Thursday, February 04, 2016

Sequestrata la barca del Duce

DELL'IMBARCAZIONE NON SI AVEVANO NOTIZIE DAL 1943

Nei ricordi dell'amante Claretta, le gite e gli incontri d'amore fra i due su Fiamma Nera, scomparsa da 70 anni e ritrovata con l'inchiesta Mafia Capitale 

di Mauro Suttora

Libero, 2 febbraio 2016

La Guardia di Finanza ieri ha sequestrato la ‘Fiamma Nera’, storica barca appartenuta a Benito Mussolini, nella quale il duce ospitò più volte Claretta Petacci. L’imbarcazione è fra i beni sequestrati a un imprenditore, per un valore totale di 28 milioni di euro, nell’ambito dell’inchiesta su Mafia Capitale. 

La barca fu donata a Mussolini dal gerarca fascista Alessandro Parisi Nobile, il quale l’aveva acquistata nel 1935. Nel 1943, alla vigilia del crollo del regime, fu affondata per impedire che cadesse in mano ai tedeschi. 

Finito il fascismo, fu recuperata e restaurata ad opera del conte Sereni e rinominata Serenella. Dopo una serie di passaggi di proprietà e cambi di nome fu acquistata da una delle società sottoposte a sequestro nell’inchiesta Mafia Capitale.

Claretta Petacci racconta di varie gite in barca con Benito Mussolini nei suoi diari (autentici, garantiti dall’Archivio di stato), pubblicati nel volume Mussolini segreto (ed. Rizzoli, 2009).
   
Il 10 giugno 1938 l’amante del duce si trova in albergo a Riccione. Benito le telefona da Predappio alle 9 del mattino: “Oggi ho bisogno di vederti. Non posso parlare, [mia moglie Rachele] è giù a sistemare un materasso. La mia tensione è tale che sto male. Fra preoccupazioni politiche e l’ansia di te, non reggo più. Oggi farò una passeggiata in barca a vela. […] Vieni in pattino? Ma certo. Tra le 6 e le 7”.

Continua il diario di Clara: “Alle sei prendo un pattino [con la sua sorella 15enne Mimi] e vado al largo. Lui arriva in barca a vela con un motopeschereccio. È in pantaloncini corti e torso nudo. Sta con due marinai. Appena mi vede bordeggia un poco e dice indifferente: ‘State qui voi? Che fate in mezzo al mare così lontane dalla riva? Siete in villeggiatura qui?’

Gira il timone e lo lascia ai marinai. Cammina sull’orlo, viene a prua e mi guarda sgranando gli occhi, atteggiando a bacio le labbra. Con il corpo fremente verso di me, quasi volesse abbracciarmi. Il suo volto è tutto una luce d’amore.

Poi assume un atteggiamento indifferente. Dice: ‘Siete incoscienti, è pericoloso essere così lontane con il pattino. Tirate una corda, vi condurrò io alla riva. Siete due pazzerelle’.
Mi tira la corda, io tengo il capo. Slegano le vele e attendono di tirare la rete. Lui è accucciato con la schiena verso di me. Cerca di non guardarmi. A tratti si volta e mi fissa.

Domando quanto tempo hanno messo.
‘Questa è una domanda che non si deve fare. La navigazione a vela non ha tempo, è nel vento: lo dovreste sapere. Quando si arriva si arriva’.

È irrequieto. Vorrebbe fare, fare. Si ferma, si accoccola, è nervoso. Si cammina, io sempre per la corda. Poi vuole tirare su la rete per vedere che c’è. Solo granchi e piccoli pescetti, erano pochi minuti che stava dentro. Con un bastone schiaccia tutti i granchi e getta al mare i pesciolini. Fa una strage sul barcone di legno.

Gli dico che sembra un lupo di mare. Sorride. Poi dice ancora: ‘Guardate come siete lontane, siete proprio pazze. Ora vi lascio andare perché devo tornare a Riccione. Addio’.

Il 17 ottobre 1938 Claretta e Benito sono a Ostia: “Il mare è magnifico. Arrivo alle 11, appena mi vede mi corre incontro, anche io a lui, ci abbracciamo, mi bacia: ‘Hai malinconia perché è l’ultimo giorno [d’estate]? Ma arriverà presto quest’altr’anno’.

[Fanno un giro in mare].
La scia è splendente, quasi un sogno. Lui dice: ‘È tutto così bello da essere irreale. Questa gita è veramente incantevole. Non si vedono navi né barche, il mare è nostro. Andiamo finché non si vede più la terra, lontano. Vedi, la linea sparisce: è tutto cielo’. Poi mi spiega i venti e la bussola.

