Tuesday, January 29, 2002
intervista ad Andrea De Carlo
di Mauro Suttora
dal trimestrale Libertaria, 1/2002
"L'Afghanistan dei talebani bastardi o qualche altro cavolo di paese fanatico e integralista (...), dove le donne sono schiavizzate e tenute nascoste e per le strade e nei luoghi pubblici e dappertutto vedi solo maschi. (...) Sarebbe bene che anche lì lo sapessero, con tutte le loro barbe e le loro voci gutturali e le loro manifestazioni grottesche di mascolinità, che gli uomini non sono più così indispensabili per la continuazione della specie: basterebbe una buona scorta di seme congelato, si potrebbe fare a meno degli uomini per sempre. E forse non serve nemmeno più quello."
Andrea De Carlo aveva scritto queste righe (a pagina 123 del suo ultimo romanzo Pura vita, pubblicato lo scorso ottobre) prima dell'attacco alle Torri di Manhattan. Ma, nonostante l'estrema attualità di queste sue frasi, lo scrittore milanese non ha partecipato al chiacchiericcio massmediatico sulla guerra. Quasi unico fra i suoi colleghi, visto che praticamente tutti (da Oriana Fallaci a Dacia Maraini, da Tiziano Terzani ad Antonio Tabucchi, da Alessandro Baricco ad Andrea Camilleri) hanno voluto dire la loro sui terroristi islamici.
Il giorno delle Twin Towers
È da anni che De Carlo fugge i giornalisti, l'attualità, la notorietà. Da tempo niente televisione, e rare interviste distillate soltanto in occasione dell'uscita dei suoi libri. Non per supponenza o misantropia, ma semplicemente perché "gli scrittori che prendono posizioni politiche rischiano di apparire patetici", ci dice. "Comunichiamo già attraverso i nostri libri, per il resto il nostro margine di influenza è assai ridotto. L'11 settembre stavo andando alla Mondadori per discutere i dettagli dell'uscita del mio libro, e ho acceso la radio della macchina. Uno speaker stava parlando di due aerei schiantati sulle Twin Towers di New York. Ho pensato che fosse uno scherzo, come quello di Orson Welles sui marziani. Però questa volta la concitazione sembrava troppo autentica: avrebbero dovuto essere più bravi di Orson Welles".
Ma sulla guerra, cosa pensi?
"Mi è piaciuto quello che ha detto Richard Gere al concerto del Madison Square Garden: "Convertiamo la nostra rabbia in energia positiva". Ma l'hanno fischiato. D'istinto, come prima reazione anch'io sarei salito su un piccolo aereo per andare a bombardare Osama bin Laden. Poi però si riflette, anche sulle colpe precedenti degli Stati Uniti e dell'Occidente in generale. Ho vissuto a lungo in America, sono affezionatissimo agli Usa, ma ho trovato l'intervento della Fallaci molto fuori dalle righe. La sua visione dell'Islam straccione rimasto a mille anni fa è riduttiva, sghangherata, miope".
Nel suo libro De Carlo attacca il governo Berlusconi per la repressione a Genova: "Siamo un Paese finto libero dove alla prima manifestazione di strada la polizia può assumere comportamenti sudamericani e massacrare di botte e torturare per giorni la gente che ha arrestato".
Nel 1984 scrisse Macno, la storia profetica di un dittatore sudamericano arrivato al potere grazie al controllo delle tv. Pensava già a Silvio Berlusconi?
"No. E nel 1994, quando si buttò in politica, pensai che lo faceva per salvarsi la pelle nella bufera di Tangentopoli, ma anche perché era animato da uno spirito autenticamente liberista: il classico imprenditore un po' naïf che vuole ridurre il peso dello Stato, rinnovarne la macchina. Incontravo persone impensabili che gli davano credito, in quei primi giorni. Oggi invece ha perso smalto e ingenuità, mi sembra ossessionato da manie di persecuzione, fisicamente sofferente, affondato in modo irrimediabile in un conflitto di interessi da cui avrebbe anche potuto scegliere di tirarsi fuori. Si è alleato con forze terribilmente reazionarie legate a una concezione vecchia dello Stato, provinciali e chiuse, ostili all'Europa. Alleanza nazionale, per esempio, o la Lega Nord".
Favolosi quegli anni... con Fellini
Negli anni Ottanta hai lavorato con Federico Fellini. Il grande regista detestava Berlusconi.
"Sì, ma soprattutto perché le televisioni commerciali della Fininvest interrompevano con gli spot i suoi film, distruggendo così il cinema. Quella di Fellini era una condanna estetica, più che politica. Girò Ginger & Fred, il film che attaccava Berlusconi, nel famoso studio 5 di Cinecittà, cercando di riprodurre la volgarità bestiale e il clima di idiozia che emanano le sue televisioni. Ebbene, qualche anno dopo per ironia della sorte capitò proprio a me di essere invitato in quegli studi, a una trasmissione tv di quelle becere con la mortadella, tipo Gianfranco Funari. Pensavo fosse una visione: era esattamente quello che aveva prefigurato Fellini".
Perché rifiuti la televisione?
"Per fortuna non ne ho bisogno, i miei libri si vendono anche senza questo tipo avvilente di autopromozione. Negli ultimi anni sono stato solo da Mtv, e un paio di volte da Bernard Pivot, quello di Apostrophes e Bouillon de culture in Francia. Invece in Italia c'è la strana idea che gli scrittori siano degli ammazza-audience, e allora per sfuggire alla loro presunta noiosità li si riduce a macchiette o a piazzisti di se stessi. Anche di recente mi hanno invitato a Quelli che il calcio, per esempio, ma non avevo proprio voglia di ridurmi a fare il comico nella curva di uno stadio..."
Sonore stroncature
Non è un mistero che De Carlo non sia amato da tutta la critica italiana. Anche il suo ultimo libro ha rimediato due sonore stroncature sul Corriere della Sera e su Sette. I soloni della sinistra marxista non gli perdonano la sua presunta "leggerezza", che in realtà è soltanto libertà allo stato assoluto: i personaggi dei suoi dodici libri sono tutti degli anticonformisti libertari che mettono in questione l'ordine costituito. Così lo accusano di "ribellismo adolescenziale", rilievo grottesco per uno scrittore che ormai è arrivato ai cinquant'anni. Risultato di tanto livore da parte della nomenklatura culturale: i suoi romanzi si vendono come il pane, soprattutto fra i giovani.
"Ma quando sono andato al festival di Mantova mi sono accorto che i miei lettori coprono uno spettro amplissimo, dai 14 agli 80 anni, uomini e donne".
Si rinnova un po' con De Carlo l'astio che ha circondato un altro scrittore di grande successo commerciale: Carlo Cassola, bollato addirittura come "Liala". La verità è che entrambi sono rimasti estranei alle camarille e alle mafiette del piccolo (e misero) mondo letterario italiano, zeppo di scrittori frustrati ridotti a fare i giornalisti, i critici letterari o i professori perché i loro libri non vendono.
Cassola, accusato di non essere abbastanza "impegnato", negli anni Settanta divenne invece il più politico di tutti gli scrittori italiani, fondando con molti anarchici la Ldu (Lega per il disarmo unilaterale) e assumendo posizioni antimilitariste.
De Carlo ha scritto la sua tesi di laurea sulle comunità anarchiche in Spagna: "Mi interessava la storia dell'anarchia e quella degli esperimenti comunitari in varie parti del mondo. In più mi sembrava che la guerra civile spagnola fosse quasi sempre rappresentata dal punto di vista dei comunisti, che nei confronti degli anarchici avevano avuto colpe terribili".
