Friday, March 01, 2013

GRILLINI & POLITICA/ Abbiamo fatto il botto: e adesso che facciamo?

Governare o restarne fuori? E il dilemma che attraversa il Movimento 5 stelle dopo la vittoria elettorale. Per MAURO SUTTORA la storia insegna che c'è una via possibile 

intervista a Mauro Suttora di Paolo Vites


www.ilsussidiario.net, 1 marzo 2013


Giornate febbrili, queste che succedono immediatamente al voto che ha cambiato l’Italia. Ci si chiede se il nostro Paese con il successo dei grillini è diventato ingovernabile, mentre Grillo lancia – come sua abitudine peraltro – messaggi controversi, prima dicendo che non voterà la fiducia a nessun governo, poi chiedendo che Pd e Pdl votino la fiducia a un governo Cinque stelle. 

In questo quadro, la base del movimento sembra spaccarsi tra chi chiede di aprire un dibattito con le forze politiche parlamentari e chi dice invece di starne fuori.

 

Per Mauro Suttora, redattore di Oggi ed editorialista  del New York Observer, contattato da ilsussidiario.net, grande conoscitore dell’universo grillino, “si sta aprendo una fase di dibattito che può portare a una spaccatura, proprio come successo ad altri movimenti rivoluzionari quando entrarono nello scenario parlamentare”.

Per Suttora, inoltre, non è vero che un governo di minoranza non possa formarsi e lavorare: “E’ già successo in Italia negli anni settanta, quando un governo di minoranza democristiano governò grazie alla formula della cosiddetta non sfiducia”.


Suttora, che faranno i grillini? Ci sono messaggi contraddittori che arrivano dalla base ma anche dallo stesso Grillo: fare alleanze di governo o starne del tutto fuori.


Il Movimento cinque stelle sta vivendo lo stesso dilemma che hanno sempre avuto i movimenti rivoluzionari quando sono entrati nelle istituzioni. Un secolo fa accadde ai socialisti quando il liberale Giolitti li invitò a entrare nel governo e ci fu una scissione fra riformatori e rivoluzionari. Successe di nuovo nel 1963 quando il Partito socialista entrò a far parte del primo governo di centrosinistra  e ci fu una spaccatura tra quelli che entrarono con Nenni e quelli che rimasero fuori dando vita al Psiup, il Partito socialista di unità proletaria.


Dunque una spaccatura è prevedibile anche questa volta?


E’ un dilemma, un vero dilemma fra l’entrare e sporcarsi le mani e però rischiare di essere omologati e quindi anche fregati un po’ come è successo alla Lega che per vent’anni è stata in qualche modo ingaggiata e usata da Berlusconi ma non ha ottenuto niente di concreto.


E l’alternativa invece quale sarebbe?


L’altra alternativa è rimanere fuori, puliti e immacolati ma di non contare nulla e di non portare a casa alcun risultato. Ripeto: è un dilemma.


Si assiste infatti a un dibattito in Rete con gente che raccoglie firme per una parte e per l’altra.


Sì, ma non darei grande credito a queste iniziative, la Rete per sua stessa definizione, virtuale, non dà affidamento.


Ma la Rete è tutta la forza e la consistenza del Movimento cinque stelle.


In realtà come possono vedere tutti sulla Rete non esiste alcun dibattito. Sul sito di Grillo non esiste dibattito: lui posta ogni giorno qualcosa, la gente lascia centinaia di commenti, ma lui non risponde mai a nessuno.  Cè un altro aspetto invece ben più interessante.


Quale?


Seguo personalmente alcuni forum di grillini, e lì sì che si può assistere a un grosso dibattito della base. Un dibattito che non vuol dire polemiche o scontri,  ma si esaminano i pro e contro della situazione. Alcuni dicono che dopo il grande risultato elettorale lo scenario è cambiato, prima ci si poteva adagiare in una facile posizione di protesta e opposizione, ma adesso il 25% ottenuto alle elezioni cambia le carte perché Grillo risulta determinante e quindi diventa tutto più difficile. 


Secondo lei Grillo ha in mente dei nomi di possibili ministri per il governo a cui ambisce?


No, assolutamente. Grillo vive alla giornata come sempre. E’ geniale, alcune volte la imbrocca altre no. Adesso vediamo come si strutturano i gruppi parlamentari, teniamo presente che per la prima volta al mondo c’è un partito che debutta al 25% senza che neppure i candidati si conoscano fra di loro.


Il comportamento di Bersani come lo giudica, fino ad adesso?


Bersani sta facendo benissimo a fare quello che fa, sentirsi cioè quello investito della responsabilità anche se con uno vantaggio minimo. Però quantomeno come primo incarico da Napolitano lui deve tentare di fare un governo. Ha fatto benissimo a rivolgersi prima a Grillo piuttosto che rispondere alla proposta di governissimo che ha fatto qualcuno del Pdl. Da un punto di vista dei contenuti poi sicuramente il Pd è più vicino ai grillini che a Berlusconi. 


Ma secondo lei si può immaginare un governo che viva alla giornata, con i parlamentari che votano le singole leggi di volta in volta?


Sì, se lo vogliono entrambi Grillo e Bersani è possibilissimo.  Dal 1976 al 1979 per tre anni l’Italia è stata governata da un governo di minoranza democristiana che però con la formula della non sfiducia stava in piedi. Era una di quelle formule intelligentissime anche se fuori di ogni logica politica inventate da Aldo Moro.  Una formula per cui tutti e due i partiti che naturalmente non potevano giustificare davanti ai propri elettori una alleanza di governo, governarono insieme. Tutte le riforme importanti che vennero fatte in quegli anni furono fatte da Pci e da Dc insieme.


Lei ha frequentato profondamente i grillini, partecipando ai loro incontri. Come pensa stiano vivendo questi momenti dal loro punto di vista straordinari?


Partecipare ai loro incontri è interessantissimo dal punto di vista politico ma anche antropologico perché veramente vedi gente che non si era mai interessata di politica in vita sua e adesso lo fa. Le racconto questo episodio che è indicativo. La sera degli scrutini quando si delineava la vittoria, ho chiamato una mia amica conosciuta al tempo del primo Vaffa Day. Una semplice impiegata che adesso si ritrova senatrice. Il suo commento è stato: abbiamo fatto il botto!: E il secondo: E adesso che facciamo? 

Chi sono gli eletti 5 stelle


di Mauro Suttora

Oggi, 26 febbraio 2013

COMPONE SONETTI
Paola Taverna, 43 anni, Roma

«Me rappresento solo, de te nun c’ho bisogno
anzi me fai un po’ schifo
e me riprenno er sogno
ritrovo orgoglio, stima e pure convinzione
che sto cesso che me consegni
lo ritrasformo in nazione».

La senatrice Paola Taverna è la poetessa del movimento. I suoi sonetti in romanesco sono assai apprezzati dagli attivisti. Lei vive a Torre Maura col figlio di dieci anni («è la mia vita»), ed è orgogliosa delle proprie radici popolari. Si sveglia alle 5 per andare nel laboratorio medico dov’è impiegata.
Attiva dal 2007, non credeva ai propri occhi quattro mesi fa, quando le è arrivata l’e-mail di Grillo con l’invito a candidarsi: «I 5 Stelle sono l’unica e ultima possibilità per cambiare il Paese. Non voglio andare a fare giochi di palazzo, sarò solo la portavoce di semplici cittadini come me. So quanto è difficile e ingiusta la vita che ci costringono a fare».

PRIORITA' CARCERI
Giulia Sarti, 26 anni, Rimini

Alle primarie ha preso 362 voti: la più votata di tutta l’Emilia-Romagna, che tanti grattacapi ha dato a Grillo, con l’espulsione del consigliere regionale Giovanni Favia (passato a Ingroia ma trombato al voto) e della bolognese Federica Salsi, «rea» di essere andata a Ballarò. Giulia si è laureata tre mesi fa in Legge con tesi sui referendum. D’estate lavora come animatrice in spiaggia, ma la sua passione è il giornalismo: «A 12 anni intervistai la moglie del presidente Ciampi per il giornalino della scuola».

