Wednesday, June 16, 2010

Magistrati in sciopero

PROTESTANO PER I TAGLI, MA GUADAGNANO MOLTO

di Mauro Suttora

Oggi, 7 giugno 2010

Capita una o due volte ogni decennio che i magistrati facciano sciopero. Anzi, secondo alcuni non dovrebbero mai farlo. «È come se un sacerdote protestasse non celebrando messa», dice Marcello Maddalena, procuratore aggiunto di Torino. E Pier Ferdinando Casini, con una concezione meno sacrale della professione: «Non sono mica metalmeccanici».

No, i magistrati non sono metalmeccanici. Sono le persone che dirimono le nostre controversie e possono spedirci in galera. Il terzo potere dello stato, e i loro stipendi (41 mila euro annui appena entrati in servizio, 72 mila dopo cinque anni, 122 mila dopo venti, 150 mila dopo 28 anni) testimoniano la loro importanza.

Eppure, anche loro il primo luglio incroceranno le braccia. Per criticare la legge con cui il premier Silvio Berlusconi vuole limitare le intercettazioni telefoniche e le cronache giudiziarie? Macché. I magistrati scioperano per soldi. La manovra da 25 miliardi colpisce anche loro, come tutti i dipendenti pubblici. E loro non ci stanno.

Ecco le loro ragioni. «Sono tagli che colpiscono la nostra indipendenza», dice Luca Palamara, presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati, il sindacato unico delle toghe), «e anche iniqui: un giovane appena entrato in servizio perde il 30 per cento del proprio stipendio, mentre gli anziani se la cavano col due per cento».

Indipendenza garantita dall’ammontare degli stipendi? È opinabile. In ogni categoria ci sono ricchi dipendenti disonesti, e lavoratori pagati poco ma probi ed efficienti. Il secondo argomento, invece, è incredibile ma vero. Poiché per tre anni gli vengono bloccati gli scatti , il magistrato fresco di concorso rimane a 41 mila euro annui invece di passare a 55 mila. Mentre quello con 28 anni di anzianità subisce solo il taglio di 3 mila euro previsto per tutti i redditi oltre i 90 mila.

«Il problema è che, divulgando questi dati, i magistrati si sono dati la zappa sui piedi da soli», dice Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale di sinistra Espresso (quindi non sospetto di pregiudizi berlusconiani contro i giudici) che l’anno scorso ha scritto un libro urticante fin dal titolo: Magistrati, l’ultracasta (Bompiani): «Nessun mestiere in Italia, e forse al mondo, garantisce ai nuovi assunti aumenti così alti e automatici nel giro di pochissimi anni. E senza alcun rischio: se non commettono reati o scorrettezze gravissime, non perderanno mai il posto».

Meglio dei politici, l’altra Casta per eccellenza: quelli almeno devono farsi eleggere col voto, ogni tanto. Non a caso, la retribuzione dei parlamentari è agganciata a quella dei magistrati, che è anche l’unica ad aver conservato la scala mobile anti-inflazione.

«I giudici italiani hanno uno stipendio medio cinque volte superiore a quello degli altri dipendenti pubblici, 51 giorni di ferie, e sono anche i più pagati dell’Europa continentale», continua Livadiotti, «i loro vertici prendono il doppio di quelli con incarichi analoghi in Francia». Gli unici a superarli sono i britannici, i quali però hanno un accesso diverso alla professione: spesso sono ex avvocati della difesa o dell'accusa diventati giudici in tarda età.

«Ma il privilegio più grande», dice Livadiotti, «è che tutti i magistrati italiani raggiungono automaticamente allo stipendio più alto: i 150 mila euro dei giudici di Cassazione, e i 170 mila dei giudici dei Tar o della corte dei Conti».

Sarebbe come se in un’azienda privata tutti, anche gli operai, anche gli asini e i pigri,dopo una ventina d’anni prendessero gli stipendi dei dirigenti. Non è sempre stato così: fino agli anni ’60 i pretori di provincia per progredire dovevano affrontare fior di concorsi. Oggi le cosiddette “valutazioni di professionalità” sono una barzelletta: le supera il 99,6 per cento dei candidati. E a giudicare i giudici sono gli stessi giudici, colleghi più anziani.Un’altra cornucopia è quella delle cosiddette «sedi disagiate» (praticamente tutto il Sud): ai giovani magistrati che ci vanno spettano decine di migliaia di euro in più.

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, per criticare lo sciopero della magistratura, lo ha definito «politico». «Invece è la classica protesta corporativa di una categoria che teme di perdere alcuni dei propri ingenti privilegi economici», conclude Livadiotti.

Mauro Suttora

Saturday, June 12, 2010

Film Sex and the City 2

DONNE NEWYORKESI VERAMENTE WORKAHOLIC, SEXAHOLIC, SHOPAHOLIC E SVAMPITE COME QUELLE QUATTRO?

Oggi, 2 giugno 2010

di Mauro Suttora

Ma come sono veramente le donne di Sex and the City? Sul serio le newyorkesi sono sprovvedute come Charlotte la svampita, workaholic (drogate di lavoro) come Miranda la "rossa", shopaholic (drogate di shopping) come Carrie la giornalista e drogate di sesso come Samantha la ninfomane? Dopo due anni di convivenza con una come loro, una deliziosa trentenne di Manhattan, sono in grado rispondere: si'. Meno il sesso. Il mio fidanzamento e' stato cosi' ricco di fantastici, teneri e agghiaccianti aneddoti che ne ho tratto un libro: No Sex in the City (ed. Cairo, 2007).

La mia Marsha si alzava alle sei del mattino per andare a correre a Central Park, non resisteva di fronte a scarpe Jimmy Choo da 500 dollari o a borsette Prada da 700, la sua carta di credito era costantemente in rosso perche' spendeva tutti i (parecchi) soldi che guadagnava in vestiti, ristoranti, abbonamenti a club e palestre e week-end agli Hamptons. Ma alla fine della sua (nostra) vorticosa vita sociale allietata da un paio di cocktail e vernissage ogni sera, non le restava piu' il tempo per (fare) l'amore.

Per lei il sesso era solo un ulteriore tipo di ginnastica, intercambiabile con yoga e pilates. E anche per le sue amiche gli uomini sono accessori un po' meno utili di quelli comodamente acquistabili negli store di Madison Avenue. Infatti, fateci caso: tutti i maschi della serie tv e dei due film Sex and the City sono o fessi (quelli di Charlotte e Miranda) o mascalzoni (il Mr. Big e Barishnikov di Carrie) o boy-toys (Samantha). Degni del cassonetto.

Il decennio degli anni Zero che si sta chiudendo passera' alla storia (guerre di Bush a parte) come quello di Sex and the City? In mancanza di altri fenomeni sociali, artistici, culturali, c'e' questo rischio. Il nulla. Zero, appunto.

Thursday, June 10, 2010

Yet

Washington Post
News Alert: General: Kandahar operation will take longer
07:47 AM Thursday, June 10, 2010

The top commander in the largely stalemated Afghanistan war acknowledged Thursday that a crucial campaign to secure the region of the country where the Taliban insurgency was born will take longer than planned because local Afghans do not yet welcome the military-run operation.

(it's all in that "yet"...)

Wednesday, June 09, 2010

I ricchi non piangono mai

LA MANOVRA NON TOCCA I MILIARDARI

di Mauro Suttora

Oggi, 2 giugno 2010

Coincidenza sfortunata: proprio nel giorno in cui suo padre ha imposto agli italiani sacrifici per 24 miliardi di euro, Pier Silvio Berlusconi ha varato il proprio nuovo maxiyacht da 18 milioni, lungo 37 metri. È vero, così il cantiere Ferretti di Ancona lavora e non licenzia i dipendenti. Ma Pier Silvio si era già fatto costruire tre anni fa dal cantiere anconetano un altro yacht da trenta metri: Suegno, costato dieci milioni. Aveva proprio bisogno di un secondo piroscafo?

La verità è che i ricchi non piangono mai. Non solo in Italia. I miliardari greci sbevazzano come sempre negli hotel a cinque stelle di Gstaad o Saint Moritz, mentre i loro compatrioti ad Atene sono in mutande. A New York gli speculatori responsabili della crisi mondiale continuano a incassare bonus da milioni di dollari. E nella nuova lista dei 5.700 evasori italiani con sette miliardi nascosti in Svizzera ci sono industrialotti lombardi, stilisti, attori, notai, avvocati e anche molte casalinghe, mogli prestanome dei suddetti.

Neanche un centesimo viene tolto dalla «manovra» di Berlusconi ai ricchi come lui. Obama ha aumentato le imposte sui redditi oltre i 200 mila dollari (160 mila euro). In Italia invece chi lavora viene tassato fino al 43 per cento, mentre le rendite da capitale rimangono al 12,5. Industriali, finanzieri e banchieri possono stare tranquilli.

Il governo Prodi aveva cercato di imporre un tetto di 270 mila euro annui per tutti i manager pubblici. Risultato: Pier Francesco Guarguagliani di Finmeccanica (oggi nei guai con la moglie per fondi neri) l’anno scorso ha intascato più di cinque milioni e mezzo. C’è il divieto di cumulo di cariche? Lucio Stanca è sia deputato, sia capo dell’Expo 2015 di Milano, per un totale di 650 mila euro. E come lui decine di politici con doppio incarico.

Non è questione di destra o sinistra. Il principale fustigatore dei potenti in Italia, Beppe Grillo, è lui stesso un ricco milionario che ama scorrazzare in motoscafo per la Costa Smeralda. E così l’ex eroe della sinistra tv, Michele Santoro, che ha scandalizzato i propri fans con la trattativa da una quindicina di milioni per il prepensionamento Rai alla verde età di 58 anni.

L’Italia ha il terzo debito pubblico del pianeta: 1.800 miliardi di euro. Ci superano solo Stati Uniti e Giappone, in cifre assolute. E in percentuale sul Pil, siamo i peggiori d’Europa: 115 per cento nel 2009, come la Grecia. Ciononostante, i nostri politici anche quest’anno riescono a spendere il 5 per cento in più di quel che incassano con le tasse. La manovra di questi giorni serve solo a rallentare l’allargamento del buco, non a tapparlo.

Eppure, tutti si sentono in diritto di protestare. Soprattutto i più ricchi. Sentite: «La nostra indipendenza va salvaguardata anche sotto il profilo economico», strillano i magistrati, «minacciati» come tutti i pubblici dipendenti dal blocco degli aumenti automatici triennali (per tutti, anche asini e pigri), oltre che da un prelievo del cinque per cento sui redditi oltre i 90 mila euro l’anno (ovvero la quasi totalità dei magistrati). Medici e primari da cinquemila euro netti al mese piangono: «Interventi tanto vergognosi quanto iniqui».

I dirigenti pubblici preparano i soliti ricorsi al Tar. «Guadagno 289 mila euro l’anno, ma alla Telecom erano due milioni e mezzo», dice Giuseppe Sala, direttore generale del comune di Milano. Ognuno guarda a chi prende di più. Bruno Vespa, dal «basso» del suo milione e 200 mila euro annui, invidia Santoro. E i tagli non toccano i prepensionati d’oro, come il dirigente della regione Sicilia Pier Carmelo Russo che cinque mesi fa ha agguantato 6.462 euro netti mensili a 47 anni, per poi vedersi nominare assessore all’Energia.

Le statistiche sono chiare: negli ultimi dieci anni i redditi dei dipendenti pubblici sono aumentati del 42%. Quasi il doppio dei privati, esposti alla concorrenza con l’estero. Eppure, all’ultimo momento la loro potente lobby ha fatto aumentare da 130 a 150 mila euro la soglia per il prelievo del 10%. E chissà di quali altri «ammorbidimenti» godranno i ricchi prima che i decreti tagliaspesa diventino realtà.

Mauro Suttora

Friday, May 28, 2010

A New York niente sesso

LE DONNE PREFERISCONO SHOPPING E PALESTRA

Da oggi al cinema Sex and the City 2

di Mauro Suttora

Libero, 28 maggio 2010

Come passeranno alla storia questi anni Zero? Corriamo un grande rischio: che il decennio appena finito venga ricordato, in mancanza di meglio o di peggio (Bush, guerre d’Iran e Afghanistan, Coldplay, ipod), per ‘Sex and the City’. E questa sì che sarebbe una tragedia. Quasi peggio del terrorismo islamico.

Le quattro smandrappate di New York, anche se amano comportarsi come ventenni sgarzelline e l’età mentale dei personaggi che interpretano è perfino minore, hanno tutte superato i 45 anni. Samantha ne ha addirittura 54. O meglio: questa è l’età dell’eccellente attrice inglese Kim Cattrall che la impersona, e che si è appena fatta notare come bollente segretaria-amante di Pierce Brosnan (alias Tony Blair) nello splendido ‘Uomo nell’ombra’, ultimo film di Roman Polanski.

Non a caso la meno letale del quartetto non è americana. Infatti Samantha è l’unica ad avere una vita sessuale. Ma poiché l’autrice di ‘Sex and the City’, Candace Bushnell, è gelosa della non frigidità del personaggio biondo da lei stessa creato, l’ha trasformata in macchietta: ninfomane, esagerata, comica, affamata di toyboys.

