Wednesday, April 16, 2014

Berlusconi affidato in prova


PRATICAMENTE LIBERO

L'ex premier può continuare a fare politica con l'affidamento ai servizi sociali

di Mauro Suttora

Oggi, 9 aprile 2014

Andrà molto meglio a Silvio Berlusconi che a Calisto Tanzi, l'ex padrone della Parmalat che ha appena avuto confermata in Cassazione la condanna a 17 anni per il crac. Tanzi, 75 anni, sta scontando la pena agli arresti nell'ospedale di Parma. Berlusconi, invece, ai domiciliari non ci finirà.

«È un signore di 77 anni incensurato, non socialmente pericoloso, non delinquente abituale», spiega a Oggi l'avvocato milanese Caterina Malavenda, «quindi ha tutti i requisiti per ottenere l'affidamento in prova ai servizi sociali».
Anche perché la sua condanna a quattro anni per frode fiscale è scesa a un anno grazie all'indulto del 2006, e ci sarà uno sconto di altri 60-90 giorni alla fine. Insomma, all'inizio del 2015 Berlusconi sarà di nuovo un uomo libero.

Per questi 9-10 mesi il Tribunale di sorveglianza di Milano lo affida all'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) di via Numa Pompilio, vicino al carcere di San Vittore. Indirizzo ben conosciuto alle migliaia di detenuti (soprattutto tossicodipendenti) che riescono a uscire dal carcere, o a evitarlo del tutto, grazie all'affidamento.

Ma non vedremo Berlusconi lì in fila per il permesso di tenere comizi nella campagna elettorale per le europee del 25 maggio. «Lo scopo dell'affidamento è la "rieducazione"», dice l'avvocato Malavenda, «quindi certamente la pena sarà un po' afflittiva, ma "disegnata" sul soggetto. L'unico divieto irrinunciabile è quello di frequentare delinquenti abituali e tossicodipendenti. Per il resto, massima elasticità. Ogni regola può essere derogata a richiesta dell'interessato, anche oralmente».

È già successo con Fabrizio Corona. Il quale aveva dimostrato che il suo lavoro si svolgeva di notte, e quindi nel 2012 ottenne di tornare a casa quando voleva, invece che alle 21. Poi l'affidamento gli è stato revocato perché le condanne sommandosi hanno superato i tre anni, ed è tornato in carcere.

L'ex banchiere Gianpiero Fiorani ha lavorato nove mesi da volontario in una comunità di recupero prima di recuperare lui la libertà nell'agosto 2012. Ma non è detto che a Berlusconi si imponga un particolare «servizio sociale». Per l'affidamento, infatti, basta avere un domicilio e un lavoro. E certamente l'ex premier un lavoro ce l'ha: capo del secondo partito italiano. 

Quanto al domicilio, probabilmente dovrà scegliere fra Arcore (Monza) e Roma. «Ma, salvo il divieto d’espatrio che già ha da otto mesi», spiega l’avvocato Malavenda, «potrà andare in giro per l’Italia a fare attività politica, avvertendo preventivamente l’Uepe».

Proprio come Corona, che durante l’affidamento si guadagnava la vita nelle serate in discoteca per tutta la penisola. L’unica cosa che Berlusconi non potrà fare, è candidarsi: è stato condannato all’ineleggibilità a pubblici uffici per due anni. Può solo mettere il proprio nome nel simbolo del proprio partito, come ha fatto.

Il suo vero incubo è quello di finire come il suo ex sodale Lele Mora: vendere vestiti usati in una bancarella al mercatino di piazzale Cuoco a Milano per conto della comunità Exodus di don Antonio Mazzi. Ma l’ex agente dei divi, condannato a quattro anni per bancarotta, vive il proprio affidamento come una catarsi. L’ex premier, invece, ha già respinto al mittente l’invito di don Mazzi, che pure si dichiara suo ammiratore: «Mi ha umiliato dicendo che è pronto ad accogliermi per pulire i cessi». Curioso però che un esperto di comunicazione come Berlusconi non colga l’immesso valore propagandistico di una simile photo opportunity: il martirio porta voti.
   
Ogni trimestre il responsabile dell’affidamento dell’ex Cavaliere presso l’Uepe stilerà un rapportino sul comportamento del condannato, e lo consegnerà al Tribunale di sorveglianza. In teoria, se Berlusconi non osserverà scrupolosamente le regole (riassumibili in una: dire sempre dove va), il beneficio potrebbe essergli revocato. Ma a Palazzo di giustizia nessuno sembra voler forzare la situazione.
Mauro Suttora 

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Wednesday, April 09, 2014

Gwyneth Paltrow

IL "DIVORZIO CONSAPEVOLE" DA CHRIS MARTIN (COLDPLAY)

New York (Stati Uniti), 2 aprile 2014

di Mauro Suttora

Gwyneth Paltrow si separa, divorzia dal marito Chris Martin capo dei Coldplay? Ma no, non dobbiamo essere così banali. Lei non lascia. Si «disaccoppia consapevolmente»: lo ha annunciato in modo ufficiale nel suo sito Goop. Qualunque cosa questo voglia dire, capiamo che non si abbassa, come noi comuni mortali, a litigare. Forte della sua fede «new age» non butta vestiti fuori dalla finestra, non urla, non si rifugia nel bicchiere.