Per lei «il M5S non è solo un progetto politico, è anche un modo di vivere. In questi anni ho imparato cosa significa condurre una vita più sostenibile, fare la raccolta differenziata, rispettare l’ambiente e cambiare le proprie abitudini, dalla spesa all’alimentazione. Piccoli gesti che innescano grandi cambiamenti. Alla Camera vorrei occuparmi di Giustizia e delle carceri che scoppiano».

IL SUDAMERICANO
Alessandro Di Battista, 34 anni, Roma

Laureato in Lettere e filosofia al Dams, master in Tutela internazionale dei diritti umani, anni di cooperazione in Congo, Patagonia, Cile, Bolivia, Amazzonia. «In Colombia studio i fenomeni criminali: narcos, paramilitarismo, sicariato. Dal 2011 collaboro come giornalista al blog di Grillo. Pubblico un reportage sui disastri di Enel-Guatemala, su cui viene aperta un’inchiesta parlamentare.

L’anno scorso la Casaleggio Associati mi commissiona il libro Sicari a cinque euro. Parto per Ecuador, Panama, Guatemala, Colombia e mi concentro sulle possibili soluzioni: legalizzare la droga, riforma agraria, socializzare l’economia, decrescita felice».
Il fascino del terzomondista colpisce il cuore delle grilline romane, ma Alessandro vuole anche cose più terra terra: «Enogastronomia e turismo responsabile. L’Italia deve tornare a essere il Paese più visitato al mondo».

LA PIU' VOTATA D'ITALIA
Paola Carinelli, 32 anni, Milano

Alle primarie on line ha avuto 600 voti: il triplo della seconda classificata, la più votata d’Italia nel Movimento 5 Stelle. Figlia di un industriale chimico, single, gran pallavolista, è impiegata in una ditta di spedizioni internazionali. Ma negli ultimi anni è stata soprattutto il perno organizzativo del movimento nella città più importante d’Italia. Che ha eletto il suo primo consigliere grillino due anni fa. Non disdegna i compiti più umili: fino a pochi giorni fa smistava manifesti e volantini.

Laureata in Mediazione linguistica, Paola ha un gran spirito di gruppo: «Nel M5S ci sono stati momenti difficili, ma sono serviti per crescere. Le difficoltà le abbiamo affrontate e superate assieme al gruppo». Priorità: «Togliere i soldi alla politica: abolire i rimborsi elettorali, ridurre al minimo tutte le spese. E, soprattutto, partecipazione diretta dei cittadini».

PORTABORSE DI LOTTA
Laura Castelli, 26 anni, Torino

La sua candidatura aveva provocato qualche malumore: «La portaborse fa carriera, come negli altri partiti». Ma lei, dopo la laurea breve in Economia aziendale, il curriculum ce l’ha: progetto Sbankiamoli per le banche etiche, studi sulla gestione dei parchi, identificazione delle forze dell’ordine, lotta contro i treni che trasportano scorie nucleari.

Assistente del consigliere regionale Davide Bono dal 2010, la sua esperienza le servirà a Roma per «riordinare la fiscalità di cittadini e imprese: creazione di un cassetto fiscale, Iva per cassa, revisione degli studi di settore».
Caspita, che noia per una ventenne. Ma lei insiste: «Vogliamo introdurre criteri di finanza etica e impatto ambientale minimi obbligatori. E creare posti di lavoro con una pianificazione energetica e industriale nuova, ecosostenibile». E il debito pubblico? «Ci vuole un audit».

LAVORA "NEL LUSSO"
Roberta Lombardi, 39 anni, Roma

Laureata in legge, tesi di diritto commerciale internazionale, master alla Luiss, Roberta Lombardi è una veterana dei 5 Stelle romani. Che hanno avuto una storia travagliata: dei quattro eletti alle comunali del 2008, solo uno è rimasto con Grillo. Gli altri sono passati a Di Pietro, uno addirittura all’Udc.

Lei è appena diventata mamma («di un bellissimo pupo di dieci mesi»), ma lavora da quando aveva 19 anni. E dopo aver fatto la babysitter, la segretaria e l’impiegata, oggi sta in «un’azienda romana che fa arredamento d’interni chiavi in mano per clienti top spender (emiri, oligarchi russi, miliardari vari,). Lavoro quindi nel settore del lusso e del made in Italy».
Imbarazzata, visto il pauperismo di molti grillini? No, anzi: «Sono fiera di portare nel mondo il meglio dell’Italia. Che voglio torni a essere un Paese civile anche in politica».

Mauro Suttora

Thursday, February 28, 2013

Il trionfo di Grillo. E adesso?


IL TRIONFO DI GRILLO

I suoi eletti sono 160 sconosciuti. Non hanno mai fatto politica. Non si sono mai incontrati fra loro. E non hanno soldi, sedi, capi. Ecco cosa faranno

di Mauro Suttora

Oggi, 26 febbraio 2013

E adesso? I primi a non crederci sono loro, i grillini. «’Amo fatto er botto», dice Paola Taverna, neosenatrice 5 Stelle. Corre al Viminale dopo aver visto gli spogli delle sue cinque sezioni romane: «Siamo dappertutto il primo partito, spalla a spalla con Pd e Pdl. Pazzesco». Negli ultimi giorni prima del voto, quando pubblicare i sondaggi era proibito, sui siti internet di Grillo qualcuno sparava: «Siamo il primo partito». Ma sembravano auspici, più che previsioni. Certo, le piazze dei comizi erano piene. Certo, gli scandali che toccavano gli altri partiti (Finmeccanica, Montepaschi) erano quotidiani. Però tutti ritenevano una vittoria arrivare al 20 per cento. E invece.

Tutti i palazzi del potere italiano sono travolti dallo tsunami Grillo. Che finora era solo il simpatico slogan del suo tour di comizi. Ma che alle quattro del pomeriggio del 25 febbraio si è concretizzato, travolgendo ogni previsione. Lo spread va alle stelle, le Borse crollano. Centrodestra e centrosinistra sono appaiati. Il vincitore è il signor Beppe Grillo, professione comico. Instabilità assicurata.

MAI SUCCESSO IN OCCIDENTE

Non era mai successo, nella storia delle democrazie occidentali, che un partito fatto di dilettanti della politica ottenesse un tale risultato al suo debutto. Si offende, Pasquale Caterisano, grillino comasco della prima ora, a sentir parlare di «inesperienza»: «Siamo cittadini normali, capacissimi di far quadrare i conti di una famiglia, e anche di un’azienda. Quindi anche di un ente pubblico. Se essere “inesperti” di politica significa non rubare, per noi è un vanto».

Il problema è che non solo tutti i 150 parlamentari di Grillo sono debuttanti a Roma. Ma che nessuno di loro, diversamente dai leghisti vent’anni fa, è stato mai neppure consigliere regionale, provinciale, comunale, o perfino di quartiere. Era una delle regole per partecipare alle primarie del M5S: essere politicamente «vergini».

Grillo non ha permesso neppure che si seguisse un cursus honorum, come avveniva nell’antica Roma: chi è stato eletto nei Comuni e Regioni qualche anno fa non ha potuto fare il salto in Parlamento. Una delle regole ferree del M5S, infatti, è che bisogna «rispettare il mandato». Quindi completarlo fino in fondo, senza saltare in un’istituzione più importante dopo tre o quattro anni.

Risultato: gli eletti in Parlamento sono stati pescati fra gli esclusi dei voti amministrativi precedenti, per assicurare fedeltà ed evitare assalti di arrivisti dell’ultima ora. Chiunque si fosse presentato per il M5S alle comunali o regionali dal 2008 a oggi, ma non fosse stato eletto, ha potuto partecipare alle primarie.

Vito Crimi: «Non frequenteremo la buvette»

Cosa faranno adesso questi signori Smith immacolati che arrivano a Roma? «Non frequenteremo le buvette di Camera e Senato, per non fare brutti incontri», scherza Vito Crimi, neosenatore, 42 anni. E' nato a Palermo ma emigrato a Brescia per lavorare come impiegato alla Corte d’Appello. Eletto senatore, negli ultimi tempi sembra lui l'eletto 5 stelle al quale Grillo si appoggia di più.

