Wednesday, May 27, 2009
Giampaolo Pansa
di Mauro Suttora
Oggi, 20 maggio 2009
«Mi accusavano di essere un “revisionista”, quasi fosse il peggiore degli insulti. E allora, come risarcimento beffardo, ho titolato così questo mio libro”.
Giampaolo Pansa, 73 anni, è un principe del giornalismo. L’unico che ha lavorato in tutti i maggiori quotidiani e settimanali italiani: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero, Giorno, Espresso, Panorama. E in posizioni di rilievo: inviato speciale, editorialista, condirettore. Da una quindicina d’anni, però, il successo di pubblico gli arriva soprattutto dai suoi libri sulla «guerra civile»: prima romanzi e poi, dal 2003, saggi come Il sangue dei vinti che hanno venduto un sacco di copie (un milione) ma gli hanno anche procurato un sacco di guai.
«Ho cercato di scrivere la verità su un’epoca della storia, fra il 1943 e il ’48, senza le omissioni imposte dalla retorica sulla resistenza e dagli storici del Pci-Pds-Ds-Pd», ci dice dalla sua casa in Toscana.
E così proprio lui, per trent’anni numero due dei giornali più letti a sinistra (Repubblica ed Espresso), è stato contestato come «filofascista» per avere descritto le stragi compiute anche dai partigiani, e anche dopo la fine della guerra nel ’45.
«Già usare la definizione “guerra civile”, invece di “guerra di liberazione”, è un sacrilegio per certi parrucconi postcomunisti. Chi aveva scelto la repubblica di Salò non era degno neppure di essere considerato italiano, ma soltanto collaborazionista dell’occupante tedesco. Nessuno storico ascoltava le versioni dei “repubblichini”, un termine che detesto».
Beh, in confronto alle sanguinosissime guerre civili dell’epoca, la spagnola e la jugoslava, che fecero milioni di morti, quella italiana, con le sue poche decine di migliaia di vittime, è stata poca cosa.
«Vero. Noi non abbiamo avuto quelle carneficine. Consideriamo che in Spagna la guerra è durata dal ’36 al ’39, e in Jugoslavia dal ’41 al ’45. Ma rendiamoci anche conto che dopo il 25 aprile ’45, nonostante la “pace”, in Italia le vendette contro i fascisti e i loro familiari innocenti hanno provocato dai venti ai trentamila morti. Dimenticati per mezzo secolo».
Tranne che dallo storico e senatore del Msi Giorgio Pisanò, che scrisse parecchi libri rivendicando pari dignità per i combattenti di Salò e cercando di accreditare, senza riuscirci, il termine «guerra civile». Poi arriva lei, e da sinistra «sdogana» questa definizione.
«Ho letto tutti i libri di Pisanò, e devo dire che nonostante il nostro diverso punto di vista sono storicamente accurati. I fatti non vengono gonfiati o taciuti per propaganda. Ma lui era finito nel ghetto riservato a chiunque non si conformasse alle versioni ufficiali sulla Resistenza».
Quella di Pansa non è una mania senile. Anzi, la sua tesi di laurea (a Torino in Scienze politiche, nel ’59) fu proprio su questi argomenti: Guerra partigiana fra Genova e il Po. Centodieci e lode, pubblicazione. Ma, come racconta nel libro, dovette aspettare sei anni: «La casa editrice Einaudi di Torino, roccaforte dell’ortodossia comunista, me la tenne bloccata perché avevo osato accennare ai contrasti fra le diverse formazioni partigiane. Così alla fine la diedi a Laterza, che la mandò in libreria nel ‘65».
Pansa era un rompiballe già da giovane. Si scontrò subito con i tenutari della fede partigiana. In un gustosissimo capitolo de Il revisionista racconta di un convegno di storiografia a Genova in cui lui, sconosciuto ventenne provinciale calato giù da Casale Monferrato (Alessandria), osò contestare i dirigenti del Pci chiedendo una cosa che oggi appare ovvia: che negli studi sulla Resistenza si sentisse anche l’altra campana, quella degli sconfitti. Apriti cielo. L’unico a notarlo e a difenderlo fu un distinto e anziano signore dai capelli bianchi che lgli fece avere una borsa di studio: Ferruccio Parri, comandante partigiano non comunista e primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, nel ’45.
