Monday, July 25, 2022

All'armi siam fascisti, amor dei comunisti



Adinolfi, Di Stefano, Paragone, Rizzo... Ritratto dell'allegra brigata rossobruna, un Frankenstein fasciocomunista un po' no-vax e un po' sì-Putin

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 25 Luglio 2022

Era dal 1970, quando Adriano Sofri scambiò i moti di Reggio Calabria per l'inizio della rivoluzione proletaria e lanciò la sua Lotta Continua di estrema sinistra in aiuto al senatore neofascista Ciccio Franco (da non confondere con l'omonimo duo comico) per battere Catanzaro come capoluogo della neonata Regione Calabria, che non si assisteva a un tale marasma rossobruno.

Simone Di Stefano ha litigato con Gianluca Iannone, l'altro leader di Casapound, è uscito dal movimento di estrema destra e ora raccoglie firme per presentarsi alle elezioni con Mario Adinolfi, del Popolo delle famiglie. E fin qui nulla di strano. 

Poi però ha mandato questo appello a Marco Rizzo, già eurodeputato e ora capo del partito comunista: "Ci conosciamo e stimiamo in segreto (perché non sia che lo scoprano i nostri elettori). Con Paragone (ex leghista e grillino, ndr) ci conosciamo dai tempi formidabili de La Gabbia (il talk de La7 chiuso da Urbano Cairo per scarsi ascolti, ndr). Noi tre e Adinolfi siamo i soli in grado di portare simboli sulla scheda. Troviamo il modo di sommare le forze. Lo sbarramento al 10% è alla nostra portata, comunque le liste passerebbero col 3%. Così convinceremmo milioni di italiani ad andare a votare. Di fronte alla violenza e arroganza del potere non possiamo non reagire con una somma di forze. La gente ci vuole uniti".

Per la verità la gente da anni snobba questi personaggi, relegandoli allo zero virgola ogni volta che concorrono alle elezioni. Ma due anni di pandemia e cinque mesi di guerra in Ucraina hanno cementato una curiosa alleanza no vax e sì Putin, creando un Frankenstein fasciocomunista nei cortei e sui social.  

Il crollo dei grillini sta aprendo spazi insperati per questo nuovo estremismo bifronte: alcuni sondaggi lusingano col 4% l'Italexit di Paragone. I neofascisti di Forza Nuova, finora concorrenti di Casapound, hanno cercato di cavalcare i no vax ma dopo l'assalto alla Cgil sono fuorilegge. E lo stesso Di Stefano è accusato dai suoi ex camerati di voler passare all'incasso elettorale, abbandonando il movimentismo. 

Così l'arcicomunista Rizzo, che forse piace a Di Stefano per la sua silhouette mussoliniana, non si imbarazza ad accogliere fra le sue fila l'eurodeputata no vax di Palermo Francesca Donato, eletta con la Lega. Facebook ha chiuso la pagina di Donato per le troppe bufale pubblicate, lei ha lasciato Salvini ma a novembre ha preso solo il 3% al comune di Palermo.

Anche il senatore grillino Emanuele Dessì è approdato al partito comunista di Rizzo. E assieme al collega Vito Petrocelli (cacciato dai grillini per putinismo) pochi giorni fa è andato in Nicaragua ad applaudire il dittatore sandinista Ortega. 

Tutto si tiene, nella bizzarra combriccola fascioputiniana. I nemici comuni sono gli Usa, l'Occidente e Draghi. Quelli di estrema destra vengono tenuti a distanza di sicurezza da Meloni e Salvini; a sinistra il disfacimento di Leu priva i nostalgici comunisti di una qualsiasi calamita, perciò si moltiplicano microliste (alle recenti comunali a Milano ce n'erano ben quattro con falce, martello e zero eletti).

Naturalmente, a chi trovasse folkloristica questa convergenza fra opposti estremismi, nel centenario della marcia su Roma basta ricordare le origini socialiste rivoluzionarie del duce fascista. Senza dover scomodare i giganti Hitler e Stalin, felicemente alleati dal 1939 al 1941 per la spartizione di Polonia e Paesi Baltici che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. 

Sunday, July 24, 2022

Appunti storici per Di Battista: dal Duce a 007, il ritorno alle origini è sempre un disastro

È triste, in ogni campo, quando si cerca di sfuggire al declino richiamando la vocazione originaria. La diversità dei 5 stelle è svanita, non sarà Dibba l'eroe dei tre mondi che riporterà l'entusiasmo fra gli adepti del "nuovo modo di fare politica"

di Mauro Suttora

Huffpost, 24 Luglio 2022


"Mai dire mai", fu il titolo autoironico del film di ritorno di Sean Connery come James Bond nel 1983, dodici anni dopo aver giurato di non interpretare mai più l'agente 007. Il risultato fu mediocre, come l'agonia di Muhammad Ali/Cassius Clay che si trascinò negli anni '70 nonostante la temporanea resurrezione contro Foreman.

Perché è sempre triste, in ogni campo, quando si cerca di sfuggire al declino "tornando alle origini".

Ora è il turno dei grillini, che riesumano Di Battista richiamandolo dal pellegrinaggio putiniano in Russia. Toccherà a lui rinnovare gli antichi fasti del Movimento del Vaffa, riportando i 5 Stelle all'opposizione totale di dieci anni fa.

Funzionerà? "It's too late, baby", cantava Carole King. Troppo tardi, i militanti pentastellati sono evaporati. Hanno visto i loro parlamentari trasformarsi in sottosegretari con auto blu, incassando 14mila mensili (20mila gli eurodeputati) e "restituendo" sempre meno. La diversità è svanita, a Grillo non resta che prendersela col suo "Giggino 'a cartelletta", il traditore Di Maio che si ricicla.

Anche Mussolini cercò di tornare alle origini, nel 1943. La repubblica di Salò rispolverò l'economia 'sociale' del primo fascismo e l'opposizione alla monarchia. Fine meno lugubre ma egualmente fallimentare per gli illusi della Rifondazione comunista, naufragata fra Ingroia e Tsipras. Come sempre il più allegro è Berlusconi: quante volte ha ripetuto instancabile che occorre tornare alla "rivoluzione liberale" del 1994?

Non sarà quindi Dibba l'eroe dei tre mondi che riporterà l'entusiasmo fra gli adepti del "nuovo modo di fare politica". La sua rentrée, si parva licet, somiglia a quella di Napoleone dopo l'isola d'Elba: servirà solo a spedirlo in un'isola assai più lontana.

Nel 1969 i Beatles decisero di aggrapparsi alle loro radici rock per sfuggire alla crisi. Dopo pochi mesi si separarono, come capita a tutte le coppie in disfacimento che sventatamente organizzano "nuovi inizi" con la stessa meta del viaggio di nozze. 

La Yoko Ono grillina probabilmente sarà Paola Taverna: prima pasionaria gemella di Di Battista, poi vicepresidente ripulita del Senato, ora di nuovo aggressiva. Ma Grillo vieta perfino a lei e a Fico di continuare la carriera politica, superati i due mandati. Mentre Dibba può spenderne ancora uno. Peccato che le sue urla ora sappiano di minestra riscaldata, come i ritorni disastrosi di Shevchenko e Kakà al Milan, o quello di Lippi in Nazionale nel 2010 in Sudafrica. 

Perché Aznavour ce lo ha insegnato: "Devi sapere lasciar la tavola quando all'amor non servi più".

 

Friday, July 22, 2022

Un milione di alberi e pensioni a mille euro. Il ritorno di Cavalier Promessa

Berlusconi riparte con le solite millanterie da campagna elettorale. Piccolo campionario degli impegni strombazzati dal Cav, ricordando lo strabiliante "più dentiere per tutti" del 2014

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 22 Luglio 2022

"I nostri parlamentari andranno a casa dopo due legislature. Dimezzeranno i loro emolumenti. Sarà ridotto della metà anche il loro numero. Non cambieranno partito. Totale trasparenza sui loro redditi e attività. Abolizione finanziamento pubblico ai partiti". 

Chi lo promise, alle elezioni 2013? Grillo? Anche. Ma in realtà questo era il Patto del parlamentare che Berlusconi fece firmare a ogni suo candidato. Silvio faceva il grillino perché aveva fiutato l'andazzo che premiò il Movimento 5 Stelle col 25%, e cinque anni dopo col 32%. Cosicché anche questo sorprendente programma antipolitico rimarrà scolpito nel mirabolante e sterminato elenco delle sue promesse elettorali.

Ora ci risiamo. Al suo quattordicesimo voto nazionale (otto politiche, sei europee) Berlusconi non ha perso l'entusiasmo del 1994, quando al debutto con Forza Italia lanciò un programma di ben 45 punti per la "rivoluzione liberale". I due più memorabili: "Un milione di posti di lavoro, tasse ridotte da 200 a dieci e non oltre il 33%"

Reindossati i panni di Babbo Natale, eccolo annunciare per l'ennesima volta "otto punti fondamentali per far ripartire l'Italia e per alleviare le difficoltà e le sofferenze degli italiani".

Tutti noi stramazzeremmo di noia non solo ad ascoltare, ma anche a pronunciare litanie simili. Lui no, e ci infligge: un milione di alberi all'anno da piantare e le pensioni alzate a 1000 euro al mese. "Meno tasse, meno burocrazia, meno processi, più sicurezza, provvedimenti per i giovani, per gli anziani, per l'ambiente". "È un programma", aggiunge imperterrito, "che si basa sulla nostra tradizionale lotta alle tre oppressioni: quella fiscale, la burocratica e la giudiziaria".

"Il mio cuore gronda sangue", disse nel 2011 quando dovette aumentare le tasse. Ma due anni dopo, cacciato dal governo Monti, tornò alla carica: "Rimborseremo l'Imu 2012". Non sapremo mai se lo avrebbe fatto, perché premier divenne Enrico Letta.