L'inquietudine contro il potere
Hai mai fatto attività politica, allora? E oggi, pensi che un cittadino normale, non politico di professione, abbia spazi per un impegno politico in Italia?
"Nel 1968, anche se ero molto giovane, avevo capito subito che le mie simpatie erano per gli anarchici, e che invece detestavo i gruppi neostalinisti o neoleninisti che si erano impadroniti del movimento con la pretesa di "guidarlo". Ho raccontato le mie sensazioni a proposito in Due di due. Oggi non vedo molti spazi di impegno. Ma un cittadino normale può sempre esprimere le sue convinzioni attraverso il suo lavoro e la sua vita privata, naturalmente".
Insomma, De Carlo non ama l'impegno diretto. Ma nei suoi libri riesce a distruggere con metodicità tutti i pilastri del potere: dalla famiglia alla scuola, dalla coppia al lavoro fisso, dalle istituzioni (politiche e culturali) al denaro. I suoi personaggi comunicano un'inquietudine esistenziale che alla fine risulta più devastante di un pamphlet politico. Se è lecito un paragone, in lui c'è molto Albert Camus e poco Jean-Paul Sartre. L'unica volta che De Carlo ha preso una posizione politica diretta è stato per denunciare le ruberie del Psi a Milano dieci anni fa, nel libro Due di due.
Ti pesa il non far parte di una "parrocchia precisa"?
"No, anche se è molto comodo trovarsi una collocazione giusta: si viene ripagati in termini di consenso e di protezione. Però sono favori da ripagare: facendo parte del gruppo, mobilitandoti ogni volta che il partito chiama. I miei primi due libri, Treno di panna e Uccelli da gabbia e da voliera, ebbero un grande successo di critica, perfino preoccupante nella sua uniformità. Macno invece fu bistrattato, però vendette molto. Da allora, il successo di pubblico mi ha messo al riparo dalla vulnerabilità che invece può danneggiare molti scrittori".
In totale, De Carlo sta raggiungendo i due milioni di copie vendute. Il penultimo libro uscito nel 1999, Nel momento, è arrivato a 350 mila copie. E anche Pura vita si è installato immediatamente al secondo posto in classifica, superato solo da Andrea Camilleri. Oltre che best seller, inoltre, i suoi sono anche long seller: i lettori che lo scoprono tramite i suoi ultimi libri vanno poi a comprarsi anche i primi, che quindi continuano a vendere. E gli permettono di essere uno dei pochi romanzieri italiani che riescono a vivere del proprio lavoro, senza dover pietire collaborazioni ai giornali, sceneggiature ai produttori di film o marchette televisive.
Molti dei suoi aficionados di oggi non erano ancora nati ai tempi del suo debutto, vent'anni fa. E oggi intrecciano con De Carlo un dialogo diretto attraverso il suo sito internet (www.andreadecarlo.net). Per l'intellighenzia di sinistra De Carlo ha l'imperdonabile colpa di essere riuscito a tratteggiare magistralmente, tramite l'odioso Polidori, protagonista di Tecniche di seduzione, la figura dell'intellettuale fintamente engagé, ma in realtà colluso con il potere e dalla vita privata schifosetta: sfruttatore di giovani "negri" sottopagati che gli scrivono libri poi firmati da lui, e ricattatore sessuale di belle studentesse universitarie. In quello stesso libro per pagine e pagine De Carlo ha messo alla berlina i redattori del settimanale Panorama.
Un altro violento attacco al sistema di potere buroculturale italiano il romanziere lo ha sferrato qualche anno fa in un convegno al Salone del libro di Parigi: "Non è vero che l'Italia di Tangentopoli sia rimasta vittima di un piccolo gruppo di criminali", ha sostenuto, "perché in realtà milioni di persone ne furono direttamente complici. Il nostro paese è stato stuprato e distrutto per quarant'anni senza che si manifestasse una vera opposizione politica. Il trasformismo italiano ha delle capacità incredibili, e i nostri connazionali si distinguono per una viltà ignobile. L'opposizione è stata sedicentemente rappresentata dal Pci, ma gli intellettuali italiani sono omertosi. Anche se non sono direttamente responsabili dello sfacelo, sono conniventi".
È chiaro che con discorsi simili non si ricevono critiche favorevoli sui giornali del gruppo Espresso-Repubblica, non si viene invitati ai festival dell'Unità, non si vincono premi letterari, né si diventa cocchi del regime.
Mauro Suttora
Tuesday, January 15, 2002
Mappa degli euroscettici
Tuesday, January 08, 2002
Dittatori
trimestrale anarchico
diretto da Luciano Lanza
2002
Dove sono finiti gli anarchici di una volta? Quelli che praticavano il tirannicidio, e che fino a un secolo fa non si facevano troppi problemi nell’infliggere un castigo ritenuto legittimo non solo dagli antichi filosofi greci (i quali giustificavano l’eliminazione violenta dei satrapi), ma perfino dalla Chiesa cattolica?
La classifica che pubblichiamo è desolante. I dittatori del XX secolo (giustamente definito «secolo delle dittature») hanno goduto di vita lunga, sono quasi tutti morti nel proprio letto, e i pochissimi che ci hanno rimesso la pelle sono stati giustiziati solo dopo aver perso il potere (Mussolini, Ceausescu). L’ultrasettuagenario Fidel Castro (soprannominato ormai «Coma andante») si avvia a conquistare il primo posto in questa graduatoria di durata: ancora sei anni, e toglierà a Kim Il Sung lo scettro di tiranno al potere più longevo del mondo. Anche per lui, d’altronde, si intravede una successione in famiglia: gli subentrerà il fratello Raul, così come ai nordcoreani è toccato il figlio di Kim. Insomma, sembra proprio che per i dittatori il potere assoluto rappresenti il miglior elisir di lunga vita..
Attenzione: questa classifica prescinde totalmente dal grado di crudeltà dei singoli regimi. Anzi, quelli che sono correntemente considerati come i tiranni più sanguinari sono addirittura fuori lista: Hitler durò «soltanto» 12 anni, il centrafricano Jean-Bedel Bokassa 14 (dal 1965 al ‘79), Idi Amin Dada oppresse l’Uganda dal ‘71 al ‘79 e Pol Pot sterminò i cambogiani in soli quattro anni, dal ‘75 al ‘79. Buona annata per gli amanti della libertà, il 1979: quell’anno perse il potere anche il nicaraguense Anastasio Somoza, che fu poi giustiziato da un emissario sandinista nel suo esilio di Miami. Ma rimane un’eccezione: Idi Amin è ancora vivo (esiliato in Arabia Saudita), mentre Bokassa è morto di attacco cardiaco nel ‘96 a 75 anni, libero nella propria villa, e Pol Pot si è spento tranquillamente per malattia nella jungla quattro anni fa.
Nella classifica abbiamo inserito anche alcuni personaggi, come re Hassan II del Marocco o l’ex presidente Lee Kuan Yew di Singapore, che non da tutti vengono correntemente definiti «dittatori». Ma per ritenere tale il sovrano marocchino non c’è bisogno di aver letto il devastante libro «Notre ami le roi», né il fatto che Lee abbia da qualche anno abbandonato formalmente il potere diretto significa che la sua presa d’acciaio non continui a opprimere la città-stato asiatica.
Viceversa, altri governanti dalle maniere assai spicce come il giordano re Hussein o l’egiziano Mubarak se la cavano grazie alle graduatorie di Amnesty, Human Rights Watch e Freedom House, che hanno giudicato i loro Paesi «parzialmente liberi». Ma il crinale è certo molto stretto: tecnicamente, anche i capi dello stato del Vaticano dovrebbero figurare nel nostro elenco. Al contrario del serbo Slobodan Milosevic o del croato Franjo Tudjman, i quali sono stati eletti negli anni ‘90 con votazioni dalla regolarità non disprezzabile, perlomeno secondo i criteri balcanici...
