Tuesday, December 22, 2015

Grillini spendaccioni

AVEVANO PROMESSO DI VIVERE CON 2.500 EURO AL MESE. ALCUNI EURODEPUTATI OGGI POSSONO ARRIVARE A 40MILA. NON PUBBLICANO RENDICONTI. A MILANO IL M5S NASCONDE I RISULTATI DELLE PRIMARIE PER IL SINDACO. E A TRIESTE CANDIDANO LA MOGLIE DI UN EURODEPUTATO

di Mauro Suttora
Oggi, 9 dicembre 2015

All’inizio facevano a gara su chi restituiva di più. Due anni e mezzo fa i 163 neoparlamentari grillini (oggi fra espulsi e scappati sono rimasti in 127) rinunciavano con orgoglio a 5-6mila euro mensili, sui 14mila netti che spettano a ogni parlamentare italiano.

Oggi, invece, la media dei tagli di stipendi e rimborsi si è dimezzata a 2-3mila euro al mese. Sono sempre i migliori, intendiamoci: pubblicano sul sito www.rendiconto.it le distinte delle loro spese, e si vantano di versare i milioni di euro così risparmiati in un fondo ministeriale di garanzia per le piccole e medie imprese.

Ora vogliono abitare tutti nel centro di Roma

Ma l’entusiasmo del 2013 è svanito. Ora alcuni di loro riescono a spendere oltre 2mila euro per l’alloggio a Roma. Un tempo politici di alto livello come Togliatti, De Gasperi, Pertini o Nenni si accontentavano di affitti in periferia (Balduina, Garbatella). Oggi anche gli ex francescani 5 stelle, forse in omaggio al loro nome, pretendono di avere un “quartierino” di lusso in centro.

Quando si muovono, disprezzano i mezzi pubblici. Ogni mese spendono anche mille euro in trasporti. Poiché godono di aerei e treni gratis, sono spese per taxi e benzina.

Fino agli anni 80 i portaborse non esistevano. Poi i politici riuscirono a mettersi nello stipendio le spese per i segretari personali. Nanni Moretti denunciò questo simbolo della partitocrazia nel film Il Portaborse di Daniele Luchetti (1991). Niente da fare. Oggi anche gli antipolitici grillini spendono con allegria migliaia di euro in “assistenti”.

Quasi tutti ne hanno assunti due, nonostante la pletora di funzionari di Camera e Senato che forniscono assistenza a ottimi livelli. E malgrado le decine di milioni di euro che anche il Movimento 5 stelle incassa come finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari, debordanti di personale.

Un altro modo per aggirare lo sbandierato rifiuto dei soldi statali sono le cosiddette “spese per attività ed eventi sul territorio”. Quasi tutti gli eletti grillini ormai mettono migliaia di euro in questa voce: stampa di “materiale informativo” per comizi e manifestazioni. Luigi Di Maio, per esempio, 1.900 euro solo nel mese di settembre.

Addio movimento dei cittadini, insomma: i 5 stelle si sono trasformati pure loro in un partito con 1.600 eletti e centinaia di burocrati stipendiati. Gli unici a rispettare la vecchia promessa di vivere con 2.500 euro al mese sono i cento consiglieri regionali. Ma anche loro cercano di svicolare, come dimostrano le recenti proteste degli attivisti in Emilia-Romagna.

700 euro di posacenere per un’eurodeputata

I più fortunati sono i 17 eurodeputati. Fra stipendio e rimborsi vari, dispongono di 41mila euro netti mensili: 21 mila solo per i portaborse. È uno dei tanti scandali di Bruxelles. E i grillini si sono adeguati: non tutti usano il totale dei rimborsi, ma si tagliano dallo stipendio solo mille euro mensili. L’unica virtuosa è la lombarda Eleonora Evi: rinuncia a 3.000 euro.

Contrariamente agli eletti nazionali, solo cinque rendicontano parzialmente le spese. Forse è meglio che non lo facciano, visto che una dichiara di aver comprato “posacenere tascabili ecologici” per 700 euro.

Cinque non hanno neppure una pagina web, in barba alla promessa di essere un movimento on line. Due hanno assunto sette portaborse ciascuno. Di questi, quattro sono “assistenti territoriali”: non stanno a Bruxelles, ma in Italia per curare il loro collegio elettorale.

Gli iscritti protestano. I sondaggi elettorali sono ottimi, «ma il Movimento 5 stelle sta diventando un Collocamento 5 stelle», denunciano su Facebook. Manca ancora mezzo anno alle comunali di giugno, ma i grillini già litigano.

A Torino è stato fatto fuori uno dei due consiglieri comunali uscenti, il pioniere Vittorio Bertola: considerato troppo vicino al dissidente Federico Pizzarotti, sindaco di Parma.

A Trieste un eurodeputato vorrebbe candidare sindaco sua moglie. A Bologna niente primarie: un fedelissimo di Gianroberto Casaleggio, Massimo Bugani, dopo avere eliminato due consiglieri regionali e una collega eletta al Comune (Federica Salsi, espulsa perché osò andare in tv, mentre ora ci vanno tutti) si è fatto proclamare candidato sindaco con lista bloccata.

Vette surreali a Milano. Alle primarie hanno votato solo 300 iscritti (su un totale sconosciuto, perché la società commerciale privata Casaleggio srl non divulga gli elenchi neanche ai parlamentari), e ha vinto Patrizia Bedori con 74 preferenze. Ma i risultati sono stati secretati «per evitare strumentalizzazioni». Dalla democrazia diretta a quella senza risultati.
Il (presunto) secondo classificato, pare a un solo voto dalla Bedori, si è disiscritto dal M5s. Un altro degli otto candidati chiede di annullare il voto.

A Livorno il sindaco Filippo Nogarin ha la città invasa dalla spazzatura. «L’azienda della nettezza urbana era in deficit», si giustifica. Anche Pizzarotti ha trovato Parma in rosso. Però lui sta sistemando i conti senza rivolte popolari.

La città più importante dove si voterà il 12 giugno è Roma. Qui i grillini sono in alto mare, anche se i sondaggi li danno in testa come partito (come singoli vincerebbero Giorgia Meloni o Alfio Marchini).
Alessandro Di Battista è popolare, ma non lo candidano per un’astrusa regola grillina che obbliga gli eletti a finire il proprio mandato. Se fosse applicata a tutti, non sarebbero stati eletti né Matteo Renzi né Sergio Mattarella. Ma Beppe Grillo ama divertirci.
Mauro Suttora

Di Battista risparmia, ma gli altri...

Wednesday, December 16, 2015

I babbi imbarazzano Boschi, Renzi e Lotti

Scandalo banche fallite: i tormenti della giovane ministra

ORA SONO I PADRI A IMBARAZZARE I FIGLI

Maria Elena Boschi attaccata per i maneggi del suo babbo, ai vertici dell’Etruria fallita. Ma anche Renzi senior, invece di godersi la pensione, inguaia il premier

di Mauro Suttora

Oggi, 16 dicembre 2015

Svantaggi della gioventù. Finora erano i figli a inguaiare i politici: Piccioni, Leone, Donat-Cattin, Bossi, Lupi. Ma quando i politici sono giovani, sono i padri che possono diventare imbarazzanti.

Maria Etruria Boschi: così ormai è soprannominata dai maligni la ministra più bella e potente nella storia d’Italia. Perché suo padre è stato per quattro anni consigliere d’amministrazione della banca Etruria, appena fallita con tre miliardi di buco. Ma soprattutto perché il «babbo” - come lo chiama lei, con affetto toscano - nell’ultimo anno era stato nominato vicepresidente.

Non che l’avesse raccomandato lei. Anzi. Quello era un posto che scottava. Nel 2014 la storica banca di Arezzo aveva già centinaia di milioni in crediti “incagliati”, di debitori che non potevano più pagare. Era sull’orlo del disastro, come il contiguo Monte dei Paschi di Siena.

Gli ispettori della Banca d’Italia, allarmati, avevano effettuato due ispezioni, sfociate in una maximulta di due milioni e mezzo di euro a 18 amministratori e sindaci di Banca Etruria per «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito, omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza».
In particolare, Pier Luigi Boschi è stato condannato a pagare ben 144mila euro.

Nominato dopo di lei

Nel maggio 2014 il presidente multato è mandato via, sostituito da Lorenzo Rosi. Al quale viene un’idea: promuovere vicepresidente Boschi, la cui figlia poche settimane prima era diventata ministro delle Riforme nel governo Renzi. Un altro figlio lavorava da sette anni in banca Etruria (oggi si è dimesso), occupandosi proprio dei crediti “incagliati”.
 
Sembrava una buona idea: nell’Italia delle conoscenze, vantare una figlia ministro poteva contribuire alla salvezza della banca. Un qualche aiutino da Roma per l’istituto agonizzante, un po’ di benevolenza da Bankitalia e Consob.

Invece, niente. Le emissioni di obbligazioni (quelle oggi carta straccia) non riescono a raddrizzare il buco finanziario. Un anno fa Etruria è una delle dieci banche popolari italiane beneficiate dal decreto governativo che le trasforma in spa. Il valore delle sue azioni sale del 65% in pochi giorni. Ma nel febbraio di quest’anno la banca viene commissariata, e tre settimane fa arriva la liquidazione.

