Wednesday, January 21, 2015

Dati falsi sui dipendenti pubblici


LA TRUFFA DEL PARAGONE CON LA GRAN BRETAGNA

di Mauro Suttora

Oggi, 14 gennaio 2015

Perfino contarli è difficile. Quanti sono i dipendenti pubblici in Italia? E, soprattutto: sono troppi, pochi, giusti? Circolano dati fantasiosi, secondo cui noi ne avremmo «soltanto» 3,2 milioni, contro per esempio i 5,2 milioni della Gran Bretagna, Paese che ha più o meno lo stesso nostro numero di abitanti.

Peccato che il paragone sia campato in aria, per due motivi: i britannici sono un milione in meno, e i nostri un milione in più. Nel Nord Europa, infatti, il part-time è molto più diffuso che in Italia. E le stesse statistiche ufficiali di Londra avvertono che i loro lavoratori pubblici si riducono a 4,2 milioni in «full-time equivalent», cioè dividendo il totale delle ore lavorate per 36 (l’orario settimanale a tempo pieno). È evidente, infatti, che due dipendenti a 18 ore settimanali equivalgono a uno a tempo pieno.

Ma c’è un’altra grande disomogeneità fra i due dati. Nel Regno Unito sono giustamente considerate «pubbliche» intere categorie che noi invece, chissà perché, definiamo «private». Gli autisti dei bus, per esempio. Dipendono da società formalmente autonome (Transport for London, Atm a Milano, la romana Atac), ma sono lavoratori pubblici, poiché i deficit delle loro società sono colmati dalle tasse. E così postini, ferrovieri, spazzini, lavoratori dell’Anas e delle municipalizzate.

Perfino i 13 mila dipendenti Rai sono pubblici. Però, chissà perché, le nostre statistiche non li definiscono tali. In realtà, calcolando tutti questi lavoratori di aziende che dipendono finanziariamente da Stato ed enti locali, i dipendenti pubblici italiani salgono oltre i quattro milioni. Come in Gran Bretagna.

Wednesday, January 14, 2015

I traghetti sono sicuri?

DOPO LA TRAGEDIA DEL PATRASSO-ANCONA, ECCO I SEGRETI DELLA SICUREZZA

di Mauro Suttora

Oggi, 7 gennaio 2015

La prossima volta potremo prendere un traghetto o una nave da crociera tranquilli, o rischiamo di svegliarci alle quattro del mattino con la cabina invasa dal fumo e il pavimento arroventato da un incendio?

Gli scenari da incubo vissuti dai 450 passeggeri della Norman Atlantic, la nave Grecia-Ancona bruciata il 28 dicembre, ci insegnano molte cose. Le scialuppe di salvataggio, innanzitutto. «I passeggeri sono abituati a guardarle annoiate sui ponti, e magari a maledirle perché ostruiscono la vista», ci dice Paolo De Luca, comandante Tirrenia in pensione. «A volte i loro argani sembrano bloccati dall’ultima mano di pittura data per rinfrescare la nave, e le catene e gru che servono per calarle in mare paiono troppo grosse per funzionare».

Invece, è dalle quattro maxiscialuppe della Norman Atlantic che sarebbe dovuta arrivare la salvezza per tutti, anche per gli undici passeggeri morti e la dozzina di dispersi. Ciascuna ha una capacità di 150 persone, 600 in totale, quindi più che sufficienti per trasportare sia i passeggeri, sia i 44 membri dell’equipaggio. 

Cos’è andato storto? Quasi tutto. Le istruzioni per le procedure d’emergenza sono state trasmesse dagli altoparlanti del traghetto alla partenza, in italiano, greco e inglese. «Ma, come sempre, nessuno le avrà ascoltate», dice de Luca. Si spiegava quali sono i punti di raccolta dei passeggeri, verso quali ponti dirigersi, dove prendere i giubbotti di salvataggio: «Quelli sono stati distribuiti bene, quasi tutti li indossavano».

All’inizio il comandante sperava di domare l’incendio, e quindi di evitare l’evacuazione. Quando però la situazione è apparsa irrecuperabile, due scialuppe su quattro erano inservibili: si trovavano sul lato colpito dall’incendio, si alzavano fiamme sulla fiancata, tutto era oscurato dal fumo, e il mare in forte tempesta aveva inclinato la nave. 

«Avevamo paura che affondasse», raccontano i passeggeri. Delle due calate in acqua, una è stata riempita con appena 60 passeggeri e cinque marinai. Che avrebbero dovuto essere solo tre: di qui l’accusa di non avere rispettato la regola sacra del mare sulla precedenza ai passeggeri.

«Ma quando si parla di equipaggio, nelle navi moderne, chiariamo che la maggioranza assoluta non è composta da marinai», precisa il comandante De Luca. «Ormai, soprattutto nelle crociere, il personale preponderante è quello per i servizi, dalle cucine ai bar, dalle pulizie all’intrattenimento. Certo, anche loro vengono addestrati per le emergenze. Ma non è gente specializzata, come i naviganti di lungo corso che imbarcavamo una volta sui nostri traghetti. Soprattutto napoletani, con grande esperienza. Gente che magari aveva doppiato Capo Horn sui mercantili, e che poi aveva ripiegato sul Mediterraneo per stare vicino a casa».