Le altre tre sono sexy quanto il ghiacciaio del monte Bianco. Ma non è colpa loro. È la New York di oggi a renderti così. Lo dico per esperienza personale: ci ho vissuto per molti degli anni Zero, e per un biennio mi sono fidanzato con una ragazza uguale a quelle di ‘Sex and the City’. Una ex modella trentenne bellissima, simpatica, intelligente, coltivata (laureata in un college top ten degli Usa), abbastanza ricca. E innamorata, come me. Ma a letto, una frana. Sono sopravvissuto nell’unico modo possibile, con questi fenotipi di Manhattan apparentemente assai attraenti: lasciandola. Ma avendo accumulato tanti di quegli aneddoti divertenti e agghiaccianti da scriverci un libro: ‘No Sex in the City’ (ed. Cairo, 2007).

La verità è semplice, come ha detto un famoso sociologo: “A New York hanno talmente sessualizzato lo shopping, che tutto il resto è stato desessualizzato”. La mia girlfriend Marsha si svegliava alle sette del mattino, e invece di fare l’amore correva a fare jogging a Central Park. Io la aspettavo a letto speranzoso (anche a Manhattan si verifica il fenomeno definito in inglese “morning glory”), ma quando lei tornava alle otto - sudata, ansimante, guance rosse, seno e lunghe cosce foderati nella tuta aderente, quindi ancora più affascinante - si buttava nella doccia: «I have no time, my love», mi gridava felice da sotto lo scroscio, già orrendamente piena di energia a quell’ora del mattino. Poi si precipitava giù a comprare da un coreano il beverone che loro chiamano “caffè” (una sciacquatura marrone), e lo sorseggiava con una cannuccia nel metrò verso il lavoro.

Verso le sei di sera passava a prendermi alla libreria Rizzoli sulla 57esima Strada, dove lavoravo. La sua vita frenetica a quell’ora prevedeva aperitivi, vernissage di gallerie, inaugurazioni di negozi e altri innumerevoli «eventi», che ora infestano la vita anche a noi italiani. Quindi in taxi al ristorante. Spesso un cinema, un concerto, un teatro a Broadway. Poi, ogni tanto, in un club a ballare. Feste in casa di amici. Oppure quella disgrazia che sono i «gala», al Plaza, al Waldorf o al Pierre, con i grandi tavoli rotondi da otto e qualche causa benefica da finanziare.

Insomma, difficile tornare a casa prima di mezzanotte. E a quel punto lei era troppo stanca per farlo. «I need to relax», si scusava. E io: «Appunto, rilassiamoci facendo l’amore». Lei mi sorrideva: «Accarezzami, Mauro». E si addormentava.

La sua attività principale, nel tempo libero, era lo shopping. Spendeva in scarpe Jimmy Choo e borsette Prada tutto quel che guadagnava (non poco). Nei weekend estivi bisognava andare agli Hamptons: come Portofino, ma umidi come New York. Siccome era sportiva, se non poteva fare jogging per il troppo caldo o troppo freddo, andava in palestra a sfogarsi sul tapis roulant. Ecco, dopo un po’ scoprii che quello era il mio vero rivale. Perché solo lì, e nei negozi, le donne di 'Sex and the City' riescono ad agguantare il piacere. Sex, zero. Come il decennio.

Mauro Suttora

Wednesday, May 19, 2010

Le case dei parlamentari

QUANTO PAGANO DEPUTATI E SENATORI A ROMA? RISPONDONO IN 80 (SU 945)

Oggi, 19 maggio 2010

di Mauro Suttora

Pier Ferdinando Casini è sintetico: «Abito in una casa di proprietà di mia moglie [Azzurra Caltagirone, ndr] nel quartiere Parioli». Stringato anche Francesco Rutelli: «Vivo nell’unica casa che possiedo. È di mia proprietà, ereditata da mio padre, architetto, che l’ha progettata e realizzata negli anni ‘60».

Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, appare un po’ irritato: «Come tutti i parlamentari deposito la dichiarazione dei redditi presso il Parlamento e quindi è facilmente riscontrabile non solo il mio reddito, ma qualsiasi notizia relativa alla mia persona. Voglio comunque rispondere, a puro titolo di cortesia: non posseggo alcuna abitazione a Roma, dove vivo in una casa in affitto pagando circa 2.000 euro al mese alla proprietaria. Non ho mai avuto a disposizione case di enti di qualsiasi tipo».

Affitti non pubblici

Ci permettiamo di ricordare al senatore che i parlamentari devono dichiarare le loro proprietà, ma non il prezzo d’acquisto e i canoni d’affitto.

Esaustivo invece Piero Fassino (Pd, già segretario Ds): «Abito in un appartamento nel centro di Roma, acquistato nel ‘96 in comproprietà con mia moglie. Per coprire le spese di acquisto e ristrutturazione ho contratto un mutuo che ho terminato di pagare nel dicembre scorso. Sono proprietario di un appartamento a Torino, acquistato da mio padre nel 1962 e ricevuto in eredità nel ‘66. In comproprietà con mia moglie ho acquistato nel 2004 un casale in Toscana per il quale ho contratto un mutuo. Tutti i contratti di acquisto sono stati registrati per l’intero ammontare».

Visto l’interesse suscitato dalla nostra inchiesta della scorsa settimana sulle case dei ministri (dopo le dimissioni di Claudio Scajola per questioni immobiliari), abbiamo chiesto (per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul loro alloggio a Roma. Non hanno risposto in tanti: meno del dieci per cento.

Si vede che la maggioranza dei politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri elettori. Fra gli alfieri della trasparenza, invece, oltre a Fassino si distinguono i radicali: «Affitto un bilocale da un privato per 1.200 euro in zona Campo de’ Fiori», ci ha risposto la senatrice Donatella Poretti, «ma tutte le informazioni su di noi si trovano nel sito dell’Anagrafe pubblica degli eletti: http://www.radicali.it/ape/eletti/parlamento"».
Così il senatore Marco Perduca, che aggiunge particolari curiosi: «Sto in trenta mq scarsi al terzo piano a Trastevere per 1.250 € al mese. Non uso riscaldamento né acqua calda (neanche in inverno)». E il deputato Matteo Mecacci: «Affitto in zona Foro romano con la mia compagna un appartamento parzialmente arredato di 90 mq. Il canone mensile di 2.700 euro più 118 di oneri condominiali».
«Tifoso» dell’Anagrafe pubblica si dichiara anche il deputato barese del Pd Dario Ginefra: «Affitto 50 mq nel rione Monti, 1.300 euro al mese, quarto piano senza ascensore».

Zaccaria chez Monica

I senatori che si dichiarano proprietari di casa a Roma oltre a Gasparri sono solo tre. Barbara Contini (Pdl): «Lo scorso novembre ho comprato 75 mq in zona Pinciano accendendo un mutuo 15ennale con rata mensile di 2.700 euro». Elio Lannutti (Idv): «Vivo a casa di mia moglie nel quartiere Cinecittà, acquistata nel 1982 dal padre con il 50 per cento di mutuo Italfondiario al tasso del 16 per cento e pagata 76 milioni di lire». Roberto Zaccaria (Pd, già presidente Rai): «Vivo a Roma, dove ho recentemente trasferito la mia residenza. La casa è di proprietà della mia compagna [l’attrice Monica Guerritore, ndr] ed è stata acquistata nel febbraio 2009. Su questa casa, in zona Roma Nord, ho l’usufrutto, avendo concorso all’acquisto con mutuo ventennale di 400 mila euro».

In albergo vanno i senatori Fabrizio Di Stefano (Pdl, da Chieti, che sta all’hotel Imperiale in via Veneto) e Vanni Lenna (Pdl, da Udine): «Spendo 1.500 euro al mese». Guido Galperti (Pd, da Brescia) preferisce un residence vicino al Senato, a 1.100 euro mensili.

Gli altri in affitto. Cristiano de Eccher (Pdl, da Trento): «Pago, con contratto depositato e bonifico bancario, 1.100 euro più circa cento euro di spese per un monolocale in piazza Rondanini, vicino al Senato». Cecilia Donaggio (Pd, da Venezia): «Divido un’appartamento con una mia amica che vi abita da circa 40 anni in zona Prati, e la mia parte è di 1.200-1.400 euro». Maurizio Fistarol (Pd, da Belluno): «Affitto nel centro storico a 1.500 euro mensili». Andrea Fluttero (Pdl, da Torino): «Ho un piccolo alloggio ammobiliato in via dei Coronari per 1.600 euro mensili con contratto registrato. Vado al Senato in bici». Cinzia Fontana (Pd, da Cremona): «Affitto 50 mq con contratto regolare a Trastevere per 1.250 euro». Fabrizio Morri (Pd, da Urbino): «Bilocale di 40 mq a Monteverde nuovo per 1.100 euro». Salvatore Tomaselli (Pd, da Brindisi): «Affitto a 1.490 euro/mese». Felice Belisario (Idv): «A San Lorenzo, 1.200 euro per 75 mq».

Fra i deputati, prodigo di particolari è il romano Roberto Giachetti (Pd): «Da quando mi sono separato (2002) vivo in affitto in un appartamento di 90 mq nel quartiere Monteverde, per cui pago 1.650 euro, avendo lasciato l’abitazione ereditata da mia madre ai miei figli e alla mia ex moglie. Questo gennaio l’ho venduta, comprando per loro una casa di 120 mq. a Monteverde a 630 mila euro ed una casa per me, sempre a Monteverde, di 79 mq che ho pagato 550 mila euro con mutuo di 300 mila euro».

Esaustivo anche Luciano Ciocchetti (Udc, Roma): «Ho acquistato casa tre anni fa per 600 mila euro, con mutuo ventennale per 400 mila euro con una rata di 2.700 euro mensili. Il restante è stato da me versato direttamente alienando alcuni investimenti su fondi e con la liquidazione per la fine del rapporto di lavoro con l’Italgas. L’appartamento su via Acquacetosa Ostiense è di 125 mq + terrazzi e box».

Luisa Gnecchi (Pd, da Bolzano) è fra i pochi a sentirsi privilegiati: «Affitto con regolare contratto una stanza con angolo cottura e bagno. È piccola, ma molto comoda perchè vicino alla Camera. Pago molto, 1.200 euro al mese, una cifra che nessuna persona con un normale stipendio potrebbe pagare».
Giorgio Jannone (Pdl, da Bergamo) si dichiara esente da tentazioni: «Pago 1.600 euro al mese per l’affitto registrato di 50 mq in piazza del Parlamento. Ricopro la carica di Presidente della Commissione Bicamerale di Controllo degli Enti Previdenziali, ossia di tutti gli enti di previdenza che possiedono solo a Roma qualche decina di migliaia di appartamenti. Non mi sono certo mancate opportunità di acquisto o di locazione ...”agevolata”! Non intendo autoelogiarmi, ma voglio evidenziare che esistono molti politici che non meritano essere accomunati a luoghi comuni che generalizzano e offendono».

Scherza Roberto Nicco (Alleanza valdostana del Galletto): «E così siamo alla “dichiarazione pubblica di abitazione”! Comunque: ho affittato un alloggio in via della Lupa 19 (niente ipocrita privacy); il contratto è stato registrato; l’alloggio è composto di 2 vani più servizi. Il canone mensile attuale, comprensivo delle spese condominiali, è di 1.730 euro in totale».

Orgoglioso il ricchissimo avvocato Maurizio Paniz (Pdl, da Belluno): «Sono parlamentare dal 2001. A Roma ho abitato in albergo (hotel De Petris) fino al 2003 (pagavo 270/250 euro a notte); poi ho acquistato un appartamento di 50 mq. in via del Corso, vicino a piazza del Popolo, pagandolo 635 mila euro, somma integralmente dichiarata. Non ho ricorso a mutui perchè la mia dichiarazione dei redditi, che mi vede tra quelli che denunciano cifre elevate [964 mila euro nel 2009, ndr] mi permetteva di avere l’importo a disposizione».

Ce l’ha con le agenzie romane Marco Pugliese (PdI, da Avellino): «Visti i costi eccessivi degli alberghi in centro (130 euro al giorno nei tre stelle) ho affittato un miniappartamento di 55 mq. Pago 2.000 euro al mese più condominio e utenze. Anche se dimoro in zona Pantheon, mi sembra un po’ eccessivo. Tra l’altro, si deve anche subire l’arroganza di agenti immobiliari e dei titolari di case».
E ce l’ha con la capitale intera Gianfranco Paglia (Pdl, da Napoli): «Per mia fortuna non ho casa a Roma». Se può fa il pendolare anche l’umbro Rocco Girlanda (Pdl, da Gubbio): «Risiedo all’hotel Nazionale di piazza Montecitorio. È la soluzione più adatta alle mie esigenze perché, data la relativa vicinanza, talvolta posso rientrare a casa per tornare a Roma la mattina seguente».

Si lamenta Alessandro Montagnoli (Lega Nord, da Verona): «Sto in hotel vicini al parlamento, spesso diversi, e sinceramente la qualità non è sempre buona. Si va dai 90 a 130 euro per notte». In albergo vivono anche il suo collega leghista trevigiano Gianpaolo Dozzo e i deputati Michele Bordo (Pd) da Foggia («Pago 130 euro a notte»), il genovese Roberto Casinelli, Pdl («“Dimoro” all’hotel Nazionale a 165 euro»), Stefano Esposito (Pd), da Torino («Tre notti a settimana di media, 120 euro a notte»), Guglielmo Picchi (Pdl), da Firenze («Hotel non di lusso, e li cambio»), Giacomo Portas (Pd), da Torino («Hotel Cesari») e Simonetta Rubinato (Pd), da Treviso.

