Friday, May 05, 2023

Il déjà-vu. Che peccato, non conosciamo più né i francesi né il francese

Se, come fino a pochi anni fa, ricominciassimo a studiare Molière e Camus, o ad ascoltare Brassens, forse litigheremmo meno. Brevi cenni a una fratellanza che è un peccato smarrire

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 5 maggio 2023

Il predecessore del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il quale offeso cancella un incontro con la sua omologa francese, andò a Parigi per congratularsi con i teppisti in gilet giallo che mettevano a ferro e a fuoco i boulevards, in odio a Emmanuel Macron. Tanto sgarbo istituzionale non impedì però al presidente francese di incontrare l’ineffabile Luigi Di Maio il quale, dopo un miracolo e due o tre capriole, decise infine di indossare il gilet dell’apprendista statista (e, per scusarsi, si dichiarò ammiratore della “millenaria” democrazia francese. Forse si era confuso con Atene). 

Il problema però, al di là del cabaret politico, esiste e resiste: non pochi italiani detestano i francesi. Quanti italiani? Sicuramente sono aumentati più di qualche decennio fa. Perché? Una delle ragioni, la più semplice e banale, è che non li conosciamo più. 

Fino agli anni Ottanta metà delle cattedre di lingua straniera alle medie inferiori erano di francese (compresa quella di mia madre). Poi ha prevalso l’inglese, giustamente, cosicché oggi quasi nessun italiano under 50 parla francese. E quel che è peggio ignora la cultura della Francia, da Molière ad Albert Camus. Perfino in zone di frontiera come Ventimiglia solo il 10 per cento dei nostri studenti impara il francese.

Risultato: quelli che erano i nostri fratelli, assieme agli spagnoli, ora ci sembrano estranei. Nessuno pronuncia bene menu e déjà-vu, non parliamo di Champs-Élysées. I romani poi, soprattutto in Rai, dicono Courmayer per impedimento glottologico. Dalida, Sylvie Vartan e Françoise Hardy erano ogni settimana in tv, i nostri attori preferiti erano Alain Delon e BB. Ora qualcuno conosce un cantante francese?

È subentrato addirittura astio: ho visto la finale mondiale Francia-Croazia del 2018 in un albergo pugliese, quasi tutti stavano per i croati. Ho chiesto perché: mi risposero che era Africa-Croazia, troppi neri francesi.

I nostri antifascisti, da Sandro Pertini ai fratelli Rosselli, si rifugiavano in Francia. Più recentemente con discutibili motivazioni Parigi ha concesso asilo a ex terroristi. Ma comunque è lì che scappa chi ha problemi con la giustizia: dietro casa, quasi a casa. 

Un mese fa il Salone del libro francese ha onorato l’Italia, celebrandola come Paese ospite d’onore. In quella occasione Alessandro Baricco ha ricordato che per lui e i giovani torinesi era più facile, rapido e semplice andare in treno a Parigi che a Roma, se si voleva raggiungere una capitale europea. Adesso invece qualche esagitato protesta contro il Tav che dimezzerà le otto ore del Torino-Parigi, così come l’alta velocita ha fatto col Torino-Roma.

Pure io andavo ogni anno a Parigi e ogni estate in Costa Azzurra, come tanti sono cresciuto quasi bilingue, ora leggo Michel Houellebecq in originale. La controcultura, cioè la cultura moderna, è nata in Inghilterra con i Beatles e negli Stati Uniti con la contestazione studentesca. Ma tutti ricordano il Maggio ’68 di Parigi, non il ’64 di Berkeley. E gli esistenzialisti francesi degli anni Cinquanta, da Jean-Paul Sartre a Georges Brassens (padre di Fabrizio De André), alla distanza dimostrano più spessore culturale dei poeti beat Usa Allen Ginsberg o Jack Kerouak. 

Sì, lo so che i francesi usano la locuzione italiana “dolcefarniente” per definirci fra l’invidia e il fastidio, che le cose fatte male per loro sono “grossomodò”. La speranza è che grazie a Erasmus e ai voli low cost la conoscenza diretta riprenda e le cose si sistemino. Le Alpi non sono alte, e comunque Emmanuel Macron e Giorgia Meloni sono alti uguale. 

Monday, April 24, 2023

Il '68 di Belafonte



Fu il primo afroamericano a ottenere uno spazio tutto suo nel prime time Usa, e soprattutto carta bianca nella scelta degli ospiti

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 aprile 2023

È difficile oggi rendersi conto dell'impatto che ebbe Harry Belafonte nel febbraio 1968, quando condusse per una settimana il Tonight Show sul network statunitense Nbc. Ogni sera, davanti a oltre dieci milioni di esterrefatti benpensanti, il leggendario cantante appena scomparso offrì il massimo podio televisivo ai principali esponenti del movimento per i diritti civili e della controcultura.


La sua stessa presenza era storica: fu il primo afroamericano a ottenere uno spazio tutto suo nel prime time Usa, e soprattutto carta bianca nella scelta degli ospiti. Gli aveva lasciato temporaneamente la poltrona Johnny Carson, monumento catodico, che condusse il Tonight Show per trent'anni (1962-92) facendone uno dei programmi anche politici più ambiti: una specie di Maurizio Costanzo più Lilli Gruber più Fabio Fazio, poi lasciato in eredità a Jay Leno, oggi a Jimmy Fallon, e soprattutto al concorrente David Letterman.

Nel 1968 gli Stati Uniti erano una polveriera. Per tre motivi: la rivolta studentesca iniziata quattro anni prima a Berkeley col Free Speech Movement; i ghetti neri in fiamme, non placati dalla legge sui diritti civili che il presidente Lyndon Johnson aveva concesso a Martin Luther King; la guerra del Vietnam, che proprio in quei mesi raggiunse il suo apice con l'offensiva del Tet, massacrando decine di migliaia di giovani americani che tornavano a casa in bara o mutilati.

Quando Belafonte sottopose la lista dei suoi invitati ai dirigenti Nbc, loro barcollarono. Metà erano di colore, e fra i bianchi il più moderato era il giovane Paul Newman, che però quando arrivò in trasmissione si trasformò in un estremista radical. Purtroppo allora non tutte le trasmissioni tv Usa venivano registrate, cosicché oggi ce ne rimane solo qualche spezzone. Memorabile quello con M.L.King: l'ultima intervista del Nobel per la pace, che verrà assassinato il 4 aprile. Robert Kennedy annunciò la sua candidatura a presidente subito dopo la partecipazione, sfruttando l'onda di consenso e interesse che aveva provocato. Anch'egli ucciso. 

Notevoli anche Aretha Franklin e Sidney Poitier: il premio Oscar di Indovina chi viene a cena, come lo stesso Belafonte, in quel periodo era accusato di 'ziotommismo' dai neri più estremisti come Malcolm X, Stokely Carmichael, le nascenti Pantere nere. E invece entrambi non sembrarono affatto sottomessi alla maggioranza silenziosa di destra che di lì a poco mandò alla Casa Bianca Richard Nixon.

Il cantante di Matilda e Banana Boat colpì nel segno, e niente fu come prima. Tre anni fa Sky ha trasmesso un documentario su questa impresa di Belafonte, e sicuramente ora la riproporrà. Non perdetela. 

Tuesday, April 11, 2023

Xi e Macron, postura e impostura



Alcuni satrapi sono candidamente sinceri, non si vergognano di annunciare i propri futuri genocidi. L'appeasement francese, dopo il bacio della pantofola a Pechino, assomiglia a quello di Neville Chamberlain 85 anni fa, quando si convinse di aver scongiurato la guerra cedendo i Sudeti a Hitler

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 11 aprile 2023

"Indipendenza di Taiwan e pace sono incompatibili". Il grave di questa chiarissima minaccia di guerra non è che l'abbia pronunciata il dittatore cinese, ma che al resto del mondo sia scivolata via come niente fosse. Eppure siamo ammaestrati. Alcuni satrapi sono candidamente sinceri, non si vergognano di annunciare i propri futuri genocidi. Adolf Hitler ce li anticipò perfino per iscritto nel Mein Kampf: ebrei e spazio vitale. Slobodan Milosevic vaneggiava di grande Serbia compresi Bosnia, Sarajevo e Kosovo molti anni prima della strage di Srebrenica. 

Vladimir Putin ha dovuto invadere l'Ucraina perché gli credessimo: finché ammassava truppe e inscenava manovre al confine ci illudevamo fosse solo "posturing", come dicono gli esperti di geopolitica quando vogliono impressionarci con parole difficili. In realtà significa abbaiare, ma non ditelo al Papa: lui ha suggerito che sia stata la pecorella aggredita a trasformarsi in cane provocatore, con la Nato.

I latrati di Xi Jinping contro Taiwan vanno avanti da dieci anni, ma il volume è aumentato da quando i taiwanesi hanno osato eleggere presidente una signora che non vuole farsi finlandizzare. Soprattutto oggi che la Finlandia si è definlandizzata, emancipandosi dallo stato di soggezione e libertà provvisoria cui l'aveva costretta l'Urss (esempi concreti: Helsinki dovette togliere dalle biblioteche 1700 libri ritenuti antisovietici, e l'Arcipelago Gulag del Nobel Aleksandr Solgenitsin fu stampato nel 1974 in finlandese, ma in Svezia). 

Quindi ora che la Finlandia si è taiwanizzata entrando nella Nato, la Cina vorrebbe che invece Taiwan stesse a cuccia. E potrebbe essere anche ragionevole non aizzare l'arrogante vicino, se non ci fosse lo spiacevole esempio di Hong Kong: lì la drammatica fine dei diritti civili più elementari dimostra che Pechino è incapace di tollerare qualsiasi isola di libertà ai propri confini. Come ogni dittatura, teme il contagio del virus democratico.

Per capire il tremendo dilemma dei taiwanesi (ma la campana suona per tutti noi) consiglio di vedere su Netflix il film "Monaco, sull'orlo di una guerra" (2022). In cui Jeremy Irons impersona il premier britannico Neville Chamberlain, applaudito dal mondo intero perché nel settembre 1938 era convinto di avere evitato la guerra mondiale con/cedendo i Sudeti a Hitler. Il quale solo cinque mesi dopo ripagò la sua sprovveduta fiducia invadendo tutta la Cecoslovacchia, e poi la Polonia.

