Friday, October 19, 2018

Il pensionato d'oro vince la causa

ECCO LA SENTENZA CHE IMPEDIRÀ IL TAGLIA-PENSIONI

di Mauro Suttora

Libero, 19 ottobre 2018




Pessima notizia per Gigi Di Maio e i demagoghi grillini: le pensioni d’oro non si possono tagliare. La sezione centrale d’appello della Corte dei Conti di Roma ha infatti dato ragione a Mario Cartasegna, 77 anni, di Perugia, che con 651mila euro annui guida la classifica dei superpensionati italiani, superato solo dal mitico Mauro Sentinelli, l’ex ingegnere Telecom che incassa 1,2 milioni. 
Cartasegna, a pari merito con Mauro Gambaro e Alberto De Petris, si accontenta di 50mila lordi per 13 mensilità (25mila netti al mese). Segue a ruota Vito Gamberale (ex capo Tim e Autostrade), 45mila.

L’avvocato Cartasegna fino al 2008 era un semplice dipendente pubblico, capo dell’ufficio legale al comune di Perugia. Quindi creò scalpore la rivelazione della sua pensione astronomica, da parte dell’anticasta Gian Antonio Stella sul Corsera nel 2015. Com’è potuto accadere? Semplice: oltre al suo stipendio fisso, l’avvocato percepiva anche parcelle sulle cause vinte, con relativi contributi. Che a fine carriera si sono accumulati in notevole somma. Altra gogna pubblica per Cartasegna quando Mario Giordano lo inserì nel suo libro ‘Vampiri’.

Nel 2016 l’Inps tenta di rimediare, stabilendo col comune di Perugia che gli onorari extra non potevano essere calcolati ai fini pensionistici, perché non erano fissi e continuativi. E decurta drasticamente la pensione: da 25mila a 5.300 mensili netti. Non solo: gli chiede pure 3,6 milioni per gli arretrati di otto anni.

A questo punto si va davanti alla Corte dei Conti. E nel dicembre 2017 la giudice di Perugia in primo grado dà ragione all’Inps: gli onorari non possono essere considerati ai fini del calcolo pensionistico. Ma l’altroieri la sentenza d’appello (e definitiva) ribalta tutto: sono scaduti i tempi per la revisione del ‘montante contributivo’ della pensione, che doveva essere effettuata entro tre anni.

«Inoltre i calcoli erano stati effettuati con criteri fissati dall'Inpdap d'intesa con l'Agenzia delle Entrate, che l'Inps, subentrata all’Inpdap, aveva seguitato ad applicare in base a una sentenza del Tar dell'Umbria del 1997», ci spiega l’avvocato Alarico Mariani Marini, difensore di Cartasegna e luminare del diritto amministrativo.

Così ora il secondo pensionato d’oro d’Italia potrà godersi tranquillamente i suoi 25mila euro mensili. Ed è probabile che ciò accada anche a tutti i suoi fortunati colleghi, dopo le due sentenze della Corte costituzionale (nel 2013 e 2015) che hanno ristabilito i diritti acquisiti, nonostante i tentativi del governo Monti e successivi di sforbiciare le pensioni.

I grillini stanno accumulando una figuraccia dopo l’altra. In agosto avevano presentato un disegno di legge che proclamava la mannaia oltre i 3.500 netti al mese. Ma è impossibile per molte pensioni (soprattutto quelle pubbliche ex Inpdap) calcolare i contributi versati. Quindi hanno ripiegato su un taglio in base all’età di pensionamento. Col risultato assurdo di salvare chi è andato in quiescenza a 65 anni magari con soli 20 anni di contributi, e invece di punire chi ne ha versati il doppio (40 anni) ma è andato in pensione (spesso obbligatoriamente) a 60 anni.

Accortisi dello sfondone, i grillini a settembre hanno alzato il limite a 4.500 mensili (90mila lordi annui), ma continuano a dire il falso: «Taglieremo solo chi non ha versato abbastanza contributi».

Adesso è tutto in alto mare. Non c’è accordo con i leghisti su un testo preciso. Così come per i vitalizi pregressi dei parlamentari (quelli attuali sono già stati aboliti da Monti nel 2011), le probabilità di una bocciatura in giudizio sono alte. Quindi pare che si ripieghi sul solito “contributo di solidarietà”, che però secondo i giudici costituzionali può essere solo temporaneo, ragionevole e giustificato da avvenimenti eccezionali.

Né i giudici costituzionali né quelli della Corte dei Conti sono “eletti dal popolo”. Ma Di Maio si convinca che in uno stato di diritto la legalità e il rispetto delle regole valgono anche per chi vince le elezioni.
Mauro Suttora



Saturday, September 22, 2018

Grillini e preservativi


I CINQUESTELLE SI OCCUPANO DI PRESERVATIVI

di Mauro Suttora

Libero, 22 settembre 2018

La democrazia diretta dei grillini? Funziona. Ma solo sui preservativi. In questi giorni tutti gli iscritti al Movimento 5 stelle (M5s) hanno ricevuto una mail dalla società Casaleggio & associati per dirimere una questione fondamentale: è giusto che i profilattici abbiano l’Iva al 22%, o sarebbe meglio ridurla al 10%?

Non stiamo scherzando. Il senatore grillino Gaspare Antonio Marinello, 63enne dottore all’ospedale di Sciacca (Agrigento), forse per sfuggire alla noia dei parlamentari peones, ha presentato una proposta di legge di due articoli per abbassare la tassa sui preservativi.

Nobili le sue motivazioni: «Sono  357 milioni le nuove infezioni sessuali ogni anno, di cui una su quattro su quattro rappresentate da: clamidia, gonorrea, sifilide e tricomoniasi. Un adolescente su venti presenta un’infezione batterica di questo tipo», scrive nella lunga relazione che è stata pubblicata dalla piattaforma Rousseau, massimo (e unico) organo decisionale del primo partito italiano.