Quella stessa tesi vinse un premio finanziato con i diritti d’autore di un altro gigante della politica italiana: Luigi Einaudi, antifascista liberale e presidente della Repubblica dal ’48 al ’55.
«La consegna del premio avvenne a Dogliani (Cuneo) il 20 novembre 1960», racconta Pansa. «Einaudi aveva ottantasei anni ed era un signore piccolino, che si appoggiava a un bastone da contadino. A me e all’altro vincitore, Massimo Salvadori, che aveva scritto una ricerca su Salvemini e che sarebbe diventato ordinario di Storia a Torino, disse che il premio di mezzo milione di lire ciascuno – una somma importante – doveva servire “per finanziare i nostri sogni”. Ci raccomandò di studiare “gli anni della grande speranza”, quelli della guerra per la libertà. Credo di aver mantenuto l’impegno che il presidente mi aveva indicato».
Fu l’ultima uscita pubblica di Einaudi. «Si brindò tutti con il barolo di un’annata indimenticabile: il 1945». Ma Pansa non divenne mai uno storico professionista. Fu fuorviato dal suo professore Alessandro Galante Garrone che lo segnalò al direttore della Stampa. Dopo un mese il 25enne Pansa venne assunto come giornalista praticante nella redazione di Torino.
La sua brillante carriera viene raccontata nel libro, anche se forse i capitoli più divertenti e poetici sono gli iniziali: quelli sulla vita assieme alla nonna Caterina (poverissima), alla mamma Giovanna e a papà Ernesto, che riparava i pali del telegrafo. «Mia madre era ottimista, espansiva, generosa. Non sapeva che cosa fosse la gnagnera, la svogliatezza malinconica». Pansa infarcisce il racconto di affascinanti termini piemontesi, come le prostitute che erano chiamate «sansussì», alla francese, il «goga e migoga» (bagordi), i «cupio e giacufumna» (omosessuali).
Poi ci sono le cose serie. Come la storica intervista a Enrico Berlinguer del 1976, in cui il segretario del Pci regalò a Pansa lo scoop internazionale della frase: «Mi sento più tranquillo sotto l’ombrello della Nato». Fu il primo strappo dall’Unione Sovietica.
Ma oggi Pansa conclude amaramente: «La sinistra non cambierà mai. Sperare che migliori, si modernizzi, si evolva, equivale a cercare di pettinare un porcospino, come diceva mia nonna. E pensare che Eugenio Scalfari, il direttore di Repubblica, ed io, ci abbiamo sperato per trent’anni. Eppure ancora adesso i postcomunisti non hanno perduto il vizio di sentirsi migliori».
A destra invece, grazie ai suoi libri revisionisti, Pansa ha trovato nuovi lettori e ammiratori: «Da quella parte sono più gentili verso gli estranei alla propria parrocchia. Anche se io rimango un anarchico individualista».
Questo vuol dire che smetterà di irritare i suoi ex compagni di sinistra per i quali è un rinnegato o, nel migliore dei casi una pecorella smarrita? «Macché. Come diceva Totò, io insistisco e m’intigno. Devo ancora scrivere una serie di cose e ho già in mente altri libri, sempre sulla scia del Sangue dei vinti».
Pansa adesso è arrabbiato perché l’omonimo film con Michele Placido, tratto dal suo libro, viene distribuito nei cinema italiani in appena quaranta copie: «Equivale a una censura, come hanno fatto con Katyn, il film sulla strage sovietica in Polonia. Mentre il film Vincere di Bellocchio di copie ne ha trecento».
Pansa, possibile che l’Italia sia l’unico Paese al mondo in cui ci si accapiglia ancora su avvenimenti di sessant’anni fa? «Ditelo a quelli che vengono per tapparmi la bocca alle presentazioni dei miei libri».
Mauro Suttora
Friday, October 05, 2001
Finanziaria di guerra
Aumentano le spese militari
Diario, 5 ottobre 2001
Silvio Berlusconi ha approntato una Legge finanziaria «di guerra»: maggiori stanziamenti per forze armate e servizi segreti. Nel 2002 cinquemila miliardi in più rispetto ai 43 mila del bilancio militare di quest’anno. Non c’è stato bisogno della strage di New York, tuttavia, per arrivare alla svolta militarista: fin dal primo giorno di governo il Polo aveva ridotto del dieci per cento le spese dei ministeri. Unica eccezione: quello della Difesa.
