Wednesday, June 25, 2014

Oasi di Sant'Alessio (Pavia)


Sant’Alessio (Pavia), giugno
Il momento più emozionante è stato l’anno scorso: «Dopo vent’anni di attesa, finalmente un gruppo di taccole ha nidificato nella torre», si entusiasma Harry Salamon. «Come nel ’92, quando duecento coppie di ardeidi decisero di fondare qui una nuova garzaia, il nido collettivo degli aironi. Era la prima volta che succedeva, in un luogo creato appositamente dall’uomo».

Siamo ad appena 25 chilometri a sud di Milano, nell’Oasi di Sant’Alessio. Bastano 40 minuti d’auto (un’ora con i mezzi pubblici) per entrare in un altro mondo. Fenicotteri e caprioli, aironi e cicogne, tucani e martin prescatori vivono in totale libertà nel loro habitat naturale. Niente gabbie. Ma i visitatori possono egualmente osservarli da vicino.

Attorno al castello medievale

Quarant’anni fa Salamon e sua moglie Antonia comprarono il castello di Sant’Alessio. Risalente ai longobardi, era stato ricostruito nel Quattrocento dal condottiero Franceschino Beccaria. Da qui l’armata dell’imperatore Carlo V nel 1525 si mosse per andare a sconfiggere i francesi nella battaglia di Pavia, che cambiò la storia d’Europa.

Oggi il castello, restaurato, è diventato il centro dell’Oasi naturalistica: dieci ettari di boschi, laghi, stagni e ruscelli. «Abbiamo applicato il sistema di Konrad Lorenz», racconta Salamon, «per reintrodurre specie animali in natura. Abbiamo rilasciato esemplari anche adulti che conoscono già l’ambiente dove vengono liberati. Così non sentono l’urgenza di andarsene subito, ma solo dopo aver conquistato le abilità necessarie alla vita selvatica».

La lista degli uccelli visibili a Sant’Alessio è lunga: picchi, sparvieri, upupe, sgarze, allocchi, civette, cardellini. Per brevi periodi falchi pescatori e di palude, astori, pendolini. E a terra conigli selvatici, lepri, scoiattoli, donnole, lontre. Fa impressione la quantità di animali che arrivano verso sera, per trascorrere la notte al riparo degli alberi. Che sono - apposta - abbandonati a se stessi.

«Salici e aceri, alberi dal ciclo breve, in questi quarant’anni sono giunti alla terza o quarta generazione. Lasciamo i tronchi sul posto per alimentare funghi e larve degli insetti», spiega Salamon.

I visitatori (il biglietto costa 13 euro, 10 euro fino ai 12 anni e per gli anziani nei giorni feriali. Orari: dalle 10 alle 17, fino alle 18 di sabato e domenica) percorrono camminamenti segreti che permettono di avvicinarsi a pochi metri dagli uccelli.  Nella tarda primavera ci sono centinaia di aironi. Per le scuole sono previsti corsi didattici sulla fauna nelle zone umide europee.
Mauro Suttora


ALTRE OASI VICINO ALLE GRANDI CITTA':


1) Macchiagrande e Vasche di Maccarese, Fiumicino (Roma): 310 ettari del Wwf, aperti ogni sabato e domenica dalle 10 alle 17, due visite guidate al giorno.

2) Giardino di Ninfa, Cisterna (Latina): giardino botanico e parco naturale Pantanello, 106 ettari di piante esotiche, lago, fiume Ninfa e un lembo di palude pontina ricostituita.

3) Cratere degli Astroni, Napoli: a pochi passi dal centro, è un vulcano spento che fa parte del più complesso cratere di Agnano, nell’area dei Campi Flegrei. È il più giovane dei crateri: con i suoi 3600 anni si estende per 247 ettari. Nel punto più basso del cratere si trovano tre laghetti con vegetazione tipica delle zone lacustri: canne, giunchi, tife e salici.
 
4) Oasi fluviale del Molino Grande, San Lazzaro di Savena (Bologna): tutela un tratto di bosco ripariale del torrente Idice. Alberi monumentali e nidi di rare specie di uccelli. Sentiero di 2 km lungo il fiume.

5) Ca' Roman, Venezia: all’estremità sud della laguna, di fronte a Chioggia. Oasi Lipu (Lega italiana protezione uccelli) con una straordinaria ricchezza faunistica. È su una delle più importanti rotte migratorie d’Italia: 190 specie d’uccelli censite la utilizzano in autunno e primavera per riposarsi e nutrirsi prima di riprendere il viaggio.

6) Cascina Bellezza, Poirino (Torino): quattro ettari a sud di Torino. Zona umida con rimboschimenti, siepi, prati e incolti che ospitano numerose specie.
 
