Tuesday, September 01, 2026
Classifica di durata, da Romolo a Meloni
Tuesday, May 14, 2024
Giolitti contro Giolitti. La sublime faida di una famiglia che si disputa una centenaria eredità politica
Giovanna, nipote di Giovanni, si candida con Meloni. Seconde e terze generazioni di Giolitti si ribellano: non nel nostro cognome! Complicazioni storiche attorno a Mussolini
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 14 maggio 2024
I parenti di Giovanni Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio nel 1892-1921, e di suo nipote Antonio Giolitti, ministro e commissario europeo negli anni ‘60-‘80, protestano contro Giovanna Giolitti, bisnipote dello statista piemontese.
L’avvocatessa di Cavour (Torino), già assessore del suo paese nella lista civica di un sindaco ex democristiano, si è candidata alle Europee per Fratelli d’Italia. “Non nel nostro nome”, scrivono oggi ben 25 discendenti in una lettera a La Stampa, “i valori di FdI sono totalmente incompatibili con quelli della nostra lunga storia familiare”. I parenti specificano di appartenere in sei alla prima generazione, in 14 alla seconda, più cinque congiunti.
“Libertà, democrazia e giustizia sociale”, spiegano zii e cugini, “sono inconciliabili con le radici, i programmi, le scelte e le azioni di Fratelli d’Italia, connotate da un marcato carattere reazionario su Europa, immigrazione, lavoro, limitazione dei diritti di espressione. Minacciano di soffocare la fragile pianta della democrazia che i nostri progenitori avevano aiutato a germogliare e svilupparsi”.
La povera Giovanna non ci sta, e rivendica la sua scelta come “liberale”. È proprio lei la presidente dell’associazione Giovanni Giolitti che coltiva gli studi storici sulla figura del bisnonno. Ultima iniziativa, la presentazione di un libro sul martire antifascista Giacomo Matteotti. Anche il Centro europeo Giolitti di Dronero (Cuneo), più legato all’altro ramo della famiglia, si avvale dell’opera bipartisan del professor Aldo Mola, massimo storico giolittiano. E lei era nel direttivo.
A voler essere pignoli e maligni, un punto di contatto fra la bisnipote e i suoi sdegnati parenti antifascisti forse si può trovare: nel 1922 l’ottuagenario Giolitti votò a favore del governo Mussolini. Come quasi tutti i liberali, sperava infatti di ammansire i fascisti portandoli nell’alveo democratico. Poi un altro scivolone: appoggiò la legge elettorale Acerbo, che favoriva Mussolini. Si riscattò in extremis nel 1924 quando rifiutò di entrare nel listone fascista, facendosi eleggere in una lista autonoma.
Anche oggi, d’altra parte, molti moderati sperano in una ‘civilizzazione’ degli ex Msi e An. Un percorso opposto ma simmetricamente simile a quello del comunista Antonio Giolitti, nipote di Giovanni, che nel 1956 lasciò il Pci per il Psi dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria.
La faida dei Giolitti, comunque, non è l’unica a dividere le celebri famiglie politiche. I parenti democratici di Robert Kennedy junior si sono distanziati dalla sua candidatura indipendente alle presidenziali Usa di novembre. Il rampollo deviato, complottista e novax, rischia infatti di favorire Donald Trump contro Joe Biden. Proprio come nel 2000 i pochi voti del verde Ralph Nader furono determinanti per l’elezione di George Bush jr contro Al Gore.
Tornando in Italia, non conosciamo le inclinazioni politiche dell'ultima generazione Amendola. Se Giorgia scovasse qualche discendente del comunista Giorgio e di suo padre, il liberale Giovanni, ecco un’altra candidatura ad effetto.
Sempre che i più giovani conoscano la storia, però. Perché dieci anni fa un neodeputato grillino si stupì vedendo il busto di Giovanni Giolitti in un corridoio di Montecitorio. Pensava fosse il nonno dei proprietari della famosa gelateria davanti al Parlamento.
Wednesday, March 03, 2021
La tradizione del silenzio
Draghi e Brusaferro sono accomunati dalla virtù opposta a quella dell'italiano medio: la brevitas
di Mauro Suttora
HuffPost, 3 marzo 2021
Adoro Draghi e Brusaferro. Non a caso la rentrée del secondo in orario di punta tv ha coinciso con l’entrée del primo a palazzo Chigi. E con la sua ammirevole scomparsa dalla tv.
Draghi e Brusaferro sono accomunati dalla virtù opposta a quella dell’italiano medio: la brevitas. Tanto più preziosa in quanto da anni siamo logorati dalla logorrea politica, nel trionfo di chiacchieroni patentati come Conte e Renzi, Salvini e Berlusconi.
Draghi assomiglia invece al miglior primo ministro della storia italiana: Giovanni Giolitti. Il quale detestava parlare a tal punto che riuscì a farsi eleggere in Parlamento senza tenere neanche un comizio. Il parlamentare che non parlava. Naturalmente ciò poteva accadere solo in provincia di Cuneo, fra i laconici montanari del collegio di Dronero che gli rinnovarono la fiducia per quasi mezzo secolo.
“Perché parla così poco?”, chiesero a Giolitti. “Perché quando finisco di dire quel che devo dire, ho finito anche di parlare”.
L’esatto contrario di Arnaldo Forlani, la cui capacità di divagare rimane leggendaria: a un giornalista che gli faceva educatamente notare di avere parlato venti minuti senza rispondere alla sua domanda, rispose serafico: “Potrei continuare per ore”.