Ora invece abbiamo immigrati poco pagati, che parlano male sia l’italiano sia l’inglese, e che nel pericolo vanno nel panico: pensano soprattutto a salvare la propria pelle. Un altro episodio spiacevole del disastro Norman Atlantic, silenziato per non scivolare nel razzismo, è stato quello dei passeggeri uomini che non hanno dato la precedenza a donne e bambini nell’imbarco sugli elicotteri: si trattava di iracheni e afghani, poco adusi alla cavalleria verso il genere femminile.
     
In ogni caso, poche ore dopo l’incendio circa 170 passeggeri erano riusciti a lasciare la nave sulle scialuppe. Ma il tragico è che proprio alcuni che avevano telefonato a casa col cellulare da una scialuppa ora risultano dispersi. In particolare il camionista italiano Carmine Balzano. La loro imbarcazione si è capovolta nel mare in tempesta? L’enorme guscio vuoto di una di esse è stato trovato su una spiaggia albanese.

L’aspetto più inquietante del disastro è che la Norman Atlantic era un traghetto modernissimo. Varato dai cantieri di Rovigo appena cinque anni fa, quindi si presume dotato delle più avanzate attrezzature antincendio: materiali ignifughi, portelloni tagliafuoco, sprinkler (le reti di tubi con docce che spruzzano acqua al minimo segnale di fumo e fuoco in ogni garage). L’ispezione di un ente di controllo greco un mese fa aveva registrato deficienze, ma non così gravi da bloccare la navigazione: soltanto un invito a sistemarle per l’Anek Lines, la società che gestiva il traghetto.

E qui entriamo in un altro aspetto sorprendente della vicenda: abbiamo scoperto che la nave, nella sua breve vita dal 2010 a oggi, era già passata di mano più volte, affittata ogni anno dall’armatore italiano a una diversa società di navigazione, e su rotte diverse: prima la Genova-Termini Imerese (Messina) fino alla chiusura della fabbrica Fiat siciliana, poi i collegamenti per la Sardegna, infine quelli Italia-Grecia.

Questi vorticosi passaggi di gestione possono aver influito sulla sicurezza? «Assolutamente no», risponde il comandante De Luca, «perché anche nei trasporti marittimi, come in quelli aerei, ha preso piede l’utilizzo del leasing, che offre maggiore flessibilità. Le compagnie trovano conveniente non caricarsi di oneri fissi acquistando navi e aerei che costano molto, e preferiscono affittarli. Ma i controlli restano uguali e rigorosi per tutti».

Certo, se poi la società impone alla nave carichi eccessivi anche in condizioni di mare difficile, come adombrato dal comandante del traghetto Patrasso-Ancona Argilio Giacomazzi, non c’è controllo che tenga. I clandestini a bordo non si sa se siano stati imbarcati di nascosto, oppure con la complicità di membi dell’equipaggio o di singoli camionisti. Ma non sappiamo ancora se l’incendio è nato nel garage, dove pare si nascondessero, o nella sala macchine: corto circuito, materiali pericolosi, stufette accese avventatamente per riscaldarsi nelle cabine dei camion? L’inchiesta sarà lunga.
Mauro Suttora

Wednesday, January 07, 2015

L'incubo del traghetto Grecia-Ancona


FUOCO, FUMO, MARE FORZA OTTO, SOCCORSI IMPOSSIBILI. POI IL BUIO, FREDDO, PAURA. INFINE LA SALVEZZA

Oggi, 29 dicembre 2014

di Mauro Suttora

Alla faccia della cavalleria. «Quando gli elicotteri dei soccorsi sono arrivati, i passeggeri si sono fatti prendere dal panico», racconta Christos Perlis, 32 anni, camionista greco che era sul traghetto Norman Atlantic. «Tutti si pestavano per salire. Io e un altro abbiamo cercato di imporre un po’ d’ordine. Prima i bambini, poi le donne, poi gli uomini. Ma alcuni uomini hanno cominciato a colpirci, volevano entrare per primi. Non hanno dato la precedenza, niente».

L’incubo è durato ben 37 ore. Soltanto 170, sui quasi 500 fra passeggeri ed equipaggio, sono stati salvati il primo giorno. L’incendio è divampato in piena notte, alle 4 e mezzo. Tutti dormivano in cabina. Molti si sono accorti del pericolo soltanto per il fumo che entrava sotto le porte. Ma il mare in tempesta ha impedito alle navi in soccorso di avvicinarsi. E gli elicotteri non riuscivano ad atterrare sul ponte per il fumo e il rollio. Così gli unici a riuscire a scappare sono stati quelli imbarcati nelle scialuppe.

Un giorno e una notte ad aspettare e sperare

Poi è calata la notte. Ed è lì che per molti dei 300 ancora imbarcati è iniziato il vero inferno: freddo, fumo, onde da far venire il vomito, spruzzi. E tanta paura.
«Io e mio marito siamo stati più di quattro ore in acqua. Ho tentato di salvarlo ma non ci sono riuscita, lui mi diceva “moriamo, stiamo morendo”», racconta Teodora Doulis, 56 anni, greca, moglie di Georghios, 67, una delle otto vittime (bilancio purtroppo provvisorio). I due si erano gettati in mare per raggiungere la scialuppa. Il marito potrebbe essere deceduto per ipotermia.

