Tuesday, October 30, 2018

Casalino d'azzardo



IL CAPO GRILLINO PROMUOVEVA I GIOCHI D'AZZARDO IN TV

di Mauro Suttora

Libero, 30 ottobre 2018

Rocco Casalino è degno del decreto Dignità? Il numero 3 del Movimento 5 stelle (dopo Luigi Di Maio e Davide Casaleggio) fra le sue varie attività prima di buttarsi in politica ne ha una di cui non va fiero. Tanto da nasconderla nel cv presentato nel 2012 alle primarie grilline (che non passò): l’ex della scuderia di Lele Mora e del Grande Fratello fino all’anno prima conduceva una rubrica tv quotidiana serale sul canale Sky 847 Betting Channel, specializzato nella promozione del gioco d’azzardo.

Che però è anche il bersaglio di una delle maggiori crociate grilline. Infatti la prima legge (addirittura un decreto d’urgenza) confezionata dal nuovo governo tre mesi fa, soprannominata chissà perché Dignità dai propagandisti M5s, assesta una notevole mazzata al business dei giochi: divieto di pubblicità e sponsorizzazioni (per esempio sulle maglie delle squadre di calcio), tessera sanitaria obbligatoria per giocare, 10mila euro di multa a chi lo permette ai minori. E anche sciocchezze come la scritta “Il gioco nuoce alla salute” sui Gratta e vinci, o il logo “no slot” per i locali senza macchinette.

In effetti, la ludopatia è diventata un’emergenza nazionale. Negli ultimi dieci anni abbiamo raddoppiato i soldi che giochiamo, fino a superare l’astronomica cifra di 100 miliardi annui. E solo in scommesse legali. Ne recuperiamo 80 miliardi in vincite. Dieci vanno in tasse, e altrettanti in profitti per un settore che mantiene 100mila persone.

Contro questo business si scagliano da anni i grillini, con la consueta moderazione. “Assassini” e “rovinafamiglie” sono gli epiteti con cui bollano i padroni dei giochi, dalle sale bingo all’ippica. Naturalmente avendo quasi tutti in famiglia un aficionado di lotto e lotterie.

Quel che nessuno immaginava, però, è che anche il simpatico Casalino fosse complice di questa presunta mattanza. Ci ha pensato il programma Omnibus (La7) a riesumare un imbarazzante filmato in cui l’attuale badante del premier Giuseppe Conte (che però è sempre più insofferente al suo fiato sul collo) si lanciava in appassionate difese tv del gioco d’azzardo.
A chi associava la ludopatia alle immense vincite promesse dal Superenalotto, per esempio, rispondeva: “Non ci si ammala di più perché il montepremi è più alto”. Fingendo di dimenticare che è un gioco con un ‘payout’ (restituzione di vincite ai giocatori) inferiore a quello delle slot machine.
     
Insomma, Casalino non solo era lontano mille miglia dal proibizionismo grillino sui giochi d’azzardo, ma addirittura li incoraggiava, sottolineandone il prezioso gettito fiscale per lo stato, e attaccando i politici: “Sulle slot machine, le demoniache slot machine, dicono cose incredibili. Sembrano macchinette infernali. Dicono cose palesemente sbagliate, populiste [sic]: cose che la gente comune pesa e che loro amplificano, ma nella totale ignoranza”.

Naturalmente Omnibus ha incassato sui social gli insulti dei tifosi grillini, imbestialiti per le rivelazioni sul loro capo colto in castagna.
Mauro Suttora

Friday, October 19, 2018

Il pensionato d'oro vince la causa

ECCO LA SENTENZA CHE IMPEDIRÀ IL TAGLIA-PENSIONI

di Mauro Suttora

Libero, 19 ottobre 2018




Pessima notizia per Gigi Di Maio e i demagoghi grillini: le pensioni d’oro non si possono tagliare. La sezione centrale d’appello della Corte dei Conti di Roma ha infatti dato ragione a Mario Cartasegna, 77 anni, di Perugia, che con 651mila euro annui guida la classifica dei superpensionati italiani, superato solo dal mitico Mauro Sentinelli, l’ex ingegnere Telecom che incassa 1,2 milioni. 
Cartasegna, a pari merito con Mauro Gambaro e Alberto De Petris, si accontenta di 50mila lordi per 13 mensilità (25mila netti al mese). Segue a ruota Vito Gamberale (ex capo Tim e Autostrade), 45mila.

