Wednesday, October 25, 2006

Il Foglio anticipa 'No Sex in the City'

Pubblichiamo un brano tratto dal libro “No Sex in the City, avventure e amori di un italiano a New York” di Mauro Suttora, edizioni Cairo (Milano, 2006), in libreria da questa settimana.

LE DIVE DEL JET LAG

Dialogo incorrect nell’Upper Side newyorkese, dove tutte le donne (tranne una) si sentono belle e famose solo perché sanno allacciarsi la cintura in aereo

IL FOGLIO SABATO 14 OTTOBRE 2006, pag. VIII

di Mauro Suttora

Il principale problema nella vita dei genitori di Marsha, la mia fidanzata americana, sono i viaggi dal loro attico sulla Lexington avenue di Manhattan alla villa dei weekend a Easthampton, Long Island. Poiché le corsie riservate ai miliardari non sono state ancora inventate, anche loro quando si spostano in limousine nera Lincoln con lo chauffeur rimangono imbottigliati in autostrada come tutti. L’alternativa ci sarebbe: “Prendiamoci l’elicottero, cara”, esclama il mio probabile suocero durante un sofferto viaggio per il quale ci hanno offerto un passaggio.

Siamo bloccati in coda a Queens da mezz’ora.
”Come dici? Vuoi comprare un elicottero?”, domanda lei al marito abbastanza estraniato. Nonostante abbia solo 60 anni, lui passa il tempo a giocare a golf in giro per il mondo: estati in quel campo famoso scozzese, inverni a Palm Beach in Florida. Ormai si entusiasma soltanto per gli ‘hole-in-one’, buche con un colpo solo.
”Possiamo affittarlo”.
“Affittare l’elicottero?”, strepita la moglie, irrequieta. “Cosa vuoi dire, per tutta la stagione o volta per volta?”.
"Un leasing per l’estate intera non conviene, ci costerebbe quasi quanto comprarlo. E poi dove lo parcheggiamo? No, volta per volta”.

Quel che il padre di Marsha non osa confessare alla moglie è che sì, lui è ricco con molte case in giro per il mondo (New York, Los Angeles, Florida, Londra), ma non tanto da potersi permettere anche un elicottero. Per non parlare dell’aereo privato all’aeroporto di Teterboro, nel New Jersey (quello da cui partì il povero John Kennedy junior prima di precipitare nel ’99).

A Marsha piace fregiarsi del titolo di “Teterboro girl”, le ragazze del jet set così chiamate perché volano sui jet personali di famiglia, o dei mariti, o degli amici. Ma in realtà il suo è un bluff: quando butta lì “L’altro giorno tornavo da Aspen con un Gulfstream”, si riferisce all’aereo dell’amante di una sua amica molto bella e un po’ zoccola (praticamente una mantenuta, cui lui ha regalato una lussuosa garçonnière a Madison avenue).
Insomma, i genitori di Marsha sono ricchissimi ma si sentono poveri perché non possono permettersi l’elicottero privato.
Nell’Upper east side le vittime di questa situazione spiacevole vengono descritte così: “Sono nelle decine, ma non nelle centinaia” (di milioni di dollari, sottinteso). E’ una caratteristica che di solito si accoppia a quella di “essere fra i sessanta e settanta”, intesi come numero delle strade dove abitano - sono gli isolati più ambiti – ma anche come
l’età attuale di chi ci vive in prevalenza, e i decenni che invece videro il loro splendore.

"Però non credere che basti dire ‘I live on East 65 Street’ per poter esibire un indirizzo prestigioso”, mi avverte molto compresa Marsha, mentre mi inizia ai piccoli misteri dello status newyorkese, “perché poi occorre precisare all’altezza di quale avenue”.
Ecco quindi il terzo cruccio dei suoi genitori, oltre a quello di non potersi permettere l’elicottero privato e di essere “in the tens” invece che “in the hundreds”: abitare la penthouse (attico) in una delle venti Strade “giuste”, sì, ma non all’angolo delle uniche due Avenues che contano veramente: la Quinta e Park.
“Lexington sta un gradino sotto, come anche Madison”, sospira Marsha, che poverina è dovuta crescere lì, subendo gli affronti delle compagne di scuola più fortunate.
"E le altre Avenues, la Prima, la Seconda, la Terza?”, le chiedo ingenuo.
“Periferia”, mi sorride, ironica ma non troppo, “tanto vale allora abitare verso la Novantesima Strada, a Carnegie Hill, oppure migrare oltre il parco”.