«L’ho visto morire. Eravamo sullo scivolo della nave, lui davanti, io dietro. È rimasto impigliato a un telo di plastica e io non riuscivo a scendere. Ci davano fretta e ci dicevano di scendere, ed eravamo bagnati perché raggiunti dai getti d’acqua utilizzati per spegnere le fiamme. Alla fine siamo scesi in acqua, tenuti a galla dai salvagenti. C’era una nave, ma troppo lontana per soccorrerci. Siamo rimasti così più di quattro ore, nuotavo, per fortuna non avevo gli stivali. A mio marito usciva sangue dal naso, forse perché aveva battuto la testa sulla nave».

«A un certo punto», continua disperata la donna, «è arrivato un soccorritore che ha tentato di tagliare il telo in plastica in cui era rimasto intrappolato mio marito. Ma quando al secondo tentativo c’è riuscito, lui è morto tra le sue braccia. Ho visto anche un’altra persona morta, il cadavere era accanto a mio marito, aveva addosso una ciambella di salvataggio ma si vedeva che era privo di vita».

L’incendio è partito da uno dei cento camion nel garage, e si è propagato alle 150 auto. Soltanto una quarantina di passeggeri erano italiani. Duecento i greci. Tutti gli altri, di ogni nazionalità.
Il traghetto era nuovo. Varato a fine 2009 dai cantieri Visentini di Rovigo, apparteneva alla società Visemar, stesso gruppo. Ma in questi pochi anni ha cambiato vorticosamente mari, nomi e affittuari: prima la rotta Genova-Termini Imerese (Messina) finché qui c’era la fabbrica Fiat, poi Siremar, Grandi navi veloci e Moby per la Sardegna con il nome Scintu, infine i collegamenti con la Grecia con caronte e, attualmente, la compagnia greca Anek.

Il comandante italiano Argilio Giacomazzi, 62 anni, di La Spezia, è stato l’ultimo a lasciare la nave, prima che venisse trainata dai rimorchiatori nel porto di Brindisi. Almeno non c’è stato un altro caso Schettino.
Mauro Suttora

Presidenziabili 2014

Oggi, 31 dicembre 2014

di Mauro Suttora

Chi sarà eletto presidente della Repubblica in febbraio, passati i 15 giorni previsti dalla Costituzione dopo le dimissioni quasi sicure di Giorgio Napolitano? ROMANO PRODI, 75 anni, dev’essere risarcito per i 101 traditori che gli votarono contro nel segreto dell’urna due anni fa. Però è un vecchio dc.

Se sarà donna, potrebbe essere EMMA BONINO, 66 anni. Apprezzatissima in Europa (fu commissaria Ue negli Anni 90, nominata da Berlusconi) e nel mondo (si batte contro la pena di morte e ha fatto nascere la Corte internazionale dell’Onu). È radicale, quindi né di destra né di sinistra. E papa Francesco ha fatto cadere il veto del Vaticano contro di lei.

Un altro bipartisan: WALTER VELTRONI, 59 anni. Il fondatore del Pd non è più parlamentare, è stato «rottamato» da Renzi. Ma tutti ne apprezzano il buon carattere, anche se lo scandalo sulla mafia a Roma lo ha danneggiato (Luca Odevaine, arrestato, era un collaboratore del Veltroni sindaco).
 
Fra le candidate donne sembra un po’ in ribasso Roberta Pinotti, ministro della Difesa. ANNA FINOCCHIARO, 59, senatrice Pd, resta invece a galla: affidabile, affascinante, posata, la ex magistrata siciliana ha un’unica macchia: quella foto all’Ikea in cui un agente della scorta la aiutava a trasportare pacchi.
  
È un personaggio mitico, inaffondabile. Direttore del quotidiano Il Tempo per 15 anni, GIANNI LETTA, 79, è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio in tutti i governi Berlusconi. Zio di Enrico, il suo carattere felpato lo ha fatto apprezzare anche a sinistra. Se fosse eletto sarebbe il trionfo del «patto del Nazareno»: l’alleanza fra Renzi e Berlusconi nonostante i loro partiti siano uno al governo e l’altro all’opposizione. 
 
Sconosciuto al grande pubblico fino a due mesi fa, quando Renzi lo ha nominato ministro degli Esteri, il 60enne PAOLO GENTILONI andrebbe bene se il premier volesse un presidente che non gli faccia ombra. Passato dall’estrema sinistra (Manifesto) a quasi democristiano (Margherita), Gentiloni è amico degli Usa.
 
Fra i non politici di professione il più quotato sembra RENZO PIANO, 77. Il nostro architetto più famoso gode di fama mondiale e ha acquistato anche un po’ di esperienza istituzionale dopo la nomina a senatore a vita dell’agosto 2013. Un altro outsider di lusso è il senatore Nobel Carlo Rubbia, 80.

Usa: agenti contro neri

PERCHÈ LA POLIZIA DI NEW YORK CONTESTA IL SINDACO DE BLASIO?
Ai funerali degli agenti uccisi al culmine delle tensioni razziali, i colleghi hanno voltato le spalle al primo cittadino

Oggi, 31 dicembre 2014

di Mauro Suttora

È incredibile che 50 anni dopo il discorso «I have a dream» di Martin Luther King gli Stati Uniti siano ancora alle prese con violenze razziali. Che questo succeda proprio sotto la presidenza di Barack Obama, primo nero alla Casa Bianca. E che venga criticato il sindaco di New York Bill de Blasio, simbolo dell’integrazione: nipote di italiani sposato a una donna di colore.

Ai funerali di due poliziotti newyorkesi (uno di origine spagnola, l’altro cinese) uccisi da un giovane di colore, i loro colleghi hanno contestato il sindaco voltandogli la schiena mentre parlava. Lo accusano di parteggiare per i neri i quali, pur essendo soltanto il 6% degli statunitensi maschi, rappresentano il 40% dei due milioni di incarcerati. 

