i Belsito non sono mele marce, ma il prodotto di un sistema criminogeno che falsa il gioco democratico».

La soluzione, allora? Il modello liberale, con partiti sorretti da sottoscrizioni private. «Adottiamo il 5 per mille», propone Alfano, dimenticando il flop di 15 anni fa. Provocato però da un difetto: nella dichiarazione Irpef non si poteva indicare il singolo partito da finanziare, era un contributo per tutti. E chi mai vuole dar soldi a partiti per cui non simpatizza? L’obiezione era: non si possono «schedare» i finanziatori di ciascun partito, costringendoli a dichiarare la propria scelta. Ma è un argomento che non tiene, perché l’8 per mille alle varie Chiese garantisce invece la privacy.

«Lo Stato, poi, può contribuire alla politica non dando soldi ai burocrati di partito», propone Staderini, «ma offrendo gratis servizi a tutti i cittadini: luoghi per assemblee e riunioni, autenticatori per le firme, conoscibilità delle proposte grazie a programmi di informazione».

Perché il vero dramma dei partiti è che i soldi pubblici e il professionismo hanno ucciso il volontariato e i contributi spontanei. «Coprono appena il 10 per cento dei nostri costi», ammette Misiani del Pd. Ormai vediamo i politici come una «casta» di privilegiati con stipendi da 12 mila euro netti al mese. «Di politica campano 100 mila persone in Italia», commenta amaro Cesare Salvi, ex senatore Ds autore del libro Il costo della democrazia.

La vera «antipolitica» è quella dei politici di professione e dei partiti personalisti in cui spadroneggia un «Capo» (quasi tutti, Grillo compreso), che hanno espropriato i cittadini del gusto per la partecipazione diretta alla vita pubblica.
Mauro Suttora

Wednesday, April 11, 2012

Quando Edda Mussolini non 'schettinò'

Dai diari inediti di Claretta Petacci: nel 1941 la moglie crocerossina di Ciano lasciò per ultima la sua nave-ospedale, affondata dagli inglesi in Albania

Oggi, 4 aprile 2012

di Mauro Suttora

«Sta abbastanza bene, ha superato con molta forza e calma la prova. È stata veramente brava. Mi hanno detto che prima ha fatto scendere tutte le infermiere. Poi un marinaio le ha detto: “Scendete contessa, non fate a tempo”. E allora anche lei in acqua. C’è stata mezz’ora, con quel freddo, finché le hanno ripescate. Allora l’hanno rivestita con pantaloncini da marinaio e maglioni».

È la sera del 15 marzo 1941. Benito Mussolini telefona dall’Albania alla sua amante Claretta Petacci. E lei trascrive fedele ogni parola nel proprio diario, la cui annata 1941 è stata appena desecretata dall’Archivio Centrale dello Stato.

In quei giorni il dittatore si trova al fronte, per incoraggiare i soldati italiani che stanno perdendo la guerra contro i greci dopo averli attaccati. Ogni sera telefona a Roma alla Petacci. La notte prima, però, gli inglesi hanno silurato e affondato nel porto di Valona la nave-ospedale italiana Po, che faceva la spola fra Albania e Puglia per trasportare i feriti.

Su quella nave era imbarcata Edda Mussolini, la figlia del duce che si era arruolata come crocerossina. Così il padre lascia le prime linee in montagna e si precipita a trovarla fra i sopravvissuti. «Edda è tanto coraggiosa», telefona orgoglioso a Claretta, «quando l’ho veduta le ho detto: “Finalmente sei una donna interessante”. E lei mi ha detto che i naufragi sono tali e quali che nei film. Che non si dimenticherà facilmente quest’avventura».

L’attacco di cinque aereosiluranti è avvenuto prima di mezzanotte. Per fortuna la Po, ancorata a un miglio e mezzo da terra, non ha a bordo feriti perché è appena tornata dall’Italia. Ma ci sono comunque 240 persone, fra equipaggio e personale medico: 23 annegano. Edda viene ripescata aggrappata a un relitto.

