Thursday, April 05, 2007

Invasioni Barbariche

quotidiano Libero, giovedi 5 aprile 2007, pag.31

Gli scrittori spiati dal Grande Fratello

Domani alle 'Invasioni Barbariche' il primo programma verita' dedicato alla letteratura. Tre autori chiusi in un appartamento a parlare di libri erotici.

di MASSIMILIANO PARENTE

Mia cara Daria Bignardi, lo sai. È successo che ieri pomeriggio mi hai sadicamente rinchiuso in un minireality letterario, insieme a Andrea Laffranchi del Corriere della Sera e Mauro Suttora di Oggi, autore di No Sex and The City, per parlare di tre scrittrici erotiche o aspiranti tali: Gisela Scerman, Carolina Cutolo e Clara Sereni.
La “location” era un loft dietro al San Pietro, e sul campanello c’era scritto “vacanze romane” ma non c’era traccia di Audrey Hepburn, e una volta saliti neppure delle tre pornografomani sentimentali. Tuttavia è stato bello vedere Laffranchi infilato nella vasca da bagno a leggere passi del libro della Scerman, edito da Castelvecchi, che infatti sembra l’upgrading di Pulsatilla.

Al povero Suttora, un ragazzone alto, compostissimo e compagno radicale, è toccata Clara Sereni in edizione provvisoria, copertina rossa senza il minimo indizio. Io mi sono scelto d’istinto il libro della Cutolo, attratto dalle coscette lolitesche in copertina, forse della medesima autrice, e già una che si mette in copertina dalla vita in giù promette male. La cosa interessante era che non si capiva più chi leggeva cosa, i tre libri sembravano lo stesso e di tre non ne facevano uno.
Ogni tanto mi alienavo da me e pensavo a quello che stavo facendo, mi avete fatto declamare le paginette della Cutolo come non ho mai fatto pubblicamente neppure con Leopardi. Un amico mi ha scritto «ma chi te lo ha fatto fare?» e devo ancora rispondergli.

Tra l’altro, Daria, ancora con questa storia dei maschi contro le femmine? E io lì dentro a rappresentare i maschi? Non esiste un punto di vista femminile sulla letteratura, non ne esiste neppure uno maschile, e se esiste c’è solo quando manca la letteratura. Proust è maschile o femminile? Kafka è maschile o femminile? Virginia Woolf è maschile o femminile? Il problema interessa solo Loredana Lipperini di Lipperatura, ma siamo di nuovo nei blog, o si parla di quote rosa, ma siamo in politica, o ne parlerete voi che sarete lì domani sera, ma siamo in televisione. I tre libri di queste autrici sono libri femminili, perché non sono letteratura ma diarismi rilegati, e siccome sono libri di casalinghe evolute ma pur sempre casalinghe, devono coniugare il sesso con il sentimento, ma allora perché cercare di farlo venire duro, anche se alla Cutolo piace tanto barzotto?

Non esiste un’erezione d’amore, Daria, solo la Cutolo può costruirsi da sola un vibratore col cuoricino sulla punta, ma come si fa, dietro un simbolo fallico non può esserci un cuore, tantomeno un’anima, solo un altro simbolo fallico, è lì che ha fallicamente fallito il femminismo storico. Come si può dare il culo con amore? E poi la Cutolo si lamenta di ritrovarseli barzotti. Piuttosto Florence Dugas di Dolorosa Soror, lei sì che è una scrittrice, non certo Carolina Cutolo o Clara Sereni o Gisela Scerman, da non confondere con l’unica Sherman importante che conosco, che si chiama Cindy.

Comunque sia, non essendoci niente di letterario di cui parlare, il refrain nascosto di noi tre deportati dell’erotismo che non c’era continuava a essere: ma come saranno queste tre? Intellettualmente non ci fanno né caldo né freddo, ma sono almeno fighe? Cercavamo di scaldarci con un minimo di cameratismo da sfigati. Il più gongolante sembrava Laffranchi, perché aveva una modella in copertina che magari, abbiamo supposto, era la Scerman. Se anche non fosse stata la Scerman sulla quarta c’era scritto che la Scerman ha fatto la modella, lasciando ben sperare. Dopo questa scoperta, quasi invidioso della sua Scerman, ho cercato di smontare Laffranchi, guardando perplesso le mie coscette di Cutolo: «Che ne sai Andrea, magari adesso questa Scerman è in carozzella, senza gambe».

Suttora, serafico e distinto come un lord, sul divano con le gambe incrociate, si teneva stretta la sua copertina rossa anonima, non vedeva l’ora di andarsene, e infatti dopo il pranzo offerto dalla Endemol, e dopo il brindisi «alle scrittrici porno non romantiche» che vedrete domani sulla Sette, si è dileguato e chi s’è visto s’è visto.

E in ogni caso non ho capito, Daria, perché in televisione, dove ormai si sbaciucchiano e si slinguazzano tutti a ogni Grande Fratello, a me mi scaraventi in un mini reality di sei ore dove finisco da solo, sdraiato sul letto matrimoniale, vicino a un altro sfigato nella vasca da bagno, a leggere pensierini sulle candide vaginali di Carolina Cutolo? Neppure nel collegio austriaco di Robert Musil si arrivava a tanta crudeltà sessista. Lele Mora, se ci sei aiutami tu.

La proposta: un happening

Per cui, Daria, ho deciso di proporti un happening fetish o merce di scambio molto terra terra, a cominciare dalle inquadrature: io, oltre a aver reso la tua trasmissione immortale regalandoti la mia illustre presenza, ti faccio pubblicità non occulta e dico «o miei lettori, domani guardate tutti le Invasioni Barbariche con dentro le scrittrici pornoromantiche e Parente e Laffranchi e Suttora segregati come tre imbecilli nel loft romano», e tu in cambio fai togliere le scarpe in diretta alle tre autrici.
Perché? Perché, altro che libri e blog, l’unico modo di distinguere una donna cosciente da una sedicente tale, a maggior ragione se intende diventare scrittrice, è vedere che alluci ha, e questo posso valutarlo lombrosianamente e darwinianamente solo io, e soprattutto se hanno i piedi smaltati di rosso sempre, anche d’inverno, e questo potete vederlo perfino voi e così, su due piedi, mica storie. Ci stai? Ai posteri barbarici di domani l’ardua sentenza.

Massimiliano Parente

Wednesday, April 04, 2007

Un miliardo in missioni militari

La pace ci costa un miliardo
Quanto spendiamo per le missioni militari italiane all' estero

Occorrono mille milioni all' anno per i nostri soldati nelle aree di crisi. Dai 75 mila euro per 100 semafori a Nassiriya al milione per l'ambasciata a Kabul, ecco tutte le curiosità tratte dal bilancio

Oggi, 04/04/2007, pag. 57/58

Matite, penne, zainetti. Li hanno distribuiti tre settimane fa i nostri soldati in una scuola elementare del Libano, per conto dell' Associazione internazionale regina Elena. Si tratta di un gruppo legittimista monarchico (vuole ufficialmente il ritorno del re in Italia), guidato dal pronipote della suddetta regina: il principe Serge di Jugoslavia, figlio di Maria Pia Savoia. I 2.500 militari della Repubblica italiana in missione in Libano, dunque, distribuiscono la beneficenza di chi auspica il ritorno della monarchia. Curioso. Valeva la pena di mandarli lì con i carri armati per fare regali ai bimbi libanesi ? Non bastavano, per un compito tale, due volontari di una qualsiasi Ong (Organizzazione non governativa) ? Spendiamo quasi mille miliardi all' anno in lire per disarmare i pericolosi hezbollah: questo indica lo scopo ufficiale della missione Onu. Peccato che finora, in sette mesi, non abbiamo sequestrato neppure una pistola ad acqua.

Così i nostri militari si consolano con le attività umanitarie. In Afghanistan, invece, prima dell' escalation di tensione degli ultimi tempi, i nostri militari avrebbero costruito una chiesetta. La notizia, trapelata a Herat, è stata subito smentita per non irritare gli estremisti. Quanto al Kosovo, chi si ricorda che 2.300 nostri soldati ancora languono in una guarnigione, otto anni dopo esserci arrivati per pacificarlo ? Missione compiuta, almeno lì ? Neanche per sogno: "Ci vorranno vent'anni per riportare la calma fra albanesi e serbi", ci dice pessimista Nino Sergi, segretario generale di Intersos (Cooperazione civile). Intanto, però, anche la missione in Kosovo dev'essere rifinanziata. Così è finita pure questa nel calderone del cosiddetto "decreto Afghanistan", votato al Senato martedì 27 marzo. Le polemiche si concentrano sull' opportunità di tenere le nostre truppe nel Paese dei talebani a seimila chilometri di distanza.

Ma il decreto finanzia molte altre missioni militari all' estero , per un totale di un miliardo di euro nel 2007. E, leggendone le 300 pagine, si scoprono molte curiosità. Qualcuno sapeva, per esempio, che tre nostre navi con 105 marinai da anni vagano per il Mediterraneo alla ricerca di "terroristi e pirati" nella missione Active Endeavour ? Il pattugliamento era stato deciso dalla Nato dopo l'11 settembre 2001, quando si temeva qualche altro attacco, questa volta marittimo, o trasporti di armi da parte di Al Qaeda. Ma ancor oggi spendiamo otto milioni all' anno per far navigare la fregata Maestrale e il cacciamine Termoli. Nonché il nuovo sommergibile Todaro, che ha appena terminato il suo primo mese di missione.

Nessuno lo sa, ma abbiamo sei militari di collegamento nel quartier generale americano per l'Afghanistan che sta a Tampa, Florida. Eppure ci avevano detto che si tratta di una missione Nato Onu, non più a guida statunitense. E poi: che ci fanno 95 nostri avieri ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi ? Mantengono tre aerei C 130 per il trasporto truppe da e per l' Afghanistan. Dall' Iraq ce ne siamo andati. Però continuiamo a spendere. Il decreto stila un elenco minuzioso. Cento semafori da installare a Nassiriya, 75 mila euro. Anche mettendone quattro per incrocio, esistono a Nassiriya 25 incroci con un tale traffico da giustificare semafori ? Oppure faranno la fine dei precedenti, che nessuno nelle rotonde caotiche e polverose piene di carretti trainati da asini ha mai rispettato ? E i 500 mila euro per la "mappatura satellitare" dei beni culturali iracheni, serviranno ad ammansire i terroristi ?

Un milione di euro finanzierà un corso di 45 giorni per sessanta tecnici del petrolio iracheni a Piacenza (ospitati all'Hotel Ovest, quattro stelle). Come se le compagnie petrolifere, la nostra Eni o altre, non fossero abbastanza ricche da poter pagare loro la formazione. E poi: due "esperti" da inviare in Kurdistan per "facilitare la penetrazione commerciale italiana", al modico stipendio annuo di 180 mila euro l' uno. Costerà 300 mila euro l' affitto annuo dell' ambasciata italiana a Kabul. Ma molto più del doppio costerà sorvegliarla: 770 mila euro. Più che per aiutare, insomma, spendiamo per difenderci da chi vorremmo aiutare.

Mauro Suttora


"Dobbiamo rispettare le alleanze"
L' esperto spiega perché bisogna armarsi e partire. Andrea Margelletti, del Centro studi internazionali. Con un debito di 1.500 miliardi che senso ha spendere un miliardo di euro all' anno in missioni militari ? "È necessario impegnarsi perché non si ripeta la follia dei talebani. L' Italia ha il dovere di aiutare i popoli meno fortunati che non hanno nemmeno luce, acqua e strade". I sondaggi, però, dicono che la maggioranza degli italiani vuole il ritiro dall' Afghanistan... "La politica estera non la fa la piazza, ma il Parlamento. Si decide col cervello, non con la pancia". Ma contro i terroristi servono navi e sommergibili ? "Fanno parte di una flotta Nato, ci sono alleanze e strategie da rispettare. Lo sa bene la Germania, per esempio, che pur non avendo sbocco nel Mediterraneo ha inviato una nave da guerra davanti al Libano".

"A Kabul ci credono guerrafondai"
È l' opinione di chi si occupa di Cooperazione civile "L'Afghanistan è una missione nata male". Parola di Nino Sergi di Intersos (organizzazione non governativa presente in Afghanistan). "Nel 2001 gli Stati Uniti rifiutarono l' aiuto Nato, attaccando unilateralmente. Nel 2003 ci coinvolsero perché avevano la guerra anche in Iraq e non ce la facevano più. Ci mettono sempre di fronte al fatto compiuto. Noi diciamo "sì" per ragioni di alleanza, ma come Paesi europei abbiamo anche una certa dignità. Ora stiamo rimediando a errori tragici. Ma ormai siamo dentro a un ingranaggio che non può funzionare". Ma i nostri soldati non servono per proteggere voi cooperanti ? "Al contrario: i militari ci creano problemi. I locali ci confondono con loro, pensano che siamo gli stessi: un giorno in divisa e col mitra, un giorno senza. Perciò abbiamo chiesto e ottenuto una netta distinzione dei ruoli".