L’avvocato Cartasegna fino al 2008 era un semplice dipendente pubblico, capo dell’ufficio legale al comune di Perugia. Quindi creò scalpore la rivelazione della sua pensione astronomica, da parte dell’anticasta Gian Antonio Stella sul Corsera nel 2015. Com’è potuto accadere? Semplice: oltre al suo stipendio fisso, l’avvocato percepiva anche parcelle sulle cause vinte, con relativi contributi. Che a fine carriera si sono accumulati in notevole somma. Altra gogna pubblica per Cartasegna quando Mario Giordano lo inserì nel suo libro ‘Vampiri’.

Nel 2016 l’Inps tenta di rimediare, stabilendo col comune di Perugia che gli onorari extra non potevano essere calcolati ai fini pensionistici, perché non erano fissi e continuativi. E decurta drasticamente la pensione: da 25mila a 5.300 mensili netti. Non solo: gli chiede pure 3,6 milioni per gli arretrati di otto anni.

A questo punto si va davanti alla Corte dei Conti. E nel dicembre 2017 la giudice di Perugia in primo grado dà ragione all’Inps: gli onorari non possono essere considerati ai fini del calcolo pensionistico. Ma l’altroieri la sentenza d’appello (e definitiva) ribalta tutto: sono scaduti i tempi per la revisione del ‘montante contributivo’ della pensione, che doveva essere effettuata entro tre anni.

«Inoltre i calcoli erano stati effettuati con criteri fissati dall'Inpdap d'intesa con l'Agenzia delle Entrate, che l'Inps, subentrata all’Inpdap, aveva seguitato ad applicare in base a una sentenza del Tar dell'Umbria del 1997», ci spiega l’avvocato Alarico Mariani Marini, difensore di Cartasegna e luminare del diritto amministrativo.

Così ora il secondo pensionato d’oro d’Italia potrà godersi tranquillamente i suoi 25mila euro mensili. Ed è probabile che ciò accada anche a tutti i suoi fortunati colleghi, dopo le due sentenze della Corte costituzionale (nel 2013 e 2015) che hanno ristabilito i diritti acquisiti, nonostante i tentativi del governo Monti e successivi di sforbiciare le pensioni.

I grillini stanno accumulando una figuraccia dopo l’altra. In agosto avevano presentato un disegno di legge che proclamava la mannaia oltre i 3.500 netti al mese. Ma è impossibile per molte pensioni (soprattutto quelle pubbliche ex Inpdap) calcolare i contributi versati. Quindi hanno ripiegato su un taglio in base all’età di pensionamento. Col risultato assurdo di salvare chi è andato in quiescenza a 65 anni magari con soli 20 anni di contributi, e invece di punire chi ne ha versati il doppio (40 anni) ma è andato in pensione (spesso obbligatoriamente) a 60 anni.

Accortisi dello sfondone, i grillini a settembre hanno alzato il limite a 4.500 mensili (90mila lordi annui), ma continuano a dire il falso: «Taglieremo solo chi non ha versato abbastanza contributi».

Adesso è tutto in alto mare. Non c’è accordo con i leghisti su un testo preciso. Così come per i vitalizi pregressi dei parlamentari (quelli attuali sono già stati aboliti da Monti nel 2011), le probabilità di una bocciatura in giudizio sono alte. Quindi pare che si ripieghi sul solito “contributo di solidarietà”, che però secondo i giudici costituzionali può essere solo temporaneo, ragionevole e giustificato da avvenimenti eccezionali.