Il senatore è preoccupato: «La distinzione tra contraccezione e prevenzione non è sempre chiara tra i giovani. Il 70% usa il profilattico come strumento di prevenzione, ma il 17% dichiara di ricorrere alla pillola anticoncezionale, collocandola erroneamente tra gli strumenti di prevenzione».

Quindi, più preservativi per tutti: «Nonostante siano considerati dispositivi medici, il prezzo in Italia continua ad essere molto elevato a causa, anche, dell’Iva applicata al 22%». Soluzione: aliquota agevolata al 10%.

Fra due mesi tutti i cittadini aderenti al M5s potranno democraticamente votare sulla proposta del senatore Marinello. Di nuovo sovrani sul proprio destino di consumatori di preservativi. E se il voto online avrà esito positivo, il prezioso disegno di legge verrà depositato in senato.

Sulla piattaforma Rousseau si è già acceso il dibattito: «Ma con tutti i mega problemi che ci sono, infinitamente più seri e importanti, ai preservativi ha pensato?! Non aggiungo altro…», scrive l’iscritto Andrea Ferruccio Chiarini.

Gli risponde Massimiliano Milazzo: «Il fatto che esistano problemi più gravi non significa che non debbano essere affrontati anche quelli più piccoli».

Obietta il tradizionalista Filippo Dalla: «Non credo che l'abbassamento dell'iva sui preservativi sia la via giusta per combattere le malattie sessualmente trasmissibili. Una buona formazione su una sessualità ordinata (non certo incentivando la promiscuità sessuale) e un cammino sull'affettività (più che sul sesso) potrebbero fare molto di più. Vi suggerisco inoltre di approfondire il discorso sui metodi naturali, che non costano nulla».

Più concreto Maurizio Barzi: «Sono contrario, non credo che diminuire in modo molto marginale il prezzo dei preservativi aiuti. Piuttosto, sarei per investire la stessa cifra, con le stesse coperture, in educazione sessuale. Non credo che le persone che oggi non comprano i preservativi perchè costano 10 euro li comprino perchè dopo costeranno 8».

Romano Racanella invita i senatori grillini a coordinarsi: «Facciamo una legge unica per Iva agevolata per prodotti per l’infanzia, preservativi, medicine, e poi parlatevi tra di voi: Pierpaolo Sileri propone la stessa cosa per prodotti per l’igiene intima femminile».

E mentre i senatori grillini si dilettano con gli assorbenti per le signore, i loro capi si guardano bene dal far votare la mitica «base» dei cittadini su argomenti più scottanti come Ilva, Tav o Tap: lì potrebbero avere sgradevoli sorprese.
Mauro Suttora




Wednesday, September 12, 2018

Travaglio: verità e sciocchezze

L'ottimo Travaglio nel suo editoriale di ieri (11 settembre 2018) sul Fatto mescola verità e sciocchezze.
Espresso e poi Repubblica da quando sono nati (63 anni fa) fanno politica. Sono giornali politici esattamente come il Fatto. 
Scalfari e Travaglio non sono neutrali, vorrebbero influenzare i politici (pd e grillini). Senza riuscirci.

De Benedetti oltre ai giornali (600 milioni di fatturato annuo) ha un'azienda di componentistica per auto (Sogefi, 1,5 miliardi) e gli ospizi Kos (0,5 miliardi).
Non capisco in che cosa interferiscano con i giornali queste attività senza rapporto col potere pubblico.
Al massimo sarà difficile che su Repubblica o Stampa si scriva che guadagnare sull'assistenza ai vecchi non è particolarmente morale.

Quanto agli altri giornali nazionali, il Sole è notoriamente di Confindustria, Messaggero e Gazzettino sono di Caltagirone, ma Travaglio non si è accorto che ora Messaggero appoggia la grillina Raggi.

Libero è leghista, quindi governativo. Idem la Verità di Belpietro (editore puro). 
Solo Il Giornale di Berlu picchia duro, ma anche sul Pd.
E il Foglio, che però vende solo 5mila copie, quindi di che hanno paura i grillini?

Per il resto, gli altri giornali nazionali hanno editori puri: Corsera (Cairo) e Carlino, Nazione e Giorno (Riffeser).

Quindi il problema non esiste. Infatti nessun Paese proibisce agli industriali di pubblicare giornali.

Un'altra sciocchezza scritta da Travaglio è che i tg Rai siano renziani. Solo il tg1 lo è stato un po', in passato. Ma il tg1 è sempre stato governativo. Infatti ora è sdraiato con i legrilli.

La verità è che Di Maio è nervoso come una zitella solo perché i giornali fanno il loro mestiere: criticare i governanti. 
Per questo si chiamano Quarto potere.

E lo statista di Pomigliano vorrebbe, come tutti i politici, metterci la mordacchia, con la sua ridicola velleità di "purificare" i giornali

Wednesday, April 18, 2018

Macron: inversione a U grillina

di Mauro Suttora


Libero, 18 aprile 2018


«Macron non fa altro che regalare tempo prezioso allo schieramento di plastica dei manichini serventi dell’euro, moneta impossibile».

Così Beppe Grillo soltanto 11 mesi fa stroncava la vittoria di Emmanuel Macron. Ora invece il presidente francese ai grillini piace: «Vuole il coinvolgimento dei cittadini nelle politiche dell’Unione europea, la sovranità digitale, la carbon tax. Dice che l’Italia deve riprendersi il ruolo che la nostra storia e importanza ci impongono. Siamo pronti a collaborare con lui».

Un altro forno in Europa? Agli eurodeputati 5 stelle è bastato ascoltare il primo discorso di Macron al Parlamento di Strasburgo per farsi ammaliare. E pazienza se pochi giorni fa il presidente francese era in prima linea nei bombardamenti sulla Siria. Così si sono precipitati a stilare un documento grondante simpatia: «Siamo pronti a discutere le sue proposte di riforma della Ue, punto per punto». Dimenticando che Macron vuole gli Stati Uniti d’Europa, bestia nera degli antieuropeisti, nel cui gruppo i grillini tuttora siedono.


