Monday, June 12, 2006
Umanitarismo, nuova frontiera del militarismo?
I soldati in missione umanitaria costano come se facessero la guerra, ovvero quello che fanno davvero. Il giornalista Rocca, portavoce italiano dei neocon Usa, insegna alla sinistra come fare politica estera
Diario, 9 giugno 2006
Vent’anni. Tanto prevedono di rimanere in Afghanistan gli stati maggiori inglesi e americani: “Inutile illudersi, per pacificare tutto il territorio ci vorranno tempi lunghi”. È un calcolo realistico ma folle, perchè non tiene conto di due fattori: l’esperienza della storia e il consenso dell’opinione pubblica sia locale che occidentale.
Dell’Afghanistan infatti è proverbiale la resistenza al primo tentativo di occupazione coloniale inglese: nell’Ottocento fallì il tentativo di annessione al dominio imperiale indiano. Quanto all’invasione russa del dicembre 1979, fu addirittura una delle cause principali per il crollo dell’impero sovietico e del comunismo dieci anni dopo.
La simpatia dei locali per quelle che ormai, dopo cinque anni, vengono viste solo come truppe d’occupazione permanente, si è ridotta ai minimi termini. La settimana scorsa è bastato un tamponamento con sparatoria da parte dei soldati americani per causare un sollevamento popolare in tutta Kabul.
Quanto al consenso nei Paesi Nato che formano l’Isaf (International Security Assistance Force), esso è direttamente proporzionale ai risultati raggiunti e inversamente proporzionale al numero dei morti. I risultati sono finora disastrosi: dal 2001 non sono stati catturati nè Osama Bin Laden, nè il suo vice egiziano Al Zawahiri, nè il capo talebano mullah Omar. Sul campo la situazione invece di assestarsi peggiora. E’ iniziata l’offensiva primaverile/estiva dei talebani, e l’elegante presidente Hamid Karzai riesce a malapena a controllare la zona di Kabul. Tutto il resto è come sempre in mano ai capitribù, alcuni suoi alleati, altri no: vengono chiamati ‘signori della guerra’, e sono paragonabili ai nostri feudatari medievali. Quasi tutti ricavano il loro sostentamento dalla coltivazione e contrabbando dell’oppio.
Quel che è peggio è che le truppe americane, fuori dal comando Nato, si concentrano nella mission impossible di trovare Osama (probabilmente nascosto in qualche periferia pakistana), stanando i talebani dalle loro grotte sparse in un territorio immenso e non controllabile.
Ai militari Nato, fra i quali mille italiani, è stato rifilato il mantenimento dell’ordine pubblico. Che però oggi in Afghanistan non si chiama ne peace keeping, nè peace enforcing, nè nation building, nè difesa della democrazia. L’unica definizione seria, molto meno romantica, politicamente corretta e sofisticata, è “guerra”. Questo è ciò che stanno facendo oggi i nostri soldati, diecimila chilometri troppo lontani dai confini che dovrebbero difendere (quelli dell’Italia): una guerra. Ma non hanno il controllo del territorio. In Afghanistan non è sicura neppure l’unica autostrada, la Kabul-Kandahar.
Liberare gli oppressi. Come?
A questo pensavo il primo giugno mentre assistevo, in un ex cinemuzzo proprio davanti a Montecitorio, alla presentazione di un libro di Christian Rocca: ‘Cambiare regime’. Sottotitolo: ‘La sinistra e gli ultimi 45 dittatori’. Editore: Gli struzzi (appunto) Einaudi. Rocca scrive su un giornale di destra, il Foglio, e pure lui si lancia in una mission impossible: insegnare alla sinistra quel che deve fare in politica estera. “Lottare contro le dittature e liberare i popoli oppressi”, spiega il pedagogo Rocca al segretario dei Ds Piero Fassino, che ha abboccato e partecipa al seminario. Educato, si sorbisce pure i pistolotti degli unici due intellettuali di sinistra americani favorevoli alla guerra di George Bush junior in Iraq: Christopher Hitchens, come sempre simpaticamente etilico, e Paul Berman, il quale ribadisce che gli occidentali devono appoggiare le “guerre antifasciste” di Bush in Iraq e in Afghanistan.