La polizia di New York è un feudo irlandese, come l’attuale assessore e il precedente. Ma la seconda nazionalità più rappresentata fra gli agenti è l’italiana. Il che non ha impedito la protesta contro De Blasio.

Gli agenti Usa hanno il grilletto facile contro i giovani neri? Sì. Ma bisogna considerare che questi ultimi commettono la metà degli omicidi negli Usa. Anche se il 93% delle loro vittime sono pure loro di colore. Non esiste, quindi, una guerra razziale bianchi/neri. 

I poliziotti americani sono più duri di quelli europei. Sparano appena qualcuno punta contro di loro un’arma. Il problema è nato perché in agosto hanno ucciso un 18enne afroamericano a Ferguson (Missouri), rapinatore ma disarmato, e non sono stati neppure processati: colpa dei giudici, semmai.

Tuesday, December 30, 2014

L'amante di Hollande su Rai1

Sorprese: l'amante del presidente francese recita in Il ritorno di Ulisse

HOLLANDE: IN TV LA SUA JULIE È ELENA DI TROIA

Vedremo la Gayet su Rai1 nell'ultima puntata. Intanto prosegue il duello con la sua ex Valérie

Oggi, 15 dicembre 2014

di Mauro Suttora

Volete vedere in tv l’amante del presidente francese François Hollande? Guardate la quarta e ultima puntata di Il ritorno di Ulisse, su Rai 1 domenica 21 dicembre. L’attrice Julie Gayet interpreta Elena di Troia, moglie di Menelao. Un ruolo secondario, ma stranamente passato sotto silenzio: è già apparsa nella seconda puntata, e non se n’è accorto nessuno.

Sono ancora insieme, lei è spesso all’Eliseo

La fantasiosa fiction italofrancese sul re di Itaca ha poco a che fare con la storia raccontata nell’Odissea: qui Menelao, diventato nemico di Ulisse, lo affronta nel duello finale, nonostante entrambi abbiano combattuto assieme dieci anni contro i troiani per recuperare Elena rapita da Paride.

Alessio Boni interpreta Ulisse, ma né lui né Caterina Murino (che fa sua moglie Penelope) incrociarono la Gayet sul set in Portogallo durante le riprese nella primavera 2012. Allora Julie non aveva ancora iniziato la relazione clandestina con Hollande: era solo una delle tante attrici francesi ingaggiate dalla coproduzione.

La storia Gayet-Hollande è venuta alla luce nel gennaio 2014 con la pubblicazione di foto del presidente che andava in scooter a passare la notte a casa di lei. Subito c’è stata la rottura di Hollande con la sua convivente all’Eliseo, Valérie Trierweiler, la quale si è vendicata pubblicando un libro velenoso contro di lui (nostra storia di copertina la settimana scorsa).

Sembrava che dalla vita del presidente fosse uscita anche la Gayet, invece tre settimane fa ecco un altro colpo di scena con foto rubate: i due mangiano tranquilli in un giardino dell’Eliseo. E pare che Julie dorma spesso con lui nel palazzo presidenziale.
Mauro Suttora



Wednesday, December 17, 2014

Salvini non sfonda al Sud


Il guru del meridione risponde a Salvini

«La Lega Nord cerca voti sotto Roma? È come se il Ku Klux Klan volesse vincere fra i neri». Pino Aprile spiega perché il piano nordista non va. E sulla Germania dice...

di Mauro Suttora

Oggi, 19 dicembre 2014

Ogni anno, ormai, arriva un nuovo libro di Pino Aprile, già vicedirettore di Oggi e direttore di Gente : Terroni 'ndernescional . Dopo il grande successo di Terroni (2010, edizioni Piemme) il profeta del Meridione aveva proseguito con Giù al Sud, Mai più terroni e Il sud puzza. Totale: una mezza milionata di copie vendute.

Perché «'ndernescional», ora?
«Perché ho scoperto che lo stesso triste destino riservato al nostro Sud con l'unità d'Italia è stato riservato anche all'ex Germania Est con l'unità tedesca di 25 anni fa. Invece del riscatto economico magnificato dalla propaganda, i tedeschi dell'Est ora stanno, nella media, peggio di prima».

Pure lei contro Angela Merkel?
«La Germania e il Nord Europa riserveranno a noi Paesi europei del Mediterraneo lo stesso trattamento».

Attento Aprile, anche la Lega Nord ora è antieuropeista.
«Matteo Salvini non ha inventato nulla. Il piano della Lega, non più Nord perché vorrebbe sfondare anche al Sud, era chiaro già un quarto di secolo fa, con il regionalismo del professor Gianfranco Miglio».

E perché allora non funzionò?
«Perché la nascita di Forza Italia nel 1994 impedì il progetto di due partiti secessionisti, la Lega al Nord e un partito al Sud appoggiato dalla mafia».

Invece oggi?
«La speranza di Salvini è vana: la Lega non può raccattare molti voti al Sud. Sarebbe come se il Ku Klux Klan pretendesse di rappresentare i neri d'America».

