Wednesday, April 01, 2015

Dante: 750 anni

ALIGHIERI COMPIE 750 ANNI ANCHE AL CINEMA

Biggio&Mandelli: I SOLITI IDIOTI SFIDANO DANTE 

I comici irriverenti (reduci da Sanremo) affrontano il Sommo poeta. E nel loro Solita Commedia scoprono i nuovi peccati e ci fanno ridere. «Ma stavolta senza parolacce», dicono. Mentre nel mondo...

di Mauro Suttora 

Oggi, 1 aprile 2015 

«Nel nostro film tutti potranno riconoscere i tanti peccatori che s'incontrano nella vita di ogni giorno: mariti che fanno i bambinoni, drogati di telefonini, poliziotti che sognano di caricare i cortei degli insegnanti. Tutti isterici, nevrotici, vacui, infelici. E violenti, perché si sentono in guerra».

Francesco Mandelli spiega a Oggi La solita Commedia, il film con cui i Soliti Idioti sono tornati nei cinema dopo i venti milioni di euro incassati dai loro due film del 2011-12. Sapevate che quest'anno si celebrano i 750 anni della nascita di Dante Alighieri? «Macché. Cercavamo solo un'idea per poter mettere in un film tanti personaggi diversi. Questo anniversario è un segno divino, o del destino».

I comici con gli incassi più alti d'Italia dopo Checco Zalone e Aldo, Giovanni e Giacomo non sono gli unici a ricordare quel 1265 da cui sono passati tre quarti di millennio. Il giorno esatto in cui nacque il Sommo poeta è sconosciuto, si sa soltanto che sta fra il 14 maggio e il 13 giugno. 

Ma già fra qualche settimana l'attore Tom Hanks e il regista Ron Howard arriveranno a Firenze per le riprese del terzo film tratto dai best seller mondiali di Dan Brown. Dopo il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni, è la volta dell'Inferno: il professor Robert Langdon si lancerà alla ricerca di tracce dantesche nelle vie della città, in una spirale di misteri. 

E quanto sia attuale Dante nella cultura pop contemporanea lo hanno dimostrato anche il successo dei reading di Roberto Benigni, gli spot di Neri Marcorè per la Foxy con la Divina Commedia scritta su un rotolo di carta igienica, il videogioco Dante's Inferno, i Depeche Mode con il video della loro canzone Walking in My Shoes, Milla Jovovich con il suo debutto come cantante in The Divine Comedy...

Il più antico fra i recenti repechage è stato il Topolino-Dante del 1949-50, con Beatrice-Minnie e Virgilio-Pippo. Fra i più freschi, il protagonista della serie tv Mad Men che legge l'Inferno su una spiaggia hawaiana, e David Fincher, primo regista di The House of Cards nonché di Fight Club e The Social Network, i cui sette peccati capitali di Seven (con Brad Pitt, Kevin Spacey e Morgan Freeman) si ispiravano al Purgatorio.

«Onestamente, come tutti ho ricordi scolastici vaghi della Divina Commedia », ammette Mandelli, «buoni quelli dell' Inferno al terzo anno del liceo, mentre l'ultimo anno, nel '98, già lavoravo a Mtv come il "nongiovane" di Andrea Pezzi. Molte assenze, maturità con 37, e poco Paradiso ...»  

Nella Solita Commedia l'Inferno è nel caos: con il 2015 le sue porte si aprono a folle di peccatori sempre nuovi, che affollano l'ormai invivibile ufficio di Minosse. Una struttura burocratica così vecchia e antiquata non riesce a smaltire tali numeri e, dovendo trovare alle anime dannate una collocazione, mette a dura prova la resistenza dei suoi gironi istituzionali. 

Che fare? Chiamato a raccolta da Dio in persona (un Dio che fa affari, ristrutturazioni, pubblicità, rischia l'infarto, beve whisky e prende antidepressivi), Lucifero concorda sull'unica soluzione possibile: catalogare i nuovi peccatori in schiere inventate per l'occasione, destinandoli non più al sovraffollato Inferno, ma alla Terra. Il compito di trovare neonati gironi verrà affidato a Dante Alighieri-Mandelli che, più di ogni altro, per esperienza e cursus honorum può esaudire la richiesta.   