Torniamo, vede Ostia: ‘Non sembra una città, vista da qui? L’ho creata io. Non c’era neanche una casa nel ‘28. L’ho chiamata io ‘Lido’, per dare ai romani il mare. Non è bella? È la spiaggia più lunga d’Italia. Adesso faremo anche Fregene, perché fra poco la popolazione di Roma arriverà ai due milioni. Non entreranno più, qui.
Fregene è bellissima, ma bisogna che ci pensi io. Tutti quelli che si sono messi in questo affare sono andati in galera. Volevano guadagnarci con le truffe. Adesso faremo l’autostrada, è necessaria anche per sfollare un po’ qui’.

Quando siamo prossimi alla riva spunta un bragozzo. [Ci] passiamo di fianco, i marinai scattano, agitano le mani, salutano romanamente. Alzano la bandiera all’albero maestro, gli fanno cenno di tornare. Sorride e torna. Vogliono darci del pesce, se accosta. Allora gira, fa una lunga manovra e tira anche lui la fune. Un pescatore in un tentativo di attracco salta dal bragozzo. E lui salta nel barcone, dove sono i pescatori alti, robusti, abbronzati.

È tranquillo, padrone di sè, disinvolto, sceglie il pesce e lascia cento lire per una piccola cesta. Poi sorridente guarda gli uomini negli occhi e risale. Io tremavo. Loro lo pregano a gran voce di provvedere ai loro bisogni. Uno cerca di trattenerlo chiedendo la tessera del partito. A un pescatore che si sporge prende il braccio, e questo trema come un bambino, sudando di emozione. Restano in piedi commossi e salutano, mentre uno lancia un’altra cesta di pesce per omaggio.

Dice: ‘Domani tutta Anzio sarà piena di ciò. Questi pescatori diranno: ‘È venuto il Duce a bordo, e aveva vicino una signora tanto bella’. Fra un anno parleranno ancora di questo. Farò ottenere loro quel che desiderano. Sono gente semplice, di tutte le parti: Napoli, Marche, Toscana. Forse sono state poche cento lire, ma non avevamo altro. Siamo sempre in tempo a mandarle, è vero. 

Quanto pesce sarà? Tre chili? Bene, credo che è pagato bene. Perché hai tremato? Non avevo alcun timore, non ci avevo pensato [a un attentato]. Il popolo mi ama, è mio. Sono gli intellettuali che mi fanno le storielle, ma il popolo è sano. Sono bravi, fanno una vita dura. E poi ho una tale forza da sapermi difendere’.

Torniamo, scendiamo a terra. ‘Di questo pesce sei contenta? Chissà cosa dirà tua madre, poche volte si mangerà un pesce così fresco. Hai una ghiacciaia?’

Ci cambiamo, prende i giornali, legge. Mi chiede perché sono triste: ‘Perché è l’ultimo giorno, perché non ho desiderio di te?’
‘Proprio così’.

‘Ma domani torneremo, voglio stare ancora qualche ora con te al sole. E poi consolati, adesso c’è il monte [Terminillo]’.
Facciamo l’amore. Va via alle tre perché ha [un incontro al ministero del]le Corporazioni”.

Mauro Suttora

qui l'articolo su Dagospia


Monday, January 25, 2016

Sean Penn e El Chapo


Centomila morti dal 2005. Migliaia di desaparecidos. Fosse comuni con i cadaveri di studenti che hanno osato ribellarsi ai trafficanti. Il Messico è da quasi mezzo secolo in guerra per la droga. E dal 2003 Joaquin Guzman, detto El Chapo, è il capo assoluto dei boss che esportano eroina, coca, anfetamine e marijuana negli Stati Uniti.

«Più potente di Pablo Escobar», dicono i dirigenti della Dea (Drug Enforcement Agency) americana, ricordando il criminale colombiano del cartello di Medellin ucciso nel 1993. Come Escobar, el Chapo controlla una delle principali industrie del suo Paese. Si vanta di possedere una flotta di navi, aerei, tir e perfino sottomarini per il suo traffico multimiliardario. Ma proprio questa sua vanteria, fatta all’attore Sean Penn in un’intervista clandestina per la rivista Usa Rolling Stone, lo ha tradito.

Gli agenti messicani, seguendo le tracce di Penn e della sua bella intermediaria, l’attrice messicana di telenovelas Kate del Castillo, hanno scoperto il suo rifugio segreto. Nonostante tutte le precauzioni usate dall’attore: «Buttavo i telefonini dopo averli usati una sola volta, indirizzi e-mail anonimi e messaggi criptati».

