Tuesday, January 23, 2007

Intervista a Ignazio Marino

Scandalo sanità: ospedali nuovi e commissariare il sud

Oggi, 17 gennaio 2007

Radere al suolo l’Umberto I di Roma. E tutti i policlinici d’Italia». La proposta-choc non è di un terrorista o di un estremista, ma di uno dei senatori più tranquilli della Repubblica: il professor Ignazio Marino, 51 anni, re dei trapianti, vent’anni di esperienza fra Inghilterra (Cambridge) e Stati Uniti, datosi alla politica da dieci mesi e oggi presidente (diessino, ma cattolico) della commissione Sanità del Senato.

Quando arrivo nel suo ufficio, al piano terra di palazzo Madama, il professore sta finendo di visitare un paziente in una piccola stanza accanto. Ha infatti chiesto e ottenuto dai dirigenti del Senato il permesso di poter continuare part-time la sua attività professionale dentro al Palazzo. Silvio Berlusconi spesso accusa i politici di non aver mai lavorato, di non conoscere un mestiere. Il professor Marino rappresenta il contrario di questa immagine.

La sua ricetta da Attila arriva in risposta allo scandalo-sanità, dopo la scoperta (dell’Espresso e di Striscia la notizia) che nei fatiscenti corridoi sotterranei del policlinico romano i malati in barella vengono trasportati fra sacchi di spazzatura, tubi che perdono e pozzanghere. Ultima denuncia raccapricciante: c’è rischio che ai cadaveri vengano rubate le cornee, e allora bisogna farli scortare dai poliziotti.

«Non sto scherzando, certi ospedali sono da ricostruire da zero», ribadisce Marino. «Dobbiamo pensare alla medicina come a un contenuto, e agli ospedali come contenitori. La scienza è in continuo progresso: oggi siamo in grado di curare, e spesso guarire, malattie per le quali fino agli anni Settanta, cioè appena trent’anni fa, potevamo soltanto allargare le braccia dicendo che non c’è nulla da fare. Un esempio: gli infarti. Nel ’75 le vittime di ostruzioni coronariche venivano trasportate al pronto soccorso e messe sotto osservazione nel letto di un’unità coronarica. Si somministravano dei farmaci, e nella migliore delle ipotesi si seguiva la funzione del cuore con un monitor.
«Oggi in molti nostri ospedali ci sono centri di eccellenza in cui il paziente viene avviato immediatamente alla struttura di emodinamica, dotata di attrezzature ad altissima tecnologia. Grazie a tubi minuscoli che vengono inseriti nei vasi sanguigni si ha subito su uno schermo il quadro della malattia. E nel giro di 120-180 minuti si può intervenire risolvendo il problema, senza aprire il torace.

«Ecco, se noi pensiamo che oggi in Italia abbiamo una sanità di questo tipo, in grado di vedere e curare in tempo reale la malattia, ci rendiamo conto che in appena trent’anni abbiamo fatto passi giganteschi. E quindi le strutture costruite anche solo cinquant’anni fa per contenere un altro tipo di medicina non sono più adeguate. Le strutture devono cambiare assieme agli straordinari progressi della scienza».

Buttiamo giù tutti gli ospedali, quindi?
«No. Solo quelli costruiti secondo una concezione della medicina ormai sorpassata. La prima pietra del policlinico di Roma fu posata più di cent’anni fa, nel 1888. Eleganti palazzine di colore giallo ocra separate da viali ombreggiati. Perfette, fatte apposta per ricoverati da tenere sotto osservazione durante periodi lunghissimi. Le discipline erano separate, e ognuna aveva il suo padiglione: chirurgia, internistica, tubercolosi... Oggi invece il medico curante può avere bisogno immediato di un esame radiologico, o di una risonanza magnetica, o di altri esami per cui serve l’inserzione di un catetere. Insomma, c’è la multidisciplinarietà, l’unione di più specializzazioni. Siamo concettualmente lontani anni-luce dall’idea di edifici separati. Poi, certo, possiamo costruire tunnel e percorsi protetti per spostare gli ammalati, ma ormai ci vogliono strutture monoblocco. La terapia intensiva deve stare accanto alle sale operatorie, mentre noi siamo fermi ancora ai tempi delle barelle da spingere in corridoio...»

Ma per distruggere e ricostruire ci vogliono tempo e soldi.
«Guardi, tutti abbiamo visto film sull’Aids o avuto conoscenti colpiti dall’epidemia. Che fino al ’95 era una malattia tremenda, gli ospedali avevano dovuto improvvisamente quadruplicare i reparti di malattie infettive. Non solo posti-letto: occorrevano bagni, stanzette dove il personale poteva vestirsi, mettersi camici e mascherine. Tutto questo venne fatto, e in tempi rapidi di fronte all’emergenza. Poi sono stati scoperti nuovi farmaci, e oggi l’aspettativa di vita di un malato di Aids è uguale alla mia e alla sua. Quelli che fino a una dozzina d’anni fa erano malati terminali oggi conducono una vita normale, lavorando in mezzo a noi. Non sono neppure riconoscibili. E tutti quei reparti ristrutturati ora non servono più. Sono cambiate le esigenze, ci vuole flessibilità. Riconvertendo le strutture ospedaliere si possono ricavare anche risorse finanziarie da reinvestire nella sanità, con la dismissione di gigantesche aree di pregio immobiliare».

In Tv abbiamo visto che l’ospedale americano di Cleveland, dov’è andato Berlusconi prima di Natale per il pacemaker, è dotato addirittura di un albergo atttiguo.
«A Filadelfia, dove ho diretto il centro trapianti, avevamo strutture residenziali sia per i trapiantati sia per i loro parenti. Dopo i trapianti infatti si sta bene, ma non così bene da poter rompere subito il cordone ombelicale dei controlli: ogni 3-4 giorni occorrono esami radiologici, esami del sangue. I posti-letto negli ospedali costano molto, sui 6-700 euro al giorno, quindi servono case-famiglia adiacenti per chi magari ha bisogno solo di un antibiotico in vena contro le infezioni due volte al giorno, o di una flebo ogni dodici ore. Così si dimininuiscono sia i costi, sia i disagi per i malati. Più in generale, per molte cure conviene mandare un’infermiera a casa invece di ricoverare in ospedale. Però l’assistenza a domicilio dev’essere introdotta prima di chiudere gli ospedali, altrimenti la gente protesta perché si sente abbandonata».

Dai controlli dei Nas effettuati negli ultimi giorni emerge il solito quadro sconfortante: bene al Nord, male al Sud. È stato un bene regionalizzare la sanità?
«Nei casi di maggiore gravità lo Stato deve avere il diritto-dovere di esercitare poteri sostitutivi rispetto a Regioni incapaci di garantire standard minimi di assistenza. Ogni anno in Italia un milione di persone sono costrette a spostarsi dalla propria regione per farsi curare bene. È una vergogna che deve finire. Non è possibile, per esempio, che un reparto di chirurgia pediatrica in Sicilia non si sia mai posto in trent’anni il problema di creare alloggi dotati di letto, cucina e doccia per le mamme dei bimbi operati».

In alcune regioni come il Lazio, oltre al danno di dover subire imposte addizionali per ripianare il deficit sanitario c’è la beffa di leggere che mogli di politici hanno comprato tramite prestanome ambulatori e cliniche private sovvenzionate con soldi pubblici.
«Anche questo è inaccettabile. Come si diceva nell’antica Roma, la moglie di Giulio Cesare dev’essere sempre al di sopra di ogni sospetto. Se io, da presidente della commissione Sanità, sto preparando una legge sulla commercializzazione dei farmaci, mia moglie non può diventare improvvisamente amministratore delegato di un’azienda farmaceutica... Insomma, per una sanità rinnovata e pulita bisogna evitare non solo i reati, ma anche i semplici sospetti e ogni situazione ambigua».

Mauro Suttora

Paura degli zingari?

LA ROMANIA ENTRA NELL'UNIONE EUROPEA

Oggi, 10 gennaio 2007

Centomila zingari stanno per invaderci? Il primo gennaio Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea. Ventidue milioni di romeni e otto milioni di bulgari diventano automaticamente nostri concittadini, e come tutti gli europei possono attraversare liberamente la frontiera senza passaporto e controlli, con la semplice carta d’identità.

L’allarme è stato lanciato dalla Caritas: «Prepariamoci ad accogliere un’ondata di 60 mila arrivi, perché la situazione economica in Romania è veramente disastrosa».
Superiori le stime dell’Ismu (Istituto studi sulla multietnicità): secondo uno studio del professor Giancarlo Blangiardo dell’università di Milano gli arrivi toccherebbero i 105 mila all’anno, estrapolando i dati sulla disoccupazione romena e sul numero di giovani che stanno per entrare in età lavorativa.

Il problema non è la Romania in sé, ma il fatto che le ultime grandi ondate di arrivi di rom, dopo quelle dall’ex Jugoslavia negli anni Novanta, provengono soprattutto da quel Paese. E anche in questi giorni in tutta Italia divampano le proteste popolari contro la presenza dei loro campi nelle periferie delle grandi città. Ma c’è veramente di che preoccuparsi? Con l’abolizione delle frontiere, e quindi del filtro dei visti, d’ora in poi sarà impossibile frenare gli arrivi dalla Romania?

Distinguere rom e romeni

«Un equivoco nasce dal fatto che molti italiani confondono tutti i romeni con i rom, cioè i nomadi», ci dice Ramona Badescu, l’attrice romena arrivata in Italia nel 1990, all’indomani della rivoluzione che rovesciò il dittatore comunista Nicolae Ceausescu. «La parola “rom” in realtà non ha niente a che fare con la Romania, è semplicemente il termine con cui i gitani si sono sempre autodefiniti nella loro lingua, da quando sono arrivati nei Balcani dall’India un migliaio di anni fa. E oggi rappresentano soltanto il tre per cento della popolazione del mio Paese».

