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Thursday, August 27, 2026

In morte di un genocida. Ratko Mladić lascia in Bosnia ferite mai rimarginate

È morto a 84 anni, in carcere all'Aja, il generale serbo-bosniaco che ordinò a Srebrenica nel luglio 1995 l'uccisione di 8mila prigionieri di guerra musulmani scheletriti, sterminati a freddo con colpi di pistola e mitraglia. Con Karadzić guidò i cecchini che per anni si divertirono a prendere di mira i civili croati e musulmani a Sarajevo.

di Mauro Suttora 

Huffingtonpost.it, 27 agosto 2026 

Non è mai una bella notizia quando un 84enne muore in carcere. Per gli over 80, e dopo qualche ictus, potrebbe esserci un briciolo di pietà. O forse no, nel caso del generale Ratko Mladić, il macellaio di Srebrenica, spentosi in un manicomio criminale dell'Aja. Ecco un vero genocida, in coppia con il presidente della Bosnia serba Radovan Karadzic, suo compare oggi 81enne anch'egli ergastolano, ma spostato dalla giustizia internazionale in un carcere britannico per scontare la pena.

Chi non ha seguito da vicino la tremenda guerra civile jugoslava negli anni '90 non può rendersi conto dei livelli di abominio in cui i due fecero precipitare un Paese apparentemente moderno nel cuore dell'Europa. Sarajevo, reduce dalle festose Olimpiadi invernali 1984, trasformata in un campo di tiro al piccione, dove i cecchini di Mladić si divertirono per anni a prendere di mira i civili croati e musulmani che andavano al mercato (con l'atroce sospetto che alla mattanza abbiano partecipato anche turisti della morte italiani, paganti per la caccia all'uomo invece che per quella, classica, all'orso in Slovenia).  

E poi Srebrenica, luglio 1995, con la strage peggiore dopo Hitler: 8mila prigionieri di guerra musulmani scheletriti, sterminati a freddo con colpi di pistola e mitraglia nel giro di pochi giorni. Perfino i nazisti, dopo qualche tentativo iniziale di eliminare gli ebrei in tal modo, uno ad uno, avevano trovato questa modalità troppo disumana e faticosa, optando per le più efficienti, rapide e industriali camere a gas con forni annessi.

Dopo l'orrore di Srebrenica bastarono pochi giorni di bombardamenti per costringere i serbi alla pace di Dayton. Il copione rischiò di ripetersi nel 1999 ai danni degli albanesi di Kosovo. E anche lì la follia omicida della Serbia di Slobodan Milosević fu domata solo dai bombardamenti Nato - questa volta senza il sì russo. 

Nel frattempo Mladic e Karadzic erano scappati, e soltanto dopo un decennio il Tribunale internazionale dell'Aja riuscì a scovarli nei loro nascondigli in Serbia. Milosevic si era già suicidato in carcere prima della condanna. La loro invece è arrivata tardissimo, dopo estenuanti processi: nel 2021 per Mladić, nel 2019 per Karadzić. 

Nel frattempo, un po' per bilanciare la giustizia internazionale, un po' per calmare i serbi tuttora aggressivamente vittimisti e permettere al Kosovo di entrare nella Ue, all'Aja è iniziato un altro processo: quello ad Hashim Thaci, capo dei guerriglieri e poi presidente kosovaro. Da quasi sei anni Thaci, che contrariamente a Mladić si è consegnato spontaneamente, langue nel carcere olandese, dimenticato da tutto il mondo tranne che dai compatrioti albanesi. Accusato di varie violenze, può anche darsi che ne venga giudicato colpevole. Ma è in ogni caso grottesco il tempo trascorso dagli eventi: immaginiamo un processo di Norimberga finito 27 anni dopo gli eventi, nel 1972. 