Niente da fare. Sean Penn ha funzionato da esca inconsapevole, e dopo due mesi di appostamenti i poliziotti hanno individuato el Chapo. Ancora una volta, come quando evase di prigione lo scorso luglio, il boss si è calato nelle fogne ed è riemerso da un tombino con la propria guardia del corpo a centinaia di metri dalla villa dove si nascondeva. Imbracciando un mitra ha fermato una macchina e ha continuato la fuga. Ma ormai era braccato dagli elicotteri, e alla fine ha dovuto arrendersi.

Ora Sean Penn rischia grosso. Il suo pseudoscoop significa complicità e favoreggiamento. Le domande rivolte al Chapo sono ridicole: «Tanto valeva che gli dicesse “Parli di un argomento a piacere, cominci da dove vuole e dica quel che le pare”», dice a Oggi Gabriella Saba, esperta di letteratura latino-americana. «Sean Penn è anti-yankee, vede el Chapo come Robin Hood e, nel caso fosse andato in porto il suo progetto di film sul boss, mi domando come avrebbe conciliato il culto di se stesso con quello del suo idolo. La prima domanda da fargli in realtà era: quanti giornalisti ha fatto uccidere?»

Invece el Chapo ci ha informati di avere spedito tre mesi in Germania suoi ingegneri, per imparare a scavare la galleria di un chilometro e mezzo in cui è fuggito dal carcere di massima sicurezza. Dice di non essere violento («Mi limito a difendermi»), e vorrebbe tanto un film sulla propria vita.
Fra le tante imprese del miliardario pluriassassino (trentesimo nella classifica degli uomini più potenti al mondo), il capolavoro forse è stato il suo terzo matrimonio con una delle donne più belle del Messico: l’ex miss Caffè Emma Coronel, figlia di un coltivatore di droga e spacciatore, e nipote di un socio del Chapo.

L’ha conosciuta quando aveva 17 anni, l’ha sposata a 18, e nel 2011 ha avuto da lei due figlie. Anche lei serve per rintracciare el Chapo ogni volta che lui scappa di prigione corrompendo le guardie: o nascosto in un cesto della biancheria sporca dei detenuti, o attraverso un tunnel sotto la prigione.

Lo zio di Emma, Nacho, fondò il cartello di Sinaloa col Chapo dopo che nel 2000 era diventato famoso come «re dei cristalli»: la metanfetamina che trasportava in Arizona. Spietato, uccideva chiunque lo ostacolasse. Ma nel 2010 fu lui ad essere ammazzato dall’esercito messicano. Il mausoleo di famiglia a Culiacan, costato mezzo milione di dollari, ha il wi-fi, l’aria condizionata, ed è sorvegliato 24 ore su 24.

Il Messico è in balia dei narcos. I turisti non se ne accorgono, perché i loro percorsi sono protetti. Ma fuori dalle zone sicure c’è violenza e disperazione. Ormai il Paese ha superato la Colombia come primo fornitore di droga degli Stati Uniti. Da due anni l’export di marijuana è diminuito, perché alcuni stati (Colorado, Oregon, Washington) l’hanno legalizzata. La stessa Corte costituzionale messicana ora permette il consumo personale di droghe leggere. Ma il business di quelle pesanti continua indisturbato
.
Criminali come El Chapo prosperano grazie al proibizionismo. Anche in Messico qualcuno propone di tagliare le gambe del narcotraffico legalizzando almeno le droghe leggere come in Uruguay: lo stato ci guadagnerebbe pure, incassando le tasse. Ma il presidente Enrique Pena Nieto è contrario, anche se disponibile a indire un referendum. Che vincerebbe, perché secondo i sondaggi sette messicani su dieci sono per il proibizionismo.

Insomma, finché gli statunitensi compreranno droghe, ci saranno sempre boss messicani a prosperare. Ad alimentare una quantità di serial tv e film americani (l’ultimo: Sicario con Benicio del Toro) sull’argomento. E ad affascinare attori come Sean Penn.
Mauro Suttora

Thursday, January 14, 2016

Grillo: «Renzi ne ha ammazzati 68mila»