Confesso che anch'io, come chiunque senza il senno di poi, ascoltando le ingenue ma sincere parole di Chamberlain/Irons gli avrei dato ragione: aborrire la replica di un'altra carneficina dopo quella della Grande Guerra era ragionevole, non occorreva essere pacifisti. Per la pace si possono pagare prezzi anche alti. 

Ma oggi l'appeasement di Emmanuel Macron, dopo il suo bacio della pantofola di Xi a Pechino, assomiglia un po' troppo a quello di Chamberlain 85 anni fa. Il presidente francese si dice felice per il gran riguardo che gli avrebbe riservato il tiranno cinese: aspettare la sua partenza prima di iniziare le grandi manovre militari che hanno accerchiato Taiwan simulandone l'invasione. 

Quanto al resto, la Cina non è più vicina, quindi chi se ne importa della sua aggressiva e reiterata rivendicazione su Taiwan. L'atteggiamento di Pechino è solo irredentismo passé, di posa? La realtà ci dice il contrario: dal 2012 la Cina ha raddoppiato le sue spese militari, che oggi superano quelle di tutti i suoi tredici vicini asiatici messi assieme. E allora, se quella di Xi non è una postura, quella di Macron è una benintenzionata impostura.


Thursday, April 06, 2023

Iena antidroga. Una ciocca per il populismo perbenista e per evitare la gogna preventiva



Prosegue fra barzellette e contrappassi la ienizzazione della politica italiana. In Sicilia ci pensa l'arrembante Ismaele La Vardera, che ha sfidato i colleghi dell'Assemblea regionale a sottoporsi al test della narcoverginità

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it , 7 aprile 2023


Che sfortunato Gaetano Galvagno, presidente del Consiglio regionale siciliano, ragazzo prodigio, 38enne di Fratelli d'Italia da Paternò (Catania), il paese di Ignazio La Russa. 

Aveva appena aderito entusiasta al taglio della ciocca di capelli per un test antidroga, proposto a tutti i settanta consiglieri regionali dal loro collega ex Iena tv Ismaele La Vardera, e zac: il capo della sua segreteria è stato beccato mentre comprava tre grammi di cocaina per 300 euro dallo chef di un noto ristorante palermitano.

Prosegue così, fra barzellette e contrappassi, la ienizzazione della politica italiana. Aveva cominciato Dino Giarrusso, arruolato dai grillini passando direttamente dal programma di Italia1 all’Europarlamento. E ora c’è l’arrembante Ismaele, eletto nell’assemblea siciliana dal partito “Sud chiama Nord”. Autonominatosi apostolo antidroga, ha sfidato i suoi colleghi: “Sottoponetevi alla prova del capello!”.

Quasi quaranta sventurati hanno finora risposto, accettando l’umiliazione per provare la loro narcoverginità e sottrarsi alla gogna preventiva.

Speriamo che nessun consigliere siciliano abbia preso ultimamente Moment, Brufen o qualcun altro degli antidolorifici che fanno risultare drogato il capello. Tuttavia il fenomeno dei falsi positivi è l’ultimo dei problemi. La vera disgrazia, davanti a questa caccia alle streghe, è che ormai nessuno ha il coraggio di obiettare che farsi una canna, ma anche maneggiare stupefacenti più pesanti per uso personale, è perfettamente legale oggi in Italia.

Però il grillismo, ridotto al 2 per cento nel Nord Italia, sopravvive ad altre latitudini, contagia altri partiti, ne figlia di nuovi. E non importa che, da Beppe Grillo in giù, gli ex moralizzatori si rivelino come sempre i più ipocriti, dai favori ai traghetti Moby alle intemperanze dell’ex capo delle Dogane. Il populismo perbenista si trasferisce dalle trasmissioni tv di assalto posticcio all’interno delle istituzioni, e naturalmente ora l’ex iena La Vardera promette di istituire con disegno di legge apposito una “Giornata regionale contro la droga con test per sindaci, consiglieri e assessori”.

Sventola orgoglioso il suo certificato dell’ospedale Cervello-Villa Sofia, il neoSavonarola della Trinacria, comunicandoci il trionfo: “Il mio test ha avuto esito negativo. Spero che anche gli altri 36 deputati che l’hanno fatto possano pubblicare il risultato. E gli altri 34? Non pervenuti. Qualcuno ha definito ridicola questa trovata, io invece credo che quando la politica parla di lotta alle droghe debba dare l’esempio. Le droghe fanno schifo. Uccidono e finanziano la mafia”.

Estasiati da tali bellicosi proclami, accorrono nel nuovo partito di La Vardera e Cateno De Luca, Sud chiama Nord, giganti della politica ingiustamente trombati come l’ex grillina Laura “questo lo dice lei” Castelli.

Prossima mossa in difesa della virtù: installare etilometri all’ingresso di ogni aula elettiva. E ci saranno sorprese, visto il consumo della droga etilica nelle buvette. Poi i guardiani della salute pretenderanno lastre dei polmoni contro il tabagismo, e sanzioni contro l’abuso di escort. Forse si salveranno gli obesi, sarebbe bodyshaming. Quanto al test antiscemenza, siamo in attesa.

Monday, April 03, 2023

Sapessi com'è strano piantare alberi a Milano


Li mettono in vasi sopra il cemento, oppure sui grattacieli. La tendenza dei parchi a bassa intensità di alberi sta dilagando in tutta la città. Forza sindaco Sala, un piccolo sforzo in più: sotto l'asfalto c'è la terra

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 3 aprile 2023 

Nuova moda a Milano: invece di piantare gli alberi in terra, li mettono in vasi sopra il cemento e asfalto. Come in via Beroldo, una traversa di viale Brianza in zona Loreto, davanti al rinomato liceo classico Giosué Carducci. L'hanno appena pedonalizzata, e questo è lo squallido risultato. Altro che "forestare Milano"! Gli alberelli non potranno crescere più di tanto, non avendo terra per le radici. Dovranno essere sempre innaffiati, non potendo succhiare l'acqua dalla falda. Lodevole l'idea di installare due tavoli da ping pong in cemento, e qualche panchina. Ma per quanto riguarda il verde, ci sarebbe posto per ben altro: una trentina di alberi a medio fusto.

Forza sindaco Sala, un piccolo sforzo in più: sotto l'asfalto c'è la terra. 

Un'altra stupenda perversione tutta milanese è quella di togliere gli alberi dai parchi e di metterli sui grattacieli. È il concetto che ha trionfato con il famoso Bosco verticale dell'architetto Stefano Boeri. La torre è bellissima, ma sotto c'è una spianata ricoperta da un immenso prato, con sparuti alberelli che fanno poca ombra a viali e panchine. Si salva solo una piccola zona affollata di sontuosi salici piangenti. È una specie di desolata prateria, e infatti non hanno avuto il coraggio di chiamarla Parco. L'hanno battezzata "Biblioteca degli alberi". Si è così avverata la previsione di Adriano Celentano nella sua canzone di mezzo secolo fa, "Albero di 30 piani". 

Ma vedo che la tendenza dei parchi a bassa intensità di alberi sta dilagando in tutta la città. Il nuovo spazio di Citylife è egualmente spoglio. Un mese fa è stato inaugurato (dopo trent'anni) il parco 8 marzo dove sorgeva la stazione Porta Vittoria. È bello, ma anch'esso assomiglia più a una steppa/savana che a un parco. Gli alberi, piantumati col contagocce, sono così rari che vengono enumerati col loro nome scientifico nelle mappe che adornano gli ingressi. Ottima idea quella di presentarceli uno ad uno, ma lì c'è posto per il quadruplo di fusti. Come succede negli adiacenti parchi Marinai d'Italia e di piazzale Martini, creati decenni fa. 

Insomma, tutti parlano di "riforestazione urbana", però ogni volta che viene risistemata un'area, una piazza, una via, trionfa sempre il marmo. Come in largo Treves, a metà via Solferino, dove ci sarebbe spazio per molti più alberi. O dietro il palazzo di Giustizia.

Gli esperti mi dicono che gli alberi urbani sono detestati dai tecnici comunali perché le loro radici intralciano condutture, tubi, fogne, fibre ottiche wifi e altri fili e cavi elettrici che passano sotto i marciapiedi. Così anche quando i nuovi alberelli vengono collocati non in vaso ma in piena terra, i loro spazi sotterranei sono delimitati da uno strato di calce che fodera preventivamente i buchi della piantumazione. 

Risultato: i poveri alberi crescono rachitici, e la metà muore dopo due o tre estati secche. È quel che è successo nel parcheggio dietro la Rizzoli a Crescenzago. Speriamo che la campagna 'Riforestiamo Milano' (guidata anch'essa dall'architetto Boeri) ci regali invece dei veri polmoni verdi, con tanti alberi e soprattutto tantissime foglie che mangino la Co2 e ci restituiscano ossigeno. Per non parlare della temperatura nelle strade e zone alberate: sempre inferiore di vari gradi rispetto alle altre nelle calure estive.

Tuesday, March 21, 2023

Le conseguenze kafkiane della demagogia grillina



Dalle eredità sospette possiamo difenderci, accettandole con beneficio di inventario. I lasciti avvelenati del governo grillino, invece, si trascinano da cinque anni, provocando tuttora conseguenze surreali

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 21 marzo 2023 

Ricordate il taglio dei vitalizi? Che sia illegale annullare diritti acquisiti lo si impara al primo anno di giurisprudenza. Ciononostante, il primo governo Conte nel 2018 li cancellò. Ma due anni dopo il tribunale interno del Senato seppe resistere alle pressioni e alle intemperanze grilline, pronunciando una sentenza che ristabilì la legalità e annullò in toto il taglio. Tuttavia la segretaria generale del Senato Elisabetta Serafin (stipendio: mezzo milione annuo) propose subito appello.