«Certo ha avuto una bella scossa», racconta Mussolini. «L’hanno portata al comando, sono stato con lei un’ora e mezza. Mi ha fatto emozione vederla così infreddolita, minuta, povera cara. Tutto è durato sette minuti, è affondato subito. Tre crocerossine sono morte».

Claretta gelosa delle infermiere

Qui la gelosissima Claretta blocca Benito e gli chiede se ha visitato qualche altra infermiera, fra le superstiti. «Non ho veduto le altre, Edda era sola. Anzi, mi ha detto: “Vai a visitare quelle disgraziate”. Ma una era da una parte, una dall’altra, quindi non potevo. Tanto più che c’è stato un allarme».

Pare infatti che il vero obiettivo degli inglesi fosse Mussolini, il cui cognome avevano scoperto nella lista degli imbarcati. In guerra le navi-ospedale non possono essere colpite. Ma devono farsi riconoscere, mentre la Po aveva le luci spente, per non far individuare al nemico il resto delle navi nel porto di Valona. Nel 2009 il relitto della Po è stato esplorato dai sommozzatori dell'Asso (Archeologia Subacquea Speleologia Organizzazione).
Mauro Suttora

Wednesday, April 04, 2012

Figlia di Mussolini contro la lapide

ELENA CURTI, ULTIMA FIGLIA NATURALE VIVENTE DEL DUCE, CONTRARIA ALLA LAPIDE CHE IL COMUNE DI GIULINO DI MEZZEGRA (COMO) VUOLE INSTALLARE NEL LUOGO DOVE VENNE FUCILATO NEL 1945 CON CLARETTA PETACCI

Oggi, 28 marzo 2012

di Mauro Suttora

Come da copione: quelli di destra favorevoli, quelli di sinistra contrari a una lapide per ricordare Benito Mussolini nel punto dove venne fucilato il 28 aprile 1945.
Lo chiedeva da anni l’Unione nazionale combattenti di Como della Repubblica sociale italiana (i fascisti «repubblichini»). Ora la giunta comunale leghista di Giulino di Mezzegra (Como) ha detto sì.
E così fra un mese, nell’anniversario della morte, la croce dedicata al dittatore sul muro di villa Belmonte - dove morì con l’amante Claretta Petacci - verrà «arricchita» dal nome della donna e dalle foto di entrambi. La motivazione degli ex Rsi: «Omaggio a una donna coraggiosa, innamorata, che si è buttata davanti ai fucili sperando di salvare la vita al duce». L’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) si è opposta alla decisione, definendola «gravissima».

«Serve soltanto al turismo»

Ma, a sorpresa, anche Elena Curti, ultima figlia vivente di Benito Mussolini (nacque nel 1923 dall’amante Angela Curti Cucciati), è contro la lapide: «Non condivido l’iniziativa, serve solo a soddisfare progetti turistici locali», dice a Oggi. «Se si vuole ricordare qualcuno, si ricordino tutti i giovani che, da una parte e dall’altra, hanno pagato con la vita il loro amore per la patria. Questa lapide non farebbe che dileggiare indirettamente gli altri morti della Repubblica Sociale, dimenticandoli ulteriormente, com’è stato negli ultimi 67 anni».

O tutti o nessuno, insomma. E, da destra, la Curti risponde ai partiti di sinistra contrari alla lapide per motivi opposti: «La “democrazia” non c’entra con questo discorso di morti, e di italiani di prima e seconda categoria. Ma poiché non si perde occasione di ricordare con orgoglio l’ordine di uccidere Mussolini senza processo come “sentenza emessa in nome del popolo italiano dal Cln Alta Italia”, ricordo che quell’ordine fu illegale: il Cln non aveva alcuna veste giuridica».

Elena Curti ne ha anche per la Petacci: «L’importanza che le viene data nella vicenda di Mussolini è eccessiva. Il fatto che siano morti assieme in circostanze casuali non significa che la signora debba essere ricordata per sempre vicino a lui. Mussolini era un uomo sposato, aveva una moglie e famiglia cui era legatissimo, e che infatti non ha mai lasciato. La Petacci era solo una delle sue amanti».