Appare sempre lui alla sua destra durante le ultime occasioni più importanti, come l’unica conferenza stampa mai effettuata dal comico genovese: organizzata a Roma in gennaio per protestare contro un simbolo farlocco, quasi uguale a quello del M5S, che in un primo tempo era stato accettato dal Viminale. Ma nel movimento vige l’egualitarismo più assoluto. I presidenti dei gruppi parlamentari, ad esempio, ruoteranno ogni tre mesi.

Il movimento è senza soldi, senza sedi, senza funzionari, senza congressi, si coordina solo in rete, sui «meetup» di internet. E' «liquido», quindi non esistono vice-Grillo. Non ci sono segretari regionali, provinciali, comunali. Non c’è alcuna gerarchia. Gli eletti non si conoscono neppure fra loro. Prenderanno solo 2.500 euro netti al mese come parlamentari, e rifiutano il finanziamento pubblico.

Casaleggio: «Ora ci vuole competenza»

Il guru Gianroberto Casaleggio, timidissimo, è salito sul palco dell’ultimo comizio a Roma. Ha pronunciato poche parole, ma profetiche: «Ricordo uno slogan del 1968, “Fantasia al potere”. Oltre alla fantasia e alla creatività, abbiamo bisogno anche di trasparenza, onestà e competenza. Senza queste, non cambieremo nulla».

I grillini sono per la democrazia diretta, quindi contro i politici di carriera. Vogliono la cancellazione dei finanziamenti pubblici a partiti e giornali. E privatizzare la Rai, tranne un canale. Si concentreranno sulle loro priorità: dimezzamento dei parlamentari, degli stipendi dei parlamentari e dei costi della politica. Proporranno referendum abrogativi, ma anche propositivi. E senza quorum.

Mauro Suttora

Wednesday, February 27, 2013

I tre Grillo



IL TRIONFO DEL MOVIMENTO 5 STELLE

È una rivoluzione. Nella storia dei paesi occidentali non era mai successo che un gruppo di sconosciuti dilettanti della politica, al debutto, diventasse il primo partito. 
Ora il futuro degli italiani dipende dalle scelte del suo leader. 
Per capire che cosa ci aspetta, ecco chi è l’uomo che ha sbancato alle elezioni


Oggi, 25 febbraio 2013

di Mauro Suttora

Chi è veramente Beppe Grillo? Probabilmente non lo sa neppure lui. Troppo distanti sono le tre versioni di questo 64enne geniale: prima cocco della tv del regime democristiano (figlioccio di Pippo Baudo, 1977-92), poi apostolo dell’ecologia antitecnologica (spaccava computer sul palco dei teatri, 1993-2004), infine cantore della Rete e capopopolo (2005-oggi).

Il punto di svolta è la sera del 15 novembre 1986. Durante Fantastico 7, il varietà del sabato sera presentato da Baudo, gli scappa l'ormai leggendaria battuta contro Bettino Craxi, allora premier e capo del Psi, l’uomo più potente d’Italia: «I socialisti erano in Cina, e Martelli chiede a Craxi: “Ma se qui sono tutti socialisti, a chi rubano?”».

La vulgata recita che da allora, dopo furibonda telefonata di Craxi a Baudo, Grillo sarebbe stato espulso dalla Rai. Nient’affatto. Anzi, ogni sua successiva apparizione era garanzia di audience, perché l’odore di zolfo attirava gli spettatori. Fin dove si sarebbe spinto il comico nell’offesa? Nel frattempo, inoltre, il dc Ciriaco De Mita aveva fatto fuori Craxi. Quindi via libera a Grillo per memorabili e lunghe comparsate a Sanremo nell’88 e '89. Dove con i suoi impareggiabili tempi teatrali, apparentemente spontanei e invece studiatissimi (come oggi), poteva andare avanti all’infinito sul filo del rasoio del vaffa al politico.

I suoi autori allora erano Michele Serra (oggi ancora a Sanremo a scrivere testi, ma per Fabio Fazio) e Stefano Benni. Memorabile l’insulto a Jovanotti, che ancora lo odia.
Altra curiosità: sì, Grillo ha lavorato anche per Silvio Berlusconi. Almeno tre Telegatti, ma anche il suo terzo e ultimo film, scritto da Benni e prodotto dalla berlusconiana Rete Italia. Musiche di Fabrizio De Andrè, coprotagonista Jerry Hall, moglie di Mick Jagger dei Rolling Stones. Berlusconi non si arricchì grazie a questo film, ma oggi può dichiarare con sufficienza: «Sì, Grillo ha lavorato per me. Ottimo comico, è rimasto tale».

Intanto però, sulle orme di Giorgio Gaber, Grillo preferisce il teatro (poi i palasport, con prezzi non popolari) alla tv. E vira sull’ecologia. Il suo primo recital si chiama ironicamente Buone notizie. E trova uno sbocco tv nel dicembre ’93, quando grazie a Tangentopoli i partiti allentano il controllo sulla Rai. Vanno in onda due puntate del Beppe Grillo Show in prima serata su Rai1. Uno sfracello: 15 milioni incollati a sentire Grillo già trasformato in Savonarola.

Ed ecco Beppe nella sua seconda incarnazione. Successo straordinario nelle tournée, tutto esaurito, incassi e redditi miliardari. Villa a Porto Cervo, yacht, bella vita, la seconda moglie persiana Parvin (ex di un calciatore). Insomma, ognuno si porta dietro le sue contraddizioni: anticonsumista, ma vita privata molto smeralda accanto a Flavio Briatore (ho scritto «accanto», caro avvocato di Grillo, non «con»).

Oltre all’ambientalismo l’inesauribile Beppe, curioso ed eclettico come tutti gli autodidatti (non si è laureato, e neppure il suo guru Gianroberto Casaleggio) trova altri bersagli: il signoraggio delle banche, combattuto dal professor Giacinto Auriti, e soprattutto le memorabili campagne da difensore dei piccoli azionisti Telecom e Parmalat, contro le grandi truffe di regime.

Il terreno erà già seminato per il terzo Grillo: il politico che surfa sulla Rete. Casaleggio gli compare davanti nel camerino, è amore a prima vista. Poi la decisione di lanciare il blog nazionale e attrarre proseliti nei Meetup (piattaforma Usa, scelta contestata dai puristi di sinistra). Infine, nel 2007, il primo Vaffa-Day.

Il resto è storia. In memoria del Vaffa, la V del MoVimento 5 Stelle resta in maiuscolo. E maiuscolo è il vaffa appena decretato dagli elettori contro tutti gli altri partiti.
Così, abbiamo la prima rivoluzione guidata da un miliardario simpaticissimo, e dal suo moVimento che ha sede (Casaleggio Associati) fra Montenapoleone e La Scala, a Milano, in una zona da 20 mila euro al metro quadro. Buon divertimento.
Mauro Suttora

Wednesday, February 20, 2013

Per chi votano i vip?

LO ABBIAMO CHIESTO A 30 PERSONAGGI DELLA CULTURA, SPORT E SPETTACOLO

di Mauro Suttora e Alice Corti

Oggi, 8 febbraio 2013

Il più appassionato è Carlo Rossella, presidente Medusa Film, già direttore di Tg1, Tg5, Stampa e Panorama: «Voterò per il mio amico Silvio Berlusconi. Al di là della politica, per amicizia, perché gli voglio bene. Scriverei ‘W Berlusconi’ sulla scheda anche se non fosse candidato».
Monica Bellucci invece è innamorata di Mario Monti: «Ha fatto un ottimo lavoro. Viaggio per il mondo ma sono italiana, voterò certamente».

Per chi voteranno i personaggi di tv, cultura, musica, sport e spettacolo? Ecco alcune risposte, con poche certezze e molti dubbi. Alessandro Cecchi Paone, conduttore tv: «Socialisti di Nencini, nella coalizione di centrosinistra per Bersani premier. In mancanza dei radicali, sono gli unici che mettono ai primi posti del programma la laicità e i diritti civili per le coppie gay e di fatto».

