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Tuesday, September 01, 2026

Classifica di durata, da Romolo a Meloni

Abbiamo fatto un gioco, spulciando nella storia della penisola. In testa alla classifica c'è Alberico Cybo Malaspina, un nome oscuro ai più malgrado la straordinaria longevità di governo. Per la premier ci sono margini molto limitati di scalata, può aspirare a raggiungere Berlusconi e Giolitti

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 settembre 2026
 
Giorgia Meloni batte il record del governo più lungo nella storia dell'Italia unita (dittatura mussoliniana a parte). Per celebrare l'evento abbiamo fatto un gioco, compilando la classifica di 70 governanti fra i più duraturi nella penisola dai tempi di Romolo. Abbiamo considerato tutti gli stati preunitari, quindi anche papi e imperatori romani. Per i Re di Roma diamo per buone le date di Tito Livio. E per le varie dinastie locali citiamo solo i più longevi.
 
A guidare la classifica, una sorpresa: Alberico Cybo Malaspina, principe di Massa e marchese di Carrara 400 anni fa. Un nome oscuro ai più, ma che con i suoi 69 anni di regno supera tutti. Una sua discendente, Maria Teresa, è al quinto posto con 59 anni. Al secondo posto ecco il Re lazzarone: a Ferdinando I delle Due Sicilie piaceva più cacciare e divertirsi che governare. Ciononostante sopravvisse a Napoleone trincerandosi in Sicilia, per poi tornare a Napoli con la Restaurazione. Spesso i lunghi regni iniziavano con scomparse premature del genitore: è il caso della mitica Matilde di Canossa, al terzo posto. E la durata produceva o grandi espansioni territoriali, come per i Savoia primi in classifica, o lunghi periodi di pace, come per i Medici e Leopoldi in Toscana.
 
Ogni personaggio ha una storia a sè. L'unica regola è che le moderne democrazie non riusciranno più a eguagliare i record del passato, perchè le elezioni sono in mano a opinioni pubbliche volubili. 
 
Oggi soltanto i dittatori riescono a durare a lungo al potere. Emblematica fu la conferenza di pace di Potsdam nel 1945: Winston Churchill, vincitore della Seconda guerra mondiale, perse le elezioni proprio durante i lavori e dovette abbandonarla, tornando a casa. Fu sostituito al volo da Clement Attlee, sotto gli occhi allibiti del coriaceo Josef Stalin. Insomma, Giorgia Meloni non aspiri a salire molto in questa classifica. Se le andrà bene, potrà al massimo raggiungere Giovanni Giolitti e Silvio Berlusconi, recordman dell'Italia moderna.
 
Alberico di Massa Carrara 69 anni al potere (1553-1623)
Ferdinando I Due Sicilie 65 (1759-1825)
Matilde di Canossa 62 (1053-1115)
Amedeo VIII di Savoia 60 (1391-1451)
Maria Teresa Cybo Malaspina (1731-90)
Vittorio Amedeo Savoia II 55 (1675-1730)
Cosimo III Medici 53 (1670-1723)
Berengario del Friuli 50 (874-924)
Arechi di Benevento 50 (591-641)
Carlo Emanuele I Savoia 50 (1580-1630)
Ferdinando II Medici 49 (1621-70)
Niccolò III d'Este 48 (1393-1441)
Vittorio Emanuele III 46 (1900-46)
Servio Tullio 44 (578-35 a.C.)
Numa Pompilio 43 (715-672 a.C.)
Carlo Emanuele III 43 (1730-73)
Federico II Svevia 42 (1208-50):
Ottaviano Augusto 41 (27 a.C-14)
Carlo Magno 40 (774-814)
Tarquinio Prisco 38 (616-579 a.C.)
Giovanna I di Napoli 38 (1343-81)
Federico da Montefeltro 38 (1444-82)
Romolo 37 (753-16 a.C.)
Teodolinda 37 (589-626)
Cosimo I Medici 37 (1537-74)
Ferdinando I di Napoli 36 (1458-94)⁷
Federico Barbarossa 35 (1155-1190)
Filippo Maria Visconti 35 (1412-47)
Ferdinando I Napoli 35 (1458-94)
Leopoldo II Toscana 35 (1824-59)
Papa San Pietro 34 (33-67)
Roberto d'Angiò Napoli 34 (1309-43)
Francesco Foscari Venezia 34 (1423-57)
Ludovico Gonzaga Mantova 34 (1444-78)
Maria Luigia di Parma 33 (1814-47)
Teodorico 33 (493-526)
Tullo Ostilio 32 (672-40 a.C.)
Liutprando 32 (712-44)
Lotario I 32 (818-50)
Papa Pio IX 32 (1846-78)
Francesco IV Modena 32 (1814-46)
Costantino 31 (306-337)
Vittorio Emanuele II 29 (1849-78)
Papa Giovanni Paolo II 26 (1978-2005)
Papa Leone XIII 25 (1878-1903)
Leopoldo I Toscana 25 (1765-90)
Arduino d'Ivrea 25 (990 -1015)
Tarquinio il Superbo 25 (535-509 a.C.)
Anco Marzio 24 (640-616 a.C.)
Pietro Tribuno Venezia 24 (888–912)
Papa Pio VI 24 (1755-99)
Tiberio 23 (14-37)
Antonino Pio 23 (138-61)
Umberto I 22 (1878-1900)
Benito Mussolini 22 (1922-45)
Adriano 21 (117-38)
Diocleziano 21 (284-305)
Marco Aurelio 19 (161-80)
Desiderio 18 (756–74)
Odoacre 17 (476-93)
Domenico Contarini Venezia 16 (1659-75)
Rotari 16 (636–52)
Simone Boccanegra Genova 13 (1339-63)
Napoleone 12 (1802-14)
Giovanni Giolitti 10 (tra 1892 e 1921)
Silvio Berlusconi 9 (tra 1994 e 2011)
Giulio Andreotti 7 (tra 1972 e 1992)
Alcide De Gasperi 7 (1945-53)
Aldo Moro 6 (fra 1962 e 1974)
Giorgia Meloni 4 (2022-?)