La promozione di babbo Boschi, imprenditore agricolo, dirigente di Confcooperative, democristiano da sempre e poi popolare-Margherita-Pd come Renzi, fu solo una captatio benevolentiae a fin di bene? Probabile. Ci fu un conflitto d’interessi per il decreto che fece aumentare le azioni? La famiglia Boschi ne possedeva, ma il valore era già crollato dai 17 euro l’una del 2007 a un euro. Quanto a movimenti sospetti o favoritismi per fidi concessi ad amici, i magistrati indagano.

L’imbarazzo, però, non è solo di Maria Elena. Anche il padre del premier Matteo Renzi riesce a metterci del suo. Dopo aver danneggiato la reputazione del figlio finendo indagato per la bancarotta della sua ditta (nonostante un mutuo da 697mila euro concesso da un terzo “papà debordante”, quello del sottosegretario Luca Lotti, anch’egli dirigente di un’altra banca locale toscana), ora si scopre che negli ultimi mesi l’iperattivo signor Tiziano si è messo in affari proprio con l’ex presidente di Etruria, il Rosi. E che scorrazza per tutta Italia, da Sanremo a Fasano in Puglia, per propagandarne i progetti di outlet.

Ma tutti questi ultrasessantenni ancora così vogliosi di far soldi non potrebbero pensionarsi, lasciando in pace i loro giovani virgulti premier, ministra e sottosegretario?
Mauro Suttora

Wednesday, December 09, 2015

Intervista a Forattini

Nuovo libro-antologia del padre della satira contemporanea. Che continua a sparare a zero. Renzi? «Un fenomeno passeggero» Grillo? «Meglio resti in teatro» La Boschi? «Non so disegnare donne belle». E così via, sbeffeggiando

di Mauro Suttora

Oggi, 2 dicembre 2015

È il suo 58esimo libro. Dopo cinque milioni di copie vendute, il Forattone (Mondadori) è anche un po’ antologia «perché le mie prime raccolte non si trovano più». In più, asta per il Fai delle sue vignette.

Giorgio Forattini, 84 anni, è il padre della satira italiana. Prima di lui, in Francia, Plantu e Wolinski: «I miei modelli. Poco testo, disegni muti».

Cominciò tardi.
«A 40 anni. Prima ero rappresentante di commercio. Sempre in giro per l’Italia in auto. I cortei del ’68 mi infastidivano: bloccavano il traffico».

Però cominciò in un giornale comunistissimo.
“Sì, Paese Sera. Facevo il grafico. Poi Panorama, divenni famoso per il Fanfani tappo di spumante eiettato col referendum del divorzio».

Fondatore di Repubblica esattamente 40 anni fa: gennaio 1976.
«Mi chiamò Melega, ex di Panorama. Sto nella foto della prima copia in tipografia, col direttore Scalfari».

Lo legge?
«No. Scrive ancora Scalfari? Pare che ora parli solo col papa e con Dio». 
 
E D’Alema?
«C’è ancora D’Alema? Fu per causa sua che me ne andai da Repubblica».

Cosa successe?
«Lui querelò me, ma non il giornale. Caso unico. Il direttore Ezio Mauro non mi difese. Così andai alla Stampa: Agnelli mi offriva la prima pagina».

Anche i giornalisti furono freddi.
«Ordine, sindacato: tutti zitti».

Il fax le cambiò la vita.
«Non dovevo più andare in redazione ogni giorno. Disegnavo da casa, da Roma, Milano, Parigi. Ero libero».

Si fa per dire.
«No, veramente. Quasi mai censurato. Al massimo Scalfari mi telefonava: “Ce ne mandi un’altra?”»

Ora mette le sue vignette sul web.
«Sì, nel mio sito. Gratis. Mi viene un’idea al giorno, disegno e pubblico. Quella sulla strage di Parigi l’ha fatta vedere Porro su Virus, a Rai2».

Che pensa di Renzi?
«Lo ritraggo col naso di Pinocchio».

Bugiardo?
«Non lo condidero importante. È un fenomeno passeggero».

La Boschi?
«Non riesco a disegnarla. Le belle donne non sono caricaturabili».

La Bindi?
«C’è ancora la Bindi? E la Jotti? Con loro sì che mi divertivo».

Grillo?
«Che torni al teatro. Sarebbe un ottimo personaggio della tragedia greca».

Lei, come Pansa, è passato dalla sinistra alla destra. Perché?
«A destra hanno più senso dell’humour. E a sinistra, troppi radical chic».

Ora vanno in barca, fanno vino.
«Avevo previsto questa involuzione. Misi Berlinguer in vestaglia: scandalo, qualcuno voleva linciarmi».

La accusano di essersi inacidito.
«Chi? Per strada mi salutano tutti con simpatia».

Quelli di sinistra.
«Solo loro mi considerano un nemico. A destra al massimo si lamentano».

Chi preferisce, fra i colleghi?
«Altan, Vincino. Crozza. Giannelli: lo mandai io al Corriere della Sera».

Che personaggi ha risparmiato?
«Ho preso in giro papi su singoli episodi. Ma Dio per me è un vecchio bonario. Non sono mai stato blasfemo».

Il politico più tollerante con lei?
«Spadolini. Mi chiedeva sempre i miei disegni più perfidi su di lui».

Il più irascibile?
«Craxi. Ma era un vero politico».

Perché, oggi non sono veri?
«Non ci sono più i partiti. La partitocrazia ha perso».

Quindi lei ha vinto.
«Eh. Magari».
Mauro Suttora

Thursday, November 26, 2015

reportage dall'Oman

QUI L'ISLAM È MODERATO E OSPITALE

dal nostro inviato Mauro Suttora

Oggi, 18 novembre 2015





Quando si atterra all’aeroporto di Mascate (Muscat nella lingua locale) la sorpresa
è grande. La città, infatti, si snoda per più di cinquanta chilometri sulla costa dell’oceano Indiano, ai piedi di una catena di montagne rosse attraversate da spettacolari canyon.

Sembra di stare a Los Angeles, con distanze immense e taxi che scivolano per interminabili spostamenti su autostrade a dieci corsie. Estrema pulizia, multe a chi non lava la propria auto. Diversamente a Dubai e Abu Dhabi, non c’è un grattacielo. E l’anima araba è rispettata con architetture bianche e palmeti.
Ad aggiungere un tocco di squisitezza, i resti dei forti portoghesi, ex potenza coloniale prima degli inglesi.

UN SULTANO ILLUMINATO GOVERNA DA 45 ANNI
Il sultano dell’Oman, Qabus, ha computo 75 anni il 18 novembre (festa nazionale). È uno dei governanti più longevi del mondo. Prese il potere nel 1970, quando l’Oman era ancora un protettorato britannico e c’era la schiavitù. In questi 45 anni è stato il Paese con lo sviluppo più rapido del mondo: dal medioevo a una modernità autoritaria ma tollerante. L’Oman non è una democrazia, però il sovrano è illuminato e amato.

TEATRO DELL’OPERA CON MUSICA OCCIDENTALE
Qabus è appassionato di musica classica, e ha fatto costruire il teatro dell’opera più grandioso del Medio Oriente. Soltanto al Cairo ce n’è un altro, in tutti i Paesi arabi e musulmani.
In teoria la musica occidentale non è ammessa dai religiosi con la mentalità più stretta. Ma il sultano ha fatto in fretta a convincere il Gran Mufti di Mascate, suo quasi coetaneo, a chiudere un occhio. Gli ha infatti finanziato un’altra meraviglia con marmi bianchi
da centinaia di milioni di euro: la Gran Moschea aperta nel 2001.

A guidare il Teatro dell’Opera c’è un italiano: Umberto Fanni, 53 anni, ex direttore dell’Arena di Verona e dei teatri di Trieste, Cagliari e Brescia. Nell’ultima stagione ha fatto venire in Oman Riccardo Muti con la sua orchestra giovanile Cherubini di Ravenna e Piacenza.

All’università, un’altra sorpresa: la professoressa milanese quarantenne Rosanna Dambrosio insegna musica ai giovani omaniti. Entriamo nella sua classe: i quattro maschi sono rigorosamente separati dalle femmine ventenni, tutte con il velo nero.

Il padiglione dell’Oman all’Expo di Milano è stato uno di quelli col maggiore successo. E i legami con l’Italia si sono rafforzati con la visita a Mascate la scorsa settimana del presidente Sergio Mattarella. Il quale ha visitato la nostra nave antipirati che in pochi anni ha ripulito - assieme a quelle di altri Paesi – le coste dell’oceano Indiano dai pericolosi abbordaggi. Il sacrificio dei due nostri marò non è stato inutile.
Gli scambi Oman-Italia sono in gran fermento. Importiamo gas e petrolio, esportiamo musica ma anche ben più lucrosi contratti per le nostre aziende.

AMBASCIATRICE DONNA IN UN PAESE ISLAMICO
Il Made in Italy è ben rappresentato dalla giovane ambasciatrice italiana a Mascate, Paola Amadei. L’appalto più appetito è quello per la ferrovia che collegherà la capitale con Dubai al nord e con la seconda città dell’Oman, Salalah, al sud, verso lo Yemen. 