Fatto sta che il 72 per cento dei furti commessi da stranieri in Italia è addebitato a persone con passaporto romeno. E il 24 per cento delle rapine, e il 13 degli stupri. Le statistiche non fanno differenza fra zingari e altri. Comunque i romeni una fama di «cattivi» se la sono fatta. Tutta colpa di Dracula, signora Badescu? «Non si può mai generalizzare. In ogni popolazione ci sono buoni e cattivi, gli italiani in America non erano certo tutti mafiosi. E la stragrande maggioranza dei miei connazionali in Italia è gente onesta e laboriosa. Con un ottimo livello di istruzione, spesso non adeguato ai lavori che sono costretti a fare. Io stessa spero che ora, con l’entrata nella Ue, la mia laurea in economia venga convalidata anche in Italia».

Perché tanti romeni in Italia?

«Non creiamo inutili allarmismi», dice Gabriel Ionut Rusu, 32 anni, fino a un mese fa consigliere comunale «aggiunto» a Roma in rappresentanza dei residenti europei. «Noi romeni siamo 400 mila in Italia, la comunità straniera più numerosa, davanti ai marocchini, e in 17 mila abbiamo creato una ditta. Siamo venuti qui per lavorare, e in migliaia di cantieri, campi e fabbriche le nostre braccia sono una risorsa per l’economia italiana. Solo pochi violano le leggi».

In effetti, i duemila romeni nelle prigioni italiane sono dieci ogni cento stranieri incarcerati: una percentuale minore rispetto a quella degli incensurati sul totale degli immigrati (tre milioni). In particolare, negli ultimi anni c’è stato un boom per colf e badanti romene: quasi centomila, superate solo dalle 120 mila ucraine, il doppio di filippine e polacche.
«La somiglianza delle nostre lingue aiuta molto», ci dice Doina Ghiurcuta, 39 anni, che lavora a Milano, «e guadagnare mille euro al mese rispetto ai 250 della paga media in Romania è un’attrazione irresistibile per molti. Anche perché nelle città romene i prezzi non sono tanto più bassi di qui. Ora per lavorare non dovremo più perdere giorni con i rinnovi dei permessi di soggiorno. Forse l’aumento degli arrivi sarà causato dai ricongiungimenti familiari».

Braccia per l’agricoltura

C’è almeno una categoria contenta per l’apertura delle frontiere: gli imprenditori agricoli italiani, sempre alla spasmodica ricerca di manodopera a buon mercato: «L’ingresso di Romania e Bulgaria è un momento storico che ci offre grandi opportunità», dichiara entusiasta la Coldiretti. Ci sarà anche una rivoluzione per le quote di immigrazione di tutti gli extracomunitari: le altre nazionalità possono improvvisamente beneficiare dei 180 mila visti d’entrata attribuiti ai romeni nel 2006, e che ora verranno redistribuiti fra le altre nazionalità.

Non cambierà molto, invece, per le 18 mila aziende italiane che producono in Romania: gli stipendi lì cresceranno, ma a ritmi simili a quelli di altri Paesi dell’Est entrati nella Ue tre anni fa (Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca).
Il vero (ma salutare) choc potrebbe esserci da noi, per alcune professioni come idraulici e muratori che dovranno improvvisamente fronteggiare la concorrenza di artigiani romeni che si offriranno a prezzi più bassi. In Francia, per esempio, la figura dell’«idraulico polacco» che rovina il mercato ai locali è diventata proverbiale, attizzando la già forte ostilità gallica contro l’Unione Europea.

Come siamo attrezzati?

«Male. Anzi sul fronte della sicurezza stiamo andando indietro», denuncia Silverio Sabino, segretario del Sap (Sindacato autonomo di polizia) a Torino. «I tagli della finanziaria rischiano di farci alzare bandiera bianca di fronte a rapine in ville, furti di rame e sfruttamento della prostituzione, terreni privilegiati delle bande provenienti dalla Romania. A Torino su quattro campi nomadi uno è completamente occupato dai romeni, che sono quelli meno integrati con gli italiani».

«Intere zone a Quarto Oggiaro, Bonola e San Siro sono fuori controllo», rincara Giuseppe Calderone del Sap di Milano, «per entrarci le nostre volanti devono chiedere rinforzi». Così, ovunque si progettino nuovi campi nomadi scoppiano rivolte popolari, da Opera a via Triboniano. E anche nel resto d’Italia.
Eppure proprio di assistenza ci sarebbe bisogno: «Sono in arrivo decine di migliaia di zingari rom, gente ridotta alla fame», prevede Renata Paolucci, vicepresidente dell’Opera Nomadi. I Comuni già si preparano ad aumentare i fondi per dormitori e mense Caritas.

Dal primo gennaio nessun romeno è più clandestino. In Sicilia 14 donne hanno festeggiato la loro uscita dal Cpt (Centro di permanenza temporanea) di Ragusa, dove erano state trattenute perché prive di permesso di soggiorno. L’ingresso della Romania nella Ue ha sanato la loro posizione e le donne, colpite in dicembre da decreto di espulsione e in attesa di rimpatrio, sono tornate libere diventando «cittadine europee». Undici di loro lavoravano in Sicilia come badanti; le altre tre dovranno raggiungere località di altre regioni.

«No ai campi nomadi»

Più complicata la situazione per i rom (che sono solo una parte degli zingari, gli altri si chiamano sinti). L’Opera nomadi è contraria ai campi, che peraltro sono stati condannati dall’Europa perché provocano segregazione. «Bisogna smantellarli favorendo la costruzione di alloggi, anche con l’autocostruzione come stiamo facendo qui a Padova», spiega la professoressa Paolucci. «E per chi vuole restare nelle roulottes servono microaree attrezzate per famiglie allargate».

Il problema è che il numero dei nomadi (che chiamiamo così anche se ormai sono quasi tutti stanziali) è raddoppiato in Italia negli ultimi vent’anni: erano 70 mila prima del crollo del Muro di Berlino, oggi sono 140 mila. Con tutte le tensioni conseguenti. La Romania c’entra poco, i «figli del vento» sono sempre stati perseguitati. Ci danno fastidio, con i loro furti e i bambini costretti all’accattonaggio. Ma questa non è una novità.

Mauro Suttora

Berlusconi: manifestazione a Roma

DUE MILIONI IN PIAZZA PER LA DESTRA

Oggi, 2 dicembre 2006

Faccio parte di quel venti per cento di italiani ai quali il governo Prodi ha aumentato le aliquote Irpef: quattro milioni di fessi che dovrebbero dare un “contributo di solidarietà” ai cosiddetti “poveri”. Il problema è che, secondo le statistiche, in mezzo a questi “poveri” ci sono anche i gioiellieri, che dichiarano in media ventimila euro all’anno. Così, in pratica, io dovrei aiutare gli evasori...»

Fra il milione o due di manifestanti in piazza San Giovanni Laterano c’è Carlo Biavati, 62 anni, pilota Alitalia in pensione, da Bologna. Vota Forza Italia, sogna la Thatcher, legge ogni giorno Libero di Vittorio Feltri, «ed è la seconda volta in vita mia che scendo in piazza, per Berlusconi». «No, la terza», lo corregge la moglie Luigia Boiano, ex hostess, «dopo il ’94 e il ’96». «In ogni caso», dice Biavati, «d’ora in poi cercherò di evadere qualsiasi tassa. Se prima avevo un po’ di paura, ora non più. Il problema è che io posso farlo solo per il canone Rai».

Ma chi ha manifestato a Roma sabato due dicembre? I sostenitori di Forza Italia e Alleanza Nazionale, i leghisti calati in forze dal nord. E poi i partitini del centro-destra: la Dc di Gianfranco Rotondi, i nostalgici missini di Luca Romagnoli (Fiamma tricolore) e Alessandra Mussolini (Alternativa sociale), i radicali di destra di Benedetto Della Vedova, i pensionati di Carlo Fatuzzo... Tutti fatti salire sul palco da Silvio per salutare la folla a fine comizio. Mancavano solo quelli dell’Udc, chiamati a Palermo da Pierferdinando Casini per una manifestazione contemporanea ma separata. Commercianti, artigiani, imprenditori, casalinghe, il popolo del centrodestra. Ma anche impiegati, operai, lavoratori dipendenti, giovani. Sarebbe quindi ingeneroso ridurre questa manifestazione della Casa delle libertà a una rivolta fiscale.

Quanti sono gli evasori scesi in piazza? Tanti, secondo la sinistra. Che dice: prima riduciamo l’evasione fiscale, poi le tasse. La destra risponde con la ricetta opposta: riduciamo le tasse, e l’evasione diminuirà spontaneamente. «Che provino a mettere l’imposta fissa del 20 per cento sugli affitti, per esempio», propone il comandante Biavati, «e i proprietari di case la pagheranno tutti volentieri, non dovendo buttare più il 43 per cento. Ma la priorità è tagliare le spese».

E perché non l’ha fatto Berlusconi, in cinque anni? «Licenziare un milione di dipendenti pubblici parassitari è impossibile per chiunque. Quasi la metà della nostra burocrazia è inutile, l’unica cosa a cui serve è autoalimentarsi con carte, controlli e richieste di documenti ai cittadini». Quindi anche lei ammette che Berlusconi non è riuscito a tagliare gli sprechi, come aveva promesso. Non resta che sperare che ci riesca la sinistra... «Alt, c’è una bella differenza!», replica Biavati: «La destra liberale e liberista vuole ridurre lo Stato e la spesa pubblica al minimo, mentre nei programmi della sinistra questo non c’è. Ai politici di sinistra fa comodo mantenere la spesa sociale, come la chiamano loro, con la scusa di aiutare le fasce deboli. Ma in realtà la vogliono gestire per decidere soltanto loro a chi dare una ricchezza che, per di più, non hanno contribuito a produrre».