Fidel Castro può a ragione gloriarsi di aver visto transitare per la Casa Bianca ben dieci presidenti statunitensi, nove dei quali (tutti tranne il primo, Dwight Eisenhower) hanno cercato in vario modo di eliminarlo. Ma anche Saddam Hussein, dodici anni dopo la guerra del Golfo, è tuttora sul trono in Irak: ancora pochi mesi e riuscirà a entrare nella nostra Top Ten, avendo debuttato nel ‘68. Lo tallona Muammar Gheddafi, mentre l’altro componente del terzetto dei «militari laici arabi», il siriano Hafez Assad, è morto nel Duemila dopo trent’anni di potere: uno più di Stalin, tre più di Mao.
La loro lunga permanenza al governo dimostra un’altra ineffabile legge storica: tutti i dittatori presi via via di mira dagli Stati Uniti come i «cattivi» da eliminare restano saldamente al potere. E’ successo così, oltre che con Castro, Saddam, Gheddafi e Assad, anche con Kim Il Sung, sopravvissuto alla guerra di Corea scatenata nel 1950, con i comunisti vietnamiti tuttora al governo (Ho Chi Minh è deceduto per cause naturali,il generale Vo Nguyen Giap compie 90 anni nel 2002), con l’iraniano Khomeini individuato come il diavolo ma anch’egli morto di vecchiaia, e con tutti gli «evil empires» dell’ultimo mezzo secolo: perfino Osama bin Laden e il mullah Omar hanno perso l’Afghanistan, ma sono liberi. Uniche eccezioni Milosevic (anche se gli Usa vedono come il fumo il Tribunale Onu dell’Aia che lo sta processando), e Manuel Noriega, il caudillo panamense costretto all’esilio a Miami nell’89 (ma con la rivincita dei norieghisti a Panama cinque anni dopo).
E’ impressionante constatare come la classifica accomuni, grazie a un criterio casuale come quello della durata, autocrati di stampo diversissimo fra loro: si va dal dittatore comunista al caudillo sudamericano, dal generale golpista al satrapo asiatico, dal califfo mediorientale al tiranno fascista, dal rispettabile «liberatore» anticolonialista africano degradatosi in vecchio bizzoso e inamovibile (il tunisino Habib Bourguiba, il tanzaniano Julius Nyerere) al narcomafioso (il birmano Ne Win). Una lista sterminata che per motivi di spazio lascia fuori personaggi celebri come l’etiope Menghistu, il polacco Gomulka o l’algerino Boumedienne (14 anni al potere), Nikita Kruscev (11), Juan Domingo Peron (nove, ma con un ritorno democratico nel ‘73), il generale polacco Wojciech Jaruzelski (8), Nicolaj Lenin e il colonnello greco Georgios Papadopoulos (7), il portoghese Marcelo Caetano (6) e i suoi rivali dell’indipendenza mozambicana Samora Machel (11 anni) e angolana Agostinho Neto (4), fino ai re sauditi e ai famigerati generali della «junta» argentina Emilio Massera, Jorge Videla e Leopoldo Galtieri, cacciati nel 1983 dopo la guerra delle Falkland/Malvinas persa contro la «lady di ferro» Margaret Thatcher.
Fantasmi del passato? Mica tanto: spesso ritornano, com’è successo nello sfortunato Congo ex Zaire, dove dopo gli interminabili 32 anni di Mobutu Sese Seko nel 1997 sono iniziati gli altrettanto devastanti quattro anni di Laurent Desiré Kabila, e dove l’attuale Joseph Kabila non sembra meglio. Il mestiere di dittatore, insomma, conviene: durata molta, sfarzi notevoli, rischi pochi...
CLASSIFICA DITTATORI DEL XX SECOLO al gennaio 2002
Paese al potere anni
1) Kim Il Sung (Corea del Nord) 1945-94† 49
2) Fidel Castro (Cuba) 1959-in carica 43
3) Enver Hoxha (Albania) 1945-85† 40
4) Francisco Franco (Spagna) 1936-75† 39
5) Reza Pahlevi (Iran) 1941-79 39
6) Hassan II (Marocco) 1961-99† 38
7) Lee Kuan Yew (Singapore) 1965-in carica 37
8) Antonio Salazar (Portogallo) 1932-68† 36
9) Gnassingbe Eyadéma(Togo) 1967-in carica 35
10)Hassanal Bolkiah (Brunei) 1967-in carica 35
11)Omar Bongo (Gabon) 1967-in carica 35
12)Josip Broz Tito (Jugoslavia) 1945-80† 35
13)Todor Zivkov (Bulgaria) 1954-89 35
14)Alfredo Stroessner (Paraguay) 1954-89 35
15)Saddam Hussein (Irak) 1968-in carica 34
16)Muammar Gheddafi (Libia) 1969-in carica 33
17)F.Houphouet-Boigny(Costa D’Avorio) 1960-93 33
18)Janos Kadar (Ungheria) 1956-89 33
19)Suharto (Indonesia) 1965-98 33
20)Mobutu Sese Seko (Zaire) 1965-97 32
21)Rafael Trujillo (Rep.Dominicana) 1930-61 31
22)Abdal Aziz Saud (Arabia Saudita) 1932-53 31
23)H.Kamuzu Banda (Malawi) 1964-94 30
24)Stalin (Urss) 1924-53† 29
25)Hafez Assad (Siria) 1970-2000† 30
26)Isa Al Khalifah (Bahrain) 1971-99 28
26)Kenneth Kaunda (Zambia) 1964-91 27
27)Mao Tse Tung (Cina) 1949-76† 27
28)Seku Turé (Guinea) 1958-84 26
29)Chiang Kai Shek (Taiwan) 1949-75† 26
30)Ne Win (Birmania) 1962-88 26
31)Walter Ulbricht (Germania Est) 1946-71 25
32)Nicolae Ceausescu (Romania) 1965-89 24
33)Ho Chi Minh (Vietnam del Nord) 1945-69† 24
34)Benito Mussolini (Italia) 1922-45 23
35)Didier Ratsiraka (Madagascar) 1975-in carica 23
36)Eduardo Dos Santos(Angola) 1979-in carica 23
37)Mussa Traoré (Mali) 1968-91 23
38)Robert Mugabe (Zimbabwe) 1980-in carica 22
39)Siad Barre (Somalia) 1969-91 22
40)Deng Xiaoping (Cina) 1976-97† 21
41)Ferdinand Marcos (Filippine) 1965-86 21
42)Julius Nyerere (Tanzania) 1964-85 21
43)Paul Biya (Camerun) 1982-in carica 20
44)Habib Bourghiba (Tunisia) 1957-87 20
45)Ahmadou Ahidjo (Camerun) 1962-82 20
46)Gustav Husak (Cecoslovacchia) 1969-89 20
47)G. Gheorghiu-Dej (Romania) 1945-65† 20
48)Erich Honecker (Germania Est) 1971-89 18
49)Leonid Breznev (Urss) 1964-82† 18
50)Kemal Ataturk (Turchia) 1920-38 18
51)Gamal Nasser (Egitto) 1952-70† 18
52)Saparmurad Niyazov(Turkmenistan) 1985-in carica 17
53)Augusto Pinochet (Cile) 1973-90 17
54)Zin Abidin Ben Ali (Tunisia) 1986-in carica 16
55)Giafar Nimeiry (Sudan) 1969-85 16
56)Jomo Kenyatta (Kenia) 1963-78 15
57)J.-Claude Duvalier(Haiti) 1971-86 15
58)François Duvalier (Haiti) 1957-71 14
59)Menghistu Haile M.(Etiopia) 1977-91 14
60)Jean Bedel Bokassa(Rep.Centrafricana) 1965-79 (†96-75) 14
61)Wladislaw Gomulka (Polonia) 1956-70 14
62)Chun Doo Hwan (Corea del Sud) 1979-93 14
63)Roh Tae Woo (Corea del Sud) 1979-93 14
64)Houari Boumedienne(Algeria) 1965-79 14
65)Chadli Bendjedid (Algeria) 1979-92 13
66)Omar el-Bechir (Sudan) 1989-in carica 13
67)Idris Déby (Ciad) 1990-in carica 12
68)Adolf Hitler (Germania) 1933-45† 12
69)Anastasio Somoza (Nicaragua) 1967-79 12
70)Samora Machel (Mozambico) 1975-86† 11
71)Re Feisal (Arabia Saudita) 1964-75 11
72)Nikita Kruscev (Unione Sovietica) 1953-64 11
73)Ruhollah Khomeini (Iran) 1979-89 10
74)Chiang Ching-Kuo (Taiwan) 1978-88 10
75)Juan Domingo Peron (Argentina) 1946-55 9
76)Idi Amin Dada (Uganda) 1971-79 8
77)Wojciech Jaruzelski(Polonia) 1981-89 8
78)Boris III (Bulgaria) 1935-43 8
79)Hugo Banzer (Bolivia) 1971-78 †2002 7
80)G.Papadopoulos (Grecia) 1967-74 7
81)Nikolaj Lenin (Unione Sovietica) 1917-24† 7
82)Emilio E. Massera (Argentina) 1976-83 7
83)Jorge Videla (Argentina) 1976-82? 6
84)Marcelo Caetano (Portogallo) 1968-74 6
85)Pol Pot (Cambogia) 1975-79 (†‘98) 4
86)Agostinho Neto (Mozambico) 1975-79 4
87)Georgi Dimitrov (Bulgaria) 1946-49 3
88)Alexander Stamboliski (Bulgaria) 1920-23 3
89)Alexander Tsankov (Bulgaria) 1923-26 3
90)Raul Cedras (Haiti) ?-94 ?