Poi Fassino risponde e non può che concordare sulle ovvietà: la democrazia è bella, le dittature sono brutte, conviene abbatterle non solo perchè è giusto ma anche perchè conviene (le democrazie non fanno guerra fra loro). Lui personalmente ha le carte in regola: è stato l’unico politico italiano a ricevere il comandante afghano Massud prima che i talebani lo assassinassero nel 2001, si è sempre battuto per la liberazione dei popoli e non condivide gli eccessi dei pacifisti. che escludono la guerra comunque. Poi però fa una piccola domanda: “Come?” Come eliminiamo i dittatori? Come promuoviamo la democrazia? Visto com’è finita in Iraq, Rocca non può più rispondere: “Con la guerra”.
Nel 2003, sull’onda dell’entusiasmo per liberazione di Baghdad (che quasi tutti abbiamo condiviso), aveva scritto un altro libro, in cui proponeva non di esportare la democrazia, ma l’America tout court, e spiegava agli italiani quanto sono bravi i neocon(servatori). Accreditatosi come il loro bardo in Italia, oggi però, dopo tre anni di disastri, non può più esibirli orgogliosamente: e infatti in questo libro li confina in un sottocapitolo di otto paginette, per ribadire la sua tesi balzana che trattasi non di fascistoni militaristi, ma di ex di sinistra i quali per “idealismo pragmatico” passarono con Reagan e da allora chiedono instancabili di aumentare le spese militari (anche quando gli avversari degli Usa spendono dieci volte meno di loro). I neocon sarebbero un po’ come l’ex compagno Mussolini fino al 1914, insomma.
In un altro paragrafo Rocca sostiene che c’è una via nonviolenta nella lotta contro i dittatori, ma la fa coincidere con i dollaroni che Bush distribuisce a quelli che si dicono d’accordo con lui. Presumibilmente, d’ora in poi, anche Gheddafi: lo ha dovuto dolorosamente notare perfino Magdi Allam. Ma, in sostanza, Fassino e Rocca convengono che la guerra può essere solo una “extrema ratio” (molto estrema per il primo, poco per il secondo).
“L’intervento umanitario”
Nel dibattito poi interviene, con la maestria che gli è propria, Adriano Sofri, al suo rientro pubblico dopo la grave malattia. Il quale introduce la parola magica che da diciassette anni, cioè dalla fine della Guerra fredda, è diventata la parola d’ordine di tutti i generali di questo mondo: “Intervento umanitario” (optional: “d’emergenza”). Cosa sarebbe infatti degli eserciti occidentali, dopo la sparizione del nemico nell’89, senza l’alibi dell’umanitarismo? Come giustificherebbero la propria esistenza, i bilanci astronomici, la loro ferraglia micidiale ma ormai obsoleta (contro i terroristi), senza la scusa degli “interventi di pace”?
“Umanisteria”, l’ha definita velenosamente Milan Kundera. Però, nota giustamente Sofri, quando ce vo’ ce vo’: “Nel ‘95 bastarono poche ore di bombardamenti Nato, e quasi senza morti, per far cessare le stragi in Bosnia...” Idem in Kosovo nel ‘99. “Gli americani sarebbero dovuti intervenire anche in Ruanda nel ‘94, per far cessare il genocidio”. E dovrebbero farlo oggi in Sudan. Poi però precisa: “Nel quadro di azioni di polizia internazionale, con diritto internazionale e tribunali internazionali”. Cioè l’esatto contrario delle guerre preventive teorizzate da Bush, dell’impunità per i suoi soldati, del rifiuto della Corte internazionale dell’Aia e di ogni giurisdizione Onu.
Quella individuata da Sofri è ‘la’ questione fondamentale di questi anni, e non solo per la sinistra italiana. Perchè con la scusa della promozione della democrazia, del peacekeeping e delle missioni umanitarie, tutti i complessi militari industriali (da quello Usa, giunto quest'anno a 700 miliardi di dollari di spesa annua, al nostro molto più pastasciuttaro) continuano prosperare.
Il giorno dopo, 2 giugno, a poche centinaia di metri da quella saletta romana si sono confrontati i due corni della “politica estera” italiana: in via dei Fori imperiali (appunto) la parata militare, a Castel Sant’Angelo le tesi angelicate dei pacifisti. Ma fuori dalla retorica e dalla commedia sui distintivi del presidente della Camera, quali sono in concreto i termini del problema oggi in Italia? Dall’Iraq siamo già fuori, inutile attardarsi a discuterne: perfino la destra aveva annunciato il ritiro entro un anno.