Ma come stanno le nostre forze armate? Quanto ci costano? E, soprattutto, a che cosa servono? La crisi afghana interviene in un momento cruciale: il passaggio dai soldati di leva ai professionisti. In cifre, questo significa scendere dai 350mila uomini di qualche anno fa e dagli attuali 270mila fino ad arrivare, al ritmo di 12mila ragazzi di leva in meno ogni anno (l’ultima classe che subirà la naja sarà quella del 1985), a 190mila. Esclusi carabinieri, guardia di finanza e capitanerie di porto, militari anch’essi.
Sugli effettivi finali delle nuove forze armate professioniste si è svolta una silenziosa ma aspra battaglia. I generali chiedevano 210mila uomini, i pacifisti (Verdi, Rifondazione e la campagna Sbilanciamoci, che raggruppa volontariato, obiettori, Wwf, Pax Christi, Mani tese, Medici senza frontiere, Emergency, Arci, Legambiente, Lila) proponevano 120mila.
«Un organico ragionevole», spiega Massimo Paolicelli dell’Associazione obiettori nonviolenti, «che tiene conto della principale attività delle future forze armate, cioè le missioni all’estero. Oggi sono impegnati fuori dai nostri confini - soprattutto nell’ex Jugoslavia - circa novemila militari. Occorre triplicare questa cifra per tenere conto di ricambi e logistica. L’impegno per il futuro esercito europeo è di 20mila uomini». Entro il 2003, infatti, dovrebbe nascere la Forza di reazione rapida dell’Unione europea, forte di centomila uomini. I Ds proponevano per l’Italia una via di mezzo fra le richieste delle gerarchie in divisa e le controproposte pacifiste: 160mila uomini. Ma alla fine hanno avuto la meglio i generali: 190mila professionisti.
Gli alti gradi vagheggiano una forza d’intervento da media potenza, e vorrebbero scimmiottare inglesi e francesi: 70mila soldati sempre pronti a partire, «ready to combat», con «capacità di proiezione autonoma» in tutto il mondo. Per assecondare questa velleità di «show the flag», mostrare la bandiera anche agli antipodi, è nata per esempio la missione a Timor Est nel ‘99: «Assurda, sarebbe come se australiani e neozelandesi fossero intervenuti in Kosovo», dice Paolicelli.
Il sospetto, naturalmente, è che i nostri generali e ammiragli più che alla difesa della patria pensino a quella della propria poltrona: perché sono loro stessi un piccolo esercito di 400 persone, contro i 350 generali degli Stati Uniti. Insomma, come in tutte le burocrazie, è l’organo che crea la funzione, e non viceversa. E infatti, sui cinquemila miliardi di aumenti di di Berlusconi, ben duemila vadano in stipendi.
A fare le spese di queste manie di grandezza sono le nostre tasche. Infatti, se le cifre sono gonfiate per gli organici, per i bilanci sono truccate. Dodici anni fa è caduto il muro di Berlino, l’impero sovietico si è liquefatto, vari eserciti dell’Est sono stati accolti nella Nato: venuta meno la principale minaccia alla nostra sicurezza, avremmo potuto incassare i cosiddetti «dividendi della pace», riducendo le spese belliche.
Invece no. Mentre negli anni ‘90 la Germania ha diminuito i propri bilanci militari del 30%, gli Usa e la Gran Bretagna del 26% e la Francia dell’8, l’Italia non ha risparmiato niente. Secondo i dati Nato, certo non sospetti di pacifismo, ogni cittadino statunitense ha pagato nel Duemila ben 400 dollari in meno rispetto al 1990 per la difesa, un tedesco 330 in meno, un britannico quasi 200 e un francese circa cento in meno; un italiano, invece, oggi spende la stessa cifra di dieci anni fa. Insomma, le manovre finanziarie «lacrime e sangue» degli anni Novanta hanno risparmiato soltanto le manovre militari.