Cioè nella detestata Upper west side, dove abito io, considerata un ricettacolo di intellettuali ebrei di sinistra. “Per certi Upper Eastsiders attraversare Central Park equivale ad attraversare l’Atlantico”, mi rivela Marsha, “mio padre si spingeva nella West Side solo quando doveva imbarcarsi coi genitori suitransatlantici per l’Europa negli anni Cinquanta”. I moli dei passeggeri stavano infatti nella zona del ghetto portoricano, celebrato da Leonard Bernstein nel suo musical “West Side Story” prima della bonifica con la costruzione del Lincoln Center nel 1961.

Marsha per delicatezza non aggiunge quattro cose: primo, che i suoi genitori hanno storto il naso quando ha detto loro che si è messa con un italiano; secondo, che lo hanno storto ancora di più perché sono separato (negli Usa la separazione non esiste, o si è sposati o divorziati); terzo, ho superato i 40 anni; quarto, faccio il giornalista e non il finanziere (leggi: speculatore) a Wall Street.

La mia quinta caratteristica però è stata dirimente: se la loro adorata figliola ha accettato di trasmigrare in quella che loro considerano “la parte sbagliata di Central Park”, allora dev’essere proprio un grande amore. Che inoltre profuma di Europa, Italia, Roma, Venezia, Firenze…
Quanto a me, per delicatezza non ho detto a Marsha che una volta, nella fase in cui lei insisteva per presentarmi i suoi, ho fatto uno strano sogno: nuotavo, come Paperon de Paperoni, in un immenso forziere quadrato colmo di tappi. Suo padre, infatti, ha fatto fortuna coi tappi, possiede due immense fabbriche che li producono, e due figlie alle quali ovviamente dei tappi non importa nulla. E io, che con la fantasia volo, già mi vedevo alle prese con il mercato mondiale del tappo, indagini di mercato, strategie e quant’altro, nella sede in cima a un grattacielo del World Financial Center: l’adorato genero-erede.

Per mesi Marsha non aveva detto loro nulla di me. Perfino quando ha traslocato a casa mia, per un bel po’ ha fatto finta di continuare a vivere nel suo appartamento da single (la scomparsa dei telefoni fissi permette questi stratagemmi: lei comunica con sua madre via cellulare, e col padre per e-mail). Improvvisamente, però, le è venuta la smania di presentarmeli.
“Ci hanno invitato per il pranzo di Thanksgiving”, mi dice un pomeriggio di sabato al caffè Lalo (quello di “C’è Posta per Te” con Meg Ryan e Tom Hanks), mentre sorseggio la mia solita cioccolata con panna, e lei una spremuta ‘organic’ (biologica) di barbabietole, sedano e carote.
“Ma non sono andati in Florida?”
“Appunto. Li raggiungiamo lì.”
“Non ci penso nemmeno”.
“You are so rude [maleducato], cos’hai contro di loro?”
“Nulla”.
“E allora perché non vuoi conoscerli?”.
“Tua madre la conosco già troppo bene, in pratica era sempre con noi durante il nostro viaggio in Italia.”
“Cosa vuoi dire?”.
“Che sei perennemente attaccata al cordone ombelicale telefonico”.
“Oh, smettila Mauro. Sono solo in buoni rapporti con lei, grazie a Dio. Quanto a noi: viviamo assieme, sarebbe carino che sapessero con chi. Che ti vedessero almeno una volta in faccia”.
“Possono vedermi qui a New York”.
“Io li raggiungo comunque a Palm Beach per Thanksgiving, tutte le famiglie americane si riuniscono per il Giorno del Ringraziamento”.
“Buon viaggio”.
“Ti odio quando fai così”.
“E io odio il tacchino”.
“Ma ci sarà molto altro da mangiare! Il Thanksgiving per noi è la festa più importante, più
del Natale, più della Pasqua…”.
“Mi spiace Marsha, ma non chiedermi di sciupare giorni di ferie per venire in quel gerontocomio a cielo aperto che è la Florida”.
“Non è più come pensi, ci sono anche un sacco di giovani”.
“Sì, le infermiere che curano i vecchi, e poi i caddies dei campi da golf…”.