La Curti, di cui Claretta era gelosissima, il 27 aprile 1945 si trovava accanto al duce nel blindato bloccato dai partigiani sul lago di Como. Mussolini poi proseguì la fuga in un camion tedesco in cui fu arrestato. Lei rimase con la colonna dei gerarchi fascisti, con i quali fu fermata a Dongo. È ormai una degli ultimi testimoni diretti viventi di quegli avvenimenti.

Wednesday, March 28, 2012

articolo 18

10 DOMANDE PER CAPIRE

di Mauro Suttora

Oggi, 28 marzo 2012

Ci potranno licenziare tutti dall’oggi al domani? Questa è la grande paura che si aggira fra gli italiani dopo l’approvazione del nuovo disegno di legge sul lavoro da parte del consiglio dei ministri. Ma c’è veramente da preoccuparsi? Con l’aiuto di alcuni esperti, rispondiamo alle domande che tutti si pongono.

1) Che cos’è l’articolo 18?
È la norma dello statuto dei lavoratori che da 42 anni regola i licenziamenti nelle imprese con più di 15 dipendenti. Oggi il singolo lavoratore può essere mandato via solo per colpe e mancanze gravi. In caso di crisi lo stato paga la cassa integrazione collettiva, contrattata con il sindacato.

2) Perché cambiare l’articolo 18?
Perché, secondo i suoi detrattori, impedisce alle imprese di licenziare i dipendenti pigri e indisciplinati. I quali ricorrono al pretore e nella maggioranza dei casi si fanno reintegrare nel posto di lavoro.

3) Che cos’è la «flessibilità»?
La «flessibilità in uscita» è la possibilità di variare il numero dei dipendenti secondo le esigenze produttive. Gli imprenditori lamentano di non poterlo fare, e di dover ricorrere al precariato giovanile con contratti a termine per avere manodopera quando serve, e diminuirla se c’è crisi. Questa è la «flessibilità in entrata», che compensa l’inamovibilità dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato.

4) I lavoratori sono considerati «merce»?
È il monito lanciato dai vescovi. Con la globalizzazione, infatti, siamo in concorrenza con i prodotti di tutto il mondo. Se in Italia li produciamo a costi troppo alti, non riusciamo a venderli. Per questo molti industriali «delocalizzano» i propri impianti all’estero, dove il lavoro costa meno.

5) E che c’entra questo con la libertà di licenziare?
Il governo ha tre obiettivi: a) rendere meno rigido il mercato del lavoro, arrestando la fuga all’estero degli imprenditori; b) stabilizzazione dei precari, con obbligo di assunzione dopo 36 mesi di collaborazioni a termine, per compensare la diminuzione delle garanzie di posto fisso: più facile perdere un impiego, ma meno difficile trovarne un altro; c) espandere le imprese con meno di 15 dipendenti (che non assumono per non accollarsi contratti «a vita») e attrarre investimenti esteri (crollati negli ultimi anni).

6) Che cosa obietta il sindacato?
Al punto a) risponde che non possiamo competere con Paesi dove i salari sono di 3-400 euro al mese, a meno di non abbassarli drasticamente anche noi; b) l’asserito scambio garantiti/non garantiti provocherà solo più insicurezza per tutti; c) la nostra economia non è danneggiata dalle piccole imprese, che anzi ne sono il motore.

7) Cosa prevede il nuovo articolo 18?
Restano vietati, con obbligo di reintegro e pagamento danni, i licenziamenti discriminatori (per ragioni politiche, religiose, razziali, di sesso, sindacali, contro le donne che si sposano o hanno figli). Quelli disciplinari (reati commessi sul lavoro, gravi inadempienze) sono giudicati dal pretore, che se dà ragione al dipendente ne ordina il reintegro o un indennizzo monetario. Infine i licenziamenti per motivi economici (crisi dell’azienda, automatizzazione di mansioni eliminate, ecc.): se non sussistono, il lavoratore non può più recuperare il posto, ma solo incassare da 15 a 27 mensilità.