Produrre ricchezza. I produttori: «Nel mio paese, Venegono Inferiore in provincia di Varese, abbiamo un centinaio di aziende», dice Alberto Trussi, 67 anni, industriale nel ramo occhiali. «È la prima volta che partecipo a una manifestazione politica, sono venuto a Roma in treno con mia moglie e dodici amici. Ci accusano di evadere? Se uno ritiene giusto paga volentieri, altrimenti si evade...». E qual è il giusto? «Il 33 per cento degli Stati Uniti, e chi sgarra va in galera. Mentre in Italia è il contrario: fra Irpef, contributi e assicurazioni, su cento euro che dò a un mio dipendente a lui gliene arrivano sì e no 40-45. Ma nelle società per azioni come la mia c’è poco da evadere o eludere, dev’essere tutto fatturato e controllato: al massimo si può scaricare qualche viaggio o nota spese di ristorante. Sono i professionisti quelli che hanno molto più da perdere».

E allora perché è venuto a Roma a protestare? «Fra i miei amici c’è acrimonia contro questo governo che ci sta mandando in rovina», dice l’imprenditore Trussi, «perché invece di affrontare i problemi veri, strutturali, come l’aumento dell’età pensionabile o la diminuzione dei dipendenti pubblici, che da noi sono quasi il doppio che in Europa, si intromette senza motivo nelle faccende private di tutti noi. Vanno bene tutti i controlli sulle aziende, un po’ meno quelli sui conti correnti personali».

La privacy. Un argomento sensibile anche fra chi paga le tasse alla fonte: «Io non ho nulla da nascondere», dice la signora Boiano, «con la mia pensione da 1.400 euro, ma non sopporto l’idea di avere il telefono sotto controllo o di non poter andare dal dottore senza carta di credito. Nell’aria non si respira libertà». E la sicurezza: «A Venegono siamo esasperati, abbiamo una rapina o furto in casa ogni tre giorni», si lamenta Trussi, «stordiscono i cani, li addormentano, annullano gli allarmi, entrano e rubano. La stessa banda in una sola sera è entrata da noi, ha smontato la serratura, ha trovato sul cassettone l’apricancello e la chiave della jeep di mio figlio, l’ha presa e poi se n’è andata a depredare altre cinque ville. Quasi sempre sono extracomunitari, c’è poco da fare. E di musulmani ce n’è in giro una “sbaraccata”...» Prego? «Tantissimi. Molti se ne stanno sempre lì a ciondolare senza far nulla nel centro del paese...». Ma il famoso «cuneo fiscale», non l’ha ridotto il governo Prodi a voi industriali? «Sì, prima era il cinque per cento, ora cominciano a dire tre, forse due, “andremo a regime nel 2012”, quando saremo tutti quasi morti: il problema è riuscire a lasciare ai figli la ditta, la casa, qualcosa...».

Altre latitudini, problemi diversi, rabbia uguale: «Ci stanno aumentando tutto: bollo auto, rendite catastali, Ici, tagliano gli stanziamenti ai Comuni...», si lamenta Vincenzo Nigrelli, 39 anni, impiegato regionale da Mussomeli (Caltanissetta), comune agricolo (cereali). Dieci ore di notte nel torpedone di Forza Italia per arrivare a Roma: «Lei pensa veramente che in questa piazza siano tutti evasori?», dice quando si comincia a parlare di tasse.

Ha votato Udc ed è arrivato a San Giovanni in un pullman di An Pietro Frascaria, 55 anni, operaio di Sannicandro Garganico (Foggia): «Sono iscritto alla Uil ma ho avvertito il nostro segretario Angeletti che toglierò dalla quota d’iscrizione al sindacato tutti gli euro che mi leveranno dal mio stipendio annuale di 15 mila euro. Da noi il problema sono i polacchi e gli extracomunitari che accettano meno della paga minima giornaliera di 37 euro. La mia famiglia con quattro figli va avanti col mio solo stipendio, per questo mi scandalizzo quando vedo che gli onorevoli, con i loro 180 mila euro di stipendio, si sono aumentati l’aliquota solo dal 43 al 45 per cento, mentre io passo dal 23 al 27».

Maria Franca Santagata, 61 anni, professoressa di storia dell’arte in pensione, iscritta al Psi per 35 anni, oggi vota Forza Italia: ha fatto poca strada per scendere a Roma da Ariccia, stessa provincia. Però si è portata dietro la figlia Marianna Daniele, 32 anni, insegnante pure lei (geografia nelle scuole medie superiori), che ha votato Udc, il genero carabiniere (votante An) e due nipotini di due e cinque anni. Un altro è in arrivo. Ormai sono le diciassette del pomeriggio, aspettano tutti che parli Berlusconi: «Siamo contro i matrimoni gay, la legge Turco sulla droga, l’odio atavico contro le forze dell’ordine da parte delle sinistra. I nostri valori sono lavoro, dovere, libertà».

Mauro Suttora

In Libano con i nostri ragazzi

Un primo bilancio dopo quattro mesi di missione Unifil: ecco chi sono e cosa fanno i nostri 2.500 caschi blu

di Mauro Suttora

Oggi, 10 gennaio 2007

Tibnin (Libano)
Dopo D’Alema e Prodi, è arrivata la neve. Il 28 dicembre i 2.500 caschi blu italiani dell’Onu in Libano si sono svegliati con i tendoni imbiancati. Così l’effetto Natale è stato completo, dopo le feste passate in allegria e i travestimenti che vediamo in queste foto. «Ma non siamo certo qui per divertirci», ci dice il tenente Livio Lombardi, 26 anni, da Vallo della Lucania (Salerno). E sciorina i dati delle missioni effettuati nell’ultimo mese: 2.200 pattugliamenti, 650 posti di blocco («static point», come dicono i militari in gergo tecnico), ma soprattutto ben duemila interventi di bonifica delle bombe inesplose sparse fra campi e giardini, pericolosa eredità del conflitto dello scorso agosto. Ora gli israeliani si sono ritirati oltre confine, a una trentina di chilometri da qui, e i loro nemici hezbollah si sono acquattati: si guardano bene non solo dal lanciare missili contro Israele, ma dal farsi vedere in giro armati.

«Lo dice chiaramente la risoluzione 1701 dell’Onu che ci ha mandati qui», spiega il tenente Lombardi: «Noi controlliamo capillarmente il territorio, e quando notiamo qualcosa di sospetto avvertiamo l’esercito regolare libanese, incaricato di disarmare gli hezbollah. Ma finora, in questi primi quattro mesi di missione, non abbiamo dovuto fronteggiare incidenti di rilievo». I diecimila abitanti di Tibnin sono per metà cristiani (maroniti), e per metà musulmani. Questi ultimi, a loro volta, si dividono fra sciiti (che simpatizzano per gli hezbollah), e sunniti. Ma tutti arabi sono, e ora vivono in santa pace raccogliendo arance e pompelmi nei loro sontuosi agrumeti, e olive nel resto dei campi. Qua e là pastori pascolano greggi di pecore: poco sembra cambiato rispetto a quella famosa notte di 2006 anni fa...

«Più di un terzo delle case di Tibnin erano state colpite dai bombardamenti israeliani», ci dice il tenente, «ma ora gli abitanti sono tornati e le stanno rimettendo a posto. Più complicata la situazione nei campi, dove spesso i contadini ci chiamano per sminarli. Altrimenti non potevano raccogliere prima le olive, e ora gli aranci, per portarli con i furgoni a Tiro, dove c’è il porto. È questa la loro principale fonte di reddito, oltre al piccolo commercio. Per questo l’attività dei nostri sminatori, il sesto reggimento del Genio di Udine, è frenetica: ogni volta che li vedono lavorare su un campo, si avvicinano tre-quattro persone per chiedere di intervenire anche nel loro».
I rapporti con la popolazione locale sono ottimi: «È gente molto disponibile e ospitale, se facciamo un posto di blocco dopo un po’ qualche signora si avvicina, mandata dal marito per invitarci a bere un caffé a casa loro».

«Questo non è Terzo Mondo», conferma la caporal maggiore Sara Botticella, 25enne napoletana con diploma da operatrice turistica, arruolata da due anni: «Il Libano è un Paese molto evoluto, occidentale, ci sentiamo quasi a casa. Prima di partire abbiamo frequentato un corso di lingua e usanze arabe, ma qui tutti parlano inglese o francese, e accettano la nostra presenza». Nel picchetto che ha accolto le visite natalizie del presidente del Consiglio Romano Prodi e del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, la caporale Botticella era in prima fila e la nostra fotografa l’ha subito notata.

Ma come finisce in Libano una ragazza come lei? «In famiglia l’esercito è di casa», spiega Sara, «mio nonno era militare e pure mio fratello. Io ho frequentato un corso di spacializzazione ad Ascoli, poi tre mesi alla Cecchignola di Roma, infine mi hanno preso nella brigata Pozzuolo del Friuli. Ho lavorato come operatrice informatica nella caserma del comando a Gorizia fino al 24 ottobre, quando sono arrivata in Libano. Per me l’esercito è una grande famiglia, non si è mai soli». Anche perché la caporale Botticella a Gorizia ha conosciuto e si è fidanzata con un commilitone, il siciliano Lorenzo Terzo: anche lui ora è in Libano. Lei ha il compito di smistare fax e messaggi fra le tre basi italiane Unifil (che sta per Forze di interposizione internazionale in Libano delle Nazioni Unite) e i vari avamposti.

Da novembre il comandante degli italiani è il generale Paolo Gerometta, e a febbraio passerà dalla Francia all’Italia il comando dell’intera missione Unifil: siamo il contingente più numeroso, i soldati degli altri Paesi non arrivano a seimila. In questo pezzo di terra del Libano meridionale, che la scorsa estate era diventato improvvisamente un inferno, ora sembra esserci la pace più totale. Diciamo «sembra», perché da queste parti non si sa mai: poche decine di chilometri a nord, a Beirut, sono ricominciate le tensioni fra cristiani e musulmani dopo l’assassinio del capo maronita Pierre Gemayel il 21 novembre. E gli hezbollah sono ridiscesi in piazza, con proclami bellicosi per la distruzione totale di Israele.