7) Vanzago (Milano): uno degli ultimi boschi sopravvissuti nella pianura Padana. Oasi Wwf di 200 ettari con il Centro di recupero animali selvatici:  un vero e proprio ospedale.

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Wednesday, June 18, 2014

Il mistero dei Bronzi di Riace

ECCO PERCHE' SONO POCO "DOTATI"

Le statue ritrovate in mare hanno corpi splendidi, ma una 'virilità' ridotta. Chi ritraggono? Come furono trasportate? Alberto Angela ci accompagna alla scoperta dei loro segreti


Oggi, 11 giugno 2014

di Mauro Suttora

Quindicimila al mese. Tanti sono i turisti che dall’inizio dell’anno hanno visitato i Bronzi di Riace nella loro collocazione definitiva: il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. E aumenteranno con l’estate, la prima durante la quale queste meraviglie mondiali possono essere ammirate dopo il loro restauro e la ristrutturazione del palazzo Anni 30 di Marcello Piacentini. Lavori durati quattro anni, costi triplicati (da 11 a 33 miloni). E un ricorso al Tar blocca ancora l’esposizione di preziosi reperti della Magna Grecia nelle altre sale del museo. Che quindi offre ai visitatori (increduli soprattutto gli stranieri) soltanto i Bronzi, solitari nel loro salone, avulsi da ogni contesto. Se tutto andrà bene, il nuovo allestimento dei quattro piani del museo verrà completato solo nel 2015.

C’è inoltre la possibilità che, in occasione dell’Expo, Milano scippi i Bronzi a Reggio per qualche mese, in modo da poterli mostrare a milioni di visitatori. Una raccolta di firme sta cercando di scongiurarlo.

Intanto Alberto Angela, figlio di Piero e conduttore di Ulisse (Rai3), pubblica I Bronzi di Riace, l’avventura di due eroi restituiti dal mare (Rizzoli - Rai Eri). Libro avvincente, che risponde a ogni domanda sull’epopea delle statue recuperate in mare nel 1972.

Le ipotesi sulla loro identità

Fra tutte le opere pervenuteci dall’antichità, infatti, i due Bronzi sono quelli che hanno colpito ed entusiasmato di più il pubblico. Perché? «All’origine del successo ci sono la bellezza straordinaria e la fattura pregevole del Giovane e dell’Uomo maturo. Ma non solo. A contribuire al loro fascino è anche l’aura di mistero che tuttora li avvolge», spiega Angela. Il quale ci accompagna nell’epoca e negli ambienti da cui provengono, va alla ricerca dei loro autori (grandissimi artisti: forse proprio il leggendario scultore Fidia?) e immagina chi potessero raffigurare: Castore e Polluce? Un guerriero e uno stratega? E ancora: come furono forgiati? Con quale tecnica fu possibile renderne la capigliatura morbida o le vene che appaiono sotto pelle?

Ma il percorso emozionante alla scoperta dei Bronzi non si ferma qui: in quali circostanze finirono sul fondale del mar Ionio? Furono buttati da una nave in una notte di tempesta? E la nave arrivò in porto o affondò? Quando accadde? Che lingua parlava l’equipaggio: greco, latino o addirittura goto?

Angela fa tesoro degli studi più aggiornati e dei recenti restauri: «Le statue viaggiavano adagiate sulla schiena, sul ponte di una nave, e forse proprio per facilitare il trasporto prima di caricarle a bordo erano stati rimossi gli scudi, gli elmi e le lance che le adornavano. Sotto i piedi spuntano ancora i perni in piombo che li ancoravano ai loro basamenti originari. Forse si trovavano in un tempio o in un luogo sacro. E i marinai, superstiziosi, sospettarono che la burrasca fosse stata inviata dagli dei per punire il “furto” sacrilego. Magari qualcuno si convinse che l’unico modo per placare la furia divina fosse gettare le statue in mare».

In realtà non sappiamo quasi nulla di quegli uomini e di quella nave, avverte Angela. I Bronzi risalgono a 2.500 anni fa, ma l’affondamento è posteriore, forse di secoli. L’unica certezza è che il relitto del bastimento non è stato mai trovato, e che le statue erano isolate sul fondale. Vicino a loro sono stati rinvenuti solo 28 anelli in piombo, magari appartenenti alla velatura della nave.

Una domanda imbarazzante coglie chiunque ammiri le statue perfette: perché il loro pene è così piccolo, sproporzionato rispetto al resto del corpo? «La scelta di attribuire una “virilità” così ridotta a due figure aitanti e imponenti come il Giovane e l’Uomo maturo», spiega Angela, «risponde alla convinzione degli antichi greci che un membro di grandi dimensioni fosse volgare e si addicesse a barbari e schiavi, non certo a un nobile greco. Nella rappresentazione di una figura maschile idealizzata e tesa alla perfezione, quindi, questo elemento anatomico doveva essere minimizzato. Esattamente come oggi le modelle non hanno mai forme accentuate (per esempio, i seni), ma contenute».