La regina dell’olistica, la diva più diafana di Hollywood, la più cool del cinema mondiale (superata in snobismo soltanto dalla regista  Sofia Coppola, figlia di Francis Ford) ci aveva già sorpreso sostenendo che le pietre le parlavano. E ora, sempre sotto il caldo sole di Los Angeles, ecco il «disaccoppiamento consapevole». Che non si riferisce, malpensanti noi, alla fine di una copula sessuale, ma a un «ulteriore stadio della vita di coppia».

Il guru: «Vita lunga, nozze brevi»

Tutto normale, insomma, tutto positivo. E qui arriva il suo santone, che sotto al messaggio nel blog di Gwyneth spiega l’arcano. Il dottor Habib Sadeghi, immigrato iraniano negli Stati Uniti, sostiene che oggi si divorzia di più soltanto perché si vive più a lungo. E vivere più a lungo, ma sempre con la stessa persona, non sarebbe «pratico». Lo scrive assieme alla moglie Sherry Sami: «Dopo il periodo della luna di miele, in cui proiettiamo solo nozioni positive sui nostri partner, inizia la fase delle proiezioni negative». E l’armatura che cominciamo a indossare per proteggerci, dicono i due filosofi, si trasforma in prigione.

Concetti profondi, che pare abbiano spinto l’eterea ma infelice Paltrow sotto le lenzuola dell’attuale marito di Elle MacPherson, il miliardario Jeffrey Soffer. Ma, anche qui, il concetto non è quello volgare di «corna». Si tratta di self-improvement, ovvero di «automiglioramento».

Sulla vita «sempre migliore» ma anche sempre più segretamente burrascosa della coppia Paltrow-Martin (valore commerciale congiunto: centinaia di milioni di euro) nei mesi scorsi avevano cominciato a indagare i più agguerriti reporter americani. Non l’avessero mai fatto. La soave ma determinata Gwyneth ha perso tutto il suo aplomb, minacciando querele preventive, negando interviste e accentuando ulteriormente il già proverbiale broncio.
 
Il trasloco della supercoppia con i figli Apple e Moses dalla Londra di Chris alla California di lei, con annesso acquisto di villona da 15 milioni di dollari? Non segnale di disagio, solo proficuo cambiamento di prospettiva: dalla pioggia al sereno. Smentita la rottura con Madonna, un tempo amica strettissima. Scandalo per una frase porno scappata all’altrimenti castigata signora Paltrow in una trasmissione tv con la comica Chelsea Handler: «Quando mio marito torna a casa nervoso, lo tiro su con un po’ di sesso orale».

Guerra contro i giornalisti

E siccome i giornalisti continuavano a punzecchiarla sulla solidità di cotanto matrimonio, lei è ricorsa a una mossa che riteneva da bomba atomica: ha chiesto a tutti i suoi (tanti) amici di boicottare i giornali che la attaccavano, rifiutando a loro volta ogni intervista.
  
Ma la catena di sant’Antonio dei vip paltrowiani contro la stampa rosa non ha funzionato, e quindi ecco oggi il guru di Gwyneth a spiegarci scientificamente l’accaduto: «Non dobbiamo pensare al matrimonio come all’investimento per tutta una vita, ma come all’occasione per un rinnovamento continuo. Così i coniugi si trasformano in maestri reciproci, e si aiutano a far evolvere la struttura interna di supporto spirituale della coppia».

Ben vengano queste ricette per la felicità, se servono a far tornare il sorriso sull’incantevole viso dell’inquieta diva. 
Chi scrive l’ha incontrata due volte personalmente a New York. La prima, settembre 2002, nel backstage dopo una sfilata di Calvin Klein ai Milk Studios. Tutti si complimentavano con lo stilista, ma Gwyneth appariva devastata. Le era appena morto il padre, e mi disse con il suo tipico filo di voce residuale che non era servita a distrarla una crociera in Costa Smeralda da cui era appena tornata, ospite sullo yacht di Valentino. Dopo poche settimane, però, l’incontro con Chris Martin risolse tutto.

Rinata dopo la maternità

L’ho rivista tre anni dopo, nel 2005, completamente trasformata e rinvigorita durante un’intervista all’Essex House di Central Park South per il suo rientro sullo schermo dopo la maternità, in un film che non ricordo (onestamente, dopo gli Oscar di Shakespeare in Love e i capolavori assoluti Sliding Doors e I Tenenbaum, non sono molte le apparizioni cinematografiche di Paltrow degne di nota nell’ultimo decennio). Le feci i complimenti, e lei insolitamente cordiale diede il merito del proprio buonumore, delle guance rosee e del petto rinvigorito alla figlia Apple.