Sabrina Colle, attrice, va invece sul geografico: «Voterò per qualunque cosa possa far male al Pdl. E, visto che Paola Concia è come me di Avezzano e alla fine il Pd, dopo tante difficoltà, la candida in Abruzzo, sceglierò lei».
Sicuro anche Edoardo Boncinelli, genetista: «Voterò Monti. Mi è piaciuto per come ha voluto rinnovare l’Italia». Stessa preferenza per Lory Del Santo, showgirl: «Monti, perché ci vuole qualcosa che sfugga alla distinzione destra/sinistra».

Patrizio Rispo, protagonista di Un posto al sole (Rai3), sta invece per Beppe Grillo: «Provo molta rabbia per quel che sta accadendo nel nostro Paese. Il senso della politica è finito, morto. È diventato un gioco in mano ai peggiori. Per questo ho deciso di votare Movimento 5 Stelle: perché composto da comuni cittadini. Persone come noi, che si scontrano con i problemi reali. È l’unica scelta possibile prima di scendere in piazza con i forconi».

Non hanno dubbi e voteranno Pd i giornalisti Corrado Augias e Luca Telese: «Alle primarie ho scelto Bersani rispetto a Matteo Renzi», precisa quest’ultimo, «e ora confermerò questa mia decisione».
Pd senza tentennamenti anche per Bianca Pitzorno, scrittrice («Voterò in Sardegna. Prima votavo Pci, l’ho seguito in tutte le sue evoluzioni negli anni») e Alba Parietti, opinionista: «Sono sempre stata di sinistra, e lo sarò sempre».

Tradizioni opposte per Antonio Rossi, olimpionico di canoa: «Sono candidato per Roberto Maroni in Lombardia alle regionali. Vengo da una famiglia di centro, ho sempre avuto idee moderate. Nel 2009 sono stato assessore allo Sport nella provincia di Lecco, una bella esperienza».
Quanto a Marco Travaglio, giornalista, sta attento al voto utile: «Alla Camera Ingroia, al Senato Grillo perché Ingroia non raggiunge il quorum».
   
INDECISI
Pino Daniele, cantante: ««Non so per chi voterò. In cabina elettorale chiuderò gli occhi e farò una croce. I confini tra partiti non ci sono più. Sta diventando tutto un casino. Dare una mia canzone per un inno di un partito? Dipende. Alla Lega no... anzi, a Maroni gliela darei, ma in napoletano. Non dimentichiamo che è l’unico bluesman che abbiamo in Parlamento».

La conduttrice tv Eleonora Daniele è alla ricerca di «novità e rinnovamento. Chiunque vinca, si dia da fare per i giovani. Fondamentale è anche l’agricoltura, troppo trascurata: è ora che i politici si ricordino della campagna e delle persone che ci lavorano».
Il suo collega Davide Mengacci ha «un’idea di massima, conservatrice, ma gli ultimi avvenimenti mi fanno tentennare. Lo scenario politico è viscido, scivoloso, mi confonde un po’ le idee. Sono di destra come estrazione, però ora sono andato a ingrossare il partito degli indecisi».

Esitanti pure la showgirl Loredana Lecciso («Nessuno schieramento mi convince totalmente») e Sabina Guzzanti, comica: «Non so chi votare, se votare, e se chiedo in giro stanno tutti più o meno come me».

DILEMMI INTELLETTUALI
Filippo Facci, giornalista: «Sono indeciso tra tre opzioni: Fratelli d’Italia di La Russa, Crosetto e Meloni, Radicali di Pannella o Fare per fermare il declino di Oscar Giannino». Dubbiosa anche l’attrice Lella Costa: «Sicuramente centrosinistra, ma devo ancora decidere il partito».

Andrea De Carlo, scrittore: «Non so cosa voterò. Chiunque ‘salga’ al governo dovrà continuare il lavoro iniziato da Monti. La politica ha fatto danni spaventosi, con responsabilità condivise dalle varie parti. So però per chi non voterò: Berlusconi. Ha portato al disastro l’immagine dell’Italia all’estero, anche se non da solo».
Michele Mirabella, conduttore tv: «Ho le idee molto chiare, sono un progressista, voto a sinistra. Ma devo constatare che i programmi di tutti gli schieramenti non sono ben definiti».

Andrea Giordana, attore: «La mia sarà una scelta progressista. Vorrei votare la cosa più giusta per i giovani, per tanta gente che è senza lavoro. Il capitalismo ha registrato una sonora sconfitta: la conseguenza è che la classe media è diventata povera».

Ascanio Celestini, attore e scrittore: «Andrò a votare per lo stesso motivo per cui differenzio l’immondizia, pur sapendo che poi verrà ammucchiata tutta insieme in una discarica illegale. Lo faccio per me, sperando che prima o poi avrà un senso partecipare a questa cerimonia svuotata di significato. Peccato che il mio voto se lo prenderanno loro, ma non votarli sarebbe lo stesso. Le idrovore del partitismo succhiano tutto. Per fortuna molti hanno capito che fare politica significa occuparsi direttamente della propria condizione. E questo accade felicemente lontano dai partiti. Succede senza delega dalla Val Susa allo stretto di Messina, dove libertà è partecipazione».

NON LO VOGLIONO DIRE
Riccardo Iacona, giornalista: «Sulla politica ho idee molto chiare, ma chi fa il mio mestiere non dovrebbe esprimerle. Non aggiungerei nulla al dibattito politico. A dire il vero quest’anno sono ancora indeciso su chi orienterò il mio voto. In ogni caso, sarà segreto».

Pino Insegno, conduttore tv: «Di politica e di voto non voglio parlare. Non l’ho mai fatto e non voglio espormi in questo momento di confusione generale. Ho le mie idee, ma le tengo per me». Ritroso anche l’attore Massimo Ciavarro, attore: «Nel dibattito elettorale deve prevalere la privacy. Con me in cabina elettorale non entra nessuno».

Maddalena Corvaglia, showgirl: «So per chi votare, ma su questo argomento non mi sono mai esposta». Rocco Papaleo, attore: «Non mi va di parlare». Idem per il suo collega Giorgio Tirabassi, attore. E Giancarlo Magalli, presentatore: «So bene chi non votare, più che su chi votare. Ma non mi esprimo».

REFRATTARIO STORICO
Enrico Mentana, direttore Tg7: «Nelle ultime elezioni non ho mai votato. Non credo che lo farò nemmeno questa volta, anche se non ho ancora deciso. Devo fare ancora i confronti in tv con i leader, non posso dare l’idea di tifare per qualcuno».
Alice Corti e Mauro Suttora

Wednesday, February 13, 2013

parla la presunta amante segreta di Formigoni

Alicia Pascual, dalla Spagna con amore

Oggi, 13 febbraio 2013

di Mauro Suttora

"Non so se Formigoni sia bisessuale. Di sicuro gli piacciono le donne. Ci siamo frequentati per cinque anni, dal 2006 al 2011. E più di una volta mi ha dato la prova concreta di non rispettare il suo voto di castità… 

Quanto a quello di povertà, fra ville in Costa Smeralda, cene con chef privato e yacht lunghi 40 metri, non capisco bene che cosa la povertà significhi, per lui.

L'ho conosciuto attraverso la mia amica Erika Daccò. Ci siamo incontrate la prima volta a una fiera di gioielli a Ginevra. Lei faceva la pierre, io lavoravo per Van Cleef & Arpels. Poi l'ho rivista nel negozio di Sankt Moritz, davanti all'hotel Palace. 

Nell'estate 2004 andai a lavorare nel negozio di Van Cleef a Porto Cervo, e lei è stata la mia guida nella Costa Smeralda. Tutte le estati sullo yacht del padre di Erika. E lì ho incontrato Formigoni.

All'inizio, dal 2006 al 2009, ci siamo frequentati solo come amici. Mi aveva fatto un'ottima impressione: una persona buona, deliziosa, educata. Pensavo fosse un prete. E io mi comportavo come una suora. 

Poi, qualche bacio rubato. Ha cominciato a farmi la corte mandandomi messaggini al telefono, il mio fidanzato era gelosissimo. Quand'ero in Canada a visitare le cascate del Niagara mi scriveva "vieni a casa".