In ogni caso, per ritrovare in un bronzo, dopo Grecia e Roma, una qualità tanto sbalorditiva nella raffigurazione della fisicità di un uomo (con ossa, muscoli, tendini e vasi sanguigni) bisognerà attendere 2 mila anni: solo Donatello, nel Rinascimento fiorentino, riuscì a tornare a quei livelli, e dopo di lui Michelangelo.

Purtroppo soltanto un centinaio fra le migliaia di perfette statue bronzee grecoromane ci sono arrivate: nel Medioevo il loro bronzo venne sconsideratamente fuso per ricavarne monete, utensili e armi. Questo moltiplica il valore delle due statue conservate nel museo di Reggio Calabria.

Angela esclude che i Bronzi raffigurino Castore e Polluce, i gemelli figli di Zeus e Leda. Recenti esami, infatti, hanno stabilito che furono creati a 30 anni di distanza l’uno dall’altro. Più credibile che si tratti di un padre e di un figlio. Ma le curiosità che avvolgono le due statue sono innumerevoli. Non ci resta che leggere il libro e andare a Reggio Calabria.
Mauro Suttora



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Felipe VI, re di Spagna


VIAGGIO A MADRID DOPO L'ABDICAZIONE DI JUAN CARLOS

dall'inviato Mauro Suttora

Oggi, 11 giugno 2014

Plaza de Toros de Las Ventas, la maggiore di Spagna, trabocca di spettatori. Prima delle corride in 25mila si alzano ad applaudire re Juan Carlos, accanto al sindaco di Madrid Ignacio Gonzalez. Gli applausi durano per tutto l'inno nazionale, che in presenza dei reali viene eseguito nella versione lunga.

Il re è commosso. Da mesi, da anni non veniva accolto così. «Gli battono le mani solo perché ha abdicato tre giorni fa», sibila uno spettatore repubblicano. «Macché, l'entusiasmo è genuino», commenterà con Oggi il sindaco Gonzalez (Partito Popolare), «Juan Carlos ci ha assicurato prosperità e progresso per 39 anni».

Il nuovo re di Spagna è Felipe VI, suo figlio. I toreri che hanno matato Juan Carlos sono i cinque milioni di spagnoli che alle europee del 25 maggio hanno tolto il voto ai due principali partiti, socialisti e popolari. La crisi è precipitata. Certo, le foto del re allegramente a caccia in Botswana con l'amante tedesca, fra lo sconcerto di milioni di disoccupati, lo hanno condannato. E i 17 anni di carcere che rischia suo genero, causa tangenti milionarie per Cristina, figlia del re. E poi il fisico malfermo: tumore benigno ai polmoni, femori e anche a pezzi, sette operazioni in due anni. Ma il re non si è aggrappato alla salute come scusa. Lo ha detto chiaramente: «Abdico per il bene della Corona e della Spagna».

Lo ha fatto proprio il 2 giugno, anniversario del referendum monarchia/repubblica italiano. Juan Carlos, nato a Roma, conosce la nostra storia. Sa che l'abdicazione di re Vittorio Emanuele III non servì a salvare casa Savoia. Ma sa anche che, se avesse rimandato la decisione, sarebbe stato peggio: il segretario monarchico del Psoe (Partido socialista obrero espagnol) è dimissionario, in autunno c'è il voto amministrativo, nel 2015 le politiche. E in cambio dell'abdicazione lui ha chiesto l'immunità perpetua dai processi. Regalo che gli può garantire soltanto l’attuale Parlamento, non certo quelle in cui estrema sinistra e il nuovo partito «grillino» Podemos (Indignati) arrivassero al 20%, come alle europee. Quindi abdicazione subito, e addio sogno di raggiungere 40 anni di regno.

Con Felipe re, diventa regina la controversa Letizia Ortiz Rocasolano. Dieci anni dopo le nozze, l'ex giornalista sale al trono proprio nel momento in cui due spagnoli su tre reclamano un referendum su monarchia o repubblica. Nel caso improbabile che venisse tenuto, i sondaggi danno ancora una prevalenza di monarchici. Ma Letizia, contrariamente all'inglese Kate, non suscita grandi simpatie.

«È un'arrivista susseguiosa», dice a Oggi la sua ex collega Mariam Gomez. Contrastata da Juan Carlos perché non nobile, è riuscita a sposare Felipe solo perché quest'ultimo, dopo il veto opposto dalla famiglia reale a una modella norvegese suo grande amore, si è impuntato.