INCREDIBILE: IL COMICO ACCUSA IL PREMIER INVENTANDOSI 68MILA MORTI PER LO SMOG. MA VIENE SMENTITO DALLO STESSO SCIENZIATO CHE CITA

di Mauro Suttora
Oggi, 31 dicembre 2015
Non piove, governo ladro. Basterebbe qualche goccia o un po’ di vento per spazzar via la cappa di smog dall’Italia. E invece, come al solito, i politici la buttano in politica. «Premier e ministri passeggiano incuranti sui cadaveri di 68mila italiani che non hanno saputo proteggere», urla Beppe Grillo.
Come? Matteo Renzi avrebbe ammazzato 68mila persone?
Il comico, per corroborare l’incredibile accusa, cita Gian Carlo Blangiardo, 67 anni, professore di demografia all’università di Milano. Il quale ha evidenziato i dati Istat sui morti in Italia, aumentati appunto dai 598mila del 2014 ai 666mila di quest’anno. 
Ma è lo stesso Blangiardo a smontare la bufala del capo del Movimento 5 stelle: «L’incremento delle morti c’è stato eccome. Ma di qui a imputarlo solo all’inquinamento ce ne vuole. Le cause sono tante. Innanzitutto l’invecchiamento della popolazione. L’incremento più vistoso dei decessi si è avuto per gli ultra85enni: almeno in 20mila casi il motivo è l’età sempre più avanzata».
A 70 anni dalla fine della guerra, infatti, sono scomparse le generazioni falcidiate in gioventù dal conflitto. Le classi che rimangono sono improvvisamente più numerose, e quindi – nonostante l’aumento della vita media – anche i decessi. 
Abituiamoci: nei vent’anni del baby boom, dal 1945 al 1965, le nascite sono aumentate da mezzo milione a un milione all’anno. Speriamo che nessun demagogo, nei prossimi anni, incolpi i governanti per l’inevitabile aumento delle morti.
«Un altro motivo della mortalità in crescita», prosegue il professor Blangiardo, «è il crollo delle vaccinazioni contro l’influenza nel 2015 rispetto al 2014. Questo perché, come tutti ricordiamo, un anno fa si diffuse un vero e proprio panico da vaccino. E naturalmente i soggetti più deboli sono state le prime vittime».
È curioso che proprio Grillo dimentichi questo fattore: fra gli adepti al suo movimento abbondano i nemici dei vaccini, e lui ha spesso contribuito alla diffidenza contro medici e scienziati. I maggiori decessi per le complicazioni dell’influenza sono stimabili attorno ai 10-15mila.
19mila vittime del caldo
C’è stato poi il tremendo caldo della scorsa estate. Per tre mesi interi l’Italia è rimasta nella morsa dell’afa, e anche qui purtroppo le vittime sono stati gli anziani: tremila morti in più in giugno, diecimila in luglio e seimila in agosto, secondo l’Istat: in tutto 19mila. Totale: 54mila decessi in più rispetto al 2014.
«Aggiungiamo la crisi del sistema sanitario», conclude Blangiardo, «perché a furia di tagliare, risparmiare e spostare si è finiti col costringere i pazienti a pagare di tasca propria gli esami in strutture private. Le fasce più povere sono state messe fuori. E hanno dovuto rinunciare o spostare troppo oltre indagini cliniche che in molti casi sarebbero state salva-vita. Infine, anche le rivendicazioni sindacali dal fronte della Croce Rossa ci hanno messo lo zampino: hanno ridotto le unità operative che prestano i primi soccorsi».
Insomma, nessuno nega la pericolosità delle polveri sottili per i nostri polmoni e il nostro sangue. Ma forse sarebbe meglio che i politici non strumentalizzino i dati scientifici per i propri tornaconti elettorali. 
Il professor Blangiardo è severissimo: «Quella di giocare con i numeri è una pratica orrenda, ma molto diffusa in politica. Il dovere di noi studiosi è informare in modo corretto, affinché chi ha il potere di intervenire per migliorare le cose possa farlo. Se c’è chi manipola i dati per fini partitici, non so che dire».
Mauro Suttora

Tuesday, December 22, 2015

Grillini spendaccioni

AVEVANO PROMESSO DI VIVERE CON 2.500 EURO AL MESE. ALCUNI EURODEPUTATI OGGI POSSONO ARRIVARE A 40MILA. NON PUBBLICANO RENDICONTI. A MILANO IL M5S NASCONDE I RISULTATI DELLE PRIMARIE PER IL SINDACO. E A TRIESTE CANDIDANO LA MOGLIE DI UN EURODEPUTATO

di Mauro Suttora
Oggi, 9 dicembre 2015

All’inizio facevano a gara su chi restituiva di più. Due anni e mezzo fa i 163 neoparlamentari grillini (oggi fra espulsi e scappati sono rimasti in 127) rinunciavano con orgoglio a 5-6mila euro mensili, sui 14mila netti che spettano a ogni parlamentare italiano.