Che faranno ora i due divi della supercoppia? Lui, Chris Martin, è l’antipersonaggio per eccellenza. Niente vita sociale, paparazzi, feste, comparsate, eccessi. Quando sposò Gwyneth aveva 26 anni, ma confessò di avere scoperto il sesso soltanto da tre. Non è, insomma, materiale da pettegolezzo. Infatti tutte le scappatelle della coppia scoppiata riguardavano la sua ape regina, non lui.

Gwyneth, invece, ci stupirà ancora. Ne siamo sicuri. Più in fretta si sbarazzerà del suo guru persiano, meglio per lei.  Fragilissima, quindi perfetta attrice, ha soltanto bisogno di copioni all’altezza e registi capaci di dom(in)arla, estraendo dalla sua faccia non bellissima ma terribilmente cinematografica più dell’unica espressione con cui a volte ammorba i suoi film. Finora ci sono riusciti Wes Anderson ed Anthony Minghella (in Il talento di Mr. Ripley). E datele da bere un bicchiere di gin. Inconsapevole.
Mauro Suttora 

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Wednesday, March 19, 2014

Roche e Novartis condannate a 190 milioni


DOPO LO SCANDALO AVASTIN/LUCENTIS: CHI DECIDE I PREZZI DEI MEDICINALI

di Mauro Suttora

Oggi, 10 marzo 2014

Truffa, disastro doloso, associazione a delinquere: sono i reati su cui indagano i magistrati per lo scandalo Avastin/Lucentis. Che ha già portato a un’astronomica multa (180 milioni di euro) da parte dell’Agcom (Autorità garante della concorrenza e mercato, in breve Antitrust) contro le multinazionali produttrici dei due farmaci: Roche e Novartis.
Le case farmaceutiche avrebbero collaborato per ostacolare l’utilizzo di un farmaco 50 volte più economico (Avastin) a favore di uno molto più costoso (Lucentis) contro una grave malattia della vista: la maculopatia senile degenerativa.

Ne soffrono 300mila pazienti in Italia: la maculopatia è la prima causa di cecità dopo i 75 anni. «E sono 100mila i malati che dal 2012 hanno subìto danni per il rallentamento delle cure», ci spiega Matteo Piovella, presidente dei 5mila oculisti riuniti nella Soi (Società oftalmologica italiana), che ha denunciato il caso due anni fa. «Non potendo più praticare le iniezioni intravitreali di Avastin, infatti, i medici hanno dovuto centellinare quelle del costosissimo Lucentis».

Com’è potuto accadere? Quali sono le regole per stabilire i prezzi dei nuovi farmaci, controllandone l’immissione in vendita? E che cosa non ha funzionato?

Ogni anno le medicine ci costano 26 miliardi di euro. Una cifra immensa, che fa gola a molti. Ciascuno di noi spende in media, in farmacia, 300 euro. Ma, aggiungendo i farmaci dispensati da Asl e ospedali, sono 434 euro a testa. Spesi bene?
«I prezzi delle medicine variano da un euro a migliaia di euro», ci spiega Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano e autore di Fa bene o fa male? (ed. Sperling & Kupfer, 2013). «Dipendono dal costo della materia prima? No. I principi attivi costituiscono solo una piccola frazione del prezzo. E anche le spese per la ricerca farmaceutica sono sorprendentemente basse. Infatti, nonostante vengano diffusi dati di grande impatto emozionale come “sviluppare un nuovo farmaco costa un miliardo di euro!”, la ricerca in realtà rappresenta solo l’8 per cento sul totale del fatturato delle aziende farmaceutiche».

I prezzi dei farmaci sono almeno proporzionali al loro beneficio? «Se fosse così, i prezzi dovrebbero essere molto bassi», sostiene amaro Garattini. «Su 280 nuovi farmaci messi in commercio negli ultimi dieci anni, il 51% incrementa una buona qualità della vita di solo un mese. Solo nel 12% dei casi il miglioramento è di almeno un anno. I farmaci antitumorali più recenti costano parecchie migliaia di euro per ciclo ma, alla fin fine, aumentano la sopravvivenza di un paio di mesi».

Cosa condiziona allora il prezzo di un medicinale? «La “promozione”, che incide per oltre un terzo del prezzo.  Far conoscere un farmaco costa parecchio. Bisogna organizzare congressi e meeting, realizzare materiali stampati, e soprattutto occorre mettere in moto la giostra degli informatori farmaceutici, che devono visitare i medici per persuaderli a prescrivere i farmaci».
Infine, un altro terzo del prezzo al pubblico va in spese di distribuzione: 3% ai grossisti, 30 alle farmacie.