Mi aveva promesso di farmi lavorare per le Poste Italiane, in un ufficio di rappresentanza con l'estero, visto che parlo sei lingue. Allora lavoravo stabile in un negozio di Roma che poi chiuse. 

Finii all'ufficio postale di via del Casal del Marmo, all'estrema periferia, dietro via Trionfale, attraverso un'agenzia di lavoro temporaneo. "Per iniziare", mi avevano detto. Ci rimasi qualche mese, poi mi dissero che l'ufficio per l'estero non apriva più. 

Nell'aprile 2011 sono andata a lavorare per un mese a Milano, nel negozio di Cartier. Ogni giovedì sera Formigoni mi invitava a cena e poi mi accompagnava in albergo. 
Ero in auto con lui, dietro c'era la macchina con la scorta. Ma in quelle occasioni gli dissi di no, ormai mi ero di nuovo fidanzata. Il nostro è stato un amore proibito.

Quando mi hanno detto che il papà di Erika era stato arrestato ero in piazza Augusto Imperatore a Roma, sono scoppiata a piangere come una bimba per lo choc. Non sapevo nulla di tutto quel che c'era dietro le nostre stupende vacanze in Sardegna».
Mauro Suttora     

Wednesday, February 06, 2013

Berlusconi con Grillo?

SORPRESA: SU MOLTE COSE IL CAVALIERE E IL COMICO VANNO D'ACCORDO. DALL'IMU AL FINANZIAMENTO PUBBLICO, DALL'EUROPA A EQUITALIA, UNA CURIOSA SINTONIA. E PERFINO SU ASILI NIDO E SPAZZATURA...

di Mauro Suttora

Oggi, 6 febbraio 2012

Benvenuti al festival delle promesse. «Al primo consiglio dei ministri abolirò l’Imu prima casa e restituirò quella del 2012», giura Silvio Berlusconi. «Il primo atto del nuovo Parlamento dev’essere la riforma della legge elettorale», scrive il premier Mario Monti sulla propria Agenda. «Al primo punto il lavoro, sul quale il peso del fisco deve alleggerirsi», proclama Pier Luigi Bersani, candidato premier del Partito democratico.

Queste le priorità. Ma sulle questioni principali, quali sono le differenze fra i partiti che chiedono il nostro voto domenica 24 febbraio? E dove invece si assomigliano, a sorpresa?

Imu

È incredibile l’importanza dell’Imposta municipale unica, ex Ici, rispetto al suo magro gettito: quello sulla prima casa dà appena quattro miliardi annui, lo 0,5% del bilancio statale. Ma gli italiani sono molto sensibili a questa voce: nel 2006 Berlusconi capovolse i sondaggi e quasi vinse le elezioni promettendone l’abolizione. Due anni dopo, arrivato al governo, mantenne la promessa.

Un anno fa l’odiata tassa è stata reintrodotta (maggiorata) dal governo Monti, come primo provvedimento. E adesso Berlusconi sta cercando il bis del 2006 e 2008, imperniando la sua campagna proprio contro l’Imu.

Poco vale obiettargli che anche il suo Pdl votò a favore dell’Imu nel dicembre 2011 (gli unici contrari furono Lega Nord e Idv di Antonio Di Pietro). Ora il no la alla patrimoniale sulla prima casa è diventata la bandiera di tutto il centrodestra. Con due curiosi alleati: il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, e Rivoluzione civile di Antonio Ingroia (che ha dentro Rifondazione comunista, verdi e dipietristi).

Bersani risponde promettendo di alzare la franchigia dagli attuali 200 a 500 euro (due miliardi e mezzo di gettito in meno, recuperabili con un aumento sulle prime case di lusso). E perfino Monti è costretto a indietreggiare: «Superata l’emergenza finanziaria, ora l’Imu si può correggere», ha azzardato il premier.

Quindi, se non saprirà, l’Imu diventerà un’imposta fortemente «progressiva»: i ricchi pagheranno un’aliquota più alta.

Soldi pubblici alla politica

Altra voce importantissima simbolicamente anche se bassa in termini finanziari (meno di un miliardo annuo) è quella del finanziamento pubblico ai partiti. Introdotto nel 1974, oggetto di vari referendum (il primo dei radicali nel ’78, quello vinto nel ’93), oggi si chiama «rimborso elettorale». «Da abolire subito», dicono Pdl e Lega Nord, anche qui spalleggiati da Grillo. Monti è per una «drastica riduzione». Più cauto il Pd: «Riduzione». Ingroia non ne parla, quindi si presume sia l’unico a volerlo mantenere, anche se l’Idv che lo sostiene lo avversava; propone però il taglio della diaria per i parlamentari e un «tetto rigido ai compensi dei consiglieri regionali».

E qui si entra negli altri «costi della politica», che comprendono quelli per il funzionamento delle Camere (un miliardo e mezzo), i soldi pubblici ai giornali di partito (150 milioni), i «contributi» ai gruppi nazionali e regionali che hanno visto le più recenti ruberie. Il Pd dice che i politici non devono guadagnare «più della media europea», ma una commissione ha già fallito nel determinare quale sia questa media. Il Pdl vuole dimezzare eletti e stipendi. I grillini già si autoriducono del 75% i propri stipendi: 2.500 euro mensili netti. Monti non si pronuncia: propone solo il divieto di cumulo fra indennità parlamentare e le altre retribuzioni di eletti che non lasciano il proprio lavoro.

Europa

Pd e Monti la mettono al primo posto: «È la sola possibilità per salvare l’Italia, non c’è futuro fuori dall’Europa». Anche Pdl e Lega si dicono europeisti: «Accelerare l’unione politica, economica bancaria e fiscale». Però precisano: «Superare una politica europea di sola austerità». Insomma, non vogliono quel che vuole Monti, difensore del «fiscal compact» che impone di diminuire il debito pubblico di un ventesimo ogni anno, fino al 60% sul Pil permesso dal trattato di Maastricht. Rigorista europeista , oltre a Monti, è soltanto Oscar Giannino di Fare per fermare il declino.

Nel no all’austerità imposta da Bruxelles, però, il centrodestra trova sintonie nel Pd («L’equilibrio di bilancio non può diventare un obiettivo in sé»), e soprattutto in Grillo e Ingroia, contrari al «fiscal compact». Nessuno, comunque, osa dire no all’euro: soltanto Grillo propone un referendum sulla moneta unica.

Tutti insieme su asili e spazzatura

Fra le piccole e grandi proposte, alcune raggiungono l’unanimità. Tutti vogliono aumentare gli asili nido, per esempio: misura ritenuta essenziale per permettere alle donne di lavorare. Dove, non si sa bene, visti gli attuali tassi di disoccupazione.

Curiosamente, anche la raccolta differenziata dei rifiuti è presente in tutti i programmi: l’emergenza spazzatura delle città del Sud va superata col riciclaggio. Poi però cominciano i distinguo: «Rifiuti zero, niente discariche e inceneritori», spara Grillo. Per gli altri questo è un terreno minato. L’unico a uscire dal vago è Monti: «Nei migliori esempi europei lo smaltimento in discarica è stato azzerato». Ma non osa dire che qualche inceneritore (pardon: termovalorizzatore) ci vorrà ancora, pr non continuare a spedire a caro prezzo i nostri rifiuti a bruciare in Olanda o Germania.

No alle nozze gay

Non le vuole nessuno. Pd e Ingroia si limitano al «riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali». Il Pdl invece «difende la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio fra uomo e donna». Silenzio anche da Monti e Giannino. Neanche il movimento di Grillo ne accenna nel suo programma, anche se il comico si è detto a favore.  

75 per cento al Nord

Pensate che tenere nel Nord il 75 per cento delle tasse versate dal Nord sia una sparata della Lega Nord? Nossignori: è la proposta ufficiale anche del Pdl. Anche qui, però, bando alla retorica. Si scopre infatti che già oggi il 66% delle imposte resta al Nord. Non saranno quindi pochissime decine di miliardi in pù ad arricchirlo, o in meno a impoverire il Sud.

Ma voi che avete fatto?