L’inversione a U ha provocato una prevedibile valanga di commenti negativi sulla Rete da parte della base grillina: «È credibile uno che il giorno prima ordina l'attacco al "nemico" in modo unilaterale, senza preoccuparsi minimamente di quello che pensa l’Europa, e il giorno dopo va in Europarlamento a fare la morale sulla necessità di un’Europa unita e riformata?», scrive Daniele ‘Danyda’. «Sta prendendo in giro tutti, M5s incluso. Attenti alle false sirene». E Giorgio Pagano: «Ha bombardato la Siria dietro autocertificazione. Per produrre più disperazione e miseria e poi accollarla a Italia, Spagna e Grecia».


Per rimediare alla scivolata, qualche ora dopo il gruppo 5 stelle precisa: «Abbiamo letto alcune ricostruzioni fantasiose sul nostro rapporto con En Marche di Macron. La nostra linea è sempre la stessa: dialogo con tutti quelli che vogliono rilanciare il progetto dell’Unione. Abbiamo sempre lavorato in modo costruttivo con tutti. Il resto sono speculazioni».

Abbiamo chiesto un’interpretazione autentica a vari eurodeputati 5 stelle. Niente da fare. Il movimento della trasparenza nei momenti d’imbarazzo diventa omertoso. Nessuno osa commentare ufficialmente: manca un anno al voto europeo, si rischia la ricandidatura (e lo stipendio da 40mila euro mensili).


L’unica a parlare è Daniela Aiuto, autosospesa da un anno (altri tre eurodeputati hanno abbandonato il gruppo, ora sceso a 13 eletti): «Non ho visto entusiasmo per Macron da parte degli eurodeputati 5 stelle. Solo un’apertura cordiale verso chi si presenta per la prima volta. Anche perché il presidente francese ha attaccato genericamente tutti i populismi, senza un cenno agli errori da cui sono scaturiti. E ha condannato gli egoismi nazionalisti, ma poi neanche la sua Francia ricolloca i migranti».


E allora, visto che gli europarlamentari grillini non si sono scaldati troppo, chi ha deciso la clamorosa auto-offerta a Macron? Probabilmente si è ripetuto l’infortunio del gennaio 2017 quando, all’insaputa o nella contrarietà di quasi tutti gli eletti, la società Casaleggio decise di farli uscire dal gruppo degli antieuropeisti, passando ai liberali filo-Ue. Per poi essere rifiutati da questi ultimi.

«Quindi questa è solo la seconda puntata del cammino del M5s verso l’europeismo: vogliono mettersi con Macron e i Ciudadanos spagnoli», commenta con Libero Lorenzo Fontana, vicesegretario della Lega appena dimessosi da eurodeputato. 

Tuesday, March 27, 2018

Fico: i segreti dell'estremista convertito

CHI È VERAMENTE IL NUOVO PRESIDENTE GRILLINO DELLA CAMERA. DURO E PURO A PAROLE, DOPO L'INCORONAZIONE DI DI MAIO SI È ALLINEATO

di Mauro Suttora

Libero, 25 marzo 2018

«Foglia di fico». È il soprannome che Roberto Fico si è guadagnato in questi cinque anni da presidente della commissione di vigilanza Rai. Perché i grillini volevano smantellarla: «Vendere tutti i canali tranne uno», promettevano nel loro programma 2013. 
Tutto dimenticato dopo pochi mesi: «Prima ci vuole una legge sul conflitto d’interessi, per non favorire Mediaset», disse Fico, ormai appollaiato sulla sua poltrona. Campa cavallo. Unica differenza col passato: Fico ha rinunciato all’auto blu e all’indennità aggiuntiva (26mila euro annui).

Nato nel 1974 in una famiglia benestante (come tutti i grillini napoletani, da Di Maio a Carla Ruocco), Roberto dopo il classico si trasferisce a Trieste e si laurea in Scienze della comunicazione (tesi sulla canzone neo melodica napoletana). Sostiene di avere conseguito nel 2002 un master in ‘knowledge management’ del Politecnico di Milano, ma in realtà era un corso per 150 disoccupati campani e siciliani.

Fa l’Erasmus in Finlandia, poi comincia a lavorare alla Kuoni Gastaldi Tour di Genova per riprogettare la rete intranet. In seguito è all’ufficio stampa della Fedro, piccola società di formazione aziendale di Roma. Per un anno lavora al call center di Vodafone, e per due come redattore della casa editrice scolastica Esselibri Simone. Poi fa il capo del personale, degli eventi e della comunicazione nel Best Western di Napoli, albergo a quattro stelle.

Intanto, nel 2005, fonda il meet-up di Grillo a Napoli. Ma la sua carriera politica comincia con due disastri. Nel 2010 solo l’1,3% alle regionali in Campania, 5mila voti in tutta la regione come capolista. Ci riprova l’anno dopo alle comunali di Napoli, ma da candidato sindaco è di nuovo trombato: 1.200 preferenze, contro le 35mila di De Magistris. Con l’1,4%, il Movimento 5 stelle è sull’orlo della scomparsa.

Nel 2012 il vento gira: il grillino Pizzarotti diventa sindaco di Parma, il M5s tocca il 18% in Sicilia. Alle primarie per le politiche Fico prende 228 voti. Dopo di lui un ragazzo 26enne di Pomigliano: Luigi Di Maio, 189 voti. Non aumenteranno molto le preferenze alle ‘parlamentarie’ di questo febbraio: appena 315 per Fico, 490 per Di Maio.

Nel 2013 Fico fu accusato da alcuni attivisti di non potersi candidare a Napoli, perché risiedeva a San Felice Circeo (Latina). Cambiò in fretta e furia la residenza nei giorni in cui il regolamento grillino impose di essere residenti nella circoscrizione di candidatura. 

Un’altra controversia riguardò la sua fidanzata fotografa Yvonne De Rosa che, residente a Londra, vinse le primarie per l’Europa con 70 preferenze. «Parentopoli!», lo accusarono i puristi. Yvonne si ritirò, per non danneggiarlo.