Friday, January 04, 2002
Emma, fastidiosa farfalla dell'utopia
Saturday, December 22, 2001
Davide Van De Sfroos
di Mauro Suttora
Van De Sfroos non è un ciclista fiammingo. E’ il nome d’arte di Davide Bernasconi, cantautore dialettale comasco di 36 anni: «van de sfroos» in lariano significa «vanno di frodo». Contrabbandieri e irregolari sono infatti i personaggi delle canzoni di questo artista-rivelazione, che sta collezionando tutti esauriti in ogni concerto che tiene in Lombardia e Svizzera italiana. Così c’è il Bestia, «castig del Signuur, semper spurceleent e vestii cun’t un sacch, ma no l’era mai stracch» («castigo del Signore, sempre sporco e vestito con un sacco, ma non era mai stanco»). C’è quell’altro con «gli occhiali da tafano dell’autogrill di Fiorenzuola, pilota de la malura che scià el Gilera de rüvà ved mea l’ura» («...pilota della malora che sul Gilera di arrivare non vede l’ora»). E c’è naturalmente anche il cuoco del Grand Hotel, come su ogni lago che si rispetti, figura degna di quello di Salò cantato da Francesco De Gregori, solo che questo ha «il maa de schena, e l’è giamò ciucch a la matèna» («il mal di schiena, ed è già ubriaco alla mattina»).
Van de Sfroos, questa specie di Paolo Conte dell’Insubria, è diventato il mito nascosto della Lombardia settentrionale. Riesce a mettere d’accordo tutti: leghisti, ciellini, comunisti, forzisti. Ha vinto il premio Tenco del 1999, e il suo disco «Breva & Tivàn» (i due venti che soffiano regolarmente sul lago di Como, uno al mattino e l’altro al pomeriggio, permettendo per secoli ai «lagheè», gli abitanti del lago, di spostarsi da un paese all’altro), autoprodotto e senza una vera distribuzione, ha venduto 35mila copie spontaneamente, con la sola forza del passaparola.
Ora è uscito il nuovo «E semm partii...» (Siamo partiti), disco di folk rock che ne riconferma la fantasiosa vena poetica. Sul palco del teatro Smeraldo, a Milano, Lella Costa ha voluto leggere le sue poesie. E Ale e Franz, anche loro calati in pianura dalle prealpi (sono i comici sfigati che suonavano al citofono di «Mai dire gol»), lo hanno accompagnato con le loro battute surreali.
Il mondo di Van De Sfroos è pieno di personaggi stralunati, cantati con il suo vocione da cantastorie padano a metà fra Pierangelo Bertoli e Ligabue. Dopo i concerti, che tiene in posti dai nomi buffi come Uggiate Trevano, Zingonia, Guanzate o Tavernerio, giovani e vecchi portano sul palco ingrandimenti fotografici da firmare, bottiglie di vino e salami caserecci.
Da queste parti, fra Valtellina a nord, Brianza a sud, Svizzera a est e Orobie a ovest, il contrabbando è sempre stato qualcosa di più di un espediente per sopravvivere: fa parte della storia di ogni valle, paese e famiglia, dove c’è spesso un nonno o uno zio che andava «de sfroos». Almeno fino agli anni ‘70, quando le cose si sono incattivite e agli spalloni con sigarette e robe da poco si sono sostituiti i mafiosi con pacchi di soldi, droga e armi.
Ma è rimasta l’atavica voglia di libertà, l’insofferenza per le frontiere, la spinta di partire che fa cantare a Van de Sfroos «E sèmm partii per questa America sugnàda in pressa, una valisa che gh’è deent nagòtt, cumè tocch de vedru de un biceer a tocch...» («Siamo partiti per questa America sognata in fretta, una valigia con dentro niente, come pezzi di vetro di un bicchiere rotto...)
Van De Sfroos sa giocare con la nostalgia, e nella canzone «Television» («Quanti dé, quanti nocc su quii pultrùnn, cun chel butùn, come un cujun...»: quanti giorni, quante notti su quella poltrona, con quel bottone, come un coglione...) c’è uno dei versi più belli del suo ultimo disco. Quando, ricordando la notte del luglio 1969 in cui gli astronauti arrivarono sulla Luna, commenta amaro: «Perchè i naven sö la Loena e i purtaven a cà i sass, e in giir sö la Tèra segütàven a cupàss» («Andavano sulla Luna e portavano a casa i sassi, e in giro sulla Terra continuavano a uccidersi»).
La musica è curatissima e moderna: va a ritmo di ska, rock, punk, reggae, in cui perfino uno strumento intrinsecamente triste come la fisarmonica riesce a colorare una melodia, rendendola sorridente.
Il 7 dicembre la città di Milano ha premiato con la sua più alta onoreficenza, l’Ambrogino d’oro, un altro grande cantante dialettale lombardo, Nanni Svampa. Lui è milanese. Anzi, franco-milanese, perché forse le sue canzoni più belle sono quelle ispirate da Georges Brassens, il papà di tutti i cantautori di livello (da Georges Moustaki a Fabrizio De André) scomparso esattamente vent’anni fa. Van De Sfroos si colloca in questa scia, dove la musica profuma di poesia e confina con l’anarchia.