Il paradosso italiano
Resta tuttavia l’immenso equivoco delle “missioni di pace”. Perchè alla nuova ideologia buonista abboccano anche benintenzionati come Gianni Riotta e Massimo D’Alema sul Corriere della Sera, per non parlare della regina dell’interventismo umanitario, Emma Bonino. La sua nomina a ministra della Difesa avrebbe coronato il sogno degli eserciti democratici e buoni. Solo in Italia potrebbe diventare capo delle Forze armate l’esponente di un partito, quello radicale, che tuttora si definisce antimilitarista e vanta Gandhi come simbolo. Un’operazione da manuale di neo-lingua orwelliana: ecco avanzare i militari pannelliani nonviolenti, così come la prima guerra mondiale era quella che avrebbe “fatto terminare tutte le guerre”.
A che prezzo, tuttavia, proseguiamo in queste imprese benefiche per “mostrare la bandiera” nel mondo? Le cifre sono opime: attualmente abbiamo 28 missioni in 18 Paesi con 8.500 militari. I tremila soldati stanziati (inutilmente) a Peja in Kosovo da sette anni sono costati finora tre miliardi di euro. Per i tre anni in Iraq ci vorranno alla fine due miliardi. Ogni militare in missione guadagna in media 4.500 euro in più al mese oltre lo stipendio. Nel golfo Persico vaga da anni senza scopo la fregata Scirocco con 240 marinai a bordo, mentre la Aliseo pattuglia non si sa bene perchè il Mediterraneo orientale. Nei mari ad alta salinità l’usura delle navi è più rapida. Ma niente paura: dall’anno prossimo costruiremo dieci nuove fregate europee multimissione (Fremm), al prezzo di 400 milioni l’una. Quattro miliardi, invece, costerà il nuovo giocattolo inutile e prezioso strappato dagli ammiragli: la portaerei Cavour, in varo l’anno prossimo a Muggiano (La Spezia). Stazza doppia rispetto all’attuale portaerei Garibaldi, sarà lunga 242 metri (misura massima per entrare nel porto di Taranto), avrà 1.210 marinai, trasporterà sia i caccia Harrier, sia i futuri Jsf (Joint Strike Fighters), oltre a 80 autoblindo Dardo o 24 carri armati Ariete. Per “andare a portare la pace”, ovvio. Ma dove?
“L'Italia spende per la difesa 484 dollari pro-capite, ben più di Germania (411 dollari), Giappone (332 dollari) e Canada (377 dollari)”, denuncia Giorgio Beretta della Campagna di pressione sulle ‘banche armate’. Anche un commentatore certo non pacifista come il direttore di ‘Analisi Difesa’ Gianandrea Gaiani ha criticato le missioni estere, notando che “non sembra esistere una dottrina che stabilisca in quali contesti e in base a quali interessi nazionali l’Italia sia disponibile ad inviare proprie forze nell’ambito di contingenti multinazionali.Ci limitiamo a rispondere positivamente a tutte le richieste dell’Onu, come se la presenza di truppe oltremare potesse da sola rappresentare quella politica estera che negli ultimi 50 anni l’Italia non è mai riuscita a elaborare”.
I tre quarti dei 25 miliardi delle nostre spese militari annue finisce in stipendi. Le gerarchie militari sono riuscite a ottenere forze armate di 190mila professionisti, mentre ne basterebbero la metà, integrati con l’Europa. “E poi basta con il gioco di nascondere le vere spese della difesa”, avverte Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione obiettori nonviolenti, “non includendo i carabinieri, ormai quarta forza armata, le missioni all’estero e le spese per i sistemi d’arma allocate alle attività produttive. Chi pensa che ci siano alternative alla difesa armata, chi da anni lavora per proporre modelli alternativi, non si accontenta di essere definito da Fassino ‘eticamente apprezzabile’ ma utopista, perchè chi governa non potrebbe escludere l’uso della forza. Oggi”, conclude Paolicelli, “è un utopista chi pensa che si vinca il terrorismo con le guerre, ma soprattutto chi sperpera denaro in inutili e mastodontici eserciti e costosissimi sistemi d’arma”.