A completare l’eccellenza degli italiani che lavorano a Mascate c’è l’economista Fabio Scacciavillani (che scrive sul quotidiano Il Fatto).
L’Oman è un’oasi di tranquillità e civiltà in una regione devastata daI fanatismi. Soltanto il Marocco è uno stato arabo tanto tranquillo e sicuro. Ma è all’estremo opposto del mondo musulmano, verso Ovest.
Mauro Suttora




Tuesday, November 24, 2015

Viaggiare sicuri

METE TRANQUILLE PER LE VACANZE INVERNALI

di Mauro Suttora

Oggi, 18 novembre 2015

Dicembre, andiamo, è tempo di viaggiare. Ora i turisti lascian l’Italia e vanno verso il mare. Ma dove prenotare per le vacanze di Natale e Capodanno? Con l’aiuto del sito www.viaggiaresicuri.it del ministero degli Esteri e del Global Peace Index, ecco una guida ragionata alle zone «calde» del mondo. Per evitare quelle ad alta temperatura politica, e godere invece del sole tropicale o equatoriale.
Tenendo presente che la situazione può evolvere di giorno in giorno, e che anche nei Paesi più pacifici ci sono alcune zone off-limits.

Egitto giù, Tunisia su

Purtroppo, dopo l’attacco dell’Isis al jet russo sul Sinai, Sharm-el-Sheikh ma anche le crociere sul Nilo e le piramidi del Cairo non sono consigliabili. Diciamo purtroppo, perché l’Egitto invece ha bisogno degli introiti turistici proprio per evitare che i giovani, impoveriti, siano attratti dal fondamentalismo islamista.

Stesso discorso per la Tunisia: il governo è riuscito a ripristinare un clima di fiducia dopo gli attacchi della scorsa estate, e i turisti occidentali stanno tornando.
Ma gli unici Paesi arabi dove il rischio politico è inesistente sono Oman ed Emirati (Dubai, Abu Dhabi) ad est, e Marocco all’estremo opposto, sull’oceano Atlantico.

Ovviamente da escludere le zone di guerra: Iraq, Siria, Libia, Yemen. Per Israele e Giordania (Petra) c’è il solito discorso: da un giorno all’altro potrebbero rinfocolarsi guerriglie decennali, con attacchi improvvisi per strada. C’è comunque da dire che mai turisti sono stati coinvolti nelle varie intifade o rivolte palestinesi.

In Turchia si sperava che dopo le recenti elezioni il presidente Recep Erdogan riportasse un po’ di stabilità. Invece il governo continua a usare il pugno duro contro i curdi, i quali a loro volta rispondono con attentati anche a Istanbul e Ankara.

Tutto sommato, l’Iran offre una situazione più rassicurante. La recente apertura politica è accompagnata da un boom turistico: a Teheran, Isfahan e Persepoli gli hotel registrano da un anno il tutto esaurito, con centinaia di bus colmi di turisti occidentali.

Certo, gli ayatollah continuano a imporre la censura (nessun collegamento internet è possibile con i siti dei giornali esteri), e i guardiani della rivoluzione sono fastidiosi nell’imporre il velo alle turiste donna col capo scoperto. Ma la maggioranza della popolazione è amichevole, lontana da certi fanatismi.

Pace in tutte le isole

Nessun problema per le classiche (e costose, ora che l’euro è debole) mete di mare invernali: Mauritius, Seychelles, Zanzibar, Maldive. Queste ultime hanno impensierito nelle ultime settimane per alcuni disordini politici nella capitale Male, che però è lontana dall’unico aeroporto internazionale e dagli itinerari turistici.

Anche l’arcipelago di Capo Verde, sull’Atlantico, è una meta sicura (e più economica), così come i Caraibi e tutta l’America Latina. Uniche eccezioni: il Messico per la criminalità comune, il Venezuela per possibili dimostrazioni politiche, e il Brasile in alcuni quartieri di alcune grandi città in alcune ore.

In Asia da escludere il Pakistan per il persistente rischio islamista, mentre la recente uccisione di un italiano nel Bangla Desh sembra sia stato un episodio isolato.

Asia ok tranne Pakistan

Negli anni scorsi non sono mancati attentati terroristici in India (Bombay) e Indonesia (Bali), ma statisticamente adesso il rischio è quasi zero.

Non abbiamo colorato di verde la Birmania soltanto perché, dopo la stupenda vittoria della premio Nobel della Pace Aung San Suu Kyi, non sappiamo ancora se e come reagiranno i generali dell’esercito. Ma si spera che la situazione rimanga tranquilla, come nella vicina Thailandia dopo l’attacco all’albergo di Bangkok. Le località turistiche (Phuket), comunque, sono sorvegliatissime.

Dalla nostra mappa mondiale abbiamo ovviamente tralasciato Paesi bellissimi ma non mete abituali di vacanze invernali: dal Canada all’Australia, dalla Russia alla Cina, dal Giappone al Sudafrica.

Mauro Suttora

Wednesday, November 18, 2015

Chi è Giuseppe Sala

RITRATTO INDISCRETO DEL CANDIDATO SINDACO DI MILANO

di Mauro Suttora

Milano, 11 novembre 2015

La sua canzone preferita è Riders on the Storm dei Doors: cavalieri nella tempesta. E alle tempeste Giuseppe Sala, figlio di un mobiliere di Varedo (Monza), un metro e 80 per 73 chili, è abituato. Quelle passate (commissario Expo), e quelle future: si candida sindaco per il Pd, ma dovrà passare sotto le forche caudine delle primarie il 7 febbraio. 

E qualcuno a sinistra storce il naso di fronte al suo pedigree politico. Fu infatti la sindaca berlusconiana Letizia Moratti, cinque anni fa, a nominarlo direttore generale del Comune di Milano, e poi capo di Expo.

Guarito da un tumore, sposato tre volte
  
Sala, sposato tre volte, niente figli, guarito da un linfoma non Hodgkin (il tumore che si prese suo padre), dopo la Bocconi ha fatto tutta la sua carriera alla Pirelli, dove diventa amministratore delegato a soli 39 anni. A Telecom è primo assistente di Marco Tronchetti Provera. Dopo 23 anni la sua buonuscita è stata di cinque milioni.

All’Expo il nuovo sindaco di sinistra Giuliano Pisapia lo conferma nel 2011. Non viene toccato dalle tangenti che mandano in galera il suo vice e il general manager.

Villa di fronte a Portofino a Zoagli (Genova), a Milano vive in una casa di 180 metri quadri in affitto in zona Brera con la terza moglie Dorothy De Rubeis: 46 anni, laurea in legge a Bari, avvocato, consulente finanziaria di  importanti società, ma anche con interessi artistici.

La coppia, infatti, è stata avvistata all’ultima prima della Scala e poi all’inaugurazione del museo Prada.  E la signora De Rubeis in giugno è diventata una dei direttori della galleria d’arte Wunderkammern.

Wednesday, November 11, 2015

La ridicola battaglia dei gender

PRIMA C'ERANO MASCHI, FEMMINE E OMOSEX. POI SONO ARRIVATI BISEX E TRANSEX. ORA I GENERI (ANZI, GENDER) SONO ARRIVATI A 23. CRONACHE DI UNA COMMEDIA

Oggi, 4 novembre 2015

Prima era semplice: c’erano maschi, femmine e omosessuali. Poi sono arrivati gli Lgbt: lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, invece, i generi di sesso si sono moltiplicati e si è arrivati a 23 (l’elenco completo nella pagina seguente). Un’esplosione di definizioni stravaganti e minuziose che, per essere alla moda, bisogna pronunciare in inglese: «gender».

Così abbiamo la coppia di trans-sposini al Grande Fratello (uno ex donna, l’altro ex uomo), il matrimonio triplo fra maschi in Thailandia, quello triplo misto in Brasile, il padre adottivo della modella statunitense Kim Kardashian (quella con un sedere enorme) che prima era un atleta maschio e ora è diventato donna, il "crossdresser" (volgarmente: travestito) milanese, il professore di matematica "intersessuale" a Cervignano del Friuli (Udine).

E così via. Ogni giorno uno «strano ma vero» sempre più originale, per la gioia di giornali e tv. Non è che stiamo esagerando? È soltanto un’invasione mediatica, un’invenzione di stilisti e addetti stampa, esibizionismo, oppure la nostra società sta cambiando a una velocità impensabile?

Fenomeni da baraccone creati apposta?

«Sono fenomeni da baraccone pompati apposta per creare sconcerto e spavento», dice a Oggi Angelo Pezzana, primo gay in Italia a fondare un movimento nel 1971: il Fuori (Fronte unito omosessuale rivoluzionario italiano). «Proprio ora che, ultimi in Europa, stiamo per approvare una legge che riconosce le coppie omosessuali, qualcuno ricorre al solito sesso pruriginoso che attrae, ma allo stesso tempo impaurisce».

Infuria la battaglia politica. A parole tutti dicono di voler legalizzare le coppie gay, ma le resistenze sono molte. A volte cruente, dall’una e dall’altra parte. Per esempio, il cattolico tradizionalista Andrea Aquilino viene espulso dal Movimento 5 stelle dopo che i grillini abbracciano le posizioni più estremiste (adozione libera per i gay).

Oppure i genitori cristiani che in tutta Italia ritirano i figli da scuole pubbliche per evitar loro corsi ambigui che «spingono i ragazzi a ripensare stereotipi e pregiudizi, riscoprendo l’origine androgina dei due sessi».

Si raggiungono vette comiche, come il programma (finanziato con 78mila euro dalla regione Toscana) “Liber* tutt*” di Massa Carrara: con l’asterisco per non discriminare fra maschi e femmine.

«Le nozze gay sono piccolo borghesi»
 
Alcuni conservatori e innovatori rifiutano i luoghi comuni: «Da omosessuale non desidero una famiglia con un altro uomo: è un bisogno piccolo borghese di legittimazione sociale», dice il famoso critico musicale Paolo Isotta.