Tuesday, December 18, 2001
L'unico paese contro l'articolo 18
Monday, December 17, 2001
Il Geomag di Edoardo Tusacciu
Con una barretta ti conquisterò
Inventato in Sardegna, il Geomag oggi fattura 18 miliardi
Il gioco di costruzioni che piace a mezza Italia è prodotto a Calangianus, capitale mondiale del sughero, da un ex produttore di turaccioli. Oggi è esportato in trenta Paesi, compresi gli Usa «Due anni fa nessuno mi prendeva sul serio, né mi facevano credito - dice Tusacciu -. Oggi non riusciamo a star dietro a tutti gli ordini»
di Mauro Suttora
«Abbiamo un solo problema: non riusciamo più a star dietro agli ordini. Le nostre quattro macchine producono duecentomila barrette al giorno, per un valore di 120 milioni, e funzionano sempre, senza fermarsi mai. Abbiamo assunto 50 persone, ma non bastano».
Edoardo Tusacciu, 43 anni, fino all' anno scorso era un tranquillo produttore di turaccioli in sughero. Uno dei maggiori a Calangianus (Sassari), paese di cinquemila abitanti che dei tappi per bottiglia è la capitale mondiale: fra i clienti, anche i nomi più raffinati dello champagne francese. Ma oggi Tusacciu si è trasformato in industriale del giocattolo: dentro a un capannone del suo sugherificio nasce Geomag, gioco di costruzioni esploso dai tre miliardi di fatturato del 2000 ai 18 di quest' anno, fino ai 60 previsti per il 2002.
La scintilla è scoccata nella testa di un consulente aziendale, Claudio Vicentelli: inventore a tempo perso, ha messo a punto un sistema di barrette e sfere magnetizzate che creano complicate strutture geodetiche. A metà strada fra il Lego e il cubo di Rubik, Geomag può comporre le figure suggerite nelle istruzioni, ma anche quelle scaturite dalla fantasia dei giocatori: forme architettoniche, ingegneristiche, cristalline.
«Vendiamo perfino alle università, usano Geomag per riprodurre geometrie molecolari - si vanta Tusacciu - e abbiamo raggiunto i primi cinque posti nella classifica dei giochi di costruzione prodotti in Italia». Confermano alla Toycenter, la più grande catena italiana di giocattoli: «Sì, Geomag vende bene, in vari negozi ra esaurito ben prima di Natale».
Ormai i giganti dei giochi italiani (Preziosi, Clementoni, Editrice Giochi) e stranieri (Mattel, Hasbro) importano gran parte dei loro prodotti dall' Estremo oriente. Ma Plastwood, la società che produce Geomag, resta a Calangianus. «Il costo della manodopera per noi non è un problema - spiega Tusacciu - fanno tutto le macchine e la produttività è alta: basta un operaio per ogni miliardo di fatturato. All'inizio mi prendevano per pazzo, le banche non mi hanno neppure anticipato i soldi per un nuovo capannone. Così ho dovuto piazzare la prima macchina in un angolo del sugherificio. Ora invece esportiamo in trenta Paesi».
Sfondare nello sterminato mercato statunitense è fondamentale: gli americani comprano da soli più giocattoli di tutto il resto del mondo, spendendo 20 miliardi di dollari all' anno. Per questo gli Stati Uniti sono l' unico Paese, oltre alla Germania, dove Plastwood ha messo in piedi una filiale. Finito il rush di Natale, partirà l' attacco al succulento mercato dei giochi da tavolo con un nuovo prodotto: il «Catchmag», che verrà presentato alla Fiera del giocattolo di Milano dal 18 al 21 gennaio: «Puntiamo a un milione di copie», spera Tusacciu.
Calangianus è un' isola felice in Sardegna. Il distretto del sughero garantisce la piena occupazione, le sue 130 imprese fatturano oltre 400 miliardi. Un operaio può guadagnare due milioni e mezzo al mese. Non è un caso che Calangianus sia l' unico paese italiano ad avere votato contro l' articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che impone il reintegro per i licenziati senza giusta causa), nel referendum radicale del maggio 2000 poi annullato dalla mancanza del quorum. «Qui tutti i lavoratori dipendenti aspirano a mettersi in proprio», spiega Tusacciu.
I principali industriali del sughero diversificano: i fratelli Molinas hanno acquistato dalla Ciga il favoloso Hotel Sporting di Porto Rotondo, e si sono lanciati anche nel settore dei porti turistici. Ora Tusacciu ha messo in piedi il miracolo Geomag, e il suo principale nemico sono diventati i falsari: a Napoli sono state sequestrate settemila scatole imitate perfettamente. Lui agli americani riesce a venderli a mezzo dollaro ciascuno, quei magici bastoncini magnetizzati: ovvio che l'idea faccia gola a molti.
Mauro Suttora
Friday, November 23, 2001
Maria Grazia Cutuli
di Mauro Suttora
Col cavolo che Maria Grazia Cutuli era una «giovane collega», come hanno blaterato i tromboni del giornalismo in questi giorni. No, in tutta evidenza non si è più giovani a 39 anni. Quanto alla «collega», anche lì ci andrei cauto perché in realtà fino ad appena due anni fa Maria Grazia era solo una precaria, costretta a uno stato di incertezza fra sostituzioni di maternità e contratti a termine.
Proprio come tutti i «martiri» di questa chiusa corporazione che, ha notato sarcastico il Guardian inglese, ha bisogno di «eroi» per giustificare le proprie schiavitù e frustrazioni. Giancarlo Siani, ucciso nell’85 dai camorristi, era un abusivo del Mattino di Napoli; Ilaria Alpi non era assunta dal Tg3. E Antonio Russo, assassinato un anno fa in Georgia? Dimenticato perché cronista di Radio radicale, denuncia il Guardian. Sua madre, al contrario dei genitori di Ilaria Alpi (giustamente ricordata con libri e film), non ha avuto neanche in questi giorni il conforto di un’intervista.
Eppure Russo è stato l’ultimo giornalista al mondo a rimanere a Pristina sfidando le deportazioni e le stragi serbe in Kosovo, e ha ricevuto premi per questo. Poi però si era intestardito a occuparsi di argomenti «a perdere» come la Cecenia. In questi giorni l’unico a ricordarlo è stato Antonio Martino.
Con la Cutuli è morto Julio Fuentes. L’ho conosciuto sette anni fa, quando era a Milano come corrispondente del Mundo e stava proprio con Maria Grazia. Lui sì che ha potuto fare il suo mestiere da «giovane». Perché, come succede nei media di tutto il pianeta tranne l’Italia, in Spagna i reporter hanno 20-30 anni. Si comincia così, andando in giro con curiosità ed energia: è il primo gradino del cursus honorum, anche poco pagato. Poi, una volta quarantenni, messa su pancetta e famiglia, ci si fissa in redazione, si incassa l’aumento e si diventa writer, editors, capiredattori, «culi di pietra».
Da noi invece accade il contrario: la nomina a inviato speciale arriva verso i 40-50 anni, cioè proprio quando la disponibilità a «consumare la suola delle scarpe» diminuisce. E’ capitato a Ettore Mo, il migliore di tutti, e anche alla Cutuli nominata inviata «sul campo». Santo.
Risultato: ogni volta che sono andato per guerre ho incontrato due tipi di giornalisti. C’erano gli americani, inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, che partivano all’alba e tornavano in albergo impolverati solo verso sera, per trasmettere i loro servizi. Poi c’era il gruppetto degli italiani, distinti e simpatici cinquantenni che distillavano preziose analisi geopolitiche ai bordi della piscina, sorseggiando cocktail e controllando ogni tanto le agenzie per vedere se era successo qualcosa.