Quindi, cosa succederà?
«Dobbiamo difendere il Mediterraneo, uno dei luoghi più comodi per la nostra specie, dalle mire del Nord Europa».
Mauro Suttora

Wednesday, December 10, 2014

Vergogne di stampa

Segreti dell'informazione: in un libro 200 anni di rapporti con i politici

CHE SVIOLINATE A TUTTI I POTENTI!
Foscolo e gli austriaci. Longanesi che schiaffeggia Toscanini. Montanelli sull'attenti dal duce. Comunisti nelle riviste fasciste. E anche oggi, troppe riverenze

di Mauro Suttora

Oggi, 3 dicembre 2014

Marzo 1815. Napoleone scappa dall’isola d’Elba e punta su Parigi. Titoli di prima pagina sul giornale Moniteur: «Il mostro è fuggito dall’esilio» (9 marzo); «Il tiranno è a Lione (13 marzo); «L’usurpatore è a 60 ore di marcia dalla capitale» (18 marzo); «Bonaparte avanza a tappe forzate» (19 marzo); «Napoleone arriverà domani» (20 marzo); «L’Imperatore è a Fontainebleau» (21 marzo); «Sua maestà l’Imperatore è arrivato alle Tuileries. Niente può superare la gioia universale» (22 marzo).
E niente può superare la vergogna di certi giornali che voltano gabbana e si offrono al potente di turno. Pier Luigi Vercesi li castiga nel libro Ne ammazza più la penna (Sellerio), tracciando una storia dei giornalisti che hanno fatto la storia d’Italia negli ultimi due secoli.

Con qualche sorpresa: per esempio Ugo Foscolo che, spinto dal bisogno, aveva accettato l’offerta di dirigere un giornale filoaustriaco. Fortunatamente il conte Federico Confalonieri lo dissuase. Oppure Leo Longanesi, brillante giornalista ma anche fascista al punto di schiaffeggiare Arturo Toscanini perché non eseguì Giovinezza, inno del regime.

Quanto al principe dei giornalisti italiani, Indro Montanelli, pure lui con qualche peccatuccio di gioventù. Per esempio, quando si mise sull’attenti davanti al Duce a palazzo Venezia con i colleghi di un nuovo giornale. Per non parlare dei tanti comunisti (Alicata, Pintor, Guttuso, Trombadori) che scrissero sul giornale razzista Primato.  

E oggi, Vercesi?
«Il rapporto tra giornalismo e potere è cambiato. Le direzioni dei giornali non sono più un trampolino per la politica.  Berlusconi, Renzi e Grillo arrivano direttamente al pubblico più sprovveduto con tv e Rete. Ma Grillo è già in declino». 

Sicuro?
«Mi ricorda il senatore McCarthy nell’America degli Anni 50, quello della caccia alle streghe. Aveva trovato il modo di “manipolare” l’informazione, ma non durò. I giornalisti lo seppellirono».
Meglio i giornali di tv e Rete?
«Se si pensa di essere informati perché si seguono i social network si commette una terribile ingenuità. La Rete, da apparente luogo democratico per eccellenza, si sta trasformando in uno  strumento pubblicitario e di marketing, anche politico, che, attraverso la semplificazione e gli slogan, può anche far credere che gli asini volano. Così l’Italia rischia di trasformarsi in un immenso bar sport. Con conseguenze che non sappiamo. Ma che possiamo immaginare».
Mauro Suttora


Una notte con una coguara

IL FENOMENO DELLE MILF ("MOTHER I'D LIKE TO FUCK") SI ALLARGA ANCHE IN ITALIA

di Mauro Suttora

Oggi, 3 dicembre 2014

Le due cougar ballano al Gattopardo di Milano, chiesa sconsacrata in zona Sempione. Sono le undici di un sabato sera di novembre. Quarantenni, si muovono con grazia felpata in mezzo alla pista, circondate da una folla prevalente di trentenni.

Non è difficile stabilire il contatto con tre occhiate. Mi avvicino sorridendo: «Posso offrirvi qualcosa?» 
«Grazie volentieri, abbiamo proprio sete».
 
Più cordiali di così. Fendiamo la folla, andiamo al banco, ordiniamo. I convenevoli. Una ha lunghi capelli corvini lisci, giacchetta nera, jeans attillati. L’altra, bionda, è come lei impiegata in un ente pubblico.

Venite spesso? 
«È la terza volta quest’anno, bella musica anche revival, vogliamo divertirci».
 
Cosa sottintende quel “divertirci” lo sanno tutti, ma nessuno lo dice. Torniamo in pista, mi svelo come giornalista. Claudia la mora è divertita e gentile, accetta di raccontare.

«Guarda, i locali sono pieni di donne quarantenni e anche cinquantenni. Soprattutto aperitivi, ma le happy hour si prolungano fino alle dieci, e poi oltre quando si aprono le danze. In tutti i sensi. Per flirtare abbiamo una scelta infinita. E non ci sono più barriere d’età. L’altro giorno mio figlio, secondo anno d’università, mi ha riferito una frase di un suo compagno: “Figa tua madre”. Finita lì, ovviamente, perché le milf, le madri da portare a letto, esistono solo nelle fantasie dei ragazzotti. O in quelle di qualche tardona svitata. Però è vero che a livello di abbordaggio i ventenni sono sempre più attratti dalle quarantenni, perfino da quelle vicine ai 50».

E poi? 
«E poi niente, nel senso che chi ha voglia di divertirsi si diverte». Dove? «Qualche bacetto può scappare anche qui, dietro a una colonna. Oppure in auto. Ma quasi sempre ci si soddisfa parlando. Adoriamo essere corteggiate. Sono rare le mie amiche che si spingono oltre».