Wednesday, March 28, 2007

Impero militare Usa

L’impero delle 737 basi militari

Il Diario, 23 marzo 2007

di Mauro Suttora

Altro che Vicenza. Sono 737 in 130 Paesi, le basi militari statunitensi nel mondo. Ufficialmente: in realtà aumentate fino a un migliaio sotto la presidenza di Bush il Piccolo. «Il Pentagono, per esempio, non cita alcuna guarnigione in Kosovo», rivela Chalmers Johnson, massimo esperto mondiale del complesso militare-industriale Usa, «anche se proprio lì c’è la base più costosa mai costruita dall’America dopo la guerra in Vietnam: l'immenso Camp Bondsteel sorto nel 1999 e poi gestito dalla Kellogg, Brown & Root, società privata controllata dalla Halliburton del vicepresidente Dick Cheney. E nei rapporti ufficiali non c’è traccia di basi in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait, Kirgizistan, Qatar e Uzbekistan, malgrado l’esercito Usa abbia installato colossali basi in tutti questi Paesi dopo l’11 settembre 2001».

È appena uscito negli Usa (e subito entrato nella classifica dei best seller del New York Times) l’ultimo libro di Johnson: “Nemesis: The Last Days of the American Republic”. I due precedenti, “Gli ultimi giorni dell’Impero americano” (2001) e “Le lacrime dell’impero” (2005) sono stati tradotti in Italia da Garzanti.

Ci vuole mezzo milione di persone per far funzionare questo immenso apparato di guarnigioni estere permanenti. Oltre ai 250mila soldati, ci sono altrettanti impiegati civili americani e locali. Il tutto a un costo astronomico. Il bilancio militare Usa ha superato ormai i 500 miliardi di dollari l’anno (700, secondo le organizzazioni pacifiste americane, che includono anche le spese per le pensioni e gli ospedali dei veterani, nonché gli interessi sui debiti di guerra). Per capire l’enormità della cifra, basti dire che le spese militari mondiali ammontano a 1.100 miliardi di dollari. Da soli, quindi, gli Stati Uniti spendono in armi più di tutte le altre nazioni della Terra messe assieme.

Insomma: Vicenza è solo un piccolo tassello di un impero gigantesco, descritto con particolari gustosi da Johnson. Per esempio, il Pentagono è il più grande gestore di campi da golf del mondo: ne gestisce ben 234 in ogni continente per la ricreazione dei propri soldati. Acquista 200 mila confezioni all’anno di creme abbronzanti. Possiede perfino una stazione di sci privata a Garmisch in Baviera, e un hotel di charme riservato agli ufficiali a Tokyo...

Johnson paragona il moderno impero Usa a quelli del passato: l’ateniese, il romano, l’inglese di un secolo fa. E scopre curiose analogie: «Sia Roma, sia l’Inghilterra, contavano su una trentina di basi militari maggiori per controllare i loro domini. Ebbene, è la stessa cifra delle installazioni più grosse che oggi possiedono gli Usa, oltre alla dozzina di portaerei».

Ma il parallelo più pericoloso è quello politico: alla lunga, la predominanza dei militari minò le istituzioni della repubblica romana portando necessariamento all’impero, mentre un senato logoro e corrotto s’inchinò di fronte alle pretese del generale vittorioso, l’«uomo forte». È lo stesso percorso che Johnson vede attuarsi oggi negli Stati Uniti. «Impero», d’altronde, non è più parola tabù a Washington. Ormai non la pronunciano solo Cassandre antimilitariste come Gore Vidal o Noam Chomski, ma anche ammiratori sinceri della nozione imperiale come Niall Ferguson.

Il nuovo libro di Johnson analizza la recente riedizione delle Guerre stellari, progetto fallimentare di Ronald Reagan negli anni ’80. La balzana idea di proteggere (soltanto) Polonia e Repubblica Ceca da improbabili missili di Corea del Nord o Iran serve solo a seminare discordia fra gli alleati europei, e risentimento nella Russia. «Divide et impera», appunto: l’antica regola imperiale. E la Nato assomiglia sempre più alla Lega di Delo, l’«alleanza ineguale» con cui gli ateniesi tennero sottomesse le città greche. Ma solo per trent’anni: dopo, ci fu la ribellione con la guerra del Peloponneso e il declino di Atene.

Curiosamente, sono sempre gli ex militari ad accorgersi per primi dei pericoli del militarismo. Il generale Eisenhower denunciò nel ’61 il «complesso militare-industriale» Usa. Ma anche Johnson è un ex ufficiale della guerra di Corea, nonché consulente Cia dal ’67 al ’73. Conosce insomma i suoi polli, e l’immensa ragnatela dei loro interessi.

Friday, March 23, 2007

Spedizioni militari italiane

TU CHIAMALE, SE VUOI, UMANITARIE

L’analisi del «decreto Afghanistan» fornisce dettagli a tratti grotteschi sulle nostre missioni all’estero. Con sottomarini che danno la caccia a Bin Laden e finanziamenti per cento semafori a Nassirya...

di Mauro Suttora

Diario, 23 marzo 2007

Otto milioni, 174 mila e 817 euro. Tanto costa al contribuente italiano l’operazione Active Endeavour per l’anno 2007. Cos’è? Stiamo dando la caccia a terroristi e pirati nel Mediterraneo con due navi e un sommergibile. Non si sa mai: che Osama mediti di attaccarci con qualche Mas? Che i discendenti dei saraceni vogliano assaltare le nostre coste? Le petroliere in rotta verso i porti italiani rischiano di essere silurate da Al Qaeda o abbordate da nuovi corsari berberi?

Bando agli scherzi. L’Operazione Sforzo Attivo (che tristezza dirla in italiano, perde ogni fascino da 007, suona come un rimedio contro la costipazione intestinale) è autorizzata dal comma tre, articolo tre del disegno di legge che converte il decreto 31 gennaio 2007 “recante proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali”. Già approvata dalla Camera con soli tre voti contrari su 630, martedì 27 marzo approda al Senato.

È ben nascosta nelle pieghe del famoso ‘decreto Afghanistan’, quello che ogni sei mesi fa venire il mal di pancia alla sinistra. Ma, per una volta, lasciamo perdere i tradimenti del senatore Turigliatto, i tentennamenti di Franca Rame o l’ottima salute di Rita Levi Montalcini. Immergiamoci nella lettura delle 300 pagine del decreto che periodicamente rischia di far cadere il governo Prodi.

La prima novità è che i militaristi nostrani hanno dimezzato le loro sofferenze. Sotto Berlusconi, infatti, le spedizioni armate al’estero dovevano essere finanziate ogni sei mesi. D’ora in poi, invece, i decreti di proroga durano un anno. Un piccolo sforzo, insomma, e poi fino al 2008 non se ne parla più.

Il titolo del decreto, poi: soave, nessuna traccia dell’aggettivo “militare”. Potrebbe trattarsi di un miliardo di euro donato a “missioni umanitarie” di Albert Schweitzer o madre Teresa. Le parole sono importanti. Ha voglia Nino Sergi, segretario generale di Intersos (volontari civili), a protestare: “Se un intervento è con le armi, non può essere ‘umanitario’. Chiamatelo di peace-keeping, peace-enforcing, sostegno alla pace, come volete. Ma non ‘umanitario’”.

Battaglia persa. È da un quarto di secolo (Libano 1982) che le nostre forze armate, tornate a organizzare spedizioni all’estero, spargono a piene mani parole profumate come “pace” e “umanitario”. Solo pochi cinici riottosi come Milan Kundera hanno smascherato l’impostura, bollando il tutto come “umanisteria”. Ma è almeno da Srebrenica (1995) e comunque dal Kosovo (1999) che i pacifisti hanno perso la loro guerra semantica. Sono stati spossessati perfino della loro ragion d’essere, del loro ‘brand’: la pace. Oggi sono i militari a “mantenere la pace”, dal Libano all’Afghanistan.

Per confondere le acque, quindi, i primi due articoli del decreto stanziano qualche briciola per la ‘cooperazione allo sviluppo’ (quella vera, la civile, che infatti compete al ministero degli Esteri): 30 milioni per l’Afghanistan, altri trenta al Libano, cinque e mezzo al Sudan. Anche dieci milioni all’Unione africana per la Somalia, figurarsi. Ci sono i 127mila euro per una conferenza sulla giustizia in Afghanistan da tenersi a Roma, e ne regaleremo altri 300mila ai libanesi sotto forma di rilevatori di mine.

Conquistata la simpatia delle Ong e quindi il voto della sinistra, con l’articolo tre si arriva al sodo. E infatti gli stanziamenti passano da otto a nove cifre: 386.680.214 euro per i 2.500 militari in Libano, 310 milioni per i 2.000 in Afghanistan e ad Abu Dhabi, 143 milioni per i 2.300 che ancora languono dimenticati dopo otto anni in Kosovo, trenta milioni per i 900 in Bosnia (ma questi ultimi solo per sei mesi, perché c’è la possibilità che dopo dodici anni finalmente rientrino).

E poi una miriade di altre microspedizioni: i 18 carabinieri a Hebron (un milione e mezzo), i 17 che dovrebbero sorvegliare la frontiera di Rafah fra Gaza ed Egitto se gli israeliani la tenessero aperta (1,4 milioni), fino ai quattro militari in Darfur (600mila euro), quattro in Congo, altri quattro a Cipro, e tre milioni per cento nostri addestratori, in Albania da dieci anni.

Soldi spesi bene? Dipende dai gusti politici di ciascuno di noi, ovviamente. “Mi sembra un miliardo stanziato secondo il principio ‘Se ci siamo, contiamo’”, dice Sergi. Show the flag, mostrare la bandiera ovunque possibile. Era la regola in voga130 anni fa, all’apice del colonialismo: l’Italietta crispina se ne entusiasmò. Poi però arrivò Adua. Volle sedersi a tavola anche Mussolini, per mangiarsi Nizza e Savoia, Corsica e Tunisia. “Siamo un grande Paese e una media potenza”, si limita a dire oggi D’Alema. “Facciamo parte del G8, dobbiamo avere senso di responsabilità”, ci ammaestra la gandhiana Emma Bonino.

Che lettura interessante, questo decreto. Pagina 109, tabelle di spesa per la missione Afghanistan. Indennità di contingente per due nostri ufficiali e quattro sottufficiali di collegamento (esercito e aeronautica) presso il comando Usa di Tampa in Florida. Ma non ci avevano detto che la missione afghana era a guida Nato, e non statunitense? E il quartier generale Nato non sta a Bruxelles?

L’operazione più attraente, come abbiamo anticipato, è la Active Endeavour. Questa è sicuramente una missione in cui gli americani non contano tantissimo, e l’indizio che ce lo fa capire è lo spelling di ‘endeavour’: in americano scrivono ‘endeavor’, come ‘humor’, quindi quella ‘u’ in più significa che c’è una predominanza europea.

Spiega la relazione che introduce il decreto: “Questa missione Nato, svolta da forze navali, è finalizzata a dare prevenzione e protezione contro azioni terroristiche e di pirateria marittima nell’area orientale del Mediterraneo, attraverso operazioni di contromisure mine, attività di controllo e sorveglianza marittima e servizi di scorta del naviglio mercantile”.

La Active Endeavour nacque il 12 settembre 2001, sull’onda dell’attentato alle Torri. Ma se pattugliare il mare europeo poteva essere un’idea compensibile in quelle settimane di orgasmo, in cui le forze armate di tutto il mondo occidentale facevano a gara ad autoassegnarsi nuovi compiti (e finanziamenti) antiterrorismo, a sei anni di distanza è lecito domandarsi: quanti terroristi sono stati scoperti grazie a questa sorveglianza? Quanti attentati sventati? La Nato fa mai un’analisi costi/benefici? A meno che l’unica vera mission dell’Alleanza, dopo il crollo del comunismo 18 anni fa, sia trovare e drammatizzare un nuovo nemico purchessia, per giustificare la mancata smobilitazione dopo la fine della guerra fredda. Certo, pare che Sheik Khaled Muhamad, numero tre di Al Qaeda arrestato nel 2003 in Pakistan e da allora prigioniero a Guantanamo, abbia alluso a petroliere Usa da far saltare a Gibilterra.

Fatto sta che l’Italia contribuisce ad Active Endeavour con 105 marinai imbarcati sulla fregata Maestrale, sul cacciamine Termoli e, dulcis in fundo, sul sommergibile Todaro nuovo di zecca: varato in febbraio, ha appena terminato l’8 marzo il suo primo mese di navigazione alla ricerca di Osama. Questo sottomarino appartiene alla nuova classe italo-tedesca U212-A, 130 milioni ad esemplare, un secondo gioiellino (lo Sciré) appena sfornato dalla Fincantieri in Liguria per la gioia delle maestranze (c’è lavoro), degli ammiragli (c’è prestigio) e anche del sottosegretario diessino (ma soprattutto spezzino, quindi cantieri) alla Difesa, Lorenzo Forcieri.