Il Consiglio di garanzia del Senato nel gennaio 2022 ha rinviato la causa alla Corte costituzionale. La quale ovviamente ha ribadito che anche il Parlamento deve rispettare i principi elementari del diritto, e quindi salvare i diritti acquisiti. Intanto però il tempo passa, e sei mesi fa il Parlamento viene rinnovato. Tutto, tranne i tribunali interni che a norma di regolamento devono rimanere prorogati finché non pronunciano le sentenze definitive sulle loro cause. E perché non lo fanno? Per imbarazzo. Dovrebbero infatti sancire definitivamente l'illegalità dei tagli effettuati cinque anni fa dai presidenti delle Camere Roberto Fico, Elisabetta Casellati, e dai loro uffici e consigli di presidenza.

Così i parlamentari-giudici interni della scorsa legislatura restano allegramente in carica, con relative indennità. Perfino quelli che non sono stati rieletti: il presidente del Consiglio di garanzia Luigi Vitali (Forza Italia), il grillino Ugo Grassi (poi Lega), i leghisti Pasquale Pepe ed Emanuele Pellegrini, il renziano Ernesto Magorno. Valeria Valente (Pd), rieletta, oggi siede contemporaneamente nel Consiglio di presidenza del Senato, ma anche nel Consiglio di garanzia: cariche incompatibili. Quanto al forzista Enrico Aimi, in gennaio è stato eletto membro laico del Consiglio superiore della magistratura.

Insomma, in Italia il principio di legalità sembra oggi essere stato sostituito da quelli dell’astuzia e dell’ipocrisia. 

Thursday, March 16, 2023

Sequestratori, piromani, usurai: cosa ci insegnano sugli scafisti



Come spezzare il legame perverso che rende complici i trafficanti e le loro vittime? Per affrontare pragmaticamente la questione possono soccorrerci alcuni esempi

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 16 marzo 2023


Davanti al dramma dell'immigrazione irregolare sono inutili gli opposti estremismi (accogliamoli, blocchiamoli tutti), e le reciproche retoriche. Neanche Matteo Salvini parla più di rimpatri: troppo costosi, complicati, crudeli. E Giorgia Meloni ha abbandonato i proclami sui respingimenti. Ma il problema resta: come spezzare il legame perverso che rende complici i trafficanti e le loro vittime? Per affrontare pragmaticamente la questione possono soccorrerci alcuni esempi.

Negli anni '70-'80 vennero sequestrati 700 italiani, e pagati riscatti per circa 800 miliardi di lire. Una vera e propria industria, fiorente soprattutto in Calabria e Sardegna. Che però finì dopo che una legge del 1991 bloccò i beni alle famiglie dei sequestrati, impedendo loro di pagare i riscatti. Fu così spezzato l'interesse comune che univa estorsori e ricattati. 

Anche allora, come oggi, la priorità spontanea, immediata, era quella di "salvare vite umane". Quindi in molti protestarono per la drastica misura. Ma la terribile regola "non si tratta con i banditi" finì per annientarli, così come i brigatisti rossi furono sconfitti dopo il "non si tratta con i terroristi" che sacrificò Aldo Moro.

E allora: come si fa oggi a non sottostare ai ricatti dei mafiosi libici, turchi, tunisini? Bloccandoli alla partenza. Una volta che barche e barconi sono in mare, è già troppo tardi. Ma per avere l'energia di farlo bisogna innanzitutto divincolarsi mentalmente dal cosiddetto "trucco del piromane". Ecco il secondo esempio. Perché è evidente che l'urgenza assoluta, di fronte a incendi appiccati per i più vari motivi (rendere edificabili zone verdi, coltivabili zone boschive), è quella di spengerli. 

Tuttavia, per non trasformare i pompieri in forzati di Sisifo, nonché ong e guardie costiere in operatori eterni sulla seconda tratta della tratta, occorre anche qui agire alla radice. Quindi a Tripoli, Bengasi, Smirne, Sfax. Non in mare, dove possiamo soltanto trasbordare e salvare. E importa poco che si tratti di emergenze artificiali, create a bella posta dai trafficanti.

Terza similitudine: le vittime dell'usura. Anche loro spesso spinti dalla disperazione. In mancanza di banche che prestino soldi, si affidano ai mafiosi. Così come i migranti, i quali scelgono la via clandestina in mancanza di consolati che concedano visti. Esistono però i reati di usura e di immigrazione clandestina, proprio per colpire chi approfitta di queste disperazioni.

La differenza è che i taglieggiati dagli strozzini non vengono puniti, così come le prostitute sfruttate dai protettori o i drogati avvelenati dagli spacciatori; mentre i clandestini diventano tali nel momento in cui mettono piede in Italia (reato bipartisan, perché introdotto dalla legge di sinistra Turco-Napolitano nel 1998 e solo aggravato con la misura dell'arresto dalla legge di destra Bossi-Fini nel 2002).

Anche qui, però, il problema sostanziale rimane: come spezzare la complicità diabolica fra strozzini e strozzati, così simile a quella fra migranti e trafficanti? Non illudiamoci che la soluzione stia nella parola magica "corridoi umanitari", ora tanto amata e pronunciata in automatico dai politici. 

Le associazioni antiusura vi dimostreranno che anche allargando le maglie dei fidi bancari ci sarà sempre qualcuno in cerca di prestiti. Così come anche con quote più generose di immigrazione legale ci saranno sempre esclusi che correranno il rischio di quella illegale.

Monday, March 06, 2023

Videoprocesso. Tribunale, abbiamo un problema: Crisanti




di Mauro Suttora

Andare in tv a commentare l’inchiesta sul Covid di cui è perito della procura non sembra una grande idea. Gli avvocati di Fontana se ne lamentano, e non hanno torto: come ci si difende da un dibattimento anticipato ai telespettatori?

Huffingtonpost.it, 6 marzo 2023


Lo dice la parola stessa: parlamentare, pagato per parlare. Quindi è difficile chiedere ad Andrea Crisanti di contenersi, limitando le sue esternazioni televisive. Non lo faceva prima di essere eletto senatore con il Pd a settembre, figurarsi adesso. Il problema è che ora lui è diventato il principale accusatore nel processo di Bergamo sul Covid, perché sua è la perizia di 80 pagine più 10mila di allegati con cui la procura chiede l'incriminazione di tutti i 19 massimi politici ed esperti che fronteggiarono l'epidemia in Lombardia. 

Perciò ogni suo commento rappresenta un anticipo di arringa, e allora il povero avvocato Jacopo Pensa, difensore del governatore lombardo Attilio Fontana, chiede invano una par condicio: "Siamo esterrefatti per l'ultima delle sue quotidiane apparizioni in tv, in cui Crisanti ha ribadito le teorie accusatorie. L'apparente contraddittorio con il professor Matteo Bassetti era asimmetrico, perché quest'ultimo era in collegamento esterno, e ciò conferisce significato meno 'pesante' alla persona".

A questo siamo arrivati. Perfino i difensori si accorgono che il vero dibattito nella giustizia videosommaria di oggi avviene su Raitre, non più in aula. E quindi pretendono guarentigie catodiche, se non misure più drastiche: "La procura di Bergamo ha il dovere di diffidare il proprio consulente da tali insistenti apparizioni". 

E pensare che tre anni fa Crisanti era l'eroe di Vo', il paese padovano che limitò brillantemente le vittime del virus grazie alla strategia di tamponi e alla chiusura inventata da questo microbiologo dell'Università di Padova. L'esatto opposto della tragedia di Bergamo, con la mancata zona rossa. Quindi con merito Crisanti è diventato una presenza tv familiare per tutti gli italiani: apocalittico, spesso bellicoso, assicurava sempre un picco di audience. Tanto che Maurizio Crozza lo ha trasformato con successo in lugubre macchietta surreale: "Dovrete stare in isolamento per altri cinque anni!". 

È comprensibile allora che la procura di Bergamo, pressata dai familiari delle vittime, si sia affidata a lui. Certo, Crisanti è microbiologo e non infettivologo, né tantomeno epidemiologo: quindi la gestione complessiva di una pandemia non sarebbe il suo campo. Ma pazienza, nell'emergenza un esperto vale l'altro. Più che altro è la precisione della sua stima dei morti in più causati dalla mancata zona rossa a sconcertare: 4.148, non uno in più o in meno. Ma chi siamo noi per dubitare del "metodo matematico" che Crisanti si vanta di utilizzare nella sua perizia di parte?

 Lui spiega così la necessità di un processo: "Dire 'siamo tutti assolti, va tutto bene' significa aprire la strada a una situazione di impreparazione la prossima volta". Poi però frena: "Questo non vuol dire che chi ha fatto male è colpevole, perché un errore non è colpa, e io non ho fatto nessun atto d'accusa nella mia perizia".

 Assolviamo il buon Crisanti per la sua ignoranza del diritto penale. Confidiamo nei giudici dell'udienza preliminare per evitare gli anni e i milioni che costerebbe un processo agli immaginari untori di un'epidemia il cui virus, come in tutte le epidemie, "is blowing in the wind", soffia nel vento dylaniano. Siamo dilaniati anche noi, come i parenti delle vittime, per la sicura, enorme, imperdonabile responsabilità dell'allora premier Giuseppe Conte, dei ministri e degli esperti: ebbero un mese per reperire mascherine e non lo fecero; avevano già mandato i carabinieri a sigillare Alzano e Nembro e fecero marcia indietro; eccetera eccetera.

Ma fu responsabilità politica, non penale. Perché in tribunale bisogna dimostrare i rapporti causa-effetto, e temiamo che i "modelli matematici" di Crisanti, magari convincenti in tv, lì abbiano meno valore, seppur matematici. E quindi difficilmente riusciranno a cacciare in galera per epidemia e 4.148 omicidi in val Seriana i miti e mitici professori Silvio Brusaferro e Franco Locatelli. 

Saturday, February 11, 2023

Burt Bacharach e i Beatles, che coincidenza

La canzone Baby it's you, i contatti con Paul McCartney, i giudizi tranchant di John Lennon

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 febbraio 2023


Un'incredibile coincidenza lega Burt Bacharach, scomparso nella sua Los Angeles il 9 febbraio a 94 anni, e l'80enne Paul McCartney, ovvero i principali compositori di musica del '900 (con George Gershwin). Esattamente sessant'anni fa, l'11 febbraio 1963, i Beatles registrarono negli studi londinesi di Abbey Road la canzone "Baby it's you" di Bacharach, portata al successo dalle Shirelles negli Usa due anni prima. 

