Wednesday, May 31, 2006

I "prodi" di Prodi

Oggi, 24 maggio 2006

Prodi 2, si ricomincia. Dieci anni dopo tocca ancora a lui, al Professore, sedere a Palazzo Chigi. Ma stavolta al suo fianco c’è una maggioranza più complicata da gestire. Basta guardare la lista dei 25 ministri, messi rigorosamente insieme col manuale Cencelli: 9 diessini, 6 della Margherita, 4 prodiani, e poi 1 ministro per Italia dei Valori, Pdci, Verdi, Udeur, Prc e Rosa nel Pugno.

Un cocktail da maneggiare con cura. «D’altra parte Prodi ha fatto quel che poteva», dice Emma Bonino, che puntava alla Difesa e s’è dovuta accontentare delle Politiche comunitarie e del Commercio internazionale. «La legge elettorale, con questo sciagurato ritorno al proporzionale, ha ridato peso ai partiti. Ma se faremo una buona politica riusciremo a governare». Da ministro, lei ha già le idee chiare: «L’Italia è al venticinquesimo posto nel recepimento delle direttive europee. Bisognerà fare ordine. Quanto al commercio internazionale, farò di tutto per sostenere le piccole e medie imprese. Curando con particolare attenzione i rapporti con i Paesi del Golfo».
Il governo Prodi ha come punto di forza la presenza in squadra di tre pezzi da novanta: Giuliano Amato all’Interno, Massimo D’Alema agli Esteri, Tommaso Padoa Schioppa all’Economia. Ma ha due debolezze. I numeri risicati al Senato. E la frammentazione di alcuni ministeri, vedi lo spacchettamento dell’ex Welfare in Lavoro e previdenza (Cesare Damiano, diessino) e Solidarietà sociale (Paolo Ferrero, bertinottiano).

Riuscirà Padoa Schioppa a tenere dritta la barra del programma di risanamento? Gli ulivisti ci contano, la sinistra radicale diffida e fa i capricci, non sarà troppo moderato? Il supertecnico di via XX Settembre deve vedersela con numeri da far tremare i polsi: debito al 108 per cento del Pil, crescita zero nel 2005. Lui ha già dettato la linea. Primo, verificare lo stato di salute dei conti. Poi, mettere insieme un patto di stabilità interno. «Una nuova Maastricht nazionale», l’ha definita Prodi. Intanto, a dare la caccia agli evasori ci penserà Vincenzo Visco, un altro che è tornato. La sua mission impossible: recuperare oltre 200 miliardi di euro che dovrebbero entrare nelle nostre casse (e invece restano nelle tasche altrui). «Per ora posso solo dire che bisogna ridurre le tasse e farle pagare a chi non le paga», ci dice Visco, che come primo atto dopo il suo insediamento ha chiesto un rendiconto analitico delle entrate. E ha promesso grande determinazione.
Tutti la promettono. Ma intanto affiorano le prime beghe. Vedi il ponte sullo Stretto. «Non è una priorità del governo, lo abbiamo scritto nel programma», ci dice il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. «Finalmente si faranno opere utili per il Paese, come il miglioramento delle autostrade Adriatica e Salerno-Reggio Calabria, invece di perdere energie sul Ponte. E nessuna penale dovrà essere pagata dallo Stato, perché è previsto solo un risarcimento per le spese effettuate sinora dall’Impregilo, la società che si era aggiudicata l’appalto».

Niente penale. E la Tav, il Treno ad alta velocità Torino-Lione che ha causato la rivolta della val di Susa? Anche qui, secondo Pecoraro Scanio, indietro tutta: «Non procederemo con la legge dell’ex ministro Lunardi, che ha creato solo le proteste della comunità locale e dei sindaci. Noi verdi pensiamo che sarebbe meglio potenziare le linee esistenti, ma il governo cercherà di discutere con la popolazione locale». E anche di discuterne al suo interno. Perché su Ponte e Tav già si nota qualche scaramuccia.

Entrambe le questioni sono infatti di competenza del neoministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro. E lui tiene a precisarlo, anche di fronte ad alcune «invasioni di campo». Vedi le dichiarazioni del neoministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, che ha definito il Ponte «inutile e velleitario». «Tutto ciò che riguarda la costruzione di infrastrutture fa capo a me», ricorda Di Pietro, «mentre il ministro dei Trasporti si occupa del traffico automobilistico, ferroviario, aereo e navale. Di tutto ciò che si muove, insomma». Di Pietro invita a ragionare bene sulle cose da fare e da non fare: «L’Italia ha bisogno di infrastrutture, ma da costruire nel rispetto dell’ambiente e del territorio. Bisogna assumersi delle responsabilità, individuare le priorità e impegnare le risorse disponibili. Io in questi primi giorni sto facendo come mia nonna prima di andare a fare la spesa: controllare quanti soldi ci sono nel borsellino».