8) E se un’azienda ne approfitta, inventando crisi passeggere per liberarsi di 50enni e poi assumere ventenni pagandoli la metà?
«Con lo strumento dei licenziamenti collettivi hanno sempre avuto questa possibilità», risponde Giuliano Cazzola, ex sindacalista e deputato pdl. «Se il singolo licenziamento è ingiustificato la penale per il datore sarà in media di 50 mila euro. Mi sembra sbagliato fare terrorismo su questo».

9) All’estero come funziona?
In Germania il lavoratore che impugna il licenziamento continua a lavorare durante il processo (che in Italia dura un anno, in primo grado). Il risarcimento è di 12-18 mensilità: nel 95% dei casi lo accetta, sia perché si aggiunge al sussidio di disoccupazione che è il 66% dell’ultimo stipendio (da noi il tetto sarà di 1.100 euro mensili per un anno), sia perché se perde la causa non lo incassa. Se la vince (3% dei casi) viene reintegrato. Il «modello tedesco» piace al Pd.
In Francia non c’è reintegro per ragioni economiche, ma le aziende devono fornire al lavoratore corsi di riqualificazione professionale. In Spagna niente reintegro, e indennizzo di una mensilità e mezzo per ogni anno di anzianità aziendale. In Gran Bretagna basta un preavviso di tre mesi, risarcimento di 20 mila euro. Che in Svezia arriva addirittura a quattro anni di stipendio.

10) Quando entrerà in vigore la riforma?
Sarà approvata dal Parlamento non prima dell’autunno. «Ma non drammatizziamo», avverte l’avvocato giuslavorista Salvatore Trifirò, «già oggi la stragrande maggioranza dei reintegrati opta per le 15 mensilità di indennizzo». Un’altra soluzione di compromesso è quella del senatore pd Pietro Ichino: applicare la nuova legge ai contratti a tempo indeterminato solo fra qualche anno.

Mauro Suttora

Wednesday, March 21, 2012

Corruzione in Italia

Vent'anni dopo Tangentopoli abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo registrato, regione per regione,
tutti i casi di malaffare degli ultimi tre mesi. Il bilancio, da Milano a Reggio Calabria, è deprimente.

di Mauro Suttora

Oggi, 14 marzo 2012

Regione Lombardia decimata: il presidente del consiglio leghista Davide Boni indagato per tangenti, dopo che, per lo stesso motivo, era stato arrestato il suo vice Franco Nicoli Cristiani (Pdl), e l’altro vicepresidente Filippo Penati (Pd) costretto a dimettersi. A Imperia finisce in carcere per truffa sul porto turistico Francesco Bellavista Caltagirone (da non confondere con l’omonimo padrone del Messaggero e suocero di Pier Ferdinando Casini), l’ex ministro Claudio Scajola (Pdl) è indagato. E, sempre la settimana scorsa, al deputato Marco Milanese (Pdl, ex braccio destro di Giulio Tremonti) vengono trovati 300 mila euro in una banca della Costa Azzurra.

Prima di loro Luigi Lusi, segretario amministrativo del partito della Margherita, intasca addirittura 13 milioni di euro di finanziamento pubblico senza che nessuno per anni se ne accorga. Il vicepresidente umbro di Rifondazione comunista in manette perché pretendeva “tributi” dalle belle donne che passavano nel suo ufficio. E poi funzionari Usl di Udine che rubano sulle protesi per l’udito, un carabiniere palermitano che si fa dare mille euro, il sindaco sardo finito dentro per i mulini a vento...

Perfino un intero consiglio comunale sciolto in blocco (destra, sinistra, centro, tutti via) perché controllato dalla mafia. Non è accaduto in Sicilia, ma a Ventimiglia, Liguria. Idem nella vicina Bordighera, pochi mesi fa.

Vent’anni fa l’inchiesta Mani Pulite ci aveva dato l’illusione che la corruzione politica fosse stata, se non debellata, almeno aggredita. Interi partiti (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli) sono scomparsi dopo Tangentopoli. Poi, però, piano piano, le tangenti sono ricomparse. A tal punto che oggi la Corte dei conti stima in 60 miliardi il costo delle mazzette.
«Prima si rubava per il partito, oggi si ruba per se stessi», dicono all’unisono da sinistra Gerardo D’Ambrosio, nel 1992 accusatore a Milano con Antonio Di Pietro, oggi senatore Pd, e da destra Gianfranco Fini, lui stesso però inciampato nella casa di Montecarlo.