È l'unico punto di contatto fra le loro straordinarie carriere, che si sfiorarono nuovamente solo nel 1965 quando Bacharach andò in quegli stessi studi a Londra per far incidere la sua Alfie a Cilla Black, interprete in quel periodo di vari brani composti apposta per lei da McCartney.

Ai Beatles Baby it's you era piaciuta subito. La inserirono nel loro repertorio al Cavern di Liverpool e ad Amburgo, prima di affacciarsi alla Emi di Londra per realizzare il loro primo 45 giri Love me do nell'ottobre 1962. 

Vista la performance soddisfacente (17° posto in hit parade), uscirono subito con un altro disco, Please please me, che nel gennaio '63 conquistò la testa alla classifica. Cosicché il produttore George Martin li riconvocò subito ad Abbey Road per incidere un intero long playing.  

I Beatles interruppero per un giorno il tour inglese, e in sole dieci ore l'11 febbraio registrarono l'intero loro primo leggendario 33 giri, titolato come il singolo. Fra quelle tredici canzoni brillano capolavori come Twist and shout e I saw her standing there che offuscano la cover di Bacharach. Ma comunque Baby it's you fa la sua bella figura, con la voce solista di John Lennon. 

E questa è una vera ironia della storia, perché in seguito fu proprio Lennon, nel 1971, a definire "muzak", musicaccia, l'easy listening delle canzoni molto leggere come quelle di Bacharach. "Paperwall music", musica da tappezzeria: così i rocker politicamente impegnati come Lennon o Dylan bollavano melensaggini come I'll never fall in love again o Raindrops keep fallin' on my head, capolavori di Bacharach adatti secondo loro solo per gli ascensori e le hall degli alberghi. 

Giudizio ingiusto, e per la verità la condanna di Lennon era indirizzata soprattutto all'ex compagno McCartney. Nella canzone How do you sleep? lo accusò infatti di essere un semplice entertainer senza nerbo: "L'unica cosa buona che hai composto è stata Yesterday". 

Bacharach, dall'alto dei suoi miliardi e del matrimonio con Angie Dickinson soprannominata The legs (le gambe più belle del mondo), ovviamente se ne infischiava di questi giudizi. Ma durante tutti gli anni '60 e '70 nel mondo del pop-rock c'era un confine invalicabile fra la sua inoffensiva musica californiana, evocante aperitivi innaffiati di Martini in lussuose ville al tramonto, e i brani arrabbiati della controcultura antimilitarista amata dai contestatori universitari. Insomma, Bacharach era perfetto per la quarantenne Mrs. Robinson e i whisky di suo marito, mentre il Laureato Dustin Hoffman e la sua giovane fidanzata scappavano al ritmo di Simon & Garfunkel. 

Friday, February 10, 2023

Foibe ed esodo: colpa di una spia inglese

Venerdì 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo, ma pochi ricordano il nome di James Klugmann, al soldo di Stalin, che nel 1942 convinse Winston Churchill ad aiutare i partigiani comunisti di Tito in Jugoslavia invece di quelli monarchici del generale Draza Mihailović

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 febbraio 2023

I 350mila profughi di Istria e Dalmazia possono ringraziare un certo James Klugmann, per il loro esodo e le foibe. Oggi si celebra il Giorno del Ricordo, ma pochi ricordano il nome della spia inglese al soldo di Stalin che nel 1942 convinse Winston Churchill ad aiutare i partigiani comunisti di Tito in Jugoslavia, invece di quelli monarchici del generale Draza Mihailović.

Soltanto grazie all'appoggio inglese Tito conquistò il proprio Paese, sbaragliando non solo gli occupanti tedeschi e italiani, ma anche tutti i suoi nemici interni: fascisti ustascia croati, cetnici serbi, musulmani bosniaci, cattolici sloveni, democratici e liberali di ogni nazionalità.

La Jugoslavia nell'aprile 1941 era stata invasa dai nazifascisti, dopo il golpe filoinglese che l'aveva spostata dall'orbita dall'Asse a quella degli angloamericani. Ma fino all'estate l'unica resistenza fu quella dei partigiani dell'ex re Pietro, perché i comunisti jugoslavi rispettavano il patto Molotov-Ribbentrop fra Urss e Germania. Tito cominciò la sua guerriglia solo dopo l'attacco di Hitler a Stalin.

Nel febbraio 1942 il trentenne James Klugmann fu incredibilmente messo alla guida dell'ufficio jugoslavo del nuovo spionaggio militare inglese, il Soe (Special operations executive). Come fu possibile che un notorio comunista raggiungesse quella carica? Qualcuno incolpa un bombardamento aereo tedesco che aveva distrutto gli archivi del MI5, l'intelligence britannica. 

In ogni caso la talpa si mise subito all'opera. Gli inglesi monitoravano Balcani e Medio Oriente dal Cairo, e da lì Klugmann faceva partire per Londra rapporti che screditavano i partigiani jugoslavi democratici, lodando invece la pugnacia dei comunisti titini. Così i notevoli aiuti che gli alleati paracadutavano sulla Jugoslavia furono pian piano dirottati dai guerriglieri di Mihailović a quelli di Tito. 

L'unico a obiettare fu il Foreign office. Con lungimiranza, il ministero degli Esteri britannico si preoccupava per gli effetti a lungo termine del massiccio aiuto a quello che già sapevano sarebbe tornato ad essere il nemico, dopo la caduta di Hitler: il comunismo internazionale. Ma le perplessità furono superate da due argomenti. Primo, i partigiani titini erano in effetti più feroci e determinati dei monarchici, perché appartenevano a tutte le etnie jugoslave (serbi, croati, sloveni), mentre i cetnici erano solo serbi. Secondo: gli angloamericani stavano aiutando anche Stalin, superando le differenze ideologiche.

Ma l'opera di disinformazione di Klugmann riuscì a convincere Churchill che Tito potesse essere più efficace per l'unico scopo che interessava allora gli inglesi: ammazzava più tedeschi di Mihailović, teneva maggiormente impegnate le divisioni della Wehrmacht, distogliendole così dagli altri fronti.

Naturalmente la storia non si riscrive con i 'se'. Tuttavia il destino della Jugoslavia, e degli italiani di Istria e Dalmazia, sarebbe stato sicuramente diverso se, come in Italia, anche lì i partigiani vittoriosi nel 1945 fossero risultati di diverse estrazioni, senza un monopolio comunista.

Nel dopoguerra Klugmann, promosso maggiore, riprese tranquillamente la sua militanza nel partito comunista inglese, del quale scrisse la storia ufficiale. Fu sospettato di far parte dei 'Cambridge five', le famose cinque spie che facevano il doppio gioco per i sovietici. La realtà era ancora peggiore: fu proprio lui a reclutare Burgess, Philby, Maclean, Blunt e Cairncross. 

Ma la clamorosa verità è emersa solo con l'apertura degli archivi Kgb nel 1990 e di quelli inglesi nel 1997. Nel frattempo Klugmann era morto tranquillo nel suo letto, a 65 anni nel 1977. Dopo aver regalato a istriani e dalmati esilio e foibe, e agli jugoslavi mezzo secolo di dittatura, sfociata nella seconda guerra civile degli anni '90.

Saturday, January 21, 2023

David Crosby e la scia lunga e luminosissima del primo supergruppo della storia del rock



Chi ha meno di 60 anni non può rendersi conto di quanto sia stato importante l'acronimo CSN&Y nella musica contemporanea

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 20 gennaio 2023 

Chi è stato il più bravo fra Crosby, Stills, Nash e Young? Mi mette in difficoltà la domanda di mia moglie, dopo la morte di David Crosby. È impossibile stabilire una classifica, perché loro nel 1969 furono il primo supergruppo nella storia del rock. "Supergroup" significava una band formata dai migliori provenienti dalle migliori band: Crosby dai Byrds di Mr. Tambourine Man, Steve Stills e Neil Young dai Buffalo Springfield di For What It's Worth (successo poi campionato da tutti i dj negli anni 90), l'inglese Graham Nash dagli Hollies.

Qualcuno sostiene che i Cream siano stati il primo supergruppo, già nel 1966. Ma in realtà solo Eric Clapton era una star, gli altri due - Ginger Baker e Jack Bruce - li conoscevano in pochi.

Chi ha meno di 60 anni non può rendersi conto di quanto sia stato importante l'acronimo CSN&Y nella musica contemporanea. Provate voi a essere scelti come sigla d'apertura per il film simbolo degli anni 60, quello sul festival di Woodstock: Long Time Gone era un brano di Crosby. E nel 1970 il quartetto era così popolare che fu il primo al mondo a esibirsi soltanto negli stadi, nel loro lungo tour Usa: teatri e palasport risultavano troppo piccoli per contenere il loro immenso pubblico. Sì, c'era stato il concerto dei Beatles allo Shea stadium di New York cinque anni prima. Ma fu un evento isolato, e anche i Rolling Stones arrivarono solo nel 1972 alle tournée industriali con aereo privato, logo e merchandising. 

Soprattutto, CSN&Y sono stati un'incredibile meteora. Durati solo due anni, lo spazio di due dischi in studio (all'inizio senza Young, poi Déja Vu) e un doppio live (Four Way Street). Ma come tutte le comete, le quattro star hanno lasciato una scia lunga e luminosissima. Sopraffatti dal successo e dalle droghe, Crosby e amici hanno litigato e si sono continuamente ritrovati per mezzo secolo. La prima reunion nel '74, poi il memorabile disco del '77. Fino a quelli degli ultimi anni, ormai ottuagenari. 

Sempre a geometria variabile: un disco Stills con Young, un altro Crosby con Nash, oppure in tre, in quattro. Come i musicisti jazz, mai imprigionabili nella gabbia di un solo complesso. Nei loro album da soli invitavano a cantare e suonare tutti gli altri. 