Né i giudici costituzionali né quelli della Corte dei Conti sono “eletti dal popolo”. Ma Di Maio si convinca che in uno stato di diritto la legalità e il rispetto delle regole valgono anche per chi vince le elezioni.
Mauro Suttora



Saturday, September 22, 2018

Grillini e preservativi


I CINQUESTELLE SI OCCUPANO DI PRESERVATIVI

di Mauro Suttora

Libero, 22 settembre 2018

La democrazia diretta dei grillini? Funziona. Ma solo sui preservativi. In questi giorni tutti gli iscritti al Movimento 5 stelle (M5s) hanno ricevuto una mail dalla società Casaleggio & associati per dirimere una questione fondamentale: è giusto che i profilattici abbiano l’Iva al 22%, o sarebbe meglio ridurla al 10%?

Non stiamo scherzando. Il senatore grillino Gaspare Antonio Marinello, 63enne dottore all’ospedale di Sciacca (Agrigento), forse per sfuggire alla noia dei parlamentari peones, ha presentato una proposta di legge di due articoli per abbassare la tassa sui preservativi.

Nobili le sue motivazioni: «Sono  357 milioni le nuove infezioni sessuali ogni anno, di cui una su quattro su quattro rappresentate da: clamidia, gonorrea, sifilide e tricomoniasi. Un adolescente su venti presenta un’infezione batterica di questo tipo», scrive nella lunga relazione che è stata pubblicata dalla piattaforma Rousseau, massimo (e unico) organo decisionale del primo partito italiano.

Il senatore è preoccupato: «La distinzione tra contraccezione e prevenzione non è sempre chiara tra i giovani. Il 70% usa il profilattico come strumento di prevenzione, ma il 17% dichiara di ricorrere alla pillola anticoncezionale, collocandola erroneamente tra gli strumenti di prevenzione».

Quindi, più preservativi per tutti: «Nonostante siano considerati dispositivi medici, il prezzo in Italia continua ad essere molto elevato a causa, anche, dell’Iva applicata al 22%». Soluzione: aliquota agevolata al 10%.

Fra due mesi tutti i cittadini aderenti al M5s potranno democraticamente votare sulla proposta del senatore Marinello. Di nuovo sovrani sul proprio destino di consumatori di preservativi. E se il voto online avrà esito positivo, il prezioso disegno di legge verrà depositato in senato.

Sulla piattaforma Rousseau si è già acceso il dibattito: «Ma con tutti i mega problemi che ci sono, infinitamente più seri e importanti, ai preservativi ha pensato?! Non aggiungo altro…», scrive l’iscritto Andrea Ferruccio Chiarini.

Gli risponde Massimiliano Milazzo: «Il fatto che esistano problemi più gravi non significa che non debbano essere affrontati anche quelli più piccoli».

Obietta il tradizionalista Filippo Dalla: «Non credo che l'abbassamento dell'iva sui preservativi sia la via giusta per combattere le malattie sessualmente trasmissibili. Una buona formazione su una sessualità ordinata (non certo incentivando la promiscuità sessuale) e un cammino sull'affettività (più che sul sesso) potrebbero fare molto di più. Vi suggerisco inoltre di approfondire il discorso sui metodi naturali, che non costano nulla».

Più concreto Maurizio Barzi: «Sono contrario, non credo che diminuire in modo molto marginale il prezzo dei preservativi aiuti. Piuttosto, sarei per investire la stessa cifra, con le stesse coperture, in educazione sessuale. Non credo che le persone che oggi non comprano i preservativi perchè costano 10 euro li comprino perchè dopo costeranno 8».

Romano Racanella invita i senatori grillini a coordinarsi: «Facciamo una legge unica per Iva agevolata per prodotti per l’infanzia, preservativi, medicine, e poi parlatevi tra di voi: Pierpaolo Sileri propone la stessa cosa per prodotti per l’igiene intima femminile».

E mentre i senatori grillini si dilettano con gli assorbenti per le signore, i loro capi si guardano bene dal far votare la mitica «base» dei cittadini su argomenti più scottanti come Ilva, Tav o Tap: lì potrebbero avere sgradevoli sorprese.
Mauro Suttora




Wednesday, September 12, 2018

Travaglio: verità e sciocchezze

L'ottimo Travaglio nel suo editoriale di ieri (11 settembre 2018) sul Fatto mescola verità e sciocchezze.
Espresso e poi Repubblica da quando sono nati (63 anni fa) fanno politica. Sono giornali politici esattamente come il Fatto. 
Scalfari e Travaglio non sono neutrali, vorrebbero influenzare i politici (pd e grillini). Senza riuscirci.