Abbiamo fatto un esperimento: mettere in fila tutte le notizie di ruberie grandi e piccole degli ultimi tre mesi. Perché ormai siamo così abituati ai politici corrotti che, in mancanza di qualche particolare estremo o pruriginoso, la mazzetta non fa più notizia. Così, ecco l’elenco di arresti, processi e dimissioni soltanto per le ultime 12-14 settimane. Impressionante.

PIEMONTE. Il 21 gennaio l’Antimafia di Torino ha chiuso l’inchiesta Minotauro: connivenza fra politici e ’ndrangheta, 182 arresti fra cui l’ex sindaco di Leinì Nevio Coral, suocero di Caterina Ferrero (Pdl), assessore regionale alla Sanità arrestata l’anno scorso per appalti truccati: si è dimessa.
Il 30 gennaio 2012 finiscono dentro sindaco e vicesindaco di Castelnuovo Ceva (Cuneo): intercettati per due mesi, 20 mila euro di mazzette.

LOMBARDIA. Iniziato a gennaio il processo all’ex sindaco di Varese Aldo Fumagalli (Lega Nord): concussione e peculato, con contorno boccaccesco di escort e belle rumene che lui avrebbe preteso fossero ospitate nella Casa dei poveri.
Prima del “terremoto” del presidente leghista Boni, liberato a fine febbraio dopo tre mesi di carcere Franco Nicoli Cristiani (Pdl), ex vicepresidente del Consiglio regionale lombardo (dove siede anche Nicole Minetti): accusato di corruzione per una mazzetta da 100 mila euro sull’autorizzazione per una discarica. I rifiuti tossici finivano anche sotto la nuova autostrada Milano-Brescia, la «direttissima» Bre-Be-Mi in costruzione.

VENETO. Autostrade sfortunate anche per Lino Brentan (Pd), ex sindacalista Cgil amministratore delegato della Venezia-Padova: arrestato un mese fa per 100 mila euro di tangenti sugli appalti, nonostante il suo stipendio di oltre 200 mila.
A Belluno, invece, in dicembre è finito in manette Carlo Cetera, primario di ginecologia all’ospedale di Pieve di Cadore: voleva 2 mila euro per evitare liste d’attesa nei parti artificiali.

ALTO ADIGE. A Bolzano Peter Kritzinger tre mesi fa patteggia e restituisce 50 mila euro avuti per le manutenzioni delle case popolari.

FRIULI-VENEZIA GIULIA. Smantellata a novembre una banda che smaltiva rifiuti nella centrale termoelettrica di Monfalcone (Gorizia). E a Udine tre medici Asl arrestati per il reato di «comparaggio»: prescrivevano protesi per l’udito pretendendo soldi dalle ditte produttrici.

EMILIA. Il 21 febbraio condannato a due anni l’imprenditore Norberto Mangiarotti per una tangente di 80 mila euro al comune di Parma, il cui sindaco si è dimesso cinque mesi fa.

MARCHE. Il classico pizzo sulla pratica edilizia: l’8 marzo è stato condannato a 4 anni un funzionario di Camerano (Ancona) per lottizzazioni su terreni resi edificabili.

ABRUZZO. Mentre prosegue il processo per tangenti all’ex governatore e ministro Ottaviano del Turco, il 16 gennaio finisce di nuovo dentro, dopo quattro anni, il suo ex braccio destro Lamberto Quarta: appalti ricompensati da sontuose consulenze.

UMBRIA. Il 14 febbraio viene arrestato Orfeo Goracci (Rifondazione), vicepresidente del consiglio regionale umbro ed ex sindaco di Gubbio: associazione a delinquere e abuso d’ufficio. Pretendeva prestazioni “particolari” dalle signore che riceveva in ufficio.