Sposate? 
«No, quasi tutte separate o in via di. Ma non hanno voglia di cose serie, pesanti. Sai qual è il vero problema?»

Che s’innamorano i ragazzi.
«Esatto. Questi ti chiedono la mail, il telefono, ti invitano fuori, si fanno dei castelli in aria. Incredibile. E tu hai voglia a dirgli “Potrei essere tua madre”. Il più simpatico mi ha risposto: “Appunto, eccitante”».

E noi uomini over 40 e 50, tutti ammosciati? 
«Ma no, ci siete, ci siete. Fastidiosissimi [ride]… Nel senso che dite di essere divorziati, e invece poi si scopre che avete tanto di famiglia. Non che sia un problema: per quelle che vogliono solo distrarsi, anzi, meglio così. Però pesantiiii… Non solo l’alito, è che quando cominciate a parlare dite cose noiose. Prevedibili. Sembrate gli acchiappatori di una volta. La fantasia ce l’hanno solo i giovani. La leggerezza».

Per esempio? 
«Una mia amica ha ballato con un ragazzo fino alle quattro del mattino, poi questo l’ha portata a Malpensa e davanti a tabelloni delle partenze le ha detto: “Scegli tu”. Le ha comprato il biglietto e sono partiti per un weekend al mare. Così, senza un ricambio di vestiti. Neanche lo spazzolino».
 
Come nei film. 
«Beh, il furbacchione l’ha portata al terminal due, quello dei voli low-cost. Però poi a Ibiza le ha comprato tutto il guardaroba».
Mauro Suttora

11 portaborse per un grillino

OGNI EURODEPUTATO PUO' SPENDERE FINO A 21 MILA EURO MENSILI PER I PORTABORSE. COSI' IL 5 STELLE IGNAZIO CORRAO LI DA' AGLI ATTIVISTI SICILIANI. MA ANCHE SALVINI, CESA E LA MUSSOLINI...

di Mauro Suttora

Oggi, 3 dicembre 2014 

Undici portaborse. Tanti ne ha assunti, da solo, l’eurodeputato 5 stelle Ignazio Corrao. Li paga in tutto 21 mila euro al mese, cifra massima consentita dall’Europarlamento. Tre a Bruxelles e otto nella sua Sicilia. Ma il movimento di Beppe Grillo non prometteva di ridurre gli sprechi della politica?

I 16 colleghi grillini di Corrao rimangono nella media, tre-quattro collaboratori a testa. E quello del generoso Ignazio non è il record dell’affollamento: il suo corregionale berlusconiano Salvatore Cicu ha imbarcato ben tredici portaborse. Il piddino casertano Nicola Caputo, dieci. Ma della differenza con Pd e Pdl il Movimento 5 stelle aveva fatto una bandiera. Che ora non sventola più orgogliosa come prima.

L’assunzione dei portaborse, infatti, ha scatenato una bufera. Che rispetto al terremoto degli espulsi in Italia è minima, ma spiega la disaffezione di attivisti e votanti per Grillo: mezzo milione di voti persi su 650mila in Emilia al voto regionale del 23 novembre.

Agli eurodeputati 5 stelle la società Casaleggio & Associati aveva imposto 24 sconosciuti: più per controllarli che per assisterli, sembrava. Fra questi, vari riciclati: Cecilia Arvedi, ex assistente dell’Udc calabrese Gino Trematerra, Monia Benini, già segretaria provinciale dei Comunisti italiani a Ferrara, il portaborse di un’ex eurodeputata forzista e quello dell’ex europarlamentare dipietrista Pino Arlacchi.

Gli eurodeputati grillini si sono ribellati e in ottobre li hanno licenziati tutti, compreso il potente capo della comunicazione Claudio Messora. Ora però hanno dovuto riassumerne 17, accollandoseli singolarmente. Messora, per esempio, risulta a carico dell’eurodeputato bergamasco Marco Zanni.

Riciclati e fidanzate

La Arvedi è stata aiutata da Daniela Aiuto, abruzzese (è il caso di dirlo), la Benini è stata «salvata» dalla tarantina Rosa D’Amato.  Quanto all’eurodeputato veronese Marco Zullo, ha assunto autonomamente Alessandro Corazza, capogruppo Idv in regione Friuli fino al 2013. Anche la ex fidanzata di un pezzo grosso dei 5 stelle è stata recuperata.

Gli attivisti del movimento sono imbestialiti. Anche perché gli stipendi dei deputati (5.200 euro netti mensili) e assistenti a Bruxelles sono il doppio di quelli di Roma. In Italia gli eletti grillini, in Parlamento e nelle regioni, si autoriducono i compensi a 2.700-3.200 al mese (rimborsi esclusi). E i portaborse stanno sui 1.200.

Certo, nessuno dei collaboratori di Corrao è suo parente. L’eurodeputato Lorenzo Cesa (Udc) ha invece assunto la figlia del collega di partito Rocco Buttiglione. Alessandra Mussolini ha imbarcato il fidanzato 19enne della propria primogenita. 
Sulle orme del segretario leghista Matteo Salvini che dieci anni fa beneficiò il fratello di Umberto Bossi, mentre Francesco Speroni regalò uno stipendio al primogenito Riccardo (da non confondere con Renzo, il «trota»). 