Nel 1999 si impegnò: "Due sole aliquote Irpef". L'apice lo raggiunse nel 2001, quando da Vespa firmò solennemente in tv il famoso Contratto con gli italiani. Scusate se lo riproponiamo, ma dopo 21 anni suona ancora leggendario:

"Tra Silvio Berlusconi nato a Milano il 29 settembre 1936 e i cittadini italiani si conviene e si stipula quanto segue:

Silvio Berlusconi, nel caso di vittoria elettorale della Casa delle Libertà, si impegna, in qualità di presidente del Consiglio, a realizzare nei cinque anni i seguenti obiettivi:

1. Abbattimento della pressione fiscale:

con l'esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui;

con la riduzione al 23% per i redditi fino a 200 milioni di lire annui;

con la riduzione al 33% per i redditi sopra i 200 milioni di lire annui;

con l'abolizione della tassa di successione e della tassa sulle donazioni.

2. Attuazione del "Piano per la difesa dei cittadini e la prevenzione dei crimini" che prevede tra l'altro l'introduzione dell'istituto del "poliziotto o carabiniere o vigile di quartiere" nelle città, con un risultato di una forte riduzione del numero dei reati rispetto agli attuali 3 milioni.

3. Innalzamento delle pensioni minime ad almeno 1 milione di lire al mese.

4. Dimezzamento dell'attuale tasso di disoccupazione con la creazione di almeno 1 milione e mezzo di posti di lavoro.

5. Apertura dei cantieri per almeno il 40% degli investimenti previsti dal "Piano decennale per le Grandi Opere" considerate di emergenza e comprendente strade, autostrade, metropolitane, ferrovie, reti idriche, e opere idro-geologiche per la difesa dalle alluvioni.

Nel caso che al termine di questi 5 anni di governo almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero stati raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche. In fede"

Non entreremo certo nel dibattito sulle promesse realizzate o non mantenute. Ci sarà sempre un'università di Siena che sosterrà un 80% di obiettivi centrati, e contemporaneamente un 80% di elettori che non ci crederà, e quindi non rivoterà Berlusconi. Il quale, per la cronaca, nel 2006 fu sconfitto da Prodi.

Ma dopo quella volta di memorabile è  rimasta solo la promessa di "dentiere per tutti gli over 60", lanciata nel 2014. Ormai la stagione dell'assistente dentale Minetti era tramontata, eppure molti anziani ne rimasero attratti. Altri obiettarono: "Ormai ci sono gli impianti fissi, perché aspettare il disastro finale senza denti, interveniamo prima".

Cosa ci riserverà questa volta la generosa cornucopia berlusconiana? Perché, ammettiamolo, anche se non crediamo più in Babbo Natale e neanche alla Befana, è bello poter sognare. I film di Albanese/Cetto La Qualunque ci hanno resi cinici e impermeabili a qualsiasi promessa di politico. Ma non fino al punto di continuare a incuriosirci: "Cosa s'inventerà questa volta il Berlusca?" Lo ha detto anche il suo migliore amico, Confalonieri: "Silvio dice un sacco di balle, ma poi s'impegna per realizzarle".

E comunque Berlusconi potrà sempre scusarsi: "Tremonti non ha voluto. Gli alleati me lo hanno impedito". Almeno ci ha provato. Non come quel tetro Padoa Schioppa che godeva a (farci) pagare le tasse.

Mauro Suttora 

Saturday, July 16, 2022

CAOS M5S/ “Grillini divisi tra appoggio a Draghi e governo Casellati o Franco”

intervista a Mauro Suttora

www.ilsussidiario.net, 16 luglio 2022 

“La crisi di governo? Gli M5s sono capaci di tutto, anche di una inversione a U. E Conte ha dimostrato di saper tenere testa a Draghi” 

La crisi di governo si complica e il comunicato congiunto di FI e Lega che chiudono ad una continuazione dell’esperienza di governo con M5s, accusato di irresponsabilità, rende obiettivamente più difficile una soluzione. “Draghi non è disponibile a formare un nuovo governo ed è determinato a dimettersi” ha riferito in esclusiva Bloomberg nella notte.

I Cinquestelle, che hanno rinviato a oggi il loro consiglio nazionale, sono nel frattempo alle prese con il dilemma se ritirare la delegazione al governo o rimanere nell’esecutivo. Due opzioni che dividono intransigenti e governativi.

“Conte vuole solo mostrare ai suoi elettori che non piega la testa di fronte a Draghi”, spiega Mauro Suttora, giornalista e scrittore, opinionista sull’HuffPost. “In questo senso ha già ottenuto il suo scopo, ha drammatizzato al massimo”. Proprio per questo la crisi potrebbe ancora risolversi con la permanenza di Draghi al governo, secondo Suttora, “magari con un’ulteriore fuoriuscita di loro parlamentari verso Di Maio, o verso il gruppo misto su posizioni estremiste dibattistiane”. 

Questa crisi rientra o no?

Nessuno può saperlo. Secondo me non lo sanno neanche i tre protagonisti principali: Draghi, Mattarella, Conte.

Da che cosa dipende di più la possibilità che un Draghi bis si realizzi?

Prima del bis, perché escludere che Draghi vada avanti con questo governo? I grillini ci hanno abituato a tante inversioni a U. Una più, una meno. Magari con un’ulteriore fuoriuscita di loro parlamentari verso Di Maio, o verso il gruppo misto su posizioni estremiste dibattistiane.

Ma qual era il piano di Conte? Non certo quello di andare al voto; piuttosto una scommessa sulla prosecuzione del governo senza M5s, in modo da affiancarsi alla Meloni e risalire nei sondaggi stando all’opposizione? 

Conte vuole solo mostrare ai suoi elettori che non piega la testa di fronte a Draghi. In questo senso ha già ottenuto il suo scopo, ha drammatizzato al massimo. Ora potrebbe anche smettere di fare ammuina, e chetarsi per “spirito di responsabilità”.

Adesso c’è il dilemma dei ministri. Che cosa faranno Patuanelli, d’Incà e Dadone?

Ci sono anche i sottosegretari e i presidenti di commissione. Nessuno vuole rinunciare alla poltrona. Per questo qualsiasi grillino ricopra una qualsiasi carica è governista, e vuole continuare col governo Draghi.

Si parla di un voto online, di far decidere agli iscritti se votare la fiducia a Draghi oppure no. È la strada giusta? Non mi pare ci sia il tempo, prima di mercoledì mattina. I Casaleggio lo avrebbero già fatto.

Attualmente chi è per la linea dura?

La vicepresidente del Senato Paola Taverna è scatenata, anche perché non le costa nulla: la sua è una carica istituzionale, non la perderebbe. Come Fico. Anche Toninelli vuole lasciare il governo Draghi, dopo aver perso la poltrona di ministro. E Virginia Raggi, che però non conta nulla.

Se M5s ritira i ministri, la porta per un Draghi bis sarà praticamente chiusa. A quel punto?

Un governo istituzionale guidato dalla presidente del Senato Casellati o di emergenza tecnica con premier Daniele Franco, ministro dell’Economia. Ma si dovrebbe votare a ottobre. E Mattarella invece la vuole tirare per le lunghe. 

M5s ha difeso alcuni suoi provvedimenti. La loro scelta non è anche una risposta all’offensiva e al logoramento governativo, vedi partito di Di Maio?

Certo. Se sono contro i termovalorizzatori e le armi all’Ucraina, e invece difendono le truffe del superbonus e del reddito di cittadinanza, sono coerenti e fanno bene a rompere.

Prevedi altre uscite in direzione centro?

È uscito un sondaggio con il M5s di Conte al 12% e Di Maio al 2%. Per questo i grillini si sono ringalluzziti: extra ecclesia nulla salus. Chi lascia il Movimento è morto, com’è già capitato a Pizzarotti, Paragone e a tutti gli espulsi.

Federico Ferraù

Thursday, July 14, 2022

Eugenio Scalfari radicale, 1960: quando nacque la cordiale inimicizia con Bettino Craxi

Quando fu consigliere comunale a Milano, prese quasi quattro volte le preferenze del futuro leader socialista, con cui avrebbe combattuto battaglie politiche

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 14 Luglio 2022 

Una delle pagine meno conosciute, fra le mille della vita di Eugenio Scalfari, è quella di consigliere comunale a Milano. Fu eletto due giorni prima di John Kennedy a presidente Usa, il 6 novembre 1960, in una lista comune fra il partito socialista e quello radicale, di cui il 36enne Scalfari era vicesegretario. 

Un trionfo, perché nonostante la loro scarsa consistenza (alle elezioni precedenti avevano raccolto appena l'1%) i radicali elessero ben quattro consiglieri. E Scalfari svettò con 3.678 preferenze personali, superato solo da big Psi come l'ex ministro Ezio Vigorelli e il futuro sindaco Aldo Aniasi. Viceversa, un certo 26enne di nome Bettino Craxi, allora segretario di sezione a Sesto San Giovanni, ottenne soltanto 979 preferenze, e ce la fece per il rotto della cuffia: terzultimo dei 19 eletti Psi. Fu lì che cominciò la cordiale inimicizia Scalfari/Craxi, culminata negli anni '80 con la predilezione per Ciriaco De Mita e il Pci da parte del gruppo Espresso-Repubblica, contro il premier Craxi e poi il Caf.

Scalfari nel 1960 godette ovviamente dell'appoggio del suo settimanale Espresso, fondato cinque anni prima con il direttore Arrigo Benedetti e l'editore Carlo CaraccIolo. È impressionante l'elenco di firme che appoggiarono le liste radicalsocialiste alle comunali italiane: Moravia, Sciascia, Elsa Morante, Flaiano, Pannunzio, Franco Fortini, Mastroianni, Gassman, Vittorio Caprioli, Mario Soldati, Camilla Cederna, Guido Calogero, Bruno Zevi. 

Il gotha degli intellettuali e artisti del progressismo non comunista tifava Psi-Pr in vista dell'apertura al centrosinistra, l'equivalente della Nuova frontiera kennediana in America. A Milano con i radicali fu eletto anche Elio Vittorini, a Roma Arnoldo Foà e Antonio Cederna. 

Scalfari rimase in consiglio comunale a Milano fino al 1963, quando si dimise per le incombenze di direttore dell'Espresso. E lasciò la vicesegretaria radicale un anno prima, perché il segretario Piccardi fu accusato di aver partecipato a un convegno sulla razza durante il fascismo. A loro subentrarono Marco Pannella e i suoi 'nuovi radicali': Spadaccia, Teodori, Mellini, Bandinelli. 