Se Felipe mostra un'inquietante somiglianza con il dittatore siriano Bashar Assad, Letizia fa di tutto per sembrare Rania di Giordania. Operazioni plastiche comprese.
Gli spagnoli la criticano su tutto. Ha fatto due figlie bionde e stupende? Sì, però non ha provato una terza volta, per dare alla Spagna un erede maschio. Così prossima regina sarà l’infanta Leonor. Che però ha soli otto anni. E se - Dio non voglia - a Felipe capitasse qualcosa, sarà Letizia reggente fino alla maggiore età della figlia.

«Non solo è “plebeya”, come curiosamente i nostri altezzosi nobili chiamano tutti i borghesi», spiega Mariam Gomez, «ma in gioventù era repubblicana, figlia di repubblicani, è divorziata, forse anoressica, e in più pare abbia abortito e sia finita in carcere per possesso di hashish».

«Es una encantadora», Letizia è incantevole, ha invece dichiarato l’attuale regina Sofia da New York, dove si trovava nei giorni dell’abdicazione. Sublime diplomazia di una signora abituata da decenni a dire bugie e subire centinaia di corna dall’esuberante marito.

Ha voglia la povera Letizia a scapicollarsi assieme al principe ereditario in centinaia di appuntamenti per tutta la Spagna. Anche diversi al giorno in posti lontanissimi: per esempio, mentre re Juan Carlos assaporava gli applausi quasi postumi alla corrida, Felipe e Letizia erano al mattino in Navarra a consegnare un premio, e nel pomeriggio a Barcellona dagli industriali.

Gli impegni di corte che annichilirono Lady Diana vengono affrontati con professionalità da Letizia. Eppure la criticano anche su questo, perché pretende che almeno i fine settimana siano liberi per stare con le figlie.

Ora Felipe abita con Letizia in una villa vicino al palazzo della Zarzuela, residenza di Juan Carlos e Sofia, circondati da un parco immenso (15mila ettari) alle porte di Madrid. Per educazione non li sfratteranno. E per sobrietà non inviteranno i capi di Stato e gli altri nove re europei alla cerimonia di intronazione. Si eviteranno così le polemiche di un anno fa sul costo del cambio della guardia in Olanda, otto milioni. Il modello è il Belgio, dove re Alberto ha abdicato per la modica cifra di 600 mila euro, niente fuochi d’artificio per il figlio. E neppure una messa solenne per Felipe, nella ex cattolicissima Spagna.

D’ora in poi Felipe non potrà più viaggiare sullo stesso mezzo dell’erede Leonor, per ragioni di sicurezza. Passerà da uno stipendio di 150mila euro ai 300mila di suo padre. Le due attuali «infante» sue sorelle non faranno più parte della casa reale e non incasseranno appannaggi. Il bilancio della Corona sarà di otto milioni annui (contro i 150 del nostro Quirinale). Insomma, l’ambiziosa Letizia dovrà rassegnarsi a fare la regina low-cost. Perlomeno finché dura la crisi economica. Ma da quel fronte giungono buone notizie: 200 mila occupati in più in Spagna a maggio. Se torna la prosperità, anche la monarchia si salverà.
Mauro Suttora

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Wednesday, May 28, 2014

Flop Grillo. Ma è sempre secondo



Sorprese: i 5 Stelle perdono tre milioni di voti su nove alle Europee

SPERAVA DI SUPERARE RENZI. INVECE IL PD LO HA QUASI DOPPIATO. E ADESSO? IL MOVIMENTO È CRESCIUTO, ORA LO GUIDA UN QUADRUMVIRATO. CON DENTRO UNA DONNA...

di Mauro Suttora 


Oggi, 28 maggio 2014

La più veloce e verace, come sempre, è la senatrice 5 stelle Paola Taverna. A mezzanotte di domenica, dopo le prime proiezioni, intuisce la bastonata: «Me sto a sentì male. Il Pd ci ha asfaltato. Disfatta totale», commenta sincera. Il Movimento di Grillo si attesta al 21 per cento: venti punti sotto Matteo Renzi, tre milioni di voti persi rispetto alle politiche dell’anno scorso. Ne restano comunque 5,8 milioni, e i grillini rimangono la seconda forza politica d’Italia.

Ha quindi buon gioco Beppe Grillo, il giorno dopo, a mimare per scherzo una pugnalata al cuore. Il gesto di un coltello nel petto riesce a sdrammatizza. Ma non cancella la figuraccia dei suoi parlamentari che la sera prima, interdetti, rifiutano qualsiasi commento. Non era mai successo nella storia d’Italia che un partito, dopo aver perso un voto su tre, restasse muto. «Aspettiamo i dati veri, quelli del Viminale», balbettano alle due di notte, a risultati quasi definitivi.