I militari in Libano sono pagati meglio che quelli in Afghanistan (pag.125). Ognuno di loro prende in media, grazie alle indennità di missione, 105 mila euro all’anno (180 euro al giorno oltre allo stipendio), contro i 78 mila degli sfortunati spediti a Kabul e Herat. Forse anche da questa disparità nasce la riluttanza verso compiti realmente “operativi” (traduzione: combattimento) in Afghanistan.

Le penne monarchiche

In realtà in Libano non è che i nostri abbiano un granché da fare. Ecco l’ultimo comunicato stampa del contingente Leonte (15 marzo): “Oggi, una tonnellata di aiuti umanitari sono stati distribuiti a un istituto scolastico per diversamente abili di Tiro. Gli aiuti, composti da pasta, riso, merendine, pelati ecc., sono stati distribuiti dai Lagunari del reggimento ‘Serenissima’. Sono stati affidati al Contingente Italiano da diverse associazioni tra cui: l’Associazione Internazionale Regina Elena, la Together Onlus, ‘Ci siamo anche noi’ di Cavallino Treporti (Ve), Associazione mestrina San Vincenzo, farmacia Ghezzi dell’isola della Giudecca di Venezia...”

L’associazione Regina Elena, che ha fornito anche “matite, penne e zainetti” distribuiti in una scuola elementare libanese dai nostri militari, è un gruppuscolo legittimista monarchico (vogliono ufficialmente il ritorno del re) guidato dal bisnipote di Elena, il principe Serge di Jugoslavia (figlio di Maria Pia di Savoia). Abbiamo quindi soldati della repubblica italiana che distribuiscono la beneficenza di chi vuole il ritorno della monarchia...

Ma per distribuire penne e matite ai bimbi libanesi non bastavano due operatori civili di una qualsiasi Ong? C’era bisogno di mandare un contingente militare di 2.500 soldati con carri armati? I quali peraltro finora non hanno sequestrato neanche una pistola ad acqua agli hezbollah: quindi non stanno eseguendo la loro missione ufficiale, che non è principalmente umanitaria o di sminamento, ma di disarmo degli hezbollah.

Poi ci sono i 75 mila euro stanziati per comprare cento semafori da mettere a Nassirya. Anche installando quattro semafori per incrocio, a Nassirya esistono 25 incroci con un tale traffico da giustificare semafori? E poi: 500 mila euro per la “mappatura satellitare” dei beni culturali irakeni... Oppure: un milione di euro per un corso di 45 giorni per sessanta tecnici del petrolio iracheni a Piacenza (alloggio nell’albergo Piacenza Ovest...), come se le compagnie petrolifere (compresa la nostra Eni) non fossero abbastanza ricche da poter pagar loro la formazione... Oppure due “esperti” da inviare in Curdistan per “facilitare la penetrazione commerciale italiana” (sic) al modico stipendio annuo di 180mila euro l’uno. Siamo sicuri che è di questo che c’è bisogno per pacificare l’Iraq, oggi?

Mauro Suttora

Tuesday, March 06, 2007

intervista a Francesca Dellera

"In amore sono anarchica"

La Dellera torna in Tv: è la "Contessa di Castiglione"

La cortigiana non si fece scrupoli a concedersi a Napoleone III per il bene dell' Italia. "Anch'io vivo d' impulso in amore e sono anticonformista", rivela Francesca. "Non voglio nemmeno sentire la parola "coppia". Ma poi, a furia di insistere, abbiamo scoperto che un uomo ce l'ha, a Parigi, da due anni...

di Mauro Suttora

Oggi, 6 dicembre 2006

Roma
La vuole fare una foto a cavallo, davanti all' Altare della patria?
"E perché?"
Be', è stata la contessa di Castiglione a far nascere l'Italia, più di Vittorio Emanuele II e almeno quanto Garibaldi. Fu lei a sedurre Napoleone III, convincendolo con le buonissime a combattere per noi contro gli austriaci nel 1859.
"Ahahah...".

La risata di Francesca Dellera è affascinante quanto i suoi occhi e la sua leggendaria pelle bianca. Da vent' anni si è insediata da regina nella fantasia erotica degli italiani (Capriccio di Tinto Brass, 1987), e non se n'è più andata. Anzi, per la verità se n'è andata lei, dall'Italia: a Los Angeles, New York, Londra, ora a Parigi, dietro a uomini misteriosi e ad avventure favolose.
Così non l' abbiamo più ammirata, tranne che ne La Carne di Marco Ferreri nel '91 (dove faceva girare la testa al povero Sergio Castellitto) e in Tv con Nanà cinque anni fa. Una diva un po' accidiosa che ha fatto dell' assenza una virtù. Ma è rimasta nella nostra memoria, indelebile. Ora torna, e praticamente interpreta se stessa: Virginia Oldoini, alias Contessa di Castiglione, film in due puntate su Raiuno da domenica 3 dicembre, con Jeanne Moreau e Sergio Rubini.

"È un personaggio che ho sentito molto vicino, anch' io vivo d' impulso come lei. La Castiglione è una donna modernissima, che ha vinto gli schemi della sua epoca sfuggendo alle regole e ai pregiudizi. Grande anticonformista, in una società in cui le donne erano completamente sottomesse: contavano solo in quanto mogli dei propri mariti".

Qualcuno però l'ha definita prostituta d' alto bordo: prima Napoleone III, poi amante di Vittorio Emanuele II...
"Ma figurarsi. Ho letto le sue biografie, quella donna non calcolava vantaggi e svantaggi. Si lasciava guidare dalle emozioni, era calda e passionale, e ha sempre pagato in prima persona".

Fatto sta che accettò di farsi mandare da Cavour a Parigi con il preciso compito di portare a letto l' imperatore francese. "Certo, e per un obiettivo nobile e patriottico. Ma per lei la seduzione era una sfida, le piaceva conquistare un uomo. Però alla fine non ne ricavava niente. Morì con pochi soldi, non ha mai capitalizzato le proprie "vittorie". Di Napoleone poi s' innamorò sul serio, anche se il suo cuore in realtà batteva per un giovane anarchico".

E il suo cuore batte per chi, attualmente ? "Un uomo francese, a Parigi".
Da quando ?
"Meno di due anni".
Vivete assieme ?
"Neanche per sogno ! La convivenza è la tomba dell' amore. Quando un uomo torna a casa la sera e si sente in diritto di domandare alla propria donna "Che cosa hai fatto oggi ?", è la fine. L' amore ha bisogno di mistero".
Be' , dipende dalle coppie...
"Già la parola "coppia" mi mette tristezza. Barbara Alberti ha detto: "L' amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia".

Mi sa che il giovane anarchico che si innamora di lei nel film ha trasformato anche lei in una libertaria libertina.
"Ma io sono sempre stata così. Me lo disse Ferreri: "Tu sei una ribelle anarcoide". Ogni volta che in un rapporto mi sento costretta o condizionata, mi viene voglia di scappare".

Lei non metterà mai su famiglia.
"E perché dovrei ?".
Non vuole dei figli ?
"Perché no, chissà...".

Vabbè, cambiamo argomento. Altre somiglianze con la Castiglione?
"Sono molto incosciente, non riesco mai a fare progetti, a programmare il futuro. Sono indisciplinata e ribelle".
Anche lei fra un quarto di secolo coprirà gli specchi di casa con velluto per non vedersi vecchia ?
"Chissà se ci arriverò, a sessant' anni".
Anche a lei piace conquistare gli uomini solo per il gusto di farlo ?
"Sono troppo pigra per conquistare. Però sono anche fortunata: gli uomini che mi piacciono arrivano da soli".
Ma se non si dà almeno un po' da fare, come succede ? Qual è il suo segreto ? Le basta un' occhiata ?
"Guardi, a Parigi tutte le donne impazzivano per uno sportivo molto sexy..."
Il tennista Yannick Noah ?
"Oddio, ma lei che fa ? È il mio biografo ?"
Mi sono preparato.
"Insomma, non voglio fare nomi, fatto sta che questo comincia a corteggiarmi e io gli dico: "Ma sei sposato". E... "Con la sua risposta mi ha conquistato: "Nessuno è perfetto". Poco dopo si è separato, ma almeno non ha fatto come molti uomini italiani, che negano, montano sceneggiate, dicono sempre "Mi sto separando".

Una volta Cesare Lanza le ha chiesto: "Preferisci possedere o essere posseduta ?". E lei rispose fulminea: "Detesto possedere perché non mi piace essere posseduta". Le è venuta spontanea, o è la citazione di un filosofo?
"Ahahah ! Ma è così semplice, è solo la traduzione del comandamento "Non fare agli altri quello che non vuoi ti venga fatto". Ripeto: sono contro il matrimonio e qualsiasi forma di convivenza".
E dagli. Ma se ci si ama ci si vuole svegliare accanto.
"Sì, i primi tempi. Poi, meglio la lontananza. Accende il desiderio. Guardi Claudia Cardinale: lei se ne sta a Parigi, e il suo Squitieri a Roma. Certi matrimoni sono così ridicoli. Quello di Tom Cruise, per esempio: prevede addirittura una multa in caso di corna".

Le piace fare l' amore ?
"In una storia il sesso è tutto".
La butta sul fisico.
"Macché: trovo antierotici i maschi palestrati. In un uomo mi attira l' intelligenza".
Per esempio ?
"Jeremy Irons".
L' ha conosciuto ?
"No, e non ci tengo: magari mi deluderebbe. Come tipo mi piace anche Benicio Del Toro".
Ma è il contrario di Irons.
"No, è torbido come lui. Più selvaggio. Mi dà l' idea di un portoricano maledetto, figlio della strada".
Lei mi delude. Torniamo alla Castiglione, che fu la prima a posare per foto erotiche. Ne ha fatte di più la contessa o lei ? "Ma io non ho mai posato nuda !".

Su, non scherzi, le ho detto che ho studiato: copertina di Penthouse nell'88, Playmen nel '97.
"Erano solo foto di scena, tratte dai film".

Oh, questo è uno scoop. Perché non fa vita mondana ? Non la si vede mai in giro.
"Ho una casa a Roma, ma abito soprattutto a Parigi. E comunque non m'interessa quel tipo di vita. C'è già così tanta gente che non fa niente, ma appare sempre...".

Il poeta Attilio Bertolucci, padre di Bernardo, ha scritto: "L' anemia fa più bella". Lei si è mai abbronzata ?
"Non sono anemica, ma visto che il sole rovina la carnagione, che sono pigra e che agli uomini la pelle chiara piace, perché dovrei starmene a soffrire al sole?"

Durante le riprese di questo film Jeanne Moreau le ha regalato un libro su Marilyn Monroe, dicendole che le siete apparse entrambe fragili. Lei come si sente ?
"Fragile, sì. La libertà è la cosa più costosa al mondo".

Monday, March 05, 2007

Anna Nicole Smith

IERI UNA MITOMANE, OGGI UN MITO: COME ELVIS, FOLLE DI FAN VISITANO LA TOMBA

Mauro Suttora per “Oggi”

Nassau, Bahamas

Altro che prendere il sole, andare in barca, giocare a golf. La signora Erica Elshoff è volata dalla sua Florida a Nassau, capitale delle Bahamas, soltanto per recarsi in pellegrinaggio al cimitero dove il 2 marzo è stata sepolta Anna Nicole Smith. E come lei migliaia di americani. Sì, perché l'ex coniglietta di Playboy morta un mese fa è ormai diventata, negli Stati Uniti, una leggenda popolare. Ogni volta che un programma tv parla di lei, gli ascolti s'impennano. Le tirature dei settimanali di gossip aumentano. Ma anche canali seri come la Cnn trasmettono in continuazione programmi su di lei. E perfino il prestigioso quotidiano Washington Post ha pubblicato una lunga biografia di Howard K. Stern, uno dei sette uomini che si proclamano padri della figlia di sei mesi di Anna Nicole, Daniellyn.

L'America impazzisce per la Smith, così come quarant'anni fa si appassionò per le morti di Marilyn e Kennedy, e trent'anni fa assistette incredula alla fine prematura di Elvis Presley. «Dipingono Anna Nicole come una pornostar furba e drogata, invece era una donna forte che si sapeva gestire», dice la signora Elshoff. Che crede alla versione dell'abuso di droghe. Ma, dopo l'autopsia contraddittoria, c'è chi comincia a ipotizzare l'omicidio. Se ne parlerà per anni.

Dopo il cimitero, dove Anna Nicole riposa con le ceneri dell'ex marito Howard Marshall, magnate del petrolio, e accanto alla tomba dell'amatissimo figlio Daniel, il tour dei fan prosegue verso l'ospedale di Nassau, dove il diciannovenne Daniel morì per overdose lo scorso settembre, solo pochi giorni dopo la nascita di Dannielynn. Ultima tappa: la villa Horizons, dove la pin-up ha trascorso gli ultimi mesi della sua avventurosissima vita.