«Vi stupirete», assicura Mandelli, «perché scomparso il personaggio di Ruggero De Ceglie col suo turpiloquio continuo ed esagerato, in questo film non ci sono molte parolacce. Ma il risultato è ancora più graffiante e irriverente. Si può e si deve ridere di tutto: tic, idiozie, sensi di colpa». 

Insomma, i Soliti Idioti, dopo il passaggio a Sanremo con la canzone simil-Cochi e Renato, si rinnovano ma restano politicamente scorretti. E il duo Fabrizio Biggio-Mandelli diventa un trio: firma per la prima volta la regia, infatti, il compagno di scherzi di sempre Martino Ferro, già coautore nei precedenti.

E a Firenze rivive l'Inferno di Dante con Tom Hanks 
Vale 200 milioni di copie tradotte in 50 lingue e vendute in soli 15 anni, l'impero dello scrittore Dan Brown. E fra pochi giorni a Firenze iniziano le riprese di Inferno, terzo film tratto dai libri del 50enne romanziere americano dopo Il Codice Da Vinci (libro nel 2003, film tre anni dopo) e Angeli e Demoni (volume ambientato a Roma, nel 2000, pellicola del 2009). 

L'attesa è grande, perché questa vera e propria multinazionale letterario-cinematografi ca incassa miliardi di euro. Per la precisione, 750 milioni per il film Codice Da Vinci, e quasi 500 per Angeli e Demoni. Sempre con lo stesso autore, lo stesso protagonista (il professor Robert Langdon) interpretato dal medesimo attore (Tom Hanks) e diretti dallo stesso regista (Ron Howard, che da giovane fu indimenticato personaggio della serie tv Happy Days, amico di Fonzie). 

Dan Brown è innamorato dell'Italia. Con la scusa di scrivere i suoi best seller ci vive da parecchi anni per molti mesi all'anno. E ha fatto più di molti uf ci del turismo per promuovere il genio italiano nel mondo. Non che ne avesse bisogno, ma per esempio la Biblioteca Ambrosiana di Milano ha quadruplicato i visitatori (da 30 a 120 mila annui, per l'85% stranieri) con le mostre del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci dal 2009. Inferno sarà girato a Firenze, Venezia e Istanbul. Come sempre, Langdon avrà avversari spietati, fra misteri inquietanti, passaggi segreti e scienze occulte. E i puristi tremano per il povero Dante.   

È famosissimo in tutto il mondo 
Avete in tasca una moneta da due euro coniata in Italia? C'è Dante (1265-1321). Ma la fortuna del Sommo poeta (il cui vero nome era Durante) valica i confini nazionali. Il veicolo è la Società Dante Alighieri, che con i suoi 100 comitati in Italia e 450 nel resto del mondo è la principale scuola della nostra lingua per gli studenti stranieri. Solo negli ultimi 15 anni la Divina Commedia ha avuto sei nuove traduzioni inglesi.

Mauro Suttora  

Wednesday, March 18, 2015

Mario Draghi, weekend a Roma

IL GOVERNATORE DELLA BCE, PROBABILMENTE L'UOMO PIU' POTENTE D'EUROPA, HA SALVATO LA MONETA UNICA. RIUSCIRA' A FAR RIPARTIRE L'ECONOMIA ITALIANA?

di Mauro Suttora

Oggi, 11 marzo 2015

Mattina di esercizio fisico nella Capitale per Mario Draghi, dal 2011 presidente della Bce (Banca centrale europea), probabilmente l’uomo più potente del nostro continente. Accompagnato dal suo amato bracco ungherese, il banchiere ha percorso circa cinque chilometri fra corsetta, stretching e coccole al suo fedele amico, sempre protetto con discrezione dall’onnipresente scorta. Poi, un salto a cambiarsi nella casa romana dove torna da Francoforte nei pochi momenti liberi.
 
Infine, Draghi è andato con la moglie Maria Serenella in una pasticceria del centro, a compensare tanto salutismo con un bel peccato di gola.

Se lo merita, perché proprio in questi giorni sta raccogliendo i frutti di tre anni e mezzo di lavoro. Quando assunse la carica, infatti, l’euro era in crisi. Cinque dei 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica traballavano. Dopo una cura severa, Spagna, Portogallo e Irlanda si sono rimesse in sesto. 

Anche l’Italia sta meglio: dall’inizio dell’anno è iniziata la risalita del Pil (Prodotto interno lordo). E la Grecia, nonostante le bizze del nuovo premier Alexis Tsipras e del suo pittoresco ministro Yanis Varoufakis, sta trattando le misure imposte dalla troika (Bce, Fmi e Commissione europea).