Scalfari fu di nuovo eletto nel Psi, questa volta come deputato, nel 1968. Sfuggì cosi, grazie all'immunità parlamentare, alla condanna al carcere per la sua famosa inchiesta (firmata con Lino Jannuzzi) sul tentato golpe del 1964 con il coinvolgimento del Sifar. 

Ma anche nei suoi quattro anni alla Camera Scalfari dovette subire la sorda ostilità di Craxi, diventato pure lui deputato socialista nel collegio di Milano. Così rimase un peone, non gli fu offerto neanche un sottosegretariato, una presidenza di commissione. E nel 1972 abbandonò disgustato la politica attiva. Non senza aver riscoperto, l'anno precedente, gli antichi ardori anticlericali: affiancò Pannella nella richiesta di un referendum contro il Concordato, per contrastare la campagna cattolica contro il divorzio. 

Poi, nel 1975, schierò il suo Espresso nella raccolta di firme radicale per la depenalizzazione dell'aborto. Dopodiché, anche con Pannella come con Craxi subentrò una definitiva antipatia: tre liberalsocialisti con personalità troppo forti e caratteri troppo diversi.

Mauro Suttora

 

Monday, July 11, 2022

Alleluja, ora tutti vogliono il Ponte sullo Stretto. E quindi non si farà

Il Pd e financo i 5 Stelle siciliani hanno cambiato idea sull'opera che è in ballo da mezzo secolo, ma che nessun governo è stato capace di costruire. Ci scommettiamo: anche stavolta nisba

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 11 Luglio 2022  

'Il Ponte sulla Drina' di Ivo Andric racconta vicende che si dipanano per quattro secoli. Quello sul fiume Kwai ha di esacerbante soltanto la durata del film, quasi tre ore, il che non gli impedì di vincere sette Oscar. Il ponte di Messina è in ballo da oltre mezzo secolo, ma ieri è arrivato un colpo di scena: la candidata grillina alla regione Sicilia, Barbara Floridia, ha detto sì. E poiché anche quella del Pd ha detto forse, e tutto il centrodestra è da sempre favorevole alla costruzione, l'unico contrario è rimasto Claudio Fava dell'estrema sinistra.

Quindi il ponte sullo Stretto si farà, visto il consenso politico al 90 per cento? Ma figurarsi. Non sarà certo il voto regionale di ottobre a deciderne la sorte. Perché da quelle parti la storia si misura non in secoli, ma in millenni. Scilla e Cariddi se la ridono, osservando gli inani conati di noi piccoli umani: negli ultimi decenni abbiamo buttato centinaia di milioni in progetti, società apposite, consigli d'amministrazione e consulenze. Unico risultato: il nulla. Soldi inghiottiti nel cratere dell'Etna, scomparsi nei boschi dell'Aspromonte.

Ricordo una fastosa e festosa spedizione all'hotel Plaza di New York vent'anni fa: una nutrita delegazione di qualche ente parastatale venne in gita in America con la scusa di presentare il progetto definitivo ai giornalisti Usa e a noi corrispondenti italiani: "Fra pochi mesi parte il project financing". Scommisi sorridendo con il capufficio stampa dell'ente che, nonostante il suo ottimismo da governo berlusconiano, ci saremmo rivisti vent'anni dopo senza Ponte. Ero diventato scettico e saggio come un siciliano. Adesso ho vinto, ma ho perso perfino la voglia di riscuotere. Mi hanno preso per stanchezza, se non sanno come buttare i miliardi del Pnrr possono riprovarci.

Tutti noi siamo stati pro e contro il Ponte, in questi decenni. Abbiamo anche cambiato idea, quindi non daremo addosso alla povera grillina che ha effettuato l'ultima inversione a U dopo Tav, Tap, Triv, Pd, Nato, Draghi, euro, la suocera.


Quand'ero piccolo rimanevo affascinato dai disegni colorati del Ponte su Epoca e la Domenica del Corriere. Negli anni 70 arrivarono i dubbi: zona sismica, zona mafiosa, correnti troppo forti, i costi, i disoccupati dei traghetti Caronte, attentati terroristici, il panorama rovinato. Confesso che mi impressionò in particolare l'avvertimento di un ingegnere: troppi cadaveri cementati nei piloni ne minerebbero la stabilità.  Ciononostante, ogni premier con un minimo di manie di grandezza (cioè tutti tranne Monti) ha sempre detto sì al Ponte, da Craxi a Renzi.

Nel 2000, il colpo gobbo: inaugurano il ponte Danimarca-Svezia. Costruito in cinque anni, lungo il doppio del nostro e costato la metà: due miliardi e mezzo. Con i soldi dei pedaggi, 45 euro, finirà di pagarsi nel 2030. Una spinta irresistibile per il Ponte sullo Stretto? Macché. I soliti ragionierucoli avvertono che i siciliani sono solo cinque milioni, un quarto dei norvegesi e svedesi serviti dal loro ponte. Troppo pochi. Quindi hai voglia a ripagarsi, anche calcolando i turisti.

Il vero problema è che dobbiamo smettere di calcolare. L'unico modo di costruire il Ponte di Messina è riservare ai contrari la stessa fine che i turchi infliggevano ai serbi che si opponevano a quello sulla Drina nel '500: l'impalamento. E i grillini che non approveranno l'ennesima giravolta dei loro capi saranno condannati ad attraversare lo Stretto come Grillo dieci anni fa: nuotando. Ah, come dicono oggi, bisogna anche cambiare la narrazione. Ribrandizzare. Quindi eliminare la parola Stretto: misera, negativa. Meglio Ponte dell'Infinito.

Mauro Suttora

 

Sunday, July 10, 2022

Ci mancava il forzista friulano che vuole essere risarcito da Biden per l'Ucraina

Il presidente del consiglio regionale del Friuli, Mauro Zanin

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 10 Luglio 2022 


Neanche al più scatenato dei putinisti era finora venuto in mente di chieder soldi agli Stati Uniti (invece che a Putin) come 'ristoro' per la guerra in Ucraina.


C'è riuscito oggi Piero Mauro Zanin, presidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia: "La guerra affonda l'Italia, gli Usa paghino i costi", propone sul Messaggero Veneto.
"Il pensiero unico imposto dalla Nato a forte trazione americana ci ha fatti schierare a supporto di un incondizionato, frettoloso, scomposto e ingenuo appoggio all'Ucraina", denuncia Zanin, "in un conflitto che si è voluto semplificare come quello dei buoni contro i cattivi".

Linea dura che non possiamo permetterci: "Mostriamo muscoli che la palestra del benessere ha afflosciato, se non azzerato". Saremmo dei mollaccioni, insomma: "Invece di ricercare pace e dialogo finanziamo armanenti e rifiutiamo confronti con la Russia, adducendo scuse di ogni tipo". La colpa, per Zanin, è tutta della "politica espansionistica e imperialista degli Usa, che potrebbe farci affondare. Invece di offrire briciole per la ricostruzione dell'Ucraina, gli americani dovrebbero ristorare l'Europa in cambio dei nostri sacrifici". 

Parole a metà  fra centri sociali e bottegai piccolo borghesi in cerca di risarcimento. Peccato che i talk show siano in pausa estiva, altrimenti Zanin, già sindaco di Talmassons (Udine), avrebbe una ribalta assicurata. Tanto più che non è un estremista grillino o leghista, ma un dirigente di Forza Italia. Povero Berlusconi.

 

Thursday, July 07, 2022

Crisi a Pornminster: la fantastica attitudine inglese al pruriginoso più goffo

Boris Johnson cade per questioni di avances e pizzicotti. Da Sarah Ferguson, al principe Andrea, fino ai frustini di Max Mosley. Storia della scoperta stupefatta del sesso trasgressivo

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 7 Luglio 2022


Soltanto in Inghilterra. Solo gli inglesi possono far fuori un premier per questioni pruriginose, goffe e imbarazzanti come i palpeggiamenti e le avances di un vicecapogruppo conservatore a suoi portaborse (maschi), e perfino a colleghi parlamentari più giovani. Cosa aspettarsi, d'altronde, da un tizio che si chiama Chris Pincher, e che quindi si limita a fare onore al proprio cognome, "dispensatore di pizzicotti"? 

I tabloid ringraziano, tutti i particolari vengono spiattellati in cronaca, le tirature esplodono. Nel prestigioso Carlton club di Piccadilly il disgraziato una settimana fa si è fatto espellere completamente ubriaco, dopo averci provato con due tipi durante una festa per Cipro. Rispedito a casa in taxi, nulla di illegale perché tutti maggiorenni. 

Ma era stato proprio Boris Johnson a nominarlo 'vicefrusta' (altre ironie, i capigruppo si chiamano whip), recuperandolo dopo anni di oblio causati proprio dal suo vizietto. Così dal sifone del passato riemergono episodi di vent'anni fa, il canottiere muscoloso che doveva massaggiare Pincher in cambio di promesse di carriera nel partito, un vicesindaco, e poi altri "metoo" a volontà.

Noi guardoni d'Oltremanica ci divertiamo, eravamo rimasti all'alluce della principessa Sarah Ferguson succhiato smodatamente da uno spasimante, mentre più inquietanti appaiono le imprese recenti del suo ex marito, quel vecchio porco che si è rivelato con l'età il principe Andrea. E ricorderete il vecchio Max Mosley, re della Formula 1, col sedere al vento e una signorina che glielo frusta.

Il problema non sono gli "sporcellamenti" (cit. Abatantuono) in sé, ma l'uso politico che ne risulta. Westminster diventa Pornminster perché il premier Johnson non ha l'accortezza di organizzare festicciole eleganti nelle sue case private, ma usa l'alloggio ufficiale di servizio a 10 Downing Street, e per di più in periodo di lockdown.

"Boris è un bugiardo seriale, deve andarsene", ha sentenziato il Times, quotidiano conservatore. Non perché abbia tradito la sua stupenda e arrivista terza moglie, ma perché ha mentito per coprire porcherie altrui. Non tangenti, furti, errori politici: solo sesso, il famoso sesso inglese un po' tristanzuolo come le lenzuola dello scandalo Profumo.

Egualmente a Clinton crocefisso non per la fantozziana avventura sotto la scrivania, ma per lo spergiuro successivo.