Nel silenzio dei parlamentari grillini tocca soltanto a Grillo, come sempre, parlare dopo la sconfitta. La mattina trascorre nel silenzio, poi sul suo blog (per diverso tempo irraggiungibile) appare un ringraziamento ai propri elettori con la celebre poesia Se di Rudyard Kipling.

È ormai pomeriggio quando arriva un messaggio che cita Fabrizio De Andrè e fa capire che Grillo non ha alcuna intenzione di arrendersi e ritirarsi (in Rete gli avevano ricordato la sua «promessa» in campagna elettorale): «Verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte», twitta, citando il Sessantotto della Canzone di maggio del cantautore suo concittadino.

Pochi minuti, ed ecco il videomessaggio sul blog nel quale Grillo sfrutta il mestiere di comico consumato per arginare l’amarezza sua e dei suoi. Usa l’ironia su se stesso e sul cofondatore Gianroberto Casaleggio («Ci prendiamo un Maalox»), ma promette che il M5s continuerà e alla fine vincerà. Risponde alle prese in giro affermando che il successo del M5S è solo questione di tempo, che questa volta ha deciso «l’Italia dei pensionati che non vogliono cambiare». E che comunque quella del M5S non è una sconfitta: «Siamo lì...»

Grande illusione, grande delusione

Certo, la grande illusione di superare Renzi (accreditata da sondaggi risultati tutti sbagliati) ora provoca una cocente delusione. Niente più «spallata al regime», addio rivoluzione. E in più la prospettiva di avere di fronte lunghi anni di opposizione a un giovane avversario. Grillo invece ha 65 anni, e il 59enne Casaleggio è malmesso in salute.

Ma comunque gli eurodeputati eletti sono 17, e il «quadrumvirato» spontaneo formato da Taverna, Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio e Roberto Fico sembra in grado di reggere il Movimento.

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Wednesday, May 14, 2014

Tifosi violenti


COME SCONFIGGERLI

di Mauro Suttora

Oggi, 7 maggio 2014

Soltanto in Italia e in Serbia i tifosi violenti vengono ancora tollerati. I Paesi del Nord Europa hanno sconfitto da tempo gli hooligans. Non che siano scomparsi: se ne sono accorti lo scorso dicembre quelli del movimento dei Forconi che a Milano bloccavano da giorni il traffico a piazzale Loreto. Bastò che arrivasse un pullman olandese, da cui scesero minacciosi tifosi alticci, per far scappare tutti.

GRAN BRETAGNA. La svolta avvenne nel 1985, dopo i 39 morti dell’Heysel (Juventus-Liverpool). Margaret Thatcher autorizzò l’arresto preventivo dei sospetti violenti e tappezzò stadi e dintorni di telecamere. Basta la prova visiva per farsi 24 ore di carcere, e il Daspo (Divieto di accedere a eventi sportivi) dura fino a dieci anni. Chi lo vìola finisce dentro, e a chi fa appello ma perde la condanna viene raddoppiata. Per evitare figuracce all’estero, con semplice provvedimento amministrativo i teppisti si vedono ritirare i passaporti. Negli anni ci sono state varie accuse di liberticidio, ma la linea dura continua.

Severità anche in FRANCIA: tre anni di galera a chi osa portare razzi allo stadio, due anni per chi si azzarda a ricostituire bande di tifosi sciolte dal ministero degli Interni. Il Paris Saint-Germain ha rinunciato a 13 mila abbonamenti di ultras. In Spagna bisogna prenotare il posto con nome e cognome anche nelle curve. E il Barcelona ha sciolto gli ultras Boixos Nois. In Germania vige l’arresto preventivo per gli ubriachi o i minacciosi. In Russia il Daspo dura fino a sette anni, e i violenti rischiano 160 ore di lavori socialmente utili.

RISULTATI POSITIVI. Ora gli stadi britannici sono pieni al 90 per cento,  e  due  spettatori su dieci sono donne. Gli stadi non hanno più barriere: il terreno di gioco è protetto solo dalla sua «sacralità», i tifosi ospiti siedono vicino a quelli di casa. Il calcio è tornato uno spettacolo per famiglie: si gioca il 26 dicembre, il 1° gennaio e a Pasqua. Gli impianti sono di proprietà dei club, con tutti i posti a sedere, moderni e accoglienti come teatri.

Mauro Suttora

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Wednesday, May 07, 2014

Eurodeputati: bilancio 2009-2014

Strasburgo (Francia), 15 aprile 2014

dall'inviato Mauro Suttora

Ultima seduta dell’Europarlamento nato nel 2009. È la settimana santa,  e i 766 deputati si affannano nelle   votazioni in extremis. Possono parlare al massimo un minuto ciascuno. È una catena di montaggio.