L’Aifa (Agenzia italiana del farmaco), che dipende dal ministero della Salute, decide per ogni farmaco la classe di rimborsabilità. Quelli senza obbligo di prescrizione (ricetta del medico) hanno prezzo libero, a carico del paziente. L’Aifa controlla solo quelli non rimborsati ma con obbligo di ricetta: aumenti permessi solo ogni due anni, e senza superare l’inflazione programmata. Poi ci sono i medicinali rimborsati dal Servizio sanitario nazionale: su questi l’Aifa negozia il prezzo con le aziende produttrici. Anche perché sette miliardi di euro annui vengono spesi direttamente da ospedali e Asl.

Proprio in ambito ospedaliero è scoppiato il caso Avastin/Lucentis. Avastin era stata registrata nel 2004 per la cura contro il cancro dalla Roche. Poi si è scoperto che funzionava anche contro la maculopatia essudativa. Due anni dopo Novartis ha brevettato un farmaco specifico contro la maculopatia: Lucentis. Ora si scopre che le due aziende hanno favorito il secondo trattamento più costoso a svantaggio del primo. In questo modo, grazie ai rapporti che legano le due società, entrambe avrebbero ricevuto i propri guadagni.

Roche ha interesse a favorire le vendite di Lucentis, perché ottiene così delle royalties: il farmaco è stato infatti sviluppato dall’americana Genentech, controllata da Roche. E Novartis, oltre a guadagnarci direttamente, lo fa anche indirettamente, attraverso la sua partecipazione (il 30%) in Roche. La Guardia di Finanzia ha sequestrato e-mail fra dirigenti italiani delle due società che si mettono d’accordo, utilizzando anche articoli compiacenti della stampa specializzata e «pareri» favorevoli di medici.
 
Nel 2007, infatti, proprio l’Aifa permise l’utilizzo di Avastin per la cura delle maculopatie nella forma «off label»: espressione che indica l’utilizzo di un farmaco al di fuori delle indicazioni terapeutiche ufficiali. Si è andati avanti così fino al 2012, quando l’Aifa decide di escludere Avastin dagli «off label». Da allora la sanità pubblica ha passato solo il Lucentis, spendendo 45 milioni di euro in più rispetto all’Avastin.
  
Non è certo la prima volta che una casa farmaceutica (o due in combutta fra loro) favorisce un farmaco più remunerativo a scapito di farmaci ugualmente efficaci e sicuri ma più economici. È successo ad esempio per il gabapentin e il pregabalin, due principi attivi molto simili che si usano contro il dolore neuropatico. Il primo è più vecchio: quando il brevetto è scaduto il produttore, Pfizer, ha messo il secondo sul mercato con un costo più alto, organizzando campagne per decantarne le proprietà innovative.

Ed ecco un altro problema. Spiega Garattini: «Ci sono molti farmaci, forse troppi, con le stesse indicazioni terapeutiche. Degli antipertensivi, per esempio, si contano alcune centinaia di confezioni. Come mai? Sono tutti necessari? Per l’approvazione di un nuovo farmaco la legge europea richiede tre caratteristiche: qualità, efficacia, sicurezza. “Qualità”: il farmaco deve possedere sempre la stessa composizione, essere stabile per un certo periodo, così da fissarne la scadenza, e assorbibile per poter penetrare nel sangue. “Efficacia”: capacità d’esercitare un effetto benefico, mentre “sicurezza” significa conoscenza degli effetti collaterali. Nulla da eccepire, senonché queste caratteristiche non sono valori assoluti: andrebbero confrontati con quanto già esiste in terapia per le stesse indicazioni. Ma i confronti non vengono richiesti dalla legge, quindi c’è la possibilità che un nuovo farmaco sia meno attivo o più tossico di quelli già disponibili».

C’è, infine, un problema di buon senso. Avastin costa 15 euro a iniezione, Lucentis 750. Quando fu introdotto, il suo prezzo era addirittura 1.500. «Se il produttore si fosse accontentato di un prezzo superiore ma accettabile, per esempio 200 euro, il caso non sarebbe nato», spiega il dottor Piovella. Insomma, le case farmaceutiche hanno il diritto di guadagnare dai farmaci che producono. Anche perché i loro brevetti scadono dopo vent’anni. Ma con misura.
Mauro Suttora
Ha collaborato Valentina Arcovio

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Wednesday, February 05, 2014

Nel mirino dell'Italia violenta


Il professor Panebianco, il cronista Luciano Bruno, il reporter Massimo Numa, il senatore Stefano Esposito, il giornalista Giovanni Tizian: un brutto gennaio per loro, con minacce e intimidazioni

Oggi, 29 gennaio 2014

di Mauro Suttora

Il giorno prima Angelo Panebianco, professore di scienze politiche a Bologna, aveva scritto uno dei suoi editoriali sul Corriere della Sera. Chiedeva che sull’immigrazione ci sia un dibattito concreto, fuori dalle ideologie contrapposte buonisti/rigoristi: «Di quanti immigrati abbiamo bisogno? Di che tipo? Di che religione? Possono integrarsi meglio i cristiani ortodossi dell’Europa orientale, o i musulmani?».  