LAZIO. Scoperti 300 mila euro su un conto in Costa Azzurra del deputato Marco Milanese (Pdl), ex braccio destro di Tremonti.
Il 20 febbraio è arrestato in flagranza Nicola Bianchi (Udc), consigliere comunale di Sabaudia (Latina): stava prendendo 5 mila euro in contanti.
Il 3 febbraio si scopre che nove ex dipendenti Rfi-Fs (licenziati) avevano gonfiato appalti per 150 mila euro.

PUGLIA. Nuovo «no» del Senato il 15 febbraio all’arresto di Alberto Tedesco (Pd), accusato di associazione a delinquere e corruzione per il periodo in cui era assessore regionale alla Sanità della giunta Vendola.

CAMPANIA. Corruzione aggravata e manette il 20 febbraio per otto dirigenti del provveditorato ai Lavori pubblici e imprenditori sull’appalto da 18 milioni della nuova sede Cnr di Napoli.

SARDEGNA. Al fresco il 28 gennaio Adriano Puddu, sindaco di Portoscuso (Cagliari) che si “occupava” di un parco eolico e di un’acciaieria, ma ora è accusato di corruzione e concussione sessuale. Il 29 febbraio sono stati arrestati tre compari che minacciavano i testimoni.

CALABRIA. Francesco Morelli, consigliere regionale Pdl, secondo più votato di tutta la regione (13 mila preferenze), era un “terminale” della ’ndrangheta? Ne sono convinti i magistrati che lo hanno arrestato tre mesi fa. Pesanti le accuse: corruzione, concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione d’atti d’ufficio coperti da segreto, intestazione fittizia di beni.

SICILIA. Per mille euro chiesti a un grafico pubblicitario è finito nei guai il 4 gennaio un maresciallo dei Carabinieri della stazione Olivuzza. Lo hanno smascherato i colleghi.
Iniziato il 10 febbraio a Modica (Ragusa) il processo a Serena Minardo, figlia del deputato regionale Riccardo (ex Ccd e Forza Italia, oggi Mpa), imputata di malversazione. Suo padre era stato arrestato per truffa aggravata sui contributi europei alle cooperative agricole.
Mauro Suttora

Wednesday, March 07, 2012

Stipendi dei ministri

CURIOSITA': MONTI HA UNA PALAZZINA A VARESE E DUE NEGOZI IN CORSO BUENOS AIRES A MILANO. LE BUCCE DI BANANA DI PAOLA SEVERINO E GIULIO TERZI

di Mauro Suttora

Oggi, 24 febbraio 2012

Quelli che ci hanno rimesso di più sono Corrado Passera e Paola Severino. Per diventare ministro di Sviluppo e Trasporti il primo ha rinunciato a uno stipendio da tre milioni e mezzo l’anno (era il più importante banchiere italiano, capo di Intesa San Paolo) e ora ne guadagna 220 mila. Gli rimane però un patrimonio di venti milioni.

Perde addirittura il 97 per cento del proprio reddito annuo la nuova titolare della Giustizia. «Ammirevole», commenta con Oggi il politologo Piero Ignazi, «ed è un bene che cominci a succedere in Italia. Negli Stati Uniti è normale che professionisti di successo accettino di “servire la comunità“ per un certo periodo, abbandonando lucrosi affari privati. Da noi è già accaduto con il sindaco di Milano Pisapia, anche lui avvocato di nome come la Severino».

Più disincantato Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, che ci dice: «La mia approvazione per Passera o la Severino non aumenta grazie ai loro sacrifici: se hanno deciso così, vuol dire che fare il ministro gli piace, o gli interessa. L’importante è che siano competenti e capaci».

Qualcuno però storce il naso. «Siamo passati dal governo di Creso [Berlusconi] a quello dei Paperoni», constata Luca Telese sul Fatto, «dall’autocrazia dell’imprenditore fai-da-te agli ottimati illuminati. La politica è diventata il gioco dei ricchi. E Paperone diventa antipatico quando chiede prestiti a Paperino».