Tempo di bilanci. Lo facciamo anche noi, con i cinque parlamentari che avevamo «adottato» cinque anni fa. Chiedevamo loro innanzitutto una presenza costante a Bruxelles. I risultati sono nella pagina seguente.

Ottimo il leghista Lorenzo Fontana (95%), buoni gli altri. Ultima Francesca Balzani (Pd), al 71%, perché nell’ultimo anno è stata anche assessore comunale al Bilancio a Milano (in pratica la numero due del sindaco Giuliano Pisapia). Non si ripresenta alle elezioni del 25 maggio.

La produttività dei deputati, però, si misura anche con il numero di interrogazioni, mozioni, rapporti e interventi. Non solo in aula, ma anche nelle commissioni. E nelle riunioni dei partiti di appartenenza.
 
«È lì che si svolge il vero lavoro, spesso oscuro», spiega Licia Ronzulli (Forza Italia). 
«Senza un’assidua presenza in commissione, non avrei potuto raggiungere buoni risultati», conferma Niccolò Rinaldi. Che, eletto con l’Idv di Antonio Di Pietro, è stato anche vicepresidente dell’Alde (Alleanza liberal-democratici per l’Europa), terzo partito dopo i popolari/conservatori e i socialisti.

Fontana, per il sito mep ranking, è primo nel totale delle attività. Seconda Ronzulli, terzo Rinaldi. In coda Balzani e Magdi Allam. Quest’ultimo, eletto con l’Udc, ha poi fondato un suo partito personale (Amo l’Italia), e ora si presenta con Fratelli d’Italia nella circoscrizione Nordest.
 
Gli eurodeputati devono mantenere il contatto con i propri elettori. «Ogni anno ho visitato almeno due volte ognuna delle 22 province dell’Italia centrale», dice Rinaldi, «e ho organizzato 28 corsi gratuiti di formazione per l’accesso ai fondi europei. Ogni mese pubblico una newsletter con tutti i bandi in scadenza per i fondi europei diretti, da richiedere alla Ue, o indiretti, attraverso le quattro regioni del mio collegio: Umbria Lazio, Toscana e Marche. A Bruxelles ho organizzato sei corsi di formazione per amministratori e rappresentanti della società civile (disabili, insegnanti, volontari) per scambi di buone pratiche europee».

«Anch’io ho fatto conferenze per spiegare l’Europa e le sue grandi opportunità ai cittadini, avvicinandoli a una realtà troppo spesso vista come lontana ed astratta», aggiunge la Ronzulli.

Quanto a Fontana, proprio nel giorno in cui siamo a Strasburgo riceve un gruppo di elettori leghisti. Ogni deputato infatti ha diritto a invitare 110 persone l’anno, con viaggio rimborsato (260 euro un Roma-Bruxelles).
    
Passiamo a un argomento delicato: le lingue. È risaputo che gli eurodeputati italiani non brillano per conoscenza dell’inglese, lingua ormai indispensabile all’Europarlamento. Ha superato il francese dopo l’entrata nella Ue dei Paesi dell’Est, tutti anglofoni tranne la Romania.

Tutto da tradurre in 23 lingue

Rinaldi vola alto: «Parlo correntemente inglese, francese, spagnolo, portoghese. E sto imparando l’arabo». Ronzulli: «Sapevo già il francese, e in questi cinque anni ho frequentato corsi per migliorare l’inglese».

È vero che ogni documento dev’essere tradotto nelle ben 23 lingue dell’Europa-Babele, e che ogni intervento pronunciato in aula viene interpretato simultaneamente. Ma i veri contatti sono personali, e diversi deputati italiani hanno addirittura gettato la spugna dimettendosi, perché si sentivano tagliati fuori.

Una fonte di scandalo sono i portaborse. Ogni eletto ha diritto a ben 25mila euro lordi mensili per assumere quanti assistenti vuole. Tre al massimo a Bruxelles, gli altri nel proprio collegio. È vietato imbarcare parenti, ma i furbi lo fanno fare ai colleghi delle stesso gruppo.

«Pubblico tre volte l’anno bandi pubblici per tirocini nel mio ufficio, e poi l’esito della selezione», dice Rinaldi. «Idem per gli assistenti: ho fatto sessanta interviste».
Ronzulli: «Ho scelto collaboratori non per amicizia, ma perché competenti sul  funzionamento delle istituzioni europee».

E la doppia sede dell’Europarlamento? Mantenere i palazzi di Bruxelles (sede principale) e Strasburgo (una settimana al mese) costa 1,7 miliardi l’anno. Si risparmierebbero 200 milioni unificando.