Lo aveva promesso, Draghi, con la famosa frase del luglio 2012 che rappresentò la svolta: «Faremo tutto quello che è necessario per sostenere l’euro». Bastarono quelle sue poche parole per zittire gli speculatori e far crollare lo spread. Un impegno che vale ancor oggi, contro i partiti populisti che vorrebbero l’uscita dalla moneta unica.

È bastato infatti l’annuncio di Draghi sulla manovra da 1.100 miliardi per sostenere i debiti pubblici europei (60 miliardi al mese per un anno e mezzo) a far scendere lo spread Italia/Germania a 90, e a far risalire le Borse. 

SuperMario ha piegato la resistenza dei tedeschi verso una maggiore solidarietà fiscale. Ma allo stesso tempo avverte: «I Paesi ancora in difficoltà, come l’Italia, devono fare le riforme». Infatti il prezzo del petrolio basso e l’euro debole non potranno sostenere per sempre le nostre esportazioni. E per abbassare le tasse che soffocano l’economia dobbiamo effettuare ancora sacrifici sulla spesa pubblica. 

Un piccolo sacrificio lo sta facendo anche lui. Lo stipendio di Draghi, infatti, è di “appena” 378 mila euro annui. Molto, ma niente rispetto alle decine di milioni dei suoi colleghi nelle banche private, dove lui ha lavorato fino al 2005. E meno del governatore della Banca d’Italia: 495 mila euro.

Il suo mandato a Francoforte finirà nel 2019. Allora avrà 72 anni. Andrà al Quirinale dopo Mattarella?
Mauro Suttora

Wednesday, March 11, 2015

Expo di notte


VISITA AI TURNI NOTTURNI DEI CANTIERI, A DUE MESI DALL'APERTURA

Oggi, 4 marzo 2015

di Mauro Suttora 

Speriamo che non piova. Mancano soltanto sette settimane all’inaugurazione dell’Expo di Milano, ma alcuni cantieri sono ancora indietro. Ognuno dei 145 Paesi partecipanti è responsabile per il proprio padiglione. Molti l’hanno terminato, altri sono ancora in alto mare. Quindi sono costretti a fare i turni notturni per rispettare i tempi. Ma troppi giorni di pioggia potrebbero ritardare i «cronoprogrammi», creando problemi.
 
Siamo andati a Rho, oltre la periferia nordovest di Milano, per vedere come si lavora di notte, alla luce dei fari. L’area dell’Expo sorge fra due autostrade: quella per Torino e quella di Como-Varese, verso la Svizzera. Ma si potrà arrivare anche con i mezzi pubblici: il capolinea della linea rossa della metropolitana è lo stesso che serve la Fiera. Grandi ponti portano alle entrate.

Tutto qui è gigantesco, e nell’oscurità sembra ancora più impressionante. Peccato che quasi tutte queste immense e preziose strutture servano per una manifestazione che durerà soltanto sei mesi. Uno dei padiglioni più grandi e strani, una vera e propria opera d’arte, è quello della Cina. Dal decumano, il viale centrale dell’Expo che prende il nome dall’antica Roma, per ora si vedono in lontananza grandi montagne russe di legno.

Ci avviciniamo. Il capocantiere del turno notturno, Mario Cannone, foggiano, ci spiega che le strutture curve in legno, prefabbricate in Friuli, sosterranno il tetto ricoperto di canne di bambù. Ma ce la farete? «Certo, è tutto programmato», sorride.
Lui arriva ogni mattina alla sette dal suo paese in provincia di Novara, e torna a mezzanotte. «In queste ore senza traffico ci metto solo venti minuti». La metà di quel che ci vuole per il centro di Milano. La sua famiglia lo vede pochi minuti di notte, ma lui è contento: «Il mio cantiere precedente era in Algeria, almeno adesso posso vivere a casa». 

Molti operai sono albanesi. Scopriamo un ingegnere bergamasco dell’impresa appaltante, la Bodino di Torino: «Quasi tutti i padiglioni dell’Expo sono in moduli prefabbricati, soprattutto in legno, così potranno essere smontati e ricostruiti altrove». La difficoltà più grossa, ci spiegano, è che il progetto cinese non prevede linee rette: «Solo curve, e per incastrare i pezzi con maxibulloni e viti dobbiamo rifinirli con le seghe al millimetro».

