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Thursday, July 10, 2025

Srebrenica e Gaza

Evoluzione e tradimento del termine "genocidio"

di Mauro Suttora

Per qualificare la mattanza di trent’anni fa, si estese il concetto di genocidio coniato sull’eliminazione degli armeni e applicato a Norimberga. L’ulteriore slittamento per la strage dei palestinesi però non regge (l’autogol del diritto umanitario)

Huffington Post

10 luglio 2025

Fino all’11 luglio 1995 (strage di Srebrenica) per fare un genocidio ci volevano milioni di morti. O almeno qualche centinaio di migliaia. Quindi, in ordine cronologico: armeni, ucraini (Holomodor anni 30), ebrei, cambogiani, etiopi, ruandesi tutsi. Andando indietro, indiani degli Usa, maya, aztechi e incas: genocidi di successo, civiltà quasi sparite.

Tutti sappiamo che l'etimo di genocidio è “uccisione di una razza”. E che la parola fu coniata nel 1944 da un giurista ebreo polacco, Raphael Lemkin, per dire l’indicibile e applicarlo al processo di Norimberga.

Dopo Srebrenica, tuttavia, i giuristi in àmbito Onu hanno allargato il significato del neologismo. Per dirla in penalistese, hanno valorizzato l’elemento soggettivo del reato. Quindi ora non c’è più bisogno che un genocidio intacchi significativamente la consistenza numerica di un popolo, di una razza, di una religione: è sufficiente la “volontà” genocidiaria. 

Il generale Ratko Mladic e i presidenti Slobodan Milosevic (Serbia) e Radovan Karadzic (serbi di Bosnia) ammazzarono a sangue freddo 8mila prigionieri bosgnacchi (bosniaci musulmani). Ma se avessero potuto ne avrebbero uccisi molti di più, visto che il loro intento dichiarato era la pulizia etnica.

Esiste però un numero minimo per “integrare la fattispecie del reato” di genocidio? Perché poco prima di Srebrenica si verificarono altri massacri come quello di Tuzla, con decine di vittime. Ma, anche se tutte “concorrevano al medesimo disegno criminoso” (l’eliminazione dei bosniaci croati e islamici), il tribunale internazionale per la ex Jugoslavia non comminò l’ergastolo ai comandanti serbi responsabili.

Vale anche il ragionamento inverso: i numeri dei morti possono essere più alti (12mila le vittime dell’assedio serbo a Sarajevo), ma poiché furono centellinati in quattro anni (1992-96) non sono diventati il “nuovo genocidio” che invece debuttò a Srebrenica.

E oggi? È plausibile accusare Israele di genocidio per Gaza? A parte qualche frase dei gentiluomini Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir (12% alle elezioni del 2022 per la loro estrema destra) nessuno in Israele dichiara una volontà genocidiaria verso i palestinesi. 

Non lo dicono però lo fanno egualmente? I 56mila morti denunciati da Hamas in due anni sono meno dei 65mila civili italiani bombardati dagli alleati nel biennio 1943-45: vittime di guerre tremende, non di uno sterminio preordinato. E infatti non ci sono state accuse di genocidio per le mattanze di Aleppo e Mosul lo scorso decennio. Né risultano esecuzioni a freddo di prigionieri palestinesi da parte israeliana, come accadde a Srebrenica.

Il paradosso è che lo slittamento semantico del genocidio iniziato trent’anni fa in Bosnia fu il risultato dell’applicazione del diritto umanitario. Ovvero della volontà, da parte di benemeriti difensori dei diritti umani come Bernard Kouchner o Emma Bonino, di sancire un “diritto-dovere d’intervento” negli affari interni di un Paese da parte della comunità internazionale, nei casi estremi di patente violazione del diritto alla vita. Di qui l’istituzione del Tribunale penale internazionale.

Mai avrebbero pensato, l’allora ministro francese e la commissaria Ue, che la loro interpretazione estensiva del genocidio avrebbe un giorno armato la propaganda proPal di attiviste come Rula Jebreal o Francesca Albanese.

Friday, January 26, 2024

Il magnifico gioco d’equilibro della Corte dell’Aja

GENOCIDIO A GAZA?