Non li biasimavo: alla loro età sarebbe stato crudele spingerli fuori, nel fango, fra le pietre, non parliamo di sacchi a pelo, i reumatismi. Uno dei più brillanti di loro, stanziato per un mese all’Intercontinental di Amman aspettando inutilmente il visto per Bagdad, riuscì a farsi confezionare due completi su misura da un sarto giordano, a spese del giornale. Un altro, al quale l’allora mio direttore Vittorio Feltri aveva chiesto una copia di un qualsiasi giornale iracheno, per tradurlo e allegarlo all’Europeo, gli rispose che non si trovavano più. Appena atterrato ad Amman feci fermare il taxi al primo incrocio, comprai da uno strillone un quotidiano stampato a Bagdad due giorni prima e lo spedii a Milano. «Ma qui, nell’edicola interna dell’hotel, non li vendono più», mi spiegò il grande inviato speciale, «e fuori è pericoloso uscire, da quando gli arabi hanno picchiato Lilli Gruber».
Un’altra particolarità italiana sono i posti da corrispondente estero. Siamo gli unici al mondo a non farli ruotare ogni tre anni, come capitò anche a Fuentes. La loro principale funzione, da noi, è accogliere ex direttori o caporedattori trombati, possibilmente ignari della lingua locale.
Ecco, anche di queste buffe cose parlavamo con Maria Grazia quando ci sentivamo. Dei giovani giornalisti italiani costretti a marcire per anni di fronte a un computer mentre i loro coetanei dei media esteri raccontavano il mondo, magari in classe economica, in bus, in treno, in alberghi non a 5 stelle, magari senza autista privato, scorta militare e traduttore al seguito. Magari in bici, come Beppe Severgnini a Pechino. E i loro colleghi «anziani» intanto facevano colazione con ambasciatori e collezione di note spese, telefonavano a mogli e amanti e scacciavano la noia con un bicchierino o due.
Negli ultimi anni le cose sono migliorate: a turno, ogni tanto, con cautela, anche i giovani vengono spediti fuori dalle redazioni, a prendere un po’ d’aria. A scoprire com’è fatta la realtà. «Ma ormai c’è internet», obiettano i direttori, molti dei quali non si sono mai spinti (professionalmente) oltre Milano e Roma. Fanno bene: si diventa direttori così, oggi in Italia, mica cercando notizie a Peshawar o a Cinisello Balsamo. Anche perché, scriveva il collega Benjamin Franklin, «le notizie sono solo quelle che dispiacciono a qualcuno. Tutto il resto è pubblicità». La Cutuli questo lo aveva capito, e per questo era considerata una rompicazzo tremenda. Altro che «giovane collega», valorosa postuma.
Saturday, November 10, 2001
Quanti abitanti sulla Terra?
Monday, October 29, 2001
Dopo le Twin Towers: radicali filo-Usa
di Mauro Suttora
Il Foglio, 29 ottobre 2001
«Se veniamo, portiamo le gigantografie di Roosevelt e di Milton Friedman». Marco Pannella promette (minaccia?) una presenza «non banale» dei radicali alla manifestazione pro-Usa del 10 novembre a Roma. «Oppure srotoliamo dal Pincio o da un aereo uno striscione immenso, lungo 40 metri, con le bandiere di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e la nostra, quella con il viso di Gandhi».
Franklin Delano Roosevelt e il capo degli economisti di Chicago non hanno nulla in comune, tranne la nazionalità americana e l’antiproibizionismo: il presidente del New Deal legalizzò gli alcolici, il Nobel liberista vuole liberalizzare anche lo spinello.
Ma la lingua di Pannella batte dove il dente duole. Perché i radicali sono i precursori dell’Usa Pride: da 15 anni propugnano istituzioni americane (presidenzialismo a turno unico), giustizia americana (pubblica accusa distinta dai giudici), economia americana (mercato libero e privatizzazioni).
Dalla guerra del Golfo dicono sì, loro nonviolenti e antimilitaristi, a tutti i bombardamenti Nato su Irak, Bosnia e Kosovo. Dopo l’11 settembre sono stati i primi a manifestare per gli Stati Uniti, raccogliendo per strada firme su 25 proposte di legge all’ombra di bandiere a stelle e strisce, Union Jack e stelle di Davide. Il giorno della Perugia-Assisi sono andati polemicamente a omaggiare i soldati britannici in un cimitero di guerra umbro.
Ma sabato scorso, dopo i messaggi di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi al convegno a San Patrignano, Pannella è stato anche il primo ad accusare di «neofascismo» la politica del Polo sulle droghe. E domenica Emma Bonino ha rincarato su Repubblica, giornale che normalmente la ignora (silenzio sulla sua guerra personale ai talebani, iniziata cinque anni fa), ma che la intervista appena dice «qualcosa di sinistra», cioè di libertario. Fatale, quindi, che a questo punto la bruciante attualità politica faccia premio sulla collaudata sintonia fra filoamericani.
Peccato, perché le prime reazioni radicali all’annuncio della marcia per le vittime di Manhattan era stata entusiasta: «Finalmente potremo riannodare il dialogo con i simpatizzanti del Polo, che tanto hanno contribuito all’otto per cento della lista Bonino nel ‘99», esultavano i dirigenti Antonello Marzano e Vasco Carraro.
Adesso invece prevale la cautela: «Non sappiamo nulla, neanche se ci invitano, se ci coinvolgono», prende le distanze Pannella, «quindi sarà il nostro Comitato, riunito dal primo al 4 novembre, a decidere sulla partecipazione ufficiale dei radicali. I quali comunque sono liberissimi di andarci. Leggo però che la cosa si sta trasformando in una manifestazione musicale, mentre noi sollecitiamo un massimo di connotazione politica per assicurarne il successo. Perché la nostra non è solidarietà generica: noi manifestiamo a favore delle istituzioni americane, proprio come forma organizzata della democrazia. Altro che “solidarietà al popolo americano”, come dice Bertinotti: lui è amico dei popoli ma nemico di tutti i loro governanti, basta che siano democraticamente eletti. A co minciare dai G8. Viceversa, è amico di tutti coloro che li opprimono, i popoli. L’unico bersaglio degli antiglobal è la democrazia - capitalista, naturalmente, anche perché altro tipo di democrazie non si conosce».
La tentazione del «pochi ma buoni» per Pannella è forte: «Il 10 novembre potremmo pure andarcene a Nettuno, dove c’è uno dei più grandi cimiteri militari americani d’Europa». Ma i radicali non erano antimilitaristi? «Auspichiamo anche oggi una conversione graduale delle spese belliche in strutture di aggressione nonviolenta contro le dittature del mondo».
E i bombardamenti in Afghanistan? «Ora siamo in ballo e dobbiamo ballare: questi governanti e generali americani non sanno fare granché, ma le armi che hanno a disposizione sono queste. E noi nonviolenti non sappiamo offrire armi alternative. Avvertiamo, però: all’interno della nuova sacra alleanza fra America, Russia e Cina possono esserci i mostri di domani. Il leader cinese resta un assassino, e Bush che va da lui a Shanghai rischia di ripetere Monaco e Yalta».
I radicali hanno passato tutti gli anni ‘80 ad ammonire su Saddam Hussein, il decennio successivo a puntare il dito contro Slobodan Milosevic, e il giorno dopo che i talebani presero Kabul nel ‘96 già facevano le Cassandre.
Profeti inascoltati?
«È un nostro vizio antico e gigantesco», ironizza Pannella, «quello di occuparci di gente che non ci può votare. E c’è anche la garanzia che in Italia nessuno parli di coloro dei quali ci occupiamo».
Cioè?