Però i grillini promettevano di ripulire la politica. Invece si sono ridotti a distribuire «redditi di cittadinanza» a propri attivisti disoccupati. In fondo, fa parte del loro programma.
Mauro Suttora

Grillo ne espelle due e ne nomina 5

di Mauro Suttora

Oggi, 3 dicembre 2014

Con Beppe Grillo non ci si annoia mai. Una mattina si sveglia e decide che avere espulso un terzo dei suoi senatori in un anno e mezzo non gli basta. Decreta che altri due deputati non avrebbero rispettato le regole del suo movimento sui soldi da restituire, e ricomincia con le purghe. Quelli pubblicano su Facebook le ricevute dei versamenti di metà del loro stipendio. Niente da fare.

La sarda Paola Pinna ha osato donare qualche migliaio di euro alla Caritas di Olbia dopo l'alluvione di un anno fa, invece di buttare i soldi in un fantomatico conto ministeriale per le piccole e medie imprese che non ha ancora erogato un centesimo. «Conflitto di interessi, voto di scambio!», tuonano sui siti del Movimento 5 stelle (M5s) gli "influencer", fedelissimi della società Casaleggio & Associati incaricatidi spargere il verbo. Come se la Caritas fosse la mafia, che ricambierà il favore ricevuto dalla “furba” Pinna.

L'altro reprobo è Massimo Artini, un toscano che appena un mese fa ha mancato per soli dodici voti (44 a 32) l'elezione a nuovo capogruppo dei deputati 5 stelle. Un pezzo grosso, quindi, con un largo seguito. Proprio come Luis Orellana, il senatore che prima della cacciata a marzo era il candidato presidente del Senato del movimento, e poi aveva perso di un soffio con Nicola Morra la guida del gruppo. Insomma, appena rischia di emergere un non fedelissimo a Grillo e a Gianroberto Casaleggio, loro inventano qualche scusa per farlo fuori.

I processi sono una farsa. Anzi, non ci sono proprio. Tre millenni dopo Salomone, i grillini non hanno ancora imparato che prima di giudicare bisogna almeno sentire entrambe le campane. Il diritto alla difesa è sconosciuto in Grillolandia. L'ex comico rovescia sul malcapitato di turno una valanga di accuse, e subito dopo chiede agli iscritti di votare immediatamente sì o no all’epurazione sul sito privato della Casaleggio & Associati. Senza preavviso. 

Nessun controllo esterno sulla regolarità del voto. Nessuna distinzione individuale fra gli imputati, da condannare in blocco come infoibati legati fra loro col fil di ferro. Nessun verdetto dell'assemblea dei parlamentari, come richiesto dal regolamento. Si vota solo fino alle 19, e peggio per chi lavora o non sta sempre appiccicato al telefonino. Giustizia-lampo. Il modello è l'ordalia Gesù/Barabba. Ma loro lo chiamano «giudizio della Rete». Inappellabile.

Stessa commedia il giorno dopo. Grillo decide di nominarsi cinque vice. Viola lo statuto del movimento, scritto da lui nel 2009, che all'articolo 4 vieta i dirigenti di partito: «Nessun organismo intermedio fra votanti ed eletti». L'unico non campano è il romano Alessandro Di Battista, ex collaboratore della società Casaleggio. Tutti deputati, nessun senatore.

Quota rosa per Carla Ruocco, bella e borghesissima signora di Posillipo con erre moscia. Gradimento della sua pagina Facebook (termometro della simpatia online): 36mila «mi piace», contro i 185mila della popolana ma popolare Paola Taverna. Gli altri: Luigi Di Maio, Roberto Fico (presidente della commissione Vigilanza di quella Rai che il programma 5 stelle voleva invece privatizzare) e Carlo Sibilia, avellinese complottista convinto che il club Bilderberg governi segretamente il mondo, ma dubbioso riguardo allo sbarco sulla Luna.

Commenta la senatrice marchigiana Serenella Fucksia, soprannominata «Sharon Stone a 5 stelle»: «Il direttorio fantasma diventa ufficiale, da movimento a partito. Passiamo dai successi alla ridicolata degli scontrini, alle espulsioni assurde, ai cambiamenti continui di verso. Le regole? Un po' cambiate, un po' ignorate. Dopo il risultato deludente alle europee e alle regionali il metodo appare fragile, lontano dalla democrazia diretta e di certo non modello esemplare di vera democrazia».

In rete questa volta gli attivisti si scatenano contro i dirigenti nominati dall'alto, non votati, da ratificare in blocco. I server privati della Casaleggio annunciano un sospetto 90% di sì. Ma davanti alla villa di Grillo a Marina di Bibbona (Livorno) i militanti protestano. Fra loro, perfino la compagna del neosindaco 5 stelle di Livorno. Con Grillo non ci si annoia mai. Però i suoi adepti non si divertono più.
Mauro Suttora

Wednesday, November 26, 2014

Rottamate quel sindaco


ROMA, GENOVA, CARRARA: ORMAI RISCHIANO IL LINCIAGGIO. PERCHÈ SONO I POLITICI PIÙ RAGGIUNGIBILI DAI CITTADINI ESASPERATI

di Mauro Suttora

Oggi, 19 novembre 2014

Ormai rischiano il linciaggio. Il sindaco di Roma Ignazio Marino se l’è vista brutta quando si è avventurato nella borgata di Tor Sapienza a fronteggiare i cittadini scatenati contro i centri per gli immigrati. Quello di Carrara Angelo Zubbani ha subìto un assalto in piena regola nel proprio municipio dopo i disastri dell’alluvione. E quello di Genova, il nobile di estrema sinistra Marco Doria, non osa più mostrarsi in strada dopo gli insulti incassati dagli esasperati in mezzo al fango.