Oggi, invece, la media dei tagli di stipendi e rimborsi si è dimezzata a 2-3mila euro al mese. Sono sempre i migliori, intendiamoci: pubblicano sul sito www.rendiconto.it le distinte delle loro spese, e si vantano di versare i milioni di euro così risparmiati in un fondo ministeriale di garanzia per le piccole e medie imprese.

Ora vogliono abitare tutti nel centro di Roma

Ma l’entusiasmo del 2013 è svanito. Ora alcuni di loro riescono a spendere oltre 2mila euro per l’alloggio a Roma. Un tempo politici di alto livello come Togliatti, De Gasperi, Pertini o Nenni si accontentavano di affitti in periferia (Balduina, Garbatella). Oggi anche gli ex francescani 5 stelle, forse in omaggio al loro nome, pretendono di avere un “quartierino” di lusso in centro.

Quando si muovono, disprezzano i mezzi pubblici. Ogni mese spendono anche mille euro in trasporti. Poiché godono di aerei e treni gratis, sono spese per taxi e benzina.

Fino agli anni 80 i portaborse non esistevano. Poi i politici riuscirono a mettersi nello stipendio le spese per i segretari personali. Nanni Moretti denunciò questo simbolo della partitocrazia nel film Il Portaborse di Daniele Luchetti (1991). Niente da fare. Oggi anche gli antipolitici grillini spendono con allegria migliaia di euro in “assistenti”.

Quasi tutti ne hanno assunti due, nonostante la pletora di funzionari di Camera e Senato che forniscono assistenza a ottimi livelli. E malgrado le decine di milioni di euro che anche il Movimento 5 stelle incassa come finanziamento pubblico ai gruppi parlamentari, debordanti di personale.

Un altro modo per aggirare lo sbandierato rifiuto dei soldi statali sono le cosiddette “spese per attività ed eventi sul territorio”. Quasi tutti gli eletti grillini ormai mettono migliaia di euro in questa voce: stampa di “materiale informativo” per comizi e manifestazioni. Luigi Di Maio, per esempio, 1.900 euro solo nel mese di settembre.

Addio movimento dei cittadini, insomma: i 5 stelle si sono trasformati pure loro in un partito con 1.600 eletti e centinaia di burocrati stipendiati. Gli unici a rispettare la vecchia promessa di vivere con 2.500 euro al mese sono i cento consiglieri regionali. Ma anche loro cercano di svicolare, come dimostrano le recenti proteste degli attivisti in Emilia-Romagna.

700 euro di posacenere per un’eurodeputata

I più fortunati sono i 17 eurodeputati. Fra stipendio e rimborsi vari, dispongono di 41mila euro netti mensili: 21 mila solo per i portaborse. È uno dei tanti scandali di Bruxelles. E i grillini si sono adeguati: non tutti usano il totale dei rimborsi, ma si tagliano dallo stipendio solo mille euro mensili. L’unica virtuosa è la lombarda Eleonora Evi: rinuncia a 3.000 euro.

Contrariamente agli eletti nazionali, solo cinque rendicontano parzialmente le spese. Forse è meglio che non lo facciano, visto che una dichiara di aver comprato “posacenere tascabili ecologici” per 700 euro.

Cinque non hanno neppure una pagina web, in barba alla promessa di essere un movimento on line. Due hanno assunto sette portaborse ciascuno. Di questi, quattro sono “assistenti territoriali”: non stanno a Bruxelles, ma in Italia per curare il loro collegio elettorale.

Gli iscritti protestano. I sondaggi elettorali sono ottimi, «ma il Movimento 5 stelle sta diventando un Collocamento 5 stelle», denunciano su Facebook. Manca ancora mezzo anno alle comunali di giugno, ma i grillini già litigano.

A Torino è stato fatto fuori uno dei due consiglieri comunali uscenti, il pioniere Vittorio Bertola: considerato troppo vicino al dissidente Federico Pizzarotti, sindaco di Parma.

A Trieste un eurodeputato vorrebbe candidare sindaco sua moglie. A Bologna niente primarie: un fedelissimo di Gianroberto Casaleggio, Massimo Bugani, dopo avere eliminato due consiglieri regionali e una collega eletta al Comune (Federica Salsi, espulsa perché osò andare in tv, mentre ora ci vanno tutti) si è fatto proclamare candidato sindaco con lista bloccata.