Urla e scritte fino al corridoio

«Razzista», ha subito sentenziato il collettivo Hobo («vagabondo», in inglese). Che il 14 gennaio ha organizzato una spedizione punitiva all’università, con lanci di petardi, urla, slogan, striscioni e scritte sui muri. Una combriccola violenta, ma Panebianco è sceso dal suo ufficio per dialogare. Non l’avesse mai fatto. I suoi contestatori volevano solo insultarlo e intimidirlo: «Non ci interessa il confronto con un barone schiavista». Sono saliti nel corridoio del suo ufficio e ne hanno imbrattato la porta con vernice rossa.

Il professor Panebianco è rimasto incolume. Non così Luciano Bruno, giornalista de I siciliani, mensile fondato da Pippo Fava (ucciso dai mafiosi esattamente trent’anni fa). L’11 gennaio stava scattando foto al quartiere Librino di Catania, devastato da spacciatori e criminali. È stato circondato da sei uomini armati che l’hanno minacciato puntandogli una pistola alla testa. Poi l’hanno picchiato, perché colpevole di avere denunciato lo strapotere mafioso.

Gli hanno rotto un dente. Hanno fatto i nomi dei suoi familiari, per fargli capire che anche loro sono minacciati. Luciano Bruno a Librino di abita. Pubblica spesso articoli su questo quartiere progettato dall’archistar Kenzo Tange negli anni Sessanta, ma poi abbandonato al degrado e lasciato in mano ai mafiosi (clan Arena).

Luciano Bruno stava fotografando il famigerato Palazzo di Cemento, costruito trent’anni fa ma mai consegnato al comune di Catania perché privo della certificazione antincendio: «Mi hanno portato via la macchina fotografica. E un incisivo».

Pagina intimidatoria su facebook

«Non comprerò più La Stampa finché ci scrive Massimo Numa»: è il titolo di una pagina Facebook contro questo reporter del quotidiano torinese. «Che credibilità può avere un giornalista che (sic) lo vedi sempre in compagnia della polizia?» spiega la pagina ad personam. E continua: «Un vero giornalista sente tutte le parti in causa, non credo possa farsi vedere tranquillamente in mezzo ai no Tav».

Dalle parole ai fatti. Dopo qualche minaccia di troppo, a Numa è stata data una scorta. Niente da fare. I suoi nemici il 13 gennaio gli hanno fatto recapitare un video in cui lui viene pedinato mentre esce di casa per far pisciare il cane. Come dire: «Sappiamo dove abiti». Anzi, tutti i suoi dati privati (numero di telefono, targhe di auto, indirizzo) sono stati pubblicati in rete. Un invito al linciaggio. E in redazione è arrivata una bomba mascherata da hard disk.

A settembre, alle rimostranze degli oppositori del treno veloce si è aggiunta la pubblicazione, da parte dello «sciacallo e pennivendolo» Numa, di un libro sulle stragi di fascisti nel dopoguerra. E i suoi avversari hanno chiesto a La Stampa di «allontanare il neofascista dal giornale».

Stessa città (Torino) e stessa trincea (il Treno alta velocità per Lione in costruzione nella val Susa, contestato da molti abitanti) per il senatore del Partito democratico Stefano Esposito. Che il 13 gennaio si è ritrovato tre bottiglie molotov sul pianerottolo di casa.

Il vicepresidente della commissione Trasporti da anni difende la galleria con la Francia, ma questa volta sembra demoralizzato: «Non posso continuare a far pagare a mia moglie e ai miei figli questa vita da inferno».

Le minacce, infatti, sono continue. «Torna in prefettura [dove Esposito lavorava prima di darsi alla politica, ndr], altrimenti farai bum bum ora che non c’è più il procuratore Caselli a proteggerti», c’era scritto in un biglietto accanto alle bottiglie incendiarie. Un particolare deprimente: né Numa né Esposito hanno ricevuto solidarietà da parte dei  capi del movimento no Tav. I quali raramente si dissociano dalle azioni violente dei centri sociali, anche se giurano di essere pacifici.

La ’ndrangheta a Modena

Originario di Bovalino (Reggio Calabria), Giovanni Tizian da anni vive e lavora da giornalista a Modena. I mafiosi hanno ucciso suo padre bancario nel 1989 in Calabria, forse perché non aveva concesso un fido a persone sospette. Caso mai risolto.

Dopo aver pubblicato un libro sulle infiltrazioni delle mafie al Nord, e sul riciclaggio, sono arrivate minacce anche a lui. Da due anni deve girare con la scorta: due agenti armati e uno in borghese.

Il 9 gennaio Tizian si è costituito parte civile nel processo Black Money iniziato a Bologna contro il clan Femia della ’ndrangheta, da lui accusato di lucrare sul gioco d’azzardo e dal quale erano arrivate le minacce di morte.