«È un fenomeno di massa, paragonabile solo a quello per la principessa Diana», si frega le mani il ministro del turismo delle Bahamas. Un altro politico locale, il ministro dell'immigrazione Shane Gibson, è finito nei guai dopo che un giornale ha pubblicato una foto di lui a letto assieme ad Anna Nicole (vestiti). La loro amicizia era nota, ma lui ha dovuto dimettersi il 18 febbraio con l'accusa di aver accelerato il «sì» alla domanda di residenza della pin-up, l'anno scorso.

Le frequentazioni maschili di Anna Nicole in effetti erano vorticose. «Stavamo assieme, anche se sapevo che andava a letto anche con altri uomini», ha ammesso Stern, che le faceva da avvocato personale. «Ma a me andava bene, volevo soltanto che fosse felice». Gli altri pretendenti alla paternità di Daniellyn (ma soprattutto agli 89 milioni di dollari di eredità) sono sei. Eccoli.

1) L'ex fidanzato Larry Birkhead, fotografo, da subito ha contestato il riconoscimento della piccola da parte di Stern: «Siamo stati insieme dal 2004 al 2006», assicura, «e ricordo che quando noi eravamo a letto, Stern dormiva su un divano al piano di sotto. Lui era soltanto il suo tuttofare, uno zerbino. Lo scorso maggio abbiamo rotto, perché mi ero rifiutato di comprarle un paio di occhiali da sole. Lei era già incinta di me, ma per ripicca non volle più vedermi e mi tagliò fuori da tutto».

2) Il principe Federico von Anhalt, sessantenne ottavo e (per ora) ultimo marito della novantenne Zsa Zsa Gabor, la quale ha minacciato il divorzio quando pure lui si è vantato di essere andato a letto con Anna Nicole: «Voleva sposarmi per diventare una principessa», ha dichiarato l'attempato playboy, che quel titolo nobiliare lo comprò nell'80.

3) Mark Hatten, che è stato davvero assieme ad Anna Nicole in passato, ma che ora si trova in carcere. Condannato a ben sette anni proprio per averla pedinata e molestata dopo la fine della relazione e avere picchiato il vicino di casa di lei mentre la spiava. Come può averla fecondata, visto che nel periodo del concepimento era al fresco? Semplice: «Le avevo dato una fiala col mio sperma congelato». A spalleggiarlo spunta ora sua sorella Jackie, che si autoproclama «amica da 15 anni» di Anna Nicole, e rivela che lei le avrebbe confidato: «Stern è l'ultimo uomo sulla Terra di cui potrei innamorarmi».

4) Alexander Denk, un attorucolo austriaco che fu assunto come cuoco da Anna Nicole quando lei nel 2002 riuscì a piazzare un reality-show su se stessa su un canale tv Usa, che andò avanti per due stagioni. Ci mise poco a infilarsi pure lui nel letto della generosa coniglietta, che lo promosse guardia del corpo personale.

5) O.J. Simpson: campione di football accusato di avere ucciso la moglie una dozzina di anni fa, scampato alla sedia elettrica per il rotto della cuffia: anche lui eroe popolare americano, dice di aver fatto l'amore con Anna Nicole alla fine del 2005.

6) In questo circo poteva mancare Howard Marshall, il miliardario 89enne che sposò la Smith nel '94, morì dopo 14 mesi e fece scatenare la battaglia dei figli sull'eredità da un miliardo e 600 milioni di dollari? Potrebbe essere lui il padre di Daniellynn, grazie al solito seme congelato. Un'ipotesi che farebbe comodo ai parenti di Marshall che, dopo essere riusciti a far ridurre dai tribunali la quota di eredità di Anna Nicole a 474 e poi a 89 milioni di dollari, oggi si trovano in difficoltà. L'anno scorso, infatti, si è occupata della questione addirittura la Corte Suprema, che ha accolto l'appello della Smith. L'ammontare dell'eredità, quindi, è ancora tutto da decidere.

Lo zoo di cialtroni che si affolla attorno al cadavere della povera Anna Nicole è infine completato da sua mamma, Virginia, che la diede alla luce nel '67 in un paesino del Texas. Non parlava con la figlia da anni, forse decenni, da quando lei smise di servire pollo fritto in un fast food e scappò alla ricerca del successo. Ora ovviamente pure mamma Virginia si è rifatta viva. Esattamente come la madre di Hilary Swank nel film Million Dollar Baby di Clint Eastwood. L'arte imita la vita, ma la vita leggendaria dell'esuberante, bellissima Anna Nicole ormai attrae solo corvi e sciacalli.

Dagospia 16 Marzo 2007

Isoke

Oggi

di Mauro Suttora

Aosta, 14 marzo 2007

"E dopo una settimana Judith ha detto: non puoi stare qui senza soldi e senza lavoro. Devi pagare il mangiare, il dormire. Devi lavorare. E per chi non ha documenti il lavoro è uno solo. Quale, ho detto io. Eh, quand’è il momento lo vedrai, ha detto lei.
«Così una sera mi ha portato al posto di lavoro. Ha detto alle ragazze che stavano con me nella casa: datele un vestito per lavorare, qualche cosa che non mettete più. Mi hanno dato il vestito.
Era solo un paio di mutande. “Sul posto di lavoro si mette questo”, ha detto Judith.
«Era il 26 dicembre del 2000. Come posso dimenticare quel giorno? A Torino c’era la neve. Era la prima volta che la vedevo. Ma quant’è bella, ho detto. Tutto bianco e immobile e quasi incantato. È sempre così bello, qua in Italia? Però faceva freddo. Molto freddo. Così ho detto: io ’ste mutande non me le metto, e ho tenuto i miei jeans».

Così inizia la storia di Isoke Aikpitanyi, 27 anni, alta, bella, fiera, dolce, intelligente. Nigeriana di Benin City. È da lì che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket della prostituzione sui marciapiedi italiani: 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni.

Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta e sta per sposare un italiano: Claudio Magnabosco, 55 anni, funzionario regionale. Ha scritto un libro bellissimo con Laura Maragnani: Le ragazze di Benin City, edizioni Melampo. Lo stile è quello di Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato. Coinvolgente, drammatico, mai retorico. Si legge d’un fiato. C’è dentro tutta la sua storia, e quella della tratta delle nere.

«Volevo dare voce a chi non ce l’ha», spiega Isoke, «alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se ritorneranno, perché sono almeno duecento quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo».
Senza contare quelle torturate, stuprate e massacrate, ma che sono tornate a casa vive, e dunque non fanno notizia. Le vediamo ogni sera in ogni nostra città, a Roma sulla via Salaria, a Milano in viale Abruzzi, su tutta la statale Adriatica da Rimini a San Benedetto del Tronto nelle Marche, o giù in Puglia da San Severo a Foggia.

Adesso, assieme al suo Claudio, Isoke sta creando una rete, per offrire un percorso d’uscita alle sue amiche ed ex colleghe, un’alternativa alla strada. È nata ad Aosta una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più che porta il suo nome.

«Allora», dice Isoke, «questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Escono con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito. Trenta, cinquanta, sessanta mila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria nigeriana».

«Arrivano qui», continua Isoke, «e scoprono che il lavoro è uno soltanto, il marciapiede. Sul marciapiede succede di tutto, ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola».

«Tutti i giorni», denuncia Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno. Osas, per esempio, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara.In sessanta stipate su un camion, senz’acqua né cibo, e quelle che erano di troppo venivano lasciate giù. Così. A morire, mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri.

Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente. «Dove andiamo?», ha chiesto lui. «Posto tranquillo», ha detto lei. Era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo era una cascina diroccata nell’hinterland torinese. Lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da una casa vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».

Solo dopo che l’uomo se n’è andato, qualcuno ha osato mettere il naso fuori: un ragazzo con un cane. «Che vuoi?», ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro, «che cosa è successo?». Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «E’ stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia», dice Osas adesso.

«Ogni ragazza ha in dotazione un pezzo di strada per cui paga ai protettori un affitto mensile dai 150 ai 300 euro», racconta Isoke. «I clienti li chiamiamo “stupratori a pagamento”. Solo perché pagano 25 euro si sentono in diritto di volere qualunque cosa. “Di che ti lamenti, bastarda? I soldi li hai avuti”, ci urlano. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno con le prostitute. Dicono: “Voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai”. Tutto quello che vedono nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare. “Ho pagato”, è la loro frase tipica».

Il libro è pieno di storie orribili, ma anche di una speranza: l’uscita dallo sfruttamento. «E questo», spiega Claudio Magnabosco, «nel 90 per cento dei casi per le ragazze nigeriane avviene grazie a un ex cliente che è diventato amico, fidanzato o marito». Proprio come è capitato a lui, che conobbe Isoke nel 2002 proprio come cliente. Un mese di frequentazione sulla strada, poi la decisione: «Vieni via con me». Quindi il cammino insieme, un percorso non facile, fatto anche di esitazioni e rincorse, che si concluderà felicemente con il giorno del «sì», non appena arriveranno dalla Nigeria i permessi per i parenti di lei.

E poi c’è il loro progetto per le altre, un progetto che punta alla sensibilizzazione dei «consumatori»: «I clienti, se informati, possono diventare una risorsa ed essere i veri avversari del racket», assicura Claudio.

Difficile infatti, a suo parere, che le giovani ex prostitute sopportino la vita delle comunità: troppa disciplina, alla fine moltissime scappano e tornano in strada. «Per uscire», conclude Isoke, «basta darci una opportunità, un permesso di soggiorno anche breve, sei mesi, per cercare un lavoro vero. In cambio dei documenti, invece, oggi le autorità pretendono che denunciamo qualcuno.

«Dobbiamo far sapere quello che succede. Le prostitute-madri alle quali le “maman”, le protettrici nigeriane, prendono i figli per ricattarle. I ragazzi neri che spacciano droga. Le famiglie che spingono le figlie minorenni a venire in Europa, e che poi sono ben contente di ricevere centinaia di euro al mese facendo finta di non sapere. La corruzione che favorisce i trafficanti. Le mutilazioni sessuali, il debito da pagare che non finisce mai, i pastori nigeriani cristiani che collaborano con il racket, le ragazze che muoiono attraversando il deserto. Questa è la tratta. Perché il problema non è solo la prostituzione».

Mauro Suttora

Sunday, March 04, 2007

Maria Grazia Cucinotta

"A Pompei scoppia la mia carica sexy"

Oggi, 7 marzo 2007

di Mauro Suttora

Ci volevano due star messinesi, cresciute sotto l’Etna, per il duello mortale che si svolge all’ombra dell’altro grande vulcano italiano, il Vesuvio. Maria Grazia Cucinotta e Lorenzo Crespi si sfidano nella fiction Raiuno che andrà in onda in due puntate lunedì 5 marzo e martedì 6: Pompei.

Lei è Lavinia, moglie del ricco e corrotto Chelidone, mentre lui è il giovane pompeiano Marco, innamorato della schiava Valeria (interpretata da Andrea Osvart). Quest’ultima è insidiata da Chelidone, che vuole sedurla in cambio della libertà. Ma lei gli dice in faccia che piuttosto che cedergli preferirebbe morire
.
«Intanto io, cioè Lavinia, passo il tempo a comprare uomini per me e a procurare amanti a mio marito», ci racconta Maria Grazia. «Negli ultimi giorni di Pompei non esistevano limiti: il mio personaggio è una donna viziata e lussuriosa che passava da un’orgia all’altra. In vita mia non ho mai interpretato un ruolo così forte, all’inizio ero anche un po’ spaventata. Nella mia carriera non ho mai forzato molto la fisicità, mentre questa è una parte tutta sesso. Lavinia, infatti, non ha mai amato né è mai stata amata, la sua è pura perversione. Ma, grazie al regista Giulio Base, che essendo anche attore sa bene come girare certe scene, non si valica mai il limite della volgarità. E i costumi di Paolo Scalabrino sono i più belli del mondo: sembro una vera principessa, e offro il peggio di me senza rimorso...»

Ma il vero protagonista di Pompei è Lorenzo Crespi, l’ex modello di Armani diventato famoso come attore televisivo prima nei panni del maresciallo Palermo nella serie Carabinieri, poi in quelli del tenente Sammarco di Gente di mare. Proprio in questi giorni Crespi si trova in Calabria per le riprese di Gente di mare 2, il seguito delle fortunate avventure della Guardia Costiera.

L’ex fidanzato di Manuela Arcuri, della miss Arianna David e di Marina La Rosa, sex-symbol italico, da quattro mesi sta fisso con una ragazza di cui per ora non rivela l’identità: «Non è ancora il momento». Sono passati dieci anni ormai dal Globo d’Oro vinto come migliore attore esordiente nel film Porzus di Renzo Martinelli. E Lorenzo ha dovuto anche attraversare una prova difficile, bloccato per anni da un’operazione alla colonna vertebrale per stenosi.

Dopo Pompei, la Cucinotta tornerà sul grande schermo il 13 aprile con il film Last minute Marocco, in cui fa la parte della moglie schizzata di Valerio Mastandrea, mamma di due ragazzi. Poi sarà una casalinga in crisi in Sweet Marja

Però, adesso, la grande passione professionale di Maria Grazia è la produzione: «Sto iniziando un cortometraggio in Sicilia con il giovane regista Simone Catania e poi andrò in India per un primo progetto di film a Bollywood. Quello è un Paese fantastico, dov’è un piacere vivere fra gente che dimostra grande dignità e ha la speranza della reincarnazione».