Nel 2013 suscitò stupore il reddito zero dichiarato nell’ultimo anno prima di essere eletto: «Vivevo di rendita grazie ai risparmi messi da parte con i lavori del mio passato». Fico aveva aperto una ditta individuale di import tessuti dal Marocco. «Ma come tutte le start up, aveva bisogno di un po’ di tempo prima di partire e fare profitti. Per questo nel 2012 ho deciso di chiudere la partita Iva, e mi sono dedicato a tempo pieno alla politica».

Nel 2014 Roberto viene nominato da Casaleggio e Grillo nel direttorio che guida il M5s, con Di Maio, Di Battista, la Ruocco e Sibilia. Addio sogni libertari, di quando proclamava: «Credo in un movimento senza leader, trasparente, orizzontale. Mai più capi, mai più deleghe».

Alla fine 2015 incappa nel suo più grosso infortunio: nel grande comune di Quarto, 45mila abitanti vicino a Napoli, il consigliere grillino più votato è sospettato di essere un terminale della camorra. Ma lui e Di Maio espellono la sindaca 5 stelle Rosa Capuozzo che si era opposta alle sue richieste. Cacciano anche il tizio, ma solo dopo che risulta indagato dall’antimafia per voto di scambio e tentata estorsione.


Nel 2016 le disavventure della sindaca romana Raggi, con il carcere per il suo numero due Marra, si abbattono su Di Maio e fanno crollare il direttorio. Fico diventa il capo dei movimentisti. A settembre, nel festival annuale di Palermo, urla dal palco: «Il movimento deve tornare alle origini!». 
Ma ormai il figlio di Casaleggio appoggia Di Maio il moderato, e Roberto rischia l’espulsione. Poi china la testa. Ieri, il premio.
Mauro Suttora


Saturday, March 24, 2018

I grillini epurano un altro capolista

FRIULI-VENEZIA GIULIA: IL FAVORITO PER IL VOTO REGIONALE DEL 29 APRILE 2018 ELIMINATO CON UN CLIC. RIVOLTA NELLA BASE

di Mauro Suttora

Libero, 23 marzo 2018

Ci risiamo. Ancora una volta i capi grillini hanno eliminato senza motivo un loro candidato capolista, senza dare spiegazioni. 
Dopo i clamorosi casi di Marika Cassimatis l’anno scorso e di Patrizia Bedori nel 2016, che avevano vinto le primarie per sindaco a Genova e Milano, ora è la volta dell’avvocato triestino Fabrizio Luches, 44 anni, al quale è stato impedito con un clic di concorrere a governatore del Friuli-Venezia Giulia nelle regionali del 29 aprile, prima verifica elettorale dopo il 4 marzo.

«Da mesi sei dei principali Meetup regionali mi avevano proposto come candidato. Ma all’ultimo momento sono stato escluso dalle votazioni online senza una spiegazione. Ho scritto subito allo staff della Casaleggio a Milano, ma non mi hanno risposto», racconta Luches.

Dopo una settimana, verbalmente, gli hanno spiegato che non poteva concorrere perché non si era dimesso dalla segreteria del gruppo regionale del Movimento 5 Stelle.
«Ma è una scusa: quello era un requisito solo per le candidature a Roma, non in Regione. E poi io sono un funzionario della Regione, non un dipendente del gruppo». 

E adesso farà ricorso? 
«Sono un professionista, conosco il carico di lavoro dei tribunali. Non ritengo opportuno occupare un magistrato per decidere su questioni che potevano essere risolte con una semplice risposta via mail».

Quindi cosa farà? «Mi sono dimesso dal gruppo consiliare, dove ero stato chiamato da loro a lavorare tre anni fa, fruendo di una legge che assegna funzionari della Regione per assistere i gruppi consiliari. La mia dignità personale e professionale è un limite invalicabile».

La vita dei grillini friulani e triestini è sempre stata turbolenta. Già quattro anni fa ci furono le prime epurazioni: cacciati il deputato Walter Rizzetto di Pordenone (oggi rieletto con Fratelli d’Italia, l’unico ex parlarentare grillino ad avere mantenuto il seggio) e il senatore Lorenzo Battista di Trieste. Loro avversario, proconsole della società Casaleggio, era Stefano Patuanelli, ex consigliere comunale triestino, ora neoeletto senatore e già nominato vicepresidente del gruppo.

Si respira un’aria di famiglia fra i grillini locali. Un eurodeputato voleva candidare la moglie a sindaco di Trieste, e gli attivisti insorsero accusando di Parentopoli. Ora sono due mariti di consiglieri comunali triestini a scendere in campo per le regionali. Questa volta però tutti zitti. 
Non ci sono divergenze politiche fra i gruppi rivali, solo personalismi. Eliminato Luches, non ci sono state neppure le primarie. È rimasto un candidato unico, il ricercatore universitario Alessandro Fraleoni Morgera, 48 anni, ex iscritto ad Alleanza nazionale, imposto direttamente da Luigi Di Maio e Casaleggio junior.

Ma fra i grillini è la rivolta. Protestano in tanti: Matteo Muser, ex candidato sindaco a Tolmezzo (Udine), si è dimesso; Kascy Cimenti, primo dei votati alle regionali per l'alto Friuli ha rinunciato alla candidatura e ha abbandonato il movimento; Elisabetta Maccarini, vicepresidente del consiglio comunale di Monfalcone (Gorizia), dice: «Speravo in un errore informatico, Fraleoni non lo conosce nessuno». 
«Luches invece è un attivista di lunga data, conosciuto dai territori, dagli attivisti, dai portavoce e da moltissimi cittadini del Friuli Venezia Giulia, persona incredibilmente preparata e competente. Sono estremamente imbarazzato», dice Muser.

Depennata dalla lista dei candidati pure una consigliera comunale udinese, Claudia Gallanda. A Udine anche Elena Porzio ha lasciato il movimento.