Incrocio la mamma di Marsha due settimane dopo nei grandi magazzini Bloomingdales. C’ero stato trascinato alla fine del lavoro per un cocktail di presentazione di non so quale nuovo prodotto, Marsha mi aveva dato appuntamento alle sei e si presenta con sua madre: “Ci siamo incontrate per caso sotto al piano terra, stava facendo compere per Natale”, mi annuncia falsa come Giuda.
Un’imboscata in piena regola. La signora è come nelle foto, una bella sessantenne rifattona ‘bottle blonde’, bionda ossigenata come ce ne sono centomila nell’Upper East Side. Nasino finto, occhi svaniti all’insù, sorriso svampito all’ingiù, elegantissima, cachecol, portamento
altero. Uniche note positive: snella, linea perfetta, belle gambe e caviglie splendide, come sua figlia. La quale quindi promette bene per i prossimi trent’anni.
Confesso che esamino di sfuggita anche il bacino della senior: quello di Marsha mi preoccupa, è troppo stretto e magro per essere quello di una buona fattrice. Lo so che è vergognoso ammetterlo, sarò un maniaco, ma una maternità senza problemi fisici è un aspetto importante del mio eventuale matrimonio.

La conversazione con la madre fila liscia e banale come le telefonate madre/figlia, che ormai conosco a memoria. Che traffico sulla Quinta signora mia, sotto Natale non si circola più, non si trova un taxi ma tanto è inutile prenderli, e anche il metrò è impossibile, sovraffollatissimo. Considerazioni surreali, visto che Bloomingdales è a tre isolati da casa sua, ma che lei invece di arrivarci in due minuti a piedi ha preferito torturare il suo chauffeur facendosi accompagnare in limousine. Ormai sono intrappolato: “Be our guest before Christmas”, mi invita-ordina imperiosa la signora, sarò loro ospite prima di Natale.

Non posso più sfuggire. Sapientemente nei giorni seguenti sposto il terreno della trattativa sul dove. La mia ultima linea di resistenza è non incontrarli a casa loro, il che equivarrebbe a un fidanzamento definitivo con Marsha. “Facciamo una cosa informale, vediamoci per una pizza alla Houppa”, le propongo con nonchalance. La Houppa, mitica gioielleria sulla Sessantaquattresima, dove al posto (e al prezzo) dei diamanti vendono pizze.

Arriva la sera micidiale. Per alleggerire l’atmosfera vengono pure la sorella di Marsha e il suo boyfriend. Ma fra il mio futuro suocero e me è, inopinatamente, amore a prima vista. Entrambi ordiniamo una pizza capricciosa, e questa vicinanza di gusto già sembra entusiasmarlo. Poi ovviamente parliamo dell’Italia, e lui si dilunga felice a ricordare per una buona ora tutti i viaggi più belli nella penisola.

Ammorbidito dalla nostaglia e dal pinot grigio,il papà di Marsha impazzisce di gioia quando rispondo alla sua domanda: “Ti piace l’America?”
“Moltissimo. La adoro”, rispondo io, ed è vero.
Non sto a precisare che preferisco quella di Bob Dylan ai bigottoni di George Bush, a lui basta sapere che c’è un europeo che non odia gli Stati Uniti.
“Perché ci detestano tutti?”, mi domanda similpreoccupato.
“Beh, la guerra in Iraq…”, mi addentro io.
Mi interrompe subito: “Ma quel figlio di puttana di Saddam non meritava una bella randellata?”. mi chiede.
“Certo che sì”, rispondo io, sinceramente. E lui si soddisfa così.
Poi va in visibilio per un mio stupido giochetto di parole: “We are stuck in Iraq”, siamo bloccati in Iraq.
“Mi piace la rima, ma soprattutto il fatto che hai detto ‘noi’, e non ‘voi’, vuol dire che ti senti uno dei nostri. Infatti in Iraq ci sono anche soldati italiani, no?”