De Benedetti oltre ai giornali (600 milioni di fatturato annuo) ha un'azienda di componentistica per auto (Sogefi, 1,5 miliardi) e gli ospizi Kos (0,5 miliardi).
Non capisco in che cosa interferiscano con i giornali queste attività senza rapporto col potere pubblico.
Al massimo sarà difficile che su Repubblica o Stampa si scriva che guadagnare sull'assistenza ai vecchi non è particolarmente morale.

Quanto agli altri giornali nazionali, il Sole è notoriamente di Confindustria, Messaggero e Gazzettino sono di Caltagirone, ma Travaglio non si è accorto che ora Messaggero appoggia la grillina Raggi.

Libero è leghista, quindi governativo. Idem la Verità di Belpietro (editore puro). 
Solo Il Giornale di Berlu picchia duro, ma anche sul Pd.
E il Foglio, che però vende solo 5mila copie, quindi di che hanno paura i grillini?

Per il resto, gli altri giornali nazionali hanno editori puri: Corsera (Cairo) e Carlino, Nazione e Giorno (Riffeser).

Quindi il problema non esiste. Infatti nessun Paese proibisce agli industriali di pubblicare giornali.

Un'altra sciocchezza scritta da Travaglio è che i tg Rai siano renziani. Solo il tg1 lo è stato un po', in passato. Ma il tg1 è sempre stato governativo. Infatti ora è sdraiato con i legrilli.

La verità è che Di Maio è nervoso come una zitella solo perché i giornali fanno il loro mestiere: criticare i governanti. 
Per questo si chiamano Quarto potere.

E lo statista di Pomigliano vorrebbe, come tutti i politici, metterci la mordacchia, con la sua ridicola velleità di "purificare" i giornali

Tuesday, March 27, 2018

Fico: i segreti dell'estremista convertito

CHI È VERAMENTE IL NUOVO PRESIDENTE GRILLINO DELLA CAMERA. DURO E PURO A PAROLE, DOPO L'INCORONAZIONE DI DI MAIO SI È ALLINEATO

di Mauro Suttora

Libero, 25 marzo 2018

«Foglia di fico». È il soprannome che Roberto Fico si è guadagnato in questi cinque anni da presidente della commissione di vigilanza Rai. Perché i grillini volevano smantellarla: «Vendere tutti i canali tranne uno», promettevano nel loro programma 2013. 
Tutto dimenticato dopo pochi mesi: «Prima ci vuole una legge sul conflitto d’interessi, per non favorire Mediaset», disse Fico, ormai appollaiato sulla sua poltrona. Campa cavallo. Unica differenza col passato: Fico ha rinunciato all’auto blu e all’indennità aggiuntiva (26mila euro annui).

Nato nel 1974 in una famiglia benestante (come tutti i grillini napoletani, da Di Maio a Carla Ruocco), Roberto dopo il classico si trasferisce a Trieste e si laurea in Scienze della comunicazione (tesi sulla canzone neo melodica napoletana). Sostiene di avere conseguito nel 2002 un master in ‘knowledge management’ del Politecnico di Milano, ma in realtà era un corso per 150 disoccupati campani e siciliani.

Fa l’Erasmus in Finlandia, poi comincia a lavorare alla Kuoni Gastaldi Tour di Genova per riprogettare la rete intranet. In seguito è all’ufficio stampa della Fedro, piccola società di formazione aziendale di Roma. Per un anno lavora al call center di Vodafone, e per due come redattore della casa editrice scolastica Esselibri Simone. Poi fa il capo del personale, degli eventi e della comunicazione nel Best Western di Napoli, albergo a quattro stelle.