Invece, il centro della vita della Cucinotta è a Roma. Dove sua figlia Giulia, a cinque anni, frequenta la primina e assieme alla mamma sta imparando le prime filastrocche a memoria. Quando può, Maria Grazia la accompagna a scuola al mattino. E il matrimonio con l’imprenditore Giulio Violati va avanti senza scossoni da dodici anni: «Il segreto della nostra sintonia? Non assomigliarsi mai», svela lei.

Sempre richiestissima come simbolo dell’Italia in patria e all’estero, la Cucinotta è reduce dalla cerimonia d’apertura del festival del cinema italiano a Shanghai e Pechino.
Anche Pompei fa parte di un progetto internazionale, il ciclo Imperium di miniserie tv della Lux Vide dei Bernabei, iniziato con Augustus e del quale sono stati girati anche Nerone e San Pietro. Tutto viene girato negli studi in muratura più grandi mai costruiti al mondo, con la riproduzione di Roma antica, ad Hammamet, in Tunisia.

«Pompei è il sito archeologico più visitato della Terra», spiega il regista Base, «milioni di persone sono attratte dalla città sepolta sotto l’eruzione del 79 dopo Cristo. Ma dietro quei cadaveri impietriti c’erano uomini e donne con i loro pensieri e affetti. Ho cercato di farli rivivere nella loro vita quotidiana».

Mauro Suttora

Wednesday, January 31, 2007

Leonardo DiCaprio

LEONARDO DA OSCAR

DiCaprio candidato al premio per "Blood Diamond"

1 febbraio 2007

Dieci anni, ci ha messo. Dieci anni per togliersi di dosso l’immagine di ragazzotto carino (o «Bel pezzo di carne», come si è crudamente autodefinito lui stesso la scorsa settimana su Newsweek) piombatagli addosso nel 1997 col successo mondiale di Titanic. Ora Leonardo DiCaprio è un uomo. E a 32 anni è tornato prepotentemente alla ribalta, con ben due ruoli-capolavoro in contemporanea.

Candidato all’Oscar per Blood Diamond, in cui fa la parte di un contrabbandiere di diamanti in Sierra Leone. Ma anche un’interpretazione superlativa in The Departed di Martin Scorsese, come poliziotto infiltrato fra i mafiosi di Boston. Avrebbe potuto essere candidato pure per questo film, ma due nomination nello stesso anno un attore non le può ottenere.

«Sono invidioso di Leo», non ha difficoltà ad ammettere Brad Pitt, di una dozzina d’anni più anziano, ma alla ricerca di ruoli da «vero uomo» come quello di DiCaprio in Blood Diamond (il critico Tullio Kezich l’ha paragonato addirittura a Humphrey Bogart) Pitt è rimasto a secco di nominations per l’Oscar quest’anno, come d’altronde tutti gli altri giovani leoni statunitensi concorrenti di DiCaprio: Matt Damon (il rivale di Leo in The Departed), Tom Cruise, Ed Norton, oltre al più maturo George Clooney.

Brad si consola con Angelina Jolie. Leo, invece, sembra essersi stufato anche della sua ultima fidanzata, la modella di costumi israeliana Bar Rafaeli. Lei non lo ha accompagnato in Inghilterra e Italia per le prime di Blood Diamond, e anzi domenica 21 gennaio DiCaprio ha litigato furiosamente al telefonino con lei, mentre usciva dalla discoteca Aura di Londra. «Leo è diventato grande, si è stufato di stare con ragazze che hanno undici anni meno di lui come Bar», sussurra un amico. «Sì, Leo è cambiato, ora è più maturo», conferma Kate Winslet, la sua partner in Titanic.

Leo, nato e cresciuto a Hollywood, non sopporta in particolare le ragazze americane: prima di Bar era stato a lungo con Gisele Bundchen, la supermodella brasiliana. La sua ultima passione sembra essere la presentatrice tv inglese Cat Deeley, conosciuta l’anno scorso a Los Angeles. L’ha rivista a Londra, dove si è dato alla vita notturna scatenata. Per festeggiare la nomination, infatti, ha passato nove ore consecutive fra alcol e musica. Con un conto di 15 mila euro solo di champagne e bevute varie. Prima è stato avvistato nel ristorante giapponese Roka, poi al club Boujis, il preferito dei principi Harry e William, infine in un’altra discoteca di Chelsea, The Collection, dove è rimasto fino all’alba. Un rapido salto in albergo, e poi via direttamente all’aeroporto di Luton dove alle nove aveva l’aereo per Roma.

Pochi stravizi invece in Italia questa volta per DiCaprio, alloggiato nell’Hilton romano di Monte Mario: «Adoro Roma, è la città al mondo che preferisco, e i romani sono splendidi», ha detto in una delle sue rarissime conferenze-stampa. Non sappiamo cosa magnifichi quando si trova in altre città, però è vero che Leo ha passato ben nove mesi nella città eterna: era il 2001, ai tempi delle riprese di Gangs of New York. Allora c’era l’euro debole, e così agli statunitensi conveniva venire a girare film a Cinecittà: non solo Scorsese, anche La Passione di Mel Gibson è tutta italiana.

Di quel periodo romano DiCaprio ricorda che «ogni weekend mi mettevo a visitare chiese e monumenti, è incredibile come Roma sia fatta di tante città costruite una sopra all’altra. I posti che preferisco? La Galleria di Villa Borghese e la chiesa dei Cappuccini in via Veneto».

Una scelta singolare, quest’ultima: la chiesa è famosa non per le sue opere d’arte, ma per le centinaia di teschi di frati conservati nella cripta. Una scena horror non tanto lontana da certe sequenze di Blood Diamond, in cui si vedono i guerriglieri della Sierra Leone mozzare le mani ai bambini e a chi si rifiutava di farsi arruolare. Tutte vicende realmente accadute nel 1999, durante la guerra civile. E anche se oggi quel Paese ha ritrovato la pace, il film termina con una scritta inquietante: «Oggi in Africa ci sono ancora 200 mila bambini-soldato».

Contro queste disgrazie immani nel film si batte, accanto a Leo, una giornalista interpretata da Jennifer Connelly, che quando aveva tredici anni fu scelta da Sergio Leone per l’indimenticabile parte della piccola Deborah in C’era una volta in America. Pure lei, quindi, come Leo, è un’attrice diventata famosa precocemente, ma che poi ha mantenuto le promesse vincendo l’Oscar nel 2001 come moglie di Russell Crowe in A beautiful mind.

Anche il pigmalione di DiCaprio è stato un italiano: se non fosse stato per Scorsese, infatti, che lo ha scelto per Gangs of New York, The Aviator e The Departed, Leo sarebbe ancora solo un giovane, promettente e bell’attore. Ma non un uomo.

Mauro Suttora

Wednesday, January 24, 2007

Le single americane

Come mai negli Stati Uniti
ci sono più single che sposate?

Oggi, 24 gennaio 2007

Per la prima volta le donne single americane superano le sposate. Negli Stati Uniti ben il 51 per cento dell’universo rosa ha scelto di non sposarsi. E pensare che nel 1950 le americane non sposate erano solo il 5 per cento. Nel 2000 sono diventate il 49 per cento e nel 2006 la maggioranza. Come mai?

risponde Mauro Suttora
autore di «No sex in the City»

Perché stanno meglio da sole. Invece di sopravvivere con un marito che passa le sere al pub bevendo birra direttamente dalla bottiglia, i week-end davanti alla tv guardando partite di football, basket, baseball, hockey su ghiaccio, e le notti a smanettare sul computer aspettando che la moglie si addormenti, scelgono la libertà. Che vuol dire solitudine, ma anche il piacere di vedersi tra amiche come in 'Sex and the City', la liberazione di non finire come 'Casalinghe disperate', o l’eccitazione di farsi di nuovo corteggiare da un affascinante sconosciuto incontrato per caso a un cocktail.

A New York c’è la massima concentrazione mondiale di single. Stupende trentenni che aspettano ancora un po’ prima di sposarsi, fantastiche 40/50enni che respirano dopo aver divorziato, e perfino eleganti vedove 60/70enni che non disdegnano di lanciarsi in nuove avventure. C’è spazio per tutte, in quell’enorme circo/teatro che è Manhattan. Dove la vita è dura, come abbiamo visto nel film 'Il Diavolo veste Prada'. Ma in cui l’energia non viene mai a mancare. Provare sempre, rassegnarsi mai: questa è la principale differenza fra Stati Uniti e Italia.

Un anno fa, di domenica, stavo leggendo al sole il giornale su una panchina di Central Park. Mi si avvicina una bella donna e mi chiede: «Are you George?». No, le rispondo. Mi sorride, si scusa e si allontana lentamente, guardandosi attorno. Aveva un appuntamento «al buio» con qualcuno conosciuto su internet. Squallido? Forse, però sono decine di migliaia ormai i clienti di siti per fare amicizia. A volte funziona. L’altra sera ne ho visto una pubblicità tv anche in Italia.

Finiremo pure noi così? Dalle statistiche sembra di sì, sempre più single anche qui. Tutte che sognano di sposarsi, in realtà. Per provare o riprovare a convivere, metter su famiglia, crescere figli. Ma dopo qualche anno le sposate, ormai spossate, ricominciano a sognare: questa volta di sfuggire alla routine, di avere un pomeriggio per sé, di essere desiderate a letto. Così ricomincia l’altalena fra noia e stress. Fra il minimo di amore e sesso garantito dal matrimonio, e il massimo di allettante ma insicura imprevedibilità promesso dalla neo-zitellaggine.

Tuesday, January 23, 2007

Veglia per Welby

Ti condannano a vivere, caro Piero

Welby stremato dopo una sentenza che allunga la sua agonia.
"Non ce la facciamo più", ci dice la moglie Mina dopo la beffa del tribunale di Roma, che riconosce al malato terminale il diritto di morire, ma pretende una nuova legge per poter sospendere la respirazione artificiale

di Mauro Suttora

Oggi, 18 dicembre 2006

"Non ce la facciamo più". Questo è l' unico messaggio che arriva da casa Welby dopo la sentenza del tribunale di Roma. La giudice Angela Savio, salomonica, è riuscita a dare allo stesso tempo ragione e torto a Piergiorgio, il malato terminale che da anni invoca la morte. Welby ha ragione, sentenzia il magistrato, perché il diritto di ogni persona a farsi curare nel modo che ritiene più opportuno è stabilito dalla legge suprema dello Stato: la Costituzione. Ma ha anche torto, e quindi non può fare interrompere le cure dai medici, perché manca una legge che "tuteli concretamente" questo diritto. In soldoni: Welby può teoricamente farsi staccare il ventilatore artificiale col tubo che gli permette di respirare. Ma chi compie questa azione verrà accusato di omicidio, rischiando quindici anni di carcere secondo il codice penale fascista ancora in vigore.

Per protestare contro questi arzigogoli i i radicali hanno organizzato veglie per Welby in 50 città italiane ed europee (Londra, Bruxelles, Mosca). "Ormai non so più che cosa dire, Mauro, mi sento spremuta come un limone. Non abbiamo più parole, né io né Piero", mi dice Mina Welby, moglie di Piergiorgio, nel pomeriggio di domenica 17 dicembre. L' appuntamento è per le 15 e 30, ma contrariamente alle scorse settimane dalla casa del rione Don Bosco ora "esce" quasi solo silenzio.

È incredibile come questo piccolo appartamento al sesto piano di un palazzo anni Cinquanta della periferia sud di Roma, vicino a Cinecittà, sia diventato negli ultimi tre mesi il cuore dell' Italia politica. Era l' inizio dell' autunno quando Welby si è trasformato nel "caso Welby", soltanto perché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli aveva usato la cortesia di rispondere pubblicamente a una sua lettera aperta, in cui per l' ennesima volta Piero chiedeva l' eutanasia ("Come in Olanda, come in Svizzera").

E adesso, a fine autunno, dopo centinaia di pagine su tutti i giornali, copertine di settimanali, un libro (il suo, titolato "Lasciatemi morire"), decine di dibattiti tv, centinaia di dichiarazioni di politici, medici ed esperti, siamo al punto di prima: Piero non è padrone della propria vita, non può decidere se vivere o morire dopo 45 anni di distrofia muscolare. Nessuno vuole esaudire la richiesta di questo paziente impaziente dopo quasi mezzo secolo di sofferenze.

Nell' appartamento che il marito aveva scelto perché luminoso, sua madre Luciana, 86 anni, lo ha visto spegnersi anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Non fanno entrare quasi nessuno, lei e la nuora (Gugliel)Mina, coscienziosa e severa come la sudtirolese che è. Le poche immagini ritrasmesse in Tv da tre mesi sono quelle di Odeon, della trasmissione di Gianfranco Funari che riuscì a entrare a settembre. Poi basta. Idem per foto e giornalisti: gli ammessi nell' appartamentino si contano sulle dita di una mano. Nessun ministro in visita: alle richieste, gentile ma inflessibile, Mina risponde sempre: "Piero è troppo stanco, stanotte non ha dormito". Perfino Marco Pannella e i radicali dell' associazione Coscioni, Piero e Mina preferiscono sentirli al telefono. Mina teme le infezioni.