Ecco, queste sono cinque storie esemplari di cittadini «eroi per caso», costretti a ricorrere alla protezione della polizia per le intimidazioni subìte. Ci sono abbastanza scorte per loro? Forse, se se ne togliessero alcune inutili ai politici, loro sarebbero più tranquilli.
Mauro Suttora

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Thursday, January 23, 2014

Paola Taverna, stella a 5 stelle

NUOVI PERSONAGGI: PASSIONI E PICCOLI SEGRETI DELLA SENATRICE-POETESSA GRILLINA

Insulta Berlusconi, è adorata dagli attivisti (che però, se serve, tratta male), il suo slogan «Parlamentari siete Gneeente!» spopola in rete. Ormai è diventata la più popolare del movimento di Grillo e Casaleggio

di Mauro Suttora

Oggi, 3 gennaio 2014

«Vabbe’, sempre de me stamo a parla’? Niente personalismi, sono più importanti le idee. Nun t’azzarda’ a ffa’ gossip, ggiornalista...».
E giù una gorgogliante risata, di quelle che sdrammatizzano. Perché lei è famosa anche come la Trilussa grillina: scrive sonetti in romanesco che affilano tutti. «Compresi i miei colleghi 5 stelle se mettono su qualche sussiego di troppo, con le loro cravatte da parlamentari».

È scatenata, Paola Taverna, 44 anni, donna fiera delle proprie origini borgatare. Vive col figlio a Torre Maura, ma è nata e cresciuta al Quarticciolo, quartiere popolare dove Mussolini sistemò gli sfrattati dopo gli sventramenti di via della Conciliazione.

Palazzo Madama, secondo piano. Parla con Oggi nel suo ultimo giorno da presidente dei senatori del Movimento 5 stelle (i capigruppo del M5s ruotano ogni tre mesi).

Perché così spesso?
«Pratichiamo quel che predichiamo. Siamo normali cittadini che offrono un breve periodo - massimo due mandati - al servizio pubblico. E anche le cariche interne ruotano».

Bilancio del suo trimestre?
«Ottimo. Anzi, pessimo. La politica in questi palazzi è peggio di quel che pensavo. Ogni giorno una schifezza: tangenti sul terremoto dell’Aquila, consiglio regionale illegale in Piemonte, telefonate imbarazzanti della ministra Nunzia De Girolamo... Sembra che i partiti facciano a gara per stancare la gente e regalarci voti».

Davvero peggio di quanto immaginasse?
«Ripeto: ogni giorno una porcata. Ci hanno appena detto no al taglio delle pensioni d’oro, all’aumento di quelle minime da finanziare con tasse sul gioco d’azzardo, no a un dibattito sui ministri in bilico come la Cancellieri. In compenso è passata la privatizzazione della Banca d’Italia, che regalerà decine di milioni alle banche private».

Paola Taverna ormai è diventata una stella dei 5 stelle. Dopo Beppe Grillo e il misterioso Richelieu Gianroberto Casaleggio, è lei la più amata. Ogni volta che mette un post su Facebook le arrivano centinaia di “mi piace” in pochi minuti. I suoi video su Youtube hanno migliaia di visualizzazioni.

La invitano in tutta Italia nei week-end, neanche fosse la Madonna pellegrina: da Pomigliano (Napoli) ai paesi terremotati dell’Emilia. Radio 105 ha addirittura inaugurato una rubrica satirica (Casa Taverna) in cui la dipingono come una casalinga collerica. E dopo il suo discorso contro Silvio Berlusconi in Senato, sono nati fan club scherzosi come i Tavernicoli o la Senatruce col mattarellum.

Durante un comizio si era lasciata andare: «A Silvio je sputo in testa». Scuse ufficiali, ma grillini in delirio. «Sì, in effetti ci sono toni un po’ da tifo in giro», ammette lei. «Ma è naturale, finché questi non schiodano. La gente è stufa, metà non va più a votare».

Beh, questo lo sappiamo da anni.
«Però ora i nodi vengono al pettine. All’ultimo V-day di Grillo, in piazza a Genova a dicembre, mi hanno assediato centinaia di signore, giovani, anziani che mi imploravano: “Siete la nostra ultima speranza!”».

E lei come risponde?
«Attivatevi in prima persona, non fidatevi più dei politici di carriera».

Ora però c’è Renzi. È più nuovo di voi.
«Nuovo quello? Ma se è in politica da vent’anni».

Vuole tagliare un miliardo l’anno di costi, cominciando dal Senato.
«Cominciasse a tagliarsi lui il finanziamento pubblico Pd. Noi abbiamo rinunciato a 40 milioni, e prendiamo solo 2.900 euro al mese di stipendio».

 Lei quanto guadagnava prima?
«Novecento euro, part-time in un ambulatorio di analisi mediche. Lavoro da quando avevo 19 anni, dopo l’istituto linguistico. Mancò mio padre, addio università».

Torniamo al movimento: com’è finita coi dissidenti?
«Quali dissidenti? Si parla, ci si confronta. Nei miei tre mesi, niente problemi».