Nessuno dei tre maggiori schieramenti risponde alla domanda: perché non avete fatto quel che proponete quando siete stati al governo? Perché il Pd dal 2006 al 2008, Pdl e Lega dal 2008 al 2011 e Monti nell’ultimo anno hanno avuto la possibilità di agire concretamente. E non sempre i fatti hanno corrisposto alle parole: infatti le tasse sono aumentate, l’evasione fiscale non è diminuita, le provincie non sono state abolite, e la Casta politica mangia e ruba allegramente, dalle ostriche alla Nutella.
Mauro Suttora       

Wednesday, January 30, 2013

Liste pulite

VIA GLI INQUISITI, CONDANNATI E RICICLATI DA TUTTI I PARTITI

di Mauro Suttora

Oggi, 23 gennaio 2013

Il primo a dover rinunciare alla candidatura è stato Alessio De Giorgi, messo in lista da Mario Monti in quanto gay: aveva dei siti internet imbarazzanti.
Poi Oscar Giannino ha ringraziato Il Fatto Quotidiano per avergli segnalato che il suo candidato Giosafat Di Trapani, della Confindustria siciliana, era stato condannato (poi prescritto) per favoreggiamento al sindaco mafioso Vito Ciancimino: fuori anche lui. Infine, pulizia nel Pd: via Mirello Crisafulli di Enna, un altro candidato siciliano e uno campano, sempre per guai con la giustizia.
L’unico a salvarsi è stato Antonio Endrizzi, ex assessore berlusconiano di Como riciclatosi in poche settimane nel Movimento 5 Stelle: i grillini lo hanno difeso dagli articoli di Gianni Barbacetto sul Fatto.
La resistenza più accanita è stata quella di Nicola Cosentino, ex sottosegretario Pdl di Casal di Principe (Caserta) accusato di rapporti con la camorra. Solo la Camera lo ha salvato dall’arresto chiesto dai magistrati che indagano sul clan dei casalesi. Se perde l’immunità parlamentare, finisce dritto in carcere. Per questo si è scontrato fino all’ultimo con Silvio Berlusconi in persona per tenere il posto in lista. Al quale invece ha rinunciato Marco Milanese, deputato Pdl già braccio destro del ministro Giulio Tremonti, indagato per tangenti. Anche Denis Verdini è indagato, ma lui invece svetta come capolista nella sua Toscana.     

Guarda chi si candida




SUDAMERICANE ESUBERANTI, MOGLI DI PIANISTI, COPPIE DI INDAGATI. E POI RICICLATI, PARACADUTATI, PARENTI

Oggi, 30 gennaio 2013

di Mauro Suttora

Sono ben 512 i parlamentari uscenti che si ricandidano. Ce la faranno a conquistare uno dei 945 posti disponibili fra Camera e Senato? Alla faccia del rinnovamento, molti di loro sono stati messi in lista in posti garantiti: basta essere in cima, e il seggio è sicuro. Perché non esistono voti di preferenza: più che eletti, con la legge «Porcellum» si viene nominati dai capi dei propri partiti.

Iliana Calabrò (foto sopra) ha buone possibilità di arrivare a Roma dall’Argentina, come senatrice eletta all’estero. È una matura soubrette famosa per avere imitato Meg Ryan, simulando un orgasmo in diretta televisiva.
Rappresenta la vendetta del senatore uscente Pdl Esteban Juan Caselli, che ha rotto con il suo ex partito e ha candidato la signora, madre di due figli, in un partito dal nome simile: «Italiani per la libertà».

È invece una pidiellina doc Simonetta Losi: cantante e moglie di Danilo Mariani, il pianista nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore (Monza), testimone al processo Ruby, commerciante di abbigliamento intimo, consigliere comunale a Sarteano (Siena), vicecoordinatrice provinciale Pdl e ora candidata in Toscana per la Camera al sesto posto. Dovrebbe farcela.

Poi c’è una «coppia diabolica» in Liguria. Lui, Giovanni Paladini, ex poliziotto e sindacalista, è deputato di Italia dei Valori dal 2008. Stesso partito per la moglie Marylin Fusco, diventata nel 2010 assessore regionale all’Urbanistica e vicepresidente della giunta Burlando, cariche che ha dovuto lasciare in autunno per un avviso di garanzia di abuso d’ufficio e truffa. Due settimane fa, seconda tegola: sono entrambi indagati, con altri, per peculato sui fondi regionali dell’Idv. Invece di utilizzare i 230 mila euro annui per fare politica, i dipietristi li avrebbero spesi per arredamenti, divani, vestiti e valigie.

Reggiseno push-up e cinque mutande

Poi, altre spese personali come gli 82 euro per biancheria intima femminile (un reggiseno push-up e cinque slip), circa 4.000 in alimentari, qualche centinaio in profumeria e un’ottantina in lavanderia per cuscini, federe, lenzuola, accappatoio, piumone e cuscini. Infine, 21.500 euro di bar e ristoranti.

Nel frattempo, Paladini e moglie hanno cambiato partito: lasciato Antonio Di Pietro, sono entrati nel Centro Democratico di Bruno Tabacci e Massimo Donadi (alleato del Pd). Lei, Marylin, è sempre consigliere regionale. Lui adesso è capolista in Liguria nella coalizione che sostiene Pier Luigi Bersani.

Stava con Di Pietro anche il più famoso di tutti i riciclati: Domenico Scilipoti, che nel 2010 passò con Berlusconi salvandone il governo dopo la rottura di Gianfranco Fini. Ora per garantirgli la rielezione il Pdl ha dovuto «paracadutarlo» in Calabria, dopo che l’Abruzzo lo ha rifiutato.

Emigrati da Roma al nord

È finito inopinatamente capolista Pdl in Liguria, invece, Augusto Minzolini, ex direttore berlusconiano del Tg1. Paracadutati in collegi sicuri piemontesi i Pdl Daniele Capezzone (ex segretario radicale) e Annagrazia Calabria, che quando fu eletta nel 2008 era la deputata più giovane d’Italia.

Qualche malumore anche nel Centro, dove la cognata di Pier Ferdinando Casini Silvia Noé, consigliere regionale Udc in Emilia, ha l’elezione assicurata alla Camera. Paracadutismo pure a sinistra: a Salerno alcuni pieddini protestano per la candidatura di Enrico Letta.
Mauro Suttora

Tuesday, January 22, 2013

giornalisti candidati

Giornalisti candidati alle politiche del 24 febbraio 2013

Oggi, 16 gennaio 2013

SANDRO RUOTOLO Da Santoro a Ingroia 
Napoletano, da un quarto di secolo è la  spalla di Michele Santoro. Cominciarono nel 1988 a Samarcanda, poi Rosso e Nero, Tempo reale e tutti i programmi fino all’attuale Servizio Pubblico, passando anche per i tre anni di Moby Dick (1996-99) nella tv del detestato Silvio Berlusconi.    

CHIARA GERONZI Dal Tg5 al Pdl
Romana, figlia di Cesare Geronzi (banchiere ed ex presidente di Generali assicurazioni), da 15 anni lavora al Tg5 dove conduce l’edizione delle 13. Coinvolta in Calciopoli, è stata prosciolta senza neppure il rinvio a giudizio.
MASSIMO MUCCHETTI Dal Corriere della Sera al Pd 
Bresciano, specializzato in economia, per quasi vent’anni ha lavorato all’Espresso, dov’è stato vicedirettore. Con la stessa carica è approdato al Corriere della Sera nove anni fa. È stato vittima di spionaggio informatico da parte di Telecom. Capolista Pd al Senato in tutta la regione Lombardia.

CORRADINO MINEO Da Rainews al Pd 
Nato a Partanna (Trapani), nipote dell’omonimo matematico, è da sette anni direttore di Rainews. Ex manifesto (come Ruotolo), nel ‘78 entra in Rai. Vice di Sandro Curzi al Tg3, per 11 anni corrispondente da Parigi e New York, è capolista Pd al Senato nella sua Sicilia. 

MARIO SECHI Dal quotidiano Il Tempo a Monti
Sardo, da tre anni direttore del quotidiano romano Il Tempo, in precedenza vicedirettore di Giornale, Libero e Panorama. Abbandona Berlusconi e approda al Centro
di Mario Monti.