Insomma, può darsi che il Times abbia ragione. Che sia giusto silurare Johnson in tempo di guerra, perché inaffidabile. Ma trovate ragioni serie, economiche, politiche. Non colpi sotto la cintura per svelare imprese sotto la cintura. Dateci un'uscita di cena alla re Lear, al limite alla Falstaff. Qualcosa di grandioso, non pettegolezzi di seconda mano trattando l'esuberante Boris come se fosse un misero "dirty old man" (cit. Lennon, Abbey Road).

Mauro Suttora

Le armi nucleari sono vietate (anche se non se n'è accorto nessuno)

Da ben cinque anni, ma i paesi che hanno la bomba Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India e Pakistan quel trattato non lo hanno firmato. Bisognerà, dopo l'Ucraina, riprendere la strada della non proliferazione

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 7 Luglio 2022 


Cinque anni fa, il 7 luglio 2017, l'Onu ha vietato le armi atomiche. Non se n'è accorto nessuno, perché il trattato che le mette al bando è stato firmato finora da un'ottantina di Paesi. E fra questi naturalmente non ci sono quelli che le bombe nucleari le hanno: Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India e Pakistan. 


Non aderiscono al Tpnw (Treaty for the Prohibition of Nuclear Weapons) neanche i Paesi Nato, la cui dottrina è la deterrenza atomica: le useremo soltanto in risposta a chi le lanciasse contro di noi. E men che meno l'Italia, uno dei cinque Paesi europei che ospita testate atomiche Usa sul proprio territorio (oltre a Germania, Olanda, Belgio e Turchia). Come Berlinguer nel 1976, ci sentiamo più sicuri così. 

Il bando alle armi atomiche era da più di mezzo secolo il sogno dei movimenti pacifisti di tutto il mondo. Il fatto che nel 2017 per la prima volta abbia ricevuto l'imprimatur dall'Onu è stato quindi una loro grande vittoria. Non per nulla nello stesso anno il premio Nobel per la pace è stato assegnato all'Ican (Campagna internazionale per l'abolizione delle armi nucleari), cui aderiscono centinaia di associazioni: per l'Italia una quarantina, dalla Rete pace e disarmo di Mao Valpiana alla Lega Ambiente, da Pax Christi ai Disarmisti esigenti di Alfonso Navarra.


Per il quinto anniversario del trattato l'Ican ha fatto il punto della situazione in un incontro a Vienna. Ironia della sorte: la Campagna è guidata da un'avvocatessa svedese, Beatrice Fihn. E proprio in questi giorni il suo Paese, storicamente pacifista, sta entrando nella Nato.

La guerra di Putin all'Ucraina ha allo stesso tempo indebolito e rafforzato le ragioni degli antinucleari. Da una parte l'aggressione ha drammaticamente riportato il mondo indietro di 80 anni: fu Hitler, infatti, l'ultimo a invadere un Paese in Europa. La guerra è tornata possibile, e i pacifisti sono rimasti spiazzati. 

D'altra parte, però, proprio il rischio che un conflitto possa degenerare in guerra atomica dimostra quanto sia prezioso arrivare prima o poi a un disarmo: almeno atomico, almeno parziale. Certo, poco importa che uno Stato possa contare su un centinaio di testate atomiche (come Francia e Regno Unito) o un migliaio (come Russia e Usa). Per schiacciare il bottone nucleare basta un solo autocrate aggressivo, e Putin ha dimostrato che il pericolo esiste.


Sarebbe sbagliato, quindi, relegare la campagna dell'Ican fra le utopie ireniste. Bisognerà, dopo l'Ucraina, riprendere la strada faticosa dei trattati di non proliferazione, di riduzione e di proibizione delle armi nucleari. Qualsiasi de-escalation, ovviamente reciproca e bilanciata, sarà preziosa.

 

Sunday, July 03, 2022

Da Hitler a Putin: due corridoi per la stessa città

I lituani, 80 anni dopo i polacchi, giocano col fuoco: bloccano il Corridoio di Suwalki che collega la russa Kaliningrad alla Russia, così come Varsavia bloccava il Corridoio di Danzica che collegava la tedesca Königsberg alla Germania. Speriamo che l'esito non sia simile

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 3 Luglio 2022

Il 24 ottobre 1938, tre settimane dopo gli accordi di Monaco (una delle pagine più vergognose nella storia della viltà e stupidità mondiale), il ministro degli Esteri nazista Von Ribbentrop invita a pranzo l'ambasciatore polacco Lipsky al Grand Hotel di Berchtesgaden. 

Verso la fine del pasto gli presenta un piano per la cessione alla Germania della Città libera di Danzica (inventata nel 1919, come quella di Fiume) e la costruzione di un'autostrada e di una ferrovia per collegare il Terzo Reich alla Prussia Orientale, attraverso il corridoio che univa la Polonia al suo unico porto, Gdynia. 

In cambio, Hitler avrebbe prolungato di 25 anni il patto decennale di non aggressione Berlino-Varsavia, in scadenza nel 1944. Una fregatura, in pratica: Danzica in cambio del nulla.

Esattamente come gli accordi di Minsk che negli anni scorsi Putin avrebbe voluto fare ingoiare all'Ucraina: l'annessione delle due repubbliche fantoccio filorusse del Donbass in cambio di vaghe e vacue promesse sul futuro. Col senno di poi, è agghiacciante ma istruttivo ricordare come si dipanarono i rapporti Germania-Polonia in quegli ultimi mesi di pace. 

Il 5 gennaio 1939 è la volta del ministro degli Esteri polacco Beck recarsi a Berchtesgaden, accompagnato dalla moglie. Prendono un tè con Hitler in persona, l'atmosfera è cordiale, partecipa anche la signora Göring. 

Beck ribadisce al dittatore nazista la riluttanza di Varsavia all'annessione di Danzica, e Hitler non insiste più di tanto. Promette che non avrebbe creato alcun "fatto compiuto" per regolare la questione (tradotto: non l'avrebbe invasa), e anzi aggiunge quest'incredibile frase: "La Germania avrà sempre tutto l'interesse a conservare una Polonia fortemente nazionalista, sia che la Russia abbia un regime bolscevico o zarista". 

Il lupo che solo otto mesi dopo si sarebbe spartito con Stalin l'agnello polacco spiega addirittura a Beck quanto tenga alla Polonia come cuscinetto di protezione contro il comunismo russo: "L'esistenza di un esercito polacco potente rappresenta per la Germania un considerevole sollievo. Le divisioni che la Polonia tiene sulla frontiera russa ci risparmiamo un onere militare corrispondente" (dobbiamo il virgolettato a Paul Schmidt, interprete tedesco dell'incontro).

Il 30 gennaio 1939 Hitler loda il "gran maresciallo polacco, il soldato patriota Pilsudski", e ribadisce: "Sarebbe difficile trovare una divergenza d'opinioni fra i veri amici della pace. L'amicizia polacco-tedesca si è dimostrata un fattore di distensione nella vita politica europea". 

Un amicone. Sappiamo tutti come andò a finire: il 15 marzo i nazisti invadono la Cecoslovacchia, violando gli accordi di Monaco firmati appena cinque mesi prima. Gli esterrefatti polacchi corrono ai ripari siglando un patto di mutua assistenza con Gran Bretagna e Francia, le quali si obbligano a difenderla in caso di aggressione.

Ma questo non impedisce loro di accettare un regalo avvelenato da Hitler: due piccoli distretti carboniferi al confine boemo. La Polonia diventa così complice di Germania e Ungheria nella spartizione della Cecoslovacchia. Ma non cede sul Corridoio di Danzica.

Anche qui, occorre precisare che la città anseatica era tedesca al 90%, e quindi i pacifisti occidentali furono facilmente abbindolati da Hitler: non si poteva certo "morire per Danzica". Ci volle Pearl Harbor nel dicembre 1941 per convincere del contrario i più stolidi fra loro, gli statunitensi.

Oggi, coincidenza della storia, un altro Corridoio diventa casus belli: quello di Suwalki, che collega la putiniana Bielorussia all'exclave russa di Kaliningrad. Stiamo sempre parlando dell'ex Prussia orientale, poche decine di chilometri a est di Danzica. Kaliningrad era la culla teutonica della Germania, una specie di Piemonte tedesco con gli Hohenzollern al posto dei Savoia. Si chiamava Königsberg e fu capitale prussiana fino al trasferimento a Berlino nel 1702.

Per uno scherzo del destino vi nacque il massimo filosofo della pace perpetua, Kant, e vi crebbe la massima studiosa dei totalitarismi del '900, Hannah Arendt. La Prussia orientale cessò di esistere nel 1945, spartita fra la Polonia comunista e l'Urss. La pulizia etnica contro i tedeschi fu totale. E oggi Kaliningrad è l'unica città ex sovietica ad aver mantenuto il nuovo nome in onore di un capo stalinista, Kalinin.

I lituani, 80 anni dopo i polacchi, ora giocano col fuoco: bloccano il Corridoio che collega la russa Kaliningrad alla Russia, così come Varsavia bloccava il Corridoio di Danzica che collegava la tedesca Königsberg alla Germania. Speriamo che l'esito non sia simile.

Mauro Suttora 


Friday, July 01, 2022

Da Fedez a Elisa Esposito, senza il nozionismo è tornata l'ignoranza

Cosa si insegna nelle scuole se amabilmente una tiktoker può confessare di non conoscere l'autore di "Nel mezzo del cammin di nostra vita?

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 1 Luglio 2022


"Beppe insieme a Gianroberto ci hanno regalato un sogno", ha scritto l'altroieri la vicepresidente grillina del Senato, Paola Taverna. Nulla di grave, anche se la concordanza fra soggetto e verbo sta nel programma di terza elementare. Avevamo concesso la licenza poetica al Jovanotti di "non c'è niente che ho bisogno", quindi possiamo regalare anche una licenza politica alla dolce creatura di Grillo e Casaleggio.


Il problema, però, sono le esondazioni. Perché ormai gli strafalcioni tracimano e ci travolgono, basta accendere la tv e sbirciare i social per essere divertiti o disgustati dall'ignoranza che aumenta quanto l'acqua in Valtellina nel 1987. 

