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Thursday, June 22, 1989

Mikis Theodorakis parla delle elezioni in Grecia

Note discordi: accusativo alla greca


I socialisti? Una manica di imbroglioni, capaci perfino di ricorrere al colpo di Stato. Papandreu? Un vecchio ignorante, compromesso da scandali e intrighi. Così una stella di sinistra suggerisce il voto per la destra


dall’inviato a Parigi Mauro Suttora


Europeo, 23 giugno 1989


“Sono schifato dai politici greci. E anche un po' impaurito. Non mi meraviglierei se i socialisti, di fronte a un crollo elettorale, organizzassero un minigolpe. Magari con la complicità della televisione di Stato, che è completamente nelle loro mani”. 

Il cuore più europeo della Grecia questa volta non torna a casa per votare. Mikis Theodorakis, 63 anni, monumento vivente della musica e dell’antifascismo greco, il 18 giugno se ne resta in volontario esilio a Parigi, in questo suo appartamento al quinto piano dietro i giardini del Luxembourg. Non partecipa alle doppie elezioni politiche ed europee che, secondo ogni previsione, sconvolgeranno il Parlamento ellenico: dopo otto anni, infatti, dovrebbe finire il regno del socialista Andreas Papandreu.

Theodorakis, come molti greci, è deluso dalla politica perché la ama visceralmente. Figlio della buona borghesia di Chios, a 18 anni divenne partigiano contro gli invasori tedeschi e italiani. Catturato e condannato a morte, sfuggì di poco al plotone di esecuzione: approfittò di un improvviso attacco nazista per darsela. Durante la guerra civile venne internato nel campo di concentramento di Makronesos, dove si ammalò di tubercolosi. Rilasciato nel ’49, fu nuovamente imprigionato tre anni dopo. Tempi duri, quelli, per i comunisti come lui. Nel ’54 la prima fuga a Parigi, per studiare al conservatorio con Messiaen e Bigot. Ma era già un famoso compositore di piano: la Covent Garden Opera di Londra gli offrì un contratto, e lui mise in musica i versi di poeti greci come il Nobel George Seferis. Nel ’60 il ritorno in Grecia, sempre col tarlo della politica. 

Collaborò con il deputato di sinistra Gregorio Lambrakis, e quando questi nel ’63 venne assassinato accusò apertamente i reali greci di aver ordinato il delitto. Deputato socialista nel ’64, due anni dopo la radio bandì le sue opere. E nel ’67 i colonnelli del golpe lo arrestarono di nuovo. Confinato in un villaggio inaccessibile del Peloponneso, riuscì comunque a far arrivare al regista Costa Gavras la colonna sonora per il film Z, l’orgia del potere, che descrive l’inchiesta Lambrakis. Le proteste internazionali lo liberarono nel ’70, e da Parigi Theodorakis tornò in Grecia quattro anni dopo, alla fine della dittatura. Nell’81 l’elezione al Parlamento, nel partito comunista filosovietico. La rielezione nell’85, poi la rottura: “Tre anni fa mi sono dimesso da deputato perché la politica in Grecia è caduta troppo in basso", ed è tornato a Parigi dove vive sei mesi all’anno (gli altri sei li passa a Corinto).


Ma le avventure di Mikis non sono finite. Un mese fa grande scandalo ad Atene: esce nelle librerie la biografia di Costantino Mitsotakis, leader del partito di destra Nuova Democrazia, e lui firma la prefazione. Poi in un’intervista dichiara che la destra è meglio dei socialisti: “La linea di rottura non è più fra destra e sinistra, ma tra ladroni e gente onesta". E oggi spiega all’Europeo perché i socialisti, per rimanere al potere, secondo lui sono disposti a tutto. 

“In questi anni Ottanta il partito socialista, il Pasok, è andato molto avanti nella corruzione. Ma non ha corrotto solo se stesso, come dimostrano le centinaia di miliardi in tangenti del bancarottiere Giorgio Koskotas. Con il suo populismo ha creato vaste clientele fanatizzate. Ci sono interi strati sociali, ormai, che per la propria sopravvivenza dipendono dal sistema di potere socialista: una specie di subfascismo”.

Simile al peronismo argentino?