Intanto, nel 2005, fonda il meet-up di Grillo a Napoli. Ma la sua carriera politica comincia con due disastri. Nel 2010 solo l’1,3% alle regionali in Campania, 5mila voti in tutta la regione come capolista. Ci riprova l’anno dopo alle comunali di Napoli, ma da candidato sindaco è di nuovo trombato: 1.200 preferenze, contro le 35mila di De Magistris. Con l’1,4%, il Movimento 5 stelle è sull’orlo della scomparsa.

Nel 2012 il vento gira: il grillino Pizzarotti diventa sindaco di Parma, il M5s tocca il 18% in Sicilia. Alle primarie per le politiche Fico prende 228 voti. Dopo di lui un ragazzo 26enne di Pomigliano: Luigi Di Maio, 189 voti. Non aumenteranno molto le preferenze alle ‘parlamentarie’ di questo febbraio: appena 315 per Fico, 490 per Di Maio.

Nel 2013 Fico fu accusato da alcuni attivisti di non potersi candidare a Napoli, perché risiedeva a San Felice Circeo (Latina). Cambiò in fretta e furia la residenza nei giorni in cui il regolamento grillino impose di essere residenti nella circoscrizione di candidatura. 

Un’altra controversia riguardò la sua fidanzata fotografa Yvonne De Rosa che, residente a Londra, vinse le primarie per l’Europa con 70 preferenze. «Parentopoli!», lo accusarono i puristi. Yvonne si ritirò, per non danneggiarlo.

Nel 2013 suscitò stupore il reddito zero dichiarato nell’ultimo anno prima di essere eletto: «Vivevo di rendita grazie ai risparmi messi da parte con i lavori del mio passato». Fico aveva aperto una ditta individuale di import tessuti dal Marocco. «Ma come tutte le start up, aveva bisogno di un po’ di tempo prima di partire e fare profitti. Per questo nel 2012 ho deciso di chiudere la partita Iva, e mi sono dedicato a tempo pieno alla politica».

Nel 2014 Roberto viene nominato da Casaleggio e Grillo nel direttorio che guida il M5s, con Di Maio, Di Battista, la Ruocco e Sibilia. Addio sogni libertari, di quando proclamava: «Credo in un movimento senza leader, trasparente, orizzontale. Mai più capi, mai più deleghe».

Alla fine 2015 incappa nel suo più grosso infortunio: nel grande comune di Quarto, 45mila abitanti vicino a Napoli, il consigliere grillino più votato è sospettato di essere un terminale della camorra. Ma lui e Di Maio espellono la sindaca 5 stelle Rosa Capuozzo che si era opposta alle sue richieste. Cacciano anche il tizio, ma solo dopo che risulta indagato dall’antimafia per voto di scambio e tentata estorsione.


Nel 2016 le disavventure della sindaca romana Raggi, con il carcere per il suo numero due Marra, si abbattono su Di Maio e fanno crollare il direttorio. Fico diventa il capo dei movimentisti. A settembre, nel festival annuale di Palermo, urla dal palco: «Il movimento deve tornare alle origini!». 
Ma ormai il figlio di Casaleggio appoggia Di Maio il moderato, e Roberto rischia l’espulsione. Poi china la testa. Ieri, il premio.
Mauro Suttora


Saturday, March 24, 2018

I grillini epurano un altro capolista

FRIULI-VENEZIA GIULIA: IL FAVORITO PER IL VOTO REGIONALE DEL 29 APRILE 2018 ELIMINATO CON UN CLIC. RIVOLTA NELLA BASE

di Mauro Suttora

Libero, 23 marzo 2018

Ci risiamo. Ancora una volta i capi grillini hanno eliminato senza motivo un loro candidato capolista, senza dare spiegazioni. 
Dopo i clamorosi casi di Marika Cassimatis l’anno scorso e di Patrizia Bedori nel 2016, che avevano vinto le primarie per sindaco a Genova e Milano, ora è la volta dell’avvocato triestino Fabrizio Luches, 44 anni, al quale è stato impedito con un clic di concorrere a governatore del Friuli-Venezia Giulia nelle regionali del 29 aprile, prima verifica elettorale dopo il 4 marzo.