"Nel mezzo del cammin di nostra vita? Non so chi lo ha scritto", ha confessato la influencer Elisa Esposito, nonostante abbia conquistato 830mila follower su Tiktok fregiandosi del titolo di 'Prof del corsivo'. La sventurata è poi precipitata nel girone degli impuniti difendendosi così: "State facendo un dramma sulla Divina Commedia, quando il 90 per cento degli italiani non sa manco fare due per due. Mollatemi, insegno il corsivo, non letteratura". 

Dante Alighieri non è mai stato fortunato in tv. Una ventina d'anni fa fu confuso per assonanza con Santi Licheri, giudice di Forum, da un concorrente della prima edizione del Grande Fratello, Salvo il pizzaiolo. Al quale poi Rocco Casalino impartì lezioni di letteratura. 

Oggi è doloroso il rapporto di rapper e influencer con la cultura, Fedez non sa chi è Strehler e sua moglie ci ammorberà con ulteriori predicozzi a Sanremo dopo quelli di Rula Jebreal et similia.
Io guardo apposta i preserali su Rai1, l'Eredità e ora Reazione a catena, per mettermi di buonumore prima di cena. Gli sfondoni sono assicurati, perché ai concorrenti tocca passare dall'orale allo scritto, dall'orecchiato alla carta che canta. Così l'accozzaglia diventa "la cozzaglia", l'impero romano dura fino al 1400, Einstein e Rubinstein risultano intercambiabili.


Sui social, poi, è l'apoteosi: un putiniano l'altro giorno ha assicurato che la Russia non vuole invadere anche la "Bessarabia Saudita".
Poiché le castronerie aumentano col diminuire dell'età degli autori, la questione è: cosa sta succedendo nelle nostre scuole?
Non è che noi boomers siamo solo barbogi brontoloni, che dimenticano i variegati analfabetismi delle generazioni passate?

"A me m'ha rovinato 'a guera", gemevano Petrolini e Sordi. Questi invece incolpano il virus che li ha costretti in casa per due anni. Come se nelle case non ci fossero libri, giornali o anche solo wikipedia con cui colmare le proprie lacune.

La verità, invece, è che dappertutto (elementari, medie, università) ha vinto la sociologia. E ha perso il nozionismo. Non si insegnano più quelle mille date, nomi e fatti che distinguono l'uomo dalla scimmia, perché sono appigli minimi ai quali aggrapparsi senza dover vagare di liana in liana, privi di punti di riferimento. 

Noi sapevamo a memoria tutte le cento province d'Italia, oggi c'è il navigatore. Per ricordarsi le capitali del mondo basta Google. Nelle aule è tutto un trionfo di "percorsi formativi" all'interno di "progetti educativi", "nella misura in cui si porta avanti un discorso dentro a un quadro organico".


Perfino i testi delle canzonette sono rovinate da sociologismi astratti al posto dei fatti concreti che in tre minuti raccontavano una storia: "Io l'altra notte l'ho tradita", iniziava Celentano, e poi tutti curiosi di sapere come finiva.
Ora invece sono tutti psicologi ai quattro formaggi, si portano dietro le loro paure e i loro traumi. 

Idem con la storia: quelli di sinistra spiegano ogni cosa con la "crisi della borghesia" e il "trionfo del neoliberismo", a destra replicano con "cadute di valori" e "perdita d'identità". Ma indicatemi una data, caspita, una battaglia, un personaggio che ha segnato la svolta fra un prima e un dopo.


Le nostre maestre ci deliziavano con aneddoti, da Muzio Scevola ad Attilio Regolo, da Maramaldo a Garibaldi. Imparavamo così automaticamente, senza sforzo, concetti basilari come l'onore, il rispetto, la parola data, la codardia, l'infingardaggine, l'eroismo. Ci bastava ascoltare a otto anni il discorso ai plebei di Menenio Agrippa per intuire la fregatura eterna che i ricchi tirano ai poveri, senza bisogno di arrivare fino a Marx. E come fa a capire le elementari ragioni degli ucraini chi non conosce Pietro Micca?


Quindi i giovani sono incolpevoli. Quelli di loro che immagazzineranno dati, li useranno e si daranno da fare,  prevarranno. Gli altri, che i dati li snobberanno per rifugiarsi in teorie parareligiose (complottismo, grillismo, leghismo, fascismo, comunismo, sovranismo, novax, sìPutin), combineranno poco come sempre. E alla fine cercheranno di farsi mantenere dai primi col reddito di divananza.

Mauro Suttora

Friday, June 24, 2022

Pochi figli, pochi medici. L'università di Milano cerca di rimediare

di Mauro Suttora

Un nuovo regolamento facilita la vita degli studenti che fanno figli, ma sono anche determinati a continuare gli studi di medicina. L'auspicio che la ministra Messa si attivi

HuffPost, 24 Giugno 2022 


In Italia si fanno pochi figli e medici. Cosicché ci tocca importare dall'estero gli uni e gli altri. Un mese fa l'università statale di Milano ha adottato un nuovo regolamento che facilita la vita sotto entrambi gli aspetti: gli studenti che fanno figli, ma sono anche determinati a continuare gli studi di medicina.

In deroga al numero programmato, le studentesse milanesi rimaste incinte (o gli studenti futuri padri) che frequentano altre università in Italia possono rientrare a Milano, per farsi assistere dalla famiglia di origine nella cura del figlio, senza dover abbandonare o rallentare gli studi. 

La figlia di C.B., 20 anni, nascerà a settembre e si chiamerà Aurora. C.B. lo scorso ottobre è dovuta emigrare a Ferrara, perché la facoltà di medicina nella sua Milano aveva esaurito i posti a numero chiuso. Nonostante la gravidanza non prevista ha superato tutti gli esami del primo semestre e sta completando quelli del secondo. Ma quasi sicuramente non avrebbe potuto ottenere il trasferimento nella propria città di origine senza il provvedimento dell'università di Milano, perché per il secondo anno si è liberato un posto solo. 

Adesso, per essere sicura di poter beneficiare della benedetta deroga (che riguarda anche gli studenti con disabilità gravi), attende il decreto annuale che verrà emesso a giorni dal ministero dell'Università. Perché senza la convalida di Roma gli atenei non possono applicare i loro regolamenti innovativi. 

Mi permetto quindi di auspicare che la ministra Maria Cristina Messa, prima rettrice donna di un'università milanese (Bicocca, dal 2013 al 2019), agevoli l'iter del decreto che semplifica la vita a ragazze meritevoli come C.B.

Mauro Suttora


Thursday, June 23, 2022

Beppe Grillo, il perfetto élitario











Ha guidato il popolo contro le élites ma disprezza le sue creature, scompare e riappare, non si mescola a loro, li tratta come codazzo, entourage plaudente, dipendenti da convocare al suo cospetto al Forum o a Bibbona. E si fa chiamare l'Elevato, appunto

di Mauro Suttora

HuffPost, 23 giugno 2022 

"Siete dei miracolati! Non guadagnavate un cazzo prima di conoscere me!". Si misero a ridere Di Maio, Di Battista, Fico, Taverna e Ruocco quando qualche anno fa, da un palco, Beppe Grillo urlò loro in faccia la verità. Al buffone è sempre stato permesso rivelare che il re è nudo, figurarsi quando è lui stesso il re (dei grillini, e per qualche anno anche della politica italiana). 

Il geniale comico, nascondendosi dietro all'ambiguità serio/faceto, i suoi adepti li ha sempre presi in giro sanguinosamente. Ne sa qualcosa Beppe Conte, che giusto un anno fa venne accusato di "non avere visione politica, capacità manageriali e di innovazione, né esperienza di organizzazioni. Fa statuti seicenteschi".

Dopo una sentenza così definitiva fu proprio Di Maio, con Fico e Taverna, a rappattumare i rapporti fra i due Beppe. Ma quanto avesse ragione Grillo lo dimostra il disastro di questi giorni. 

Il problema è che il fondatore del Movimento 5 stelle è un vero elitario. In barba alla polemica populista contro le élites, è proprio Grillo ad avere sempre disprezzato le sue creature. Non si è mai mescolato a loro. Li ha trattati come codazzo, entourage plaudente, dipendenti da convocare al suo cospetto nel proprio hotel quando 'scende' a Roma. 'Scendevano' a Roma gli imperatori, per farsi benedire dai papi. Ma lui è sia imperatore che papa del M5s, ha comandato e benedetto per 15 anni secondo il suo capriccio. 

Le rare volte in cui si è avventurato in qualche riunione del movimento a Montecitorio ne è uscito schifato, assediato in ascensore da sudati parlamentari grillini in cerca di attenzione e dagli odiati giornalisti. 

Dal 2013 gli eletti pentastellati si dividono in tre categorie: quelli che hanno il numero di telefono di Beppe (pochi), quelli a cui risponde (pochissimi), e tutti gli altri. È questa la vera gerarchia nascosta del M5s: uno vale uno, ma in realtà quasi tutti valgono niente.

L'unico altro grande sintomo di prestigio per il dirigente grillino, oltre ai colloqui privati nell'hotel Forum di Roma, è stata la agognata 'convocazione a Bibbona'. Una delle tre ville di Grillo. Le residenze di Genova e Porto Cervo sono off limits per la politica, anche per il veto della moglie Parvin. Nel villone sulla spiaggia toscana, invece, l'Elevato ha distillato negli anni le sue personali e volubili preferenze. 

Erano felici come bambini quella dozzina di neoeletti ammessi al suo cospetto nell'estate 2013. Foto di gruppo, mancava solo Di Maio, troppo azzimato per lasciarsi andare sudato nella sabbia.

Grillo ha sempre tenuto i suoi a distanza di sicurezza.  Ho seguito da giornalista per anni i suoi comizi, gli Tsunami tour e le nuotate nello Stretto. Lì c'era ancora una possibilità di vicinanza fisica.

Poi la svolta, al comizio finale di San Giovanni nella campagna elettorale 2014. Per la prima volta appaiono barriere fisiche backstage e badge di plastica come per le star del rock, nessuno più ammesso nel retropalco. Non solo noi detestati pennivendoli, tenuti a bada da un certo addetto stampa Casalino in ascesa, ma neanche i dirigenti grillini di rango medio-basso.