Il viavai di tir che consegnano i pezzi è continuo. Sarà così fino al primo maggio, quando arriverà il presidente Sergio Mattarella a inaugurare la festa. «Anzi, le ultime settimane saranno le più intense», ci spiega la nostra guida, il capufficio stampa Stefano Gallizzi, «perché molte nazioni hanno già finito i padiglioni, ma aspettano per arredare gli interni perché temono che lasciandoli lì vuoti si possano rovinare».

Insomma, ci sono addirittura i ritardi programmati del just-in-time. Intanto, migliaia di uomini delle squadre di addetti ai padiglioni stanno occupando gli alberghi di Milano e Brianza. I tedeschi hanno requisito un intero hotel verso Varese. Quasi tutti però si sono affidati a imprese di costruzioni e a studi di progettazione e di arredamento italiani: il nostro design, non a caso, domina il mondo. E ce ne accorgeremo ancora una volta in aprile, quando Milano diventerà come ogni anno la capitale del pianeta, invasa dai creativi per il Salone del mobile. Che, per fortuna, non si accavallerà con l’affollamento dei sei mesi dell’Expo.

Intanto la nostra auto procede sul decumano, facendo lo slalom fra furgoni, camion e addetti allo scarico con gru e carrelli.

Arriviamo al centro dell’Expo, dove sorge il padiglione Italia. Maestoso, bianco, bellissimo. Alto quattro piani, struttura in cemento armato, l’unico che resterà anche dopo la chiusura del primo novembre. Per la prima volta lo si vede con una fiancata terminata, e i ghirigori che disegnano le strutture di una pianta.

Dentro, fervono i lavori. Non si capisce ancora bene quale sarà il risultato finale, la distanza fra la realtà e il progetto è troppo forte. Lo si può intuire solo osservando i pezzi che stanno a terra, aspettando di essere montati con le maxigru. «Ma è solo questione di giorni, se tornate fra una settimana non riconoscerete più nulla», ci dice il capocantiere.

Soltanto per visitare la mostra che conterrà il padiglione Italia ci vorranno parecchie ore. E così per ogni altro padiglione. «La verità è che per vedere tutta l’Expo ci vorrebbero parecchi giorni», dice Gallizzi, «ma ovviamente la maggior parte dei turisti non può fermarsi così tanto a Milano».

Ci sarà quindi da fare una scelta, una volta entrati in questa maxiFiera. I visitatori saranno attratti dal padiglione del proprio Paese, oppure dai cosiddetti «cluster» che raggruppano nazioni che si sono coalizzate per svolgere un unico tema. Sempre nell’àmbito cibo e alimentazione, per esempio, i principali Paesi produttori di cacao staranno assieme: Cuba, Costa d’Avorio, Ghana, Camerun, Sao Tomé e Gabon. Il trionfo del cioccolato.

Accanto a palazzo Italia ci sono i padiglioni dell’Unione europea e di Israele. Forse per ordine alfabetico, o forse per caso. Viene subito in mente il problema sicurezza. La tentazione, per qualsiasi malintenzionato, di farsi pubblicità anche solo con la rivendicazione di un petardo, potrebbe essere forte. Per questo l’area Expo è protetta da muri, cancelli e reti invalicabili. Telecamere controllano ogni metro di superficie. Ma l’esperienza di altri grandi eventi, come le Olimpiadi di Londra tre anni fa, è preziosa. 

Fondamentale sarà l’opera di centinaia di volontari che, a Milano città come all’Expo, convoglieranno la marea umana dando informazioni col sorriso. Un calore umano che spesso i visitatori delle Esposizioni del passato (Shanghai, Siviglia, Lisbona) hanno portato a casa come un ricordo ancor più bello delle tante meraviglie esposte negli stand.

Intanto, gli operai lavorano ancora nel fango. Speriamo che la primavera non sia piovosa. Altrimenti l’ultimo asfalto verrà messo col batticuore, poche ore prima dell’inaugurazione.
Mauro Suttora

Wednesday, February 25, 2015

Pansa: «Salvini, volgare furbastro»

MATTEO SALVINI? UN FURBASTRO DI SUCCESSO

«Populista, volgare, sfida il ridicolo per far parlare di sé: è un politico di oggi». Così Giampaolo Pansa descrive il capo leghista. E lo confronta con i grandi conservatori, da Scelba ad Almirante. «Normale che si allei con Marine Le Pen». E Grillo? «Sembra il capo della X Mas»  

di Mauro Suttora

Oggi, 25 febbraio 2015

«Fa sembrare Silvio Berlusconi un matusalemme da ospizio. Ha spedito nel reparto anticaglie il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Ha annichilito i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Ha messo in guardaroba i vecchi capi leghisti Umberto Bossi e Bobo Maroni. Tutto in pochi mesi, con tanti blitz che ricordano il Berlusconi del 1994».

