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Wednesday, June 08, 2022

Il macho slavo in guerra da 30 anni

Ma cos'hanno certi maschi slavi? Il maschilismo che diventa militarismo.
Per noi europei da mezzo secolo sono inconcepibili attrezzi trogloditi come carri armati, cannoni, fucili, bombe. Confini da espandere, frontiere da difendere, aerei civili da abbattere (Donbass, 2014).

La guerra. Come in Croazia, Serbia, Bosnia, Kosovo 30 anni fa. Oggi Russia e Ucraina.
"A est di Trieste cominciano i quartieri bassi del mondo", mi disse sconsolato Luttwak nel 1992, commentando gli eccidi di Sarajevo.

I film di Kusturica hanno reso comica, quasi surreale, la ferocia. E oggi fra orti e galline sono russi e ucraini a sgozzarsi. Eppure sono slavi anche Havel e Kundera, la civilissima separazione fra Boemia e Slovacchia, i ragazzi nonviolenti di Belgrado che nel 2000 cacciarono Milosevic.

E allora?
Putin è il massimo esemplare dell'arroganza del maschio slavo. Ma l'antropologia forse spiega più della politica. Perché assistiamo attoniti a un tale ritardo di civilizzazione, a 80 anni di sfasamento temporale fra Europa occidentale e orientale?

Azzardiamo un'ipotesi sommaria: distinguiamo tra slavi ex asburgici di religione cattolica e gli ortodossi sottomessi agli imperi ottomano e zarista. Classificare i primi come aderenti alla civiltà occidentale e gli altri a quella orientale, più rude, significa procedere con l'accetta. Ma chi attraversa i Balcani impara subito a riconoscere la linea di faglia fra la mitteleuropea Croazia e il sud levantino.

Il cibo del macho, poi. Troppo testosterone causato da alimentazione eccessivamente proteica? I danni dell'etilismo?
Nel 1992 andai per il settimanale Europeo con Gianfranco Moroldo, il leggendario fotografo della Fallaci, in un convento di francescani croati che fronteggiavano col mitra i serbi della 'kraina' di Knin. Le kraine erano isole di territorio al confine ottomano che gli asburgici avevano riempito di soldati serbi, fra i pochi in grado di opporsi alle crudeltà turche.
"Non portarmi mai più in posti così", mi intimò Moroldo, "ho visto guerre in tutto il mondo ma mai schifose come questa. Cominciano a spararsi alle cinque del pomeriggio, quando sono ubriachi. Non voglio crepare per un proiettile vagante".

Insomma, a voler spiegare le ragioni della bellicosità di certi maschi serbi bosniaci e russi (o neonazi ucraini del battaglione Azov) si finisce in luoghi comuni e generalizzazioni. Ma non possiamo neanche concedere dignità geopolitica o strategica ai capataz responsabili di Srebrenica trent'anni fa, e che in queste ore stanno apparecchiando nuove stragi fra i civili di Donetsk. Sono solo casi umani. C'è una enorme questione di genere da quelle parti: "Non ci interessano russi o ucraini, lasciateci solo vivere in pace", è il lamento straziato di una donna del Donbass. Di tutte le donne.

Mauro Suttora

Monday, April 11, 2022

Anche Venezia per tre secoli ha avuto la sua Ucraina



Facevamo combattere i serbi contro i turchi, come oggi gli ucraini contro i russi

di Mauro Suttora 

HuffPost, 11 Aprile 2022 

U-krajna vuol dire 'sul confine'. E al confine fra la repubblica veneziana e l'impero ottomano, dal 1500 al 1797, c'era la regione Kraina con capolugo Knin, alle spalle di Spalato. Non era l'unica: tre infatti erano le Kraine che separavano i turchi, attestati in Bosnia, dalla Serenissima a ovest e dall'impero asburgico a nord. Funzionavano da 'antemurale', prima del muro: linee di difesa avanzata.  

Inizialmente popolate da croati, austriaci e veneziani accettarono di buon grado una fortissima immigrazione di serbi ortodossi, guerrieri temibili. E loro, spinti dall'odio sia etnico che religioso contro i turchi islamici che avevano invaso la Serbia, li combattevano con pari ferocia.

Venezia non era interessata a conquiste territoriali in Dalmazia. La costa è protetta dalle alpi dinariche, e alla Serenissima bastava il controllo dei porti: Zara, Spalato, Sebenico, Cattaro. Ma le incursioni turche la costrinsero ad ampliarsi all'interno per proteggersi, fino a inglobare la Kraina di Knin e oltre. I trattati di Carlovitz e Passarowitz a inizio '700 fissarono la frontiera dov'è ancor oggi, fra Croazia e Bosnia. Così, proprio mentre nel Mediterraneo Venezia perdeva via via posizioni (Cipro, Rodi, Creta), in Dalmazia ne acquistava, grazie alle guerre per procura combattute dai suoi serbi, lautamente armati (come noi oggi con gli ucraini) e pagati. 

Le enclaves serbe delle Kraine sono sopravvissute fino agli anni '90. Le guerre della ex Jugoslavia hanno provocato pulizie etniche reciproche, finché un'ultima offensiva croata ha fatto piazza pulita dei serbi a Knin nel 1995. 

Si potrebbe dire che anche i russi di Putin hanno fatto da 'antemurali' cristiani contro gli islamisti, combattendoli prima in Cecenia e poi in Siria. Ma questo è un altro discorso.

Mauro Suttora