Cazzola e Castagnetti

Molti deputati che vivono a Roma da tempo hanno comprato. Enzo Carra (Udc): «Ho acquistato nel 1980 per 57 milioni di lire, in parte con mutuo ventennale dell’Istituto di previdenza giornalisti». Giuliano Cazzola (Pdl): «Lavoro da venticinque anni a Roma. La casa l’ho acquistata prima di diventare deputato due anni fa. È di 40 mq». Pierluigi Castagnetti: «Ho acquistato con mia moglie nel 2003 un minialloggio in centro per 250 mila euro, con mutuo del Banco di Napoli». Marco Causi (Pd): «Ho acquistato per 800 milioni di lire nel ‘98 un appartamento in zona Marconi/piazzale della Radio». Giuseppe Giulietti (Pd): «Ho comprato alla fine degli anni Ottanta 65 mq in zona Prati con mutuo Inpgi da tempo estinto». Roberto Rao (Udc): «Abito in una casa di 120 mq in comproprietà con mia moglie in zona San Giovanni, acquistata nel 2006 per 600 mila euro». Giuseppe Moles (Pdl) ha estinto il mutuo sui 35 mq comprati quand’era studente in zona piazza Bologna.

Fabio Gava (Pdl), da Treviso, sta in residence: «Ingresso, soggiorno con angolo cottura, camera matrimoniale e bagno, di circa mq. 40. Il costo varia a seconda dei giorni in cui mi fermo a Roma, comunque intorno a 1.500 euro al mese». Il milanese Antonio Palmieri (Pdl) abita invece in una casa di religiosi, nei pressi del Vaticano, dall’estate 2001. E Giuseppe Ruvolo (Udc), da Agrigento: «Vivo da dieci anni presso il Collegio del Sacro cuore di Gesù in corso Rinascimento 23, pagando 700 euro al mese per una cameretta più bagno». Anche Alessandra Siragusa (Pd), da Palermo, preferisce istituti di suore o bed and breakfast. Angela Napoli (Pdl), da Reggio Calabria: «Sono ospite di mia figlia, il cui appartamento di 90 mq. nella zona sud di Roma è stato acquistato nel 2002 con mutuo trentennale».

Maurizio Lupi (Pdl), da Milano, vicepresidente della Camera, divide l’affitto: «Risiedo in un appartamento condiviso di circa 80 mq in zona centro storico, la cui rata mensile di affitto è di 3.000 euro». E così Raffaella Mariani (Pd), da Lucca, e Marina Sereni (Pd): «Dividiamo un appartamento in affitto a mille euro a testa. Sono due camerette e un soggiorno più i servizi, al terzo piano senza ascensore. Siamo però vicine alla Camera, e non occorrono mezzi per raggiungerla».

Gli altri deputati, in affitto. Si va dai 650 euro più spese per il monolocale di 35 mq di Oriano Giovanelli (Pd), da Urbino ai 3.000 della bolognese Anna Maria Bernini (Pdl) e Ricardo Franco Levi (Pd), entrambi ovviamente in centro. Piano terra e 700 euro mensili per Nicolò Cristaldi (Pdl), da Trapani («Zona Corso Francia/Vigna Clara, 50 mq») e Luciano Pizzetti (Pd), da Cremona: «Affitto in centro un monolocale di 31mq per 900 euro». Trenta euro in più per i 35 mq della senese Susanna Cenni (Pd). «Risparmioso» anche Marco Zacchera (Pdl), da Verbania: «Un bilocale in centro. Il contratto è di 750 al mese più spese. Conosco i proprietari di persona e l’ho in affitto da dieci anni, quindi il prezzo è oggi minore di quello di mercato. Entrando però pagai dieci milioni di lire per una sistemazione, e 5.000 euro di riparazioni cinque anni fa». Andrea Orlando (Pd), da La Spezia, se la cava con 950 al mese. E Carmen Motta (Pd), da Parma, con 1.050.

Salendo, ecco Leoluca Orlando, Idv («Affitto un bivani di circa 35 mq in centro per 1.150 euro»), Erminio Quartiani (Pd) da Lodi («Appartamento ammobiliato di 50 mq. nel quartiere San Saba a 1.281 euro più spese condominiali» e il pavese Carlo Nola (Pdl): «Monolocale con servizi in centro: 36 mq, 1.300 euro al mese più spese». Stesso canone di Eugenio Minasso (Pdl), da Imperia, per i suoi 45 mq vicino alla Camera. A 1.400 sta Maino Marchi (Pd), da Reggio Emilia, e a 1.500 due nomi noti: il giornalista Pdl Giancarlo Mazzuca («Monolocale con servizi di 35 mq vicino al Senato») e l’ex segretario Cisl Savino Pezzotta, Udc, che quando scende dalla sua Bergamo sta in un due stanze di zona Trevi.

Enzo Raisi (Pdl), da Bologna): «Affitto 80 mq con regolare contratto vicino alla Camera per 1.515 euro mensili». Donella Mattesini (Pd), da Arezzo: «Sto in 50 mq. in via dell’Orso, tra la Camera e piazza Navona, e pago 1.600 euro, spese comprese». Walter Verini (Pd): «Vivo in una abitazione per la quale pago a un privato 1.622 euro. Sono 100 mq, al secondo piano nel quartiere Trieste». Sandro Biasotti (Pdl), già governatore della Liguria, vive in un appartamento di 42 mq in centro per 1.700 più spese. Luigi Nicolais (Pd) paga 2.037 euro. Andrea Sarubbi (Pd): «Affitto una casa di 135 mq in zona villa Pamphilj per 2.050 euro al mese. Ho anche una casa di proprietà a Garbatella che do in locazione a 1.300 euro mensili». Fabio Porta (Pd), eletto nella circoscrizione America Latina: «Vivo con la famiglia per 2.300 euro in 90 mq nel quartiere Africano». E Benedetto Della Vedova (Pdl): «In affitto da un privato a 2.500 mensili, zona Monti».

Infine la romana Barbara Mannucci, 28 anni, Pdl): «Vivo con i miei genitori in una casa sullla quale c’è un mutuo 25ennale preso da mio padre. Pago una rata di 1190 euro al mese». Il mutuo, ora che può, lo paga lei. Il contrario di una «bambocciona».

Mauro Suttora

Wednesday, May 12, 2010

Le case dei ministri

CASA NOSTRA: I POLITICI A ROMA ABITANO QUI

di Mauro Suttora

Oggi, 12 maggio 2010

Dopo le dimissioni del ministro Claudio Scajola e la scenata tv di Massimo D’Alema, che ha mandato «a farsi fottere» il condirettore del Giornale Alessandro Sallusti per una questione di affitti, sorge spontanea la domanda: quanto pagano i nostri politici per le case in cui vivono a Roma?

Lo abbiamo chiesto a tutti i ministri. Molti non hanno avuto problemi a rispondere. Alcuni nel dettaglio, fino alla data d’acquisto e all’importo del mutuo. Altri, invece, si sono addirittura offesi perla domanda: «Ho diritto alla privacy», ci hanno detto. Un’addetta stampa ha perfino obiettato: «Ci sono i terroristi, il mio ministro ha ricevuto minacce di morte». Come se sapere il prezzo del suo appartamento (mica l’indirizzo) potesse attirare Al Qaeda.

ANAGRAFE PUBBLICA DEGLI ELETTI
Se passasse la proposta radicale del 2008 di istituire un’«Anagrafe pubblica degli eletti e nominati», regnerebbe la trasparenza su centinaia di migliaia di consiglieri comunali e regionali, parlamentari e consulenti.
«Ma finora solo la Camera dei deputati e pochi consigli comunali l’hanno approvata Roma, Torino, Napoli i più grandi. Senza però passare all’attuazione concreta», dice il segretario dei radicali Mario Staderini, il quale tre anni fa sollevò proprio su Oggi il caso di un intero palazzo nel centro di Roma acquistato dal Senato, che adesso si scopre essere finito nei maneggi della «cricca» della Protezione civile.

Siamo allora ricorsi al fai-da-te partendo dal vertice, cioè dai 22 membri del governo. Le ministre più «aperte» sono state le donne. Mariastella Gelmìni (Istruzione) ha dichiarato di pagare 2.500 euro mensili d’affitto per la sua casa romana.

«Io ho comprato un appartamento di 160 metri quadri in centro il 18 febbraio 2009, per 930 mila euro. Ho acceso un mutuo a tasso fisso di 450 mila euro, che me ne costa quattromila al mese», ci ha detto precisissima Mara Carfagna (Pari opportunità). Trasparente anche Giorgia Meloni: «Abitavo con mia madre alla Garbatella, ma lì i prezzi ormai sono troppo alti. Così l’anno scorso ho preso 50 metri quadri con terrazzo all’Ardeatino, per 370 mila col mutuo».

Anche il ministro Roberto Calderoli (Semplificazione) sta in affitto in periferia (65 metri quadri da un privato), e da buon leghista tiene a precisare: «Non ho mai pensato di comprare a Roma, perché ritengo che la casa la si debba acquistare sul territorio, nella città in cui si vive». Riassumiamo le altre risposte nel box della pagina accanto.

Le case hanno fatto soffrire molto i politici negli ultimi quindici anni. Lontani sono i tempi in cui i massimi capi Dc, Psi, Pci e anche Msi (Segni e Amendola, Mancini e Almirante, Pertini e Jervolino) si accontentavano di vivere tutti assieme in case in cooperativa fatte costruire su viale Cristoforo Colombo o al Trionfale, lontanissimo dal centro. Il primo a dar scandalo fu Ciriaco De Mita cui l’Inpdai (l’ente pensionistico dei dirigenti) nell’88 concesse un attico ad affitto irrisorio in via del Tritone.

E per un altro equo canone da un ente a Trastevere Vittorio Feltri tanto bastonò D’Alema con la «Affittopoli» nel ‘95 che l’allora segretario Pds preferì trasferirsi nel quartiere Prati. Assieme a lui finirono sulla graticola altri big beneficiati dall’equo canone: Giuliano Amato in via Veneto, Rocco Buttiglione in via delle Tre Madonne ai Parioli (fra le più eleganti della capitale), Pierferdinando Casini, Franca Chiaromonte, Maura Cossutta, i sindacalisti Franco Marini e Sergio D’Antoni, Clemente Mastella, Luciano Violante, Walter Veltroni.

Nulla d’illegale, e a volte con affitti di tutto rispetto: Buttiglione pagava due milioni e mezzo all’Ira. Ma in altri casi il risparmio era notevole, e sommandolo per venti o trent’anni si arrivava a cifre non lontane da quella che ha inguaiato Scajola.

La seconda puntata dello scandalo è arrivata nel 2007, quando si è scoperto che molte di queste case erano state vendute dagli enti ai politici con grossi sconti. Così Casini ha pagato per cinque appartamenti con 30 vani nello stesso palazzo 1,8 milioni di euro. Li ha dati all’ex moglie, alle due figlie e all’ex suocera. Mastella ha avuto cinque appartamenti con 26 vani più terrazzo e box per 1,2 milioni sul lungotevere Flaminio, più un appartamentone in largo Arenula.

Veltroni ha riscattato 190 mq dietro piazza Fiume per 377 mila euro nel 2005: duemila euro al metro quadro, un terzo delle quotazioni di mercato. Raffaele Bonanni, segretario Cìsl, ha avuto otto vani per 200 mila euro; a Violante soggiorno, quattro camere e terrazzo in zona Fori per 327 mila euro; Francesco Pionati (ex giornalista Tgl, deputato) attico e superattico a Monteverde Vecchio con vista su Trastevere per 260 mila euro del 2001.

Anche le segretarie dei politici ricevono benefici: quella dell’ex ministro della Difesa Arturo Parisi si è vista assegnare una casa in via Margutta dall’Ente di assistenza per i ciechi. Insomma, per essere efficace l’Anagrafe pubblica dovrebbe essere allargata anche ai parenti e ai collaboratori degli eletti.

Mauro Suttora

Tuesday, May 11, 2010

Crisi in Grecia

VERSO UN DOPPIO EURO?

Oggi, 3 maggio 2010

di Mauro Suttora

1) Cos’è successo alla Grecia?
Il governo greco negli ultimi anni ha speso molto più di quel che ha incassato con le tasse. Quindi, senza il maxiprestito da 110 miliardi di euro (di cui sedici dall’Italia) concesso dall’Unione europea il 2 maggio, sarebbe fallito. Non avrebbe avuto più i soldi per pagare i creditori alla scadenza dei suoi titoli di stato fra due settimane.
«Se fanno porcherie anche gli stati, come i privati, possono fallire», spiega Lorenzo Marconi, autore con Marco Fratini del libro Vaffankrisi! (Rizzoli).
«Ma agli altri Paesi europei una bancarotta della Grecia non conviene», precisa Massimo Gaggi, editorialista del Corriere della Sera da New York e autore di La Valanga, dalla crisi alla recessione globale (Laterza), «perché costerebbe più del suo salvataggio. Anche gli Stati Uniti sono preoccupati, perché sarebbe il primo fallimento di un Paese Ocse, cioè di economia avanzata. E l’“effetto domino” renderebbe più costoso anche il rimborso del debito americano, che nei prossimi anni aumenterà a livelli spaventosi».