Vezzali candidata di Monti

VERSO IL VOTO. LA SCELTA DI VALENTINA, CONTRARIAMENTE A QUELLA DI JOSEFA IDEM, SUSCITA POLEMICHE. ECCO PERCHÈ

Oggi, 16 gennaio 2013

di Mauro Suttora

Ma cosa gli fa, alle donne? Non Silvio Berlusconi, il seduttore. Mario Monti, il freddo professore: al quale è bastata una telefonata per convincere l’atleta più medagliata d’Italia, Valentina Vezzali, a candidarsi con lui. «Ho subito detto sì, con entusiasmo», dice la campionessa di scherma di Jesi (Ancona). «Poi ci siamo incontrati. È bastata una stretta di mano. Ho deciso di far parte della sua squadra perché Monti è una persona seria che crede nella famiglia, nei valori come l’etica e la morale. Credo che possa fare veramente qualcosa per risollevare le sorti dell’Italia».
Così adesso, dopo sei medaglie d’oro olimpiche, un argento, due bronzi e 11 coppe del mondo in 23 anni di carriera, Supervale è capolista per le sue Marche nella Lista civica di Monti.

La canoista ha superato le primarie

Non è l’unica sportiva di vaglia a scendere in campo. Josefa Idem, cinque medaglie di canoa in otto olimpiadi, si candida col suo Pd cui è iscritta da 12 anni, del quale è stata assessore nella propria città di Ravenna, e dopo essersi sottoposta al vaglio delle primarie. Forse per questa storia consolidata, la sua candidatura non suscita le polemiche che invece stanno colpendo la Vezzali.

«La vezzosa Vezzali si farà toccare da Monti?», la prende in giro Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera. Il riferimento è a quella serata a Porta a Porta nel 2008, quando Valentina disse la famosa frase a Berlusconi: «Da lei, presidente, mi farei toccare». Parole inquietanti, viste le predilezioni del premier. E che appiccicarono subito alla Vezzali l’etichetta di berlusconiana. «Ma era una semplice battuta», dice lei oggi, «travisata e strumentalizzata da chi non conosce la scherma. Lo invitai a incrociare le lame in studio. Lui disse che non mi avrebbe toccato neanche con un fiore. E io replicai: da lei mi farei toccare. Ma solo perché “toccare”, nel gergo schermistico, significa affondare una stoccata. Era una risposta sportiva e gentile. Quanto ci hanno ricamato...»
Insomma, lei non è di centrodestra?
«Guardi, a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, c’è una via intestata al mio bisnonno Oliviero Bernieri, che è stato un partigiano. Al funerale della mia bisnonna partecipò anche Sandro Pertini. Le origini della mia famiglia sono chiare. Come si può essere diffusa una voce del genere?»

Tra i fans, tuttavia, le accuse imperversano. Qualcuno la definisce «opportunista». Altri si spingono oltre. Lei risponde: «Ho letto attentamente i vostri commenti e sono dispiaciuta nel leggere che alcuni di voi non mi danno fiducia in ambito politico», scrive sul suo sito la fuoriclasse del fioretto mondiale.

«Mi dispiace», aggiunge, «che la mia scelta di “salire in politica” sia vista come l’approdo in un mondo fatto di poltrone e benefici economici. È questo profondo senso di sfiducia verso la politica che mi lascia l’amaro in bocca, più di ogni altro giudizio sulla mia persona. È anche per questo motivo che ho scelto di dire sì alla proposta avanzatami da Monti. Conoscete il mio carattere e la mia determinazione. Ecco, credetemi, saranno queste le due “armi” che utilizzerò per fare in modo che la politica torni a essere vista come servizio alla collettività».

La difende il compaesano Claudio Viola: «Sono enormemente amareggiato nel leggere insulti e minacce. Valentina, indipendentemente dallo schieramento politico, ha fatto benissimo a mettersi a disposizione. Noi italiani siamo solo un popolo di tifosi da stadio: “Con me o contro di me”. Non esiste comprensione».

Valentina è incinta al quinto mese, a maggio darà un fratellino a Pietro. Ma dopo, vuole tornare in pedana per partecipare alle sua sesta olimpiade a Rio de Janeiro nel 2016.

Di Francisca e Trillini alleate
Quando, dopo aver conquistato il bronzo a Londra lo scorso agosto, annunciò che avrebbe continuato a gareggiare, per molti fu una sorpresa. Anche per le sue compagne di squadra del fioretto, Elisa Di Francisca e Arianna Errigo, che avevano vinto oro e argento, permettendo all’Italia di conquistare una storica tripletta.

Adesso la Di Francisca ha annunciato che si farà allenare da Giovanna Trillini nel Palascherma di Jesi. Cioè dalla schermitrice jesina che fu spodestata dalla Vezzali come migliore d’Italia. Jesi, caso unico al mondo, vanta tre donne d’oro olimpiche di fioretto. Forse è anche per sfuggire alla morsa delle due rivali, la giovane e l’anziana, che Valentina prende la strada di Montecitorio.
Mauro Suttora 

Sunday, January 13, 2013

La finta 'imprenditrice' di Santoro


Francesca Salvador, 52 anni, di Vittorio Veneto (Treviso) è la bella signora che ha parlato da un’impalcatura a Berlusconi durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico.
Santoro l’ha presentata come “imprenditrice”. In realtà non lo è. E’ solo la figlia benestante di un commerciante d’armi.


La Salvador è uno dei tanti assist che Santoro ha regalato a Berlusconi. La signora infatti ha ripetuto le solite lamentele dei “poveri” imprenditori vessati dalle banche che non prestano più soldi. Ha aggiunto un tocco di complottismo, dicendo che Monti lavora per Goldman Sachs e Trilateral. E Berlusconi l’ha applaudita.

La Salvador è molto attiva nell’associazione salusbellatrix 
che tiene conferenze a Vittorio Veneto sugli argomenti più disparati. Tutti però accomunati da una cialtroneria alla ‘Cazzenger’ (©Crozza). C’è sempre un mistero mondiale da scoprire o una truffa planetaria da svelare, dall’Aids alla pedofilia.

Non manca ovviamente l'antisemitismo, con una simpatica accusa di nazismo a Israele, e con la spiegazione della strage di ragazzini in Norvegia nel 2011: Oslo punita per essere stata la prima a riconoscere lo stato palestinese… La nostra Salvador si è esibita in un elogio della marijuana.

Insomma, la classica sottocultura web che attecchisce fra gli sprovveduti, e che di solito emerge in tv solo in programmi trash come quello di Gianluigi Paragone (di cui infatti la Salvador è stata ospite). Chi la spara più grossa vince. Questa volta ha vinto Berlusconi, grazie a Santoro e alla nuova economista-filosofa trevigiana…

Sunday, January 06, 2013

Riciclati con Grillo

CLAMOROSO!
Un capolista del M5S di Grillo in Lombardia, Antonio Endrizzi, già assessore ed ex Forza Italia, si fa raccogliere le firme per presentarsi al voto del 24 febbraio 2013 dai suoi amici pdl:
http://www.forzacavallasca.it/cavallasca/oggi-a-cavallasca-raccolta-firme-per-il-m5s/

se qualcuno ha dubbi su chi sono questi di forza cavallasca, ecco qua:
http://www.forzacavallasca.it/info/

-50 giorni dal voto


Oggi, 2 gennaio 2013

di Mauro Suttora

La «salita in politica» di Mario Monti ha sorpreso molti. Il premier preferisce dire così, invece di «scendere in campo», per rispetto all’attività che ha abbracciato da un anno. Ma il risultato non cambia. La decisione di partecipare direttamente alle elezioni del 24 febbraio, invece di restare «sopra le parti», ha scatenato le reazioni più diverse.

Entusiasti, ovviamente, i centristi. Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e tutti coloro che coltivavano da tempo la speranza di agganciarsi a Monti ora possono usare nelle loro liste il nome del premier. In concreto, secondo i sondaggi, questo significa quadruplicare i voti: dal 5 fino al 20 per cento.