E la 75enne Germaine Greer, femminista storica: «I trans non sono donne, non basta un’operazione per diventarlo. Il premio “donna dell’anno” a Caitlyn Jenner [il padre della Kardashian, ndr]  è misoginia pura. I trans non sembrano, parlano, né si comportano come donne. Si sentono maltrattati perché dico questo? Anche noi vecchi siamo trattati male. Ma non per questo rinuncio alle mie opinioni». Risultato: censurata e cacciata dall’università inglese di Cardiff.

«Dovremmo riportare tutto alla normalità, senza esagerare», auspica Pezzana. Ma cos’è la normalità? «Guardi, i matrimoni a tre in Brasile o Thailandia giustamente scandalizzano. Ma domando: non è mai esistita la poligamia? Anche da noi, quante persone serie e insospettabili hanno avuto relazioni fisse magari di decenni con una terza persona, amata quanto il proprio coniuge? Se c’è l’amore, c’è tutto».

L’amore vince tutto? Facile dirlo

Omnia vincit amor? Da noi, forse. Ma in molti Paesi islamici, altro che gender: gay impiccati, adultere lapidate. Certe nostre battaglie culturali appaiono grottesche rispetto al resto del mondo. Esempio: ci sentiamo moderni perché siamo politicamente corretti e diciamo «sessista». Nuova parola per il solito, vecchio maschilismo.


Ora i generi sono diventati 23

L’anno scorso Facebook aveva introdotto molte opzioni per definire il genere sessuale nelle pagine personali del suo miliardo di utenti in tutto il mondo. Quest’anno ha tolto le scelte predefinite: ognuno può scrivere quel che vuole.

Si è così scatenata la creatività. Oltre ai maschi e alle femmine, ora ci sono omosessuali, bisessuali, transgender, trans, transessuali, intersex, androgini, agender, crossdresser, drag king, drag queen, genderfluid, genderqueer, intergender, neutrois, pansessuali, pangender, third gender, third sex, sistergirl, brotherboy.

Vi risparmiamo le spiegazioni. I “neutrois”, per esempio, sono androgini che non si sentono né maschi né femmine, ma neanche omo o bisex. E contrariamente agli agender, che sono felici di considerarsi senza sesso e vogliono rimanere tali, hanno intrapreso un percorso verso una meta diversa. Quale? Mistero. Le sfumature psicologiche sono più numerose di quelle fisiche.
Mauro Suttora  


Milano è un miracolo

ELOGIO DELLA CAPITALE MORALE D'ITALIA

di Mauro Suttora

Oggi, 4 novembre 2015

Il grattacielo più alto d’Italia? Dipende. L’Allianz appena inaugurato sull’ex Fiera arriva a 207 metri, ma la spira dell’Unicredit (2012) sale fino a 231. Duelli milanesi. Sfide al cielo che non finiscono con l’Expo. Altre due fantasmagoriche torri, infatti, sono in costruzione e svetteranno nel 2017: la Storta di Zara Hadid e la Curva di Libeskind.

Un’orgia verso il paradiso suggella il Nuovo Rinascimento di Milano. La rinata Capitale morale d’Italia (copyright supergiudice Cantone) si lancia verso l’alto, come New York e Londra. Ma per qualità di vita assomiglia all’elegante, ricca e sicura Zurigo, assicura la Bibbia della raffinatezza mondiale: «Misuriamo tutto, dalla vita notturna al trasporto pubblico, dai ristoranti all’inquinamento», spiega la rivista mensile Monocle, «e Milano si è installata nella Top Ten planetaria».

Non solo moda, primato detenuto da trent’anni con Parigi. Ora, durante dieci giorni ogni aprile, Milano è “the place to be”, il posto dove è obbligatorio stare per tutti i creativi della Terra. Senza clamore, senza soldi pubblici, quello che una volta era il Salone del Mobile delle fabbrichette brianzole si è trasformato in un glamour creativo che fa invadere quartieri una volta squallidi come Lambrate e Tortona da designer giapponesi e brasiliani, fra genio e soldi.

Attenzione: l’ultima volta che la città si autocelebrò, negli anni 80, la “Milano da bere” finì in Tangentopoli. E anche oggi, quando c’è di mezzo la politica, mazzette e carceri aspettano dietro l’angolo. È appena successo, di nuovo, con il vicepresidente della Regione. Che ha anch’essa uno stupendo grattacielo, peraltro: Palazzo Lombardia, svettante nel nuovo skyline. Il vecchio Pirellone non le bastava.

Ma le maggiori storie di successo nascono fuori dai finanziamenti statali. L’aeroporto di Orio, per esempio, in provincia di Bergamo ma a pochi minuti da Milano, che nessun burocrate aveva previsto, è cresciuto spontaneamente e ora è uno dei maggiori d’Italia. Il secondo di Milano, alla faccia di Malpensa abbandonata da Alitalia per favorire Fiumicino. Fa volare studenti di Erasmus in Europa e badanti in Moldavia. Al terzo posto resiste Linate, che qualche sconsiderato assessore voleva chiudere, e che finalmente verrà raggiunto dal metro.

Il metro. Le cinque linee (quattro più il Passante) che hanno meravigliato gli italiani arrivati per l’Expo. La nuova linea Lilla costruita in quattro anni (capito Roma?), treni senza conducente, l’ultima stazione inaugurata in questi giorni proprio sotto le Tre Torri (Dritta, Storta, Curva). E un’altra linea già comincia a essere scavata, la sesta in 50 anni.

I turisti romani a Milano ammirano le pensiline con i minuti esatti d’attesa per tram sempre puntuali e puliti, i 200 parcheggi di bici gialle pubbliche (solo 36 euro l’abbonamento annuale, due milioni e mezzo di viaggi nel 2015, +25% sull’anno scorso), il boom del car sharing che ha tolto dalle strade centomila auto private.

E le periferie milanesi, seppur cariche di problemi, non scoppiano come quelle di altre metropoli europee. Anzi, si abbelliscono grazie agli alberi piantati da tutte le amministrazioni: perfino a sinistra concedono che l’ex vicesindaco di destra Riccardo De Corato abbia fatto un buon lavoro col verde pubblico. E si arricchiscono con nuovi musei: solo quest’anno hanno aperto il Mudec (Museo delle culture) quasi al Giambellino, Prada in zona corso Lodi, Armani dietro Porta Genova.

Gli immigrati pian piano sostituiscono i meridionali che approdarono mezzo secolo fa nell’hinterland. Le bande col machete fanno notizia proprio perché ce n’è solo una ogni mille. In compenso, dieci linee di Passante permettono a decine di migliaia di “nuovi milanesi” di risparmiare sugli affitti andando ad abitare a Pioltello o Bollate, ma raggiungendo il centro in quindici minuti.

Insomma, un paradiso? Macché. L’ottimo sindaco Pisapia sarebbe rieletto immediatamente, e ha trionfato il Primo maggio con la manifestazione spontanea dei cittadini contro i vandali no Expo, notevole esibizione di spirito civico meneghino. Ma ha raddoppiato le tasse comunali, e questo fa rischiare la sinistra al voto comunale di primavera. Anche a Milano il traffico blocca la città in certe zone e in certe ore. I filobus della circonvallazione esterna a volte sono infrequentabili, come capita ai mezzi pubblici in tutte le grandi città.

Come in tutte le metropoli del mondo, finanzieri e speculatori guadagnano sempre di più, producono sempre di meno, si rinchiudono nei loro quartieri di lusso (Fiera, San Siro, Milano Due, Porta Nuova) e la distanza con i neopoveri da mille euro al mese aumenta. Ma questo non è colpa di Milano. Dove, come dice un immigrato cinese, «chi ha voglia di lavorare, un lavoro lo trova». Non siamo al miracolo economico, ma rispetto ad altre città italiane Milano è un miracolo.
Mauro Suttora

Wednesday, October 28, 2015

Elogio del riassunto

CONTRO LA PIAGA DEI LOGORROICI, RISCOPRIAMO LA VIRTU' DELLA SINTESI

Oggi, 21 ottobre 2015

di Mauro Suttora

Veni, vidi, vici. Il riassunto di Giulio Cesare su una battaglia vinta rimane insuperato, duemila anni dopo. E purtroppo non ci sono più politici come Giovanni Giolitti, che così spiegò cent’anni fa la propria laconicità: «Quando ho finito di dire quel che devo dire, ho finito anche di parlare».

Il problema è che proprio nell’era di Twitter e sms, i quali con il loro limite dei 140 caratteri ci dovrebbero costringere alla sintesi, scopriamo di non essere affatto capaci di riassumere. «Che non vuol dire solo essere brevi, ma anche saper cogliere il succo del discorso», avverte Ugo Cardinale, già docente di linguistica all’università di Trieste, autore del libro L’arte di riassumere (ed. Il Mulino).

I dati Ocse su lettura e comprensione sono tragici. Appena tre italiani su cento raggiungono i livelli più alti di competenza linguistica (rapporto fra lettura e comprensione), contro il 12% nella media dei 25 Paesi partecipanti.

«La prova che un testo è stato compreso sta nel saperlo riassumere», spiega a Oggi il professor Cardinale, «perché per riepilogare occorre non solo memoria, ma anche capacità di individuare le informazioni più importanti. Dobbiamo ricostruire mentalmente quel che abbiamo letto o ascoltato».

Ricordate i riassunti che si facevano a scuola? Negli ultimi decenni questa pratica è andata un po’ in disuso. Si privilegiano i dettati, sia alle elementari che alle medie. Per non parlare degli sciagurati test a scelta multipla, in cui basta piazzare una x sulla risposta giusta.
Così, quando arrivano alle scuole superiori, molti studenti si perdono di fronte a libri lunghi e complessi. «Non riescono a “scoprire il superfluo”», dice il professor Cardinale: applicare il setaccio della sintesi mentale per salvare i concetti-chiave.