2) Di chi è la colpa?
«Dei politici greci, che hanno addirittura falsificato i dati di bilancio», dice Fratini. Quelli del governo di centrodestra sconfitto alle ultime elezioni, secondo i quali il deficit del 2009 sarebbe stato di poco superiore ai limiti imposti dal tratto di Maastricht, tre per cento sul Pil, mentre era del tredici. «Ma c’è anche una responsabilità da parte delle autorità monetarie europee, che hanno fatto finta di niente mentre la tempesta si stava avvicinando. Per attrarre finanziatori, infatti, i bot greci hanno dovuto offrire interessi del sei per cento, mentre in tutti gli altri Paesi, Italia compresa, data la bassa inflazione gli interessi sono quasi inesistenti. Tutti sapevano che la bolla prima o poi sarebbe scoppiata.

3) Cosa rischia l’Italia?
L’Italia ha lo stesso livello di debito pubblico della Grecia rispetto al Pil: 115 per cento. «Però è un debito meno preoccupante non solo di quello greco», dice Gaggi, «ma anche di quello della Spagna, che è di appena il 53%, per tre ragioni. Primo: gran parte dei nostri titoli di stato sono in mano a noi stessi, contrariamente a quelli di altri Paesi. I titoli del debito degli Usa, per esempio, sono stati comprati da Cina o Paesi arabi, e questo li rende più vulnerabili. Secondo: l’Italia ha già riformato le pensioni, il che rende più gestibili i bilanci pubblici dei prossimi anni. Terzo: l’Italia non ha dovuto salvare le proprie banche, come invece hanno fatto Usa, Gran Bretagna e Germania. Anche con la Grecia, le nostre banche sono esposte per appena quatto miliardi, contro gli ottanta delle banche tedesche e francesi».

4) Cosa rischiano le nostre tasche?
«Se possediamo obbligazioni di stato greche, ma anche spagnole o portoghesi, e le vendiamo ora, subiremo delle perdite», avverte Marconi. «Se invece le teniamo, è una scommessa. Se ci sarà un default, finiranno come i bond argentini: carta straccia. Ma questo rischio attualmente è ben remunerato: anche il sei per cento. E la Grecia, per ora, è stata salvata».

5) Come si può risolvere questa crisi?
«Secondo la cancelliera Angela Merkel e l’80 per cento dei tedeschi bisogna punire chi ha sbagliato, e quindi far fallire la Grecia», risponde Gaggi. «Ma questa strada si è dimostrata impercorribile, perché poi sarebbe stata la volta del Portogallo, della Spagna, dell’Irlanda, con un effetto a catena dagli esiti catastrofici. Anche la banche Bear Sterns e Lehman Brothers erano state fatte fallire. Ma questo non aveva bloccato la crisi, anzi». Quindi, soldi alla Grecia in cambio di tagli e risparmi.

6) Che fare per evitare altre crisi simili in futuro?
«Deve entrare in campo la politica», dice Lorenzo Fontana, eurodeputato della Lega Nord. «Noi passiamo per euroscettici, ma questa crisi dimostra che se l’Europa si basa solo sull’economia, rimarrà una creatura artificiale. Ci vuole rigore sui conti pubblici, a cominciare dall’Italia che ha il terzo debito statale più alto al mondo dopo Usa e Giappone. L’euro, così com’è stato impostato dieci anni fa, dev’essere rivisto. Occorrono strumenti per imporre disciplina fiscale agli stati, e dentro gli stati alle regioni»

7) I tedeschi che non volevano salvare i greci sono egoisti?
«No, le regole vanno rispettate», dice Fontana, «ci vuole responsabilità. E se ora hanno accettato di finanziare la Grecia, non si pensi che lo fanno per generosità. La Germania vuole salvaguardare i quaranta miliardi di crediti delle proprie banche verso la Grecia».

8) Cosa succederà all’euro?
«Non è un mistero che molti in Germania ipotizzino un euro a due velocità», spiega Fontana: «Uno per i Paesi nordici più competitivi, e un Euro 2 per i Paesi mediterranei, che possa attuare delle svalutazioni competitive. Io vengo da verona, e ricordo che grazie alla svalutazione della lira del ‘92 l’export del Nordest verso Germania e Usa decollò, portando grande ricchezza».
Oggi, se non fosse costretta nell’euro, la Grecia potrebbe svalutare aiutando le sue esportazioni e attraendo turisti. «Ma per un’Europa a due velocità ci vorrebbe un altro trattato», frena Gaggi, «e questo attualmente non è ipotizzabile».

9) È vero che alcuni grandi speculatori americani si sono accordati per attaccare l’euro?
«I giornali hanno addirittura riportato la data di una sera di febbraio in cui a New York George Soros e altri gestori di hedge fund avrebbero cenato e concordato un attacco simultaneo all’euro», dice Marconi. «Ma prendersela con gli speculatori è come criticare il leone perché attacca la gazzella ferita invece di inseguire quelle veloci e imprendibili. Le economie sane non soffrono le speculazioni».

10) Sarà almeno più conveniente andare in Grecia in vacanza quest’estate?
«Se Atene potesse uscire dall’euro e svalutare, sì», risponde Marconi, «ma con la moneta unica i prezzi diminuiranno al massimo del dieci per cento. Sarà meglio per i turisti americani venire in Europa, con l’euro sotto quota 1,30 invece che a 1,50. Disperati come sono, i greci dovranno abbassare un po’ i prezzi, ma non più di tanto. Piuttosto, si prevede un drastico calo di arrivi dei 2,3 milioni di tedeschi, perché la crisi colpisce anche lì. E non verranno rimpiazzati dal milione di italiani che ogni estate vanno in Grecia».

Mauro Suttora

Wednesday, May 05, 2010

Luca Beatrice: 'Da che arte stai?'

Un critico svela i trucchi dell'arte contemporanea

Oggi, 28 aprile 2010

di Mauro Suttora

Incidenti imbarazzanti al sesto piano del Moma (Museum of modern arts) di New York. Il modello nudo di una «performance» dell’artista Marina Abramovich ha avuto un’erezione. A forza di subire gli strusci degli spettatori, che devono passare fra due corpi in piedi, il poveraccio non è riuscito a controllarsi. E ha dovuto essere sostituito. Né sembrano meno «calienti» i visitatori: alcuni di loro, sia uomini che donne, sono stati espulsi dopo aver allungato le mani sui 36 modelli nudi, sia uomini che donne (che si esibiscono otto alla volta, a turno).

I dirigenti del museo non vedono l’ora che la retrospettiva dedicata alla 64enne artista serba finisca, il 31 maggio. «È buffo come la natura si ribelli all’arte», commenta Luca Beatrice, critico e curatore della Biennale di Venezia 2009. «La Abramovich aveva presentato questa performance a Bologna nel ‘77, ma allora il contesto era completamente diverso. Gli artisti usavano i corpi per trasgredire, basti pensare agli happening del Living Theatre o ai sit-in di protesta nelle strade. Oggi si è perso qualsiasi valore di ribellione sociale: riproporre questo tipo di arte è solo un gesto estetico».

Arte contemporanea: chi ci capisce qualcosa? Ci piace affollare le mostre, bere qualcosa alle vernici e visitare musei che anche in Italia si moltiplicano. Ora ce ne sono perfino a Monfalcone (Gorizia) o Isernia, e un mese fa a Gallarate (Varese) ne è stato aperto uno con il solito acronimo «furbo»: Maga (Museo arte Gallarate). Il clou sarà a fine maggio a Roma: il 27 si inaugura il Macro (Museo arte contemporanea Roma) dell’architetta francese Odile Decq, e appena tre giorni dopo il Maxxi (Museo arte XXI secolo) di Zaha Hadid. Dopo anni di rinvii, è curiosa questa apertura contemporanea di spazi d’arte contemporanea in concorrenza fra loro nella stessa città.

«In Italia ormai ci sono più musei che artisti», scherza Beatrice, che ha appena pubblicato il libro Da che arte stai? (Rizzoli). È una bella storia dell’arte italiana degli ultimi quarant’anni, che spiega con parole semplici le ultime tendenze e le rivalità fra le varie correnti. Beatrice infatti, come Vittorio Sgarbi, ama la polemica. E lui ce l’ha contro l’Arte Povera, «che fino al 1979 ha dettato le regole, imponendo le proprie scelte e tagliando le gambe ai non allineati. L’esatto specchio della cultura sessantottina: “Se non sei dei nostri, non esisti”».

Per Beatrice l’anno della svolta è stato il 1979, con la nascita della Transavanguardia. Cinque pittori (Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino) e un critico mentore: Achille Bonito Oliva, che si farà fotografare nudo sulla rivista Frigidaire, disteso sul divano come la Maya di Goya.

«Quell’anno è stato importante perché si usciva dai grigi anni '70», dice Beatrice. E mette assieme quattro donne diversissime fra loro: Nilde Iotti che diventa presidente della Camera dei deputati, Oriana Fallaci che scrive il capolavoro Un Uomo, Gianna Nannini che esplode con America, e l’americana Patti Smith che incendia Bologna e Firenze con due concerti memorabili, dopo un decennio di astinenza e ostracismo contro i gruppi rock stranieri.

La Transavanguardia italiana conquista il mondo, fino alla consacrazione definitiva del ‘99 con la personale di Clemente al Guggenheim di Manhattan. Ma oggi? A parte Maurizio Cattelan, chi sono i nostri nuovi artisti di successo?

«Tutto dipende dal contesto», spiega Beatrice. «Facciamo un gioco. Prendiamo un quadro di buona ma non eccelsa qualità e appendiamolo alle pareti di un ristorante. Quindi trasportiamolo in una galleria media, di quelle che i critici con la puzza al naso definiscono “commerciali”. Infine inseriamolo in una mostra importante, curata da un nome giusto, nelle sale della Fondazione Sandretto di Torino o di un museo egualmente conclamato».

Lo stesso quadro?
«Sì. Nel primo caso avremo l’opera domenicale di un dilettante, che ha chiesto al proprietario del ristorante di ospitarlo e, magari, di provare a venderlo a duecento euro. Nel secondo caso il dipinto aumenterà di valore, fino a qualche migliaia di euro ma non di più, perché la galleria non è così buona e si presume che lì un grande artista non ci lavorerà mai. Nel terzo e ultimo caso il quadrò prenderà la strada del successo, lodato dagli addetti ai lavori e inseguito dai collezionisti disposti a spendere cifre folli per portarselo a casa, perché il suo valorer è stato certificato da un Bonami o Birnbaum, dalla Tate Modern o da White Cube di Londra».

E la qualità del quadro?
«Di tutto sentiremo discutere, tranne che di quello. Perché quando Marcel Duchamp nel 1917 ha piazzato il suo orinatoio in una sala bianca, con gesto geniale e provocatorio, ha dimostrato che qualsiasi cosa sarebbe potuta stare lì. Bastava la certificazione del contesto e l’accordo fra gli attori del circo. Duchamp tutto avrebbe potuto prevedere, tranne che di essere preso così sul serio dai posteri».

E anche oggi...
«Se entriamo in uno qualsiasi dei santuari dell’arte contemporanea, troveremo una sfilza di oggetti in disuso, scarti, pezzi di neon, sculture minimaliste, avanzi di piastrelle, scritte... e a nessuno viene mai il dubbio che non si tratti arte. Se stanno lì, nel museo, sono arte e basta».

Ma un bravo pittore come può essere preso in considerazione dal curatore di una mostra o di un museo?
«È un bel casino. Intanto veda di non essere troppo bravo, capace e virtuoso. Sia sciatto piuttosto, trasandato, incerto, dipinga se può come un incapace o un mentecatto. Se qualcuno gli dà del pittore si deve ribellare, guardarlo in cagnesco e spiegargli che lui è un “artista che usa la pittura”».

Perché questa commedia?
«Perché ai critici, che sono spesso artisti falliti, piace il non finito che fa molto “tormento ed estasi”. Prediligono i fondi bianchi su cui ritagliare figurine incerte o volti dall’espressione idiota. Se collabori con qualche “galleria di mercato” sei finito. Se vivi decorosamente del tuo lavoro ti daranno del “commerciale”».

Insomma, un disastro. Chi si salva, Beatrice?
«Oggi l’artista italiano più importante al mondo, che per classe e inventiva batte Cattelan dieci a uno, è Francesco Vezzoli».

Oddio, quello che un anno fa nella galleria Gagosian di Roma ha esposto la boccetta di un finto profumo?
«Sì. Con lo spot di un minuto girato da Roman Polanski. Vezzoli ti sbatte in faccia l’inutilità dell’arte contemporanea. E si autodefinisce così: “Sono un frocetto di provincia che guarda i film di Visconti e trasforma la propria solitudine e il proprio dolore in una magnifica ossessione».