Pochi chilometri a est c’è la Siria, oppressa dal dittatore Bashar Assad, che sostiene gli estremisti sia di hezbollah che di Hamas. Le sue alture del Golan, sotto occupazione israeliana da quarant’anni, si possono vedere a occhio nudo da qui. E a sud c’è Israele, che nonostante la stretta di mano natalizia fra il suo premier Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen viene colpita quasi quotidianamente dai razzi palestinesi, e quasi quotidianamente risponde con raid aerei su Gaza. Per non parlare della sanguinosta guerra civile irachena, a soli 200 chilometri di distanza.

Ma almeno qui cannoni e missili hanno smesso di sparare. E gli italiani proseguono nella loro missione di pace per conto dell’Onu: qualche giorno fa è arrivato Marino Andolina, primario di pediatria all’ospedale di Trieste, e ha visitato venticinque bambini nell’ambulatorio di Ma’raka, sede di una delle tre principali basi italiane. Anche a questo servono i caschi blu italiani: la cellula J9 si occupa della cooperazione civile e militare, e sta realizzando ambulatori mobili nei comuni dell’area di responsabilità del nostro contingente.

Mauro Suttora

Thursday, December 28, 2006

recensione dell'Avanti

“NO SEX IN THE CITY”, IL DIARIO “DALL’ESILIO” NEWYORKESE DEL GIORNALISTA MAURO SUTTORA
 
Alla ricerca di una donna normale

di Sergio Sammartino

Avanti!, 20/12/2006

E’ uscito, per i tipi della Cairo Editore, “No sex in the city” (222 pp., 14,00 euro) di Mauro Suttora, giornalista poco più che quarantenne, da poco rientrato in Italia dopo un soggiorno di quattro anni in America come corrispondente di “Oggi”. Il titolo, ovviamente, fa la parafrasi - ed anzi l’antifrasi - alla famosa commedia “Sex in the city”, di cui proprio in questi giorni circola un sequel nei nostri teatri. 
 Il libro sorprende per una curiosa originalità sia nel contenuto che nello stile. In apparenza è un diario “dall’esilio”, come ve ne sono già, ma a sorprendere non è solo il tono ironico e autoironico, quanto il fatto che a scandire le vicende di questo italiano a New York sia essenzialmente il sesso, la ricerca continua e scontata di sesso - sia da parte sua che da parte delle sue numerose interlocutrici - con l’aggiunta poco prevedibile che, quasi sempre, si finisce in bianco (da cui il titolo). 

 Ovviamente il sesso è la cifra con cui si interpreta tutto un mondo che sembra non avere più altri orizzonti, la lente attraverso cui si decifra tutta un’umanità vista essenzialmente dal suo lato femminile, posta sulla cima del mondo moderno - nei migliori quartieri della capitale della Terra - eppure così incerta, così fragile, così piena di miti fasulli e di autentica incapacità a vivere accettando gli impegni, le responsabilità e le rinunce che la vita comporta. 

 Così vediamo il Nostro abbandonato da una bella di turno con motivazioni vaghe e inutilmente complicate, tipo: “Ti sei accorto che ormai non vivo che con te? Voglio i miei spazi!”; lo vediamo alle prese con la moglie d’un ambasciatore che gli si spoglia dinanzi a lui ma pretende di non essere penetrata perché “sono molto cattolica”, salvo a volere una doccia con lo champagne. Insomma, accompagniamo il protagonista nella inutile ricerca di un donna normale, che non abbia fisime (tipo fare sesso, ma senza baci, perché “mi fanno senso”).

In un mondo così contorto e corrotto, alla fine, è diventata incredibilmente difficile persino una sana notte di sesso puro, quasi che la sessualità si sia talmente liberata... da finire a volersi liberare di se stessa. Non a caso, nel leggere ci tornava in mente un bell’articolo di Marcello Veneziani uscito sul “Domenicale” di qualche settimana fa, in cui il pensatore analizzava la deriva dell’erotismo occidentale, denaturato e spinto al punto da diventare la macchietta meccanica dell’eros vero. 

 Ma non si creda che Suttora si atteggi a moralista: egli si trova perfettamente a suo agio - salvo qualche breve timidezza - in questo mondo di feste e di club in cui ci si invita al letto come una volta ci si invitava ad un aperitivo; nell’amoralità disarmante di questo stile di vita volutamente superficiale, egli si identifica perfettamente (per questo Beppe Severgnini, nel presentare il libro lo ha definito “invadente, immodesto e impudico”). 
 E siccome siamo in un epoca in cui i moralisti risultano irrimediabilmente antipatici, ecco che lui, Suttora, guadagna subito la simpatia del lettore, tanto più che “la morale” - almeno quella della favola - alla fine risulta lo stesso. 

Alla maniera di Machiavelli - di cui si disse che, evitando attentamente di giudicare il mondo politico, lo mostrava nefando con ulteriore lucidità -, così l’impersonalità non giudicante di questo autore finisce per darci un allarme ancor più forte sul vuoto ideale delle attuali classi dirigenti e sulla confusione mentale in cui vivono. Proprio l’assenza di scandalo ci dà una visione più nera della normalità. Lo stile merita una lode a parte: è pieno di creazioni lessicali, di sorprese linguistiche che scatenano la risata alla maniera di Wodehouse. Alla fine, conoscendo l’America più da vicino, ci divertiamo pure parecchio. 

E poi - senza poterlo ammettere chiaramente (egli scrive anche su riviste americane, e certo il libro sarà tradotto negli Usa) - Mauro Suttora non riesce a nascondere fino in fondo la consapevolezza della propria superiorità culturale di europeo e di italiano, rispetto ad una società la cui classe dirigente non studia Filosofia e studia ben poco la Storia, e vive quindi il presente con scarsa o nulla coscienza della grande vicenda umana. 
 Anche quando sta per sposare un’americana, quand’egli dice al futuro suocero che “adora l’America” non riusciamo a credergli davvero. In realtà questo libro ci ricorda anche di tenerci cara la nostra identità e di demistificare il mito degli Usa, fin troppo presente nel nostro linguaggio e nel nostro pensiero. 
Sergio Sammartino

Wednesday, December 27, 2006

intervista immaginaria di Alessandra Zenarola

Intervista a Mauro Suttora

Alessandra Zenarola:
Bene, la vedo sciolto, è pronto per l’intervista?
Mauro Suttora:
Prontissimo. A parte un leggero cerchio alla testa, sa, io la sera vado a letto tardi, ma sono okay. Avanti, mi chieda tutto quello che vuole…
AZ Wow, partiamo subito con qualcosa di intrigante. Allora Suttora, si fa più sesso a New York o a Roma?
MS Cominciamo bene, originali. De-fla-gran-ti! Allora guardi, dipende. Se uno è sfigato non fa sesso da nessuna parte, né a Macerata né a Manhattan, né a Brisbane né a Brindisi, né a Zanzibar né a Zagarolo, né a…
AZ Vada piano, si calmi. Che palleee. Troppe allitterazioni, e poi non era questo il senso della domanda. I suoi lettori da lei si aspettano altre risposte…
MS Quali?
AZ …
MS…
AZ Non importa, andiamo oltre. Champagne o champignon?
MS Ma cosa dice?
AZ Non ha colto?
MS No.
AZ Beh, non le viene in mente nulla? Visualizzi: colli lunghi, bollicine, cappelle del fungo…simboli.
MS Sta scherzando vero?
AZ Non scherzo. Spinaci o spinelli?
MS Sia gli uni che gli altri.
AZ Arachidi o aragosta?
MS Non mi parli di cibo, a quest’ora mi fa schifo tutto.
AZ Non è colpa mia se lei è così snob.
MS Vuole che la inviti a pranzo?
AZ Niente affatto! Insomma, sono allegorie sessuali, no? La tenaglia, lo sgranocchiamento, bucce che vengono via, chele che si allungano…
MS Vada avanti.
AZ Bene. Andiamo più sui sentimenti. Marsha, vi sentite ancora al telefono? Le manca? La amava?
MS Scusi, ma Marsha NON esiste, lei è l’unica frescona che non l’ha ancora capito?
AZ Sta dicendo che Marsha, oddio quel bel figurino abbronzato e nevrotico e impaurito e invischiante…è un personaggio onirico?
MS A prescindere che se fosse esistita sarebbe una gran stronza, e comunque no. Marsha non esiste.
AZ Accidenti. Io però questo non lo posso scrivere. I suoi lettori, anzi le sue lettrici rimarrebbero basite.
MS Me ne dolgo ma pazienza. Vedrò di soddisfarle in altro modo, le mie lettrici.
AZ Una vaga punta di narcisismo, ci sta?
MS Gli scrittori sono tutti narcisi.
AZ Infantili anche, la loro parte. Io lei comunque la facevo meno giovane. Voglio dire, nei suoi scritti trasuda un cinismo da Moravia all’ultimo stadio e invece a vederla di persona è poco più di un ragazzo. Non che sembri appena uscito dalla vagina….intendevo in senso materno, appena partorito, non in quanto reduce da un accoppiamento…Ah ah, ha capito?
MS Diobono ma che ammasso di banalità, che cadute di tono!
AZ Ah, ha visto che ha fatto la rima? Bono-tono.
MS Sì. Agghiacciante.
AZ Parecchio.
MS Posso offrirle un frizzantino?
AZ Mi dispiace, ma no. Bevo solo Cedrata e Cabernet Sauvignon.
MS Lo sapevo. Lei è femminile come una colica renale.
AZ Sarà, ma questa sua metafora è piuttosto deboluccia.
MS E lei ha studiato alle Dimesse. Sappia che “piuttosto” è un rafforzativo e “deboluccia” è un diminutivo, e che insieme fanno a pugni. Ma dai, la smetta con quella matita, non scriva tutto ciò che le dico in questa sua intervista del cazzo! Mi scredita…
AZ Si è messo lei nei guai, è lei che si è esposto con il suo libro erotico.
MS Lei è folle e dice un mucchio di facezie.
AZ Anche lei.
MS Mi faccia l’ultima domanda. Seria, la prego.
AZ Va bene. Ha nostalgia di New York?
MS Oh. Ho più nostalgia della fellatio che mi hanno fatto ieri notte.
AZ …Via, Suttora, non si vergogna?
MS No.
AZ Credo che dovremo salutarci. Anzi, dovremmo salutarci, con due emme.
MS Sottigliezze. M, mm. Chi se ne frega? Lei?
AZ Io no.
MS Per quale giornale lavora? Mi sono dimenticato di chiederglielo…
AZ La rivista “Porfiria”. La conosce?
MS No. Mi sta salendo la nausea. La prego, venga a pranzo con me.
AZ Solo se mi dice che sono carina.
MS Ma sì che lo sei!