L’incredibile caso di Pocahontas

Il resto dei danni lo fa la politica. Un esempio? «Una donna indiana d’America è promessa sposa del guerriero più forte del villaggio, ma anela a qualcosa di più e incontra il capitano John Smith».
È la trama, in due parole, del cartone animato Disney Pocahontas. Ma Netflix, la piattaforma di film in streaming che il 22 ottobre sbarca in Italia, l’ha cambiata così: «Una giovane ragazza indiana d’America prova a seguire il suo cuore e a proteggere la sua tribù, quando i coloni arrivano e minacciano la terra che ama».

Entrambi i riassunti sono giusti. Ma sembrano due film diversi. Le femministe e i paladini degli indiani hanno tacciato la prima versione di sessismo e razzismo. Così è piombata la mannaia del “politicamente corretto”.

«Proprio per questo sostengo che il riassunto è una questione non solo cognitiva, ma anche etica», dice Cardinale, «perché dobbiamo avere un grande rispetto dell’autore. Non si può riassumere seguendo i propri schemi mentali, occorre immedesimarsi nel pensiero dell’altro».

«Per riassumere leggo tre volte il testo, trovo le cose fondamentali e le appunto», dice Filippo Bonomonte, 14 anni, primo anno al liceo milanese Virgilio. «È l’unico modo di imparare, non solo in italiano ma anche in storia e geografia. Il problema semmai è qualche prof, che ripete dieci volte la stessa cosa».

Nel 1982 Umberto Eco chiese a dodici scrittori di condensare in poche righe il loro romanzo preferito. Alberto Moravia si cimentò con Delitto e castigo, Piero Chiara con I promessi sposi. Ma anche questo esperimento provocò controversie. Italo Calvino bocciò Alberto Arbasino, accusandolo di avere infarcito il suo riassunto di Madame Bovary con commenti personali.
   
Insomma, le pillole di wikipedia ci sembrano facili. «Invece sono difficilissime da concepire», conclude il professor Cardinale, «e infatti Pascal così si scusò con un amico: “Ti mando una lettera lunga, perché non ho avuto il tempo di scriverne una breve”».

Soluzione: limare, ridurre all’osso. E, per i discorsi, sottoporre gli oratori al supplizio che il ministro Quintino Sella infliggeva ai suoi collaboratori, fra cui il giovane Giolitti: «Teneva le riunioni alle sette del mattino, tutti noi in piedi, col freddo che entrava dalle finestre spalancate. Così ci sbrigavamo».

Mauro Suttora  

Wednesday, October 21, 2015

Putin: nuovo Stalin o statista?

IL NUOVO ZAR

Sbarca in Siria, bombarda gli islamisti, annette la Crimea. Ecco i segreti del presidente russo 

Mosca, 14 ottobre 2015

di Mauro Suttora

Per alcuni è un nuovo Stalin. Per altri, un grande statista. Lo accusano di aver fatto ammazzare la giornalista Anna Politkovskaia e l’ex vicepremier Boris Nemtsov, di avere avvelenato col polonio radioattivo a Londra nel 2006 l’ex collega del Kgb Alexander Litvinenko. Gli addossano misfatti tremendi: l’aereo malese precipitato in Ucraina l’anno scorso (300 morti), le 550 vittime delle stragi del teatro di Mosca e della scuola di Beslan nel 2002-4.

Le accuse tremende? «Inventate dalla Cia»
«Tutte invenzioni della Cia», ribatte la maggioranza dei russi. Che, fieri del rinato prestigio, gli regalano una fiducia immensa: 63% alle presidenziali del 2012, addirittura l’85% negli ultimi sondaggi.

L’apoteosi, per il presidente russo Vladimir Putin, è arrivata il 7 ottobre. Ha festeggiato i 63 anni lanciando 26 missili dalle navi del mar Caspio contro l’Isis. I cruise hanno sorvolato per 1600 chilometri gli alleati Iran e Iraq prima di colpire lo stato islamico.

Un’impressionante dimostrazione di potenza, preceduta dallo sbarco in Siria per difendere l’amico dittatore Bashar Assad. Clamorosa e improvvisa, la missione si contrappone alle titubanze del presidente americano Obama, che da quattro anni assiste impotente alla guerra civile siriana e all’avanzata degli islamisti.

Ma chi è veramente Putin? Mistero. Va col millennio: è al potere dal 31 dicembre 1999, quando improvvisamente l’etilico Boris Eltsin si dimise. Come negli Usa, anche in Russia il presidente poteva governare al massimo per otto anni. E allora nel 2008 Vladimir si è fatto sostituire per un mandato dal fido premier Boris Medvedev. Col quale va d’accordo anche perché è alto 1,63: sette centimetri meno di lui. Poi è tornato al Cremlino, e Medvedev è stato retrocesso a premier: “tandemocrazia”.

Non ce l’ha fatta, invece, a continuare con la moglie Liudmila, ex hostess Aeroflot. Divorzio l’anno scorso dopo 31 anni di matrimonio e due figlie trentenni. Una vive in Olanda con un olandese, l’altra si è sposata nel 2012 a Marrakesh (Marocco), nell’hotel Mamounia.

Venti residenze ufficiali non bastano
Putin ora vive nelle sue venti residenze ufficiali (fra palazzi e dacie) con l’amante, la ginnasta Alina Kabayeva, alta 1,66. Un altro edificio in stile italiano è in costruzione sul mar Nero.

Le plastiche facciali gli hanno donato il viso di un bambino. Il suo stipendio da presidente ammonta a 120mila euro annui, ma si favoleggia che abbia una ricchezza personale di 70 miliardi, frutto di partecipazioni occulte nelle società petrolifere.

Ecco, il petrolio. Il dramma di Vladimir. Il crollo delle quotazioni dell’oro nero e del gas sta facendo inabissare anche il pil russo: meno 4% quest’anno. L’inflazione è al 13%. Il rublo è svalutato: ce ne volevano 35 per un euro, ora il cambio è a 70.

Insomma, l’economia è a pezzi. La guerra in Ucraina, dove i russi sostengono i secessionisti dell’Est, e l’annessione della Crimea hanno provocato le sanzioni occidentali.

Per questo, dicono, Putin fa il gradasso in politica estera. Nel 2008 violò la tregua olimpica (sacra dai tempi degli antichi greci) attaccando la Georgia durante i Giochi di Pechino. Ora semina il panico fra le ex repubbliche sovietiche (soprattutto le piccole baltiche) facendo sconfinare aerei da guerra.

Con il patriottismo la gente dimentica la crisi economica. E le altre angherie. In una scala da 1 a 7, la classifica mondiale della libertà di Freedom House assegna un umiliante 6 alla Russia: come l’Iran, e un po’ meglio del 6,50 cinese.

Nessuno osa chiamarlo “dittatore”
Inutile girarci attorno. Nessuno osa chiamarlo dittatore, ma a Mosca non c’è democrazia. Amnesty denuncia torture e processi irregolari, e «una notevole diminuzione negli ultimi anni del pluralismo dei media e dello spazio per il dissenso».

Ciononostante i 146 milioni di russi lo adorano, perché nei quindici anni della sua era la loro ricchezza (pil) è raddoppiata. Anche Berlusconi, Salvini e Grillo stravedono per lui. E pure a Renzi sta simpatico. Le esportazioni italiane sono troppo importanti, in questo periodo di crisi, per attardarsi in questioni come i diritti umani.

Se riuscirà a domare il califfo Al Baghdadi, capo dell’Isis, Putin diventerà simpatico al mondo intero. Per secoli altri cristiani ortodossi, i serbi, hanno protetto l’Occidente dall’impero turco. Se in Siria Putin farà il lavoro sporco per conto di Europa e Stati Uniti, riluttanti a mandare soldati, meglio per tutti.

Chissà che questa volta ai russi non vada meglio che in Afghanistan, dove l’impero sovietico fu sconfitto dagli islamici nella guerra 1979-87. 
A Vladimir il crollo dell’Urss brucia ancora. Lui negli anni 80 era agente segreto in Germania Est, e con la Stasi reclutava spie all’università di Dresda.

Duro e ambizioso, aveva imparato bene il tedesco e anche il francese. Si era specializzato negli studenti (e studentesse) stranieri. Cercava di adescarli e trasformarli in informatori al loro ritorno nei Paesi d’origine. Soprattutto gli statunitensi.

La giovane moglie Liudmila allora si lamentava: «Mi picchia e mi tradisce». Nel 1989, lo choc: il comunismo crolla. Il colonnello del Kgb Putin si trova proprio a Berlino, e brucia un sacco di documenti segreti. «Mandavo fax a Mosca, nessuno mi rispondeva».

Poi viene rispedito in patria, a San Pietroburgo. Lì continua a fare la spia, poi si dà alla politica mettendosi nella scia del potente sindaco della città. Nel 1999 Eltsin lo nota e lo nomina premier.
   