Ma Piero è collegatissimo col mondo, ascolta sempre radio radicale, guarda la Tv, si fa leggere da Mina tutte le dichiarazioni di ogni politico. Si è commosso sentendo Giorgio Albertazzi leggere alcune pagine del suo libro alla veglia in Campidoglio. Si arrabbia e si deprime ogni volta che lo insultano, che insinuano che si farebbe strumentalizzare. "Mi trattate come Aldo Moro, non volete rispettare la mia volontà", ha scritto. La guerra di Piero va avanti. "Non per molto, non ce la facciamo più", ripete Mina.

Di là, nella stanzetta oltre il minuscolo ingresso, c'è lui. Steso nel letto dove rischia piaghe da decubito, e dove viene il fisioterapista tre volte alla settimana per muovergli braccia e gambe inerti. Fino ad aprile Piero riusciva a spostare ancora qualche dito, e così poteva scrivere sul computer scambiando messaggi perfino scherzosi con gli amici del suo forum su Internet. Ora non più, anche quest' ultimo filo che lo teneva aggrappato al mondo e alla vita si è spezzato. "Per lui è stato un durissimo colpo", ci dice Mina, "è entrato in depressione, da allora vuole solo morire".

"Per fortuna, mio marito scelse un piano così alto: almeno dalle finestre entra la luce, si vedono il sole e il cielo", ci ha detto la signora Luciana seduta sul divano del soggiorno l' ultima volta che siamo andati a trovarli. Il padre di Piero si fece assegnare questo appartamentino riservato ai dipendenti pubblici. Era scozzese, da giovane era stato giocatore professionista di calcio, era sceso nei campi di serie A alla fine degli anni Venti con la Roma di Attilio Ferraris e Fulvio Bernardini.

Ottant' anni dopo, per uno strano scherzo del destino, si chiama Bernardini (Rita) anche la segretaria dell' unico partito, il radicale, che dal 2002 ha preso a cuore la tremenda richiesta di Piero Welby. È scozzese questo strano cognome che interpella le coscienze di tutti gli italiani. Apparentemente estraneo alla tradizione cattolica, e infatti c' erano solo due valdesi alla veglia per Welby: il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero (Rifondazione comunista) e la pastora Maria Bonafede, moderatrice dei valdesi, unica donna a capo di una Chiesa.

Quattro chilometri a nord di casa Welby c'è il Vaticano, con il Papa che ammonisce quasi quotidianamente: "L' eutanasia è omicidio". Due chilometri a nord c'è il Parlamento, con i parlamentari cattolici che ribadiscono: "Eutanasia, mai". Ma qui, sul divano a fiori di casa Welby, c' è la mamma di Piero, ultraottantenne, cattolicissima che allarga le braccia dicendo: "Che dobbiamo fare ?". E che cosa avrebbe fatto sua sorella, la zia di Piero, madre superiora di un importante ordine di suore, che ha visto il nipote diagnosticato di distrofia a 16 anni, con il medico che prevedeva: "Non arriverà a vent' anni"?

Alle pareti del salotto sono appesi tutti i quadri dipinti da Piero finché le sue dita riuscivano a muovere un pennello. Mamma Luciana tira fuori orgogliosa due album traboccanti di foto: sono quelle che Piero scattava a fiori, farfalle e insetti finché le sue mani riuscivano a fare clic su una macchina fotografica. Poi si alza, va verso il comò, apre due cassetti e ci regala un po' di presine coloratissime: "Le facevo all' uncinetto, le davo a un negozio di casalinghi qua sotto che me le vendeva. Ma ormai non le vuole più nessuno". Mamma Luciana allarga le braccia sul divano, sfogliando gli album con le foto delle farfalle. L' autunno di Welby è finito. Ora comincia l' inverno.

Mauro Suttora

Mauro of Manhattan

New York Observer column, January 7, 2007

I meet Marsha’s mother two weeks after at Bloomingdales. I was lured there after work for a cocktail presentation of I don’t remember which new product. Marsha had given me an appointment at 6 p.m., and here she comes with her mummy: “We just met by chance at the first floor, she was Christmas shopping”, she tells me, false as Judas. I take it as a real ambush.

The lady looks the same as in the pictures, a nice bottle-blonde plastic-enhanced 60-year-old like 100,000 others in the Upper East Side. Fake nose, uplifted eyes, lackadaisical smile, incredibly elegant, foulard around her neck, haughty gait. Her only physical qualities, to my eyes: slim, perfect figure, beautiful legs and wonderful ankles. Like her daughter. So, Marsha too looks promising for the next thirty years. I have to confess I also took a glance at the senior’s pelvis: Marsha’s one worries me, because it’s too thin for her to become a good breeder. I know it’s shameful to admit it, I might be a maniac, but a peaceful pregnancy is an important feature of our future marriage.

Conversation with mother unwinds trivial as the phone calls between her and Marsha that I know so well: “Traffic is so horrible these days my dear, it’s impossible to go around before Christmas and it’s getting worse year after year...”
“Yes madam what a headache to find taxis and they’re useless anyway as they get trapped in the jams like any other car, the same goes with buses...”
“And let’s not talk about the subway it’s sooo overcrowded”.
Commonplace but surreal remarks, Bloomingdales being three blocks away from her penthouse. But the lady prefers to torture her chauffeur by taking the limousine, instead than walking three minutes.

“Be our guest before Christmas,” she invites-orders imperiously towards the end of our chat. I’m trapped. I can’t escape.
During the next few days I deftly negotiate the whereabouts of the gloomy family event. My last redoubt is not meeting the parents at their place, which would be tantamount to an official engagement with Marsha.
“Let’k keep it casual, what about a nice pizza at La Houppa?” I suggest with nonchalance.
La Houppa, a jewelry store on East 64th Street where they sell pizzas instead than (but at the price of) diamonds.

Arrives the lethal dinner. Marsha’s sister and her boyfriend are joining us. Will they lighten the atmosphere or make the evening more formal (the ‘whole’ family)? But, surprise: between my future father-in-law and me it’s love at first sight. We both order a capricciosa, and this similarity of taste seems to immediately raise his enthusiasm. Of course we start talking about Italy, and he goes on and on reminiscing about all of his Italian journeys.
I look at him: it’s a wonder such an angel-shaped Marsha came out of this chubby man with a red face. Softened by nostalgia and pinot bianco, he goes into raptures when I answer his question: “How do you like America?”
“I love it,” I reply, and it’s true. I omit to specify that I prefer Bob Dylan’s America to George Bush bigots: he is satisfied realizing that there is at least one European who doesn’t hate the States.
“Why do they all hate us?” he asks kind of worried.
“Well, the war in Iraq...” I begin to try and answer.
He stops me right away: “But that son of a bitch Saddam, didn’t he deserve a good blow?”
“Of course yes,” I say sincerely. And this is enough for him.
He then gets carried away by a stupid pun of mine: “We’re stuck in Iraq.”
“I love the rhyme, but in particular the fact you said ‘We’ and not ‘You’. Means that you feel like one of us. There are Italian soldiers in Iraq too, aren’t there?”
I would have never thought that one day I’d be thankful to premier Silvio Berlusconi for making me conquer my girlfriend’s father by sending troops to Baghdad. But this is exactly what happened one December night in 2006...

By now Marsha’s sturdy dad considers me one of the family, he begins to call me “son”. He forgets I’m only 15 years his junior, maybe he mistakes me for the male offspring he never had. Our idyll climaxes when we discover we both share a humiliating predilection for an obscure Sixties band called The Moody Blues.
“... ‘Nights in White Satin?” he asks me, embarrassed.
“Well, yes.”
“But it’s impossible for you to know them, son.”
“Why?”
“Because I used to dance to that song in the summer of ’67. I remember exactly the year because that’s when I met my wife. Do you remember, Jane?”
“Of course,” she says.
“Well, I remember too,” I throw myself in, “I was seven years old and they always played it in the jukebox at the Termoli beach, Molise region.”
This accuracy of mine makes him adore me: “I love precise people.”
Now that I understand he’s stuck like me at the anal stage, I turn pitiless: “In Italy that song was mostly successful in a cover version, translated by the band Dik Dik.”

The typical Virgo orgasm I know he’s reaching at this very moment makes him forget to calculate my real age: knowing I was seven 39 years ago, it wouldn’t be difficult (“Mauro is fortyish,” Marsha had lied to him). On the contrary, he states ecstatic: “‘Nights in White Satin’ is the best slow song ever. We used to dance to it in Washington, do you remember dear?”
“Sir, allow me to place it at the same level of ‘A Whiter Shade of Pale’ by Procol Harum, from that same summer.”
He turns slowly his head from his wife to me. He’s overwhelmed. He looks at me wet-eyed: “Son, you are the Bible, you are a living encyclopedia, you, you are... fantastic! You are so right, oh, the Procol Harum! How could I forget them?”

Marsha hates these retro musical predilections of mine. Our conversation is boring her. She discovered the Moody Blues and Procol Harum only because we had a small fight when I dared to invite her to one of their concerts: “Listen Mauro”, she had replied, “to be honest with you I really can’t stand that kind of music. A few days after we met you dragged me to a Jorma Kaukonen or whatever-was-is-name concert, and I accepted only because I was thrilled by all of your invitations, and because I thought it would be a palatable thing anyway. But let me tell you, that was a real drag. Now, if you want to make up for all of your lost time go ahead and do it, but please don’t you ever try and involve me again in one of these so very sad revivals of yours... No wonder they take place in places named with sad names such as The Bottom Line or The Bitter End, which sooner or later have to close down like the Cbgb due to the death of all of their customers, not to talk about the Beacon Theatre where you took me to watch the Allman Brothers, surrounded by drunk beer-smelling and pot-smoking 60-year-old New Jersey truckers...”

So, I have to go by myself to the concerts of all of my idols from the Sixties, some of whom never ventured in concert in Italy in the past 30 years, such as Crosby Stills and Nash, Jefferson Airplane, Steve Winwood, James Brown, Arlo Guthrie or the Eagles. In the famed Town Hall theatre, where Charlie Parker invented bebop jazz in ’45, I saw Art Garfunkel coming out of the formalin with exactly the same hair from decades ago. But this didn’t stop me from renting a car to go to as far as Albany in order to admire him again, this time coupled with Paul Simon.
Sometimes I even venture into fan club meetings, such as the yearly world reunion of Leonard Cohen at Columbia university in 2004, only to discover I have nothing in common with that bunch of alienated nerds. I reached the top in Alexandria, Louisiana, during a Mardi Gras with Chubby Checker, the inventor of twist, which was the first music I danced to in 1963 at the Lignano beach (my father shot a super8 home movie to document the event). I have no friends in New York City to share this nostalgia perversion with, except for my Italian journalist colleague Christian Rocca with whom I went to see Neil Young at Radio City Music Hall just before (or was it after?) the stroke that he brilliantly survived.
But now, here is my prospective father-in-law as companion of future raids into catheterock. Those type of concerts are challenging and never-ending, because at half-time the musicians always promise: “We’ll be back in a moment”. That is never true: intermissions last at least three quarters of an hour, as the public of former hippies has weak prostates, everybody needs to take a pee, so endless queues form in front of the toilets.

After the musical acme, we reach for the desserts. If he could, now Marsha’s father would marry me directly, instead than giving me his daughter. Or he would immediately appoint me director of his company, which produces bottle caps. I already see myself swimming in a sea of caps, like Scrooge swimming in his golden money. He inquires absentmindedly about my job, and delivers his presumptuous advise: “Son, the future of journalism is in the web”.

I feel like Dustin Hoffman in ‘The Graduate’: “Thank you very much, I had never thought about it”, I almost reply, but I don’t want to ruin the superfriendly atmosphere. He seems impressed by the fact that I have been writing for ‘Newsweek’ and ‘The New York Observer’: “They’re way too liberal for my taste, but I love the real estate column of the Observer”.
Dinner ends talking real estate: Marsha’s parents are about to buy something for her sister: “Maybe a little condo in Trump’s Park Avenue”, drops mother Jane. “I heard the same apartment costs one million more if you go up just one store: ten millions on the twentieth, eleven on the twenty-first, and so on...”, she adds, faking ignorance (her only read besides women’s mags is real estate, as well).

Now, this is an incredible oblique way to tell me: “Son, be good, kneel down in front of Marsha, give her the ring, become her puppy-dog, and you’ll be rewarded with the same godsend which is about to come down on that schmuck future brother-in-law of yours...” Such a cheap shot, very cheap, let me tell you madam. You were able to ruin with only a few word the magic atmosphere your husband had built between me and the Family. Because you surely know, your beloved daughter must have told you, that the building at the corner of Park and 59 bought and renovated by Donald Trump in 2004 is the former Delmonico Hotel, famous for hosting the Beatles during the summer of ’64, the second time they came to New York (the first time they stayed at the Plaza). It was there they met Bob Dylan, who offered them their first joint. That’s why it looks so irresistible to me, although I must be the only one - among the foreign billionaires buying there thanks to the weak dollar - to know about this.