È questo il grande fallimento delle Corti penali internazionali. Che non sono riuscite neppure ad acquietare i conflitti in campo. La Bosnia infatti resta una polveriera divisa in tre, con fragili presidenze a turno e pulizie etniche iniziate da Mladic, fortunatamente non portate a termine, ma con ferite mai rimarginate. Ancora purulenta la piaga pure in Kosovo, dove periodicamente i serbi rimasti maggiorita nella zona di Mitrovica si ribellano alle angherie subìte dai kosovari albanesi, e viceversa.

Perché nelle guerre (Mladić a parte) ragioni e torti non stanno mai tutti da una parte sola. Basti ricordare la pulizia etnica - questa sì portata a termine - dei croati ai danni dei serbi nella Krajna di Knin. 

Se è permesso un ricordo personale, andai per il settimanale Europeo nella guerra jugoslava con Gianfranco Moroldo, leggendario fotografo di Oriana Fallaci. Per equanimità ci recammo prima in un villaggio serbo, e poi in quello prospiciente di cattolici croati, guidati da un bellicoso frate. Raccolte le versioni degli uni e degli altri, verso sera mentre ce ne andavamo finimmo con l'auto in mezzo a un loro improvviso fuoco incrociato. Scoprimmo a nostre spese che le ostilità iniziavano ogni pomeriggio dopo le 18, e soprattutto dopo abbondanti bevute. Una guerra etilica. "Mauro, non mi portare più in questi posti di pazzi", mi intimò Moroldo, che pure aveva visto tutti i peggiori conflitti del mondo, dal Biafra al Vietnam. 

Thursday, July 10, 2025

Srebrenica e Gaza

Evoluzione e tradimento del termine "genocidio"

di Mauro Suttora

Per qualificare la mattanza di trent’anni fa, si estese il concetto di genocidio coniato sull’eliminazione degli armeni e applicato a Norimberga. L’ulteriore slittamento per la strage dei palestinesi però non regge (l’autogol del diritto umanitario)

Huffington Post

10 luglio 2025

Fino all’11 luglio 1995 (strage di Srebrenica) per fare un genocidio ci volevano milioni di morti. O almeno qualche centinaio di migliaia. Quindi, in ordine cronologico: armeni, ucraini (Holomodor anni 30), ebrei, cambogiani, etiopi, ruandesi tutsi. Andando indietro, indiani degli Usa, maya, aztechi e incas: genocidi di successo, civiltà quasi sparite.

Tutti sappiamo che l'etimo di genocidio è “uccisione di una razza”. E che la parola fu coniata nel 1944 da un giurista ebreo polacco, Raphael Lemkin, per dire l’indicibile e applicarlo al processo di Norimberga.

Dopo Srebrenica, tuttavia, i giuristi in àmbito Onu hanno allargato il significato del neologismo. Per dirla in penalistese, hanno valorizzato l’elemento soggettivo del reato. Quindi ora non c’è più bisogno che un genocidio intacchi significativamente la consistenza numerica di un popolo, di una razza, di una religione: è sufficiente la “volontà” genocidiaria. 

Il generale Ratko Mladic e i presidenti Slobodan Milosevic (Serbia) e Radovan Karadzic (serbi di Bosnia) ammazzarono a sangue freddo 8mila prigionieri bosgnacchi (bosniaci musulmani). Ma se avessero potuto ne avrebbero uccisi molti di più, visto che il loro intento dichiarato era la pulizia etnica.

Esiste però un numero minimo per “integrare la fattispecie del reato” di genocidio? Perché poco prima di Srebrenica si verificarono altri massacri come quello di Tuzla, con decine di vittime. Ma, anche se tutte “concorrevano al medesimo disegno criminoso” (l’eliminazione dei bosniaci croati e islamici), il tribunale internazionale per la ex Jugoslavia non comminò l’ergastolo ai comandanti serbi responsabili.

Vale anche il ragionamento inverso: i numeri dei morti possono essere più alti (12mila le vittime dell’assedio serbo a Sarajevo), ma poiché furono centellinati in quattro anni (1992-96) non sono diventati il “nuovo genocidio” che invece debuttò a Srebrenica.