Il lavoro solitario insuperabile di Crosby è If I Could Only Remember My Name del 1971. 'Se potessi solo ricordare il mio nome', il titolo dice tutto sul grado di allucinazione dell'epoca. C'è dentro l'intera musica californiana della controcultura e della contestazione, dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead. Vendite non milionarie, ma atmosfera "seminal", come dicono in inglese: avanguardia, pietra miliare, punto di arrivo e di partenza per centinaia di musicisti degli anni 60 e 70, dal pop all'acido, dal folk-rock allo psichedelico.

La sua canzone più bella è probabilmente Cowboy Movie, chitarra solista di Jerry Garcia, sogno-incubo dolce e paranoico con un riferimento alla pistola, contraddittorio aggeggio che Crosby portava sempre con sè nonostante lui e i suoi baffoni fossero l'epitome dell'hippy peace&love. Dopo i delitti John Kennedy, Martin Luther King e Robert Kennedy il pacifista Crosby viveva nella paura costante di fare la stessa fine. Quindi girava armato, e l'assassinio di John Lennon gli diede ragione. Ma finì anche in prigione per porto d'armi abusivo e droga. Oltre che in ospedale per trapianto di fegato nel 1994. 

"Pensavo di aver incontrato un uomo che diceva di conoscere un uomo che sapeva quel che stava succedendo. Mi sbagliavo, era solo un altro sconosciuto", canta Crosby in Laughing, e mai lo smarrimento esistenziale della generazione Vietnam suonò più poetico.  

Poi ci sono i manifesti politici: "Come si chiamano? In quale via abitano gli uomini che governano veramente il nostro Paese? Vorrei andare da loro questo pomeriggio per parlare di pace. Pace non mi sembra una cosa così grande da chiedere", è il testo dell'inno antimilitarista What are their Names. 

Il libertario Crosby non crede più nelle elezioni, deluso dal voto del 1968 che nonostante tanti cortei studenteschi portò la destra di Nixon alla Casa Bianca: "Non cercare di farti eleggere. Se ci provi, dovrai tagliarti i capelli", ovvero rinunciare ai tuoi ideali (Long Time Gone). Mentre lui ha preferito fino all'ultimo tenerli lunghi: "Lascio sventolare la mia bandiera freak" (Almost Cut my Hair). Lo abbiamo visto indomito in concerto l'ultima volta nel settembre 2018 al teatro Dal Verme di Milano. Ormai era un nonno dei fiori sorridente e saggio.

Monday, January 16, 2023

Bianchi e Veronesi, per loro fare politica è un po' come andare in vacanza



L'insostenibile leggerezza dei candidati alle regionali di Lombardia e Lazio, nuovi protagonisti di quel cabaret chiamata politica

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 16 gennaio 2023

L'insostenibile leggerezza dei candidati alle regionali di Lombardia e Lazio esplode oggi, in perfetta sintonia, con due eccellenti esternazioni parallele, opposte ma simmetricamente uguali. Alberto Veronesi, figlio di, stimato direttore d'orchestra, si propone agli elettori lombardi con Fratelli d'Italia. Nel 2020 corse col Pd in Toscana, un anno dopo a Milano col sindaco Giuseppe Sala (Pd). Sempre trombato ma imperterrito, lo scorso giugno ha riprovato al comune di Lucca, questa volta però col Terzo polo di Calenda e Renzi. Esito egualmente disastroso: 3%. 

Indomito, ora passa a destra spiegando al Corriere della Sera: "Non sono un politico di professione, mi ritengo libero, la libertà va tutelata. Non rinnego nulla". L'intervistatore obietta: salto triplo, da un opposto all'altro. Non esagera? "Il Pd si è reso conto della mia presenza solo ora che non la penso più come loro".

Altre leggiadre affermazioni dello svolazzator cortese: "La canzone Bella ciao è contro l'invasore. Anche i Fratelli d'Italia sono per la difesa della patria" (veramente i padri dei Fratelli stavano per la Repubblica fascista di Salò, ma pazienza). "La destra era l'élite contro il popolo, ora le parti si sono invertite". Inevitabile curiosità: lei ha calcato podi internazionali, chi glielo fa fare? "Credo nella democrazia e mi metto in gioco".

Sembra giocare con la politica anche l'ottima Donatella Bianchi, conduttrice di Linea Blu su Rai1 e scelta inopinatamente da Rocco Casalino come candidata governatrice grillina nel Lazio. Non vuole perdere un giorno di stipendio, quindi non si è ancora messa in aspettativa dal servizio pubblico: "Lo farò se intraprenderò un'avventura politica". Ma come, la signora non ha ancora deciso? La sua elezione almeno come consigliera è sicura. Macché: "Devo prendere le misure". Se perderà come governatrice rimarrà in consiglio regionale? "Valuterò più avanti, certo non deciderò il 14 febbraio". 

L'indecisa Bianchi non è una banderuola come Veronesi junior. Ma non è stata la prima scelta dei 5 stelle. Hanno ripiegato su di lei solo dopo i no di altri volti tv: Luisella Costamagna vittoriosa a Ballando con le stelle, Sabrina Ferilli, Bianca Berlinguer. Perché tutto è intercambiabile fra i grillini, come i partiti per Veronesi: non per niente il loro capo Giuseppe Conte detiene il record mondiale del trasformismo, passato direttamente da premier di centrodestra a premier di centrosinistra.

Il direttore d'orchestra e la presentatrice Rai sono già stati beneficiati dal remunerativo sottobosco politico: il primo nominato alla guida del più importante festival lirico italiano, quello pucciniano di Torre del Lago (Lucca); la Bianchi al parco delle Cinqueterre. Ed entrambi si rivelano molto à la page nella nuova dimensione liquida dell'impegno pubblico. Non importa più da che parte si stia, coerenza e dignità sembrano virtù obsolete. 

Dopotutto alle regionali lombarde e laziali del 14 febbraio sono candidati governatori ben più illustri voltagabbana e perfino ex spacciatori. Così Veronesi e Bianchi si adeguano, aggiungendosi ai tanti rabdomanti di quel cabaret che ancora ci ostiniamo a chiamare politica. 

Sunday, January 15, 2023

Contro gli opposti estremisti: confinofobi e confinofili



Le frontiere sono neutrali. Dipende da come le si usa, in ogni ambito. Senza confini la realtà stessa non esisterebbe. L'unico spazio in-finito (senza con-fini) è l'universo 

di Mauro Suttora

Huffingtonpost, 15 gennaio 2023 

Va di moda dire "i confini non esistono", o al contrario condannare chi li varca clandestinamente. Anzi, è proprio questo uno dei principali nuovi confini, in politica: più che fra destra e sinistra, ricchi e poveri, borghesi e proletari, oggi ci dividiamo fra buonisti, internazionalisti, cosmopoliti globalisti da una parte, e sovranisti, nazionalisti, localisti noglobal dall'altra. Gli uni accusano gli altri di essere élites consumiste senza radici né valori, oppure fascistoidi retrogradi, chiusi e razzisti. 

La verità è che le frontiere sono neutrali. Dipende da come le si usa, in ogni ambito. Senza confini la realtà stessa non esisterebbe. L'unico spazio in-finito (senza con-fini) è l'universo. Ogni volta che aumenta la portata dei nostri radiotelescopi, scopriamo nuove galassie a milioni di anni luce.

Ma passando dal macro al micro, il confine è essenziale. Tutte le cellule degli organismi viventi hanno come propria frontiera la membrana. Se la cellula impazzisce e si moltiplica sconfinatamente, ecco i tumori. 

Idem nella fisica: in ogni elemento gli atomi possiedono un confine ben preciso fra il nucleo di protoni e gli elettroni che girano attorno. Provate a scindere il nucleo, a violare le sue frontiere interne, e scatenerete una reazione nucleare. Non per nulla i greci già 2500 anni fa l'avevano battezzato a-tomo: inscindibile. 

Insomma, come dicono i filosofi: sono proprio i confini a definire l'essere, l'essenza. Il nostro corpo è protetto dalla frontiera della pelle. Provate a romperla: morirete dissanguati. Da quando l'uomo è uscito dalle caverne costruendosi la prima capanna, il perimetro dei muri ha stabilito i confini della tranquillità garantita alla sua famiglia.

Cosicché, mi permetto di confutare il titolo dell'ultimo lavoro teatrale degli ottimi Stefano Mancuso e Matteo Caccia, che sta girando l'Italia: 'I confini non esistono'. 

Loro lo spiegano così: "Uno spettacolo che incrocia le narrazioni di due esperti nei loro campi: la botanica e le relazioni umane. Mancuso e Caccia intrecciano storie di piante e di uomini che hanno come comune denominatore quello dei confini. Confini fisici o confini mentali, luoghi nei quali sembrerebbe impossibile accedere, e dove invece uomini e piante riescono a spingersi anche contro la volontà di pochi. In un momento storico in cui varcare i confini è considerato un errore, spesso un delitto, Mancuso e Caccia attraverso le storie di alberi o arbusti, uomini o donne, restituiscono un’antica verità che sembra ormai impronunciabile: i confini sono una convenzione, un’invenzione dell’uomo. Ma in natura i confini non esistono".

Mi sembra invece che la natura, ma anche la cultura, li smentiscano. 

Ho approfondito la questione nel libro 'Confini, storia e segreti delle nostre frontiere' (ed. Neri Pozza, 2021), scritto mentre il mondo intero era confinato nelle proprie case, città, regioni e stati dal lockdown per il covid. 

Altri due virus, prima e dopo, hanno agitato la nostra vita pubblica, facendoci riscoprire confini che ci illudevamo aver sorpassato, almeno in Europa: le frontiere bloccate contro i migranti, e quelle ucraine attaccate da Putin. 

Epidemia, violenza, guerra. Manca solo la fame, ed ecco tornati i quattro cavalieri dell'apocalisse. Quindi forse è meglio non praticare una rimozione quasi psicanalitica nei confronti dei confini. Perché, come ha scritto Regis Debray nel suo 'Elogio delle Frontiere', "di frontiere non ne sono mai state create tante come negli ultimi anni: 27mila chilometri a partire dal 1991". 