recensione di 'No Sex in the City'

Libro magnetico, divertente e dispersivo, un po' crudele e un po' crumiro.
Parte freddino, entomologico, e invece si impenna e decolla e non si riescie più a staccarsi, alla fine diventa pure agrodolce. Le ultime trenta pagine sono le migliori.
Bellissimi il capitolo dell'addio Mauro-Marsha, le pennellate di folk americano e alcuni vocaboli neo: ginecofili, lesbicate, irromantichita.
Bello anche il nostalgico, i Moody Blues (e chi se li ricordava?).
Fra tutto, ci è piaciuta la tenera Marsha. Crediamo che non esista, che sia un puzzle di donne, una crasi, il sogno irrisolto, un archetipo. Figuretta deliziosa, ci ha ricordato la Chloè di "Esercizi d'amore" di Alain de Botton.

Alessandra Zenarola

Wednesday, December 13, 2006

Pena di morte

No alla condanna a morte, la pena più giusta è il perdono

Incontriamo i sopravvissuti al patibolo e i familiari delle vittime.
Shuja Graham è stato scagionato dopo quattro processi. Mario Flores ha studiato Legge in carcere per dimostrare la sua innocenza. Renny Cushing, figlio di un assassinato, ha gridato: "Niente vendette". Anche perché dove è in azione il boia i delitti non calano. Le storie di chi ha rifiutato la legge "occhio per occhio, dente per dente"

di Mauro Suttora

13 dicembre 2006

La buona notizia è che sempre meno Stati applicano la pena di morte: erano 60 due anni fa, oggi sono 54. La brutta notizia è che non si sa quanti siano i giustiziati: in Cina, dove si effettua il 90 per cento delle esecuzioni nel mondo, le stime variano da cinque a ottomila. Seguono Iran (113), Arabia Saudita (90), Corea del Nord (75) e Stati Uniti (60). In Europa solo la Bielorussia ha eseguito due condanne a morte nel 2005. Il 30 novembre si è celebrata la Giornata internazionale contro la pena di morte.

A Roma lo scrittore Sandro Veronesi ha presentato il suo libro Occhio per occhio (Bompiani) presso l' associazione Nessuno tocchi Caino. E la Comunità di Sant' Egidio ha organizzato un convegno con testimoni giunti dall' unico Paese occidentale che ancora applica la pena di morte: gli Stati Uniti. Ecco le loro storie.

Shuja Graham: "Sono stato liberato dal braccio della morte di San Quentin in California nel 1981, diventando così il ventesimo condannato a morte riconosciuto innocente". La sua era un' umile famiglia afroamericana di contadini che lavorava duramente tra sfruttamento e discriminazioni nelle grandi piantagioni del Sud. Il teatro della adolescenza furono le strade dei sobborghi poveri di Los Angeles. Le porte degli istituti giovanili di rieducazione si aprirono spesso per lui. A 18 anni l' ingresso nel carcere di Soledad. Divenne il leader del movimento "Black Prison", in collegamento con il gruppo delle "Pantere Nere". Imparò a leggere e a scrivere, cominciò a studiare, divenne un uomo istruito.

"Nel 1973 fui coinvolto nell' assassinio di una guardia carceraria a Stockton. La comunità afroamericana di tutta la California si mobilitò per la mia difesa. Entrai nel braccio della morte di San Quentin nel 1976, dopo essere stato condannato da una giuria di soli bianchi. Nel ' 79 la Corte Suprema della California commutò la sentenza capitale. Ma io volevo dimostrare che ero innocente. Mi ci sono voluti quattro processi prima di provare la mia estraneità ai fatti".
Dopo il rilascio Graham ha continuato a impegnarsi per il sostegno ai detenuti di colore delle carceri californiane e contro i metodi brutali della polizia carceraria. Si è trasferito nel Maryland, si è sposato e ha avuto tre bambini.

Mario Flores, 41 anni, deve ringraziare il governatore dell' Illinois George Ryan, che lo ha graziato assieme a tutti i condannati a morte del suo Stato nel 2003, dopo 19 anni passati nel braccio della morte: "Sono nato a Città del Messico, e a sette anni la mia famiglia emigrò a Chicago. A tredici anni, per evitare che frequentassi le gang giovanili nel quartiere, i miei mi mandarono in una scuola privata. Diventai un bravo tuffatore dal trampolino, speravo di partecipare alle Olimpiadi. Nell' 84 iniziò una guerra sanguinosa nelle strade di Chicago tra le diverse gang, che provocò vari morti: sia membri delle bande, sia passanti uccisi nelle sparatorie. La polizia mi accusò di essere il capo di una banda, e venni arrestato con l' accusa di aver ucciso il leader di una banda rivale, Gilbert Perez. I poliziotti convinsero due altri capi ad accusarmi. Nell' 85 fui condannato a morte, ma sapendo di essere innocente, iniziai a studiare diritto, e anche la Bibbia". Gli avvocati di Mario cominciarono in tutte le maniere a ritardare la data dell' esecuzione, lui prese una laurea in Legge e iniziò a dipingere quadri a olio. Divenne uno dei migliori avvocati nel braccio della morte dell' Illinois, e nel 2000 i suoi quadri ebbero successo in mostre a Chicago, Città del Messico e Malaga (Spagna). Nel ' 99 lo stato dell' Illinois accettò l' uso della prova del Dna, e il test cominciò a dimostrare che diversi condannati a morte erano innocenti. Il governatore Ryan decretò allora una moratoria di tutte le esecuzioni, finché si raggiungesse la certezza che nel braccio della morte non ci fossero innocenti. E quattro anni dopo annunciò che la pena capitale non poteva funzionare: nel braccio della morte c' erano ancora degli innocenti, che avrebbero dovuto essere liberati. Uno dei quattro fortunati era Flores. Mario è riuscito a reintegrarsi con successo nella società, grazie al sostegno della famiglia e dei tanti amici che si è conquistato nel mondo. Oggi lavora come consulente legale per uno Stato del Messico e continua la sua attività di pittore, oltre a viaggiare per il mondo per chiedere l' abolizione della pena capitale.

Bill Pelke. È il nipote dell' anziana signora uccisa con 33 coltellate dalla quindicenne di colore Paula Cooper nel 1986, per impossessarsi di dieci dollari da spendere in una sala giochi dell' Indiana. Il caso della Cooper divenne famoso, finché la sua pena non fu commutata nell' 89 in 60 anni di carcere. "Mia nonna Ruth non avrebbe voluto la morte di quella ragazzina, ne sono sicuro", dice Pelke, "e sono tornato per ringraziare i due milioni di italiani che firmarono l' appello per la commutazione della sua pena. Ho imparato la lezione più grande della mia vita: guarisce il perdono, non la vendetta". Dopo aver lavorato in acciaieria per trent' anni il pensionato Pelke è diventato presidente della "Coalizione per l' abolizione della pena di morte negli Stati Uniti".

Renny Cushing: "Dopo l' assassinio di mio padre un amico mi disse: "Spero proprio che il killer venga fritto sulla sedia elettrica, affinché la tua famiglia possa trovare un po' di pace". Sapevo che quell' uomo voleva soltanto darmi conforto. Invece mi stava dicendo una cosa orribile". Robert Cushing, padre di Renny, venne ucciso nel 1988 con due colpi di fucile sparati da uno sconosciuto attraverso la porta di casa, nel New Hampshire (Stati Uniti).
La morte del padre incise in maniera decisiva sulla attività e sul futuro di Renny, che sentì in sé una forte vocazione a dedicare la propria vita nel tentativo di far incontrare due mondi distanti: quello delle vittime e quello dei condannati, senza dimenticare le pene sofferte dalle famiglie, da una parte e dall' altra.
È diventato deputato, portando avanti iniziative di legge per abolire la pena capitale e creare un fondo a favore delle vittime, e per anni è stato giudice di pace. Ha fondato l' associazione Murder Victims' Families for Human Rights (l' Associazione dei familiari delle vittime per i diritti civili), e viaggia spesso per testimoniare lo spirito di riconciliazione a nome delle vittime che si oppongono alla pena capitale, cercando la loro riconciliazione con chi è accusato dell' omicidio. È stato consigliere di diversi familiari di vittime e li ha sostenuti durante i processi e le esecuzioni. Aiuta spesso anche le famiglie dei condannati a morte a superare i propri traumi.

Mauro Suttora

Thursday, December 07, 2006

Corriere della Sera: Severgnini su No Sex in the City



GRANDE MELA
La Manhattan degli «affari galanti» raccontata da Mauro Suttora

Non troppo sesso, per favore. Siamo a New York

7 dicembre 2006

di Beppe Severgnini

recensione sul Corsera

Mauro Suttora voleva scrivere un saggio, e per fortuna non c'è riuscito. Ha prodotto invece un romanzo breve e un lungo affresco: e questi gli sono venuti piuttosto bene (No sex in the city - Amori e avventure di un italiano a New York, Cairo Editore, pp. 206, 14 euro).