Vette surreali a Milano. Alle primarie hanno votato solo 300 iscritti (su un totale sconosciuto, perché la società commerciale privata Casaleggio srl non divulga gli elenchi neanche ai parlamentari), e ha vinto Patrizia Bedori con 74 preferenze. Ma i risultati sono stati secretati «per evitare strumentalizzazioni». Dalla democrazia diretta a quella senza risultati.
Il (presunto) secondo classificato, pare a un solo voto dalla Bedori, si è disiscritto dal M5s. Un altro degli otto candidati chiede di annullare il voto.

A Livorno il sindaco Filippo Nogarin ha la città invasa dalla spazzatura. «L’azienda della nettezza urbana era in deficit», si giustifica. Anche Pizzarotti ha trovato Parma in rosso. Però lui sta sistemando i conti senza rivolte popolari.

La città più importante dove si voterà il 12 giugno è Roma. Qui i grillini sono in alto mare, anche se i sondaggi li danno in testa come partito (come singoli vincerebbero Giorgia Meloni o Alfio Marchini).
Alessandro Di Battista è popolare, ma non lo candidano per un’astrusa regola grillina che obbliga gli eletti a finire il proprio mandato. Se fosse applicata a tutti, non sarebbero stati eletti né Matteo Renzi né Sergio Mattarella. Ma Beppe Grillo ama divertirci.
Mauro Suttora

Di Battista risparmia, ma gli altri...

Wednesday, December 16, 2015

I babbi imbarazzano Boschi, Renzi e Lotti

Scandalo banche fallite: i tormenti della giovane ministra

ORA SONO I PADRI A IMBARAZZARE I FIGLI

Maria Elena Boschi attaccata per i maneggi del suo babbo, ai vertici dell’Etruria fallita. Ma anche Renzi senior, invece di godersi la pensione, inguaia il premier

di Mauro Suttora

Oggi, 16 dicembre 2015

Svantaggi della gioventù. Finora erano i figli a inguaiare i politici: Piccioni, Leone, Donat-Cattin, Bossi, Lupi. Ma quando i politici sono giovani, sono i padri che possono diventare imbarazzanti.

Maria Etruria Boschi: così ormai è soprannominata dai maligni la ministra più bella e potente nella storia d’Italia. Perché suo padre è stato per quattro anni consigliere d’amministrazione della banca Etruria, appena fallita con tre miliardi di buco. Ma soprattutto perché il «babbo” - come lo chiama lei, con affetto toscano - nell’ultimo anno era stato nominato vicepresidente.

Non che l’avesse raccomandato lei. Anzi. Quello era un posto che scottava. Nel 2014 la storica banca di Arezzo aveva già centinaia di milioni in crediti “incagliati”, di debitori che non potevano più pagare. Era sull’orlo del disastro, come il contiguo Monte dei Paschi di Siena.

Gli ispettori della Banca d’Italia, allarmati, avevano effettuato due ispezioni, sfociate in una maximulta di due milioni e mezzo di euro a 18 amministratori e sindaci di Banca Etruria per «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito, omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza».
In particolare, Pier Luigi Boschi è stato condannato a pagare ben 144mila euro.

Nominato dopo di lei

Nel maggio 2014 il presidente multato è mandato via, sostituito da Lorenzo Rosi. Al quale viene un’idea: promuovere vicepresidente Boschi, la cui figlia poche settimane prima era diventata ministro delle Riforme nel governo Renzi. Un altro figlio lavorava da sette anni in banca Etruria (oggi si è dimesso), occupandosi proprio dei crediti “incagliati”.
 
Sembrava una buona idea: nell’Italia delle conoscenze, vantare una figlia ministro poteva contribuire alla salvezza della banca. Un qualche aiutino da Roma per l’istituto agonizzante, un po’ di benevolenza da Bankitalia e Consob.

Invece, niente. Le emissioni di obbligazioni (quelle oggi carta straccia) non riescono a raddrizzare il buco finanziario. Un anno fa Etruria è una delle dieci banche popolari italiane beneficiate dal decreto governativo che le trasforma in spa. Il valore delle sue azioni sale del 65% in pochi giorni. Ma nel febbraio di quest’anno la banca viene commissariata, e tre settimane fa arriva la liquidazione.

La promozione di babbo Boschi, imprenditore agricolo, dirigente di Confcooperative, democristiano da sempre e poi popolare-Margherita-Pd come Renzi, fu solo una captatio benevolentiae a fin di bene? Probabile. Ci fu un conflitto d’interessi per il decreto che fece aumentare le azioni? La famiglia Boschi ne possedeva, ma il valore era già crollato dai 17 euro l’una del 2007 a un euro. Quanto a movimenti sospetti o favoritismi per fidi concessi ad amici, i magistrati indagano.