Cosicché, se volevo scambiare quattro chiacchiere con Beppe (e magari trasformarle in storia di copertina per il mio settimanale, Oggi), per me era semplice: bastava andare sulla sua spiaggia del Cala di Volpe in Costa Smeralda, oppure nella zona vip del concerto degli Stones al Circo Massimo nel 2014. 

Lì i comuni mortali non entravano, e anche un giornalista americano che intervistò Grillo (lui ha l'abitudine tremendamente provinciale e snob di preferire i giornali stranieri) si meravigliò per l'appuntamento fissato al Golf del Pevero.
 "Quando questa commedia finirà, tu tornerai nel tuo bilocale della borgata Torre Maura, e Grillo nelle sue residenze milionarie", scherzai con Paola Taverna.

Anche i Casaleggio, alla faccia della democrazia diretta, hanno sempre mantenuto le distanze dal popolo 5 stelle. La fidanzata precedente del bocconiano Davide (i bocconiani non hanno mai capito nulla di politica) viveva in un castello piemontese. Una volta che il rampollo vi invitò alcuni capi grillini questi si aggirarono increduli nel parco e nei saloni. Mondi separati.  

L'unico politico italiano che abitava in una soffitta e aveva un piacere quasi fisico a stare sul marciapiede, a raccogliere firme nei tavolini per strada con i suoi, a farsi trascinare via dai poliziotti nei sit-in, a passare ore e giorni fra riunioni e congressi noiosi, era Marco Pannella. 

I radicali sono accusati di essere radicalchic. Ma certi "amici del popolo" come Grillo alla fine si sono rivelati più altezzosi di loro.

Mauro Suttora

Tuesday, June 21, 2022

Nu bambiniello e tre San Giuseppe



di Mauro Suttora 

Una commedia di quarant’anni fa (quando i Conte e i Di Maio erano altri) rinverdita oggi con la partecipazione straordinaria di Grillo e Sala

HuffPost, 21 giugno 2022 


Prima coincidenza: uno dei più grandi autori di sceneggiate napoletane si chiamava Gaetano Di Maio. Nessuna parentela, scomparso prematuramente nel 1991, divenne famoso per la serie tv Michele Settespiriti con Nino Taranto negli anni '60.

Seconda coincidenza: la commedia più celebre di Di Maio è 'Nu bambiniello e tre San Giuseppe', messa in scena infinite volte negli ultimi quarant'anni.

Terza coincidenza: fu portata in scena dalla Compagnia stabile di Conte, intesa Luisa, e di nuovo no parentele. 

E qui si innesta la quarta, incredibile coincidenza. Perché il 35enne Luigino Di Maio, senza offesa, risulta ancora un bambiniello, secondo i criteri della nostra politica. 

Ma soprattutto perché, dopo il primo San Beppe (Grillo) che lo ha miracolato lanciandolo in politica, e il secondo Giuseppe (Conte) che ha miracolato lui inventandolo premier ma ricevendone solo l'attuale ingratitudine, ora il ministro degli Esteri ha incontrato un terzo San Giuseppe che potrebbe garantirgli la sopravvivenza politica: il sindaco di Milano Beppe Sala. 

Non è un mistero, infatti, che in vista delle politiche del prossimo marzo si stia preparando una lista di centro 'draghiana' con i grillini ministeriali dimaiani, le ministre forziste Carfagna e Gelmini, il mattarelliano Cottarelli, i centristi Toti e Brugnaro. 

Sala rimarrebbe sindaco di Milano, non si candiderebbe, ma benedirebbe e garantirebbe dall'alto il tutto. Quattro coincidenze non fanno una prova, neanche per i grillini forcaioli. 

Ma certo la sceneggiata napoletana-pugliese in corso in questi giorni sta tutta in quel fortunato titolo del 1981.

Il bambiniello è diventato guaglioncello, ha affinato capacità trasformiste prodigiose quasi quanto quelle di Conte: fino al 2018 era contro la Nato, voleva "superarla", "andare oltre", accusandola proprio di essere troppo dura e provocante contro il povero Putin. 

Ora invece difende l'alleanza atlantica con lo zelo eccessivo dei neofiti, per farsi perdonare e far dimenticare quei bollori. Che però tornano inesorabili a galla, sapientemente riesumati e fatti circolare contro il convertito proprio dai maghi grillini dei social un tempo al suo servizio.

Non che il suo eterno rivale Fico sia più coerente: nega pure lui che i 5 stelle siano antiNato, dimenticando la teoria di parlamentari e sottosegretari agli Esteri grillini andati nella Crimea occupata e a Mosca per baciare la pantofola a Putin tanto quanto i leghisti.

Ma tant'è. A proposito di santificazioni, ora è il Pd a venerare Di Maio nella sua nuova versione di falco filoUsa, così come due anni fa aveva portato sull'altare Conte, premier e supposto leader del centrosinistra. 

Cosicché, sempre per restare nella Napoli popolare, sembra che non solo a Di Maio ci si possa riferire pronunciando l'irriferibile sfottò "a pucchiacca in mano a' criature", l'organo sessuale femminile di cui i piccirilli non sanno proprio che fare. 

Perché sono in tanti a maneggiare cose più grandi di loro, nella politica italiana. Quella dell'ottava potenza economica mondiale ridotta ad applaudire o fischiare sceneggiate apulo-partenopee.

Mauro Suttora

 

Armi all'Ucraina/ “Il governo non rischia, tra Conte e Di Maio è rissa per il centro”

"Conte non ha mai pensato al voto anticipato, e Di Maio è l’ultimo che può rimproverare gli altri di essere filorussi. Oggi il governo non rischia nulla" 

www.ilsussidiario.net, 21 giugno 2022 

intervista a Mauro Suttora

Palazzo Chigi sta limando fino all’ultimo il testo della risoluzione sull’Ucraina che sarà votata oggi in Senato. Un tornante delicato per il governo, che ha visto dividersi i 5 Stelle tra il presidente Giuseppe Conte, restio a ulteriori invii di armi a Kiev, e Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, che ha accusato i parlamentari contiani di mettere a repentaglio la collocazione atlantista dell’Italia e del governo. 

Nelle stanze di Draghi si lavora ad un testo nel quale tutti potranno riconoscersi, per evitare imprevisti e lacerazioni rischiose per l’esecutivo. Ma quelli tra Conte e Di Maio “sono solo personalismi, perché entrambi sono moderati che vogliono occupare uno spazio al centro” dice Mauro Suttora, giornalista e scrittore, opinionista sull’HuffPost.

Più che il governo, che non rischia nulla – spiega Suttora – la spaccatura dei 5 Stelle preoccupa a sinistra: “Letta e il Pd sono disperati per il tracollo dei grillini”, perché con un partito scomparso dovranno rivolgersi al centro. E Di Maio lo ha capito benissimo.

Oggi potrebbero esserci sorprese? Il governo rischia?

Non credo proprio. Ma è sempre stato così. Conte in realtà non ha mai pensato di far cadere il governo, con il rischio di andare al voto anticipato. Così farebbe perdere ai parlamentari grillini gli otto ultimi mesi di stipendio prima del voto regolare del marzo 2023.

Hanno torto i 5 Stelle nel chiedere, nella nota diffusa dal consiglio nazionale, una maggiore centralità del parlamento? 

No, il parlamento è troppo spesso esautorato dai troppi decreti del governo e dai troppi voti di fiducia che strozzano il dibattito e impediscono gli emendamenti. Ma i grillini non possono pretendere che si voti a ogni singolo invio di armi all’Ucraina. Anche perché c’è il segreto sul tipo di armamenti che forniamo, quindi è un dibattito sul nulla.

Di Maio aveva ragione nel dire che la bozza di risoluzione dei 5 Stelle “ci disallinea dall’alleanza della Nato e dell’Ue”, e più in generale nel criticare la direzione travaglio-contiana in politica estera?

È buffo che Di Maio, il quale fino al 2018 criticava la Nato per essere troppo dura con la Russia, e voleva “superarla”, ora si sia trasformato in un falco filoNato. Il suo è il classico caso di “trasformismo”: e poiché sente di avere molto da farsi perdonare e da far dimenticare, allora esibisce lo zelo del neofita, del convertito.

La Nota di M5s dice che il Movimento “mai ha posto in discussione la collocazione del nostro Paese nell’ambito di queste tradizionali alleanze” (Nato, Ue, ndr): che ne pensi?

Fino a pochi anni fa i grillini erano contro l’euro, alleati dell’inglese Farage autore della Brexit, e i suoi parlamentari andavano nella Crimea occupata e a Mosca a baciare la pantofola di Putin. Ottimo che abbiano fatto inversione a U. Speriamo la facciano anche sul reddito di cittadinanza e sui termovalorizzatori, così avranno cambiato idea su tutto.

L’espulsione di Di Maio è stata congelata: cosa prevedi?

Conte è furbo, vuole che sia Di Maio ad andarsene, per non regalargli l’aureola del martire.

Di Maio si farà cacciare o assumerà un’iniziativa in proprio?

Di Maio provoca perché spera di essere espulso. Ma è troppo presto, il suo progetto di nuova lista elettorale di centro col sindaco di Milano Sala e quello di Venezia Brugnaro, le forziste Carfagna e Gelmini, l’ex forzista Toti e il mattarelliano Cottarelli è ancora acerbo.

Fico ha detto che “lo statuto oggi è operativo al 100 per cento perché il tribunale di Napoli ha rigettato la causa degli ex M5s”. Perché lo dice? Si va allo scontro legale?

Al di là delle beghe legali, il problema è che Conte e i contiani non sopportano più Di Maio e i dimaiani. Ma si tratta di personalismi, perché entrambi sono moderati che vogliono occupare uno spazio al centro. Quindi le loro liti hanno il sapore della sceneggiata napoletano-pugliese.

Però in queste ore si parla di “punto di non ritorno”. E se fosse ormai un auspicio? Non è ormai chiaro da tempo che Di Maio ha una sua agenda personale?

Di Maio un anno fa, come tutti i grillini, sperava che Conte trasferisse sul M5s la propria popolarità personale, oltre il 50%. Ma il voto del 12 giugno ha visto i grillini crollare addirittura all’1% in tutte le città del Nord tranne Genova. Il Movimento non esiste più. I sondaggi lo danno ancora al 12%, ma lo stesso Di Maio teme che scenda al 5-8%. Quindi non gli interessa più stare in una nave che affonda. 