No sex in the city - dove di sesso ce n' è abbastanza - è uno dei rari ritratti efficaci della città più complicata e nevrotica d' America: New York. Molti italiani hanno provato a dipingerlo, con risultati che vanno dall' infantile al disastroso. Perché quasi tutti, della Grande Mela, hanno una fifa blu (interamente giustificata). Quando la superano - di solito, dopo pochi giorni - cadono in una specie di euforia, che gli impedisce di andar oltre, e capire dove sono finiti.

Le avventure galanti sono, in realtà, una scusa per mettere il naso nelle faccende sociali, mondane e professionali di Manhattan. Talvolta si ha l' impressione che Suttora salisse in casa delle ragazze per studiare l'arredamento, e riferircelo.

Alcuni rapporti sono esilaranti: la ragazza che non vuole baciare, quella che si scatena solo in taxi, quella che lo pianta per email. C'è anche un focoso incontro notturno sul tappeto del Rizzoli Bookstore nella 57esima strada, un luogo dove alcuni di noi si sono limitati a presentare, ogni tanto, un libro.

Ripeto: il sesso, negato nel titolo, esiste. Ma è una scusa, e per l' autore non è una priorità. Più che dalle gambe e dai seni, Mr Suttora è ipnotizzato dalla pancia di Manhattan - in senso metaforico, naturalmente. Corrispondente per il settimanale «Oggi» - i newyorkesi capiscono sempre «orgy», orgia, e restano perplessi - l'autore ha scritto anche per «Newsweek» e «New York Observer», dov'è nata la rubrica che ha dato il titolo al libro.

Per uscire dalla cuccia calda della corrispondenza ci vuole coraggio, Suttora l' ha avuto, ed è stato premiato. Nei media di New York sanno chi è, e non sarei stupito se un editore americano mettesse gli occhi sul volume. Alcune intuizioni sono folgoranti. Il quarantenne Mauro - che è più abbagliato dalla mondanità di quanto voglia farci credere - riesce tuttavia a restare un italiano con gli occhi aperti.
Racconta che troppe donne newyorkesi «parlano con la voce di Topolino» (un fenomeno che la scienza non ha ancora spiegato); che i ristoranti francesi sono in crisi, e quelli italiani no; che la tariffa fissa telefonica (flat rate) è una jattura, perché i taxisti di Manhattan sono sempre al cellulare, e confabulano come zombie in lingue misteriose, disinteressandosi di chi hanno a bordo.

I personaggi del libro vengono attivati a turno con pochi tocchi, e un dialogo che fa invidia a tanti affermati narratori nostrani. Tra le ragazze americane (Marsha, Liza, Maria, Danielle, Paula, Susan, Adrienne, Nicole: dimentico qualcuna?) compare anche qualche collega italiano (Giuliano Ferrara, Guia Soncini, Christian Rocca, Simona Vigna, lo ieratico Cianfanelli).

No sex, per loro: ma contribuiscono a movimentare il racconto, che procede con leggerezza per duecento pagine fino a un finale sorprendente. «Adoro i flip-flop, le ciabatte infradito: sono sexyssime», scrive l'autore appena sopra la parola «fine». Questa, Suttora, devi proprio spiegarmela.

Beppe Severgnini

Thursday, November 23, 2006

intervista su Affari Italiani

http://canali.libero.it/affaritaliani/culturaspettacoli/nosex2111.html

Libri/ "No sex in the city": la risposta italiana a Sarah Jessica Parker

Martedí 21.11.2006 13:45

New York, patria del sesso? Macchè... Altro che Samantha, Carrie & Co... per Mauro Suttora, giornalista ultraquarantenne, corrispondente da New York per un settimanale italiano, il sesso nella 'capitale' del mondo è solo virtuale: se ne parla,  ma non lo si fa. Tutto è più importante: la carriera, lo shopping, il jogging, i party.

Così è nato "No sex in the city" in cui  Suttora racconta in modo divertente e divertito le abitudini, le manie e le stravaganze delle donne americane viste con l'occhio del maschio italiano.  Tra ristoranti alla moda e quartieri ultrachic, limousine e cene di finta beneficenza, il protagonista s'imbatte in un gran numero di donne.

C'è Liza, bellissima fashion-victim, che lo scarica via e-mail per mancanza di tempo; Maria, pantera a parole, ma agnellino quando si passa ai fatti; Paula disposta a tutto ma non a baciare. Un susseguirsi di esilaranti incontri, che diventano anche l'occasione per fotografare impietosamente pregi e difetti della specie umana più avanzata: le femmine di Park Avenue.

Mauro, come è nata l'idea del libro? 
"Ho vissuto  quattro anni a New York come corrispondente di Oggi. I miei amici italiani  continuavano a chiedermi   'come erano le donne di Sex and the city' e da lì ho cominciato ad essere più attento alla questione. Devo dire che non pensavo fosse così popolare il programma in Italia, invece mi sono dovuto ricredere:  questo a quanto pare è il decennio di 'Sex and the city', adesso poi sembra si faccia anche il film..."

A proposito di sesso, ci hai fatto capire che a New York se ne fa poco...
"Sì,  ormai non è più di moda... non è considerato una cosa interessante, per le donne è più interessante fare jogging, shopping, correre, fare acquisti, curare il proprio corpo; sembra che ci sia un generale calo del desiderio,  come confermano d'altra parte le statistiche; quando sono andato a New York trent'anni anni fa come studente  me la ricordavo lussuriosa, una città erotica,   mentre adesso direi che è molto vittoriana"

Cosa ha influito su questo trend?
"Gli hippy negli anni 60 dicevano:  'fate l'amore e non la guerra';  ora ci sono la guerra in Iraq, in Afganistan... e evidentemente non c'è spazio per l'amore. Tutta la società americana è completamente votata alla carriera, al guadagno, ad andare avanti tanto che molti piaceri vengono relegati all'ultimo posto, è una società edonista, è importante comprare la casa, guadagnare sempre di più... con il risultato che rilassarsi è davvero impossibile, vivono tutti in costante stress".   

Dal tuo libro esce fuori anche un ritratto impietoso donna americana, considerata sempre un mito...
"Non si può generalizzare in effetti; io ho parlato della donna newyorkese, in particolare della donna di Manhattan e residente nell'Upper side dove vivono ricchi e alti borghesi che ce l'hanno fatta; ecco in questa parte della città ci sono un sacco di nevrosi, è stato divertente parlarne....

Durante un viaggio in Italia la tua fidanzata, Marsha,  dice che non le 'dispiace non andare a Venezia perchè tanto di lunedì i negozi sono chiusi"...
"Sì, è così, lo scrivo nel libro. Ho convissuto con Marsha per un anno. La mia compagna in effetti era deliziosa,  simpatica, bella e intelligente ma americana... Faccio un esempio: le newyorkesi hanno un brutto rapporto con il cibo, vanno sempre al ristorante, ma Marsha  una volta al mese mi diceva  trionfante 'stasera ti faccio io da mangiare' , come fosse una concessione;  una sera mi prepara un hot dog orribile, vado in cucina e vedo una confezione 'meatless hot dog', hot dog senza carne. Insomma era un hot dog di soia, mangiava tutto tranne che le cose vere, latte senza latte, carne senza carne... tutto tranne che la cosa vera.."

Adesso a Roma e sei fidanzato...
"Sì sto insieme ad un'adorabile italiana e sono sereno. Vivo a Roma, città orizzontale quanto New York è verticale; presto il libro sarà tradotto in inglese da un editore americano...e tornerò a Manhattan".

In tutte le storie americane c'è un happy end: speri di ricavarne un film?
"Speriamo, sarebbe bello, la risposta italiana alle quattro donne di 'Sex and the city' , la risposta del maschio europeo. Perchè no..."

Michaela K. Bellisario

Mauro Suttora -  "No sex in the city" - Cairo Editore - 14 euro

Copyright © 1999-2006 ItaliaOnLine S.r.l.

Saturday, November 18, 2006

Un'americana a Roma

UN'AMERICANA A ROMA

di Mauro Suttora

New York Observer

Roma, sabato 18 novembre 2006


Marsha, la mia fidanzata newyorkese, ha appena scoperto che oggi si sposano Tom Cruise e Katie Holmes. Siamo anche noi a Roma in queste settimane. Abbiamo affittato un loft in via Margutta 33. 
Marsha era diventata pazza quando ha saputo che in questo stesso palazzo abitò per sei mesi Truman Capote, nel 1953:  "Lo voglio" .
"Ma ci chiedono tremila euro al mese", ho obiettato.
"Li vale", ha detto con gli occhi brillanti di gioia. "E poi, Mauro, non noti nessuna coincidenza?" 
"No".
"Le date".
"Cioè?" 
"Fifty-three and fifty-three..." 
"Cinquantatre?" 
"Sì, era il '53 quando Truman visse qui, e da allora sono passati esattamente '53 anni. Non è fantastico?"

 
Adoro Marsha per questi suoi improvvisi entusiasmi puerili. È un ex modella stupenda, abbastanza anoressica ma affamata di vita, curiosa di tutto e facilmente eccitabile (anche sessualmente) da piccoli particolari riguardanti celebrità del passato e del presente.
Poter abitare lo stesso posto dove Capote visse più di mezzo secolo fa - quando non era nessuno se non un giovane ricco americano gay aspirante scrittore - ma soprattutto poterlo poi raccontare alle sue amiche, la fa andare al settimo cielo. Come se le pareti di questo ex studio di pittore riuscissero ancora trasudare storia ed emozioni. Probabilmente non ha mai letto nulla di Capote, neanche 'A sangue freddo'. Lo conosce solo dal film del 2005 con Philip Seymour Hoffman. Ma fa niente. Basta il nome. Ormai lei lo chiama confidenzialmente Truman. È diventato un nostro intimo, post mortem.


Marsha è innamorata di Roma. C'è già stata altre volte, con altri uomini. Io sospetto che sia più innamorata di Roma che di me. Sono quasi geloso.
"Vuoi me o i miei soldi?", chiedono le miliardarie di Manhattan ai loro spasimanti.
"Vuoi me o l'Italia?", domando io alle ragazze di Manhattan che diventano improvvisamente troppo cordiali quando scoprono che vengo dalla terra di Dolce & Gabbana e del pinot grigio che amano ingollare.