Giampaolo Pansa, l’ultimo capitolo del suo nuovo libro, La Destra siamo noi (Rizzoli), è tutto dedicato a Matteo Salvini.
«Il capo del Carroccio è davvero un esemplare politico del nostro tempo: furbastro, volgare, pronto a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé. In lui non c’è più nulla della vecchia destra. Che cosa ne avrebbero detto Scelba, Almirante o Montanelli? Ecco una domanda che non inquieta il ragazzone, il quale dalla copertina di Oggi ci ha offerto il capezzolo rosato, l’ascella pelosa e una posa da catalogo per incontri a luci rosse».

Per ora ha incontrato la Le Pen.
«Nella sua deriva populista contro l’euro e a favore di Putin, era fatale che incontrasse la signora con il carisma che ha sedotto la Francia».

E che ha distrutto D’Alema, in un duello tv a Di Martedì di Floris.
«D’Alema è da troppo tempo sulla scena. Come me, anche se io spero di salvarmi non annoiando i lettori».

Certo non con questo libro. Perché l’ha scritto?
«Perché, in un momento come questo in cui in Italia il centrodestra non esiste più e la destra è a pezzi, volevo raccontare la storia di una quarantina di “destri” che invece hanno fatto la storia: Fanfani, Rauti, Guareschi, Romiti, Gelli, Bisaglia, Rumor, Freda...»

Fascisti, dc, industriali, giornalisti.
«Alcuni possono apparire fuori posto. C’è perfino un eroe civile come Giorgio Ambrosoli, l’avvocato che si battè contro Sindona. Tutti accomunati dall’essere di destra, una parola che oggi però non puzza più di fascismo».

Come mai oggi la destra ha l’euro come suo principale bersaglio?
«Tutta l’Europa è minata alle fondamenta dalla crisi economica, che è diventata crisi sociale. Quindi chiunque proponga di fuggire dallo stato attuale  prende voti. C’è da dire che se l’Europa ha la faccia di Draghi, è ottima. Se invece ha quella del presidente della Commissione Juncker, sembra quella di un ubriaco».

Pure Grillo è antieuro. È di destra?
«Inclassificabile. Ma ormai è in curva discendente, i suoi deputati lo mollano. Nel mio libro c’è un personaggio che come lui ce l’aveva con la partitocrazia inefficiente e corrotta: Junio Valerio Borghese, capo della X Mas».

Grillo sta con l’inglese Farage.
«Quello mi sembra un cialtrone, anche se pare andrà bene al voto di maggio».

E il capo di Pegida, i tedeschi anti-Islam, che si è fatto fotografare in posa da Hitler?
«Guardi, l’unica che seguo in Europa  è la Le Pen. Anche perché nel fisico massiccio  mi ricorda mia madre, che faceva la modista».

Dei personaggi di destra che rievoca, chi potrebbe servire oggi?
«Almirante. Intelligente, astuto, forte. Sapeva stare al mondo. Oggi nella politica italiana mancano gli hombre vertical, quelli che rassicurano l’uomo della strada perché incutono rispetto».

E Renzi?
«È solo un bullo, un ganassa convinto di poter fare tutto. Autoritario: neanche lui immagina quanto lo sia, si farà brutte sorprese. Si sente senza limiti perché la destra è scomparsa. Ma non può fare tutte le parti in commedia. Oggi in Italia non c’è opposizione».

C’è Forza Italia.
«È diventata un ricovero per vecchi, guidata da un 78enne che non può competere con Renzi e Salvini. Il proverbio dice che “col sole al tramonto anche l’ombra del nano si allunga”, ma i fedeli di Berlusconi non possono tenerlo in vita politicamente imbalsamandolo come Lenin».