Ma se vi siete spaccati anche per eleggere il suo successore, Maurizio Santangelo: 26 ‘talebani’ contro 23 ‘dialoganti’.
«Non ci siamo ‘spaccati’, abbiamo solo votato. È la democrazia, la applichiamo fra noi. Non siamo teleguidati da Grillo. Comunque, sulle cose importanti siamo uniti».

Una legge che è riuscita a far passare?
«Ho trovato i soldi per lo screening neonatale delle malattie rare».

Interessi extrapolitici?
«Mio figlio. È tutta la mia vita. E gioco a Candy Crush sul telefonino».

I due collaboratori, Ilaria e Fabio Massimo, la avvertono: deve andare a una riunione del movimento. Li accompagno al Testaccio, ci sono una settantina di attivisti. Atmosfera surreale: un’assemblea per decidere come fare un’altra assemblea. Quando arriva la applaudono, perché non si dà mai arie.

Poi però gli oratori si perdono in quisquilie organizzative, e la senatrice si trasforma in pantera, chiede la parola, non esita a dire in faccia ai noiosi militanti “de bbase” quel che pensa. Qualcuno la fischia. Lei non si scompone, anzi rincara. Proprio come nel suo discorso ormai leggendario, quando urlò la famosa invettiva ai senatori: “Siete gneeente!”

Il presidente del Senato Piero Grasso non la interruppe. Anzi, sorrideva sornione. Dicono abbia un debole per la focosa Taverna. E gli mancherà, alle riunioni dei capigruppo che lei rendeva sempre frizzanti.
Mi scuso per il gossip.
Mauro Suttora

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Monday, January 20, 2014

libro

Wednesday, January 15, 2014

Politici: nuovo stile "povero"


UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA FA RINUNCIARE AI SIMBOLI DEL POTERE




















Oggi, 9 gennaio 2014

di Marianna Aprile e Mauro Suttora

Fra i meriti che ora tutti riconoscono a Pier Luigi Bersani, ora convalescente, c’è quello di non aver mai esibito la pompa del potere. Nessun codazzo di gorilla da segretario Pd, poco uso di auto blu. Era facile incontrarlo solo, senza scorta (neanche un portaborse) sui voli di linea Roma-Milano, seduto in posti non privilegiati.

Con l’aria che tira, non è più l’unico. Diversi politici, in tutto il mondo, esibiscono una nuova consapevolezza. Il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio, è arrivato in metro alla propria cerimonia di inaugurazione. Per la verità anche Mike Bloomberg, suo miliardario predecessore, non disdegnava la subway.

Ma con i politici non si sa mai se le paparazzate di vita sobria siano casuali, combinate, o addirittura sollecitate: magari vanno sempre in elicottero, però l’unica volta che ci rinunciano si fanno fotografare. Quel che è sicuro, è che la cancelliera tedesca Angela Merkel usa ancora sci di fondo vecchi di vent’anni e costruiti nella sua ex Germania Est. È caduta, si è fratturata il bacino.

Pisapia a piedi, fa la spesa da solo

E in Italia? Niente trucchi per il sindaco di Milano Giuliano Pisapia: neanche un vigile di scorta, gli piace andare a piedi, anche al super per la spesa. Quella stessa spesa (all’Ikea) che ha invece distrutto le speranze quirinalizie di Anna Finocchiaro, sorpresa a far spingere il suo carrello da un agente.

Sono le scorte per ragioni di sicurezza la scusa per le auto blu: «Ci rinuncerei, ma me la impongono», è il ritornello. L’attentato dello squilibrato contro il carabiniere di Palazzo Chigi lo scorso aprile ne ha interrotto lo sfoltimento. E provocato qualche segreto sospiro di sollievo fra qualche politico.

Ma non è solo l’auto lo status symbol del potere. C’è la fantozziana metratura dell’ufficio. Megagalattico quello proposto nove mesi fa al neo consigliere regionale lombardo 5 stelle Eugenio Casalino: «Erano 200 metri quadri, mezzo 23esimo piano del Pirellone. Solo perché ho la carica di segretario dell’ufficio di presidenza. Ho rinunciato a tre stanze su sette. Ma qui in regione Lombardia i grandi sprechi avvengono negli staff per gli assessori e nelle società partecipate e controllate: Lombardia Informatica, Infrastrutture Lombarde, Aler (case popolari) e Finlombarda».

Il deputato bresciano Mario Sberna (Scelta Civica) ogni anno fa un fioretto quaresimale: indossa ovunque sandali senza calze. Si presentò così anche in Parlamento, appena eletto. A Roma alloggia in un convento di suore (20 euro al giorno). Cinque figli, Sberna è ex presidente dell’Associazione famiglie numerose. Il deputato francescano trattiene dallo stipendio solo 2.500 euro e le spese per i suoi giorni romani, tutte documentate. Sul suo sito pubblica l’elenco dei versamenti alle associazioni cui va il resto del suo stipendio.

Come lui fanno tutti i 150 parlamentari 5 stelle. Che devolvono la differenza a un fondo per le piccole e medie imprese. Ma solo Paola Taverna si è presentata con le infradito in Senato d’estate.