“Peggio. Non so se saranno pronti ad accettare la disfatta. E allora utilizzeranno ogni metodo: frodi elettorali, manipolazioni dei risultati con l’aiuto dei mass media… fino al golpe. Ma lo sa che ci sono dei paesi di campagna, feudi socialisti, dove i presidenti di seggio si sono rifiutati di avventurarsi?". 

Il nuovo incubo di Theodorakis si chiama Andreas. Così, con il nome di battesimo, il musicista chiama sempre il premier Papandreu, il 71enne patriarca despota del socialismo greco che Theodorakis si trova di fronte da un terzo di secolo. Da solo un anno, invece, il settuagenario ha abbandonato la moglie e si è messo con l’ex hostess Dimitra Liani, 33 anni, che Theodorakis come tutti i greci chiama familiarmente Mimì (vedere riquadro).

 

Mimì e Andreas riescono a dispiacere a Theodorakis perfino quando vanno fuori a cena la sera: “Sì, perché naturalmente Andreas è un ignorantone. Non per niente il suo governo dedica alla cultura solo lo 0,4 per cento del bilancio. Lui non è mai stato a teatro, a un concerto sinfonico, a un balletto. Dice che è un tecnocrate, che non ha tempo per queste cose. In compenso, trascina Mimì in posti tremendi, quelle taverne da suburra chiamate ‘skiladika’ che sono diventate un po' il simbolo dei nuovi ricchi oggi in Grecia. Posti carissimi, dove si paga anche mezzo milione di dracme a sera [quattro milioni di lire italiane, ndr] e dove suonano una musica barbara di tipo arabo afghano. Ma il peggio è che Andreas per farsi ammirare da Mimì si lancia spesso a ballare il ‘cifteteli’, una specie di danza molto femminile…” 

L’uomo che ha fatto riscoprire il folk greco a tutto il mondo, e che ha fatto ballare il sirtaki ad Anthony Quinn in Zorba, è insomma disgustato da Andreas in tutti i campi. C’è molto di personale in quest’odio: “Non posso dimenticare che fu anche grazie a Papandreu se i colonnelli arrivarono al potere in Grecia. Nella prefazione al libro di Mitsotakis racconto un famoso episodio del ’66, quando l’allora ‘giovane’ Andreas rifiutò, con i suoi 50 deputati, di votare contro il governo che stava preparando il golpe. Io allora avevo fiducia in Papandreu, mi piaceva questo borghese che pencolava a sinistra. Così, durante un colloquio a tu per tu, ci accordammo per far cadere il governo: mi diede la sua parola. Ma al momento del voto, quando io stesso facevo l’appello nominale, dopo il nome ‘Papandreu’ si sentì una vocina dietro una colonna che disse ‘sì’. Poi spiegò che non voleva dividere il partito centrista di suo padre. Ecco, quella volta l’unico che votò assieme a noi della sinistra fu proprio Mitsotakis”.


Di fronte al suo pianoforte, circondato da fogli svolazzanti di partiture, Theodorakis commenta nel suo tuttora sbilenco francese l’ultimo anno di battaglie politiche greche, basate soprattutto sulla circonferenza dei seni di Mimì e sulle tangenti di Koskotas: “La Grecia è proprio lontana dall’Europa. E nel suo decennio al potere Andreas ha fatto del suo meglio per allargare la distanza. Negli anni Settanta l’inflazione media era stata del 14 per cento, in questo decennio è balzata al 20, la percentuale più alta della Cee. Questo perché Papandreu ha dovuto nutrire con i soldi dello stato le sue clientele, gente che produce solo vento e vende l’aria, proprio come Koskotas. E infatti il deficit pubblico, che prima dei governi socialisti rappresentava il 40 per cento del prodotto annuale, è aumentato all’80 quattro anni fa e addirittura al 97 per cento di oggi. È la proporzione più alta d’Europa [quella italiana è del 60 per cento, ndr]”.

Theodorakis, se lei votasse a chi andrebbe la sua preferenza?

“Probabilmente alla sinistra unita, visto che per la prima volta dopo vent’anni i due partiti comunisti sono riusciti a raggiungere un accordo. È sempre stato un mio obiettivo, quello dell’unità”.

Lei quindi si considera ancora marxista?