Secondo te in caso di rottura quanti parlamentari porterebbe con sé?

Una quarantina.

Pare che Letta stia svolgendo un ruolo. Sicuramente non può permettersi un’alleanza con chi mette in discussione la linea Draghi. Resta solo Di Maio, magari con qualcun altro…

Letta e il Pd sono disperati per il tracollo dei grillini. Sommando al proprio 20% un M5s ridotto al 12% non riescono a competere con un centrodestra attestato al 40-45%. I voti persi dai grillini sono finiti prima a Salvini, ora alla Meloni, e all’astensione. I centristi di Calenda e Bonino valgono al massimo il 4%, l’ultrasinistra ancora meno. Insomma, più che un “campo largo”, l’auspicata alleanza di centrosinistra sembra un camposanto. 

A Roma è atteso Grillo. Quali saranno le sue mosse?

Cercherà di rappattumare i suoi adepti, ma anche lui ha capito che il Movimento si sta sfasciando alla stessa velocità con cui era esploso. E deve ancora scoppiare lo psicodramma degli eletti che hanno esaurito i due mandati, contro quelli che sono al primo e quindi mirano ai pochi posti disponibili prendendo proprio il posto dei veterani. Sarà una strage cannibalesca. Molti pensano addirittura di cambiare simbolo, di rinunciare alle 5 Stelle per disperazione.

Federico Ferraù

Tuesday, June 14, 2022

Comunali, crollo M5s/ “Letta nei guai, ora Conte userà di Battista contro Di Maio”

www.ilsussidiario.net, 14 giugno 2022

intervista a Mauro Suttora

M5s è scomparso, dice Mauro Suttora, ma Letta si terrà i 5 Stelle, preferendoli a Renzi e Calenda. Ora Conte deve proteggere la propria leadership 

Conte non si è potuto nascondere. “I dati che emergono dalle amministrative – ha detto ieri l’ex premier – non ci soddisfano. Non possiamo cercare giustificazioni di comodo”. E infatti il leader M5s ha già annunciato per oggi “una conferenza stampa per definire il percorso di completamento dell’azione politica del M5s e dell’organizzazione interna comprese le articolazioni territoriali”. Punto dolente, anzi la vera chiave della sconfitta.  

Nelle stesse ore in casa Pd si lavora ad un’altra narrazione, quella di un Partito democratico che sprizza consenso. Ma i due partiti avevano un progetto in comune, ed è anche di questo che occorre parlare. La scommessa del “campo largo” lettiano puntava le sue fiches sulla tenuta e la malleabilità del M5s. La tenuta, per fare in due quello che non si può fare da soli; la malleabilità, per permettere al Pd di guidare la coalizione. 

I conti però non tornano, ci dice Mauro Suttora, giornalista, scrittore, opinionista sull’HuffPost.

Cosa cambia dopo questo voto per il patto Pd-M5s?

Difficile allearsi con un fantasma. E anche inutile, visto che i grillini valgono l’1% al Nord, nei pochi comuni dove hanno osato presentarsi, come Padova. Perfino a Cuneo, dove hanno rifiutato l’alleanza col Pd e si sono presentati da soli, o a Piacenza e Pistoia, dove hanno preferito mettersi con l’estrema sinistra contro il Pd. Unica eccezione il 4% a Genova. 

Dove M5s delude di più le aspettative? A Genova, rappresentazione plastica del “campo largo”, dome M5s ha però il 4,44%? A Palermo, dove ottiene il 6,2%? A Taranto, dove passa dal 12,4% del 2017 al 3,9% di oggi? O Catanzaro?

Sì, il vero disastro grillino è al Sud, dove speravano di tenere. E invece vedo vari 1% anche qui, come a Frosinone. Teniamo presente che a Taranto, la città dell’ex ministra Barbara Lezzi, fra le comunali del 2017 e quelle di domenica c’è stato l’exploit del 2018, con il picco del 48%. Nessun partito aveva mai toccato queste vette, neanche la Dc di Moro.

Il M5s alle amministrative non è mai andato bene. Chiusa la parentesi, possiamo dire che ci rivediamo alle politiche.

No. I grillini avevano conquistato sindaci in città importanti come Roma, Torino, Parma, Carrara, Livorno. Ora sono scomparsi. L’unica chance, forse, sarà cavalcare il no all’aumento delle spese militari, e la rabbia per l’inflazione al 7%.

Parma si conferma un animale strano. Di chi sono i voti che stanno facendo vincere Guerra? Forse di Pizzarotti?

Anche. Ma Pizzarotti, primo sindaco grillino di un grande capoluogo nel 2012, subì un processo stalinista da parte di Grillo perché non si opponeva al termovalorizzatore, e fu espulso.

Che cosa farà Letta in questa situazione? Il progetto salta?

Non farà nulla. Ma non si butta via niente. Anche perché Renzi e Calenda, che si propongono a Letta in alternativa ai grillini, hanno pure loro pochissimi voti.

Se le candidature comuni alle amministrative sono state un problema, e il Pd ha avuto buon gioco a far passare le sue, in vista delle politiche il gioco è più facile o si complica?

Il Pd si terrà la zavorra grillina offrendo loro pochissimi collegi uninominali, in proporzione ai voti ottenuti domenica. Quindi il M5s dovrà accontentarsi di una trentina di parlamentari, un decimo di quelli di quattro anni fa.

Letta vuole il proporzionale, ma era un’opzione. Adesso per il Pd è l’unica strada?

Per il proporzionale non c’è più tempo, a meno che anche il centrodestra esploda e i suoi partiti preferiscano andare al voto in ordine sparso. 

E Conte?

Conte ha la tentazione di recuperare il populismo di Di Battista, in contrapposizione al poltronismo di Di Maio.

C’è qualcuno in M5s che gongola per questo risultato?

I dimaiani come Spadafora, altro ministro fatto fuori da Conte, oltre alla Lezzi e Toninelli. Ma finché a Grillo sta bene Conte, Di Maio non ha speranza di far fuori l’ex premier.

Federico Ferraù

Sunday, June 12, 2022

Palermo, Italia: i seggi non aprono perché c'e la partita. L'ultimo affronto a noi elettori fessi



L'altra scusa per l'improvvisa moria di presidenti sarebbe la scarsa retribuzione, 280 euro: però conoscevano i compensi prima di accettare. Il caso siciliano ci mostra il grado d'affezione alla cosa pubblica

di Mauro Suttora

HuffPost, 12 Giugno 2022

"Immagina che i politici dichiarino guerra, ma nessuno vada a combatterla": è l'antico sogno dei pacifisti, ora rovinato dalla gran voglia di difendersi degli ucraini. Il sogno degli anarchici, invece, si è avverato stamane a Palermo: "Immagina che i politici indicano elezioni, ma nessuno possa votarli". 

È l'odiato stato che si liquefa, la disprezzata democrazia rappresentativa che fa harakiri, la politica che si suicida. Migliaia di palermitani si sono svegliati anche di buon'ora per esercitare il proprio diritto/dovere elettorale, magari prima di andare a trovar refrigerio al  mare. E invece sono stati puniti per tanto malposto spirito civico: a tanti i vigili hanno detto di tornare più tardi, perché i presidenti di 178 seggi (su 600) si sono dati latitanti.

I più furbi lo hanno fatto già ieri, nel pomeriggio di preparazione, vidimazione schede, eccetera: forfait grave ma non gravissimo, c'era tempo per rimediare. Ma non presentarsi stamane alle sei, all'ultimo minuto, è stata una vigliaccata. Anche perché quello di oggi a Palermo è l'elezione più importante d'Italia: si sceglie il sindaco del capoluogo di una grande regione, oltre a votare per i referendum. 

Scatteranno denunce per interruzione di pubblico servizio. Ma dopo la pubblicazione su un quotidiano delle foto di nove sospetti 'putiniani' ci permettiamo di suggerire un'identica sanzione, immediata e alternativa: l'esposizione al pubblico ludibrio della lista dei fuggitivi. Nomi e cognomi: una piccola gogna mediatica per risarcire i fessi che sono andati inutilmente ai seggi sotto il sole a 33 gradi.

L'attenuante invocata è la partita Palermo-Padova, che stasera decide l'ammissione in serie B. Ma non ci risulta che nella città veneta si sia verificata una simile morìa di presidenti di seggio allo scopo di andare allo stadio o di piazzarsi di fronte alla tv.

Un'altra scusa: 280 euro sarebbero pochi "per quattro giorni di lavoro", si lamenta una candidata consigliera comunale. Che spero non venga eletta, perché il lavoro, se spicciato celermente, dura due giorni e mezzo. Presidenti e scrutatori conoscevano il compenso quando hanno accettato l'incarico. E molti di noi sono stati sempre felici di svolgerlo quando si era più giovani, anche solo per 50 o 100mila lire.

L'ottimo La Russa è caduto nel trappolone, e in automatico per l'emergenza ha invocato l'intervento dei militari. Ma gli ex fascisti sanno meglio di chiunque che fra i soldati il modo più semplice e veloce per rimpiazzare gli ufficiali caduti, o in questo caso disertori, è quello di promuovere sul campo i più alti in grado. Bastava quindi nominare presidente lo scrutatore più anziano, per risolvere subito il problema. 

Ma sicuramente esiste un comma che lo proibisce, e allora il buonsenso della ministra dell'Interno Lamorgese ha suggerito: accorpate le sezioni. Niente da fare, la burocrazia è anelastica, nonché tremebonda per ricorsi al Tar. 

E così la tragicommedia palermitana si è dipanata per l'intera mattinata, finché alle 14 tutte le sezioni sono state aperte.
 Per fortuna il candidato sindaco di centrosinistra Franco Miceli ha aggiunto una nota di buonumore con questa sua dichiarazione: "Esprimo solidarietà ai dipendenti comunali che stanotte hanno cercato di ottemperare all'assenza dei presidenti con un lavoro straordinario". Ottemperiamo.