L’imbarazzo, però, non è solo di Maria Elena. Anche il padre del premier Matteo Renzi riesce a metterci del suo. Dopo aver danneggiato la reputazione del figlio finendo indagato per la bancarotta della sua ditta (nonostante un mutuo da 697mila euro concesso da un terzo “papà debordante”, quello del sottosegretario Luca Lotti, anch’egli dirigente di un’altra banca locale toscana), ora si scopre che negli ultimi mesi l’iperattivo signor Tiziano si è messo in affari proprio con l’ex presidente di Etruria, il Rosi. E che scorrazza per tutta Italia, da Sanremo a Fasano in Puglia, per propagandarne i progetti di outlet.

Ma tutti questi ultrasessantenni ancora così vogliosi di far soldi non potrebbero pensionarsi, lasciando in pace i loro giovani virgulti premier, ministra e sottosegretario?
Mauro Suttora

Wednesday, December 09, 2015

Intervista a Forattini

Nuovo libro-antologia del padre della satira contemporanea. Che continua a sparare a zero. Renzi? «Un fenomeno passeggero» Grillo? «Meglio resti in teatro» La Boschi? «Non so disegnare donne belle». E così via, sbeffeggiando

di Mauro Suttora

Oggi, 2 dicembre 2015

È il suo 58esimo libro. Dopo cinque milioni di copie vendute, il Forattone (Mondadori) è anche un po’ antologia «perché le mie prime raccolte non si trovano più». In più, asta per il Fai delle sue vignette.

Giorgio Forattini, 84 anni, è il padre della satira italiana. Prima di lui, in Francia, Plantu e Wolinski: «I miei modelli. Poco testo, disegni muti».

Cominciò tardi.
«A 40 anni. Prima ero rappresentante di commercio. Sempre in giro per l’Italia in auto. I cortei del ’68 mi infastidivano: bloccavano il traffico».

Però cominciò in un giornale comunistissimo.
“Sì, Paese Sera. Facevo il grafico. Poi Panorama, divenni famoso per il Fanfani tappo di spumante eiettato col referendum del divorzio».

Fondatore di Repubblica esattamente 40 anni fa: gennaio 1976.
«Mi chiamò Melega, ex di Panorama. Sto nella foto della prima copia in tipografia, col direttore Scalfari».

Lo legge?
«No. Scrive ancora Scalfari? Pare che ora parli solo col papa e con Dio». 
 
E D’Alema?
«C’è ancora D’Alema? Fu per causa sua che me ne andai da Repubblica».

Cosa successe?
«Lui querelò me, ma non il giornale. Caso unico. Il direttore Ezio Mauro non mi difese. Così andai alla Stampa: Agnelli mi offriva la prima pagina».

Anche i giornalisti furono freddi.
«Ordine, sindacato: tutti zitti».

Il fax le cambiò la vita.
«Non dovevo più andare in redazione ogni giorno. Disegnavo da casa, da Roma, Milano, Parigi. Ero libero».

Si fa per dire.
«No, veramente. Quasi mai censurato. Al massimo Scalfari mi telefonava: “Ce ne mandi un’altra?”»

Ora mette le sue vignette sul web.
«Sì, nel mio sito. Gratis. Mi viene un’idea al giorno, disegno e pubblico. Quella sulla strage di Parigi l’ha fatta vedere Porro su Virus, a Rai2».

Che pensa di Renzi?
«Lo ritraggo col naso di Pinocchio».

Bugiardo?
«Non lo condidero importante. È un fenomeno passeggero».

La Boschi?
«Non riesco a disegnarla. Le belle donne non sono caricaturabili».

La Bindi?
«C’è ancora la Bindi? E la Jotti? Con loro sì che mi divertivo».

Grillo?
«Che torni al teatro. Sarebbe un ottimo personaggio della tragedia greca».

Lei, come Pansa, è passato dalla sinistra alla destra. Perché?
«A destra hanno più senso dell’humour. E a sinistra, troppi radical chic».

Ora vanno in barca, fanno vino.
«Avevo previsto questa involuzione. Misi Berlinguer in vestaglia: scandalo, qualcuno voleva linciarmi».

La accusano di essersi inacidito.
«Chi? Per strada mi salutano tutti con simpatia».

Quelli di sinistra.
«Solo loro mi considerano un nemico. A destra al massimo si lamentano».

Chi preferisce, fra i colleghi?
«Altan, Vincino. Crozza. Giannelli: lo mandai io al Corriere della Sera».

Che personaggi ha risparmiato?
«Ho preso in giro papi su singoli episodi. Ma Dio per me è un vecchio bonario. Non sono mai stato blasfemo».