We get out of La Houppa, exchange our greetings, and I take a taxi with Marsha. She is radiant with happiness: “Mauro, this was such a success! They love you.” I feel like I am about to dive into a fast, asphyxiating engagement, as light as quick setting concrete. If not in the Delmonico, I’ll end up in one of those terrorizing penthouses reachable by pressing PH in the elevator, but only if you have the key to insert on the side. And once you are up, you find yourself directly in the house, there is no landing. When I’ll have parties I’ll be obliged to spend thousands for catering at Fauchon, and waiters in uniform will wander around my place.
Most of all: we’ll not even be able to reach the Hamptons by helicopter, because Marsha, like her mother, is going to object: “What if someone we know spots us at the heliport, finding out we can’t afford to buy one, and that we are reduced to rent?”

Mauro Suttora

My prospective inlaws

New York Observer column, December 20, 2007

by Mauro Suttora

“They’re in the Sixties”.
My Upper East Side girlfriend Marsha is introducing me - a clueless Italian journalist, U.S bureau chief of my country’s largest weekly - to the oh so many Manhattan mysteries.
So, Marsha’s parents are in the Sixties.
“Threefold meaning, Mauro: first, they are 60-to-69-years-old; second, they live between 60th and 69th Street; third, they were young in the Sixties and they still somehow belong there, when they were splendid”. Marsha majored on Jacques Derrida, she loves to deconstruct.
“All three options apply to your parents. But can there be a fourth interpretation, Marsha? Their assets amount to $60-70 million».
“Too specific: either you are in the tens, or in the hundreds. No way between”.
“And that’s exactly their problem, I understand: very rich, but not enough to be able to afford a private plane. That is, how to be rich while feeling so poor...»
«Don’t be always so abrasive, Mauro. Let’s go on with the lesson. It’s not enough to say ‘I live on East 65’ in order to appear prestigious. You have to specify the Avenue”.
“So, this is their third problem, besides being in the tens but not in the hundreds and feeling plane-deprived: their penthouse is on one of the twenty right Streets, but not at the corner of the two only Avenues which really count: Fifth and Park, right?”
“You learn fast. Lexington and Madison are just one inch below”.
“What about all the other Upper East Avenues? First, Second, Third...”
“The pits”, she smiles, ironic but ‘non troppo’, “you might as well live in Carnegie Hill then, or move to the wrong side of the Park. You know, my father told me he used to venture here in the West Side only when he embarked on a ship for Europe with his parents in the Fifties”.
“Yes, I know that for some of you Uppereastsiders the Park is still larger than the Atlantic. I also know your parents are not pleased their daughter’s boyfriend is Italian, that he is separated but not divorced - because they ignore our law - , he is past 40-years-old and doesn’t play with money in Wall Street... But the move you made to my flat in the Upper West has killed all their worries: if you accepted you live on this side, it must be great love.”
“Mauro, don’t you forget that you smell Italy. They adore Italy, like Tom Cruise. For them you mean Rome, Florence, Venice... Not to talk about the Villa d’Este and Cala di Volpe hotels, their favorites. By the way, are we gonna marry there, or on an Italian lake? Como or Bracciano?”
“I never understood your sophisticated Newyorkers’ fixation for these two Italian hotels, there are so many others as beautiful. But, going back to your parents, I know that you told them about you moving to my place only recently. You should thank the disappearance of home telephones for being able doing so. You didn’t have one in your pad, so you went on for months communicating with mom via cell, and with dad by e-mail, pretending we were not living together full time.”
“Mauro, they have invited us for Thanksgiving.”
“Cazzo [F... in Italian]. They’re not going to Florida?”
“Yes. We’re gonna travel there as well.”
“No way.”
“You are so rude, are you holding a grudge against them?”
“No, not at all.”
“So, why don’t you want to meet them?”
“I already know your mother much too well, you’re always on the phone with her. It’s like you never cut your umbilical cord, although your phone is cordless...”
“Oh, stop your sarcasm! I’m just in good terms with her right now, and I’m happy for that. So, now they know I’m living at your place, it would be nice if they saw your face.”
“Are you rhyming on purpose, or is it by chance? Anyway, they can meet me here in the city, no reason to go to Florida.”
“I’m going there with them in any case. All America families reunite for Thanksgiving, you know that.”
“Travel safe.”
“I hate you when you’re like this!”
“And I hate the turkey.”
“But there’ll be so much else to eat... You know Thanksgiving is more important than Christmas and Easter, in America.”
“Sorry Marsha, I am not going to waste vacation days to go to that gerontohome which is Florida.”
“It’s not like you think, there are so many young in Florida!”
“Yes, nurses and caddies.”
“Mister sarcastic, there’s at least one thing that makes it worth flying to Florida.”
“What?”
“JetBlue.”
“The planes?”
“Yes.”
“What’s so special?”
“The individual screens, you can choose among tens of movies and tons of cd’s!”
“Yes, but not for a turkey. Besides, you know I don’t like to go to places when everybody goes: I prefer traveling against the stream, to avoid crowds, delays and waits... Don’t you love to see queues on the opposite lane?”
“Nobody will be in New York on Thanksgiving, you’ll be alone and miserable.”
“I’ll have time to read, at last and at least. Excuse me with your parents, tell them I have to work, because for us Italians the last Thusday in November is a day like any other. No holiday, Rizzoli remains open.”

Mauro Suttora

Capodanno 2007 a New York

da New York, per BG24 CENTO

Cosa c’è di interessante e nuovo da vedere a New York in questo inizio 2007?
Molto, e parecchio riguarda l’Italia. Al Guggenheim (1071 Fifth Avenue, angolo 89esima Strada) fino al 21 gennaio è in mostra Lucio Fontana. Piccolo consiglio per chi visita il celebre edificio di Frank Lloyd Wright: prendete l’ascensore e scendete la spirale dall’alto, invece di faticare salendo a piedi. Giù per la Quinta Avenue, al numero 1048 (dopo tre isolati e prima di arrivare al Metropolitan Museum) fermatevi nel Café Sabarsky, al piano terra della Neue Galerie (chiuso il martedì): un angolo di Vienna per riscaldarvi nel freddo inverno newyorkese.

Fino al 7 gennaio, sempre sulla Quinta Avenue, quel gioiello semisconosciuto che è la Frick Collection (angolo 70esima Strada) offre 59 preziosi disegni del figlio di Tiepolo, mentre la ‘Flagellazione del Cristo’ di Cimabue (che fa parte della raccolta permanente dal 1950) viene affiancata per la prima volta al suo gemello separato, la ‘Vergine col Bambino’ proveniente dalla National Gallery di Londra. Sostare anche solo per un attimo nella quiete del giardino interno del palazzo neoclassico Frick, in mezzo al traffico di Manhattan, è un’esperienza unica.

Arrivati alla fine di Central Park, purtroppo non si può entrare nel mitico albergo Plaza, chiuso fino al 2007 per restauri. Ma proprio di fronte, sotto al bianco e altissimo grattacielo GM (General Motors), c’è uno dei più bei negozi di giocattoli del mondo: Fao Schwartz. E al numero 31 della 57esima Strada West è d’obbligo una sosta nei tre piani della libreria Rizzoli (qui s’incontrarono Robert De Niro e Meryl Streep all’inizio del film ‘Innamorarsi’). Di fronte a Rizzoli da un anno è aperto il secondo Nobu di Manhattan: la prima sede del ristorante giapponese è a Tribeca. Poco più in là, sulla 53esima, c’è il MoMA (Museum of Modern Art): il più costoso della città, venti dollari, ma ora c’è una bella mostra per il centenario della nascita di Roberto Rossellini, oltre a quelle su Manet e Paul Klee.

Siamo in zona pericolosa (per i nostri portafogli), perché l’incrocio fra la Quinta Avenue e la 57esima Strada offre ai suoi quattro angoli Tiffany, Bulgari, Luis Vuitton e Van Cleef. Poco più in là, i negozi Ferragamo, Bottega Veneta, Pucci, Prada. Per il bene delle carte di credito, meglio avviarsi verso Columbus Circle, all’altro angolo sud di Central Park, dove svettano le due nuove Torri gemelle di New York: quelle del centro commerciale Time Warner (il più grande di Manhattan). Dovete assolutamente scendere al piano sotterraneo, nell’immenso supermercato Whole Foods (per gli amanti del genere, spingersi da Fairway a Broadway e 74esima). Qui si capisce perché l’America è ancora considerata la ‘terra dell’abbondanza’.
Visitate gli studi della Cnn, e per godere di un panorama mozzafiato (gratis) salite nel bar della reception dell’hotel Mandarin, al 30° piano. Per un aperitivo, invece, è sufficiente lo Stone Rose al terzo piano, del marito di Cindy Crawford: sempre pieno di belle ragazze (e ragazzi) dalle 18 alle 20. Evitate invece i ristoranti del centro Time Warner (Per Se, Grey): pretenziosi e costosi.

E qui entriamo nel passatempo preferito dei newyorkesi: i ristoranti (le donne di Manhattan odiano cucinare, avete mai visto una di ‘Sex and the City’ ai fornelli?). Da qualche mese ha riaperto Le Cirque di Sirio Maccioni, cucina francese nel Bloomberg building su Lexington Avenue, accanto ai grandi magazzini Bloomingdale, all’angolo con la 59esima Strada. Ma il re dei ristoranti italiani a New York resta Arrigo Cipriani, col suo Downtown a West Broadway, centro di dolce vita con attori e modelle.
Cipriani gestisce anche la Rainbow Room in cima al Rockefeller Center. Nella zona del South Street Seaport ha appena aperto il ristorante Acqua (21 Peck Slip, angolo Water Street, proprio di fronte al ponte di Brooklyn). Come in tutti i ristoranti, anche qui conviene prenotare: tel 212-349-4433. Benvenuti nella Capitale del mondo, buon viaggio e buon appetito.

Mauro Suttora

Intervista a Ignazio Marino

Scandalo sanità: ospedali nuovi e commissariare il sud

Oggi, 17 gennaio 2007

Radere al suolo l’Umberto I di Roma. E tutti i policlinici d’Italia». La proposta-choc non è di un terrorista o di un estremista, ma di uno dei senatori più tranquilli della Repubblica: il professor Ignazio Marino, 51 anni, re dei trapianti, vent’anni di esperienza fra Inghilterra (Cambridge) e Stati Uniti, datosi alla politica da dieci mesi e oggi presidente (diessino, ma cattolico) della commissione Sanità del Senato.

Quando arrivo nel suo ufficio, al piano terra di palazzo Madama, il professore sta finendo di visitare un paziente in una piccola stanza accanto. Ha infatti chiesto e ottenuto dai dirigenti del Senato il permesso di poter continuare part-time la sua attività professionale dentro al Palazzo. Silvio Berlusconi spesso accusa i politici di non aver mai lavorato, di non conoscere un mestiere. Il professor Marino rappresenta il contrario di questa immagine.

La sua ricetta da Attila arriva in risposta allo scandalo-sanità, dopo la scoperta (dell’Espresso e di Striscia la notizia) che nei fatiscenti corridoi sotterranei del policlinico romano i malati in barella vengono trasportati fra sacchi di spazzatura, tubi che perdono e pozzanghere. Ultima denuncia raccapricciante: c’è rischio che ai cadaveri vengano rubate le cornee, e allora bisogna farli scortare dai poliziotti.

«Non sto scherzando, certi ospedali sono da ricostruire da zero», ribadisce Marino. «Dobbiamo pensare alla medicina come a un contenuto, e agli ospedali come contenitori. La scienza è in continuo progresso: oggi siamo in grado di curare, e spesso guarire, malattie per le quali fino agli anni Settanta, cioè appena trent’anni fa, potevamo soltanto allargare le braccia dicendo che non c’è nulla da fare. Un esempio: gli infarti. Nel ’75 le vittime di ostruzioni coronariche venivano trasportate al pronto soccorso e messe sotto osservazione nel letto di un’unità coronarica. Si somministravano dei farmaci, e nella migliore delle ipotesi si seguiva la funzione del cuore con un monitor.
«Oggi in molti nostri ospedali ci sono centri di eccellenza in cui il paziente viene avviato immediatamente alla struttura di emodinamica, dotata di attrezzature ad altissima tecnologia. Grazie a tubi minuscoli che vengono inseriti nei vasi sanguigni si ha subito su uno schermo il quadro della malattia. E nel giro di 120-180 minuti si può intervenire risolvendo il problema, senza aprire il torace.

«Ecco, se noi pensiamo che oggi in Italia abbiamo una sanità di questo tipo, in grado di vedere e curare in tempo reale la malattia, ci rendiamo conto che in appena trent’anni abbiamo fatto passi giganteschi. E quindi le strutture costruite anche solo cinquant’anni fa per contenere un altro tipo di medicina non sono più adeguate. Le strutture devono cambiare assieme agli straordinari progressi della scienza».