Ho conosciuto Marsha due anni fa a un cocktail-party a New York, dove sono corrispondente per un settimanale italiano. Bellissima 29enne, occhi azzurri, gambe da sogno, è rimasta a lavorare nel mondo della moda. Mi porta con lei a tutti i fashion events  di Manhattan, dalle sfilate di Calvin Klein ai gala al Waldorf e ai vernissage dei nuovi negozi sulla Quinta Avenue.


Ho ricambiato con questo soggiorno a Roma. Avevo fatto una ricerca su Google per controllare la questione di Capote. Sì, è vero. Non solo abitò nel palazzo, ma dieci anni dopo descrisse il suo soggiorno romano in un racconto titolato 'Lola', dal nome della cornacchia con cui conviveva. Probabilmente l unico animale femmina che abbia mai amato in vita sua...


Cazzeggiando sui internet, però, ho fatto un altra scoperta. Sconvolgente, per una drogata di celebrity come Marsha. In via Margutta 33 girarono anche il film 'Vacanze Romane'. Sempre in quel fatidico anno, 1953. Glielo dico quando torna a casa, nel nostro appartamento di West End Avenue. Lei ha quasi un orgasmo: "Reeeally?" 
Va subito a controllare sul computer. "Wow!", urla.
Ora, bisogna sapere che più passano gli anni, più 'Roman Holidays' è diventato per gli americani il simbolo di tutto ciò che c'è di attraente in Italia: dolce vita, amore, uomini romantici.

"E Gregory Peck era giornalista come te Mauro, un'altra incredibile coincidenza", mi sussurra Marsha con i suoi occhioni sognanti.
Mi bacia: "Sarò la tua principessa Audrey Hepburn..." 
Va a sdraiarsi sul divano, facciamo l'amore. Viene prima di me (non capita spesso). Per fortuna l'agenzia immobiliare non ci ha chiesto cinquemila euro: temo che a quel punto Marsha avrebbe pagato qualsiasi cifra per un mese in quei 60 metri quadri con soppalco.

Arriviamo a Roma, il posto in via Margutta è in effetti delizioso. A me per la verità ricorda una casa di ringhiera milanese con ballatoio, ma Marsha è così emozionata che arrivata in cima alle scale del cortile interno, pieno di oleandri, ciclamini, glicini e palme, apre la porta del loft a due piani, grida "I'm so happy, Mauro!". 

Mi trascina dentro con le valigie, richiude la porta, mi abbraccia, mi bacia interminabilmente e intanto si sfila le mutandine. È umidissima (a New York non capita spesso:  "Sono stressata", dice sempre). Mi stringe a sè, vuole che la prenda in piedi sulla parete. Mugola dal piacere, le devo tappare la bocca, gode quasi subito (a New York non capita spesso, senza l'ausilio di un dito: "Sono clitoridea", mi ha spiegato solenne).

Qualche giorno dopo, Marsha scopre sui giornali la terza coincidenza: Cruise e la sua fidanzatina Kate sono all'hotel Hassler, a duecento metri da noi, sopra piazza di Spagna. E si sposano proprio oggi, in un castello sul lago di Bracciano. 

"Dov'è?" 
"Lontanissimo, Marsha".
"Quanto lontano? Vicino a lake Como?" (chissà perché i newyorkesi conoscono solo il lago di Como e l'albergo Villa d'Este).
"Ecco. Più o meno", baro per togliermi l'impiccio.


Marsha però è relentless, testarda. Come Bush. Quando si mette in testa una cosa, addio. Mi trascina per via del Babuino e su per la scalinata di Trinità dei Monti. Davanti all'hotel Hassler troviamo radunata una piccola folla. È l'una.
"Che succede?", domando ai curiosi.
"Ora escono", mi risponde uno sfaccendato.
"Ok Marsha, andiamocene. Non possiamo aspettare qui come due deficienti, chi se ne frega".
"No, dai, fammi vedere".
"E se escono fra tre ore? Non vedo nessuna limousine parcheggiata qui vicino. E poi, vedi: ci sono solo turisti, perditempo. Agli italiani non frega nulla di questi cosiddetti  matrimoni del secolo . Anche perché ne vediamo da 27 secoli..." 
"Dai, non fare il blasé. Non fare finta, che sei excited pure tu. Siamo testimoni di  history in the making, la storia che si compie sotto i nostri occhi..."

 
Fortuna che le rimane un po  di autoironia. In fondo si è laureata con una tesi su Derrida.
"Su, torniamo a casa", la tiro per il braccio.

Il mio obiettivo è passare qualche ora a letto a leggere i giornali, come facciamo ogni sabato a New York con i due chili del Times del week-end.
"Eccoli!", strilla Marsha improvvisamente.
In effetti una Mercedes nera si ferma di fronte all'entrata dell'Hassler.
"Ma sono Jennifer Lopez e Victoria Beckham", la informo, allungando il collo. "Il peggio del peggio. Saranno fra le invitate. Stanno entrando, non esce nessuno. Andiamo via".
"Prima o poi Tom Cruise e Katie dovranno uscire. Il matrimonio è previsto per le sei. In un castello. Anch'io sogno di sposarmi in un castello..." 
Ecchetela. Afferro il messaggio subliminale.
"Dai Mauro, portami al castello. Andiamo a vedere Bracciano. Prendi l'auto. Quant'è lontano?" 
"Ma almeno cento miglia", mento, loro ci andranno in elicottero".
"Eccoli!" 
Un gippone con i vetri fumé esce dalla porta di servizio e sgomma via. Impossibile vedere chi c'era dentro.
"Seguiamoli, corri a prendere l'auto al parcheggio!"

 
Marsha è così sovraeccitata che non tento neppure di contraddirla. Sono innamorato, mi piace regalarle qualcosa qui in Italia. La amerà ancora di più, e di riflesso amerà anche me. E poi, per dirla tutta, questa sua energia molto americana risulta assai sexy per un pigro e scettico europeo come me.

Dopo venti minuti siamo in auto. È un pomeriggio brillante di sole dopo un temporale, i pini marittimi lungo la Cassia esibiscono un verde intenso, guido e sono felice vedendola felice.
"Pensi che il castello sia circondato da poliziottotti, assediato da giornalisti e cose del genere?", mi chiede.
"Certo. Ma anch'io sono giornalista. Riusciremo a passare, non preoccuparti".
Arriviamo a Bracciano alle tre del pomeriggio. Per fortuna Marsha è totalmente ignara di geografia italiana, e non mi chiede conto della mia bugia sulla vicinanza con il lago di Como. Bella cittadina, non c'ero mai stato, nessuno in giro. Parcheggiamo. 

'Cinquantamila curiosi per le nozze di Tom', titola speranzoso un giornale appeso a un edicola. Ce ne saranno a malapena cinquanta nella vecchia strada che ci porta in centro. Quando arriviamo nella piazza di fronte al castello Odescalchi, vedo un piccola folla di reporter con telecamere di fronte all'entrata. Vado a salutare Umberto Pizzi, il mio amico paparazzo autore della rubrica Cafonal sul sito Dagospia. Ci sono perfino due elicotteri che girano rumorosi attorno agli spalti.

"Mauro, I lllove this castle!"

Marsha è abbacinata: "Ha otto torri invece di quattro, è enorme. Ho deciso: ci sposeremo anche noi qui!" 
"Certo, cara. Ho letto sul giornale che anche Keira Knightley ora vuole un matrimonio a Bracciano. Sta diventando di moda sposarsi qui..." 
Alcuni colleghi mi riconoscono: "Suttora, ma non stavi a New York? Sei venuto apposta per Tom Cruise?" 
"Ovvio", invento, "e la mia fidanzata americana Marsha è fra gli invitati, perché fa parte della setta di Tom, Scientology. Così entro pure io".
"Allora quando sei dentro ti chiamiamo sul telefonino, così ci descrivi la cerimonia. Ci sarà anche una cena? Chi sono gli invitati? Quando entri? È vero che John Travolta è arrivato a Ciampino col suo jet privato?" 
"Ragazzi, io ci provo, ma non posso creare problemi a Marsha. Vedremo..." 
Intanto lei mi guarda. Conosce un po' d'italiano, e capisce che ho trovato un modo per infilarmi nel maniero.
"Beh, prima d'entrare voglio mostrare il paese e il panorama sul lago alla mia fidanzata, sta per fare buio. Ci vediamo più tardi..." 

Prendo Marsha per mano e andiamo sul retro del castello. Ci sediamo a un bar.
"Mauro, allora riusciamo a entrare?" 
"Figurati, è sigillato peggio del Cremlino".
"Ma avevo capito..." 
"Hai capito bene: con i miei colleghi giornalisti ho fatto finta che tu fossi invitata, e io con te, ma che non possiamo dire nulla. E ora andiamocene, altrimenti scoprono lo scherzo".


Passeggiamo per Bracciano, sul lungolago e in centro. Marsha si calma, e improvvisamente non gliene importa più nulla del matrimonio del secolo. La sua finestra di attenzione si è esaurita, la curiosità saziata: le è bastata la visione del castello. La amo anche per questo: cambia idea spesso, e in fretta.
Torniamo in città al tramonto. Guidando, le canto la canzone più famosa su Roma: "Arrivederci Roma, goodbye and au revoir/Voglio rivedere via Margutta..."

 
I miei colleghi resteranno di fronte al castello fino alle tre del mattino, senza riuscire a vedere nulla. Marsha ed io, invece, siamo di nuovo vip-free. Ceniamo a lume di candela nella nostra trattoria preferita, Edy in vicolo del Babuino. Poi saliamo a dormire nella stanza di Truman, nel palazzo di Audrey e Gregory.  