E oggi? È plausibile accusare Israele di genocidio per Gaza? A parte qualche frase dei gentiluomini Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir (12% alle elezioni del 2022 per la loro estrema destra) nessuno in Israele dichiara una volontà genocidiaria verso i palestinesi. 

Non lo dicono però lo fanno egualmente? I 56mila morti denunciati da Hamas in due anni sono meno dei 65mila civili italiani bombardati dagli alleati nel biennio 1943-45: vittime di guerre tremende, non di uno sterminio preordinato. E infatti non ci sono state accuse di genocidio per le mattanze di Aleppo e Mosul lo scorso decennio. Né risultano esecuzioni a freddo di prigionieri palestinesi da parte israeliana, come accadde a Srebrenica.

Il paradosso è che lo slittamento semantico del genocidio iniziato trent’anni fa in Bosnia fu il risultato dell’applicazione del diritto umanitario. Ovvero della volontà, da parte di benemeriti difensori dei diritti umani come Bernard Kouchner o Emma Bonino, di sancire un “diritto-dovere d’intervento” negli affari interni di un Paese da parte della comunità internazionale, nei casi estremi di patente violazione del diritto alla vita. Di qui l’istituzione del Tribunale penale internazionale.

Mai avrebbero pensato, l’allora ministro francese e la commissaria Ue, che la loro interpretazione estensiva del genocidio avrebbe un giorno armato la propaganda proPal di attiviste come Rula Jebreal o Francesca Albanese.

Thursday, October 06, 2022

Memento Putin. L'ex presidente del Kosovo è in carcere da due anni all'Aja



Hashim Thaci nel novembre 2020 diventò il primo capo di stato nella storia a trasferirsi direttamente dal suo palazzo presidenziale a una prigione olandese. All'inizio era sembrata una buona idea, non aveva calcolato due rischi

di Mauro Suttora 

HuffPost, 6 ottobre 2022  


Al numero 47 di Raamweg, all'Aja, una cella aspetta Vladimir Putin. Sta in un palazzo di mattoni rossi che d'estate si colora col verde dei rampicanti. È la sede del Tribunale che in questi mesi sta giudicando un collega dell'autocrate russo: Hashim Thaci, per vent'anni leader del Kosovo. Prima capo militare dell'Uck (Esercito di liberazione kosovaro), poi premier (2000-2014), ministro degli Esteri, infine presidente. Fino a quel maledetto (per lui) 5 novembre 2020, giorno in cui si consegnò al Tribunale dell'Aja: fu il primo capo di stato nella storia a trasferirsi direttamente dal suo palazzo presidenziale a un carcere in Olanda. 

All'inizio era sembrata una buona idea. Thaci, i suoi avvocati e compagni di partito pensavano che qualche settimana di prigione fosse un accettabile prezzo da pagare per far entrare il Kosovo nell'Unione europea. Da anni, infatti, le accuse di crimini di guerra contro il partito degli ex guerriglieri anti-serbi bloccano il processo di adesione alla Ue. 

Così perfino il partito di governo aveva accettato di mettere sotto processo Thaci e qualche altro proprio dirigente, per rispondere di nefandezze perpetrate contro la minoranza serba durante il conflitto che liberò il Kosovo nel 1999-2000. Pare che all'ombra di Ibrahim Rugova, il Gandhi kosovaro morto nel 2006, anche l'Uck si sia lasciato andare a vendette sanguinose. 

Questo gesto apparentemente autolesionista di Thaci e del Kosovo doveva anche servire a bilanciare il processo contro il presidente Slobodan Milosevic e gli altri gerarchi serbi, che si era concluso con la condanna per crimini di guerra di molti di loro (ergastolo a Karadzic e Mladic), e il suicidio di Milosevic nella sua cella dell'Aja nel 2006 in prossimità della sentenza. 