È un bene, un male? Il Museo delle frontiere a Bard (Aosta) scioglie saggiamente il dilemma: "Un confine può dividere e opporre, ma anche distinguere senza separare. I limiti territoriali, sociali, culturali, religiosi ed etnici sono un dato di fatto, in sè né positivo né negativo: inevitabile, e forse anche utile e necessario. Dipende solo da noi farne buon uso". 

Perché anche il castello con le mura più alte e inespugnabili è dotato di un ponte levatoio, attraverso cui passano ospitalità, curiosità, apertura e accoglienza. "C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce", canta Leonard Cohen.

Wednesday, January 11, 2023

Un piccolo capolavoro

di Mauro Suttora

Nel libro 'L'ora più dolce' di Alessandra Zenarola (ed.Tabula Fati, 2022) non succede nulla. Per questo è un piccolo capolavoro. I dieci mesi di ospedalizzazione della mamma dell'autrice non contengono colpi di scena. La fine è nota. Sono uguali alle malattie e traversie di tutte le nostre mamme ultraottantenni, fra sedie a rotelle, letti, pantofoline e badanti ucraine. Udine è uguale a tutte le altre cento città d'Italia da centomila abitanti, la vera ricchezza del nostro Paese. 

La vita di provincia tranquilla e sonnolenta, tanto noiosa quanto rassicurante, è uguale per tutti noi boomers 60enni che assistiamo la generazione precedente, i fortunati che ebbero 30 anni negli anni 60, il decennio più strepitoso del secolo scorso.

Zenarola non è una scrittrice. È un'entomologa. È capace di tenerci attanagliati alla pagina elencando tuttissimi i dettagli di una scena, in presa diretta, in tempo reale. Un'intera vita minuto per minuto: l'innaffiatoio rosa, la cena in pizzeria, il caffè alla macchinetta, il bicchiere di vino in casa. 
Dialoghi stenografici precisi, implacabili, divertenti. Humour dry, secco come quello di Jerome K. Jerome. Due donne in Friuli invece di Tre uomini in barca. Esilarante l'episodio della bara del padre/marito che il dirigente del cimitero non trova più.

A ogni capitolo il flashback di una biografia della mamma che è anche autobiografia dell'autrice. Milioni di noi possono immedesimarsi nelle vacanze in Liguria, nei soggiorni in montagna, nei paesi dei parenti dove nulla succede, in agosto come in qualsiasi giorno dell'anno.

Ma Zenarola è capace di trasformare questo nulla in un ricchissimo tutto. Racconta pomeriggi di noia, profumi di caldarroste a novembre, giornate calde o fredde, umide o piovose, amori lontani di madre e figlia, convegni di presentazione del dottissimo libro della mamma sulla storia di Fagagna. Ecco, le basta scrivere Fagagna, questo nome così buffo, per trasfigurare magicamente un paesino friulano in un luogo universale.

La media borghesia intellettuale delle Zenarolas che esisteva fino a 20-30 anni fa oggi si è numericamente ristretta. Per questo ne abbiamo nostalgia, adesso che la tenaglia sociale si è allargata: da una parte immotivate e volgari ricchezze, dall'altra nuovi lumpenproletari a 1200 mensili. Entrambi esibizionisti e infantili. Invece mamma Zenarola teneva per sè come gioielli i preziosi fogli delle sue ricerche compilate nell'archivio di stato che dirigeva.

Questo libro eleva la sociologia ad aneddoto, la narrativa è sempre superiore alla saggistica, e quindi ci fa innamorare di tutti i suoi personaggi, così veri e reali: infermiere e oss, zie zitelle, parenti timorati o scapestrati, medici solleciti oppure odiosi, fratelli capaci di riparare tapparelle, padri che corrono a giocare al casinò.
Buona lettura.

Tuesday, December 27, 2022

La Croazia nell'euro riunisce l'Adriatico, come ai tempi della Repubblica veneziana



Dal primo gennaio sarà di nuovo possibile, dopo 225 anni, viaggiare da Venezia fino alle più lontane città adriatiche della ex Serenissima senza dover cambiare valuta, attraversare dogane né mostrare documenti

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 27 dicembre 2022 

Risorge il Leone di San Marco: dal primo gennaio sarà di nuovo possibile, dopo 225 anni, viaggiare da Venezia fino alle più lontane città adriatiche della ex Serenissima senza dover cambiare valuta, attraversare dogane né mostrare documenti.

La Croazia adotta la nostra moneta: entra nell'eurozona e nello spazio Schengen. Viene così ripristinata l'unità economica e politica fra Veneto, Friuli, Istria, isole del Carnaro e Dalmazia rotta nel 1797: in quell'anno Napoleone invase Venezia, la repubblica più antica, ricca, civile e tollerante del mondo, e poi la diede all'Austria con il trattato di Campoformio. 

Da Ancona a Pola, da Pescara a Zara, da Bari a Spalato e giù fino a Ragusa/Dubrovnik (anch'essa repubblica indipendente per secoli fino al 1808), il mare Adriatico tornerà ad essere "golfo di Venezia", com'era denominato su tutti gli atlanti fino al '700. 

Quindi la Croazia, dopo la Slovenia nel 2004, fa ingresso a pieno titolo nell'Europa unita, abbandonando la propria moneta (kuna) per l'euro. Porta in dote il suo porto principale, Fiume/Rijeka, che come Trieste non era mai stato veneziano: fino al 1918 fu lo sbocco al mare dell'Ungheria, così come il capoluogo giuliano era il porto dell'asburgica Vienna. 

Per la verità un'unità adriatica si era già ripristinata nel 1815-66, quando da Venezia alle bocche di Cattaro/Kotor, oggi porto montenegrino, comandava l'impero austriaco. Ma fu appunto una dominazione straniera, contestata sia dagli irredentisti italiani (Niccolò Tommaseo veniva da Sebenico, e dalmata era pure Antonio Baiamonti, sindaco di Spalato fino al 1880), sia dai nazionalisti croati. 

Non è un caso che gli unici due stati italiani non risorti con la Restaurazione del 1815 siano stati Venezia e Genova: erano repubbliche, quindi invise ai regni nuovamente padroni d'Europa dopo la ventata democratica napoleonica.

Il ritorno di Veneto e Friuli all'Italia nel 1866, dopo la terza guerra d'indipendenza, incattivì l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Da allora in Istria e Dalmazia gli austriaci si vendicarono favorendo i croati rispetto agli italiani. Così esasperarono gli opposti nazionalismi fra due popolazioni che sotto Venezia avevano convissuto pacificamente per secoli, con proficua divisione del lavoro: marinai e pescatori gli italiani, contadini i croati. Un esempio di tolleranza per gli attuali irriducibili sciovinismi dell'est europeo, dalla Bosnia alla Russia, dal Kosovo all'Ucraina, dalla Serbia alla Crimea. 

Nella nostra parte del continente l'Unione europea ha fatto dimenticare il sangue degli ultimi cent'anni. Oggi a Gorizia, città martire della prima guerra mondiale, la nostra frontiera con la Slovenia è impercettibile quanto quelle con Francia o Austria. E Trieste ha sorpassato l'incubo dei carri armati comunisti incombenti sul Carso fino al 1989.

Festeggia Renzo Codarin, presidente dell'Anvgd (Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia): "Si ricompone l'unità dell'italianità adriatica. Accogliamo con favore la completa integrazione della Croazia nell'Unione europea, che abolisce il confine sloveno-croato e restituisce continuità territoriale a Istria, Carnaro e Dalmazia".

Ma non c'è alcun accento revanscista da parte dei 350mila esuli italiani del 1947: "Abbiamo vissuto con dolore e sofferenza l'imposizione di confini che seguivano la logica della guerra fredda, senza considerazione per le istanze dell’italianità autoctona e del principio di autodeterminazione dei popoli. Ora gli esuli, i loro discendenti e le comunità italiane di Slovenia e Croazia potranno finalmente ritrovarsi nella lingua, cultura e tradizioni comuni, all'interno di una struttura statuale libera e democratica, con la salvaguardia delle culture locali".

 

Friday, December 16, 2022

L'incredibile vita di Sinisa Mihajlovic da Vukovar, figlio orgoglioso dell'illusorio melting pot jugoslavo



Sport e politica, guerra e pace, trofei e turbolenze. Padre serbo, mamma croata, misto proprio come Tito. Si è occupato poco di politica, ma non ha rinnegato le sue origini: "Rimango serbo, con qualunque governo"

di Mauro Suttora

Huffpost.it, 16 dicembre 2022

L'incredibile vita di Sinisa Mihajlovic si dipana fra sport e politica, guerra e pace, trofei e turbolenze. I suoi trionfi sul campo li conosciamo tutti: nove fra scudetti, coppe Italia e supercoppe con Lazio e Inter, la coppa delle Coppe laziale del 1999 (compagno di Mancini, Nedved, Vieri, Nesta), e soprattutto la Champions League vinta da una squadra dell'est (l'unica oltre allo Steaua Bucarest), la mitica Stella Rossa di Belgrado nel 1991, aggiudicata ai rigori in finale a Bari contro l'Olympique di Marsiglia. 

Quello era uno squadrone con dentro anche Dejan Savicevic e Stevan Stojanovic, ma purtroppo fu anche un veicolo della propaganda serba, responsabile in quello stesso periodo della guerra civile che insanguinò per dieci anni l'ex Jugoslavia (con 100mila morti). Mihajlovic c'entrava poco. Anzi, era il tipico prodotto dell'illusorio melting pot, il miscuglio di nazionalità con cui il dittatore comunista Tito cercò invano di superare l'odio secolare fra serbi, croati, sloveni, kosovari, bosniaci. 

Padre serbo, mamma croata (misto proprio come Tito, croato-sloveno), Sinisa nacque a Vukovar, città sul Danubio al confine fra Serbia e Croazia. Portava lo stesso cognome del capo partigiano monarchico, leader durante la Seconda guerra mondiale dei cetnici serbi distrutti da Tito: nessuna parentela. 