Nessuno lo ricorda, ma la legge che impone ai ministri di esibire la propria dichiarazione dei redditi risale al 1982. Quindi, il governo Monti non ci ha regalato nulla: ha solo deciso, dopo trent’anni, di rispettare una norma desueta. «Però la trasparenza è importante», dice Polito, «e oltre ai redditi è bene conoscere tutti gli interessi di chi amministra la cosa pubblica. Perché i condizionamenti privati esistono. Non è guardonismo».

Certo, fa un po’ impressione scoprire che la ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri possiede 24 immobili. Ma spesso si tratta di unità immobiliari minuscole, come box, negozi o terreni, oppure di lasciti ereditari posseduti in quota minima assieme a fratelli e parenti.

Monti e sua moglie, per esempio, sembrano essere grandi possidenti immobiliari, con le loro 26 proprietà (di cui dodici appartamenti). Ma poi si scopre che la metà di queste stanno in un’unica palazzina di Varese, nel trafficato viale Borri, frutto di un investimento di famiglia (il padre di Monti, dirigente bancario, sfollò da Milano durante la guerra). Gli abitanti dei sette alloggi (con quattro box) non sapevano di pagare l’affitto a un padrone così illustre. «E, a dirla tutta, non sono tanto d’accordo con le sue liberalizzazioni», confessa l’ortopedico Rapetti, che occupa il negozio di 40 metri quadri.

Una curiosità: oltre agli appartamenti dove vive a Milano (zona Fiera) e a Bruxelles (dov’è stato commissario Ue per dieci anni, fino al 2004), Monti possiede anche due negozi all’angolo fra corso Buenos Aires e via Redi a Milano. «In totale la sua rendita immobiliare annua ammonta a 77 mila euro», scrive Claudio Bernieri nella prima biografia pubblicata sul premier (Il sacro Monti, ed. Affari italiani).

Monti ha rinunciato agli stipendi di presidente del Consiglio e ministro dell’Economia. Ma conserva le pensioni da ex commissario Ue (170 mila euro annui) e di professore universitario, cui aggiunge dallo scorso 11 novembre (11.11.11, data simbolica?) i 300 mila euro da senatore a vita. In totale, quindi, non sarà un gran salasso rispetto al milione del suo reddito 2011. L’unico introito che non ha più è quello di presidente dell’università Bocconi.

«Sono comunque impressionato dai guadagni dei ministri-professori», storce il naso Stefano Zecchi, docente di Estetica. «Io, a fine carriera e ordinario da quando avevo 34 anni, prendevo 5mila euro al mese. Ora non più, c’è il contributo di solidarietà. Vedo invece che i miei colleghi Fornero, Giarda, Profumo e Ornaghi riescono a decuplicare il mio stipendio. Bravi, perché grazie al prestigio della cattedra universitaria ottengono consulenze e nomine nei consigli d’amministrazione. Ma non si pensi che i professori guadagnino così tanto».

Il commendevole spogliarello finanziario ministeriale ha provocato qualche piccola scivolata. La Severino si era dimenticata di dichiarare la propria villa da dieci milioni sull’Appia con parco e piscina, acquistata nel 2005. È intestata non a lei, ma a una società. Pizzicata dal Fatto, ha dato la colpa a un errore del commercialista.

Si è irritato con il sito Dagospia, annunciando querela, il ministro degli Esteri Giulio Terzi. Che vive con la compagna e madre dei suoi gemellini Antonella Cinque in una casa accanto a piazza di Spagna. Lo splendido appartamento le è stato affittato da Propaganda Fide (ente missionario del Vaticano) una decina d’anni fa, quando la Cinque era stretta collaboratrice del ministro della Sanità Girolamo Sirchia. Dagospia ha scritto che Terzi abita lì, lui ha smentito, ma senza precisare che l’affitto è in capo alla compagna.

Bucce di banana evitabili se, oltre ai propri redditi e patrimoni, politici e funzionari pubblici pubblicassero anche quelli dei coniugi. Finora l’ha fatto solo Monti. Ma, in un Paese in cui i tangentari intestano tutto a mogli e parenti, sarebbe una buona idea. Avete fatto trenta, fate trentuno.
Mauro Suttora