Mauro Suttora
Friday, October 05, 2001
Finanziaria di guerra
Aumentano le spese militari
Diario, 5 ottobre 2001
Silvio Berlusconi ha approntato una Legge finanziaria «di guerra»: maggiori stanziamenti per forze armate e servizi segreti. Nel 2002 cinquemila miliardi in più rispetto ai 43 mila del bilancio militare di quest’anno. Non c’è stato bisogno della strage di New York, tuttavia, per arrivare alla svolta militarista: fin dal primo giorno di governo il Polo aveva ridotto del dieci per cento le spese dei ministeri. Unica eccezione: quello della Difesa.
Ma come stanno le nostre forze armate? Quanto ci costano? E, soprattutto, a che cosa servono? La crisi afghana interviene in un momento cruciale: il passaggio dai soldati di leva ai professionisti. In cifre, questo significa scendere dai 350mila uomini di qualche anno fa e dagli attuali 270mila fino ad arrivare, al ritmo di 12mila ragazzi di leva in meno ogni anno (l’ultima classe che subirà la naja sarà quella del 1985), a 190mila. Esclusi carabinieri, guardia di finanza e capitanerie di porto, militari anch’essi.
Sugli effettivi finali delle nuove forze armate professioniste si è svolta una silenziosa ma aspra battaglia. I generali chiedevano 210mila uomini, i pacifisti (Verdi, Rifondazione e la campagna Sbilanciamoci, che raggruppa volontariato, obiettori, Wwf, Pax Christi, Mani tese, Medici senza frontiere, Emergency, Arci, Legambiente, Lila) proponevano 120mila.
«Un organico ragionevole», spiega Massimo Paolicelli dell’Associazione obiettori nonviolenti, «che tiene conto della principale attività delle future forze armate, cioè le missioni all’estero. Oggi sono impegnati fuori dai nostri confini - soprattutto nell’ex Jugoslavia - circa novemila militari. Occorre triplicare questa cifra per tenere conto di ricambi e logistica. L’impegno per il futuro esercito europeo è di 20mila uomini». Entro il 2003, infatti, dovrebbe nascere la Forza di reazione rapida dell’Unione europea, forte di centomila uomini. I Ds proponevano per l’Italia una via di mezzo fra le richieste delle gerarchie in divisa e le controproposte pacifiste: 160mila uomini. Ma alla fine hanno avuto la meglio i generali: 190mila professionisti.
Gli alti gradi vagheggiano una forza d’intervento da media potenza, e vorrebbero scimmiottare inglesi e francesi: 70mila soldati sempre pronti a partire, «ready to combat», con «capacità di proiezione autonoma» in tutto il mondo. Per assecondare questa velleità di «show the flag», mostrare la bandiera anche agli antipodi, è nata per esempio la missione a Timor Est nel ‘99: «Assurda, sarebbe come se australiani e neozelandesi fossero intervenuti in Kosovo», dice Paolicelli.
Il sospetto, naturalmente, è che i nostri generali e ammiragli più che alla difesa della patria pensino a quella della propria poltrona: perché sono loro stessi un piccolo esercito di 400 persone, contro i 350 generali degli Stati Uniti. Insomma, come in tutte le burocrazie, è l’organo che crea la funzione, e non viceversa. E infatti, sui cinquemila miliardi di aumenti di di Berlusconi, ben duemila vadano in stipendi.
A fare le spese di queste manie di grandezza sono le nostre tasche. Infatti, se le cifre sono gonfiate per gli organici, per i bilanci sono truccate. Dodici anni fa è caduto il muro di Berlino, l’impero sovietico si è liquefatto, vari eserciti dell’Est sono stati accolti nella Nato: venuta meno la principale minaccia alla nostra sicurezza, avremmo potuto incassare i cosiddetti «dividendi della pace», riducendo le spese belliche.
Invece no. Mentre negli anni ‘90 la Germania ha diminuito i propri bilanci militari del 30%, gli Usa e la Gran Bretagna del 26% e la Francia dell’8, l’Italia non ha risparmiato niente. Secondo i dati Nato, certo non sospetti di pacifismo, ogni cittadino statunitense ha pagato nel Duemila ben 400 dollari in meno rispetto al 1990 per la difesa, un tedesco 330 in meno, un britannico quasi 200 e un francese circa cento in meno; un italiano, invece, oggi spende la stessa cifra di dieci anni fa. Insomma, le manovre finanziarie «lacrime e sangue» degli anni Novanta hanno risparmiato soltanto le manovre militari.