La guerra civile degli anni 90 iniziò proprio a Vukovar, che subì stragi e la pulizia etnica serba. Ma il ventenne Sinisa se n'era già andato a giocare per il Voivodina, squadra della regione autonoma ungherese jugoslava. Poi l'approdo nella incandescente Belgrado. Da sempre i tifosi dello Stella Rossa trasformavano le partite con la Dinamo Zagabria croata in una similguerra (e viceversa). Ma quando scoppiò la guerra vera i capi degli ultras nazionalisti si arruolarono, e alcuni furono in seguito processati per crimini di guerra come il loro presidente Slobodan Milosevic. 

Il provvidenziale acquisto miliardario della Roma, e poi quello della Sampdoria, tolsero Mihajlovic dall'inferno jugoslavo. Anche se lui quando tirava le sue famose punizioni dimostrava la stessa precisione e potenza di un cecchino di Sarajevo. Sinisa si è occupato poco di politica, ma da orgoglioso campione non ha rinnegato le sue origini: "Rimango serbo, con qualunque governo".  

Qualche intemperanza e insulto di troppo contro un giocatore rumeno e uno africano gli hanno procurato giorni di squalifica. Ma tutti lo hanno sempre lodato come giocatore e allenatore corretto, carismatico, trascinante. Per fortuna gli unici campi di battaglia della sua vita sono stati quelli degli stadi. E anche l'ultima battaglia, persa, l'ha combattuta per tre anni con il suo proverbiale coraggio da leone.

Wednesday, December 14, 2022

Nel magico mondo europeo, dove riuscire a farsi eleggere deputato è un affarone



Quanto è generoso il carrozzone dell'Ue. Per cinque anni, garantiti, senza rischio di interruzione

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 14 dicembre 2022


Nel magico mondo dell'Ue, riuscire a farsi eleggere eurodeputato rappresenta un affare da due milioni e mezzo. In cinque anni, garantiti, senza rischio di interruzione per elezioni anticipate. Ogni europarlamentare, infatti, percepisce 6.300 euro al mese di stipendio netto (8.000 lordi, aliquota agevolata), più 4.300 di spese generali, più un’indennità di 300 euro per ogni giorno di presenza. Basta firmare, anche alle 8 del mattino (e poi andarsene) o alle 10 di sera (appena arrivati), per far scattare la giornata. Come un qualsiasi furbetto del cartellino. Quindi molti arrivano il lunedì sera a Bruxelles o Strasburgo, e ripartono per casa al venerdì mattina. Tre giorni pieni posson bastare, se sembrano cinque. E si lavora solo tre settimane al mese. Perciò, totale diaria (300 euro per 15 giorni): 1500 euro.

Poi ci sono i cosiddetti fondi 400, che vengono dati ai gruppi parlamentari: 2.630 euro mensili. I viaggi da e per casa in classe business sono rimborsati integralmente. Oltre a questi, vengono erogati 350 euro al mese di rimborso per viaggi al di fuori dello Stato di elezione, per motivi diversi dalle riunioni ufficiali. Così si arriva a un totale netto mensile di 18mila euro. 

Ma gli eurodeputati hanno diritto anche a 21.200 euro per pagare portaborse. Al massimo tre a Bruxelles, e quanti vogliono nel proprio collegio. Un grillino, Ignazio Corrao (ora passato ai verdi), nel 2014 aveva battuto ogni record: ne aveva assunti undici, creandosi benemerenze nel suo territorio. 

Quanto siano importanti gli assistenti dei deputati lo sta dimostrando in questi giorni lo scandalo Qatargate. Sono spesso più competenti degli eletti (soprattutto di quelli digiuni in inglese o francese) nel districarsi fra burocrazia e regolamenti Ue. Passano da un europarlamentare all'altro finché riescono a "stabilizzarsi" facendosi assumere dai gruppi o dal Parlamento. 

 Dopo gli scandali dei parenti assunti come portaborse (ricordate il Trota figlio di Umberto Bossi?), il malcostume è stato vietato. Risultato: il fidanzato della figlia di un'eurodeputata italiana di destra ha dovuto aspettare anni prima di sposarla. Ha assistito la futura suocera fino a fine mandato.

 Poi ci sono le pubbliche relazioni. Ogni deputato può invitare a Bruxelles 110 visitatori all’anno, in gruppi di almeno dieci. Agli ospiti vengono rimborsati viaggi (nove cent a km, quindi dall’Italia da 180 a 360 euro), pasti (40 euro) e hotel (60 euro). In media, 540 euro a testa. Totale mensile per i nostri rappresentanti in Europa: 44.280 euro. Mezzo milione all’anno, da moltiplicare per i cinque anni della legislatura. Più i fringe benefit: limousine da e per l’aeroporto di Strasburgo, palestra di 2.150 mq con piscina, sauna, solarium, corsi di yoga, body sculpt, kick boxing, zumba.

 Poi ci sono i costi generali. L’Europarlamento ha un costo annuo di 1,75 miliardi. Diviso 751 deputati, fanno 2,3 milioni a testa. Le pensioni sono generose: a partire dai 63 anni garantiscono 1.400 euro per ogni mandato, fino ai 5.650 dai vent’anni in poi. Infine, ecco le indennità per i trombati: un mese di stipendio per ogni anno di servizio a chi non viene rieletto. Un’eurodeputata di An nel 2014 ottenne 190mila euro dopo 25 anni. Per "reinserirsi".

 Anche il personale del Parlamento europeo è superpagato: uscieri e segretarie 4-6mila euro netti, traduttori 6-9mila, dirigenti fino a 16mila mensili. Al di là delle contrapposizioni, tutti i partiti accettano i privilegi dell’Europarlamento. Anche i grillini, dopo essersi fatti eleggere per combattere i privilegi della casta, rinunciano a soli mille euro mensili. 

Sunday, December 11, 2022

La mini naja di La Russa già una volta è stata un fiasco. Buona per chi voleva il basco da paracadutista



La introdusse nel 2009 quand'era ministro della Difesa. Si esaurì dopo tre anni, con uno stanziamento di 21 milioni e una constatazione di sostanziale inutilità. "Così i giovani potevano mettersi i baschi amaranto dei paracadutisti o i cappelli da alpini"

di Mauro Suttora

Huffpost, 11 dicembre 2022

Il 15 dicembre 1972 una legge permise l'obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio in Italia. Per curiosa coincidenza, a mezzo secolo esatto di distanza il presidente del Senato Ignazio La Russa torna alla carica riproponendo la sua mini-naja volontaria, che già introdusse nel 2009 quand'era ministro della Difesa. Questa volta dura sei settimane invece di tre, ma è prevedibile che provocherà le stesse polemiche di allora: "Ecco il militarista che resuscita i campi Dux di mussoliniana memoria!".
 

Quella mini-naja si esaurì dopo tre anni, con uno stanziamento di 21 milioni e una constatazione di sostanziale inutilità: "Serve solo ad alimentare finanziariamente le associazioni d'arma", scrisse Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, "che dalla fine del servizio di leva nel 2004 non hanno più migliaia di nuovi iscritti ogni anno, e stanno invecchiando. I giovani dopo sole tre settimane di corso possono mettersi i baschi amaranto dei paracadutisti o i cappelli da alpini, privilegio un tempo riservato ai veri soldati".

Poi però l'idea fu adottata anche a sinistra, dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti (Pd) che non la ripristinò, ma disse che era comunque un buon modo per avvicinare i giovani alle forze armate. E anche il buon La Russa è stato umanizzato dall'imitazione di Fiorello, che lo ha dipinto come un innocuo fanatico non più dei manganelli, ma delle divise: da ministro le indossava ogni volta che poteva, quando andava a visitare i nostri soldati in Iraq o Afghanistan. 

Quindi adesso passare 40 giorni in caserma non appare più come un passatempo per criptofasci. Ma a cosa servirà? A familiarizzare i giovani con pistole e fucili? Un corso rapido per imparare a sparare può sicuramente essere completato in sei settimane. Così poi sarà più facile passare all'azione, come il signore di Fidene stamane.

Forse le più favorevoli a veder partire i propri figli, anche per periodi più lunghi, sono le mamme d'Italia. Le quali magari auspicano per i loro bamboccioni un contatto ravvicinato con i mitici caporali e sergenti che se non altro insegnavano loro a farsi da mangiare e rifarsi il letto. 

Ma per questo ci vorrebbero trasferimenti dall'altra parte d'Italia, mentre ormai anche il servizio civile volontario (8-12 mesi in un ente a 444 euro mensili per 25 ore settimanali, ora lo stanno facendo in 44mila) è a domicilio, nella stessa città di residenza. Insomma, i mammoni viziati non schiodano, restano a casa.

Invece La Russa pensa sicuramente a qualcosa di più virile. E nell'anno in cui Putin ha sdoganato dopo otto decenni l'idea di guerra in Europa, probabilmente ha centrato lo zeitgeist. Lo spirito del tempo spinge ad andare a vedere da vicino, se non altro per curiosità, quegli aggeggi che c'eravamo dimenticati esistessero, e che invece entrano in funzione per difendersi quando un dittatore invade un Paese: le armi. 

Quindi, se proprio vogliamo far familiarizzare i nostri pargoli con la nuova realtà bellica, non limitiamoci a mandarli dai simpatici alpini con le loro folcloristiche penne ed epiteti etilico-maschilisti. Organizziamo piuttosto stage educational per studiare, ad esempio, le blindature dei nostri ottimi veicoli Lince che si stanno fronteggiando nel Donbass.  Ne sono dotati sia i russi che gli ucraini: ai primi li abbiamo venduti, ai secondi regalati.

Oppure una mini-naja negli impianti Leonardo, apprezzatissimo esportatore di sistemi d'arma. È lì che si costruisce il futuro, con frontiere tecnologiche d'avanguardia. Eccellenze italiane: come moda, design, cibo, vino. Con notevoli sbocchi occupazionali, altro che punti in più per qualche noioso concorso parastatale. 

Friday, December 09, 2022

Odo falchi far festa. Grazie a Putin aumento record delle spese militari Usa



Hanno vinto loro, un voto quasi plebiscitario alla Camera su un incremento che supera perfino le richieste del presidente Biden. Soltanto la Cina tiene i livelli di Washington, che a questi ritmi presto arriveranno a mille miliardi

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 9 dicembre 2022  

Hanno vinto i falchi. La Camera Usa ha aumentato le spese militari dai 780 miliardi di dollari di quest'anno a 858 per l'anno prossimo. Un incremento impressionante: supera di ben 45 miliardi perfino la richiesta del presidente Joe Biden, il quale si sarebbe accontentato di 813 miliardi. Il dibattito ora passa al Senato, ma l'ampiezza bipartisan del voto alla Camera (350 sì contro 80 colombe) esclude sorprese. 