Non avrei mai pensato di dovere un giorno ringraziare Berlusconi per avermi fatto conquistare il padre della mia fidanzata, ma questo è proprio ciò che è accaduto la sera del 20 dicembre 2004. Ormai il corpulento papà di Marsha mi considera uno della famiglia, mi chiama “son” (figliolo) dimenticando che ho soli 15 anni meno di lui, mi confonde con l’agognato figlio maschio che non ha mai avuto.

L’idillio raggiunge l’apice quando scopriamo di condividere entrambi una vergognosa predilezione per un oscuro complesso degli anni Sessanta chiamato Moody Blues.
“Quelli di ‘Nights in White Satin’?”, mi chiede lui, guardingo e imbarazzato.
“Ebbene sì”.
“Ma è impossibile che tu li conosca, son”.
“E perché?”.
“Perché quella canzone la ballavo nell’estate ’67, mi ricordo esattamente l’anno perchè è stato quando ho conosciuto mia moglie Jane. Do you remember, cara?”
“Certo”, risponde lei, irromantichita.
“Beh, me la ricordo anch’io”, aggiungo, “avevo sette anni e la mettevano sempre nel jukebox dei bagni Cala Sveva di Termoli in the Molise region”.

Questa mia acribia lo manda in visibilio: “Mi piacciono i tipi precisi”.
Infierisco sul neosuocero rimasto evidentemente come me allo stadio anale: “Però da noi andava di più una cover di un complesso che l’aveva tradotta in italiano, ‘Ho Difeso’ dei Dik Dik”.
Lui commenta estasiato: “Era il più bel lento della storia, lo ballavamo a Washington, ti ricordi Jane?”.
“Se permette, sir, lo porrei a pari merito con ‘A Whiter Shade of Pale’ dei Procol Harum, stessa estate”.
Mi guarda con gli occhi umidi: “Son, tu sei la bibbia, sei un’enciclopedia vivente, sei... sei fantastico. Hai ragione, oh, i Procol Harum! Come ho potuto dimenticarli?”.

Marsha, che detesta le mie predilezioni musicali rétro, non ne può più. I Moody Blues e i Procol Harum li conosce soltanto perchè abbiamo litigato quando ho osato invitarla ai loro concerti. “Senti, Mauro, pochi giorni dopo averti conosciuto mi hai trascinata a una serata con Jorma Kaukonen”, mi aveva risposto, “e avevo accettato pensando fosse una cosa palatable, commestibile, accettabile. Ma non mi sono mai annoiata così tanto. Se tu devi recuperare il tempo perduto fallo pure, ma ti prego non coinvolgermi più”.

Così mi tocca andare da solo a tutti i concerti dei grandi degli anni Sessanta ancora in circolazione, da Crosby Stills e Nash agli Allman Brothers, dai Jefferson a Steve Winwood. Nel famoso teatro Town Hall, dove nel ’45 Charlie Parker inventò il bebop, ho visto fuoriuscire
dalla formalina Art Garfunkel. E poi l’ho rivisto accoppiato col compare Paul Simon. Nessun mio amico di New York condivide questa solitaria perversione, tranne Christian Rocca col quale sono andato a vedere Neil Young alla Radio City Music Hall. Ma ora ho mio suocero, come compagno di future scorribande nel cateterock.

Si tratta di concerti impegnativi, di una lunghezza spossante, perchè all’intervallo i musicisti dicono sempre: “Ci vediamo fra poco”.
Invece passano come minimo tre quarti d’ora: infatti il pubblico formato da sessantenni (gli ex hippies degli anni Sessanta) è debole di prostata, e quindi si formano sempre code interminabili ai cessi.