«Quattro giorni fa cinque nostri esponenti sono andati nel Laos comunista e hanno fatto la stessa cosa che nello stesso luogo, nello stesso posto e nella stessa data avevano osato fare cinque studenti laotiani il 26 ottobre 1999: hanno esposto uno striscione con la scritta “Democrazia per il Laos”. Di quegli sventurati non si sa più nulla: se sono vivi, morti, in carcere, dove. Desaparecidos. Ma anche dei radicali gli italiani non hanno saputo quasi nulla. Eppure fra loro ci sono Olivier Dupuis, segretario del partito ed eurodeputato eletto in Italia, Bruno Mellano, consigliere regionale in Piemonte, il capo dei radicali russi Nikolai Kramov, oltre a Massimo Lensi e a Silvja Manzi. Se si fossero fatti rapire nello Yemen, tutti ne avrebbero parlato. Invece, silenzio totale da parte dei nostri boss tv: Vespa, Santoro, Biagi, Costanzo, anche Lerner».
Mauro Suttora
Wednesday, October 24, 2001
intervista a Ivan Illich
NON SAPPIAMO PIÙ ASCOLTARE
di Mauro Suttora
"No, per favore, nessuna telecamera. Niente video. Spenga anche quel registratore".
E come faccio a intervistarla? Non vuole che le sue parole vengano riportate fedelmente?
"In questo momento desidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magnetofono".
Sono tutto orecchi.
"Ormai non siamo più capaci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecnici di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Così come anche tutti gli altri sensi".
L'impatto iniziale con Ivan Illich è disarmante. Ecco qui il padre dei movimenti ambientalisti di mezzo pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo che per primo nel 1971 teorizzò La convivialità come unica difesa di fronte all'alienazione della società consumista. Herbert Marcuse distruggeva, lui assieme a Erich Fromm ricostruiva una speranza invitando a Descolarizzare la società o promuovendo la "medicina dolce" con Nemesi medica (i titoli dei suoi libri più famosi, stampati a milioni di copie in tutto il mondo e in Italia da Mondadori, Elèuthera, Red). Da anni, però, Illich è sparito. Poche pubblicazioni (al massimo il testo di qualche rara conferenza), pochissimi convegni, nessuna intervista.
Coerente con se stesso e con il suo rifiuto dei mass media ("Inutili, anzi dannosi: forniscono un'informazione a senso unico filtrata, asettica e predigerita") è scomparso dalla scena pubblica. Ma a 71 anni questo geniale ebreo ex teologo cattolico nato a Vienna non ha rinunciato a coltivare una rete di rapporti "privati e privilegiati" in ogni continente (dall'università messicana di Cuernavaca a quella americana della Pennsylvania, a quella tedesca di Brema), accettando ogni tanto l'invito a riunioni o seminari.
L'ho incontrato alla Fiera delle utopie concrete, appuntamento autunnale a Città di Castello (Perugia) organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove Illich è tornato dopo nove anni. Quest'anno il tema dell'incontro era 'L'udito e l'ascolto': il primo di una serie di cinque, che con cadenza annuale fino al 2005 studieranno tutti i sensi dell'uomo.
"Mi piace la stravaganza erudita di queste avventure intellettuali al di fuori delle mode dominanti", confessa Illich. "Ogni epoca ha trattato udito, vista, olfatto, gusto e tatto in modi diversi. Il tema centrale delle mie ricerche negli ultimi anni è stato proprio l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire e del godere, dell'amare e del morire. Allo stesso modo, in ogni periodo è esistita un'arte specifica dell'ascoltare, nonché un'arte dello sguardo".
E oggi?
"Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio aveva visto "Kennedy, Reagan ed E.T. come vedo te". Il "vedere" evidentemente per lei si è staccato dall'incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dall'occhio sull'oggetto. Quest'atteggiamento è stato rovesciato da Keplero: l'occhio è diventato la porta d'ingresso per i raggi del sole che consegnano, "come i cavalieri della posta", la vista della cosa alla retina. È il principio della camera oscura. Ma oggi è in atto un ulteriore rovesciamento: tramite l'occhio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nell'azione sullo schermo. L'occhio è stato arruolato al servizio del medium".
Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira l'homo videns, che tutto vede (in tv), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la "perdita di senso" che sembra attanagliare sempre di più il cittadino contemporaneo.
Si ripete così il paradosso da lei evidenziato vent'anni fa: malati "arruolati" al servizio dei medici, studenti "arruolati" al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.
"Esatto. L'esempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici di soldi, è tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo è un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone più povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da lì per la cura. Oggi invece non c'è più ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda "come ti senti?" mi rispondesse con la pressione sanguigna e il livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo è proprio ciò che accade oggi".
La "realtà virtuale" adesso porta all'estremo la scissione fra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.
"Sì. Sempre di più non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cui possano essere toccate. Sempre più spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il "senso comune", che rendeva possibile la percezione sensoriale dell'intonazione giusta, del rispetto, della proporzionalità sensata, appartiene ormai al passato".
Ma si possono distinguere, nella storia, periodi caratterizzati dall'uso privilegiato di un senso: l'epoca dell'olfatto, della vista, del tatto, dell'ascolto, della parola?
"È difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di "attori") non avevano spettatori (theoretes), ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle cadenze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cercò invece di promuovere il "guardare" gli spettacoli, e pretendeva addirittura che nel suo stato ideale certi tipi di melodie fossero vietate del tutto".
Nulla sembra cambiato rispetto a quarant'anni fa, con le accuse al rock di essere la "musica del diavolo", o rispetto a oggi, con le polemiche degli odierni cinquantenni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.
"Certo. Ma già Aristotele criticò su questo il suo maestro Platone, perché secondo lui una limitazione al solo "guardare" non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia è invece mimesis praxeos, cioè "l'esecuzione coinvolgente in un'azione", una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore deve capire in modo quasi tattile".
Nell'Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola è testimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall'aumento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.
"Purtroppo non conosco l'Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l'artista-oratore nel teatro, nell'insegnamento, e anche in politica, può coinvolgere completamente l'ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l'esperienza di una nascita. Solo così può promuovere il pathei mathos, l'"imparare a soffrire" da coloro che hanno vissuto una forma di sofferenza..."
Con il rischio di cadere nella "tv del dolore"...
"... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica, sottolinea come la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore può servire come "segno" (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece l'orazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell'ascoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente".
Qual è il tipo di ascolto che lei, fondatore dell'ecologia moderna, considera più "sano"?
"Quello della comunicazione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l'orecchio, ma anche la vista: "Ti do me stesso attraverso le pupille dei miei occhi".
Mauro Suttora
Friday, October 05, 2001
Finanziaria di guerra
Aumentano le spese militari
Diario, 5 ottobre 2001
Silvio Berlusconi ha approntato una Legge finanziaria «di guerra»: maggiori stanziamenti per forze armate e servizi segreti. Nel 2002 cinquemila miliardi in più rispetto ai 43 mila del bilancio militare di quest’anno. Non c’è stato bisogno della strage di New York, tuttavia, per arrivare alla svolta militarista: fin dal primo giorno di governo il Polo aveva ridotto del dieci per cento le spese dei ministeri. Unica eccezione: quello della Difesa.
Ma come stanno le nostre forze armate? Quanto ci costano? E, soprattutto, a che cosa servono? La crisi afghana interviene in un momento cruciale: il passaggio dai soldati di leva ai professionisti. In cifre, questo significa scendere dai 350mila uomini di qualche anno fa e dagli attuali 270mila fino ad arrivare, al ritmo di 12mila ragazzi di leva in meno ogni anno (l’ultima classe che subirà la naja sarà quella del 1985), a 190mila. Esclusi carabinieri, guardia di finanza e capitanerie di porto, militari anch’essi.