Sono loro i più esposti all’odio popolare che monta contro la casta politica. I più raggiungibili, il bersaglio più facile e concreto. Così, mentre fino a qualche anno fa la carica di sindaco era un buen retiro per dirigenti di partito anche di livello nazionale (Francesco Rutelli, Walter Veltroni e Gianni Alemanno a Roma, Massimo Cacciari a Venezia, Piero Fassino a Torino), oggi la poltrona di primo cittadino è fra le più scomode.

Qualcuno poi ce ne mette di suo, per aggravare la situazione. Il napoletano Luigi De Magistris si aggrappa ai cavilli del Tar per sfuggire alla stessa legge Severino che ha fatto fuori Silvio Berlusconi dal Senato: i condannati devono mollare la carica. Si sente vittima di complotti (ma questo da sempre), avrà anche ragione, ma poteva aspettare la sentenza d’appello accettando una sospensione temporanea. 

Il leghista Massimo Bitonci ha trionfato a primavera nella sua Padova: che bisogno aveva di esasperare gli animi rifiutando di dare udienza al console marocchino del Triveneto? Cioè proprio al rappresentante di uno dei Paesi arabi più tolleranti e pacifici?
  
E il giovane Massimo Zedda di Cagliari, volto pulito diventato sindaco a soli 35 anni: non poteva stare più attento a non intervenire nella nomina della nuova sovrintendente al teatro lirico, che ha provocato una richiesta d’incriminazione per abuso d’ufficio?

I guai se li è tirati addosso anche Maurizio Zoccarato, primo cittadino di Sanremo (Imperia). È stato visto prendere a calci il cestino di un mendicante rumeno nella centrale via Matteotti all'ora dello struscio: «Volevo solo farlo allontanare». Poi ha aggravato la situazione: «Rumeno? No, era uno zingaro», come se le due cose fossero incompatibili.
 
Le traversie del sindaco a 5 stelle Federico Pizzarotti derivano da un fax ricevuto nel suo ufficio vuoto di sabato pomeriggio: avvertiva del pericolo di straripamento di un torrente che poi ha provocato grandi danni. In più non è riuscito a far chiudere l’inceneritore come promesso in campagna elettorale, e continua a fare la fronda al suo capo Beppe Grillo.

Anche l’altro primo cittadino grillino Filippo Nogarin di Livorno ha aperto innumerevoli fronti: litiga con spazzini, consorzi di acqua e case popolari. Vuole ristrutturare il vecchio ospedale invece di costruirne uno nuovo.

Nella vicina Pisa Marco Filippeschi è contestato per avere tagliato di 400 euro i salari ai dipendenti comunali, che occupano il suo ufficio. Potrebbe anche aver ragione, ma loro lo accusano di non avere toccato gli altri costi della politica.

Il veneziano Giorgio Orsoni è stato arrestato a giugno per lo scandalo Mose (dighe contro l’acqua alta): gli viene rifiutato il patteggiamento, sarà l’unico a finire sotto processo.

Ad Avellino Paolo Foti è indagato per omicidio plurimo colposo, omesso controllo e disastro ambientale per cinque operai morti dell'ex fabbrica Isochimica, e i 232 che hanno subìto lesioni.

Leopoldo Di Girolamo di Terni è accusato di avere incassato 3,6 milioni di euro per la radio privata del suo movimento politico come contributo pubblico all’editoria.

Il potente Vincenzo De Luca a Salerno è invece incriminato per il Crescent, mostro di cemento dell’architetto Ricardo Bofill costruito sul Lungomare, che ostruisce la vista.

Franco Susino di Scicli (Ragusa) ha ricevuto un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa: presunte infiltrazioni in municipio di una cosca catanese.

A Manfredonia (Foggia) Angelo Riccardi ha subìto un obbligo di dimora con l’accusa di avere cercato di comprare esami da un professore dell’università di Pescara, per ottenere la laurea in Scienze manageriali.

Potevano infine mancare gli odiati autovelox? Pietro Caberletti di Bagnolo Po (Rovigo) è indagato per abuso d'ufficio (aggiudicazione indebita e illeciti profitti) su appalto, installazione e gestione dei rilevatori di velocità nel suo comune.
Mauro Suttora


RIQUADRO: LA GIUNGLA DEGLI STIPENDI

4.500 euro netti al mese (9.700 lordi): questo è lo stipendio del sindaco di Roma Ignazio Marino. Quello di Milano Giuliano Pisapia, invece, se l’è ridotto a 3.600 mensili. Poco, rispetto ai 5.800 del primo cittadino di Bari. O ai 4.100 di Luigi De Magistris a Napoli.

• Come mai queste differenze? La giungla degli stipendi deriva dalla facoltà concessa a ogni consiglio comunale di aumentare o diminuire le indennità del 30% rispetto a quelle fissate per legge, in base a parametri sfuggenti come numero degli abitanti, bilanci in attivo o percentuale delle entrate proprie sul totale.

• In teoria i sindaci delle città oltre il mezzo milione di abitanti dovrebbero guadagnare tutti poco più di 4.000 netti al mese, quelli oltre i 250 mila abitanti 3.500, sopra i centomila 3.000 euro e oltre i 50mila 2.700. Il minimo, per i paesi fino a 3 mila abitanti: mille euro al mese. Ma, nella realtà, c’è ampio margine per rimpinguarsi.