Insomma, un terremoto aggravato anche dal risultato scarso alle politiche in regione: appena il 24%. Il Meetup di Trieste aveva 850 iscritti, adesso gli attivisti sono solo 230. E alle primarie i candidati più votati hanno avuto al massimo un centinaio di preferenze: niente, in una regione con oltre un milione di abitanti.

Commenta amaro con Libero Luches, che ha una vasta esperienza su urbanistica, ambiente, diritto amministrativo e fisco degli Enti locali, e che proprio per questo era stato cercato dai grillini: «Forse ho pagato un eccesso di competenza, in un’organizzazione che predica una linea di trasparenza e poi nei fatti ne porta avanti un’altra, diametralmente opposta».
Mauro Suttora


Friday, March 23, 2018

Chi comanda veramente nei 5 stelle

IL FIGLIO DI CASALEGGIO VANEGGIA SUL WASHINGTON POST, E ORGANIZZA UN GALA ESCLUSIVO SUL ROOFTOP DI UN HOTEL A ROMA, CON VISTA SU SAN PIETRO

di Mauro Suttora

Libero, 21 marzo 2018

«I partiti sono vecchi e moribondi. La politica ha modelli organizzativi obsoleti e diseconomici. La democrazia rappresentativa sta perdendo significato. Quella diretta, resa possibile da internet, dà una nuova centralità ai cittadini e destrutturerà le attuali organizzazioni politiche e sociali».

Altro che ammorbidimento dei grillini. Davide Casaleggio, sulle orme del padre, conferma tutta la carica eversiva del Movimento 5 stelle, e pubblica sul Washington Post un articolo dai toni trionfali e incendiari.

L’unica speranza sono i pentastellati: «Di Maio ha detto: “Non si può fermare il vento con le mani”. Il nostro è un vento inarrestabile che continua a crescere, perché appartiene al futuro».

Passando dalla poesia alla concretezza: «Con il 33% abbiamo raggiunto un successo storico nelle democrazie occidentali. Abbiamo avuto 11 milioni di voti, al costo di 8 centesimi l’uno. Una cifra coperta da micro-donazioni di 19mila cittadini che hanno dato 865mila euro, coprendo tutti i costi della nostra campagna elettorale. Ai partiti tradizionali invece ogni voto è costato fino a cento volte di più: il partito +Europa, per esempio [quello di Emma Bonino, ndr] ha un costo stimato di 7 euro a voto».

Casaleggio jr riprende i toni millenaristici e definitivi del padre: «Sulla nostra piattaforma Rousseau tutti i cittadini possono proporre e votare le leggi online. E non ci fermeremo qui. Già adesso scegliamo i nostri parlamentari sulla Rete, e non nelle stanze piene di fumo dei vecchi partiti. Ma puntiamo a un milione di iscritti. Applicheremo una certificazione decentralizzata su ogni votazione online. E fonderemo la Rousseau Open Academy per selezionare candidati di altissima qualità».

Sogni? Vaneggiamenti? Sicuramente il figlio di Casaleggio con questo articolo-programma pubblicato grazie al World Post del Berggruen Institute (finanziato da Nicolas Berggruen, uno speculatore Usa eccentrico tipo Soros) dimostra ancora una volta di non essere un «semplice attivista» di «supporto tecnico», come si autodefinisce con finta modestia.

E la conferma c’è stata l’altra sera, quando i parlamentari grillini hanno fatto a gara per essere invitati al gala romano della sua fondazione privata, ospitato sul rooftop dell’hotel Atlantic, con splendida vista su San Pietro.

I fortunati invitati (pagando 300 euro di iscrizione e 60 la cena) sono quelli che contano. Chi non c’era, non conta niente. «Formichine», direbbe Casaleggio junior. 

La nomenklatura grillina è fatta a strati. Iscriversi al Movimento non costa nulla, quindi vale nulla. Il cuore del potere vero sta nelle fondazioni Casaleggio e Rousseau. E lì non si può essere eletti, ma solo scelti, in barba a ogni democrazia diretta o indiretta.

«Nessun conflitto d’interesse: questa è un’iniziativa culturale», ha assicurato Davide, annunciando per il 7 aprile la seconda puntata del meeting di Ivrea in memoria del padre, inaugurato l’anno scorso. 

Fra gli invitati al gala c’era Alberto Bonisoli, direttore della Naba (Nuova accademia di belle arti) di Milano. Trombato al voto del 4 marzo, a causa dello scarso risultato ottenuto dal M5s in città (17%), ma già nominato ministro della Cultura nel futuribile governo grillino. 
E fra i non politici spiccava il presenzialista Arturo Artom, assiduo dei salotti della Milano bene.

Intanto, la sindaca 5 stelle di Roma Virginia Raggi annuncia un grande risultato: dopo due anni è riuscita ad abbassare la tassa rifiuti. Dello 0,7%.
Mauro Suttora


Tuesday, March 20, 2018

Silenziati i parlamentari grillini

DI MAIO METTE IL VETO SU ROMANI, MA SI RIPRENDE IL SENATORE CHE PAGA 7 EURO D'AFFITTO 

di Mauro Suttora

Libero, 20 marzo 2018

Primo giorno di scuola ieri per i 338 parlamentari grillini a Roma. Le Camere hanno aperto le registrazioni, e loro sono andati a farsi la foto ufficiale e ritirare i tesserini. Disciplinati come scolaretti, ubbidiscono all’ordine della Casaleggio srl: nessuna dichiarazione agli odiati giornalisti. Parlamentari che non parlano. E costretti a ingoiare anche le nomine preconfezionate dei loro dirigenti da parte della ditta milanese.

Sono stati già decisi, infatti, i venti fortunati (fra presidenti, vicepresidenti, segretari e tesorieri) che comporranno i direttivi dei gruppi parlamentari. Prima ruotavano ogni tre mesi, in omaggio alla democrazia diretta. Ora rimarranno imbullonati alle loro poltrone per un anno e mezzo, non più eletti dalla base ma nominati dall’alto dal cerchietto magico di Di Maio. 
Neanche il Pci stalinista era così verticista e antidemocratico, ai gruppi parlamentari lasciava una certa autonomia.
     