Sugli effettivi finali delle nuove forze armate professioniste si è svolta una silenziosa ma aspra battaglia. I generali chiedevano 210mila uomini, i pacifisti (Verdi, Rifondazione e la campagna Sbilanciamoci, che raggruppa volontariato, obiettori, Wwf, Pax Christi, Mani tese, Medici senza frontiere, Emergency, Arci, Legambiente, Lila) proponevano 120mila.
«Un organico ragionevole», spiega Massimo Paolicelli dell’Associazione obiettori nonviolenti, «che tiene conto della principale attività delle future forze armate, cioè le missioni all’estero. Oggi sono impegnati fuori dai nostri confini - soprattutto nell’ex Jugoslavia - circa novemila militari. Occorre triplicare questa cifra per tenere conto di ricambi e logistica. L’impegno per il futuro esercito europeo è di 20mila uomini». Entro il 2003, infatti, dovrebbe nascere la Forza di reazione rapida dell’Unione europea, forte di centomila uomini. I Ds proponevano per l’Italia una via di mezzo fra le richieste delle gerarchie in divisa e le controproposte pacifiste: 160mila uomini. Ma alla fine hanno avuto la meglio i generali: 190mila professionisti.
Gli alti gradi vagheggiano una forza d’intervento da media potenza, e vorrebbero scimmiottare inglesi e francesi: 70mila soldati sempre pronti a partire, «ready to combat», con «capacità di proiezione autonoma» in tutto il mondo. Per assecondare questa velleità di «show the flag», mostrare la bandiera anche agli antipodi, è nata per esempio la missione a Timor Est nel ‘99: «Assurda, sarebbe come se australiani e neozelandesi fossero intervenuti in Kosovo», dice Paolicelli.
Il sospetto, naturalmente, è che i nostri generali e ammiragli più che alla difesa della patria pensino a quella della propria poltrona: perché sono loro stessi un piccolo esercito di 400 persone, contro i 350 generali degli Stati Uniti. Insomma, come in tutte le burocrazie, è l’organo che crea la funzione, e non viceversa. E infatti, sui cinquemila miliardi di aumenti di di Berlusconi, ben duemila vadano in stipendi.
A fare le spese di queste manie di grandezza sono le nostre tasche. Infatti, se le cifre sono gonfiate per gli organici, per i bilanci sono truccate. Dodici anni fa è caduto il muro di Berlino, l’impero sovietico si è liquefatto, vari eserciti dell’Est sono stati accolti nella Nato: venuta meno la principale minaccia alla nostra sicurezza, avremmo potuto incassare i cosiddetti «dividendi della pace», riducendo le spese belliche.
Invece no. Mentre negli anni ‘90 la Germania ha diminuito i propri bilanci militari del 30%, gli Usa e la Gran Bretagna del 26% e la Francia dell’8, l’Italia non ha risparmiato niente. Secondo i dati Nato, certo non sospetti di pacifismo, ogni cittadino statunitense ha pagato nel Duemila ben 400 dollari in meno rispetto al 1990 per la difesa, un tedesco 330 in meno, un britannico quasi 200 e un francese circa cento in meno; un italiano, invece, oggi spende la stessa cifra di dieci anni fa. Insomma, le manovre finanziarie «lacrime e sangue» degli anni Novanta hanno risparmiato soltanto le manovre militari.
Ma c’è di più: il bilancio italiano della Difesa è ingannevole. Secondo la Nato, infatti, ammonta a 43mila miliardi annui, mentre l’Italia ne dichiara soltanto 34mila. Come mai? Il trucco è semplice: le gerarchie militari, allo scopo di piangere miseria, caricano molte spese su altri dicasteri. Quello dell’Industria, per esempio, che si è accollato centinaia di miliardi per «aggiornare» elicotteri da combattimento A-129, acquistare aerei Do-228, dotare una cinquantina di velivoli di un «efficace sistema di autoprotezione integrato», comprare elicotteri Ab-212.
Sono soprattutto gli astronomici investimenti per i 121 aerei Efa (European fighter aircraft, 150 miliardi l’uno) a sparire d’incanto: le tranches annuali (su un totale di 20mila miliardi fino al 2008), vengono anch’esse coperte dai fondi d’accantonamento del ministero dell’Industria. «Il programma Efa è un vero scandalo e andrebbe bloccato immediatamente», sottolinea Paolicelli, «sia perché costa cifre incredibili extrabilancio, sia perché quando saranno pronti quegli aerei saranno già vecchi: fra pochi anni gli Usa avranno velivoli di una generazione superiore, i Joint strike fighters, costati la metà degli Eurofighter». Non a caso la Francia si è tirata fuori dal programma Efa e sta sviluppando autonomamente il proprio Rafale (alla faccia dell’Europa unita), e la Germania fino all’ultimo ha messo in forse la sua partecipazione al consorzio con l’italiana Alenia, la British Aerospace e la spagnola Casa.
Infine, l’opera buffa: quasi 1.300 miliardi richiesti dai generali per comprare 13 aerei Stovl a decollo verticale. Da piazzare sulla nuova portaerei che gli ammiragli vorrebbero battezzare Luigi Einaudi: una so battezzare Luigi Einaudi: una scelta bizzarra, quella di dedicare un monumento dello spreco proprio al più rigoroso fra i presidenti della Repubblica.
Perché infatti gli aerei a decollo verticale, e non quelli normali? Perché il trattato di pace firmato dopo la Seconda guerra mondiale proibisce agli Stati vinti (Italia, Germania e Giappone) di avere portaerei. Allora, con un gioco di parole, abbiamo messo elicotteroni da 94 miliardi l’uno sulla «portaeromobili» Garibaldi. E piazzeremo gli Stovl sulla Einaudi: approvata dal Parlamento nel ‘98 per 1.500 miliardi, due anni dopo il suo costo era già lievitato a 2.200. Tutti prevedono che al varo, nel 2007, si arriverà a 4.000. «È il trucco di sempre», spiega Paolicelli, «alle Camere viene presentato un progetto con costi considerati digeribili, per poi stravolgerli strada facendo». Lo stato maggiore della Marina, intanto sogna di operare non solo in tutto il Mediterraneo, ma anche di partecipare a operazioni extacontinentali: Corno d'Africa, golfo Persico, oceano Indiano.
Attendendo di combattere sull’intero orbe terracqueo, ci consoliamo buttando 1.700 miliardi per il carrarmato Ariete, carro di seconda generazione inadeguato secondo gli stessi militari alle loro esigenze (gli altri Paesi sono arrivati alla terza generazione di panzer) Oppure il nuovo sommergibile autarchico S-90 studiato dalla Fincantieri: il suo costo aveva raggiunto livelli così inaccettabili che è risultato più conveniente comprare i sommergibili tedeschi U-212. Con buona pace di tutti i miliardi spesi nel frattempo, oltre ai 1.750 miliardi necessari per le due nuove unità.
Come uscire da questo guazzabuglio di sperperi? «La soluzione è l’Europa», afferma Paolicelli, «perché le nostre forze armate si devono integrare fortemente con quelle dell’Unione. Solo così si eviteranno inutili doppioni. Altro che “capacità di proiezione autonoma” della sola Italia! E contro le velleità dei generali è sempre l’Europa, con i suoi vincoli di Maastricht al bilancio, il nostro alleato più potente e prezioso». A causa dei nostri due milioni e mezzo di miliardi di debito da colmare, infatti, i generali pastasciuttari dell’Italietta prima o poi dovranno smetterla di giocare alla guerra. Altro che approfittare dell’Afghanistan per agguantare qualche migliaio di miliardi in più.
SPESE MILITARI ITALIA
(in miliardi di lire)
1990: 28.000
1996: 36.170
1998: 40.700
2001: 43.000
(fonte: Nato Review n.1, 2001)