«Da mesi sei dei principali Meetup regionali mi avevano proposto come candidato. Ma all’ultimo momento sono stato escluso dalle votazioni online senza una spiegazione. Ho scritto subito allo staff della Casaleggio a Milano, ma non mi hanno risposto», racconta Luches.

Dopo una settimana, verbalmente, gli hanno spiegato che non poteva concorrere perché non si era dimesso dalla segreteria del gruppo regionale del Movimento 5 Stelle.
«Ma è una scusa: quello era un requisito solo per le candidature a Roma, non in Regione. E poi io sono un funzionario della Regione, non un dipendente del gruppo». 

E adesso farà ricorso? 
«Sono un professionista, conosco il carico di lavoro dei tribunali. Non ritengo opportuno occupare un magistrato per decidere su questioni che potevano essere risolte con una semplice risposta via mail».

Quindi cosa farà? «Mi sono dimesso dal gruppo consiliare, dove ero stato chiamato da loro a lavorare tre anni fa, fruendo di una legge che assegna funzionari della Regione per assistere i gruppi consiliari. La mia dignità personale e professionale è un limite invalicabile».

La vita dei grillini friulani e triestini è sempre stata turbolenta. Già quattro anni fa ci furono le prime epurazioni: cacciati il deputato Walter Rizzetto di Pordenone (oggi rieletto con Fratelli d’Italia, l’unico ex parlarentare grillino ad avere mantenuto il seggio) e il senatore Lorenzo Battista di Trieste. Loro avversario, proconsole della società Casaleggio, era Stefano Patuanelli, ex consigliere comunale triestino, ora neoeletto senatore e già nominato vicepresidente del gruppo.

Si respira un’aria di famiglia fra i grillini locali. Un eurodeputato voleva candidare la moglie a sindaco di Trieste, e gli attivisti insorsero accusando di Parentopoli. Ora sono due mariti di consiglieri comunali triestini a scendere in campo per le regionali. Questa volta però tutti zitti. 
Non ci sono divergenze politiche fra i gruppi rivali, solo personalismi. Eliminato Luches, non ci sono state neppure le primarie. È rimasto un candidato unico, il ricercatore universitario Alessandro Fraleoni Morgera, 48 anni, ex iscritto ad Alleanza nazionale, imposto direttamente da Luigi Di Maio e Casaleggio junior.

Ma fra i grillini è la rivolta. Protestano in tanti: Matteo Muser, ex candidato sindaco a Tolmezzo (Udine), si è dimesso; Kascy Cimenti, primo dei votati alle regionali per l'alto Friuli ha rinunciato alla candidatura e ha abbandonato il movimento; Elisabetta Maccarini, vicepresidente del consiglio comunale di Monfalcone (Gorizia), dice: «Speravo in un errore informatico, Fraleoni non lo conosce nessuno». 
«Luches invece è un attivista di lunga data, conosciuto dai territori, dagli attivisti, dai portavoce e da moltissimi cittadini del Friuli Venezia Giulia, persona incredibilmente preparata e competente. Sono estremamente imbarazzato», dice Muser.

Depennati dalla lista dei candidati pure una consigliera comunale a Udine, Claudia Gallanda, e il suo ex collega Massimo Deganutti. A Udine anche Elena Porzio ha lasciato il movimento.

Insomma, un terremoto aggravato anche dal risultato scarso alle politiche in regione: appena il 24%. Il Meetup di Trieste aveva 850 iscritti, adesso gli attivisti sono solo 230. E alle primarie i candidati più votati hanno avuto al massimo un centinaio di preferenze: niente, in una regione con oltre un milione di abitanti.