Mauro Suttora

I 17 anni di Fini e Berlusconi

UNA STORIA DI ALTI E BASSI

di Mauro Suttora

Oggi, 28 aprile 2010

Che ci fosse qualcosa di strano, cominciarono a sospettarlo nel 2005. I radicali avevano lanciato il referendum per la procreazione assistita. Gianfranco Fini annunciò che avrebbe votato sì: un’eresia, a destra. Il Vaticano era contrarissimo. I massimi dirigenti di An (Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli) si chiedevano cosa fosse capitato al loro segretario. Commisero l’errore di parlarne ad alta voce nel bar La Caffettiera di Roma. Un giornalista ascoltò tutto, e pubblicò testualmente. Apriti cielo. «Gianfranco ha perso la testa per amore», sussurravano i malcapitati, riferendosi al pettegolezzo-principe di quelle settimane nella capitale: una supposta love story fra l’allora ministro degli Esteri e una sua bella collega di governo assai aperta in tema di diritti civili. Fini allora aveva in mano An: convocò uno a uno i reprobi e tolse loro ogni carica per molti mesi.

Sono passati cinque anni. An non c’è più, e l’unica arma rimasta in mano a Fini in quanto ex presidente sono i soldi: quelli del rimborso elettorale del 2006, che incasserà fino all’anno prossimo, più il patrimonio di 400 milioni di euro in sedi e uffici dell’ex Msi, che si è ben guardato dal conferire al Popolo delle Libertà (così come Ds e Margherita non hanno dato tutti i loro averi al Pd). Infine il quotidiano Il Secolo, che riceve dallo stato tre milioni di euro all’anno anche se vende solo tremila copie (ogni copia del Secolo costa quindi mille euro ai contribuenti...)

Quasi tutti i parlamentari ex An eletti nel Pdl hanno abbandonato il loro ex capo ora che si è scontrato platealmente con Silvio Berlusconi. Con Fini sono rimasti solo il ministro Andrea Ronchi, il viceministro Adolfo Urso, il vicecapo dei deputati Pdl Italo Bocchino, una dozzina di senatori e una trentina di deputati. Ma cos’è successo, veramente?

«Semplice: Fini si sente troppo vecchio, e Berlusconi troppo giovane», spiega a Oggi un parlamentare Pdl. «Fini a 58 anni si è stufato di appassire come delfino a vita. Ha cominciato a esserlo a 41 anni, e ora rischia di fare la patetica fine del principe Carlo d’Inghilterra, al quale l’ultraottuagenaria regina Elisabetta non si sogna di passare la corona. Proprio come Berlusconi, che a 74 anni si sente ancora pimpante e che, al massimo, lascerà la presidenza del Consiglio fra tre anni al fedele Tremonti o al fedelissimo Alfano per salire al Quirinale».

L’eterna storia di tanti vecchi leader della storia incuranti della successione, che hanno «ucciso» qualsiasi «giovane» facesse loro ombra, in base alla regola del «dopo di me il diluvio»? A pensarci bene, è capitato a tutti i grandi politici del XX° secolo: De Gaulle senza lo scrollone del ’68 non avrebbe abdicato per Pompidou, Churchill rimase premier fino a 81 anni, Roosevelt aspettò la morte piuttosto che vedere il vice Truman al proprio posto. Per non parlare dei dittatori Stalin, Mao o Franco, tutti morti con lo scettro in mano.

Ma la crisi del diciassettesimo anno fra Fini e Berlusconi non è solo una questione dinastica. I due non si sono mai veramente pigliati: la loro convivenza è stata piena di alti e bassi, provocati secondo i maligni anche dalla opposta statura fisica.

Oggi i fans di Silvio accusano Gianfranco di ingratitudine. Se non ci fosse stato lo storico «sdoganamento» del novembre 1993 all’inugurazione di un suo ipermercato a Casalecchio di Reno (Bologna), sostengono, con la dichiarazione di voto berlusconiana per Fini sindaco di Roma, l’Msi sarebbe rimasto una scoria neofascista. Consideriamo però che allora Berlusconi era solo il presidente della Fininvest, detestato dalla sinistra ma anche dagli ex dc di Martinazzoli e da quelli di Segni. Non aveva molte altre sponde da blandire quindi, dopo la scomparsa del Psi del suo amico Craxi.

Nel dicembre ’94 Umberto Bossi fa cadere il primo governo Berlusconi, e due anni dopo si allea con la sinistra permettendole di governare fino al 2001 (quante giravolte in politica!). Fini invece rimane fedele a Silvio, e quello rimane forse il periodo più felice del loro rapporto. Di quei mesi, invece, Berlusconi conserva l’incubo del governo «tecnico» di Lamberto Dini (1995-’96). Ancor oggi teme che qualcuno lo possa sostituire, non dopo una sconfitta elettorale, ma in nome di un’emergenza economica o giudiziaria (avviso di garanzia, incriminazione, condanna). E adesso il candidato ideale, vista la stima conquistata a sinistra, sarebbe proprio Fini, terza carica dello stato.

Il primo «tradimento» di Gianfranco risale alle europee del ’99, quando An cerca di allargarsi a spese di Forza Italia imbarcando nella coalizione «Elefante» Segni e perfino i radicali antiproibizionisti sulla droga di Marco Taradash. Ma il risultato è negativo (An cala dal 12 per cento al 10), e Fini deve tornare all’ovile.

Dopo la vittoria alle politiche del 2001 Gianfranco non s’impegna direttamente in un ministero. Già allora s’illude di ritagliarsi un ruolo «superiore» come vicepremier. Ma dopo tre anni si accorge che senza mani in pasta conta poco, e quindi per due anni fa il ministro degli Esteri. Va in Israele a dichiarare che «le leggi razziali del fascismo furono un male assoluto», mentre ancora nel ’94 considerava Mussolini «il maggiore statista italiano del secolo». Nel 2004 riesce a far dimettere il filoleghista Tremonti da ministro dell’Economia, salvo doverlo reinghiottire appena un anno dopo.

Intanto gli anni passano, lui scalpita. Ma Berlusconi raggiunge i 70 anni e non dà segni di stanchezza. Anzi, perso il voto del 2006 non si dà per vinto e un anno dopo annuncia la fusione di tutti i partiti del centrodestra nel Popolo delle Libertà. «Siamo alle comiche finali», risponde Fini sprezzante. Ma ancora una volta deve andare a Canossa e nel 2008 An, contrariamente all’Udc di Casini, sparisce dalla scheda elettorale per vincere, ma inglobato nel Pdl.

Per l’ennesima volta Fini si smarca, preferendo il ruolo istituzionale di presidente della Camera all’impegno governativo. E comincia lo stillicidio di critiche a Berlusconi. Nel settembre 2008 propone il voto agli immigrati con cinque anni di residenza (proprio lui, autore della legge Bossi-Fini). Poi critica i troppi voti di fiducia e decreti, che strozzano il Parlamento. Nel 2009 altri pugni nello stomaco al centrodestra: «Il Pdl è a rischio di cesarismo», sì al testamento biologico (caso di Eluana Englaro), il fuorionda tv: «Berlusconi confonde la leadership con la monarchia assoluta». Si mormora di un’alleanza di centro Fini-Casini-Rutelli-Montezemolo.

Il resto è storia degli ultimi giorni. Fini ormai sembra essersi alienato le simpatie del suo stesso centrodestra. Se si presentasse da solo al voto, prenderebbe il 7 per cento. «Eppure dico le stesse cose della Merkel, di Sarkozy, dei popolari spagnoli, della moderna destra europea», replica lui, serafico. E in politica, come nei film di James Bond, «mai dire mai».

Mauro Suttora

Monday, May 03, 2010

Ingrid Bergman, Anna Magnani, Renzo Rossellini

IL TRIANGOLO

Anna, Ingrid e Rossellini: la passione che li incendiò

"LE AMANTI DEL VULCANO" RIEVOCA UN GRANDE SCANDALO

È il 1949: la diva svedese e la regina del nostro cinema si contendono il maestro del neorealismo. Un amore da film che Marcello Sorgi ricostruisce in un libro. E tutto nacque da un'incredibile lettera...

di Mauro Suttora

Oggi, 28 aprile 2010

«Mister Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà, e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla molto bene l'inglese, non ha dimenticato il tedesco, non riesce a farsi capire bene in francese e in italiano sa dire soltanto "ti amo", sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei». Firmato: Ingrid Bergman.

Questa è l'incredibile lettera che l'allora più famosa attrice del mondo (Casablanca, Per chi suona la campana, Notorious e quattro nomination all'Oscar) scrisse al più famoso regista italiano, inventore del neorealismo. Rossellini la ricevette a Roma il 7 maggio 1948, il giorno prima del suo quarantaduesimo compleanno, e in quel preciso momento per la sua compagna Anna Magnani (la più famosa attrice italiana) fu la fine.

La tempesta personale e professionale che travolse il trio viene oggi magistralmente raccontata da Marcello Sorgi nel libro Le amanti del vulcano: un triangolo di passioni nell' Italia del dopoguerra (Rizzoli). «Rossellini era il tipico italiano, prima fascista, poi comunista», spiega l' ex direttore del Tg1, reduce dal successo di un' altra rievocazione siciliana di quell'epoca: Edda Ciano e il comunista, che descrive l'amore proibito tra la figlia di Mussolini al confino a Lipari nel '45 e un partigiano comunista. Ma soprattutto, Rossellini era un grande tombeur de femmes. E abboccò immediatamente all'«amo» lanciato abbastanza sfrontatamente dalla splendida star svedese.

Andò a Londra, dove la Bergman stava gira ndo un film di Hitchcock. Lì incontrò anche il marito svedese di Ingrid, che però era in crisi coniugale. Poi un weekend a Parigi, infine altri incontri a New York e a Los Angeles, dove l'acclamatissimo regista era andato a ritirare dei premi. Fra loro, i due parlavano francese. E Rossellini le propose subito di recitare nel suo nuovo film, Stromboli, senza dirle che la parte era già prevista per la Magnani. La Bergman, alla quale era bastato vedere i due film del regista italiano in una saletta d'essai per infatuarsene, lo invitò come ospite d'onore a un party nella sua villa californiana, in Benedict Canyon.

Racconta Sorgi: «C'era il meglio di Hollywood: Gary Cooper, Bette Davis, Frank Capra, l'unico con cui quella sera Roberto riuscì a scambiare qualche parola, tra dialetto romanesco e siciliano. Rossellini non sapeva l' inglese, ma questo non gli creava alcun imbarazzo. Il suo obiettivo era Ingrid. E sapientemente, alla sua maniera, era riuscito a raggiungerla in cucina per potere restare un momento da solo con lei». Molti anni dopo la Bergman raccontò a Renzo Rossellini, primo figlio di Roberto, che «forse lì, in cucina, era stato concepito Robertino», il bambino che nacque l'anno dopo. E Renzo si era divertito a insistere sui dettagli, domandandole: «In piedi?». «Quasi!», aveva chiuso il discorso lei, con un sorriso arrossito.

"LA GUERRA DELLE ISOLE"
Il problema era che Rossellini si trovava già impegnato a girare Stromboli con un giovane produttore siciliano, il principe Francesco Alliata (oggi novantenne), e il socio Pietro Moncada di Paternò. Quando ci fu la rottura con la Magnan i, Alliata non ri nu nciò al progetto: scritturò un regista tedesco (William Dieterle, soprannominato Dhitler per la precisione teutonica), e fece interpretare egualmente il film alla Magnani (con Rossano Brazzi), cambiando il titolo in Vulcano e girandolo nell' isola eoliana adiacente. Così per tutta la calda estate del 1949 si svolse la «guerra delle isole»: a Stromboli la troupe di Rossellini con la Bergman, a Vulcano quella della Magnani. Con una gara a chi finiva prima, ovviamente vinta dal tedesco cui bastarono sette settimane di riprese, contro le quindici (rispetto alle otto preventivate) del disordinato Rossellini. Il quale peraltro era anche immerso nella focosa passione con Ingrid.

Tutti i giornali del mondo seguirono la sfida privata e pubblica. Per l'opinione pubblica americana fu uno scandalo enorme: la Bergman, fino ad allora considerata una santa, divenne subito un'adultera da lapidare. Fu accusata di essere «l'apostolo della depravazione di Hollywood», subendo una campagna denigratoria senza eguali. Suo marito chiese il divorzio e ottenne l'affidamento della figlia Pia, la quale dichiarò: «Non ho mai voluto bene a mia madre».

L'AMERICA LI CONDANNÒ
Solo il grande scrittore Ernest Hemingway difese la star svedese, diventata sua amica dopo aver interpretato Maria in Per chi suona la campana. «Il caso arrivò addirittura al Senato americano», racconta Sorgi, «dove il senatore Edwin Johnson del Colorado la definì "potente distillatrice del male e cultrice del libero amore"».

Johnson se la prese anche con Rossellini, reo di avere sottratto agli Stati Uniti la star più preziosa: «I suoi trascorsi come membro del partito fascista italiano e attivo collaborazionista durante la guerra mondiale sono ben noti ai nostri servizi di controspionaggio. Rossellini aveva come amante una tedesca, nota attrice di sentimenti nazisti. È stato due volte in manicomio e fa abitualmente uso di stupefacenti». E si spinse a chiedere la censura sui suoi film: «La sua posizione di zelante fautore di Mussolini e aperto adulatore del fascismo rende passibile di molte obiezioni la distribuzione nei circuiti americani delle sue pellicole».