“No. Per quarant’anni ho dato l’anima e anche il corpo per il comunismo. Speravo in un sistema che avrebbe liberato l’uomo. E invece il risultato sono regimi dove tutto il potere è concentrato in una piramide. Attorno, come attorno a ogni piramide, il deserto: politico, culturale, produttivo. In Cina, lo abbiamo visto con il massacro di piazza Tian an men, c’è questo sistema barbaro e bestiale per cui un miliardo di persone dipendono dalle decisioni di tre vecchi. Ma anche in Unione Sovietica sono scettico su Gorbaciov: tuttora il Politburo concentra su di sè un potere inumano. Sarebbe come se il presidente degli Stati Uniti fosse responsabile in tutti i campi possibili delle attività umane: non solo politica, ma anche educazione, economia, cultura, informazione… Assurdo”.

Però continuerà a votare per i comunisti.

“Anche loro ormai non sono più marxisti. E non andranno oltre il 15 per cento. Io mi sono dimesso da deputato nell’86 anche perché il Pc sottovalutava il pericolo di Papandreu. Vedevo la corruzione crescente dei socialisti, mentre i comunisti sono sempre stati servili nei confronti di Andreas, in nome della lotta comune contro il fascismo. Adesso, per esempio, molti dei quadri comunisti sono finiti nel Pasok. Ma ormai la destra greca ha passato gli esami di democrazia, non è più quella della guerra civile o dei colonnelli. È una destra europea, efficiente: non potrebbe che fare del bene alla Grecia in questo momento, dopo tanti anni di demagogia socialista”.


Quindi lei auspica un governo di destra?

“L’importante in questo momento è cambiare aria, fare pulizia, eliminare le clientele, avvicinare la Grecia all’Europa. Solo la destra ha i numeri per farlo. E poi Mitsotakis è un liberale, ha una grandissima esperienza, è deputato da quasi mezzo secolo, è stato ministro dell’Economia e degli Esteri. È lui, in Grecia, il più vicino al prototipo del politico europeo, deideologizzato, capace di garantire il funzionamento dei diritti democratici, senza demagogie. Certo, è per il libero mercato, fa gli interessi dei capitalisti. Ma è una cura che farà avanzare la Grecia, portandola al livello dell’economia europea. Invece i socialisti cercano ancora di sfruttare il ricatto della destra fascista, del fantasma della guerra civile”.

In politica estera la destra sarà fedelissima alla Nato. E potrebbe interrompere il disgelo con la Turchia iniziato da Papandreu negli ultimi anni.

“L’antiatlantismo di Andreas è sempre stato solo retorico. In realtà lui è un ottimo amico degli Stati Uniti, non ha mai pensato di chiudere le basi americane in Grecia come promette in ogni suo discorso. La sua ex moglie Margaret, americana, ha dichiarato in pubblico che Washington preferisce i socialisti alla destra, perché sono riusciti a mettere in un angolo i comunisti. Quanto alla Turchia, Andreas con la scusa della minaccia di Ankara impone alla Grecia la più alta percentuale di spese militari dell’Ovest: il 7,2 per cento del pil contro il 7 degli Stati Uniti, il 6,5 della Turchia o il 5 di potenze nucleari come Francia e Gran Bretagna”.


Sulla parete sopra la scrivania campeggia un poster che annuncia una tournée di Theodorakis in Turchia: il maestro ha sempre cercato di migliorare i rapporti con i vicini nemici.

E Melina Mercouri? Vent’anni fa, assieme, eravate il simbolo della lotta antifascista degli intellettuali greci. Oggi lei preferisce Papandreu: continua a essere ministro della Cultura.

“La sua è una situazione triste”, non infierisce Theodorakis, “Melina è vittima delle circostanze”.

Grecia culla della democrazia e della filosofia politica, ridotta oggi a un’operetta in cui lo stesso ministro dell’Interno ammette che ben 160mila cittadini, il due per cento dei votanti, sono iscritti due volte alle liste elettorali con stesso nome, cognome, data di nascita e nome di padre. Com’è possibile?

Theodorakis se la prende ancora con Papandreu: “Andreas era una grande personalità, carismatica. Ma, come tutti i motori, può usare la sua forza per andare sia avanti, sia indietro. E lui ha scelto la retromarcia”.