L’unico a violare l’obbligo del silenzio (esteso anche ai social) è il senatore Nicola Morra, rimasto capo dei movimentisti dopo la sottomissione a Di Maio di Roberto Fico e Paola Taverna. Con un tweet ha silurato la candidatura del leghista Roberto Calderoli a presidente del Senato: “Anche lui ha problemi con i 52 milioni di Belsito”. Morra dà voce ai tanti grillini, soprattutto meridionali, contrari alla luna di miele con la Lega. E non gli dispiace mettere un bastone fra le ruote dei dimaiani.

Un altro a cui l’onnipotente Rocco Casalino, capo dell’ufficio stampa grillino, concede libertà di esprimersi è Fabio Massimo Castaldo. Ma il vicepresidente grillino dell’Europarlamento, nel tentativo di accreditarsi come forza responsabile ed europeista dopo gli attacchi di Macron e Merkel contro gli “estremisti” italiani, in realtà peggiora la situazione.

Castaldo infatti ribadisce di volere “superare il fiscal compact, archiviando la stagione dell’austerità”. 
Promette di sfasciare i conti: “Serve una spesa pubblica che generi posti di lavoro. Il debito è uno strumento, non il fine. Inutile appellarsi agli zero virgola”. 
Sui migranti, “la riforma del regolamento di Dublino deve includere anche quelli economici”.

E la Russia? 
“Le sanzioni non hanno ottenuto alcun risultato. È una potenza globale da cui dipende la nostra sicurezza energetica”. 
E pazienza se avvelena dissidenti a Londra: “L’unica via è il dialogo con Putin”.

Ma la spallata più grossa al Di Maio in versione democristiana arriva da Beppe Grillo. Il fondatore del movimento lo avverte: “No agli inciuci. Dobbiamo rovesciare gli schemi, cambiare il modo di pensare. Non assisterete a una mutazione genetica del movimento. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa, a patto che si affermino le nostre idee. L’Europa è indifendibile, ormai l’epicentro di tutto sono Russia e Cina. Io non mollo, terrò gli occhi aperti su tutto. Anche su di noi. Governare non è dividere le poltrone”.

Dopo aver letto questa intervista incendiaria a Di Maio ieri mattina si è guastato l’umore. Poi si è ripreso, ed è andato a palazzo Madama per cercare di galvanizzare i suoi neosenatori: “Noi abbiamo il sorriso stampato sulla faccia, e con quello li facciamo impazzire tutti. Sono gli altri che si agitano”.

Dopo la girandola di deludenti telefonate di domenica agli altri leader, cerca di autoconvincersi: “Per il governo, credo che abbiamo ottime possibilità. Sono molto fiducioso, perché una forza politica delle nostre dimensioni è difficile metterla nell’angolo”.

Per ora, dall’angolo è stato lui a tirar fuori Emanuele Dessì, il corpulento senatore laziale cacciato dal M5s dopo aver scoperto che paga 7 euro al mese di affitto e che era amico del clan Spada: riammesso nel movimento. Così come le furbette del bonifico, la romagnola Giulia Sarti e la pugliese Barbara Lezzi. Nessuna pietà invece per Paolo Romani, il forzista candidato presidente del Senato: crocefisso per il telefonino imprestato alla figlia.

Mauro Suttora


Monday, March 19, 2018

Di Maio nel Nord che non lo ama

IL CAPO GRILLINO VA A COMO, DOVE HA RACCOLTO SOLTANTO IL 19%

di Mauro Suttora

Libero, 18 marzo 2018

La provincia di Como è stata avara con i grillini, appena il 19% dei voti il 4 marzo. Ma ieri Luigi Di Maio è tornato a Carugo, in Brianza, a trovare l’artigiano marmista Giuseppe Caggiano, fondatore di un’associazione antitasse che lo aveva ospitato in campagna elettorale, e lì ha magicamente moltiplicato la propria forza: «Abbiamo il 36% dei deputati, quindi rivendichiamo la presidenza della Camera».
In realtà il M5s ha preso il 32% dei voti, e anche calcolando la percentuale in seggi si arriva al 35% (222 eletti su 630, escludendo impresentabili, massoni e truffatori del bonifico, già espulsi in pectore).

Ma la matematica traballante non è mai stata un problema per lo statista di Pomigliano. Quindi ora, forte dei sondaggi che approvano un eventuale governo M5s-Lega (favorevoli il 43-46% dei grillini, il doppio di quelli che preferirebbero un’alleanza col Pd), cerca di piazzarsi al centro dei giochi e annuncia magnanimo: «Telefonerò ai principali esponenti dei futuri gruppi parlamentari: Salvini, Brunetta, Meloni, Martina e Grasso. A ognuno di loro dirò che noi vogliamo coinvolgere tutti in questa fase di individuazione delle figure che presiederanno le Camere, naturalmente riconoscendo il peso specifico di ogni vincitore».

Bontà sua. E aggiunge l’ovvio: «Non accetteremo candidati condannati o indagati». Come se gli altri partiti smaniassero dalla voglia di imporre loschi figuri. Ma effettuando così un’ulteriore inversione a u rispetto all’ultimo garantismo appiccicaticcio grillino, che ora deve assolvere i numerosi indagati presenti anche nelle proprie fila.

Infine, il capo pentastellato se la piglia con i vitalizi: «I nuovi uffici di presidenza dovranno abolirli». Peccato che siano già stati cancellati dal governo Monti sei anni fa. Quanto a quelli pregressi, difficile che i tribunali cancellino i diritti acquisiti. E pericoloso per le pensioni di tutti noi.