Non possono esultare né filopalestinesi né fan israeliani. Il procedimento va avanti, ma intanto si chiede a Israele di prendere misure che evitino rischi genocidiari. Sentenza in parte votata anche dal giudice nominato da Netanyahu

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 26 gennaio 2024

È rimasta solo la giudice ugandese Julia Sebutinde a difendere strenuamente Israele al tribunale Onu dell’Aja. La sentenza provvisoria di oggi, che invita lo stato ebraico ad applicare misure per evitare un genocidio a Gaza, è stata infatti approvata perfino dal giudice israeliano Aharon Barak, nelle parti in cui condanna le frasi d’odio pronunciate da alcuni ministri israeliani e auspica maggiore assistenza alla popolazione civile.

La giudice africana Sebutinde è una dei 15 membri permanenti della Corte. A loro si aggiungono come giudici ad hoc solo per questo procedimento i due rappresentanti delle parti in causa: Israele e Sud Africa, il Paese che ha trascinato lo stato ebraico davanti alla giustizia internazionale con la gravissima accusa di genocidio.

“Ignobile, ripugnante”, l’ha bollata il governo di Benjamin Netanyahu. Il quale però oggi ha dovuto incassare la prima decisione del Tribunale: la tesi sudafricana non è priva di fondamento, quindi il processo si farà. Attenzione, però: non per genocidio, ma per “atti” che potrebbero provocarlo.

E in attesa della sentenza, prevista in tempi non brevi, ecco alcune “misure provvisorie” per proteggere i civili di Gaza. Non il cessate il fuoco, come speravano i palestinesi, ma l’impegno da parte israeliana a evitare azioni che colpiscano ulteriormente i civili.

Sentenza pilatesca? L’unica possibile. Il “non luogo a procedere” o il “difetto di competenza” erano infatti irrealistiche speranze israeliane. Certo, finire sotto processo per genocidio è un duro colpo per il popolo che un genocidio lo ha subìto (come armeni, ruandesi, cambogiani), e per lo stato che dal genocidio è nato. Anche la coincidenza dei tempi è uno sfregio: proprio domani si celebra il Giorno della Memoria per ricordare la Shoa.

Tuttavia essere accusati non vuol dire essere condannati, e oggi Israele incassa a proprio favore l’unica decisione precisa del tribunale Onu: l’intimazione ai terroristi di Hamas di liberare gli ostaggi israeliani, senza condizioni.

Più imbarazzante, semmai, è che durante la lunga lettura della pre-sentenza la presidente statunitense della Corte, Joan Donoghue, abbia citato parola per parola alcune frasi particolarmente dure pronunciate non da estremisti di destra come il ministro israeliano Bezalel Smotrich, ma dal presidente d’Israele Isaac Herzog, dal ministro della Difesa Yoav Gallant e da quello degli Esteri Israel Katz. 

Sull’onda dell’emozione per le stragi del 7 ottobre non furono pochi, infatti, i politici israeliani che si lasciarono andare a comprensibili auspici di “eliminazione totale” di Hamas. Che però gli avversari d’Israele, con in prima linea inopinatamente il Sud Africa, hanno avuto buon gioco a equivocare come punizione collettiva verso tutti i civili di Gaza.

Intelligente invece il voto “diviso” dell’87enne giudice israeliano Barak: no alle parti della sentenza che sanzionano direttamente Israele, sì alle altre meno impegnative. Barak, sopravvissuto all’Olocausto nella sua Lituania e rifugiatosi con la famiglia a Roma per due anni prima di emigrare in Israele nel 1947, è un ex presidente della Corte costituzionale israeliana, grande avversario di Netanyahu. Ciononostante il premier lo ha nominato all’Aja.

Male fanno i tifosi palestinesi a esultare per la sentenza odierna, così come sbagliano i fan(atici) proisraeliani a rifiutare ogni giudizio dell’Onu. Nella Corte infatti siedono giudici provenienti da Paesi filoisraeliani come Germania, Giappone, Belgio, Francia, Australia, Usa. E il comportamento della giudice ugandese Sebutinde dimostra che molti di loro, se non tutti, sono dotati di indipendenza intellettuale. Semplicemente, a Israele non conviene autocollocarsi al di sopra delle leggi che regolano la comunità internazionale. Perché evocare il genocidio è oltraggioso, ma contenersi limitando la vendetta può rivelarsi saggio.