Thaci però non aveva calcolato due rischi: le lungaggini della giustizia internazionale (le prime accuse della procuratrice svizzera Carla Del Ponte su un sospetto traffico d'organi prelevati da prigionieri serbi risale al 2008) e il puntiglio dei magistrati dell'Aja. I quali da due anni gli negano gli arresti domiciliari, o perlomeno il trasferimento in una prigione kosovara, vicina a casa. 

Qualche mese fa Thaci, furibondo anche perché il processo è ancora in istruzione e chissà quando inizierà il dibattimento in aula, ha cambiato avvocato. Si è affidato a un pezzo grosso statunitense specializzato in diritto penale internazionale. Niente da fare: anche la sua ultima richiesta di domiciliari è stata respinta dall'inflessibile corte. Né aiuta che nel frattempo in Kosovo il partito di Thaci abbia perso le elezioni, e che premier ora sia il 47enne Albin Kurti del partito 'Autodeterminazione'.

Così un capo di stato europeo, fino a due anni fa riverito in tutte le capitali del continente, langue in una cella dell'Aja. 

In realtà il Tribunale internazionale per il Kosovo è solo uno dei ben quattro in funzione all'Aja. A poche centinaia di metri c'è quello ad hoc per la ex Jugoslavia, che ha cessato di giudicare ma si occupa ancora di esecuzione della pena per decine di condannati che la stanno scontando in vari Paesi europei (uno anche in Italia).

La terza corte è quella dell'Onu, ma nel suo famoso palazzo della Pace di Carnegieplein non si occupa di reati individuali: dirime soltanto controversie fra stati. 

C'è infine la Corte penale di giustizia nata con lo statuto di Roma del 1998, che attualmente sta processando soprattutto ex capi africani (Sudan, Centrafrica, Congo, Uganda), e da poche settimane investiga anche tre presunti criminali filorussi della guerra che Putin fece alla Georgia nell'agosto 2008. 

Putin si è guardato bene (come peraltro anche gli Usa) dal far aderire la Russia a questa Corte penale di giustizia. Quindi pure lui, come il filoccidentale Thaci e il filorusso Milosevic, dovrebbe essere giudicato da un tribunale ad hoc. Ma se per Mad Vlad le cose dovessero mettersi male, una prigione olandese forse risulterebbe l'opzione più desiderabile, rispetto alla tragica fine di un Nicolae Ceausescu, un Saddam Hussein o un Muammar Gheddafi.

Wednesday, June 23, 2021

Trent'anni dopo le guerre dell'ex Jugoslavia, Slovenia e Croazia litigano ancora

di Mauro Suttora

HuffPost, 23 giugno 2021

Trent'anni fa, il 25 giugno 1991, iniziò il decennio delle guerre in Jugoslavia. Slovenia e Croazia si dichiararono indipendenti, ma il presidente fasciocomunista della Serbia Slobodan Milosevic non accettò lo smembramento dell'ex dittatura di Tito, morto dieci anni prima.

Il conflitto con la Slovenia si risolse in dieci giorni con qualche decina di morti. La guerra serbo-croata invece durò quattro anni, coinvolse la Bosnia e fu sanguinosissima: quasi centomila morti.

Nel 1999, infine, l'appendice del Kosovo: per liberare la provincia albanese della Serbia evitando altri genocidi di civili come quello bosniaco di Srebrenica (settemila assassinati sotto gli occhi dell'Onu) dovette scendere in campo la Nato. Che è ancora lì, compreso il contingente italiano.

Oggi è inimmaginabile una guerra civile nel cuore dell'Europa. Slovenia e Croazia sono nella Ue, la frontiera con l'Italia non esiste più. 
Il problema è che anche trent'anni fa nessuno ipotizzava un ritorno alle armi. Anzi, il crollo del comunismo sembrava aprire un'era di pace per il nostro continente (che in effetti è tuttora in corso, a parte il buco nero jugoslavo).

Com'è potuta accadere, allora, una simile tragedia? I nostalgici del maresciallo Tito danno a lui il merito di aver mantenuto la pace per 35 anni fra cinque nazionalità, tre religioni e due alfabeti, seppure al prezzo della mancanza di libertà: "Morto lui, sono rinati gli antichi odi".