Insomma, un Di Maio in perenne campagna elettorale ancora mezzo mese dopo il voto, che fa propaganda e gira come una trottola per l’Italia. In mattina si era fatto vedere al Cosmoprof alla Fiera di Bologna, assieme al ras grillino locale Max Bugani.
È l’unico abilitato a parlare, fra le centinaia di parlamentari grillini cui è stata imposta la mordacchia dal figlio di Casaleggio e dal capo della comunicazione Rocco Casalino (che, si scopre ora, si è inventato un master negli Usa).

Così il dibattito si sfoga nei gruppi privati di facebook, dove la fa da padrone la rivelazione di Vittorio Sgarbi: «Mi dicono che Di Maio sia fidanzato con Vincenzo Spadafora, suo collaboratore fatto eleggere senatore in Campania».
Ovviamente tutti precisano che i gusti sessuali dell’aspirante premier grillino sono irrilevanti. «Però sarebbe buffo che per negarli Gigi si circondasse di finte o vere fidanzate», commenta perfida Marika Cassimatis, vincitrice delle primarie a sindaco di Genova poi espulsa dal movimento.

Un altro espulso, Fabio Fucci sindaco di Pomezia (città laziale di 65mila abitanti, grillina da 5 anni), lodatissimo fino a pochi mesi fa come amministratore modello, è stato fatto cadere dai suoi compagni di partito. Non sopportano che, sulle orme di Federico Pizzarotti a Parma (rieletto trionfalmente), voglia ricandidarsi. «Viola la regola dei due mandati», strillano. La stessa regola che centinaia di parlamentari grillini neoeletti si apprestano a violare in caso di ritorno alle urne.

Intanto, nel totonomine per la presidenza della Camera, salgono le quotazioni del 5 stelle ex berlusconiano Emilio Carelli, che sarebbe andato a chiedere una sponsorizzazione personale perfino a Gianni Letta, eminenza grigia dell’ex odiato Cavaliere.

Mauro Suttora


Monday, February 05, 2018

Scherzi grillini: finti economisti, conti svizzeri, escort gay

AL CIRCO DELLE PRIMARIE M5S VINCE IL FINTO ECONOMISTA SUDAFRICANO, MENTRE I PIÙ VOTATI VENGONO CACCIATI CON METODI DA STASI: A MILANO ACCUSE DI CONTI IN SVIZZERA, A TORINO OMOFOBIA.
GARANTITI SOLO I FEDELI A DI MAIO, DA CASORIA (NAPOLI) A IMOLA.
PER ESSERE ELETTI BASTANO 57 VOTI

di Mauro Suttora

Libero, 5 febbraio 2018

Il vero motivo per cui i grillini hanno nascosto imbarazzati per mezzo mese i risultati delle loro primarie è finalmente emerso: pochissime preferenze.

Il loro metodo assurdo, per cui chiunque poteva candidarsi se vergine politicamente e penalmente, ha fatto disperdere i voti su 10mila arrivisti, più che attivisti.

Quindi, ancora una volta, alla lotteria per conquistare il superbo stipendio da parlamentare (12mila mensili, al netto delle truffaldine "restituzioni" di circa 2000 euro, con rendiconti farlocchi senza ricevute - semplici autodichiarazioni sulla fiducia) è bastato racimolare poche centinaia di voti di amici, parenti e clienti.

A volte poche decine, come la capolista milanese al Senato Simona Nocerino: soltanto 57 aficionados. 

Particolarmente bruciante per Luigi Di Maio il confronto con Paola Taverna e Carla Ruocco, esponenti della corrente movimentista a lui avversa: 490 voti al 'capo politico', 2.136 e 1.600 alle regine dei 5 stelle.

Quest'anno, ad aggravare il fattore-deserto, si è aggiunta la fuga di Grillo. Per votare gli iscritti hanno dovuto spostarsi nel giro di pochi giorni dal vecchio blog al nuovo, dopo l'abbandono del comico terrorizzato dai processi e dalle richieste di risarcimento degli ex che gli grandinano addosso da tutta Italia.

Quindi buona parte dei simpatizzanti, annoiati o bloccati dalla lunghezza delle procedure, non ha votato.
In compenso, fra i candidati paracadutati dall'alto che non hanno dovuto sottoporsi alle primarie (oltre al portaborse mastelliano di Gigino, Vincenzo Spadafora, imposto a Casoria) spicca il caso di Lorenzo Fioramonti.

Di Maio lo spaccia per "grande economista", si è fatto accompagnare da lui a Londra per baciare la pantofola agli ex odiati "speculatori della finanza".
Peccato che l'ottimo Fioramonti non sia neanche laureato in economia. Giusto in Africa potevano dargli una cattedra.

Il genio anti-Pil risulta avere un dottorato di scienze politiche a Siena, dopodiché è emigrato prima in Germania, poi a Pretoria in Sudafrica.

Lì lo hanno assunto, e lui ha fondato un Centro studi dal nome altisonante ("Per l'innovazione della governance"), che però non ha neanche l'indirizzo web dell'università: il dominio internet, come ha appurato il giornalista Luigi Cangiano, presidente del movimento Stop Camorra, l'ha dovuto registrare Fioramonti stesso a proprio nome. E il suo libro 'Presi per il Pil' lo ha pubblicato un editore dal nome infelice: Asino d'oro.

Gli infortuni delle primarie sono innumerevoli. La più votata a Milano, Laura De Franceschi, attivista conosciutissima e rispettata della vecchia guardia, è stata epurata dopo che un delatore anonimo, suo nemico interno, ha riesumato un articolo vecchio di tre anni con il suo nome che appare nella famigerata "lista Falciani" di quelli che avevano un conto in Svizzera. Il suo ammonterebbe a 80mila dollari. Lei ha negato, ma intanto è stata depennata.

Ugualmente cacciato senza potersi difendere è stato il candidato maschio più votato a Torino. Con metodo da Stasi lo hanno accusato perché una sua foto apparirebbe in un sito di escort gay.