Thursday, December 09, 1999

E dopo l'Asinello, ecco i cammelli

di Mauro Suttora

Il Foglio, 10 dicembre 1999

Secondo week-end di passione per i Democratici, sempre più divisi fra prodiani, dipietristi e rutelliani. In questo fine settimana si svolgono decine di assemblee provinciali per eleggere i delegati ai congressi regionali, che avranno luogo in gennaio. Terzo e ultimo round, il 18 e 19 dicembre. Domenica scorsa era finita a pesci in faccia in numerose assemblee, fra accuse reciproche di «cammellaggio» (operazione che consiste nel conquistare la maggioranza facendo votare decine di aderenti dell’ultima ora estranei al movimento, ai quali i «signori delle tessere» hanno pagato l’iscrizione). In ogni caso i dipietristi esultano, sostenendo di avere vinto domenica scorsa in 25 assemblee su trenta.

A parte le regioni in cui tutti i congressi sono stati sospesi per vaste e manifeste irregolarità delle adesioni (Lazio, Campania, Basilicata, Calabria), l’incidente più scabroso è avvenuto nella provincia di Massa-Carrara. Qui una buona fetta dei fondatori del movimento ha abbandonato la sala dell’assemblea di fronte alle plateali ed esplicite manovre degli «infiltrati». 

Ecco il racconto illuminante di Guido Bianchini, medico ospedaliero già candidato dell’Asinello alle Europee: «Gli aderenti in provincia sono improvvisamente raddoppiati da 165 a 330 nelle ultime tre settimane valide per l’iscrizione. La media nelle altre province toscane, Firenze a parte, è invece di 110-120 aderenti. Da sole, le tessere di Massa sono 219, contro le 71 di Carrara e le 44 della Lunigiana, nonostante le tre aree abbiano lo stesso numero di abitanti, e di votanti per noi alle Europee. Inoltre, ben 174 delle tessere di Massa sono state pagate meno di 50 mila lire, usufruendo degli sconti riservati a studenti, disoccupati, pensionati sociali e casalinghe. Ma ben 84 non hanno diritto alla quota ridotta: per esempio, ci sono studenti che risultano nati nel 1960 o giù di lì. In un controllo a campione effettuato dalla sede nazionale, la maggior parte ha dichiarato di non sapere di essere iscritta ai Democratici, e ha sostenuto di non avere mai versato alcuna quota di adesione».

Bianchini fa anche un nome e cognome: «Fra i nostri aderenti risulta anche Roberto Malaspina, eletto sindaco nel paese di Mulazzo solo un anno fa in una lista di centrodestra contrapposta a quella dell’Ulivo. Alle ultime Europee Malaspina, nonostante risultasse già nostro aderente, ha appoggiato l’ex ministro Ferri, candidato in Forza Italia, che infatti a Mulazzo ha ottenuto il 44% contro il 2% dell’Asinello. E ancora in ottobre, all’elezione della presidenza della Comunità montana, Malaspina ha votato per il centrodestra».

Nonostante i suoi puntuali rilievi, Bianchini non ha ottenuto cambiamenti nella lista degli aderenti da parte degli organi nazionali. Così, al congresso, «la metà degli intervenuti era composta da assoluti sconosciuti. Ben 59 hanno dovuto integrare la quota ridotta non avendone diritto, ma alcuni sono stati sorpresi a versare cumulativamente le integrazioni di quota, o a fornire agli aderenti le somme con cui provvedere. Varie sono state le autocertificazioni di studenti, disoccupati e pensionati sociali».

Tutti costoro, però, spariscono subito dopo l’accredito e tornano in sala dopo parecchie ore, soltanto per votare. «Alcuni hanno ammesso pubblicamente di essere intervenuti solo per invito di amici di amici», continua Bianchini, «e altri hanno rivendicato il diritto all’uso di ‘truppe cammellate’. Un gruppo di operai di un’azienda, con le tute, è giunto a votare ed è ripartito con lo stesso mezzo. Sembrava di essere tornati ai tempi della vecchia Dc dorotea. Più di 50 aderenti hanno rifiutato di partecipare al voto in segno di protesta».

Ma Antonio Di Pietro non vuole dare alcuna soddisfazione al povero Bianchini. Anzi, in un documento riservato spedito ai vertici dell’Asinello stigmatizza come «una gratuita umiliazione per i nostri iscritti il serrato interrogatorio per indagare se sono pensionati al minimo, o sulle ragioni per cui sono studenti anche se ultratrentenni». 

Insomma, Tonino è diventato improvvisamente ultragarantista, solo lui può interrogare. «Non dobbiamo imporre norme capestro per disincentivare i nostri militanti a presentarsi alle assemblee (...) sottoponendoli a domande imbarazzanti. Chi ha manifestato la volontà di far parte della nostra famiglia dovrebbe essere ringraziato, non messo sotto processo».

Ma un ex fedelissimo di Di Pietro, Elio Veltri, commenta duro: «I Democratici non possono diventare la pattumiera della prima repubblica». E un dirigente dell’Asinello piemontese, Giuliano Castelli, allarga il tiro: «Non solo il nostro direttivo nazionale non è di natura democratica, ma tutta l’operazione Ulivo non lo è mai stata: fin dall’inizio le decisioni sono state prese dall’alto, e appena si cerca di portare un minimo di democrazia interna succede il caos».