Nel suo libro ci sono molte storie di sesso. Compresi due premier della Dc chiacchierati come gay.
«La Democrazia Cristiana era la fotocopia dell’Italia: c’era dentro tutto. E liberale: si potevano scrivere le peggior cose contro di loro, senza troppe conseguenze. Il Pci, invece, ci avrebbe fucilati. Ma, soprattutto, la Dc è immortale. L’elezione di Mattarella a presidente dimostra che è ancora viva».

Cosa pensa di Mattarella?
«Lo stimo molto. Riuscirà a fare da argine a Renzi».
Mauro Suttora


Wednesday, February 18, 2015

I misteri dei nuovi cardinali

PAPA FRANCESCO NE HA NOMINATI 15, MA ALCUNE SCELTE SONO SINGOLARI. COME QUELLA DEL VESCOVO DI TONGA, CHE HA SOLO 15MILA FEDELI. MENTRE OGNUNO DEI QUATTRO CARDINALI BRASILIANI RAPPRESENTA BEN 41 MILIONI DI CATTOLICI

di Mauro Suttora

Oggi, 21 gennaio 2015

Con tutto il rispetto e la simpatia per monsignor Patita Paini Mafi, vescovo di Tonga, appena annunciato da papa Francesco come uno dei quindici nuovi cardinali che entreranno nel Concistoro del 14 febbraio, nella sua isola i cattolici sono appena 15 mila, su quasi centomila abitanti. In Brasile, invece, ognuno dei quattro cardinali «rappresenta» 41 milioni di fedeli (su un totale di 164 milioni): 2.800 volte più che a Tonga. 

E così nelle Filippine, dove i 70 milioni di cattolici hanno «appena» due cardinali, o in Colombia, Perù e Venezuela, in cui un solo porporato si fa carico di decine di milioni di pecorelle.
     
Per non parlare di interi Paesi senza cardinali, nonostante abbiano milioni di fedeli: 12 in Ecuador, 11 in Uganda, 8 in Angola, 7 in Belgio, 4 in Slovacchia e Ucraina.

Questo avviene perché in realtà il Collegio cardinalizio non funziona come un Parlamento mondiale della Chiesa cattolica. E quindi oltre ai criteri di rappresentanza numerica, il papa tiene conto di altri fattori. Per esempio quello della valorizzazione delle periferie, o di singoli vescovi che vengono premiati per la loro opera pastorale, o apporto intellettuale e di devozione. 

Poi ci sono i retaggi storici,  che ancor oggi fanno avere all’Italia ben 26 cardinali elettori (con meno di 80 anni), ovvero uno ogni due milioni dei nostri 52 milioni di fedeli. E all’Europa 75 porporati, quasi la metà del totale.

Premiata l’Asia
In questa nuova infornata è stata premiata l’Asia. Hanno ottenuto un cardinale la Birmania, nonostante abbia solo mezzo milione di cattolici su 50 milioni di abitanti (l’1 per cento), la Thailandia, con 300 mila fedeli su 60 milioni, e il Vietnam, con otto milioni di cattolici su 80.

Anche sui due nuovi cardinali italiani, comunque, le scelte di papa Francesco sono state singolari. Invece di elevare alla porpora l’arcivescovo di Torino e il patriarca di Venezia, come da tradizione, ha preferito loro i vescovi di Ancona e Agrigento. E senza neppure avvertirli.
Mauro Suttora

Wednesday, February 11, 2015

Rosy Bindi: "Il mio Mattarella"

NOI CATTOLICI DEMOCRATICI, INCOMPRESI ANCHE NELLA CHIESA

di Mauro Suttora

Oggi, 4 febbraio 2015

"Quando sono entrata in Parlamento nel 1992 avevo alla destra del mio seggio Sergio Mattarella, e a sinistra Leopoldo Elia. Ho imparato molto da loro. E' stata una gran scuola: quella di Aldo Moro, Zaccagnini, La Pira, Dossetti. Insomma, i cattolici democratici della sinistra Dc".

Rosy Bindi è considerata la sorella politica del nuovo presidente della Repubblica. Insieme, e con Enrico Letta, Dario Franceschini e Rosa Russo Jervolino, hanno contrastato Rocco Buttiglione che dopo Tangentopoli voleva spostare il partito Popolare (ex Dc) nel centrodestra. E nel '96 hanno fatto nascere l'Ulivo di Romano Prodi, primo abbozzo del partito Democratico con gli ex comunisti.

Ora è seduta nel Transatlantico, la sala di Montecitorio accanto all'aula dove ha appena votato nella seduta che sta mandando Mattarella al Quirinale. È uno dei giorni più felici della sua vita politica. Tutti vengono a congratularsi.