"È vero che la parola romantico deriva da Roma?", mormora Marsha prima di chiudere soddisfatta gli occhi azzurrissimi. La guardo con tenerezza: ora che dorme, sembra veramente la principessa di 'Vacanze Romane'.
Mauro Suttora

Celebrity-free

Tom Cruise wedding in Bracciano Castle (Rome)

'The New York Observer', December 2006

by Mauro Suttora

"Sounds like hassle". 
"Let's go home, then". 
"Sounds like hustler". 
"Yes, but it's Hassler instead, can't you read it above the front door?"

Rome, Saturday November 18, 2006. One pm. Marsha, my New York girlfriend, has dragged me in front of the hotel atop the Spanish steps where Tom Cruise is staying with his fiancée Kate Holmes since five days now. The sun is shining, I left home just to buy the papers.

The Rome apartment we're renting in Via Margutta 33 is at walking distance from the Spanish Steps. Truman Capote lived for a few months in our very flat 53 years ago, in 1953, when he was just a young American gay touring Italy. He wrote about it ten years later in the short story 'Lola', the name of his roommate (a black young she-raven, possibly the only female he ever loved).

During that same year 1953 the movie 'Roman Holidays' was shot in this very building courtyard. I feel so Gregory Peck, the journalist whose pad princess Audrey Hepburn slept in...

Marsha has accompanied me outside, and after stopping at the newsstand she convinced me to climb the steps:  
"Let’s get a glimpse of history in the making..." 
"Come on, Marsha, you always act so celebrity-free while in New York City. Who cares about today's marriage?" 
"Just a little curiosity, mummy has asked me about it". 
"Ah, you're constantly on the phone with your mummy in Manhattan, from Rome too. The umbilical cord. Will you turn cordless someday, honey?" 
"See, all this crowd in front of the hotel... Romans are curious as well, despite their pretending being jaded after 27 centuries of celeb-watching". 
"No locals, it's just tourists. Italians have better things to do than wasting time after Tom Cruise or any other self-appointed 'wedding of the century". 
"Here they are! Who's coming out of the limo?"

A black Mercedes stops in front of the Hassler Hotel. I crane my neck.
"Jennifer Lopez and Victoria Beckham. The worst of the worst".
"But they're getting in". 
"Nobody coming out. Come on, let's go, Marsha". 
"If all these people keep waiting, Tom and Kate are due out any moment. They have to come out in any case, the ceremony at the castle is supposed to take place today at 6 p.m." 
"Maybe they're already there, at Bracciano. I wonder why they switched from lake Como to Bracciano. All American actors love lake Como and its Villa d'Este Hotel in Cernobbio, what's so special in Bracciano?" 
"The castle". 
"Yeah..." 
"I would love to marry in a castle..." 
"Yeah... Alright Marsha". 
"Let s go see this one". 
"What? You want to go to Bracciano? Today?" 
"Yes, let's follow them when they come out of the hotel". 
"What if they take an helicopter?" 
"Go and get the car". 
"But Bracciano is 30 miles away... And it's gonna be flooded with people this afternoon". 
"Look, they're coming out!"

A black SUV is exiting the service entrance, but it's impossible to see anyone behind its darkened windows.
"Who knows, Marsha, it could have been anybody. Let's go home now". 
"No way. Get the car, we're definitely going to the Bracciano castle". 
"Keep your wide mouth shut". 
I would have loved replying so, just to bet on her recognizing the Cruise/Kidman pun. But in these moments she always gets a humour failure. I know her, she's so surcharged now: impossible to joke, impossible to stop her. No way to discuss nor to object. She is determined, my only answer can be "Yes", or leave. 

When my Italian friends ask me how I stand her, I reply that I like her exactly because of this: she's so imperious, doubtless, energetic, aggressively American. Very sexy, to an old (in the Rumsfeld sense), lazy, dreamy European. Besides, she turns so sweet in bed. So, I am totally subjected when she gets into one of these fits of hers. Probably also because I love her. That's why I don't rebel. Oh, did I say I love her? Sometimes I forget.

O.K., I decide to go with her to the Tom Cruise wedding in Bracciano Castle. So I head for the Villa Borghese underground parking, to get our car. A wonderful Lancia Ypsilon compact, and it's a sunny day right after a shower, why not travel through the country to Bracciano anyway?
"Why not", the magic words which make it impossible to argue with Marsha, my beautiful love.

I look at her while driving on the Cassia old consular road lined with parachute-shaped maritime pine trees: she's so excited to go to the marriage in the castle. And I'm so happy to offer her this gift, in order to make her love Italy evermore.
"Do you think the castle will be surrounded by journalists?" 
"Of course. But I'm one. I'll get a pass, don't worry".

We arrive in Bracciano at 3 pm. Lovely town, no one around.  50,000 people expected for Tom’s wedding, headlines a daily we bought. There are maybe 50 in the old grey street climbing to the castle. When we arrive in the square in front of the castle, we notice a small crowd of reporters in front of the entrance. Umberto Pizzi, the king of Rome paparazzi, is cruising aimlessly. Two press helicopters hover noisily.
“Mauro, I lllove this castle!”  Marsha is thrilled  “It’s humongous, it has got eight towers instead of four! Wow! We re definitely gonna get married here!” 
“Yes dear, like Christiane Amanpour and James Rubin back in ’98. And I read in the paper today that Keira Knightley wants to marry here too. Bracciano weddings are becoming fashionable”.

I speak with some colleagues I know, they’re surprised to see me: “Have you come from New York just for the wedding?” 
“Of course”,  I joke them. “And my girlfriend Marsha is invited, so I’m getting in. She belongs to Scientology”. 
“We’ll call you around 10 then, can you keep your cell turned on? Is there a reception inside? Is there any  reception before the ceremony? When are you getting in? Have you seen John Travolta, he was supposed to land in Rome with his private jet this morning…” 
“Sorry folks, I can’t embarrass Marsha, and those people are real paranoiacs, I had to sign a promise of silence. They’ll ask for all of our cellphones at the entrance” .
“And you’re not going to break the embargo, are you?” 
“I really can’t”.

Marsha looks at me wide eyes open, she knows only a few words in italian and understands that the almighty Italian journalist Mauro has found a way to sneak in.
“Bye now, we’ll come back and get in later, now we want to tour the town before darkness”, I salute my fellow Italian reporters who are green with envy.
I take Marsha by the hand, we go around the corner and sit down in a café where we order one macchiato and one cappuccino.
“Mauro, is there really a way to get in?” 
“No way Marsha, it’s all sealed. Worse than the Kremlin”. 
“But I understood…” 
“Yes, you understood well: I pretended you were invited, and me along with you, but that we can’t report anything”. 
“…” 
“Ok darling, now let’s go, otherwise they’ll find out about our joke”.

We proceed to visit Bracciano. Very nice town indeed. Marsha calms down and suddenly doesn’t give a damn about the wedding of the century. Her window of interest has run out, the castle vision has satisfied her. I love her also because she changes her mind often and fast, even before the job is done. We’re not going to get stuck here. Bracciano won’t be our Iraq.
We’re back in Rome right after sunset. While driving, I entertain her by singing the most famous song about Rome: “Arrivederci Roma, goodbye and au revoir/ Voglio rivedere via Margutta…” 
My colleagues stay on in front of the castle until 3 a.m. Can’t get a glimpse of anything. At that time, Marsha and I are celebrity-free again, sleeping in the Truman Capote’s bed of the Audrey&Gregory building after a lovely candle-lit al fresco dinner at Edy, our favourite osteria in vicolo del Babuino.
“I guess the word romantic comes from Rome”, whispers starry-eyed Marsha just before closing them.

Mauro Suttora

Tuesday, October 31, 2006

Ansa: 'No Sex in the City' libro del giorno

(ANSA) - ROMA, 31 ott - (di Maurizio Giammusso) - MAURO
SUTTORA, 'NO SEX IN THE CITY. AMORI E AVVENTURE DI UN ITALIANO A NEW YORK' (Cairo editore, pp 223, euro 14.00)

Un pò diario, un pò inchiesta sul campo, un pò vademecum (in appendice tutti luoghi di cui si parla), ma sempre col sapore del "vissuto" autobiografico e con un gradevole umorismo: ecco le qualità del libro di Mauro Suttora, milanese, classe 1959, giornalista Rizzoli, con un piede a Milano e l'altro a New York; uno che da una parte è un bel campione di maschio italico in trasferta, e dall'altra un osservatore tanto smagato, da firmare rubriche di costume anche su settimanali americani importanti come Newsweek e New York Observer. Come dire un nipotino di Casanova quanto ad avventure (non tutte riuscite) e un ammiratore di Tom Wolfe, quanto a curiosità, gusto del dettaglio e passione per il pettegolezzo.

Più esattamente il libro pone questa domanda: che cosa
succede a un giovane italiano, solo nella patria di 'Sex and the
City', il serial divenuto la bibbia televisiva dei comportamenti
sessuali americani? La risposta dello scrittore suona più o
meno così: nella vita febbrile di Manhattan, l'isola a più
alto tasso di donne single del mondo, la realtà è bizzarra
proprio come appare nelle avventure delle quattro star della
serie tv. E a volte anche di più. Le favolose donne di New
York, tutte in carriera, perlopiù nevrotiche ai limiti del
comico, finalmente sono fotografate dalla prospettiva opposta:
quella di un maschio single, per di più europeo, anzi italiano.

"Gli europei vengono da Venere, gli americani da Marte" si
dice oltreoceano. Forse è vero, forse no, ma certo è un buona
battuta per cominciare una conversazione con una bionda (o
bruna, o rossa) mozzafiato, al bancone di un pub o al cocktail
di un vernissage. Così tra tacchi alti, hot dog vegetariani,
corse in taxi bollenti e sogni di anello al dito, il
protagonista s'imbatte in un gran numero di donne: Liza,
bellissima Fashion-victim che lo scarica via e-mail; Maria,
pantera a parole, ma agnellino quando si passa ai fatti; Paula
disposta a tutto, ma non a baciare... E 'No Sex in the City'
diventa l'ultima, indispensabile guida per chi ama New York ed
è affascinato dai suoi misteri.