Giolitti affinò la sua stringatezza con il miglior ministro di Finanze e Tesoro della storia d’Italia: Quintino Sella, piemontese come lui. Era il suo direttore generale (stesso posto occupato da Draghi 130 anni dopo), e Sella lo convocava nel suo ufficio di primo mattino, con le finestre aperte. “Cosicché io, gelando, non vedevo il momento di essere congedato”, ricordò Giolitti. Risultato: i suoi rapporti furono i più sintetici mai ascoltati in quelle stanze.
Brusaferro era mio compagno al liceo classico di Udine. Già allora era serio, e quindi conciso, come tutti i veri friulani. Ho sperimentato sulla mia pelle la loro proverbiale assenza di facondia. La prima volta che venni invitato a cena dalla famiglia della mia fidanzata, tutto quel che mi disse suo padre fu, a un certo punto: “Mi passi le tegoline, per favore?”.
Ecco, assaporando l’assenza di Draghi dalla conferenza stampa per il suo dcpm, ho pensato che siamo in buone mani. Niente propaganda, nessuna vanteria su “modelli Italia” e “primati nei vaccini”. Spariti gli sproloqui “per rassicurare”.
Brusaferro è l’unico esperto desaparecido dalla tv e dalle polemiche negli ultimi mesi: ha parlato sempre e soltanto nella sua veste ufficiale di presidente dell’Istituto superiore di sanità, durante gli anonimi rapporti del venerdì.
Sono sicuro che non si presenterà alle elezioni e non diventerà assessore regionale in Puglia, come quell’altro scienziato.
Quanto a Draghi, il valore delle sue parole non da oggi è inversamente proporzionale alla frequenza con cui le pronuncia. Speriamo quindi che non dia retta ai tanti esperti di Scienze della comunicazione (laurea da abolire) i quali lo invitano a esternare, e che mantenga invece a lungo il suo ieratico silenzio.
Ci piacciono governanti concreti e noiosi come amministratori di condominio, magari un po’ grigi come quelli dei Grigioni svizzeri. Basta con i gigioni: a teatro e al circo torneremo dopo il virus. Grazie a Draghi e Brusaferro.
Mauro Suttora
Sunday, December 20, 2020
Cent'anni fa il Natale di sangue a Fiume
Italiani contro italiani, 58 morti, duecento feriti: civili, militari, i dannunziani che un anno prima erano partiti da Ronchi dei Legionari per fondare il loro effimero e incredibile stato libero
Mauro Suttora
HuffPost, 20 dicembre 2020
Cent’anni dal Natale di sangue a Fiume, 1920. Italiani contro italiani, 58 morti, duecento feriti: civili, militari, i dannunziani che un anno prima erano partiti da Ronchi dei Legionari (ora aeroporto di Udine-Trieste) per fondare il loro effimero e incredibile stato libero.
La peggior strage compiuta dalle nostre forze armate in tempo di pace verso concittadini, dopo quella del generale Bava Beccaris nel 1898 a Milano.
Fiume, oggi Rijeka, terza città della Croazia, era un paradiso cosmopolita. Odiata quindi dai sovranisti di allora, italiani e croati, che la volevano tutta per loro. Porto dell’Ungheria nell’impero asburgico, aveva 50mila abitanti, per metà italiani.
Situata nell’ascella dell’Istria, contrariamente a Trieste prima del 1915 non fu scossa dal nostro irredentismo, né dal nazionalismo speculare slavo.
Le minoranze croate, ungheresi, tedesche ed ebraiche vivevano felicemente, arricchendosi in tranquillità accanto agli italiani nella belle époque del Carnaro.
I piroscafi usciti dai cantieri Cosulich nella prospiciente isola di Lussino (oggi trasferiti a Monfalcone) solcavano gli oceani portando tutte le merci del mondo alla Mitteleuropa attraverso il porto fiumano.
Il sogno finisce con la prima guerra mondiale. Niente Dalmazia all’Italia, come promessoci dagli anglofrancesi nel patto di Londra. Così la frustrazione per la “vittoria mutilata” viene canalizzata da Gabriele D’Annunzio. Non vogliono darci Fiume? E noi ce la prendiamo, eia eia alalà.
Prova generale del fascismo: reduci, arditi, camicie nere, pugnali, gagliardetti, teschi. La funerea paccottiglia militarista permea l’impresa fiumana.
Ma attenzione, avverte Pier Luigi Vercesi nel suo bel libro Fiume, l’avventura che cambiò l’Italia (Neri Pozza, 2017): “Quell’anno diventa un laboratorio rivoluzionario politico, sociale, economico, e anche letterario e teatrale. D’Annunzio governa con un’invenzione al giorno. Fiume si trasforma in ‘città di vita’, dove tutto è concesso: le donne votano, l’omosessualità è tollerata, si può divorziare e ne approfitta Guglielmo Marconi, l’esercito viene abolito in tempo di pace, l’istruzione è gratuita, una nuova Costituzione sovverte le regole borghesi e monarchiche. Perfino Lenin è affascinato dal governo dannunziano”.
Insomma, il Vate conquista Fiume, ma la civiltà fiumana e l’amore libero conquistano i suoi legionari.
Non può continuare. Con il trattato di Rapallo del novembre 1920 fra Italia e la neonata Jugoslavia, Roma rinuncia alla Dalmazia (tranne Zara e l’isola di Lagosta) in cambio dello status di città libera per Fiume.
D’Annunzio rifiuta l’accordo, e Giolitti fa bombardare la città, ponendo fine all’avventura. Alle 4 di pomeriggio del 26 dicembre 1920 la nave Andrea Doria colpisce il Palazzo del governatore. Il poeta è ferito alla testa dai calcinacci nel suo studio. Due giorni dopo si dimette.
Tuttavia, commenta Vercesi, “D’Annunzio muta il corso della storia d’Italia e probabilmente d’Europa, orchestrando la più reale rappresentazione dello spirito del tempo”.
Mauro Suttora