Ministri Bray, Delrio e Bonino a piedi

E i ministri? Nel maggio 2013 Massimo Bray (Beni culturali), è stato fotografato sulla Circumvesuviana mentre si recava in visita privata a Pompei. Una passeggera lo ha riconosciuto e ha twittato la foto di lui in piedi, con le cuffiette nelle orecchie (ascoltava Asaf Avidan). Poi il treno si è guastato, e il ministro ha chiesto un passaggio a un passeggero per raggiungere Pompei.

Graziano Delrio (Affari regionali), nove figli, ha tenuto la poltrona di sindaco di Reggio Emilia, ma ha rinunciato agli 80 mila euro di stipendio. E alla scorta che il ruolo gli attribuiva automaticamente, contro il parere del ministero degli Interni. Al giuramento al Quirinale è arrivato a piedi, come Emma Bonino. A piedi e senza scorta si muovono anche il due volte premier Romano Prodi e il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (M5S).

Notoriamente i sindaci di Firenze Matteo Renzi (neosegretario Pd) e di Roma Ignazio Marino vanno in bici. Ma le due ruote nella capitale non fanno notizia: le utilizzava già vent’anni fa il primo cittadino Francesco Rutelli, seppur motorizzato. Ora i motorini sono diventati «scooteroni»: ne usa uno la 5 stelle Roberta Lombardi.

La moda della bici  ha colpito (per poco) persino Daniela Santanchè: all’inizio della legislatura, complice la ventata di low profile grillino, la pitonessa prese ad andare alla Camera in bici. Durò poco: smise causa tacco 12.

Ben 57 mila agenti per le scorte

Ventata di austerity anche ai piani alti: il premier Enrico Letta si è presentato al Quirinale per ricevere l’incarico dal presidente Giorgio Napolitano con la Fiat Ulysse di sua moglie (auto aziendale da giornalista del Corriere della Sera), ha trascorso pochi giorni di vacanze estive nel giardino di casa a Pisa nella piscinetta gonfiabile, e a Capodanno ha preso un volo di linea per la Croazia.

Ma quanti sono i personaggi scortati, in Italia? Mezzo migliaio (dati del sindacato Sap, ottobre 2013), suddivisi in quattro livelli di protezione: 17 di primo livello (tre auto blindate con ben tre agenti per auto); 82 di secondo livello (due auto con tre agenti per auto); 312 di terzo livello con un’auto e due agenti; 102 con un’auto e un agente. Totale: 1900 agenti al giorno (57mila al mese) tra polizia, Carabinieri, Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale. Costo: 250 milioni di euro l’anno.

Nel 2012 sono state tagliate scorte di quarto livello a 70 parlamentari; nel 2013, invece, nessun taglio. Le auto blu sono 63.700, le grigie (auto di servizio non blindate e senza autista) 54.250, per un costo annuo di 2 miliardi di euro. A usufruire delle auto grigie sono, per esempio, i Prefetti. Quelli delle grandi città, in genere, ne hanno una assegnata “in esclusiva”. Quelli delle città medio-piccole, invece, ne condividono l’uso con gli altri dirigenti delle Prefetture. Dispongono di un’auto grigia, quasi sempre in esclusiva, anche i dirigenti e gli alti burocrati di ministeri ed enti (Csm, Authorities, Corte Costituzionale).

Tra tutti i personaggi (giornalisti, politici o ex politici) scortati, ce ne sono alcuni che più di altri fanno storcere il naso. Qualche esempio? Fonti vicine al Viminale confermano che sono sottoposti a protezione l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, sua moglie Sandra Lonardo, gli ex ministri Paolo Cirino Pomicino, Oliviero Diliberto e persino Claudio Scajola (che da ministro dell’Interno negò la scorta al giuslavorista Marco Biagi, poi ucciso dalle nuove Br). Ancora sotto scorta gli ex presidenti della Camera Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini, e del Senato Marcello Pera.

Nell’estate 2013 Gianfranco Fini, allora presidente della Camera, finì sui giornali per gli 80 mila euro che costò il soggiorno della sua (legittima) scorta in nove stanze di un hotel nel centro di Orbetello durante le vacanze di Fini e famiglia ad Ansedonia (Grosseto).

Hanno ancora la scorta l’ex presidente del Lazio Renata Polverini, ora deputata, l’ex ministro Elsa Fornero, l’ex pm Antonino Ingroia, l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, l’ex presidente della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita. Tra i giornalisti sottoposti a tutela, figura Emilio Fede (condannato a 7 anni in primo grado per favoreggiamento della prostituzione).

Piccola nota: gli ex ministri non possono rinunciare alla scorta per i tre mesi successivi alla fine dell’incarico. Prima era un anno, poi un provvedimento dell’ex Guardasigilli Paola Severino ha stabilito fossero tre mesi; dopo, un comitato valuta se la personalità in questione ne ha ancora davvero bisogno.
Marianna Aprile e Mauro Suttora

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