«In realtà», obietta Sorgi, «Rossellini non era mai stato un fascista militante. Frequentatore della Roma mondana e viziosa dei primi anni del fascismo, sì. Amico per ragioni di convenienza del figlio del duce, Vittorio, e autore grazie a lui di una trilogia di film di propaganda ispirati dal regime. Ma era stato emarginato dal fascismo per il suo carattere e l'indolenza lavorativa. La storia con la ballerina tedesca Roswita non aveva alcun fondamento politico. E la droga era stata un incidente di gioventù, curato in clinica e non in manicomio».

Al botteghino Stromboli stracciò Vulcano. Anche perché proprio nel giorno della prima di quest'ultimo, il 2 febbraio '50, nacque Robertino, figlio di Rossellini e di Ingrid, che rubò tutto lo spazio sui giornali. Nel '55 però la Magnani si prese tutte le rivincite, professionali e private, con Rossellini: mentre lei vinceva l'Oscar con La Rosa Tatuata, il matrimonio con la Bergman crollava.

Simili anche le morti di Anna e Ingrid: entrambe per tumore, nel' 73 a 65 anni la prima e nell'82 a 67 la seconda. Quanto a Rossellini, dopo aver dichiarato morto il cinema ed essersi dato ai documentari, scomparve per infarto nel '77, appena tornato dal festival di Cannes dove aveva presieduto la giuria. «Roberto è morto rapidamente, com' era vissuto», fu l'estremo commiato di Ingrid, con cui termina il libro di Sorgi.

Mauro Suttora

Monday, April 26, 2010

Il nipote di Hitler

Il Dna svela l'ultimo discendente di Hitler

MISTERI DELLA STORIA: ECCO I PARENTI DEL FUHRER

Gli eredi (loro malgrado) del dittatore nazista oggi vivono sotto altri nomi, in America e Austria. Un giornalista-investigatore ne ha trovato uno. Grazie a un'ala di pollo fritto

di Mauro Suttora

Oggi, 14 aprile 2010

Siamo in una placida zona collinare della Bassa Austria, vicino alla Repubblica Ceca, a cento chilometri da Vienna. Ogni angolo del paesaggio da cartolina invita alla tranquillità contadina. Niente fa pensare che da questi boschi di pini sia iniziata la vicenda sterminatrice di Adolf Hitler. Eppure la sua famiglia viene proprio da qui. A Zwettl nacquero il padre Alois Hitler, il nonno Georg Hiedler (nel 1792) e il bisnonno Martin Hüttler. I cognomi cambiavano perché duecento anni fa le anagrafi non esistevano, e le grafie dei preti che annotavano i battesimi erano labili.

VINCOLI DI SANGUE
Nella regione del Waldviertel vivono ancora molte persone legate a Hitler da vincoli di sangue. Cugini e bisnipoti di vario grado ignari del proprio albero genealogico, dall'esistenza assolutamente regolare, lontana da ogni eccesso politico. Nessuno qui porta più il cognome originario del dittatore tedesco, divenuto impronunciabile dopo la Seconda guerra mondiale. Si chiamano Hüttler, Hiedler, Hietler. Così non possono essere associati al peggiore criminale della storia. Il giornalista belga Jean-Paul Mulders, 41 anni, è però venuto a disturbare questa quiete bucolica. È l'autore del libro Alla ricerca del figlio di Hitler, pubblicato in Germania nel 2009. In realtà Hitler non ha mai avuto figli. Ma discendenti indiretti, sì. Che con i miracoli del Dna oggi si possono individuare facilmente.

DISCENDENTI ACCERTATI
Mulders ha condotto una ricerca approfondita, durata anni ed eseguita in due continenti. Alla fine è riuscito a stabilire con esattezza la parentela fra i bisnipoti accertati del fratellastro di Hitler che vivono negli Stati Uniti sotto il cognome di Stuart-Hudson, e un parente austriaco: Andreas Hüttler. Mulders ha ricostruito l'elenco di 39 discendenti accertati del dittatore grazie ai registri parrocchiali. Ma per ottenere la prova scientifica del legame di qualche Hiedler o Hüttler attuale con l'Adolf originale, ha dovuto attraversare l'oceano Atlantico. Impossibile, infatti, ottenere frammenti di Dna dal corpo bruciato di Hitler, o da quello di sua sorella morta nel 1960.

L' unica via era quella di rintracciare il ramo di Alois Hitler junior, nato sei anni prima di Adolf e morto nel 1956, il cui figlio William Patrick era emigrato in America. Lì, vicino a New York (a Long Island) vivono i nipoti di Hitler: Alexander, Louis e Brian. Si nascondono dietro al cognome (falso, secondo Mulders) di Stuart Hudson. Il primo è uno psicologo 61enne in pensione a East Northport. Gli altri due fanno i giardinieri e dividono una casa di legno a East Patchogue. L'ultimo, Howard, era un poliziotto di New York morto in servizio vent' anni fa.

LE FOTO DEL LICEO
Le uniche loro foto sono quelle degli annuari del liceo. Non frequentano nessuno, non rispondono al telefono, non aprono la porta a estranei. Nessuno conosce il loro segreto. «Hanno addirittura deciso di non far figli per estinguere la stirpe degli Hitler», dice Mulders, «ma hanno promesso di pubblicare un libro prima di morire». Con soggetti simili, recuperare una traccia di Dna è stato difficilissimo. Il giornalista belga ha fatto loro la posta sette giorni su sette, allarmando i vicini. Ha pedinato infine Alexander fino a un drive-in di un fast food, dove senza scendere dalla sua auto il misantropo ha ordinato ali di pollo fritte. L'Hitler statunitense non sapeva di essere seguito, e si è pulito le mani e la bocca unte in un fazzoletto di carta che ha buttato in un cestino. A quel punto Mulders è balzato sul prezioso reperto con guanti di gomma, pinze e un sacchetto di plastica. Grazie al resto di saliva delle labbra nel grasso di pollo si è ottenuto il codice genetico degli Hitler.

CACCIA AL TESORO
A questo punto inizia la seconda parte dell' avvincente caccia al tesoro. In Bassa Austria Mulders ha individuato un Hytler già nel 1457. Il cromosoma passa di generazione in generazione per via paterna. Ma qui non c'è stato bisogno di sotterfugi. Andreas Hüttler, contadino 55enne, ha accettato di buon grado di sottoporsi al test del Dna propostogli dal giornalista belga. Corporatura robusta, aspetto vitale, Hüttler ha anche deciso di candidarsi alle elezioni comunali del suo paese, Gross Gerungs, nelle fila del Partito popolare austriaco.

FATTORIA SOTTO LA NEVE
Il test ha confermato il collegamento con il Dna raccolto a New York. Questo significa che lui e Adolf Hitler sono parenti. Da allora, però, il malcapitato Andreas si è decisamente pentito per la frana di pubblicità che gli è piombata addosso. Quando andiamo a trovarlo a casa sua, una grande fattoria nella frazione di Oberkirchen, nevica. Ci apre appena la porta, ma non vuole farci entrare. Il suo volto è tirato, come se mentre parla lo stomaco fosse preso da spasmi. Tiene gli occhi quasi sempre abbassati, ma dalla bocca gli escono parole decise: «Per me tutta questa storia rappresenta un trauma, il pensiero non mi abbandona mai. E mi sento troppo debole per affrontarla».

Poi basta. Non vuole più parlare. Dietro di lui compare all'improvviso la moglie, la porta si richiude gentilmente, ma fermamente. Non ci resta che rispettare la sua privacy. In tutta evidenza Hüttler non c'entra nulla con le imprese nefaste del proprozio Adolf. Nel triangolo Oberkirchen-Gross Gerungs-Zwettl, tuttavia, la parola «nazismo» è ancora un tabù assoluto. Nessuno vuole parlare del recente passato. Adolf non nacque qui solo perché suo padre Alois si era trasferito a Braunau per fare il doganiere alla frontiera Austria-Germania. Si sospetta, fra l'altro, che sua nonna avesse avuto Alois non dal marito Hiedler, ma da un ricco ebreo presso cui si trovava a servizio. Ma questa è un' altra storia.

Mauro Suttora

BOX 1: "Qui da noi quel nome resta un tabù"

Sorpreso, il sindaco di Gross Gerungs (Austria) Maximilian Igelsboeck non sapeva nulla dell' imbarazzante parentela del proprio concittadino Andreas Hüttler: «Non conoscevo questa storia, faremo chiarezza parlandone con lui. Lo conosco da decenni, è sempre stato un uomo onesto, per bene, dedito alla famiglia, al lavoro nei campi che ama, e al bene della comunità. L'ho voluto io in lista per il consiglio comunale, è stato capo dei vigili del fuoco volontari. Ora però vive nella paura di essere additato assieme a tutta la sua famiglia come parente di Hitler».

E allora perché ha accettato di sottoporsi al test del Dna?

«Chi lo sa, sorprende anche me. Forse non immaginava una parentela col dittatore, oppure voleva fugare ogni sospetto. Ma così si è cacciato in un guaio tanto serio da minare la sua salute. A volte le azioni ritenute più insignificanti producono effetti che superano qualsiasi immaginazione. Il caso di Andreas potrebbe essere un esempio da manuale».

In Italia la nipote di Mussolini non solo è deputata del partito di Berlusconi al governo, ma rivendica la storia del nonno.

«Senza offesa, ciò non mi stupisce, data la vostra situazione politica attuale. Per noi invece il nazismo rappresenta una vergogna, un tabù. Il Partito popolare è estraneo a tendenze di destra, e la nostra zona non vuole essere ricordata come area originaria degli Hitler».


BOX 2: Un parente da parte di madre

Pochi giorni fa, con grande clamore, il quotidiano inglese Sun ha rivelato l'identità di un altro discendente di Adolf Hitler. Si tratta di Gerhard Koppensteiner, e anche lui come Andreas Hüttler vive in una fattoria sperduta dell' Austria del nord. Ha 45 anni e non è per nulla fiero della parentela. Pensa soltanto a badare alle sue mucche: «Questo legame di sangue ha ossessionato la mia famiglia e tutte le nostre vite», ha detto Koppensteiner, il cui nonno era primo cugino di Hitler. «Sono cresciuto sapendo che ero legato a lui. Come si impara a convivere con questo?», ha dichiarato ai giornalisti del Sun che sono riusciti a rintracciarlo. L'agricoltore, che ha un figlio e una figlia, ha aggiunto: «Non voglio farli vivere all'ombra di quest uomo. Noi in casa di questa faccenda non parliamo mai».

Il padre di Gerhard, chiamato dagli amici Adolf, aveva sei anni quando Hitler è morto nel suo bunker di Berlino nel 1945. «Questa maledizione lo ha seguito in tutta la sua vita», ribadisce il figlio. L'allevatore e la sua famiglia sono tra i parenti più stretti del Führer, visto che Hitler non aveva figli. Il loro legame deriva dalla madre di Hitler, Klara Pölzl, che fu sia cugina che seconda moglie di Alois Hitler e morì nel 1907 a soli 46 anni. Sua sorella sposò un Koppensteiner. Da lì viene il cognome, che quindi non risulta nell' albero genealogico che abbiamo pubblicato nella pagina precedente.


BOX 3: C'è anche un prete fra i figli dei gerarchi nazisti

Il destino più curioso è quello di Martin Adolf Bormann junior, nato nel 1930, che è passato dalle ginocchia del suo padrino di battesimo Adolf Hitler all' inginocchiatoio della Chiesa cattolica di cui è diventato prete. E pensare che suo padre, braccio destro di Hitler, nel 1938 aveva escluso i sacerdoti dal partito nazista. Lui invece ha lasciato (da sinistra) la Chiesa, e nel 1971 si è sposato con un' ex suora. Ma che fine hanno fatto gli altri figli dei gerarchi con la svastica?
Wolf Rüdiger Hess (1937-2001) era nazista pure lui, convinto che la morte del padre nel carcere berlinese di Spandau nell'87 a 91 anni fosse opera degli inglesi.
Edda Goering, nata nel 1938, fu chiamata così in onore di Edda Ciano. Fotomodella spavalda, non ha rinnegato il passato. Anzi, ha cercato di riavere gli 800 quadri rubati in Europa dal padre.
Impunita pure Gudrun Burwitz Himmler, nata nel '29, figlia del capo delle SS. Ha fondato una rete di protezione per nazi, Stille Hilfe.

Wednesday, April 21, 2010

Fallaci: parla Rossella

COME ORGANIZZARE UNA FICTION SULLA GRANDE SCRITTRICE?

Oggi, 21 aprile 2010

«Farei interpretare la Fallaci da Maria Rosaria Omaggio. È incredibile come la voce profonda e roca con cui legge le sue pagine assomigli a quella di Oriana».

Carlo Rossella commenta il progetto di fiction Rai sulla grande scrittrice morta quattro anni fa. Presidente di Medusa film, giornalista e autore tv (Capri), lui l’ha conosciuta bene. Come raccontare la sua vita?

«Con flashback sulle tante e diverse fasi della sua incredibile esistenza, collegati dalla voce narrante della Omaggio. La prima volta che la incontrai, per esempio, nel ’73, fu a colazione da Sabatini a Firenze. Io ero con Pertini, allora presidente della Camera e non ancora della Repubblica, lei col suo uomo Panagulis. C’era stata una manifestazione per i profughi greci, fuggiti dalla dittatura dei colonnelli. E Oriana raccontava a Pertini di quando lei quattordicenne era staffetta partigiana contro i fascisti. Il padre fu catturato e torturato dai nazisti, e lei ci fece uno stupendo discorso ricordando la sua famiglia, lo zio Bruno giornalista, e come crebbe in quell’ambiente fra i libri, respirando i valori che l’avrebbero accompagnata per tutta la vita: cultura, democrazia, libertà».