Insomma, Putin ha passato metà della sua vita sotto falsa identità. Impossibile quindi capire chi è il nuovo zar Putin. Stalin? Statista? Per ora, continua a stupirci.
Mauro Suttora

Wednesday, October 07, 2015

Ciclone Francesco

IL VIAGGIO DEL PONTEFICE NEGLI STATI UNITI 

Ecco perché le parole del Papa hanno emozionato tutti gli americani       

Pena di morte, vendita delle armi, inquinamento, immigrati: mai nella storia un capo della cristianità aveva colpito così duro. «Ma ho ricordato solo quel che dice il vangelo»

di Mauro Suttora 

Washington, 30 settembre 2015

Un trionfo. A mezzo secolo esatto dalla prima visita di un Papa all’Onu e in America (Paolo VI, 4 ottobre 1965), Papa Francesco ha ottenuto applausi ovunque. Nei nove giorni del suo viaggio a Cuba e negli Stati Uniti ha mosso folle, scosso la coscienza di milioni di fedeli, pronunciato frasi storiche.

«Non si servono le ideologie, ma le persone», ha detto a Cuba, che ha avviato la normalizzazione con gli Stati Uniti dopo 55 anni di tensione, ma resta un Paese comunista. Accusato di essere stato troppo tenero con i fratelli Fidel e Raul Castro, tuttora padroni di Cuba, Bergoglio ha detto: «Io predico il Vangelo. Se i comunisti dicono le stesse cose, sono loro che adottano il Vangelo».

«Armi vendute per soldi pieni di sangue»
Paolo VI implorò genericamente le Nazioni Unite: «Mai più la guerra!». Francesco invece ha accusato la prima superpotenza mondiale direttamente nel Congresso di Washington, dove nessun Papa era mai stato invitato, davanti a tutti i senatori e deputati degli Stati Uniti in seduta congiunta: «Perché vengono vendute armi letali a coloro che provocano sofferenze incredibili? Semplicemente per soldi, soldi che sono inzuppati nel sangue, spesso sangue innocente. Il silenzio è vergognoso e colpevole, abbiamo il dovere di fermare il commercio di armi».
Bergoglio condanna non solo i traffici internazionali, ma anche la vendita individuale di fucili e pistole, che in America è libera. E infatti il giorno dopo John Boehner, presidente repubblicano cattolico della Camera, artefice della storica visita del pontefice, si è dimesso in polemica con la destra del proprio partito.

«Difendiamo la vita umana a ogni stadio del suo sviluppo», ha poi esortato il Papa. E gli antiabortisti hanno applaudito. Ma subito dopo Bergoglio ha chiesto l’abolizione della pena di morte, proprio «perché la vita è sacra». Argomento controverso, in un Paese che in maggioranza è favorevole alla pena capitale.

Poi sono arrivate le mazzate sull’inquinamento: «È il momento di azioni coraggiose per contrastare i gravi effetti del degrado ambientale causati dall’attività umana». 

Parole che suonano banali per noi europei, ma che negli Stati Uniti suscitano divisione. Infatti la destra repubblicana (che ha la maggioranza in Congresso, contro il presidente Barack Obama) fa fatica perfino a riconoscere che le emissioni di anidride carbonica provocano riscaldamento globale e cambio climatico.

Ecco infine un tema bruciante anche nel nostro continente, gli immigrati: «Non devono spaventarci i loro numeri, dobbiamo guardarli come persone, osservare i loro volti, ascoltare le loro storie».

«Sono anch’io figlio di immigrati (italiani)»
E qui il Papa parla anche delle proprie origini italiane: «Ve lo dico da figlio di immigrati, sapendo che molti di voi discendono da immigrati. Migliaia di persone continuano a viaggiare verso nord in cerca di una vita migliore. Non è quello che vogliamo noi stessi?»

Per capire quanto sia stato rivoluzionario papa Francesco nella sua visita americana bisogna tener presente che la Chiesa cattolica degli Stati Uniti è potentissima e ricchissima. Soltanto il 20 per cento degli statunitensi la segue, ma nel Vaticano continua a essere la prima contribuente come finanziamenti. Non è un caso che il cardinale Marcinkus, capo della banca Ior, fosse americano.

Qui i cattolici sono sempre stati divisi: da una parte i conservatori, figli dei primi immigrati italiani e irlandesi, dall’altra i progressisti ispanici. Il papa ha dato una potente sterzata in favore di questi ultimi, meno vicini al potere e più attenti ai problemi sociali.

Mauro Suttora 

Wednesday, September 09, 2015

NoTav, noTap, noTriv, noTtip, noToem

I CITTADINI CHE LOTTANO PER LA SALUTE E CONTRO GLI SPRECHI

Treni, gasdotti, petrolio, trattati, radar: in tutta Italia nascono comitati spontanei contro qualsiasi cosa. Spesso con buone ragioni, ma anche con qualche isteria

Oggi, 2 settembre 2015

di Mauro Suttora

Battono perfino Matteo Renzi: il 25 agosto all’Aquila il premier ha dovuto fare marcia indietro per evitare 300 noTriv che manifestavano contro le trivelle per la ricerca di gas e petrolio nell’Adriatico. In sua assenza, scontri con la polizia: tre feriti.

Estate relativamente tranquilla invece per i noTav in val Susa: dopo le epiche battaglie nei boschi degli anni scorsi, gli autonomi hanno rinunciato ad attaccare i cantieri del Treno alta velocità Torino-Lione (solo una schermaglia il 5 settembre con 8 arresti).

Anche i noTap hanno avuto meno fortuna del 2014: questa volta all’annuale Notte della taranta di Melpignano (Lecce) nessun artista ha sventolato dal palco la bandiera contro il Trans Adriatic Pipeline, che dovrebbe trasportare gas dal mar Caspio all’Europa via Puglia.

Quanto ai noMuos, aspettano entro settembre la sentenza del tribunale amministrativo d’appello di Palermo, che deciderà la sorte del Mobile user objective system, grande radar statunitense a Niscemi (Caltanissetta).



NoTav, noTap, no Triv, noMuos. E poi  noTtip (Transatlantic trade and investment partnership), noToem (Tangenziale ovest esterna Milano), no alle centrali eoliche e geotermiche, ai canali Expo, alle navi che a Venezia passano  davanti a piazza San Marco, alla base militare Usa Dal Molin di Vicenza, agli aerei F35, al nuovo traforo del Brennero, alle ferrovie veloci.

Tutta Italia è invasa da contestatori di nuove opere pubbliche giudicate dannose per la salute o troppo costose. Ma è sempre così? Vediamo.

TAV. Da vent’anni gli autonomi si battono contro la ferrovia Torino-Lione. Ora però sono nati comitati anche contro le linee Milano-Genova e Milano-Venezia. E contro la nuova galleria del Brennero, che nel 2026 sarà la più lunga del mondo: 63 km.

Il successo dell’Alta velocità Torino-Milano-Bologna-Firenze-Roma-Napoli-Salerno, però, dimostra la bontà del trasporto ferroviario, meno inquinante di auto e aerei. Certo, sono opere costose. E gli appalti statali in Italia sono sempre funestati da tangenti. Ma non si può rinunciare al progresso per colpa dei ladri.

Obiettano gli oppositori della Milano-Venezia: «L’Alta velocità farebbe risparmiar tempo solo se unisse direttamente le due città, senza fermate intermedie a Brescia, Verona, Vicenza e Padova. Così come il Milano-Bologna non si ferma a Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena. Ma i passeggeri in Veneto vanno soprattutto in città vicine, troppo vicine per dare ai treni il tempo di raggiungere l’alta velocità fra l’una e l’altra».



TAP. Il Trans adriatic pipeline porterà il gas dal mar Caspio all’Europa via Turchia-Grecia-Albania-Puglia. Senza passare dalla Russia, quindi evitando i ricatti di Putin. Il tubo sottomarino approderà a San Foca (Lecce), e i contrari temono l’impatto ambientale. Visivo, perché non c’è mai stata una fuga letale da un gasdotto di quel tipo.

«Al massimo l’acqua diventa gasata», scherza qualcuno. Gli abitanti locali temono per il turismo, ma la società del Tap mostra una spiaggia a Ibiza dove nessuno si accorge di un impianto simile.

TRIV. Pare che nell’Adriatico ci siano giacimenti non indifferenti di gas e petrolio. Da mezzo secolo sono attive piattaforme al largo di Romagna e Molise, nessuno si è mai lamentato.

Ora la Croazia si è lanciata nell’esplorazione, e poiché i giacimenti non rispettano i confini marittimi, c’è il rischio che vengano sfruttati solo da loro.

Il decreto Sblocca Italia ha assegnato alcune licenze di trivellaggio (anche per il metano in terraferma, come a Zibido a sud di Milano), e ora la fantasia popolare immagina fiotti di petrolio che inquineranno l’Adriatico.
Tutti pensano al disastro nel Golfo del Messico cinque anni fa.

Il gioco vale la candela? Le statistiche dicono che le perdite dalle piattaforme sono rarissime: in Europa solo una in Norvegia, con 4mila tonnellate di greggio versato in mare. Quantità infinitesimale a rispetto alle centinaia di migliaia di tonnellate dei disastri di ogni petroliera: Haven (Genova 1991), Exxon Valdez, Amoco Cadiz.

MUOS. Il Mobile user objective system  è un enorme padellone delle campagne vicino a Niscemi (Caltanissetta). Gli abitanti temono radiazioni nocive. In realtà è un radar che fa volare gli aerei militari Usa sul Mediterraneo.
Gli americani, stufi per le proteste («Volete chiudere i radar di tutti gli aeroporti?»), minacciano di trasferirsi in Tunisia. Sembra una replica della fobia per i ripetitori dei telefonini quindici anni fa.

TTIP. Fa venire il mal di testa solo dirlo: Transatlantic trade and investment partnership. È un trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti. Cadranno le tariffe doganali, sarà più facile importare ed esportare.