Mauro Suttora 

Saturday, June 11, 2022

Il re degli influencer cinesi cade su Tienanmen: distrutto da una torta gelato

La sua piattaforma è sparita dalla rete dopo che ha osato postare un video con un dolce a forma di carrarmato

di Mauro Suttora

HuffPost, 12 Giugno 2022
 
Il più grande influencer cinese, Li Jiaqi, 30 anni, 60 milioni di followers, è stato distrutto da una torta gelato. La sua piattaforma è sparita dalla rete dopo che ha osato postare un video con una torta a forma di carrarmato. Il problema è che lo ha fatto il 3 giugno, vigilia del trentatreesimo anniversario della strage di piazza Tiananmen. E i gerarchi cinesi dopo pochi minuti lo hanno cancellato dal web: qualsiasi riferimento a quel massacro è infatti proibito dal regime comunista.

Li, nome d'arte Austin Li, ha cominciato la sua incredibile carriera nel 2015, quando fu assunto come commesso dell'Oréal in un centro commerciale nella provincia dello Jiangxi. Si accorse che alle clienti non piaceva provare i rossetti sulle proprie labbra, cosicché mise a disposizione le sue: loro sceglievano il colore, e lui se lo applicava.
 
In pochi mesi le vendite al suo stand si moltiplicarono, Li vinse parecchi premi come miglior venditore, e aprì un proprio webcast sulla piattaforma di vendite online Taobao del gruppo Alibaba. Nel 2018 batté il Guinnes dei primati per il maggior numero di applicazioni di rossetto in trenta secondi. Il boom delle vendite online, arrivate a 180 miliardi annui, lo ha trasformato in una superstar, con un fatturato annuale di decine di milioni. E il lockdown della pandemia ha moltiplicato la sua fama e i suoi guadagni.

Ma è bastato un accenno indiretto alla carneficina di studenti del 1989, con le decorazioni di cioccolato a forma di tank, per farlo immediatamente eliminare dagli schermi dei telefonini cinesi. La strage di Tiananmen è argomento tabù in Cina: le nuove generazioni ignorano perfino che sia avvenuta. La tolleranza zero per il ricordo di quelle proteste (non si conosce neanche il numero dei morti, da mille a 4mila) è pari a quella sul covid imposta dal dittatore Xi Jinping. Cosicché ora il povero Austin Li, silenziato sui social ma - pare - ancora libero, è sottoposto a comiche indagini: quale pasticciere ha confezionato la torta-gelato? La sua comparsa nel video è stata intenzionale, o solo una coincidenza?
 
In ogni caso, la clamorosa censura ha spinto questa settimana milioni di giovani cinesi a chiedersi cosa sia successo.  Ottenendo così il risultato opposto a quello sperato: ora sono in molti di più a sapere di piazza Tiananmen e dei carri armati che uccisero gli studenti che chiedevano libertà.
Mauro Suttora

Wednesday, June 08, 2022

Il macho slavo in guerra da 30 anni

Ma cos'hanno certi maschi slavi? Il maschilismo che diventa militarismo.
Per noi europei da mezzo secolo sono inconcepibili attrezzi trogloditi come carri armati, cannoni, fucili, bombe. Confini da espandere, frontiere da difendere, aerei civili da abbattere (Donbass, 2014).

La guerra. Come in Croazia, Serbia, Bosnia, Kosovo 30 anni fa. Oggi Russia e Ucraina.
"A est di Trieste cominciano i quartieri bassi del mondo", mi disse sconsolato Luttwak nel 1992, commentando gli eccidi di Sarajevo.

I film di Kusturica hanno reso comica, quasi surreale, la ferocia. E oggi fra orti e galline sono russi e ucraini a sgozzarsi. Eppure sono slavi anche Havel e Kundera, la civilissima separazione fra Boemia e Slovacchia, i ragazzi nonviolenti di Belgrado che nel 2000 cacciarono Milosevic.

E allora?
Putin è il massimo esemplare dell'arroganza del maschio slavo. Ma l'antropologia forse spiega più della politica. Perché assistiamo attoniti a un tale ritardo di civilizzazione, a 80 anni di sfasamento temporale fra Europa occidentale e orientale?

Azzardiamo un'ipotesi sommaria: distinguiamo tra slavi ex asburgici di religione cattolica e gli ortodossi sottomessi agli imperi ottomano e zarista. Classificare i primi come aderenti alla civiltà occidentale e gli altri a quella orientale, più rude, significa procedere con l'accetta. Ma chi attraversa i Balcani impara subito a riconoscere la linea di faglia fra la mitteleuropea Croazia e il sud levantino.

Il cibo del macho, poi. Troppo testosterone causato da alimentazione eccessivamente proteica? I danni dell'etilismo?
Nel 1992 andai per il settimanale Europeo con Gianfranco Moroldo, il leggendario fotografo della Fallaci, in un convento di francescani croati che fronteggiavano col mitra i serbi della 'kraina' di Knin. Le kraine erano isole di territorio al confine ottomano che gli asburgici avevano riempito di soldati serbi, fra i pochi in grado di opporsi alle crudeltà turche.
"Non portarmi mai più in posti così", mi intimò Moroldo, "ho visto guerre in tutto il mondo ma mai schifose come questa. Cominciano a spararsi alle cinque del pomeriggio, quando sono ubriachi. Non voglio crepare per un proiettile vagante".

Insomma, a voler spiegare le ragioni della bellicosità di certi maschi serbi bosniaci e russi (o neonazi ucraini del battaglione Azov) si finisce in luoghi comuni e generalizzazioni. Ma non possiamo neanche concedere dignità geopolitica o strategica ai capataz responsabili di Srebrenica trent'anni fa, e che in queste ore stanno apparecchiando nuove stragi fra i civili di Donetsk. Sono solo casi umani. C'è una enorme questione di genere da quelle parti: "Non ci interessano russi o ucraini, lasciateci solo vivere in pace", è il lamento straziato di una donna del Donbass. Di tutte le donne.

Mauro Suttora

Friday, June 03, 2022

Di Johnny Depp vs Amber Heard interessa tutto tranne il processo

Un derby fra due opposte ed estreme idee del mondo, cioè un circo, uno zoo, una commedia, un film. È successo in Virginia, se fosse stato in California probabilmente l'esito sarebbe stato l'opposto. Ma in definitiva, il verdetto è solo l’accidente finale

di Mauro Suttora

HuffPost, 3 Giugno 2022

Naturalmente è stato tutto, tranne che un processo. Circo, zoo, film, fiction, teatro, tragicommedia. Impareggiabile entertainment, comunque. I due attori hanno recitato bene, Johnny Depp è apparso ragionevolmente contrito e ha vinto. La sua ex Amber Heard, nota per il film "Come ti ammazzo l'ex", dovrà pagargli dieci milioni di risarcimento e cinque di spese. Lui, controquerelato per diffamazione, è stato condannato a sua volta a due milioni. 

Lo ha deciso una giuria popolare della Virginia, e non è un particolare da poco. Heard sperava che la causa fosse trattata a Hollywood, o comunque in California, dove i giudici sono abituati ai processi fra celebrità. Invece un piccolo particolare ha inceppato i calcoli: il server del quotidiano Washington Post, che ha pubblicato l'articolo di Amber ritenuto offensivo da Johnny, sta in Virginia, vicino a Washington.

Così la gran carovana di tv e giornali ha dovuto spostarsi per due mesi in un tribunale di provincia. E lì c'è l'America profonda, quella che detesta profondamente il movimento femminista #MeToo di cui Amber è vessillifera. Anche nell'articolo incriminato lei non si è mai abbassata a scrivere il nome di Johnny. Se è stata picchiata, insultata, abusata, lo è stata in quanto donna: una di milioni di donne vittime di violenze domestiche.

Quindi i giurati hanno sentenziato su fatti precisi e circostanze aggravanti o esimenti. Ma il loro giudizio è stato subito trasformato in bandiera politica, da una parte e dall'altra. La sinistra, il partito democratico, le donne (molte) sono deluse e (alcune) scandalizzate: a cinque anni di distanza dallo scoppio del caso Weinstein, il produttore geniale ma porco che ha violentato e abusato decine di attrici, la giustizia ha dato ragione a un maschio accusato di essere un altro porco. Né consola la sentenza d'appello che ha appena confermato la sentenza stratosferica per Weinstein: 23 anni di carcere per una singola violenza (ora arriveranno a giudizio le altre). 

Dal lato opposto della barricata ideologica festeggia la destra, il partito repubblicano, i maschi trumpiani esacerbati da un lustro di Metoo: "Anche io" sono stata menata, ha accusato Amber Heard. Ma ha perso. Goduria doppia per i maschilisti dell'Oklahoma, leggendari quanto i nazi dell'Illinois.

Perché la povera Amber ai loro occhi rappresenta la summa di tutto il detestabile: non solo fa la vittima e la pittima con Johnny, ma si è pure dichiarata lesbica. Non c'è manifesto lgbtq degli ultimi dieci anni che non abbia firmato. E in barba alla sua sventolata bisessualità è stata pure con Elon Musk. Il quale magari simpatizza per Trump, visto che ha comprato Twitter per togliere la censura che ha colpito l'ex presidente. Ma è comunque un miliardario, anzi il più ricco del mondo. Quindi pessimo, come tutte le élites.

Tutto è stato già scritto sul paradiso/inferno in cui sguazzano i vip dello spettacolo Usa. Adorati e disprezzati, gli spettatori aspettano solo che si svelino i loro fiumi di alcol, nuvole di coca, perversioni private. 

C'è un settimanale divertentissimo, il National Enquirer, specializzato in mostrare la cellulite sulle cosce delle attrici più belle del mondo. Il suo editore fu l'unico negli Stati Uniti a fare endorsement per Trump nel 2016. Poi è stato accusato di ricatto da Jeff Bezos (Amazon, Washington Post) e dal figlio di Woody Allen, Ronan Farrow, massimo accusatore di molestatori e predatori sessuali. 

Ecco, il processo Depp/Heard appartiene alla 'gutter press', la stampa della fogna che vende tanto alle casse dei supermercati. Che poi i giurati siano stati scrupolosi e ci abbiamo messo ben tre giorni per arrivare a una sentenza la più equa possibile, è secondario. Nessuno dei tifosi di Johnny e Amber ha cambiato idea dopo il verdetto. Perché non era un processo, era una corrida.