Il centrosinistra invece è perplesso. Pier Luigi Bersani non critica la scelta del premier, ma sperava che non si schierasse. In cambio della sua neutralità probabilmente gli avrebbe offerto la presidenza della Repubblica. Ora ha un avversario in più, che potrebbe impedirgli di avere la maggioranza al Senato (quella alla Camera sembra abbastanza sicura per il Pd).

Sivio Berlusconi invece è scatenato: «Monti ha tradito la sua posizione di tecnico», lo accusa. E promette addirittura una commissione d’inchiesta sul «golpe» che lo avrebbe disarcionato nel 2011, ispirato da poteri forti europei e dalla detestata Angela Merkel, cancelliera tedesca.

Alle ali, Beppe Grillo come sempre non fa distinzioni fra Monti, Pd e Pdl: tutti da cacciare. Idem la Lega, che ha una sola parola d’ordine: «Il 75 per cento delle nostre tasse resti al Nord». E all’estrema sinistra si candida Antonio Ingroia, magistrato antimafia: con lui Antonio Di Pietro e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Ma forse i più delusi dall’inedito Monti che smette i panni di Cincinnato per gettarsi nella mischia sono i due suoi ex sostenitori più importanti: il presidente Giorgio Napolitano ed Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. Il primo ha cercato di dissuaderlo, senza esito. Il secondo adesso lo implora: «Non creare una nuova Dc».

Il Vaticano, in effetti, ha già «benedetto» il nuovo Centro montiano. Sperando che non finisca stritolato dal bipolarismo, come accadde a Partito popolare e patto Segni nel 1993. C’è anche un altro curioso indizio che porta alla Dc. La prima riunione dei montiani è stata ospitata nel convento delle suore di Sion a Trastevere (Roma): a poche decine di metri c’è un altro convento, Santa Dorotea, dove nel ’59 nacque la maggiore corrente democristiana.

Padrone di casa è stato il ministro Andrea Riccardi, della vicina comunità di Sant’Egidio. E lì, in sole tre ore, si è consumata la prima clamorosa rottura fra i centristi. Corrado Passera, considerato finora il ministro tecnico più disponibile a trasformarsi in politico, ha subito rinunciato dopo il rifiuto di Casini a formare una lista unica.

Così, alla Camera si presenteranno varie formazioni unite soltanto dal comune richiamo all’Agenda Monti: Udc, Fli di Fini, Italia Futura di Luca Montezemolo. Ma anche il presidente della Ferrari, come Passera, non si candida. Al massimo i due verranno ripescati come ministri.

Tutto, naturalmente, dipenderà dal voto. Se il Pd avrà la maggioranza assoluta anche al Senato, potrà governare da solo. Unico alleato: Nichi Vendola di Sel (Sinistra e libertà). Ma se si ripetesse la situazione del 2006, quando Romano Prodi dipendeva dal voto dei senatori a vita per la sua risicata maggioranza, Bersani dovrà chiedere aiuto a Monti e Casini. In cambio, potrebbe concedere loro il Quirinale e vari ministeri.

Fra i ministri del centrosinistra, pare che rientreranno dalla finestra i big usciti dalla porta: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Non più parlamentari, per loro si parla di dicasteri importanti come Esteri e Interni.

Nel centrodestra non ci si aspetta granché da queste elezioni. I sondaggi sono quello che sono. Sarà già tanto conquistare il secondo posto dietro al Pd, senza essere superati dal Movimento 5 stelle di Grillo e dal Centro di Monti. Berlusconi è alla sua sesta candidatura, dopo tre vittorie (1994, 2001, 2008) e due sconfitte (1996, 2006). Forse Monti spera di attirare nella propria orbita altri big berlusconiani, oltre agli ex ministri Giuseppe Pisanu e Franco Frattini. Ma per ora il carniere è semivuoto. Anzi, l’attacco più duro contro il premier viene proprio da destra: «Monti è come le banche, che ti massacrano tutto l’anno e a Natale ti regalano un’inutile agenda», è la perfida battuta di Daniela Santanché.
Mauro Suttora

Wednesday, January 02, 2013

Silvio VI°


La resurrezione di Berlusconi, che si candida per la terza volta

Oggi, 20 dicembre 2012

di Mauro Suttora

Età di alcuni personaggi storici quando "tornarono in campo":

Churchill 76 (come Berlusconi oggi)
De Gaulle 68
Napoleone 46
Mussolini 60
Peron 78
Fanfani 74, 79
Giolitti 77

Aveva gli stessi anni di Silvio Berlusconi oggi (76) Winston Churchill nel 1951, quando tornò premier sei anni dopo la bocciatura da parte degli ingrati inglesi, nonostante avesse vinto la Seconda guerra mondiale. E Juan Domingo Peron era ancora più anziano nel 1973, quando a 78 anni ridiventò presidente del'Argentina.

Non è questione d'età, quindi. La «resurrezione» di Berlusconi, che si candida presidente del Consiglio per la sesta volta un anno dopo l'uscita da palazzo Chigi per opera di Mario Monti e di Giorgio Napolitano, ha parecchi precedenti nella storia.

Data la statura del personaggio, cominciamo con Napoleone. Il quale perse il potere giovanissimo, a 46 anni nel 1814, ma in fretta lo riconquistò dopo pochi mesi d'esilio all'isola d'Elba. Non è comunque un paragone beneaugurante per il nostro Silvio: com'è noto il suo ritorno durò appena cento giorni, prima della definitiva sconfitta a Waterloo nel 1815 e il secondo esilio in un'isola assai più lontana, Sant'Elena.

Più a lungo durò il tragico «secondo tempo» di Benito Mussolini, dopo la defenestrazione del 25 luglio 1943. Nel giro di due mesi il dittatore era già tornato a guidare la repubblica di Salò. Che però, reggendosi solo grazie ai tedeschi, dopo un anno e mezzo crollò.

Sono quelli di due grandi leader democratici, quindi, gli esempi più promettenti per Berlusconi. Churchill durò al potere quattro anni nella sua terza vita politica (dopo la prima come ministro conservatore dal 1908 al ’29 e la seconda come premier anti-Hitler dal ’40 al ’45). Nel 1955 abbandonò per sempre il potere, ma senza essere sconfitto: lasciò spontaneamente Downing Street al suo delfino Anthony Eden, dopo aver vinto anche il Nobel della Letteratura.

L’altro famoso «revenant» del ’900 è stato il generale Charles De Gaulle. Dimessosi sdegnoso da presidente nel 1946, fu richiamato in servizio a furor di popolo nel ’58, all’età di 68 anni. Un anno da premier, e poi ben dieci anni come primo presidente della Quinta Repubblica francese. Neppure il maggio ’68 riuscì a scalzarlo. Se ne andò un anno dopo, ma lasciando anche lui l’Eliseo al fedelissimo Georges Pompidou.

Molto più lungo, e in esilio a Madrid, il «digiuno» patito da Peron dopo la fine della sua prima presidenza (1946-’55): diciotto anni. Tornò a Buenos Aires nel ’73 a fianco della seconda moglie Isabel, che però non riuscì a sostituire la prima moglie Evita nel cuore degli argentini. E dopo otto mesi il vecchio populista morì d’infarto.
    
E in Italia? Berlusconi può rifarsi a due anziani statisti richiamati in servizio per risolvere situazioni turbolente. Il 77enne liberale Giovanni Giolitti nel 1920 formò il suo quinto governo, sei anni dopo il quarto, di fronte alle opposte turbolenze rosse e nere. Ma durò appena un anno, e alla fine i fascisti prevalsero.

Meno drammatici gli ultimi ritorni al governo del democristiano aretino Amintore Fanfani, già premier nel 1954, nel ’58 e poi fino al ’63, prima di diventare il ministro degli esteri di Aldo Moro con il centrosinistra. Nel 1982, a 74 anni, sostituì per pochi mesi Giovanni Spadolini a palazzo Chigi, perché la Dc non voleva andare al voto dell’83 sotto il primo premier laico.
Soprannominato «rieccolo» da Indro Montanelli, Fanfani guidò di nuovo il governo nel 1987 per la sesta volta a ben 79 anni: appena tre mesi, anche qui giusto il tempo di gestire le elezioni dopo la defenestrazione del socialista Bettino Craxi.
Mauro Suttora