Non ce ne sono molti. Ma è solo uno dei tanti problemi in pole position. C’è la questione della legge Biagi. Riscriverla? Rivederla in alcuni punti? Rivoltarla come un calzino? Per il nuovo ministro del Lavoro, l’ex sindacalista Fiom Cesare Damiano, «la Biagi non va abrogata, ma modificata sostanzialmente, per combattere la precarietà». Però una parte dei moderati dell’Ulivo la pensa diversamente: più che cambiata, la legge andrebbe arricchita, per esempio con una «seria normativa sugli ammortizzatori sociali».

Altro problema spinoso: l’Iraq. Lo slogan è quello di sempre: via da Baghdad. Sul come e sul quando si discute. Il neotitolare della Farnesina, Massimo D’Alema, reduce da una telefonata («molto cortese e calorosa») con Condoleezza Rice, mostra una certa fretta di mettere in agenda Nassiriya. Prodi un po’ meno. E Bonino ricorda che «non siamo lì a colonizzare. Giusto andarsene, ma con un accordo con il governo locale. Quanto all’Afghanistan, sta riprendendo l’offensiva talebana, guai ad abbandonarli».

Meno problematico, sul piano dei rapporti umani, il compito di Clemente Mastella: dopo i cinque anni di rissa furibonda con Roberto Castelli, i magistrati hanno accolto il suo nome col sorriso. E lui ricambia con una gentilezza: «Non inviterò l’Anm a venire da me, andrò io da loro». E promette «un decreto che sospenda i passaggi più contestati dell’ordinamento giudiziario». I magistrati ringraziano.

E ringrazia anche il cardinal Ruini, visibilmente soddisfatto del nuovo ministero della Famiglia. «Era ora di istituirlo», ci dice Rosy Bindi, che ne è titolare. «In Gran Bretagna, Francia e Germania esiste già da tempo. Due le mie priorità: assistenza agli anziani e sostegno ai genitori. Questo Paese deve invertire la curva demografica. Devono nascere tutti i bambini che si desiderano. Quindi più asili nido, più servizi, una politica fiscale amica. E poi il baby bond: un assegno annuale a ogni bimbo che nasce, fino ai 18 anni». Ma anche Bindi si è subito trovata nelle polemiche. C’è chi ha scritto che fa il tifo per i Pacs. «Io sono qui per difendere la famiglia», precisa. «Ma è anche giusto regolare diritti e doveri di chi ha scelto altre forme di convivenza. Che però non si chiamano famiglia».
Altro problema di cui si è discusso in questi primi giorni di marcia prodiana, le donne del governo. Poche, solo 6, e solo due in ministeri con portafoglio (Livia Turco alla Salute ed Emma Bonino al Commercio Internazionale). Dovevano essere il 30 per cento. Non lo sono. «Avevamo le migliori intenzioni», s’è giustificato Prodi nel discorso di insediamento. «Ma senza regole che ci costringano a dare spazio alle donne, da soli non ce la faremo mai». Frase folgorante, nella sua sincerità. Ogni donna in più è un uomo in meno. O si fa una legge, o le signore restano a casa. «Le quote rosa saranno uno dei primi impegni del mio ministero», promette Barbara Pollastrini, neotitolare delle Pari Opportunità. Ma anche qui, non è che tutti siano d’accordo, e le lacrime di Prestigiacomo insegnano...

In effetti c’è un sola cosa su cui sono tutti, ma proprio tutti, d’accordo: fare vincere i «no» al referendum sulla riforma federale della Costituzione. Perché la Devolution bossiana, a conti fatti, ci costerebbe un sacco di soldi. Ma soprattutto perché, se il centrodestra perde il referendum, la Lega si sgancia e i numeri della maggioranza diventano più brillanti.
Perché è così: al di là dei bisticci, Ponte o non Ponte, Pacs o non Pacs, via dall’Iraq subito o fra un po’, il vero problema di questo governo è uno solo: i numeri. Al Senato o si vota compatti o si va a casa. E dunque, al momento, si naviga con circospezione. Ce la farà Prodi a durare cinque anni? O, come dice (e spera) l’opposizione, non arriverà al panettone? Chi conosce bene il Professore invita a non sottovalutarne le qualità. Soprattutto due. La formidabile tenacia. E una sana dose di fortuna.

Anna Checchi
Mauro Suttora

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