Ma c’è di più: il bilancio italiano della Difesa è ingannevole. Secondo la Nato, infatti, ammonta a 43mila miliardi annui, mentre l’Italia ne dichiara soltanto 34mila. Come mai? Il trucco è semplice: le gerarchie militari, allo scopo di piangere miseria, caricano molte spese su altri dicasteri. Quello dell’Industria, per esempio, che si è accollato centinaia di miliardi per «aggiornare» elicotteri da combattimento A-129, acquistare aerei Do-228, dotare una cinquantina di velivoli di un «efficace sistema di autoprotezione integrato», comprare elicotteri Ab-212.
Sono soprattutto gli astronomici investimenti per i 121 aerei Efa (European fighter aircraft, 150 miliardi l’uno) a sparire d’incanto: le tranches annuali (su un totale di 20mila miliardi fino al 2008), vengono anch’esse coperte dai fondi d’accantonamento del ministero dell’Industria. «Il programma Efa è un vero scandalo e andrebbe bloccato immediatamente», sottolinea Paolicelli, «sia perché costa cifre incredibili extrabilancio, sia perché quando saranno pronti quegli aerei saranno già vecchi: fra pochi anni gli Usa avranno velivoli di una generazione superiore, i Joint strike fighters, costati la metà degli Eurofighter». Non a caso la Francia si è tirata fuori dal programma Efa e sta sviluppando autonomamente il proprio Rafale (alla faccia dell’Europa unita), e la Germania fino all’ultimo ha messo in forse la sua partecipazione al consorzio con l’italiana Alenia, la British Aerospace e la spagnola Casa.
Infine, l’opera buffa: quasi 1.300 miliardi richiesti dai generali per comprare 13 aerei Stovl a decollo verticale. Da piazzare sulla nuova portaerei che gli ammiragli vorrebbero battezzare Luigi Einaudi: una so battezzare Luigi Einaudi: una scelta bizzarra, quella di dedicare un monumento dello spreco proprio al più rigoroso fra i presidenti della Repubblica.
Perché infatti gli aerei a decollo verticale, e non quelli normali? Perché il trattato di pace firmato dopo la Seconda guerra mondiale proibisce agli Stati vinti (Italia, Germania e Giappone) di avere portaerei. Allora, con un gioco di parole, abbiamo messo elicotteroni da 94 miliardi l’uno sulla «portaeromobili» Garibaldi. E piazzeremo gli Stovl sulla Einaudi: approvata dal Parlamento nel ‘98 per 1.500 miliardi, due anni dopo il suo costo era già lievitato a 2.200. Tutti prevedono che al varo, nel 2007, si arriverà a 4.000. «È il trucco di sempre», spiega Paolicelli, «alle Camere viene presentato un progetto con costi considerati digeribili, per poi stravolgerli strada facendo». Lo stato maggiore della Marina, intanto sogna di operare non solo in tutto il Mediterraneo, ma anche di partecipare a operazioni extacontinentali: Corno d'Africa, golfo Persico, oceano Indiano.
Attendendo di combattere sull’intero orbe terracqueo, ci consoliamo buttando 1.700 miliardi per il carrarmato Ariete, carro di seconda generazione inadeguato secondo gli stessi militari alle loro esigenze (gli altri Paesi sono arrivati alla terza generazione di panzer) Oppure il nuovo sommergibile autarchico S-90 studiato dalla Fincantieri: il suo costo aveva raggiunto livelli così inaccettabili che è risultato più conveniente comprare i sommergibili tedeschi U-212. Con buona pace di tutti i miliardi spesi nel frattempo, oltre ai 1.750 miliardi necessari per le due nuove unità.
Come uscire da questo guazzabuglio di sperperi? «La soluzione è l’Europa», afferma Paolicelli, «perché le nostre forze armate si devono integrare fortemente con quelle dell’Unione. Solo così si eviteranno inutili doppioni. Altro che “capacità di proiezione autonoma” della sola Italia! E contro le velleità dei generali è sempre l’Europa, con i suoi vincoli di Maastricht al bilancio, il nostro alleato più potente e prezioso». A causa dei nostri due milioni e mezzo di miliardi di debito da colmare, infatti, i generali pastasciuttari dell’Italietta prima o poi dovranno smetterla di giocare alla guerra. Altro che approfittare dell’Afghanistan per agguantare qualche migliaio di miliardi in più.
SPESE MILITARI ITALIA
(in miliardi di lire)
1990: 28.000
1996: 36.170
1998: 40.700
2001: 43.000
(fonte: Nato Review n.1, 2001)