«La decisione purtroppo dipende dai governi e non dal Parlamento, che anzi deve subirla», spiega Rinaldi. Aggiunge Ronzulli: «Quante risoluzioni abbiamo approvato per ottenere un’unica sede! È uno spreco intollerabile». Ma finché la Francia resisterà, Strasburgo rimarrà.

Si prevede una ventata antieuropeista al voto del 25 maggio. Il leghista Fontana è contro l’euro. Allam vuole un’Europa che difenda l’identità cristiana nei confronti degli immigrati, soprattutto quelli islamici. «Stati Uniti d’Europa», propongono invece Rinaldi e Ronzulli, «con un’unica politica estera e di difesa».
Mauro Suttora

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Wednesday, April 30, 2014

A che serve l'Europarlamento?

L’Europarlamento serve a poco o a nulla.  Purtroppo questa è la realtà, nonostante i proclami retorici. Infatti i veri poteri, nell’Unione Europea, li hanno gli altri due organi: la Commissione (nominata dai governi dei 28 Paesi membri) e il Consiglio (i vertici dei premier o ministri in carica).

di Mauro Suttora

Oggi, 23 aprile 2014

I 751 eurodeputati (73 italiani) possono solo «codecidere» assieme alla Commissione, negarle la fiducia in caso di contrasto insanabile, o bloccarne il bilancio. Per il resto, solo poteri «consultivi». Cioè chiacchiere.

Il problema è che queste chiacchiere costano molto: 1,7 miliardi di euro annui. L’Europarlamento è leggendario per i suoi sprechi.  Due sedi: i francesi non vogliono mollare Strasburgo, che funziona una sola settimana al mese per le sedute plenarie. Ventitre lingue in cui devono essere obbligatoriamente tradotti tutti gli atti e le parole pronunciate in aula e commissioni: migliaia di traduttori e interpreti simultanei. Gli irlandesi hanno rinunciato al gaelico, ma i maltesi (che parlano tutti inglese) vogliono il maltese.

Gli unici felici sono gli eurodeputati. Per loro l’elezione significa un affare da 2,2 milioni di euro garantiti in cinque anni (non c’è rischio di voto anticipato). Ogni mese, infatti, intascano 6 mila netti di stipendio, altri 6 mila di diaria, più 25 mila euro per i portaborse (massimo tre a Bruxelles, ma vari nel collegio d’origine). Non possono più assumere parenti e amanti, ma qualche collega compiacente può farlo.

Gli eurodeputati scontano questi privilegi con l’assoluta irrilevanza. Se non si è invitati a qualche talk show, si sparisce per cinque anni. Soluzione: dare veri poteri all’Europarlamento (unico organo eletto direttamente, quindi democratico), e tenere solo inglese e francese come lingue ufficiali.

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Wednesday, April 23, 2014

Jesus Christ Superstar

Parla Ted Neeley, il protagonista del film del 1973 ora in Italia per la versione teatrale del musical 

Oggi, 16 aprile 2014

di Mauro Suttora

Tremila volte Gesù Cristo. «Onestamente, non ho contato. Ma, calcolando tutte le repliche teatrali del musical in questi quarant’anni, la cifra potrebbe essere quella, più o meno».

È gentilissimo, Jesus Christ Superstar. Al secolo Ted Neeley, attore e cantante texano, che del Texas conserva l’accanto dolce e cantilenante. Nel 1973 divenne improvvisamente uno degli uomini più famosi e adorati del mondo. Fu quando uscì la versione cinematografica del musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, che sbancò dappertutto.

Ora Neeley è in Italia, al teatro Sistina di Roma. Il 18 aprile, venerdì santo, debutta la produzione italiana (ma in inglese) di Jesus Christ Superstar. Che va avanti con successo da vent’anni, con la regia di Massimo Romeo Piparo. Ma che per la prima volta ha come protagonista il Jesus originale.

«Ho accettato con entusiasmo di venire in Italia», ci dice Neeley, che di persona ci appare più piccolo e fragile di come lo ricordavamo sullo schermo, «e dopo Roma gireremo altre città».

Papa Francesco lo vedrà?
Al Sistina almeno fino alla fine di maggio, il Jesus Christ italiano ha una storia collaudata: 11 anni consecutivi in cartellone nei teatri della penisola, oltre un milione di spettatori, cento artisti che si sono alternati nel cast, 19 regioni e più di mille rappresentazioni in 84 città italiane.

Il segreto del successo? «La combinazione perfetta fra il rock, il musical e una grande storia», dice Neeley. Quello che non dice, è la segreta speranza che in qualche modo Papa Francesco possa essere coinvolto: con una rappresentazione extra in Vaticano, o assai più difficilmente avendo il Papa come spettatore in teatro.