Ma c’è di più: il bilancio italiano della Difesa è ingannevole. Secondo la Nato, infatti, ammonta a 43mila miliardi annui, mentre l’Italia ne dichiara soltanto 34mila. Come mai? Il trucco è semplice: le gerarchie militari, allo scopo di piangere miseria, caricano molte spese su altri dicasteri. Quello dell’Industria, per esempio, che si è accollato centinaia di miliardi per «aggiornare» elicotteri da combattimento A-129, acquistare aerei Do-228, dotare una cinquantina di velivoli di un «efficace sistema di autoprotezione integrato», comprare elicotteri Ab-212.
Sono soprattutto gli astronomici investimenti per i 121 aerei Efa (European fighter aircraft, 150 miliardi l’uno) a sparire d’incanto: le tranches annuali (su un totale di 20mila miliardi fino al 2008), vengono anch’esse coperte dai fondi d’accantonamento del ministero dell’Industria. «Il programma Efa è un vero scandalo e andrebbe bloccato immediatamente», sottolinea Paolicelli, «sia perché costa cifre incredibili extrabilancio, sia perché quando saranno pronti quegli aerei saranno già vecchi: fra pochi anni gli Usa avranno velivoli di una generazione superiore, i Joint strike fighters, costati la metà degli Eurofighter». Non a caso la Francia si è tirata fuori dal programma Efa e sta sviluppando autonomamente il proprio Rafale (alla faccia dell’Europa unita), e la Germania fino all’ultimo ha messo in forse la sua partecipazione al consorzio con l’italiana Alenia, la British Aerospace e la spagnola Casa.
Infine, l’opera buffa: quasi 1.300 miliardi richiesti dai generali per comprare 13 aerei Stovl a decollo verticale. Da piazzare sulla nuova portaerei che gli ammiragli vorrebbero battezzare Luigi Einaudi: una so battezzare Luigi Einaudi: una scelta bizzarra, quella di dedicare un monumento dello spreco proprio al più rigoroso fra i presidenti della Repubblica.
Perché infatti gli aerei a decollo verticale, e non quelli normali? Perché il trattato di pace firmato dopo la Seconda guerra mondiale proibisce agli Stati vinti (Italia, Germania e Giappone) di avere portaerei. Allora, con un gioco di parole, abbiamo messo elicotteroni da 94 miliardi l’uno sulla «portaeromobili» Garibaldi. E piazzeremo gli Stovl sulla Einaudi: approvata dal Parlamento nel ‘98 per 1.500 miliardi, due anni dopo il suo costo era già lievitato a 2.200. Tutti prevedono che al varo, nel 2007, si arriverà a 4.000. «È il trucco di sempre», spiega Paolicelli, «alle Camere viene presentato un progetto con costi considerati digeribili, per poi stravolgerli strada facendo». Lo stato maggiore della Marina, intanto sogna di operare non solo in tutto il Mediterraneo, ma anche di partecipare a operazioni extacontinentali: Corno d'Africa, golfo Persico, oceano Indiano.
Attendendo di combattere sull’intero orbe terracqueo, ci consoliamo buttando 1.700 miliardi per il carrarmato Ariete, carro di seconda generazione inadeguato secondo gli stessi militari alle loro esigenze (gli altri Paesi sono arrivati alla terza generazione di panzer) Oppure il nuovo sommergibile autarchico S-90 studiato dalla Fincantieri: il suo costo aveva raggiunto livelli così inaccettabili che è risultato più conveniente comprare i sommergibili tedeschi U-212. Con buona pace di tutti i miliardi spesi nel frattempo, oltre ai 1.750 miliardi necessari per le due nuove unità.
Come uscire da questo guazzabuglio di sperperi? «La soluzione è l’Europa», afferma Paolicelli, «perché le nostre forze armate si devono integrare fortemente con quelle dell’Unione. Solo così si eviteranno inutili doppioni. Altro che “capacità di proiezione autonoma” della sola Italia! E contro le velleità dei generali è sempre l’Europa, con i suoi vincoli di Maastricht al bilancio, il nostro alleato più potente e prezioso». A causa dei nostri due milioni e mezzo di miliardi di debito da colmare, infatti, i generali pastasciuttari dell’Italietta prima o poi dovranno smetterla di giocare alla guerra. Altro che approfittare dell’Afghanistan per agguantare qualche migliaio di miliardi in più.
SPESE MILITARI ITALIA
(in miliardi di lire)
1990: 28.000
1996: 36.170
1998: 40.700
2001: 43.000
(fonte: Nato Review n.1, 2001)