Negli anni ’60 e ’70 la Fallaci fu un idolo della sinistra, con le sue cronache di guerra dal Vietnam e la Lettera a un bambino mai nato (il proprio). Dopo l’11 settembre 2001, invece, fu assai apprezzata a destra e disprezzata a sinistra.

«In realtà è sempre stata coerente con le proprie idee di anarchica e socialista libertaria. Detestava fascismo e comunismo perché amava la libertà dell’individuo. E ha capito che dopo la strage delle Due Torri il nazismo moderno è incarnato dai terroristi islamici. Ma già vent’anni prima, intervistando Khomeini, definì fascisti gli ayatollah dell’Iran. Lo ricordo perché ero a Teheran. I dirigenti iraniani volevano linciare ogni giornalista italiano dopo quella sua intervista. E noi a rispondere: “Ma l’ha scritta lei, che c’entriamo!”»

Qual era la caratteristica principale della Fallaci?

«La tenacia. Per questo, nel ruolo di lei giovane vedrei un’attrice volitiva. Come la francese Marion Cotillard, che è stata un’egregia Edith Piaf, oppure le italiane Giovanna Mezzogiorno, Laura Chiatti, Cortellesi... O Penelope Cruz, ma non ha il fisico giusto. La Fallaci era una tremenda rompicoglioni. Basta leggere il memorabile articolo che scrisse sull’Europeo sulla sua mancata intervista a Marilyn Monroe, dopo averla inseguita per mari e monti. Anche qui, un ricordo personale. Beirut, estate 1982. Ero lì da settimane per Panorama, a coprire la guerra in Libano. Arriva la Fallaci all’hotel Alexandra, nella parte cristiana di Beirut Est, dove proprio quel giorno un’esplosione aveva mandato in frantumi tutte le finestre. Io avevo ripulito la mia stanza, mentre lei strepitava alla reception perché la sua era ancora piena di vetri. Allora le offro la mia. Poi andiamo a cena con altri giornalisti italiani, Bernardo Valli e Sandro Viola di Repubblica, e lei scopre che conosco Bechir Gemayel, il capo cristiano appena nominato presidente del Libano. “Voglio intervistarlo”, mi ordina subito. Non le passa neanche per la testa che, se fosse stato possibile, lo avrei fatto io per il mio giornale. Vado comunque su a Broumana, al quartier generale falangista, e riesco a parlare con Bechir. Magari, data la fama internazionale di Oriana, avrebbe acconsentito a farsi intervistare da lei. E Gemayel, in effetti, non mi dice di no. “Però”, aggiunge, “ricordo l’intervista della Fallaci a Kissinger. È riuscita a demolirlo. Allora tu sarai la garanzia che non farà lo stesso con me”. Sorride, e mette mano alla pistola. Torno a Beirut. La Fallaci mi aspetta al bar dell’hotel davanti a un doppio Marie Brizard. Naturalmente le dico che l’intervista è impossibile. Lei comincia a urlare, mandandomi a quel paese e dicendomi di tutto».

Rapporti rotti?

«Neanche per sogno. Ero abituato. Oriana litigava sempre: nei ristoranti con i camerieri, sugli aerei con le hostess, con il presidente dell’Enel per spostare i tralicci troppo vicini alla sua casa toscana...»

E in Libano come finì la questione?

«Imprecando e telefonando a destra e a manca, Oriana cercò di intervistare Arafat. Niente da fare. Allora cambiò obiettivo: Sharon, incolpato della strage di Sabra e Chatila avvenuta pochi giorni prima. E ci riuscì, sdraiandosi letteralmente per strada davanti alla sua auto. Immaginate la scena: lei, signora ultracinquantenne e star internazionale, che blocca l’auto con scorta di Sharon. Il generale israeliano per ripartire dovette darle appuntamento il giorno dopo nel suo ufficio».

Così nacque l’ultima Intervista con la storia pubblicata sull’Europeo. Il cui fotografo, il fedelissimo Gianfranco Moroldo, si vantava di essere stato l’unico uomo capace di schiaffeggiarla.

«Sì, in Vietnam. Stavano salendo su un elicottero americano, e lei per questo cercò di portarlo davanti alla corte marziale. Ma lo rispettava. E qui si apre un altro grande capitolo della vita della Fallaci: gli amori. Che sono stati essenzialmente tre: il capo della France Presse a Saigon, con una storia alla Graham Greene; Alekos Panagulis morto nel ’76 e celebrato nel bestseller Un Uomo dell’80; e infine il misterioso parà protagonista un po’ proustiano di Insciallah dieci anni dopo. Ma il vero e unico compagno di letto di Oriana è stato il successo. Lei adorava il successo. Anche se diceva di lavorare al servizio dei lettori, per fare da mediatrice fra noi e i fatti, in realtà voleva essere la più grande scrittrice del mondo».

Dopo il ’90 altri undici anni di silenzio, fino all’esplosione di La Rabbia e l’Orgoglio.

«Sì, lo scrisse di getto dopo l’11 settembre. E fu un altro capolavoro. Senza dimenticare quelli che riassumono altri due capitoli importanti della sua vita: Se il sole muore, sulle imprese degli astronauti di Cape Kennedy lanciati alla conquista della Luna, e I sette peccati di Hollywood, con le interviste ai grandi attori. Rimase amica della Bergman e della Loren. Quest’ultima cercò inutilmente di convincerla a trasformare qualcuno dei suoi libri in un film. Un’altra amica che la visitava spesso nei lunghi anni della malattia a New York è Isabella Rossellini: gli autori della fiction dovrebbero sentirla».

Lei l’ha ancora frequentata e intervistata da direttore di Panorama otto anni fa. Era sempre intrattabile?

«Perfezionista fino all’ossessione. Controllava tutto, fino alle virgole delle didascalie. Mi spediva a comprarle le sigarette di notte a Manhattan. Era passata dalle Lark alle Nat Sherman, e finché il negozio di queste ultime era vicino a casa sua, all’altezza dell’hotel St. Regis, potevo andarci a piedi. Poi si spostò più giù sulla Quinta Avenue, e mi toccava prendere il taxi».

Insomma, ha sempre trattato anche lei da galoppino, oltre a ad avere insultato mezza Italia: dai politici ai direttori dei suoi giornali, fino agli amministratori delegati della propria casa editrice, la Rizzoli, che dovevano precipitarsi a New York per calmarla.

«La verità è che la Fallaci è stata una delle grandi italiane del secolo scorso. Speravo che la nominassero senatrice a vita. Lei ci avrebbe tenuto, credeva nella repubblica. Chi la interpreterà dovrà leggere parecchio, per introiettare il personaggio. Dovrà essere un’attrice colta. Perché Oriana l’abbiamo conosciuta in tanti. E se la fiction viene male mi arrabbio».

Mauro Suttora

Friday, April 09, 2010

Lugano, 15 aprile 2010

Libreria Melisa
Via Vegezzi, 4 Lugano (Svizzera)

GIOVEDI 15 aprile 2010 alle ore 18

Mauro Suttora giornalista/scrittore
parla del libro che ha curato:

"Mussolini segreto", i diari di Claretta Petacci 1932-38 (ed. Rizzoli, 2009)

introduce il giornalista Dedo Tanzi

Thursday, April 08, 2010

Rutelli andrà con Berlusconi?

Dopo il flop della sua Api potrebbe finire in braccio al premier

di Mauro Suttora

Libero, 8 aprile 2010

«Ah Berlusco’... Perché ce l’hai co’ mme? Io sto a lavora’ pe’ te! Ricordati deji amici! Di chi t’ha voluto bene!» Così Francesco Rutelli implorava Silvio Berlusconi nove anni fa, nell’indimenticabile satira di Corrado Guzzanti all’Ottavo Nano. L’avversario del Cavaliere alle politiche 2001, mandato allo sbaraglio in elezioni già perse, sembrava intento più a ingraziarselo che a combatterlo.

Oggi quella che sembrava soltanto una fantasia comica sta per diventare realtà: Rutelli finirà con Berlusconi. La sua Api (Alleanza per l’Italia), fondata pochi mesi fa, ha infatti ottenuto risultati deludenti al voto del 28 marzo. È riuscita a presentarsi in sole quattro regioni, raccattando il due per cento in Calabria e nelle Marche, il tre in Campania e il quattro in Basilicata, grazie a qualche capataz locale.
È vero, ha trionfato a San Nicola da Crisse (Vibo Valentia) con il 42%, e a Marcianise (Caserta) con il 23. Ma forse di queste percentuali c’è più da preoccuparsi che da rallegrarsi. In tutto il nord Api continua a voler dire solo Associazione piccole imprese. E nel resto d’Italia è una catena di pompe di benzina.

Così fra poco Rutelli compirà l’ottavo giro di valzer della sua carriera politica. Ricapitoliamo. Per quasi vent’anni radicale. Poi è cominciato il pellegrinaggio: verdi, Centocittà (movimento sindaci), Asinello con Prodi e Di Pietro, Margherita, Pd. Infine l’Api: doveva essere la grande scissione a destra del Pd, e invece quasi nessuno dei suoi lo ha seguito. Gentiloni, Realacci, Zanda e Giachetti sono rimasti con gli ex comunisti; Carra, Lusetti e la Binetti si sono rifugiati nell’Udc.

Ora mancano tre anni al prossimo contatto con la realtà (le elezioni), momento sempre più spiacevole per il bel Francesco. Quindi c’è tutto il tempo per «riposizionarsi» senza dare troppo nell’occhio. In fondo, se l’ex capo di uno schieramento passa dalla parte opposta, sarebbe come se Bush diventasse democratico, o Berlusconi socialista. Uno scandalo. Ma per Rutelli nulla è impossibile.

Ha già cominciato Francesco Carducci Artenisio, 47 anni, fedelissimo del Piacione quand’era sindaco di Roma: si è fatto eleggere consigliere regionale del Lazio nel listino personale di Renata Polverini. La quale potrebbe nominarlo assessore alla Cultura, così come Rutelli quand’era ministro dei Beni culturali lo fece amministratore delegato della società Cinecittà Holding (gran posto di potere nel superassistito cinema italiano).

Entro la fine dell’anno Pierferdinando Casini dovrebbe sciogliere la sua Udc e far nascere un non meglio precisato Pdn (Partito della nazione). Tramontato il sogno centrista di un rapido tramonto di Berlusconi, è svanito anche l’asse Casini-Fini-Montezemolo su cui Rutelli puntava. Non gli resta che accomodarsi nella «nuova» formazione centrista, contrattando buone posizioni per se e i pezzi di classe politica in cerca di ricollocazione che si porta appresso.

A quel punto, se Berlusconi com’è del tutto probabile nel 2011 sarà ancora saldamente al potere, attraverso Carducci le doti rabdomantiche di Rutelli potrebbero spingersi fino al Pdl. Come? L’ex compagno di lotte di Emma Bonino si farà portare fra le braccia del Cavaliere da colei che l’ha sconfitta: la Polverini. Per lo meno questo è il disegno della neogovernatrice del Lazio, secondo un articolo pubblicato ieri dal quotidiano Italia Oggi. Fantascienza? Figuriamoci: l’anno prossimo l’Italia festeggia i 150 anni. Ma il trasformismo dei suoi politici, dal «connubio» di Cavour a Depretis, ha più o meno la stessa età.

Wednesday, April 07, 2010

Terremoto, un anno dopo

BILANCIO: 40 MILA SENZATETTO SISTEMATI, 27 MILA RIENTRATI A CASA

L’Aquila, 2 aprile

di Mauro Suttora

Sono pochi o tanti i 7.300 abruzzesi che a un anno dal terremoto sono ancora costretti a stare in albergo? Tanti, se si paragona questa cifra ai terremoti precedenti. Soprattutto al Friuli, dove nel 1977, dodici mesi dopo il sisma quasi tutti i terremotati avevano un tetto, definitivo o provvisorio.

Ma in Abruzzo è differente. Per la prima volta è stata distrutta un’intera grande città, L’Aquila, che ha 80 mila abitanti e 20 mila studenti. In Friuli, Irpinia e Umbria furono colpite zone estese, ma non densamente popolate. E accanto a paesi di mille o cinquemila abitanti è facile ricostruirsi una casa o installare un prefabbricato. Impossibile invece riparare in tempi brevi L’Aquila con i suoi 170 ettari di centro storico.

«Che almeno ci concedano l’accesso alle nostre vecchie case, se non sono lesionate gravemente», urlano gli aquilani. Come nel resto d’Italia, se sono di sinistra danno la colpa a Silvio Berlusconi per quel che non ha fatto. Se sono di destra, invece, lo lodano per quel che ha fatto.

C.A.S.E, Map e roulottes

E cioè: 13.400 sistemati nelle Case, che non vuol dire solo «case», ma anche «Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili» (i burocrati non temono il ridicolo delle loro sigle). Poi ci sono i Map (Moduli abitativi provvisori), ovvero le casette di legno donate dalla Croce Rossa e installate dalla protezione civile di Trento, dove stanno in 4.300. E infine altri 15 mila ospiti di parenti e amici, in case o roulotte. Totale, compresi gli alberghi: quarantamila.
Un anno fa furono in 67 mila a rimanere senza un tetto. La differenza (27 mila), sono i fortunati che hanno potuto rientrare nelle proprie case, perché i danni sono stati lievi e riparabili.