Lei non sta nella pelle, ci dà la sua prima intervista ma avverte: "Appena inizia lo spoglio torno dentro, per sentire i voti uno a uno".

Ma il risultato è sicuro.
"Non si sa mai. Voglio soffrire fino all'ultimo".

È da parecchio che soffre, Rosy Bindi. Prima per Berlusconi, poi per un Matteo Renzi che assomigliava troppo a Berlusconi.
"Quasi tutto perdonato. Vado ad abbracciarlo. L'elezione di Mattarella è un capolavoro".

Quando ha conosciuto il nuovo presidente?
"Mattarella aveva già dieci anni di esperienza parlamentare quando approdai a Roma. Era stato eletto alla Camera nell'83, raccogliendo l'eredità del fratello Piersanti assassinato dalla mafia. Diventammo subito amici".

Anche con la sua famiglia?
"Sì. Sua moglie, scomparsa due anni fa, era una donna straordinaria: l'opposto di lui per temperamento, ma uguale acutezza. Fui ospite da loro a Palermo, loro da me in montagna".

È vero che lo chiamavano 'Martirello' per l'aria lugubre e sofferta?
"E' molto riservato, ma ha un senso spiccato dell'humour".

Com'e' che si dimise da ministro contro Berlusconi?
"Nel 1990 la legge Mammi' salvò le tv Fininvest da una direttiva europea che vietava il possesso di tre canali da parte di un solo privato. Cosi' tutti i ministri della sinistra Dc se ne andarono dal governo Andreotti. Lui lasciò la Pubblica istruzione: una scelta drastica e irrevocabile improbabile per un Dc, ma non per un cattolico democratico".

Lei nel 1980 era accanto al professor Vittorio Bachelet ucciso dai brigatisti rossi. Un mese prima Mattarella vide morire il fratello fra le sue braccia. Vi unisce il dolore?
"Sì, ma anche tante battaglie combattute assieme, come quelle contro il Caf di Craxi, Andreotti, Forlani, e contro Berlusconi. Quando lui era vicepresidente del governo D'Alema nel '99 ebbi un forte appoggio per portare a termine la riforma della Sanità. Siamo cristiani ma pratichiamo la laicità, come ho dimostrato con i Dico, i Diritti dei conviventi. Noi cattolici democratici, prima di papa Francesco, abbiamo attraversato anni difficili anche dentro la Chiesa, con la presidenza Ruini della Cei".

Nel 2008 Mattarella lasciò la politica, non si ricandido'.
"Troppo cinismo e tatticismo nei partiti. Decisione non indolore, per un fondatore del Pd. Ma che si è rivelata provvidenziale, perché essere fuori dai giochi ha favorito questa sua elezione a presidente". 
Mauro Suttora  

Tuesday, February 03, 2015

Vendiamo il Quirinale

LUSSO INTOLLERABILE IN TEMPO DI CRISI: 1.200 STANZE PER UNA PERSONA SOLA. E INVECE DI RISPARMIARE, LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA SI È ESPANSA IN ALTRI TRE PALAZZI VICINI

di Mauro Suttora

Oggi, 28 gennaio 2015

Approfittiamo di queste due settimane d’interregno, in cui non rischiamo di offendere nessuno. Per favore, vendete il Quirinale. Ci costa 237 milioni di euro all’anno: il doppio rispetto a 17 anni fa, il triplo sul 1986. Ma è soprattutto il confronto con l’estero a far capire l’assurdità di questa spesa. In Germania la presidenza della Repubblica ha un bilancio che è un decimo della nostra: 20 milioni di euro. A Buckingham Palace la regina Elisabetta se la cava con 60 milioni annui: un quarto dell’Italia. Il presidente francese, che ha compiti ben più importanti del nostro, riceve 90 milioni.
Noi invece manteniamo un esercito di 1.636 dipendenti: 871 civili e 765 militari. Ci sono i 260 corazzieri a cavallo,  ma per non far torto agli altri corpi anche centinaia di poliziotti, una settantina di guardie di finanza, 21 vigili e 16 guardie forestali (per la tenuta di Castelporziano).

L’imperatore giapponese ha mille dipendenti, il presidente degli Stati Uniti e il re spagnolo mezzo migliaio, a Londra ce ne sono 300, a Berlino 160.