«Può fare lei da emissario?», scherza Neeley. Il quale, nella sua lunga carriera di musicista rock iniziata nel 1965, non è rimasto “crocifisso” al ruolo di Jesus. È stato, infatti il protagonista di tutti gli altri musical rock più importanti della storia: Tommy, Hair e Sgt.Pepper. E ha lavorato con una quantità di star, da Ray Charles e Tina Turner. Oltre a cantare e a recitare è anche batterista, compositore e produttore.

Ma, inevitabilmente, le richieste maggiori nei decenni sono state per un ritorno al Jesus di fama planetaria, assieme alle altre superstar del film di Norman Jewison: Yvonne Elliman (Maria Maddalena) e Carl Anderson (il Giuda di colore), purtroppo scomparso dieci anni fa per una leucemia.  Nell’anno del Giubileo, il 2000, e l’anno seguente, anche Anderson recitò nella versione italiana.

Questa volta, ad attorniare Neeley, sono stati reclutati personaggi famosi della musica pop-rock italiana: i Negrita suonano assieme all’orchestra, e il loro Pau è Ponzio Pilato; Simona Molinari fa Maddalena, e l’ex-Rokes Shel Shapiro il sommo sacerdote Caifa.

Mister Neeley, eccola qui con i suoi capelli lunghi che fecero impazzire milioni di ragazzine (e non solo): se li è mai tagliati, dal 1973? «Only for business purposes, solo per ragioni di copione, una volta che dovevo interpretare a teatro un personaggio completamente calvo».

E come mai è andato a Verona con sua figlia Tessa? «Ci hanno invitato all’apertura del Vinitaly, poi abbiamo visitato l’Arena dove porteremo il musical, infine il balcone di Romeo e Giulietta. Una giornata stupenda».

Il revival di Jesus Christ ha spinto Neeley a produrre anche un suo nuovo lavoro: Rock Opera, già disponibile su iTunes e in vendita nei negozi dal 22 aprile. Dentro, oltre a una versione della sua canzone preferita del musical (Getsemani), spicca un duetto da brivido con Yvonne Elliman: Up Where We Belong di Joe Cocker. Ci sono anche foto inedite di Ted sul set in Israele durante le riprese nel 1972 di Jesus Christ Superstar.

«Quella è una storia tutta da raccontare», spiega, «perché nel film si vedono aerei e carri armati. Immagini che mescolano il passato di 2 mila anni fa con il presente. Ebbene, nessuno poteva sapere che solo pochi mesi dopo, in quello stesso deserto israeliano del Negev dove girammo molte scene, sarebbe scoppiata una guerra vera, quella del Kippur. Proprio nelle settimane in cui uscì il film».

Neeley ci parla con la sua voce suadente, e non possiamo non comprendere l’illusione di molti cristiani fondamentalisti che, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti, quasi lo scambiano per il Gesù reale. Dopo gli spettacoli, racconta, lo vanno a trovare nel camerino. E lui è gentile e disponibile con tutti. Non manda mai via nessuno, neanche i più fanatici.

Quando uscì, Jesus Christ Superstar suscitò polemiche. Combinava, infatti, la filosofia hippy dell’amore libero e della pace universale con la religione cristiana. Il rapporto fra Gesù e Maria Maddalena è al limite dello scandalo: I Don’t Know How To Love Him, non so come amarlo, canta lei, facendo capire che il confine fra amore spirituale e carnale è sottilissimo. Anzi, probabilmente è stato superato.

Giuda, poi, non è soltanto il classico traditore. È anche un critico della religione, in nome dei bisogni concreti: Too Much Heaven On Their Minds,  troppo paradiso nelle loro teste, urla contro gli apostoli che rifiutano scelte politiche più radicali. Esattamente il dilemma che attraversava molti cristiani negli anni ’60 e ’70.

«Il messaggio di Jesus Christ Superstar è ancora attualissimo», dice Neeley, «ovunque andiamo suscita discussioni infinite anche fra i giovani di oggi. Per questo, spesso, organizziamo repliche nelle scuole».

Neeley vive in California con la moglie, conosciuta proprio sul set del film, e i figli. Tessa collabora con lui e lo segue dappertutto.
Durante le prove al Sistina, Ted esibisce la sua leggendaria voce baritonale, non scalfita dall’età: nell’urlo di Getsemani riesce a raggiungere la nota Sol un’ottava sopra la mediana.

E pensare che, alle audizioni per il musical, Neeley non mirava alla parte di Gesù. Voleva quella di Giuda, che reputava più interessante musicalmente. Non ce la fece, e finì come riserva per entrambi i ruoli. Poi, dopo un’apparizione positiva, la promozione a titolare. E fu subito Superstar.
Mauro Suttora 

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