Gli ecologisti temono i cibi americani con gli Ogm (Organismi geneticamente modificati), dei quali però nessun scienziato ha dimostrato la pericolosità.
I produttori di alimenti italiani, invece, sono felici di esportare negli Usa senza le barriere che ora li ostacolano.

TOEM. La Tangenziale ovest esterna Milano rovinerà ettari di verde nel Parco Sud. Rischia di fare la fine delle nuove autostrade BreBeMi (Brescia-Bergamo-Milano) e Tem (Tangenziale Est Milano): semivuote. I pendolari preferiscono migliorare i treni. O mettere una quarta corsia sull’attuale Tangenziale Ovest.

EOLICO. Su tutto il crinale appenninico, da Alessandria alla Sicilia, negli ultimi 25 anni si sono moltiplicati altissimi mulini a vento. I parchi eolici hanno un forte impatto visivo e le loro pale uccidono gli uccelli. Ma stanno in zone poco abitate, quindi le proteste non sono forti.

GEOTERMIA. Sul Monte Amiata (Siena), nei Campi Flegrei (Napoli) e a Castel Giorgio (Terni) vengono contestati anche gli impianti che sfruttano quest’energia, nonostante sia rinnovabile e non inquinante come il vento.

F35. I costosissimi aerei da guerra made in Usa subiscono le proteste degli ex oppositori pacifisti alle due guerre del Golfo e della lotta (persa) contro l’ampliamento della base Usa Dal Molin a Vicenza. Si saldano così (anche contro il Muos) gli antiamericanismi di comunisti, autonomi e cattolici di sinistra.
Mauro Suttora

Wednesday, September 02, 2015

Ritratto indiscreto di Melania Trump

Sorprese: la moglie del candidato repubblicano alla Casa bianca ha posato nuda. Bella, determinata, disinibita, Melania Knauss scalda già i motori per le presidenziali

AMERICANI, SARO' LA VOSTRA FIRST LADY!

Fra 14 mesi si vota. Il miliardario Donald Trump guida i sondaggi. Sua moglie, ex modella slovena, prima di sposarsi fece qualche peccatuccio fotografico

New York, 26 agosto 2015

di Mauro Suttora

Sarebbe la First lady più bella della storia. Nessuno rimpiangerebbe più Jacqueline Kennedy o Carla Bruni. Se suo marito Donald Trump, 69 anni, diventasse presidente degli Stati Uniti, Melania Knauss, 45 anni, sarebbe anche la prima first lady degli Stati Uniti ad aver posato nuda. Non la prima al mondo: Carla Bruni l’ha anticipata nel 1993.

Poi, essendo slovena, sarebbe la prima inquilina della Casa Bianca a non parlare inglese dalla nascita. Non la prima straniera: John Quincy Adams, presidente nel 1825, era marito di una britannica.

Melania è nata nel 1970 a cento chilometri dall’Italia in un paesino di 5 mila abitanti sul fiume Sava, nella Jugoslavia comunista. E arriva a Milano nel 1988 con mamma Amalia, che la spinge a fare la modella (prima sfilata a 5 anni).

Figlia di un austriaco, arriva a Milano.
Il padre, Victor Knavs, è austriaco e lavora in una concessionaria d’auto. Il cognome cambia quando lei, in carriera, vuole sembrare più tedesca (come Claudia Schiffer e Heidi Klum).


Dopo la facoltà di Architettura a Lubiana, l’educata e timida Melania viene ingaggiata dal milanese Paolo Zampolli, che con la sua agenzia di modelle la porta a New York.


«Era seria, molto professionale. Le piaceva starsene a casa, non era una party girl», ricorda Zampolli. «Il suo viso dominava Times Square in una pubblicità della Camel, ma lei andava solo al lavoro e in palestra».


Nel 1998 in una festa di Zampolli al Kit Kat Club durante la Fashion Week newyorchese incontra Trump, che dopo Ivana (pure lei ex modella slava) aveva lasciato anche la seconda moglie Marla Maples. Melania ha 28 anni, lui 52.

Amore a prima vista per Donald. Non per lei. Lui le chiede il numero di telefono, lei rifiuta. «Era con una donna, non glielo avrei mai dato», racconterà. Si mettono assieme dopo il divorzio da Marla. Fine della vita da playboy di Donald.


«Facciamo sesso in modo incredibile almeno una volta al giorno, a volte an- che di più», dice Melania nel 2000 al mensile GQ che la fotografa svestita su un tappeto di pelle d’orso nel jet privato di Trump. «Lei è molto sexy quando indossa solo mutandine», spiega lui.

Alta un metro e 80, misure 89-61-89, Melania continua a lavorare come modella. A chi la accusa di essere un’arrampicatrice risponde: «Non si può vivere con chi non si ama. Non si può abbracciare un bell’appartamento. Non si può baciare un aereo».

Si sposano nel 2005 in uno dei resort di lusso di Trump in Florida. Lei ha un vestito Christian Dior da 100 mila dollari. In prima fila l’ex presidente Bill Clinton e sua moglie Hillary, allora senatrice di New York, oggi rivale democratica del repubblicano Trump per la Casa Bianca.

A Melania, che è diventata cittadina statunitense, piace inondare i suoi 42 mila followers su Twitter di foto sulla sua vita opulenta nell’attico e superattico della Trump Tower di Manhattan, con il figlio Barron di 9 anni.

Gli ha consigliato lei di non attaccare Bush jr.

Non si interessa di politica, ma da quando Trump (ricchezza personale: 9 miliardi di dollari) è sceso in campo gli dà qualche consiglio. Per esempio, non attaccare Jeb, il terzo Bush candidato presidente, perché lei lo frequenta nel giro dei galà di beneficenza.


La campagna presidenziale è lunga. Le primarie repubblicane sono a febbraio, e lì per ora Trump sembra non avere rivali: gli ultimi sondaggi lo danno al 24%, contro il 13 di Jeb Bush. Tutti gli altri indietro.

Fra 14 mesi, poi, il voto finale. E in questi ultimi giorni, sorpresa: il distacco con Hillary si è ridotto da 16 a soli 6 punti: 51 a 45. Pochi pensano che Donald ce la possa fare. Però nessuno pensava neanche che Ronald Reagan conquistasse la Casa bianca, nel 1980.

«Dopo il primo presidente nero, il primo arancione», scherzano, riferendosi all’incredibile colore dei capelli di Trump. Riporto? Parrucchino? Mistero.

Quel che è certo, è che se il sogno per la bella Melania dovesse realizzarsi, alla Casa Bianca non ci sarà un altro caso Monica Lewinsky: «Se non gli piaccio più, bye bye», dice lei. Insomma, liquiderebbe Trump così come lui fa con i concorrenti del suo talent show tv The Apprentice: «Sei fuori!».

Se eletto, Trump aumenterà le spese militari ma legalizzerà ogni droga: «Combatterle costa troppo». E continua a scandalizzare: ora vuole negare la cittadinanza ai figli dei clandestini nati negli Usa (ius soli).

Melania Knauss Trump non ha mai avuto problemi a farsi fotografare senza veli, fino al matrimonio nel 2005. Le immagini potrebbero danneggiare il marito nella campagna presidenziale, visto che il suo partito repubblicano ha molti elettori conservatori. Ma il ciclone Trump che sta investendo gli Stati Uniti è fatto di provocazioni, e il ricchissimo Donald ne è maestro.

Mauro Suttora


Wednesday, August 26, 2015

Tradimenti estivi: le donne sono più brave

di Mauro Suttora

Oggi, 19 agosto 2015

Le mogli che tradiscono i mariti sono aumentate del 40% negli ultimi vent’anni. E sono più furbe degli uomini: quasi tutte (il 95%) riescono a non farsi scoprire, contro l’83% dei maschi.

Sono questi i sorprendenti risultati dell’ultimo studio scientifico sull’infedeltà, condotto dall’università americana di Auburn Montgomery.
Attenzione: i maschi continuano a essere più infedeli delle donne. Tradiscono infatti in 21 su cento. Però il loro dato è stazionario, mentre le mogli infedeli sono passate dal 10% dell’inizio anni 90 all’odierno 14: un aumento quindi del 40%.

Come mai questa esplosione di avventure extraconiugali femminili? «È aumentata la loro indipendenza economica, hanno una sessualità più consapevole e quindi esigente», spiegano gli esperti dell’Opinion Research Center, «ma soprattutto passano più tempo in luoghi di lavoro a stretto contatto con uomini».

Insomma, è l’occasione che fa la donna traditrice. Non c’è neanche bisogno che faccia troppa fatica: ci pensano i colleghi di lavoro attorno a lei a tentarla. E non si tratta più solo del vecchio luogo comune del principale che si porta a letto la segretaria.

Anche in Italia, infatti, sono le mogli più istruite e indipendenti a concedersi le maggiori libertà: «Le italiane in media hanno 38 anni e lavorano nel marketing, in banca o nelle vendite. I due terzi sono laureate, il resto diplomate», rivela Noel Biderman, amministratore delegato del portale di incontri extraconiugali AshleyMadison.com.

La capitale delle scappatelle è Roma: 53mila iscritti al sito, contro i 37 mila di Milano. Poi Torino e Napoli, ma seguono da vicino Brescia, Treviso, Padova e Bologna. Più fedeltà al Sud: solo 15mila iscritti a Palermo.

Ma il dato più incredibile è quello sulle donne che riescono a farla franca, anche dopo anni di tradimento. Soltanto cinque su cento, fra i loro mariti cornuti, scoprono la verità. Come mai? 