Commenta amaro con Libero Luches, che ha una vasta esperienza su urbanistica, ambiente, diritto amministrativo e fisco degli Enti locali, e che proprio per questo era stato cercato dai grillini: «Forse ho pagato un eccesso di competenza, in un’organizzazione che predica una linea di trasparenza e poi nei fatti ne porta avanti un’altra, diametralmente opposta».
Mauro Suttora


Friday, March 23, 2018

Chi comanda veramente nei 5 stelle

IL FIGLIO DI CASALEGGIO VANEGGIA SUL WASHINGTON POST, E ORGANIZZA UN GALA ESCLUSIVO SUL ROOFTOP DI UN HOTEL A ROMA, CON VISTA SU SAN PIETRO

di Mauro Suttora

Libero, 21 marzo 2018

«I partiti sono vecchi e moribondi. La politica ha modelli organizzativi obsoleti e diseconomici. La democrazia rappresentativa sta perdendo significato. Quella diretta, resa possibile da internet, dà una nuova centralità ai cittadini e destrutturerà le attuali organizzazioni politiche e sociali».

Altro che ammorbidimento dei grillini. Davide Casaleggio, sulle orme del padre, conferma tutta la carica eversiva del Movimento 5 stelle, e pubblica sul Washington Post un articolo dai toni trionfali e incendiari.

L’unica speranza sono i pentastellati: «Di Maio ha detto: “Non si può fermare il vento con le mani”. Il nostro è un vento inarrestabile che continua a crescere, perché appartiene al futuro».

Passando dalla poesia alla concretezza: «Con il 33% abbiamo raggiunto un successo storico nelle democrazie occidentali. Abbiamo avuto 11 milioni di voti, al costo di 8 centesimi l’uno. Una cifra coperta da micro-donazioni di 19mila cittadini che hanno dato 865mila euro, coprendo tutti i costi della nostra campagna elettorale. Ai partiti tradizionali invece ogni voto è costato fino a cento volte di più: il partito +Europa, per esempio [quello di Emma Bonino, ndr] ha un costo stimato di 7 euro a voto».

Casaleggio jr riprende i toni millenaristici e definitivi del padre: «Sulla nostra piattaforma Rousseau tutti i cittadini possono proporre e votare le leggi online. E non ci fermeremo qui. Già adesso scegliamo i nostri parlamentari sulla Rete, e non nelle stanze piene di fumo dei vecchi partiti. Ma puntiamo a un milione di iscritti. Applicheremo una certificazione decentralizzata su ogni votazione online. E fonderemo la Rousseau Open Academy per selezionare candidati di altissima qualità».

Sogni? Vaneggiamenti? Sicuramente il figlio di Casaleggio con questo articolo-programma pubblicato grazie al World Post del Berggruen Institute (finanziato da Nicolas Berggruen, uno speculatore Usa eccentrico tipo Soros) dimostra ancora una volta di non essere un «semplice attivista» di «supporto tecnico», come si autodefinisce con finta modestia.

E la conferma c’è stata l’altra sera, quando i parlamentari grillini hanno fatto a gara per essere invitati al gala romano della sua fondazione privata, ospitato sul rooftop dell’hotel Atlantic, con splendida vista su San Pietro.

I fortunati invitati (pagando 300 euro di iscrizione e 60 la cena) sono quelli che contano. Chi non c’era, non conta niente. «Formichine», direbbe Casaleggio junior. 

La nomenklatura grillina è fatta a strati. Iscriversi al Movimento non costa nulla, quindi vale nulla. Il cuore del potere vero sta nelle fondazioni Casaleggio e Rousseau. E lì non si può essere eletti, ma solo scelti, in barba a ogni democrazia diretta o indiretta.

«Nessun conflitto d’interesse: questa è un’iniziativa culturale», ha assicurato Davide, annunciando per il 7 aprile la seconda puntata del meeting di Ivrea in memoria del padre, inaugurato l’anno scorso. 

Fra gli invitati al gala c’era Alberto Bonisoli, direttore della Naba (Nuova accademia di belle arti) di Milano. Trombato al voto del 4 marzo, a causa dello scarso risultato ottenuto dal M5s in città (17%), ma già nominato ministro della Cultura nel futuribile governo grillino. 
E fra i non politici spiccava il presenzialista Arturo Artom, assiduo dei salotti della Milano bene.

Intanto, la sindaca 5 stelle di Roma Virginia Raggi annuncia un grande risultato: dopo due anni è riuscita ad abbassare la tassa rifiuti. Dello 0,7%.
Mauro Suttora