Finito l’acme musicale siamo al dessert. Se fosse per il papà di Marsha, a questo punto più che darmi la figlia mi sposerebbe direttamente lui. O mi nominerebbe seduta stante direttore della sua multinazionale di tappi. Si informa distrattamente del mio lavoro, e sentenzia subito con una prosopopea che mi fa sentire Dustin Hoffman nel ‘Laureato’: “Son, il futuro del giornalismo è nella rete”.
"Grazie al cazzo, non me n’ero accorto", mi viene da rispondergli, però non voglio rovinare l’atmosfera supercordiale. Anche perchè lo impressiona molto il fatto che io scriva su “Newsweek”, ma soprattutto che abbia una column sul “New York Observer”: settimanale che vende solo 60 mila copie rispetto ai tre milioni di “Newsweek”, ma è il massimo dello chic per quel maso chiuso che è l’Upper East Side, in transumanza a Palm Beach d’inverno e agli Hamptons d’estate. Giornale intelligente ed irriverente stampato su carta rosa, viene letto da tutti i “socialites” del bel mondo di Manhattan per tenersi à la page, ne segue i tic e ne impone le tendenze. Il padre di Marsha non ne apprezza la linea politica troppo liberal, ma compulsa avidamente le notizie immobiliari.

(…) Mentre usciamo dalla Houppa salgo con Marsha su un taxi. Lei è raggiante: “Mauro, è stato un successo”.
Io sento solo che sto per precipitare in un fidanzamento pronto, a presa rapida e asfissiante. Finirò in uno di quegli attici terrorizzanti dove si arriva schiacciando il bottone PH (penthouse) sull’ascensore, ma solo dopo aver girato la chiave accanto. Si entra direttamente in casa, non c’è neppure il pianerottolo. Quando vorrò fare una festa dovrò ordinare il catering da Fauchon, camerieri in divisa si aggireranno per le stanze.

E per andare agli Hamptons non potrò neppure prendere l’elicottero, perchè Marsha, come sua madre, obietterà: “Se ci vede qualche conoscente all’eliporto della Trentatreesima Strada, e nota che non è di proprietà ma che ci siamo ridotti ad affittarlo, che figura facciamo?”.

Mauro Suttora

(dal capitolo 25: "I miei futuri suoceri")

9 comments:

JA said...

Sabato non sono andato in edicola a comprare il foglio, come d'abitudine. E me ne sono pentito.
Ho comunque rimediato leggendoti qui. Sono sempre piu interessato alle tue vicende.

A questo punto ti chiedo: a proposito della nostra dissertazione sulle Signore d'America, come "cataloghi" Marsha? E la tua amata Suocera?

ciao

jacopo

Jacopo Signani said...

ti ho menzionato nella review di Devil wears prada.

http://life-is-a-show.blogspot.com/

mauro suttora said...

Marsha è americana (anzi, statunitense) come una torta di mele. All-American

sua madre appartiene alla sottosottosottospecie dell'Uppereastsider, sottosottospecie della Manhattanite, sottospecie della newyorkese, specie della statunitense

il Trappola said...

letto una cinquantina di pagine ieri:

trovate tutte divertenti.

(il libercolo l'ho acquistato ieri, con non poca difficoltà: essendo io un formalista, o meglio un bigotto estetico, la copertina un pò frou frou (?) mi rendeva la compera assai spiacevole:

consiglio una maggiore sobrietà per le future pubblicazioni)

saluti

mauro suttora said...

grazie!

la copertina non entusiasma neppure me, a parte il giallo acceso, ma l'editore mi ha detto che il target e' femminile

attendo commento e critiche finali, e anche uno svelamento dall'anonimato

I FEDERALISTI (Marco S. e Filippo C.) said...

Complimenti!
Ho letto il suo libro in soli due giorni: mi sono divertito tantissimo!

Filippo

mauro suttora said...

grazie per la segnalazione sul vostro bel blog

Anonymous said...

ma tu e marsha vi siete lasciati?

mauro suttora said...