Il politico più tollerante con lei?
«Spadolini. Mi chiedeva sempre i miei disegni più perfidi su di lui».

Il più irascibile?
«Craxi. Ma era un vero politico».

Perché, oggi non sono veri?
«Non ci sono più i partiti. La partitocrazia ha perso».

Quindi lei ha vinto.
«Eh. Magari».
Mauro Suttora

Thursday, November 26, 2015

reportage dall'Oman

QUI L'ISLAM È MODERATO E OSPITALE

dal nostro inviato Mauro Suttora

Oggi, 18 novembre 2015

Quando si atterra all’aeroporto di Mascate (Muscat nella lingua locale) la sorpresa
è grande. La città, infatti, si snoda per più di cinquanta chilometri sulla costa dell’oceano Indiano, ai piedi di una catena di montagne rosse attraversate da spettacolari canyon.

Sembra di stare a Los Angeles, con distanze immense e taxi che scivolano per interminabili spostamenti su autostrade a dieci corsie. Estrema pulizia, multe a chi non lava la propria auto. Diversamente a Dubai e Abu Dhabi, non c’è un grattacielo. E l’anima araba è rispettata con architetture bianche e palmeti.
Ad aggiungere un tocco di squisitezza, i resti dei forti portoghesi, ex potenza coloniale prima degli inglesi.

UN SULTANO ILLUMINATO GOVERNA DA 45 ANNI
Il sultano dell’Oman, Qabus, ha computo 75 anni il 18 novembre (festa nazionale). È uno dei governanti più longevi del mondo. Prese il potere nel 1970, quando l’Oman era ancora un protettorato britannico e c’era la schiavitù. In questi 45 anni è stato il Paese con lo sviluppo più rapido del mondo: dal medioevo a una modernità autoritaria ma tollerante. L’Oman non è una democrazia, però il sovrano è illuminato e amato.

TEATRO DELL’OPERA CON MUSICA OCCIDENTALE
Qabus è appassionato di musica classica, e ha fatto costruire il teatro dell’opera più grandioso del Medio Oriente. Soltanto al Cairo ce n’è un altro, in tutti i Paesi arabi e musulmani.
In teoria la musica occidentale non è ammessa dai religiosi con la mentalità più stretta. Ma il sultano ha fatto in fretta a convincere il Gran Mufti di Mascate, suo quasi coetaneo, a chiudere un occhio. Gli ha infatti finanziato un’altra meraviglia con marmi bianchi
da centinaia di milioni di euro: la Gran Moschea aperta nel 2001.

A guidare il Teatro dell’Opera c’è un italiano: Umberto Fanni, 53 anni, ex direttore dell’Arena di Verona e dei teatri di Trieste, Cagliari e Brescia. Nell’ultima stagione ha fatto venire in Oman Riccardo Muti con la sua orchestra giovanile Cherubini di Ravenna e Piacenza.

All’università, un’altra sorpresa: la professoressa milanese quarantenne Rosanna Dambrosio insegna musica ai giovani omaniti. Entriamo nella sua classe: i quattro maschi sono rigorosamente separati dalle femmine ventenni, tutte con il velo nero.

Il padiglione dell’Oman all’Expo di Milano è stato uno di quelli col maggiore successo. E i legami con l’Italia si sono rafforzati con la visita a Mascate la scorsa settimana del presidente Sergio Mattarella. Il quale ha visitato la nostra nave antipirati che in pochi anni ha ripulito - assieme a quelle di altri Paesi – le coste dell’oceano Indiano dai pericolosi abbordaggi. Il sacrificio dei due nostri marò non è stato inutile.
Gli scambi Oman-Italia sono in gran fermento. Importiamo gas e petrolio, esportiamo musica ma anche ben più lucrosi contratti per le nostre aziende.

AMBASCIATRICE DONNA IN UN PAESE ISLAMICO
Il Made in Italy è ben rappresentato dalla giovane ambasciatrice italiana a Mascate, Paola Amadei. L’appalto più appetito è quello per la ferrovia che collegherà la capitale con Dubai al nord e con la seconda città dell’Oman, Salalah, al sud, verso lo Yemen. 

A completare l’eccellenza degli italiani che lavorano a Mascate c’è l’economista Fabio Scacciavillani (che scrive sul quotidiano Il Fatto).
L’Oman è un’oasi di tranquillità e civiltà in una regione devastata daI fanatismi. Soltanto il Marocco è uno stato arabo tanto tranquillo e sicuro. Ma è all’estremo opposto del mondo musulmano, verso Ovest.