Al Quirinale, invece, ci sono due persone solo per controllare gli orologi a pendolo, due doratori, tre ebanisti, sei tappezzieri, 14 addetti all’ufficio postale interno, 41 autisti per 35 auto blu. Nelle cucine una decina di cuochi, e 26 camerieri.

«Abbiamo ricevimenti di Stato con decine di ospiti, a volte centinaia», si giustificano i dirigenti quirinalizi (un’ottantina, con stipendi medi da 10 mila euro al mese, buona presenza di parenti di politici). Certo, ma non tutti i giorni. E flessibilità vorrebbe che per questi pranzi saltuari si ricorresse, come nel resto del mondo, al catering.

Insomma, nel centro di Roma il colle più alto è occupato da una concentrazione di velluti e ori, maggiordomi in livrea che si inchinano, lussi inimmaginabili e pompa borbonica. Non è possibile che una Repubblica fondata sul lavoro e devastata dalla crisi peggiore della sua storia si permetta sprechi simili.

Un paradosso: il segretario generale del Quirinale guadagna il doppio dello stesso presidente: 490 mila euro contro 239 mila. Perché i presidenti passano, ma i grandi burocrati restano.

L’elefantiasi della presidenza della Repubblica ha una causa precisa: nel tempo, ma soprattutto negli ultimi vent’anni, quelli che un tempo erano semplici consiglieri del presidente, ciascuno con un piccolo ufficio, si sono trasformati in veri e propri ministeri. Così oggi abbiamo il consigliere giuridico con uno staff degno del dicastero della Giustizia, quello militare per la Difesa, il diplomatico per gli Esteri, e poi gli Affari interni, e così via.

Obietta l’ufficio stampa del Quirinale (anch’esso sovradimensionato): «Il presidente guida anche il Csm (Consiglio superiore della magistratura) e il Csd (Consiglio supremo della difesa)». Certo, ma magistrati e forze armate dispongono già di fior di palazzi in centro a Roma, con strutture e funzionari.

L’aspetto più incredibile è che il Quirinale, nonostante le sue 1.200 sale e stanze, dagli anni Ottanta chissà perché ha avuto bisogno di espandersi in vari palazzi limitrofi: apparentemente, infatti, non riesce ad accomodare le proprie sempre crescenti esigenze, comprese quelle per appartamenti privati graziosamente concessi a vari fortunatissimi dirigenti. 
E così, giù in via della Dataria verso la fontana di Trevi, ecco i palazzi San Felice e della Panetteria: sono stati annessi alla Presidenza. Dal 2009 anche palazzo Sant’Andrea in via del Quirinale, per l’archivio. Quanto ai corazzieri, caserma e stalle per i 60 cavalli stanno poco più in là, nell’ex convento di Santa Susanna.

Insomma, chiunque sarà il nuovo presidente, ha ampli margini per risparmiare e tagliare. Sono  ormai passati otto anni da quando Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, con il libro La Casta, hanno squarciato il velo di deferenza e quasi omertà sulle spese del Quirinale.

Il presidente uscente Giorgio Napolitano ha fatto quel che ha potuto: è riuscito a fare a meno di 460 dipendenti rispetto al 2006, anno della sua elezione, e ha bloccato le spese, rimaste ai livelli di quell’anno. Ma le 1.200 stanze per una persona sola e con pochi poteri nel Palazzo più bello e grande di Roma, prima residenza del Papa, poi dei re Savoia, sono uno spreco immenso e intollerabile. Perfino la regina Margherita rifiutò di andarci, preferendo la più sobria e discreta villa Ada.
In quegli spazi potrebbero collocarsi molti uffici pubblici oggi costretti a pagare l’affitto. Il corpo centrale e il parco andrebbero aperti al pubblico pagante, come il palazzo Reale di Madrid. Va bene che a Roma già ci sono molti musei, ma dal Quirinale la vista è impagabile. Qualche ala secondaria potrebbe essere trasformata in residence di lusso, per produrre reddito. E, senza scandalo, c’è perfino lo spazio per ricavare preziosi garage sotterranei. Così, invece di spendere ogni anno la metà di quel che costa tutto il Senato, ricaveremmo qualche miliardo. 

Non dimentichiamo che la regina Elena durante la Prima guerra mondiale trasformò il palazzo in ospedale per i soldati feriti. Oggi a essere ferita dallo sfarzo della Casta è tutta l’Italia.
Mauro Suttora