Gli storici non comunisti invece addossano proprio al regime titoista la responsabilità della seconda guerra civile jugoslava (la prima, assieme alla guerra di liberazione dai nazisti, costò un milione di morti nel 1941-45): "Gli odi etnici erano stati solo repressi dalla dittatura, ma più le pentole accumulano pressione, maggiore è lo scoppio finale".

In ogni caso, anche negli anni '90 avvennero crudeltà inimmaginabili. Quando andai in Jugoslavia per il settimanale Europeo con Gianfranco Moroldo, storico fotografo di Oriana Fallaci, scoprimmo che, come nei film di Kusturica, la guerra cominciava ogni giorno dopo le cinque del pomeriggio: quando i combattenti di entrambe le parti si ubriacavano. "Non farmi più tornare fra questi pazzi", mi disse Moroldo, "io ho visto guerre in tutto il mondo, dal Medio Oriente al Vietnam, ma questa è peggio. Non esiste un fronte definito. Di morire per un proiettile vagante non ho voglia".
Eravamo vicino a Knin, in Kraina, fra tigri di Arkan serbe cristiane ortodosse armate di cucchiai dai bordi affilati per cavare gli occhi ai nemici, e frati francescani croati cattolici che impugnavano il mitra.

E oggi? Il generale serbo Ratko Mladic, 78 anni, condannato come criminale di guerra per il massacro di Srebrenica, ha avuto l'ergastolo confermato in appello appena due settimane fa dal tribunale dell'Aia. Carcere a vita anche per il 76enne Radovan Karadzic, già presidente serbo della Bosnia, che sta per essere trasferito dall'Olanda in un carcere britannico.

Tutta la ex Jugoslavia adesso è lontanissima dalle follie omicide degli anni '90. L'Istria, rimasta indenne dal conflitto, è spartita fra Slovenia e Croazia. Ma scrivendo il libro 'Confini' (ed. Neri Pozza, 2021) ho scoperto che il loro confine marittimo nel vallone di Pirano, a pochi chilometri dall'Italia, è ancora contestato dagli opposti nazionalismi sloveno e croato. 
Lubiana reclama un corridoio di accesso alle acque internazionali, Zagabria non accetta la sentenza di arbitrato. Nel 2020 la corte europea ha dichiarato di non essere competente. 
Così continuano i sequestri di pescherecci da una parte e dall’altra. Per la gioia dei delfini, arrivati numerosi nel golfo di Trieste: sono attratti dall’abbondanza di pesce provocata dall’assenza di pescatori.
Mauro Suttora

Friday, August 01, 2008

Karadzic: parla Francesco Tullio

LA DIFESA SPREZZANTE DI KARADZIC LETTA DA UN COLLEGA PSICHIATRA

Il dottor Tullio ci spiega la strategia del "macellaio di Srebrenica". Il "patto" con Holbrooke e le ripercussioni americane

Il Foglio, 1 agosto 2008

Radovan Karadzic si è presentato davanti al Tribunale dell'Aia, sbarbato e ripulito, e ha deciso di difendersi orgogliosamente da solo dalle accuse di genocidio e crimini di guerra. Ha iniziato, durante l'udienza preliminare, sostenendo di avere un accordo con gli Stati Uniti che gli garantiva la libertà in cambio della sua uscita di scena. Un accordo siglato con Madeleine Albright, allora al dipartimento di stato, e con Richard Holbrooke, la mente degli accordi di pace di Dayton del 1995.

Il diplomatico americano ha seccamente smentito, aggiungendo di essere pronto ad andare a testimoniare all'Aia. Ma già nel pomeriggio di ieri alcuni analisti sottolineavano che la vicenda potrebbe diventare sensibile per la campagna elettorale statunitense: sia Albright sia Holbrooke infatti sono consulenti del candidato democratico Barack Obama, anche se non direttamente coinvolti nella campagna elettorale (fanno parte di quei 300 advisor che aiutano Obama a definire la sua strategia di politica estera, fra cui molti ex clintoniani).