«In tenda, ma al paese»

«Ma non è solo il problema di chi ha un tetto o di chi non ce l’ha: io, con la buona stagione, preferirei tornarmene in tenda al paese mio, accanto alla mia vecchia casa, piuttosto che stare in albergo sulla costa, a ottanta chilometri da dove lavoravo e avevo famiglia e amici, e a morire di noia», ci dice Settimio Antonelli, giardiniere di San Gregorio (L’Aquila). «Certo, qui è tutto pagato, vitto e alloggio, stiamo benissimo, fin troppo. Ma per quanto tempo?».

Il problema di Settimio è quello di altre decine di migliaia di abruzzesi: oltre alla casa, hanno perso anche il lavoro. Perché chi ha voglia di farsi potare il giardino della villa o di piantar fiori, oggi in Abruzzo? E come fanno a riaprire i negozi e i ristoranti dell’Aquila, nella zona rossa dove non si può neppure entrare?

Con l’arrivo della primavera sono fiorite le manifestazioni: prima quella «delle chiavi», con gli abitanti che volevano accedere alle proprie case; poi quella «delle carriole», per sollecitare almeno a sgomberare le macerie.
Nessuno s’illuda: tutti, dal sindaco di sinistra al presidente della regione di destra, non osano dirlo, ma sanno che prima di rivedere il centro dell’Aquila ci vorranno cinque anni. E nel frattempo, prefabbricati.

Coppito, cuore pulsante

Come quelli di Coppito, che da frazione della città si è trasformata nel suo cuore pulsante. Oppure Bazzano, dall’altra parte dell’Aquila, accanto a Onna. Qui una delle palazzine di tre piani con 28 appartamenti ciascuna inaugurate a novembre da Berlusconi con la fanfara è stata finanziata con due milioni e mezzo raccolti dal Corriere della Sera.

Gli italiani sono stati generosi con gli abruzzesi. Come mostriamo nella tabella qui sotto, sono stati 69 i milioni di euro raccolti dai privati. Solo una goccia, di fronte ai cinque miliardi che- si stima - costerà l’intera ricostruzione. Ma gocce preziose, perché raccolte una ad una con gli sms e i vaglia di ciascuno di noi.
Su questi fondi vigila l’ex presidente del Senato Franco Marini con un comitato di garanti. I tre milioni di Porta a Porta sono serviti a ricostruire l’asilo del paese martire di Onna.

Chiese e ambulatori

Una cinquantina di milioni sono stati affidati alla Protezione civile. Paganica avrà un ambulatorio/consultorio, a Pagliare di Sassa verrà costruito un centro per disabili, e nove milioni si ripristinerà la mensa di Celestino (dove i poveri mangiano gratis), la chiesa e il convento dei cappuccini.
Intanto molti ospiti degli alberghi sulla costa fanno i pendolari: ogni giorno in treno su e giù da Pescara all’Aquila. Per non morire di nuovo.
Mauro Suttora

Carlo Vallauri: "Mussolini segreto"

dal sito www.scenaillustrata.com:

CLARETTA PETACCI – MUSSOLINI SEGRETO (RIZZOLI, MILANO, 2009)

PAGINE INQUIETANTI SULLA VITA QUOTIDIANA DI MUSSOLINI dai DIARI 1932-1938
giovedì 25 marzo 2010
di Carlo Vallauri

AUTORE DEL LIBRO : a cura di Mauro Suttora

La pubblicazione del diario di Claretta (DIARI 1932-1938) offre al lettore pagine inquietanti sulla vita quotidiana del capo del governo italiano negli anni decisivi nei quali Mussolini modifica sostanzialmente le sue linee di politica estera, con l’aggressione all’Etiopia e l’alleanza con Hitler, che porteranno alla disastrosa guerra.

Come premessa gli eventuali dubbi sull’autenticità del “diario” vengono fugati dall’iniziale richiamo all’opinione di autorevoli studiosi degli Archivi di Stato, anche se appare sorprendente la sistematicità dell’intero scritto – giorno per giorno, per tanti anni – con la riproduzione “esatta” delle parole pronunciate dal “duce”. Ma presupposta come valida la “verità” del documento, su di esso esprimiamo alcune osservazioni.

Risulta allora che per tutti quegli anni, quasi quotidiani erano gli incontri e le conversazioni telefoniche (ora dopo ora) tra il grande capo e l’umile e devota innamorata che utilizza scaltramente quel rapporto per chiedere (ed ottenere) favori per il padre ed il fratello e contemporaneamente “sistemare” il marito (ufficiale di aeronautica), dal quale si separa. Con la giovinetta il maturo ma sempre aitante leader carismatico tiene a mantenere un incessante rapporto sessuale, di pieno appagamento, stando ai commenti immediati sull’esito di ogni “incontro” a palazzo Venezia o nel capanno della spiaggia di Castelporziano, messo a disposizione da Casa Reale.

Durante queste lunghe “sedute”, Mussolini parla soprattutto dei rapporti che egli ancora ha con altre due sue amanti che si trascina appresso (sin dentro Villa Torlonia) da anni ma che paiono a lui indispensabili più per ragioni psicologiche che di affetto, anche se una delle due signore asserisce che i suoi due figli sono la conseguenza di precedenti relazioni con il dittatore. Sono queste le pagine più noiose per la loro ripetitività ma anche specchio di una mentalità piuttosto ristretta rispetto alla rilevanza e grandiosità degli impegni governativi cui Mussolini avrebbe dovuto attendere.

Più interessanti appaiono le considerazioni man mano espresse sugli eventi politici in corso. Sotto questo aspetto è ancora più grave – rispetto a quanto già emerso in passato – la superficialità dei giudizi espressi su americani, inglesi e francesi, giudicati su stereotipi negativi, in base a considerazioni vacue, specchio di una incredibile ignoranza e disattenzione su situazioni reali da parte di uno dei “grandi” d’Europa in quella fase storica. Altrettanto affrettate e “leggere” le correlative opinioni sulla situazione interna italiana, ignorando – almeno sembra- il gran capo i dati concreti del paese rispetto alle esaltazioni continue del “bene” che, a suo avviso, il regime sembrava fare all’Italia tutta.

Di maggior rilievo umano sono le notizie desumibili sulle piccole vicende della vita a casa Mussolini, i rapporti con la moglie (la cui figura esce, a nostro avviso, come rafforzata nella sua personalità rispetto alle malefatte del marito), l’irrequietezza della figlia Edda, il disagio matrimoniale del figlio Bruno, vittima innocente delle scelte del padre, la compostezza del figlio Vittorio – peraltro già emersa in altri libri (da Zangrandi come di cineasti) – il metodico sistema di controllo e vigilanza attorno al capo del governo, che pure – a quanto si legge nel diario – circolava talvolta tra le persone comuni senza particolari scorte, a Roma e in Romagna. Nota “piccante” – la maggiore sorpresa del libro – la narrazione dell’incontro sulla spiaggia tra il Primo Ministro e la principessa Maria Josè ed i relativi commenti.

Veniamo ad altri oggetti di conversazione tra i due amanti: opinioni e valutazioni di film, spettacoli teatrali, come giudizi di Mussolini nei confronti della borghesia salottiera di Roma e il disprezzo che egli manifesta verso gli anti-fascisti che proprio in quell’epoca (1936-37) davano al fascismo lezioni di resistenza nelle carceri, al confino sino alla sconfitta inflitta in terra di Spagna dalle Brigate Internazionali ai legionari inviati dal governo di Roma in aiuto del gen. Franco.

Colpiscono altresì le affermazioni generiche sui problemi più gravi di quell’epoca, a cominciare dalla preparazione militare, ed è ciò che, a nostro avviso, emerge come il fattore più distruttivo della personalità del capo, per la sua assoluta trascuratezza – per tanti anni – nel corso delle sue vivaci giornate, rispetto alla vera situazione del paese. Sembra quasi impossibile constatare come vi fosse una totale disattenzione verso le preoccupazioni quotidiane della maggioranza degli italiani, quasi vivessero tutti nel regno di Bengodi.

Nessun libro scritto sul fenomeno storico del fascismo getta una luce tanto negativa sulla mente di quell’uomo, pure esaltato da Churchill e da Freud. Ai “nostalgici” tuttora esistenti dovrebbe essere resa obbligatoria la lettura di questo libro per liberarli dall’inganno perpetrato allora ad una intera generazione e di cui non pochi italiani sono ancora “prigionieri”.

Potremmo continuare su altre pagine rivelatrici di una mente incapace di comprendere ad es. il dramma degli ebrei quando ne vengono minate le esistenze, oltre alla conferma della risibile infatuazione per Hitler, conferma (dopo la precedente fase d’antipatia) della fragilità dei convincimenti di un uomo a cui sono state attribuite virtù quasi divine, ma a cui poteva soggiacere una povera illusa come Claretta, a sua volta finita vittima del suo stesso idolo. Ne escono meglio i figli di Mussolini, con la “normalità” delle loro vite, travolte dalla tragedia comune a tutti gli italiani.

recensione su www.scenaillustrata.com

Wednesday, March 31, 2010

Radicali, geniali perdenti

LE MOSCHE COCCHIERE DELLA SINISTRA

di Mauro Suttora

Libero, 31 marzo 2010

Negli stessi minuti in cui Emma Bonino ha perso per 77 mila voti la sfida laziale con Renata Polverini, una sua omonima trionfava: Emma Marrone, vincitrice di ‘Amici’ su Canale 5. Così ora sono tre le Emme nazionali: non va dimenticata la Marcegaglia di Confindustria.

Ma proprio in quei momenti dopo mezzanotte nei quali è apparso chiaro che i postfascisti ciociari e i reazionari reatini restituivano la transnazionale Emma B. al suo ambiente naturale (Bruxelles, New York, Davos, L’Aia), i radicali si erano già rialzati dal k.o.: riuniti nella loro sede nazionale dietro al Pantheon, ascoltavano Marco Pannella il quale, immune da depressioni e autocritiche, descriveva fino alle tre di notte le «iniziative di lotta che ci impegneranno da domattina».

È questa la terapia che i pannelliani adottano dopo ogni sconfitta: far finta di niente, e ricominciare immediatamente a macinare politica «contro il regime». Hanno fatto così l’anno scorso, quando per la prima volta dopo trent’anni sono stati eliminati dall’Europarlamento (colpa della tagliola veltroberlusconiana al 4%): il giorno dopo stavano già pianificando l’attuale voto regionale. È successo nel 2006, quando la rediviva Rosa nel pugno con i socialisti abortì in un pugno di mosche. L’allora segretario radicale Daniele Capezzone ripartì come un razzo a criticare il suo non ancora capo Berlusconi e, per par condicio, i propri (in teoria) allora alleati Prodi e Fassino. E fu così anche nel 2005, quando dopo la sconfitta del referendum sulla fecondazione assistita concepirono, appunto, la Rosa nel pugno.

È da sessant’anni che Pannella perde. All’inizio degli anni ’50 esordì già in minoranza nel Pli di Malagodi. Con Eugenio Scalfari se ne andò e fondò il partito radicale. Subito batoste: zero eletti al comune di Roma nel ’56, e due anni dopo alle politiche l’1,4%, ma con il Pri. In pratica, votarono per loro solo i lettori dei due settimanali «laici»: Il Mondo e L’Espresso. Non domi, i radicali da allora hanno sempre preteso di dettare la linea politica a tutti (Pci, Psi, Pri, Pli, Psdi) dall’alto del nulla del proprio consenso popolare. «Mosche cocchiere»: così, citando la favola di Fedro, Togliatti liquidava gli intellettuali che volevano comandare, o almeno consigliare e ammonire i capi, senza però sporcarsi le mani con il «sangue e merda» (© Rino Formica) della politica reale, dei voti conquistati porta a porta nelle periferie (anche a Frosinone), del contatto con le miserie della gente e i suoi vizi. Perché il vizio di tutti gli idealisti illuminati d’Italia, da Pisacane al partito d’Azione a Ugo La Malfa, è sempre stato quello che gli scienziati della politica definiscono «minoritarismo».

Ancor oggi, i radicali sono onestamente convinti di aver ragione pur essendo una microminoranza. Vendola è riuscito a strappare il 10% per il suo partitino in Puglia, sull’onda della vittoria personale? I radicali in Lazio si sono fermati al solito tre per cento, nonostante il traino della Bonino.

Nel ’99 Emma & Marco agguantarono il loro unico successo: otto per cento alle europee con punte del 18% in varie città del nord, secondo partito dopo Forza Italia. Allora stavano a destra, liberali e liberisti. Poi però non si accordarono con Berlusconi, e ripiombarono alle percentuali abituali. Chiunque, al loro posto, si sarebbe ritirato da un pezzo. Loro invece, geniali e coriacei, ora vogliono insegnare al povero Bersani come guidare il Pd. Perché solo i radicali sono il sale della democrazia, i partigiani della legalità. Non per nulla stanno dietro al Pantheon, casa di «tutti gli dei».

Mauro Suttora