L'aumento-monstre ha due cause: la guerra in Ucraina e l'inflazione. 

Il bilancio militare 2023 prevede altri 800 milioni di armamenti per l'Ucraina. Che però sono una goccia rispetto ai 60 miliardi erogati extra-bilancio quest'anno in aiuti per Kiev, sia civili che bellici. Quanto all'inflazione, attualmente all'8% negli Usa, verrà compensata da un +4,6% per gli stipendi dei quasi tre milioni di militari statunitensi. 

Festeggiano i deputati democratici e repubblicani di decine di Stati: tutti quelli che hanno fabbriche d'armi nei propri collegi. La Lockheed sfornerà altri aerei F-35, la General Dynamics parteciperà all'espansione della marina da guerra: da 296 a 321 navi entro il 2030. Anche la nostra Fincantieri ne varerà qualcuna, con la sua sussidiaria americana.

Nel 1999 le spese militari statunitensi erano a 298 miliardi. Poi una progressione a razzo: le guerre in Iraq e Afghanistan le fecero lievitare fino ai 533 miliardi del 2005. Con Barack Obama l'aumento fu più contenuto: 633 miliardi del 2015. Sotto Donald Trump un altro salto di cento milioni annui. E ora le nuove minacce: soldati Usa in Europa aumentati da 80 a 100mila; dieci miliardi in più per Taiwan; il budget per le armi nucleari che passa da 43 a 51 miliardi annui.

Soltanto la Cina sta incrementando le spese militari quanto Washington: raddoppiate in pochi anni, fino agli attuali 300 miliardi (come l'intera Europa). La Russia dichiarava una settantina di miliardi prima della guerra, ora Putin ne stanzia 140 per il 2023.  Ma gli Usa sono irraggiungibili: a questi ritmi, fra pochi anni arriveranno a mille miliardi. Quanto tutti gli altri stati della Terra messi assieme. 

Monday, November 28, 2022

Ucraina, Kosovo, Libia. Seguire l'esempio italiano



La soluzione per Crimea e Donbass, per il conflitto fra kosovari e serbi, e anche per quello fra Cirenaica e Tripolitania, divise ormai da dieci anni, è rinvenibile nella nostra storia recente

di Mauro Suttora

HuffPost.it, 28 Novembre 2022 

L'Italia può insegnare molto a Ucraina, Kosovo e Libia. La soluzione per Crimea e Donbass, per il conflitto kosovari/serbi, e anche per quello fra Cirenaica e Tripolitania, divise ormai da dieci anni, è rinvenibile nella nostra storia recente.
Il Territorio Libero di Trieste, per esempio. Quando ci sono dispute di frontiera apparentemente insolubili, come l'attuale fra Kiev e Mosca, la via d'uscita più semplice non sempre è spartire i territori contesi fra i due avversari, ma creare ex novo una terza entità.
Nel maggio 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia di Tito s'impossessò di Trieste. Di fronte al fatto compiuto, non era scontato per l'Italia riuscire a recuperare il capoluogo giuliano con mezzi pacifici. Anche perché, dei quattro Alleati vincitori, l'Urss appoggiava il dittatore comunista, la Gran Bretagna lo aveva armato contro di noi, e la Francia di De Gaulle voleva vendicare la 'pugnalata' fascista del 1940.
Fu così che, con un guizzo creativo, la città e la costa nord dell'Istria furono inglobate nel Tlt (Territorio libero di Trieste). Il quale durò fino al 1954. Nel frattempo gli animi si erano calmati, anche perché Tito aveva rotto con Stalin. Cosicché non ebbe problemi ad abbandonare ogni rivendicazione sulla città e il Carso triestino, in cambio di Capodistria, Portorose e Pirano: era minacciato più da est che da ovest.

Il tempo lenisce gli ardori, i furori e i dolori. Oggi appare inaccettabile sia per gli ucraini che per Putin rinunciare a Crimea e Donbass. Ma un'amministrazione provvisoria, magari con mandato Onu, potrebbe svelenire gli animi. Intendiamoci, le 'città libere' non sono state sempre un successo. Quella di Danzica finì come finì, nel 1939. E anche l'altro lascito della Prima guerra mondiale, Fiume, provocò subito la spedizione di D'Annunzio contro la città autonoma fra Italia e Jugoslavia. Ma gli opposti nazionalismi non vanno fatti incancrenire.
È questo l'errore commesso da Onu e Ue in Kosovo. Mai avrei pensato, quando nel 1999 seguii a Pec le nostre truppe con bandiera Nato, che quasi un quarto di secolo dopo le avrei trovate ancora lì. Le missioni di peacekeeping non possono durare in eterno. E infatti ora la situazione è di nuovo esplosiva: serbi e albanesi si confrontano sul fiume Ibar, che taglia in due la città di Mitrovica. A nord sono maggioranza i primi, che però risultano una minoranza di centomila abitanti rispetto al milione di kosovari albanesi a sud.

Qui l'unica soluzione è una pulizia etnica nonviolenta e volontaria. Non spaventatevi per la parola: nella vita pubblica come in quella privata, se non si riesce a convivere è meglio separarsi. Repubblica ceca e Slovacchia hanno divorziato subito dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1990. La Jugoslavia invece ha patito un decennio di sanguinosa guerra civile.
È triste dirlo, ma in Bosnia e Kosovo la convivenza fra musulmani e cristiani ortodossi risulta ancor oggi impossibile. Il labirinto bosniaco, con le sue enclaves etniche e l'aggravante del terzo incomodo, i croati cattolici, appare difficile da districare. In Kosovo invece sarebbe facile tracciare una linea di demarcazione: la zona a maggioranza serba vada sotto Belgrado, in cambio di compensazioni territoriali (alcuni paesi albanesi in Serbia) e finanziarie.
Sono figlio di profughi istriani, so quanto costi abbandonare la propria terra. Ma non si può vivere eternamente nella tensione, nell'oppressione, nel terrore. E quindi l'esodo nel 1947 della mia famiglia con i 300mila istrodalmati fu tutto sommato la decisione più saggia. Anche perché ci ha risparmiato mezzo secolo di miseria economica e morale sotto una dittatura comunista.
Naturalmente i danni e le perdite subite dai kosovari che accetteranno di trasferirsi spontaneamente da una parte all'altra della nuova frontiera dovranno essere risarciti fino all'ultimo centesimo. Anzi, all'ultimo euro. Perché in cambio di questa complicata e dolorosa pacificazione è auspicabile che tutta la regione entri finalmente nell'Unione europea: Kosovo, Serbia, Albania. I confini diventano più accettabili quando svaniscono: qualcuno oggi si accorge se da Trieste a Gorizia entra in Slovenia? (E fra un mese anche la Croazia adotterà l'euro).

L'auspicabile opzione etnica in Kosovo (praticabile anche in Ucraina) ha un precedente in Alto Adige. Nel 1939 Mussolini e Hitler si accordarono per trasferire in Germania o Austria i sudtirolesi che lo avessero desiderato. Optarono per la heimat tedesca in 86 su cento: quasi 200mila (qualche germanofono anche in Trentino, nell'Ampezzano veneto e a Tarvisio in Friuli). Poi però, con la guerra, i trasferimenti procedettero a rilento: se ne andarono solo in 70mila. E tutto si bloccò dopo l'8 settembre, quando il Trentino-Alto Adige passò direttamente al Reich.
Come racconta Carlo von Guggenberg nel suo libro appena pubblicato 'L'Altro Adige. Optanti e Dableiber per la nascita della Stella Alpina' (Praxis Edizioni), a quel punto nacque un dramma. I sudtirolesi di lingua tedesca che avevano optato si ritrovarono in mezzo al guado: molti non volevano più partire, e dei già partiti 20mila tornarono. Ci fu tensione con accuse reciproche di tradimento. Nei paesini di montagna qualcuno aveva già adocchiato le fattorie e i campi lasciati dagli optanti. C'è chi finì nella vasca di qualche fontana durante i tafferugli.
Fu impresa non facile riappacificare i sudtirolesi fra loro, prima che con gli italiani. Ci riuscirono i fondatori della Svp (Südtitoler VolksPartei), fra i quali giganteggiarono Erich Amonn, Otto von Guggenberg (nonno dell'autore del libro) e poi Silvius Magnago. Anche grazie a loro, e nonostante i terroristi degli anni 60, quella della minoranza tedesca in Alto Adige è una storia di successo, studiata nel mondo intero. E speriamo presto anche in Ucraina.

La Libia, infine. Anche qui, come in Istria e Kosovo: meglio amputare che deteriorarsi in cancrena. Dopo la Primavera araba del 2011 che cacciò il dittatore Gheddafi, il Paese è irrimediabilmente diviso in due: Tripolitania e Cirenaica. Si susseguono patetici inviati Onu che continuano ad auspicare un'unità inesistente. Tripoli e Bengasi, peraltro, sono separate da sempre: non solo sotto l'impero ottomano, ma anche nei primi vent'anni da colonia italiana, dopo il 1911. 
Quindi, come in Irlanda del Nord e in Sud Sudan, meglio dividere chi non vuole vivere assieme. Senza tenere unite artificialmente realtà diverse: ci ammonisce la guerra civile in Yemen, se non ricordiamo il Biafra o il Bangladesh.
Petrolio e gas ci sono da una parte e dall'altra, nessun libico si impoverirebbe. L'Eni continua a pompare, nonostante i volumi ridotti. In più, a Tripoli riecco i soldati turchi tornati dopo un secolo, e a Bengasi i simpatici mercenari russi della Wagner. Pare che ora per farci dispetto ci mandino barconi di migranti pure da lì, anche se dalla Cirenaica la distanza è doppia. Urge intervenire con proposte realistiche e intelligenti, senza inseguire miraggi di ripristino unitario.