Karadzic persegue un unico obiettivo: la destabilizzazione, per cui getta ombre sul suo arresto. considerato un successo dalla comunità internazionale.

“Nell’ex Jugoslavia oggi circolano altri diecimila assassini che hanno torturato e ucciso a sangue freddo, a Srebrenica e altrove. Ottima quindi la cattura di Radovan Karadzic, a meno che non se ne faccia il solito capro espiatorio, e liberatorio per tutti gli altri. Compresi noi occidentali che a Srebrenica non siamo intervenuti, e quindi siamo stati suoi complici passivi”.

Il dottor Francesco Tullio è uno psichiatra, ma impegnato da trent’anni sul fronte opposto a quello di Karadzic.
Parlando con il Foglio spiega quel che è successo e la psicologia di Karadzic, la sua difesa, il "patto col diavolo" denunciato per destabilizzare la comunità internazionale.
“Nel ’94 ero il responsabile medico della marcia di Sarajevo, 500 pacifisti italiani guidati dal vescovo di Molfetta Tonino Bello. Andammo dal generale serbo Velibor Veselinovic, che comandava gli assedianti. Quello promise di non spararci, e mantenne la parola”.

Così cominciò la carriera di peacekeeper del dottor Tullio: “Ganic, vicepresidente dei bosniaci musulmani assediati, ci mandò dai serbi per chiedere di riaprire i tubi dell’acqua. Quelli di Karadzic ci risposero: ‘Ok, ma per farlo abbiamo bisogno dell’elettricità, che invece hanno loro’. Tornammo da Ganic per proporre questo scambio. Ma non ci fu risposta”.

Tullio, militante pacifista, ha pubblicato studi studi per il Centro militare di studi strategici del ministero della Difesa italiano, è stato visiting professor all’università di Belgrado e ha collaborato con l’ufficio Onu della Farnesina. Il suo ultimo libro, ‘Il brivido della sicurezza - Psicopolitica del terrorismo’ (ed. Franco Angeli), è stato recensito un mese fa dall’Osservatore Romano. “Partendo dal conflitto dell’ex Jugoslavia ho descritto la relazione fra capo e massa nelle situazioni di polarizzazione bellica. E il rapporto fra crisi politico-economica, crisi psichica e attivazione distruttiva quando gli impulsi collettivi prevalgono sull razionalità”.

Niente di nuovo: la spirale perversa di Karadzic è simile a quella di Hitler ampiamente analizzata da Erich Fromm e tanti altri. Ma i ‘volenterosi esecutori’ del capo serbo sono ancora in Bosnia,e con gli estremisti delle altre fazioni rendono impossibile la partenza del contingente militare internazionale. Il generale genocida Ratko Mladic è latitante.

“La Serbia”, aggiunge Tullio, “è tuttora spaccata fra i nazionalisti e gli europeisti del presidente Tadic, che sperano di superare i revanscismi con l’entrata nell’Unione. Ma il complicato rapporto capo/massa rimane. I nazionalisti di Seselj cavalcano la tigre dei risentimenti esattamente come fece Karadzic, alimentando il circolo vizioso vittimismo-frustrazione-aggressività. Lo fanno tutti i politici del mondo, d’altronde. Ma in un contesto di crisi economica, come quello della Bosnia negli anni ’90, infiammare gli odi era un gioco da ragazzi. I serbi vedevano che l’intero ricco Occidente inondava di soldi Slovenia e Croazia, e siccome nessuno li ascoltava reagivano col fucile”.

Perché, i serbi avevano qualche ragione? “Non avevano ragione, ma noi occidentali dovevamo ascoltarli. Tutti i conflitti, anche i peggiori, si disinnescano con l’ascolto attivo. Altrimenti resta solo la violenza, che chiama altra violenza”.

Mauro Suttora