L'ultimo report Onu getta qualche luce nel quadro di sofferenza nella Striscia: l'1,3% dei bambini fino a 5 anni in stato di malnutrizione acuta è un livello molto inferiore a diversi paesi della regione. C'è poi un 12% in malnutrizione cronica e si stimano 74mila bambini da curare nel prossimo anno. E c'è una pace lontana, ma la tregua, seppur violata, permette la distribuzione di cibo
di Mauro Suttora
Huffingtonpost.it, 14 agosto 2026
Finalmente una buona notizia da Gaza. I bambini fino a 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta sono calati all'1,3%. Un risultato quasi incredibile, dopo le vicissitudini di questi anni. E ancor più sorprendente se paragonato ai tassi di malnutrizione acuta dei Paesi vicini: Siria 12%, Sudan 17%, Yemen 16%. Perfino in Paesi non toccati dalla guerra i bimbi stanno peggio che a Gaza: Egitto 3%, Giordania 2%. Sono dati Onu. Il suo Ocha (Office for the coordination of humanitarian affairs) il 7 agosto ha pubblicato i risultati di un'indagine condotta a giugno su un campione di 1335 bimbi da 0 a 59 mesi, che copre l'83% della popolazione.
Naturalmente a Gaza si soffre ancora. Il 12% dei bimbi mangia poco e male: "malnutrizione cronica" che causa problemi di crescita. Uno su tre ha avuto diarrea o febbre nelle due settimane prima dell'indagine. Unicef, Fao e Wfp (World food program) avvertono che la crisi non è finita, e che 74mila bambini dovranno essere curati nel prossimo anno. Ma sono un po' più lontane le notizie drammatiche che arrivavano dalla Striscia fino a un anno fa.
La tregua, seppur violata, permette finalmente la distribuzione di cibo, senza taglieggiamenti e incidenti.
I risultati dell'indagine avrebbero potuto essere perfino migliori, con percentuali di malnutrizione acuta sotto l'1%, se non si fosse tenuto conto dei due campi profughi palestinesi di Rafah e Khan Yunis. Dove peraltro la miseria dura da quasi 80 anni: i primi rifugiati arrivarono nel 1948.
Il fragilissimo processo di pace ora si scontra con due fattori.
Il primo è il no di Israele al suo ritiro dal 60% della Striscia di Gaza che occupa (perlopiù terreni semidesertici, ma anche campi agricoli che potrebbero contribuire ad alleviare la totale dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali), finché i guerriglieri di Hamas non deporranno tutte le armi, anche leggere.
Il secondo no, speculare, è quello di Hamas alla consegna di mitragliatrici e kalashnikov. Il vero problema è che i suoi militanti si troverebbero disarmati, oltre che di fronte agli israeliani, anche verso alcune tribù palestinesi per niente tenere nei loro confronti.
Probabilmente lo stallo durerà ancora due mesi e mezzo, fino al voto in Israele del 27 ottobre. Anche i palestinesi hanno elezioni locali in vista, col ritorno a Gaza dei moderati dell'Anp (Autorità nazionale palestinese) cacciati dagli islamisti di Hamas nel 2007. Insomma, la situazione è precaria e Israele dà ancora la caccia ai partecipanti ai massacri del 7 ottobre 2023, identificati nei video. Ma a Gaza diminuiscono i bimbi che rischiano di morire di fame.
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