Il malcapitato, Marco Corfiati, non ha neppure ricevuto una comunicazione dal movimento. Gli hanno soltanto detto che avrebbe causato un "danno d'immagine".
"Ma davvero pensate che se fossi stato un escort gay non avrei ripulito la mia, di immagine, prima di candidarmi?", ha commentato lui, amaramente.

A Imola (Bologna) invece come capolista all'uninominale è stato catapultato dal vertice Claudio Frati, consigliere comunale dal 2013.
In teoria i posti all'uninominale erano riservati alle "eccellenze" esterne, ma alcuni fortunati li hanno ottenuti per non sottoporsi alle rischiose primarie (a Milano, per esempio, i movimentisti hanno trombato il casaleggiano Stefano Buffagni, considerato il Di Maio del nord).

Non si capisce però in che cosa eccella il simpatico Frati. Dichiara reddito quasi zero. Certo, non è l'unico, in un movimento con centinaia di nullatenenti e nullafacenti (come il candidato a Latina che paga solo 7 euro d'affitto, ora costretto a promettere di ritirarsi).

Pare che il maggior merito di Frati, sussurrano gli attivisti locali, sia la fedeltà al ras di Bologna Max Bugani.
Mauro Suttora




Monday, January 08, 2018

Eurodeputata grillina fa la guerra al suo ex

DANIELA AIUTO PRENDE 18 MILA EURO NETTI AL MESE FRA STIPENDIO E RIMBORSI, MA NON VUOLE DARE GLI ALIMENTI ALL'EX MARITO.
CHE COMINCIA A SPIFFERARE LE SPESE SEGRETE DEI GRILLINI. E LEI LO QUERELA

di Mauro Suttora

Libero, 7 gennaio 2018

Lui vorrebbe da lei 3.500 euro al mese come assegno di mantenimento. Lei non solo glieli rifiuta, pur guadagnandone 17.700 al mese, ma ora vuole farsene dare da lui 150mila, per diffamazione continuata e aggravata.

Fuochi d'artificio in arrivo il 15 gennaio al tribunale di Vasto (Chieti), quando verrà discussa la querela dell'eurodeputata grillina Daniela Aiuto al suo marito separato Maurizio Pozzolini.

Come nel caso di Mario Chiesa 15 anni fa, che diede il via a Tangentopoli, anche questa volta per scoprire le magagne interne dei partiti non c'è nulla di meglio delle liti fra ex.

"Mia moglie ha fatto uso improprio dei fondi dell'Europarlamento", accusa Pozzolini. Che queste cose le conosce bene, perché nei primi anni del mandato a Bruxelles sua moglie lo aveva imbarcato nell'affollata truppa 5 stelle approdata in Europa: 17 eletti nel giugno 2014, più decine fra portaborse e consulenti.

Una vera manna: ogni eurodeputato infatti non solo incassa quasi 18mila euro netti al mese fra stipendio, diaria e rimborsi vari, ma può contare su altri 21mila da distribuire ad amici e sodali politici, assunti come collaboratori.

Inoltre quel che fa impazzire di rabbia gli attivisti grillini è che i loro eurodeputati non rendicontano le spese come tutti gli altri eletti, e "restituiscono" solo mille euro mensili.

La bella Daniela non si è tirata indietro di fronte alla cuccagna.
Ha assunto ben sette portaborse, di cui quattro in Abruzzo per curare il collegio (mai come il grillino siciliano Ignazio Corrao, che aveva toccato quota 11).

Non ha assunto il marito, perché l'Europarlamento vieta di pagare parenti. Ma Pozzolini l'aveva seguita egualmente a Bruxelles, lavorando gratis per il gruppo grillino. E qui, da assistente, ha assistito agli sprechi e alle irregolarità nell'uso degli astronomici fondi da parte di alcuni 5 stelle.

Così, dopo la rottura un anno fa, si è vendicato spifferando tutto. E a marzo la povera Daniela è stata messa sotto inchiesta dall'Europarlamento per una presunta truffa su uno studio sul turismo pagato a un consulente, ma in realtà ampiamente copiato da wikipedia.
Da allora la Aiuto è sospesa dal Movimento 5 stelle.

Ma le sue disavventure sono continuate in questi mesi. L'ex ha infatti aperto un altro fronte: quello dei viaggi "allegri" a Strasburgo e Bruxelles finanziati con soldi pubblici.

Ogni eurodeputato può invitare fino a 110 suoi elettori all'anno per visitare le sedi dell'Europarlamento con aereo, hotel e pranzi pagati. Ma pare che in alcuni casi i conti presentati non collimassero con il numero dei presenti. Ed è arrivata la Guardia di Finanza.

Anche una cena nel paese di Monteodorisio (Chieti) era stata finanziata dalla Aiuto con fondi europei, ma secondo Pozzolini e Stefano Moretti, dell'Osservatorio antimafia abruzzese, il numero dei partecipanti è stato gonfiato.

Stesso discorso per rimborsi dell'auto della Aiuto, ottenuti anche per un periodo in cui l'auto risultava in riparazione in un'officina, o quando la guidava non lei, ma una sua portaborse.

Ci sarebbe poi la fattura di un ottico presentata dalla Aiuto per il rimborso (in barba ai proclami grillini di rifiutare i privilegi), ma intestata al padre.

In autunno la contesa si è inasprita. Pozzolini ha denunciato di essere stato aggredito e minacciato per strada a Vasto dal marito di un'assistente di sua moglie, mentre era in auto col figlio.
Quel che è peggio, tutte queste accuse alla ex le pubblica giornalmente sulla propria pagina facebook.

Ora Daniela Aiuto ha querelato lui e Moretti dell'Osservatorio antimafia (che ha denunciato anche il consigliere regionale grillino Pietro Smargiassi per essere stato assunto a chiamata diretta dal consorzio industriale vastese a guida forzista) e chiede la rimozione immediata dei post di accusa. Imputa all'ex marito perfino la propria mancata reintegrazione nel gruppo grillino.

I vastesi e abruzzesi, divertiti dalla telenovela coniugale, aspettano le prossime puntate.
Mauro Suttora