«Le mogli si comportano in modo molto diverso dagli uomini», dice il dottor David Holmes, psicologo della Manchester Metropolitan University, «sanno mentire meglio perché sono più sofisticate psicologicamente. Preparano piani e hanno strategie, mentre i maschi sono troppo impulsivi. Lo dicono anche le statistiche sulle paternità: l’8-15 per cento dei figli non sono stati concepiti dai mariti delle loro madri».

A far scoprire i maschi spesso è il testosterone: gli studi dicono che gli uomini con alti livelli dell’ormone sono più attraenti, competitivi e sicuri di sé. Quindi prendono più rischi, sono più egoisti e cercano gratificazioni a breve termine, senza calcolare i costi/benefici sul lungo periodo. E questo li porta anche a essere presuntuosi e superficiali. Così le mogli li scoprono.

Un altro sito di incontri segreti ha rivelato un dato curioso: a 29, 39, 49 e 59 anni sia gli uomini sia le donne hanno più probabilità di lanciarsi in avventure. Questo perché i compleanni che finiscono con la cifra zero rappresentano pietre miliari della loro vita: ci si sente vecchi, e avere una distrazione permette invece di apparire più giovani e sexy.

Un’altra spiegazione sul perché dei tradimenti sfida un luogo comune. Si dice: mariti e mogli cercano alternative a una vita sessuale spenta. Ebbene, Esther Perel, terapista belga, sostiene invece che il 56% dei traditori e un terzo delle traditrici hanno un matrimonio felice. Questo perché le relazioni extraconiugali, invece di distruggere il rapporto di coppia, lo fortificano.

«A cosa ci riferiamo esattamente quando diciamo “infedeltà?», chiede la dottoressa Perel in una conversazione Ted che ha avuto due milioni di visitatori: «A un’avventura fugace, una love story, sesso pagato, chat erotica, video porno, massaggio a lieto fine?
«L’ideale romantico ci dice che il nostro coniuge deve soddisfare una lista infinita di bisogni: amante, amico, genitore, confidente, partner intellettuale. Ebbene, l’infedeltà distrugge questa illusione di onnipotenza, e ci riporta con i piedi per terra. Non si può essere tutto per l’altro: irresistibili, indispensabili, irrimpiazzabili».
Vabbè, consoliamoci così.
Mauro Suttora

Grillo si ritira?


CAPI LOGORATI: IL COMICO NON NE PUO' PIU' DELLA POLITICA?

«Sono stanco, magari mollo»


«I 5 stelle possono andare avanti senza di me, io ho un’età pazzesca, una famiglia», ripete Beppe Grillo. Ma il suo movimento può sopravvivere senza di lui? «No, non si ritira. E comunque è già entrato nei libri di storia», dicono le sue senatrici. Ecco i veri motivi del distacco

di Mauro Suttora

Oggi, 19 agosto 2015

«No, secondo me non si ritira. Al massimo si prenderà più spazio per altre cose. Ma lo faremo tutti noi parlamentari: dopo due legislature torneremo al nostro lavoro. Tranne chi il lavoro non ce l'aveva, e allora magari farà il politico a vita».

La senatrice Serenella Fucksia è una dei pochi grillini che possono permettersi di parlar chiaro: né fedelissima né dissidente, non ha ambizioni di carriera. E commenta così l'annuncio di Beppe Grillo, che ha dichiarato: «Il Movimento 5 stelle può andare avanti anche senza di me. Io ho un'età pazzesca, una famiglia. Rimarrò solo per far rispettare le regole».

Ma come? Proprio adesso che alcuni sondaggi lo danno al 26%, a soli tre punti dal Pd in drastico calo di Matteo Renzi? Non è un mistero che, in Sicilia come a Roma, se le attuali giunte Pd cadessero, primo partito diventerebbe il M5s. E nel 2016 si voterà a Milano, Torino, Bologna e Napoli.

Mai le prospettive dei grillini sono apparse così rosee. Il seminario Ambrosetti di Cernobbio ha invitato al suo summit settembrino sul lago di Como il più esagitato dei deputati 5 stelle, Alessandro Di Battista. Che è l’opposto del collega Luigi Di Maio, come stile e contenuti. E se il convegno dei poteri forti italiani prende sul serio Di Battista, nominato per le sue sparate «politico cialtrone dell'anno» dal New York Times, vuol dire che un approdo al governo dei grillini non è più escluso.

«Grillo non si ritira, e nessuno di noi lascerà campo libero a questi delinquenti», taglia corto la senatrice Paola Taverna. Ma, al di là dei proclami, i grillini si sono ammansiti. Sulla Rai, per esempio, hanno compiuto un'inversione a U. Volevano vendere, smembrare, privatizzare il simbolo dell'odiata partitocrazia (tranne un canale per il servizio pubblico). Tutto dimenticato. 
Ora partecipano tranquillamente alla spartizione dei consiglieri d'amministrazione: hanno nominato Claudio Freccero (ex berlusconiano oggi estremista di sinistra) nel posto a loro riservato. Freccero ha ipotizzato un ritorno di Grillo in Rai, come comico. E Grillo non lo ha escluso, anche se lui stesso capisce che è impossibile, finché guida il secondo partito italiano.

«Beppe prenderà piano piano le distanze dal suo movimento, pur rimanendone il guru», prevede Massimo Fini, uno dei rari intellettuali simpatizzanti dei 5 stelle. «Ha speso moltissime energie negli ultimi anni, sua moglie vorrebbe che rallentasse».

Ma i grillini possono andare avanti senza il loro capo assoluto? «No, non riusciranno a scalzare i politici professionisti. Quelli sono troppo abili. Non vedo in giro la capacità di opporsi alla cultura mafiosa e familista prevalente, che vent'anni fa riuscì a neutralizzare la ben più strutturata Lega Nord».

Meno pessimista Fucksia: «Anche se perderemo i connotati iniziali, lasceremo comunque la nostra impronta nel mondo reale. Magari ci trasformeremo, ci riadatteremo, o verremo sostituiti da altri. Ma nei libri di storia Grillo c'è già entrato. E abbiamo indotto al cambiamento gli altri partiti».

Al di là dei proclami e dei sogni, però, ci sono realtà prosaiche. Il reddito di Grillo nel 2014 è calato a 180mila euro rispetto ai 220 mila dell'anno precedente. E per un uomo di spettacolo abituato a guadagnare quattro milioni l'anno riempiendo i palasport, rinunciare al lavoro è difficile.

Stesso discorso per il braccio destro Gianroberto Casaleggio: la sua società è finita in deficit di 150mila euro (su due milioni di fatturato), rispetto all'attivo di 250mila del 2013. Il blog non tira più, e le migliaia di post condivisi su Facebook dagli attivisti non fruttano un centesimo.

Vero è che i 17 eurodeputati incassano 34mila euro mensili ciascuno (promettevano di tenerne solo 2.500), e che le «restituzioni» dei parlamentari nazionali sono sempre più misere, perché spendono i loro 15mila mensili anche per far funzionare il movimento. 
Ma l'addio di un quarto dei senatori e di una ventina di deputati si è fatto sentire, riducendo il finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari. Le firme racimolate in sei mesi contro l'euro sono state appena 200mila: meno di quelle raccolte in un solo giorno di Vaffaday nel 2008.
             
Insomma, la struttura è di cartone. Quanto alle idee, appena arriva un problema concreto si sfaldano. Sull'immigrazione, per esempio, il rigore proposto ufficialmente sul blog di Grillo dal consigliere comunale torinese Vittorio Bertola è stato rifiutato dal senatore «aperturista» Maurizio Buccarella. Sul quale però è subito piombata la scomunica di Beppe.

«Ma tutti sappiamo che non è Grillo a gestire il movimento, anche se sette su dieci dei nostri elettori hanno votato lui personalmente, e non il movimento», commenta Ernesto "Tinazzi" Leone, decano degli attivisti romani in urto con la società Casaleggio. «Abbiamo tanti leaderini che ormai si esprimono da democristiani, attenti a non rompere delicati equilibri interni».

Insomma, la grande forza dei grillini è la debolezza di tutti gli altri partiti. «Ma se dovessimo veramente andare al governo, rischiamo di fare la fine dei Fratelli musulmani in Egitto o di Syriza in Grecia: cacciati a calci nel sedere per incompetenza dopo sei mesi», commenta sconsolato un parlamentare. Ovviamente anonimo.
Mauro Suttora


INVECE QUESTI SONO ETERNI

«Ci vuole un fisico bestiale», cantava Luca Carboni. E per fare il politico necessita anche la tigna di sentirsi indispensabili. Non sono pochi, nel Palazzo, gli ottuagenari che, invece di dedicarsi al golf, resistono ad ogni rottamazione.
 
L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per esempio, ultimamente sta inondando di lettere i principali giornali italiani. Difende la controversa riforma del Senato di Maria Elena Boschi, manco l’avesse scritta lui.

Silvio Berlusconi, che il 29 settembre compie 79 anni, ha fatto fuori tutti i suoi delfini. Per ultimo l’attempato Denis Verdini, che in pratica aveva governato l’Italia con Matteo Renzi dopo il patto del Nazareno del gennaio 2014.

Marco Pannella ha passato come sempre il Ferragosto visitando i carcerati, questa volta nella sua Teramo. Attività nobile, ma allarmante per il presidente Sergio Mattarella che lo implora: «Interrompi il digiuno». In realtà Marco si nutre di melone
M.S.