Buttiamo giù tutti gli ospedali, quindi?
«No. Solo quelli costruiti secondo una concezione della medicina ormai sorpassata. La prima pietra del policlinico di Roma fu posata più di cent’anni fa, nel 1888. Eleganti palazzine di colore giallo ocra separate da viali ombreggiati. Perfette, fatte apposta per ricoverati da tenere sotto osservazione durante periodi lunghissimi. Le discipline erano separate, e ognuna aveva il suo padiglione: chirurgia, internistica, tubercolosi... Oggi invece il medico curante può avere bisogno immediato di un esame radiologico, o di una risonanza magnetica, o di altri esami per cui serve l’inserzione di un catetere. Insomma, c’è la multidisciplinarietà, l’unione di più specializzazioni. Siamo concettualmente lontani anni-luce dall’idea di edifici separati. Poi, certo, possiamo costruire tunnel e percorsi protetti per spostare gli ammalati, ma ormai ci vogliono strutture monoblocco. La terapia intensiva deve stare accanto alle sale operatorie, mentre noi siamo fermi ancora ai tempi delle barelle da spingere in corridoio...»

Ma per distruggere e ricostruire ci vogliono tempo e soldi.
«Guardi, tutti abbiamo visto film sull’Aids o avuto conoscenti colpiti dall’epidemia. Che fino al ’95 era una malattia tremenda, gli ospedali avevano dovuto improvvisamente quadruplicare i reparti di malattie infettive. Non solo posti-letto: occorrevano bagni, stanzette dove il personale poteva vestirsi, mettersi camici e mascherine. Tutto questo venne fatto, e in tempi rapidi di fronte all’emergenza. Poi sono stati scoperti nuovi farmaci, e oggi l’aspettativa di vita di un malato di Aids è uguale alla mia e alla sua. Quelli che fino a una dozzina d’anni fa erano malati terminali oggi conducono una vita normale, lavorando in mezzo a noi. Non sono neppure riconoscibili. E tutti quei reparti ristrutturati ora non servono più. Sono cambiate le esigenze, ci vuole flessibilità. Riconvertendo le strutture ospedaliere si possono ricavare anche risorse finanziarie da reinvestire nella sanità, con la dismissione di gigantesche aree di pregio immobiliare».

In Tv abbiamo visto che l’ospedale americano di Cleveland, dov’è andato Berlusconi prima di Natale per il pacemaker, è dotato addirittura di un albergo atttiguo.
«A Filadelfia, dove ho diretto il centro trapianti, avevamo strutture residenziali sia per i trapiantati sia per i loro parenti. Dopo i trapianti infatti si sta bene, ma non così bene da poter rompere subito il cordone ombelicale dei controlli: ogni 3-4 giorni occorrono esami radiologici, esami del sangue. I posti-letto negli ospedali costano molto, sui 6-700 euro al giorno, quindi servono case-famiglia adiacenti per chi magari ha bisogno solo di un antibiotico in vena contro le infezioni due volte al giorno, o di una flebo ogni dodici ore. Così si dimininuiscono sia i costi, sia i disagi per i malati. Più in generale, per molte cure conviene mandare un’infermiera a casa invece di ricoverare in ospedale. Però l’assistenza a domicilio dev’essere introdotta prima di chiudere gli ospedali, altrimenti la gente protesta perché si sente abbandonata».

Dai controlli dei Nas effettuati negli ultimi giorni emerge il solito quadro sconfortante: bene al Nord, male al Sud. È stato un bene regionalizzare la sanità?
«Nei casi di maggiore gravità lo Stato deve avere il diritto-dovere di esercitare poteri sostitutivi rispetto a Regioni incapaci di garantire standard minimi di assistenza. Ogni anno in Italia un milione di persone sono costrette a spostarsi dalla propria regione per farsi curare bene. È una vergogna che deve finire. Non è possibile, per esempio, che un reparto di chirurgia pediatrica in Sicilia non si sia mai posto in trent’anni il problema di creare alloggi dotati di letto, cucina e doccia per le mamme dei bimbi operati».

In alcune regioni come il Lazio, oltre al danno di dover subire imposte addizionali per ripianare il deficit sanitario c’è la beffa di leggere che mogli di politici hanno comprato tramite prestanome ambulatori e cliniche private sovvenzionate con soldi pubblici.
«Anche questo è inaccettabile. Come si diceva nell’antica Roma, la moglie di Giulio Cesare dev’essere sempre al di sopra di ogni sospetto. Se io, da presidente della commissione Sanità, sto preparando una legge sulla commercializzazione dei farmaci, mia moglie non può diventare improvvisamente amministratore delegato di un’azienda farmaceutica... Insomma, per una sanità rinnovata e pulita bisogna evitare non solo i reati, ma anche i semplici sospetti e ogni situazione ambigua».

Mauro Suttora

Paura degli zingari?

LA ROMANIA ENTRA NELL'UNIONE EUROPEA

Oggi, 10 gennaio 2007

Centomila zingari stanno per invaderci? Il primo gennaio Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione Europea. Ventidue milioni di romeni e otto milioni di bulgari diventano automaticamente nostri concittadini, e come tutti gli europei possono attraversare liberamente la frontiera senza passaporto e controlli, con la semplice carta d’identità.

L’allarme è stato lanciato dalla Caritas: «Prepariamoci ad accogliere un’ondata di 60 mila arrivi, perché la situazione economica in Romania è veramente disastrosa».
Superiori le stime dell’Ismu (Istituto studi sulla multietnicità): secondo uno studio del professor Giancarlo Blangiardo dell’università di Milano gli arrivi toccherebbero i 105 mila all’anno, estrapolando i dati sulla disoccupazione romena e sul numero di giovani che stanno per entrare in età lavorativa.

Il problema non è la Romania in sé, ma il fatto che le ultime grandi ondate di arrivi di rom, dopo quelle dall’ex Jugoslavia negli anni Novanta, provengono soprattutto da quel Paese. E anche in questi giorni in tutta Italia divampano le proteste popolari contro la presenza dei loro campi nelle periferie delle grandi città. Ma c’è veramente di che preoccuparsi? Con l’abolizione delle frontiere, e quindi del filtro dei visti, d’ora in poi sarà impossibile frenare gli arrivi dalla Romania?

Distinguere rom e romeni

«Un equivoco nasce dal fatto che molti italiani confondono tutti i romeni con i rom, cioè i nomadi», ci dice Ramona Badescu, l’attrice romena arrivata in Italia nel 1990, all’indomani della rivoluzione che rovesciò il dittatore comunista Nicolae Ceausescu. «La parola “rom” in realtà non ha niente a che fare con la Romania, è semplicemente il termine con cui i gitani si sono sempre autodefiniti nella loro lingua, da quando sono arrivati nei Balcani dall’India un migliaio di anni fa. E oggi rappresentano soltanto il tre per cento della popolazione del mio Paese».

Fatto sta che il 72 per cento dei furti commessi da stranieri in Italia è addebitato a persone con passaporto romeno. E il 24 per cento delle rapine, e il 13 degli stupri. Le statistiche non fanno differenza fra zingari e altri. Comunque i romeni una fama di «cattivi» se la sono fatta. Tutta colpa di Dracula, signora Badescu? «Non si può mai generalizzare. In ogni popolazione ci sono buoni e cattivi, gli italiani in America non erano certo tutti mafiosi. E la stragrande maggioranza dei miei connazionali in Italia è gente onesta e laboriosa. Con un ottimo livello di istruzione, spesso non adeguato ai lavori che sono costretti a fare. Io stessa spero che ora, con l’entrata nella Ue, la mia laurea in economia venga convalidata anche in Italia».

Perché tanti romeni in Italia?

«Non creiamo inutili allarmismi», dice Gabriel Ionut Rusu, 32 anni, fino a un mese fa consigliere comunale «aggiunto» a Roma in rappresentanza dei residenti europei. «Noi romeni siamo 400 mila in Italia, la comunità straniera più numerosa, davanti ai marocchini, e in 17 mila abbiamo creato una ditta. Siamo venuti qui per lavorare, e in migliaia di cantieri, campi e fabbriche le nostre braccia sono una risorsa per l’economia italiana. Solo pochi violano le leggi».

In effetti, i duemila romeni nelle prigioni italiane sono dieci ogni cento stranieri incarcerati: una percentuale minore rispetto a quella degli incensurati sul totale degli immigrati (tre milioni). In particolare, negli ultimi anni c’è stato un boom per colf e badanti romene: quasi centomila, superate solo dalle 120 mila ucraine, il doppio di filippine e polacche.
«La somiglianza delle nostre lingue aiuta molto», ci dice Doina Ghiurcuta, 39 anni, che lavora a Milano, «e guadagnare mille euro al mese rispetto ai 250 della paga media in Romania è un’attrazione irresistibile per molti. Anche perché nelle città romene i prezzi non sono tanto più bassi di qui. Ora per lavorare non dovremo più perdere giorni con i rinnovi dei permessi di soggiorno. Forse l’aumento degli arrivi sarà causato dai ricongiungimenti familiari».

Braccia per l’agricoltura

C’è almeno una categoria contenta per l’apertura delle frontiere: gli imprenditori agricoli italiani, sempre alla spasmodica ricerca di manodopera a buon mercato: «L’ingresso di Romania e Bulgaria è un momento storico che ci offre grandi opportunità», dichiara entusiasta la Coldiretti. Ci sarà anche una rivoluzione per le quote di immigrazione di tutti gli extracomunitari: le altre nazionalità possono improvvisamente beneficiare dei 180 mila visti d’entrata attribuiti ai romeni nel 2006, e che ora verranno redistribuiti fra le altre nazionalità.

Non cambierà molto, invece, per le 18 mila aziende italiane che producono in Romania: gli stipendi lì cresceranno, ma a ritmi simili a quelli di altri Paesi dell’Est entrati nella Ue tre anni fa (Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca).
Il vero (ma salutare) choc potrebbe esserci da noi, per alcune professioni come idraulici e muratori che dovranno improvvisamente fronteggiare la concorrenza di artigiani romeni che si offriranno a prezzi più bassi. In Francia, per esempio, la figura dell’«idraulico polacco» che rovina il mercato ai locali è diventata proverbiale, attizzando la già forte ostilità gallica contro l’Unione Europea.

Come siamo attrezzati?

«Male. Anzi sul fronte della sicurezza stiamo andando indietro», denuncia Silverio Sabino, segretario del Sap (Sindacato autonomo di polizia) a Torino. «I tagli della finanziaria rischiano di farci alzare bandiera bianca di fronte a rapine in ville, furti di rame e sfruttamento della prostituzione, terreni privilegiati delle bande provenienti dalla Romania. A Torino su quattro campi nomadi uno è completamente occupato dai romeni, che sono quelli meno integrati con gli italiani».

«Intere zone a Quarto Oggiaro, Bonola e San Siro sono fuori controllo», rincara Giuseppe Calderone del Sap di Milano, «per entrarci le nostre volanti devono chiedere rinforzi». Così, ovunque si progettino nuovi campi nomadi scoppiano rivolte popolari, da Opera a via Triboniano. E anche nel resto d’Italia.
Eppure proprio di assistenza ci sarebbe bisogno: «Sono in arrivo decine di migliaia di zingari rom, gente ridotta alla fame», prevede Renata Paolucci, vicepresidente dell’Opera Nomadi. I Comuni già si preparano ad aumentare i fondi per dormitori e mense Caritas.

Dal primo gennaio nessun romeno è più clandestino. In Sicilia 14 donne hanno festeggiato la loro uscita dal Cpt (Centro di permanenza temporanea) di Ragusa, dove erano state trattenute perché prive di permesso di soggiorno. L’ingresso della Romania nella Ue ha sanato la loro posizione e le donne, colpite in dicembre da decreto di espulsione e in attesa di rimpatrio, sono tornate libere diventando «cittadine europee». Undici di loro lavoravano in Sicilia come badanti; le altre tre dovranno raggiungere località di altre regioni.

«No ai campi nomadi»

Più complicata la situazione per i rom (che sono solo una parte degli zingari, gli altri si chiamano sinti). L’Opera nomadi è contraria ai campi, che peraltro sono stati condannati dall’Europa perché provocano segregazione. «Bisogna smantellarli favorendo la costruzione di alloggi, anche con l’autocostruzione come stiamo facendo qui a Padova», spiega la professoressa Paolucci. «E per chi vuole restare nelle roulottes servono microaree attrezzate per famiglie allargate».

Il problema è che il numero dei nomadi (che chiamiamo così anche se ormai sono quasi tutti stanziali) è raddoppiato in Italia negli ultimi vent’anni: erano 70 mila prima del crollo del Muro di Berlino, oggi sono 140 mila. Con tutte le tensioni conseguenti. La Romania c’entra poco, i «figli del vento» sono sempre stati perseguitati. Ci danno fastidio, con i loro furti e i bambini costretti all’accattonaggio. Ma questa non è una novità.

Mauro Suttora