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Friday, October 09, 2026

Se non puoi sconfiggere gli ayatollah, imitali. L'inumano show trumpiano della pena di morte

Fucilazioni in mondovisione, esecuzioni fallite e fantasie sulla ghigliottina. Negli Stati Uniti la pena capitale non basta più: deve diventare uno spettacolo, una dimostrazione di forza, un rito collettivo. Con Trump e Hegseth, l'America sembra inseguire proprio quella barbarie iraniana che pretende di combattere

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 9 ottobre 2026  

Gli Stati Uniti come l'Iran? Se non riesci a sconfiggere gli ayatollah, imitali. Pete Hegseth, segretario della guerra Usa, ha chiesto che la fucilazione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, sia pubblica. Trasmessa dal vivo in streaming per l'intero pianeta: "La gente deve capire che le proprie azioni hanno delle conseguenze". Così il 3 dicembre i trumpiani muniti di pop corn potranno assaporare il simpatico spettacolo del plotone d'esecuzione che spara allo psichiatra dell'esercito 56enne, reo di avere sterminato in dieci minuti nel 2009 ben tredici militari e averne feriti altri 31 nella base militare texana, al grido "Allah è grande!"

Un'incredibile strage. Quale colpevole quindi più adatto a essere mostrato in mondovisione di un arabo figlio di immigrati palestinesi profughi dalla Cisgiordania, musulmano e contrario alle guerre di Bush in Afghanistan e Iraq?

Non ha mai combattuto, Hasan. Arruolatosi volontario a 18 anni, era diventato maggiore grazie agli studi durante la carriera interna nei servizi sanitari delle forze armate. Conquistata la laurea in psichiatria, curava gli stress post traumatici dei soldati tornati dalla seconda guerra del golfo. 'Medico cura te stesso', e la sua follia è esplosa 17 anni fa. Guarda caso alla vigilia della sua prima missione, in Afghanistan. Radicalizzato islamista, durante i lunghi anni fra processi e ricorsi ha avuto perfino l'idea di chiedere la cittadinanza al califfato dell'Isis. Il cattivo perfetto.

È da 90 anni che gli Stati Uniti non mostrano un'esecuzione in pubblico. La pubblicità per Hasan segue lo straziante caso di Christa Pike, condannata per omicidio in Tennessee ma sopravvissuta alle due iniezioni letali che avrebbero dovuto darle la morte. Ora ha ripreso conoscenza in ospedale, ha parlato ("Dove sono? Chi siete?"), però resta ancora ammanettata al letto e rischia un'agghiacciante replica dell'esecuzione. Perfino nel medioevo a questo punto l'avrebbero liberata: sopravvivere all'ordalia, il giudizio di Dio, garantiva l'impunità. Invece la candidata repubblicana a governatore del Tennessee ha detto che bisogna solo "trovare altri metodi" per eliminarla.

Nei social Usa impazzano i commenti. C'è chi propone di abbandonare le inefficienti iniezioni e sedia elettrica per infliggere la morte di stato, e di passare alla sbrigativa scimitarra saudita. "Troppo sangue che schizza dal collo", obietta qualcuno. Soluzione finale: "La ghigliottina, così la testa rotola direttamente dentro una cesta e non sporca". 

Nel 2025 sono stati soltanto 17 gli Stati che hanno eseguito pene capitali. In testa la Cina: spaventosamente, le sue condanne a morte rimangono segrete, ma Amnesty ne stima migliaia. Poi più di duemila in Iran e 350 in Arabia Saudita. Quarti gli Usa con 47 esecuzioni, la metà in Florida.

Quanto a Hegseth, questa sua ultima uscita lo pone in testa alla classifica delle dichiarazioni grottesche pronunciate dai governanti Usa. È riuscito a superare il vicepresidente James David Vance, il segretario alla Salute Robert Kennedy jr., e perfino il presidente Donald Trump. 

Wednesday, February 09, 2011

Assange come Vanunu?

La tremenda condanna che ha colpito il pacifista Mordechai Vanunu: 18 anni in carcere (11 in isolamento totale) per spionaggio. Aveva rivelato un segreto di Pulcinella: che Israele ha la bomba atomica

di Mauro Suttora

Oggi, 9 febbraio 2011

Altro che buona condotta e sconti di pena: non gli hanno abbuonato neanche un giorno di prigione. E lo hanno tenuto per ben 11 anni in isolamento. È questa la sorte capitata a Mordechai Vanunu, il pacifista oggi 56enne antesignano di Assange che 25 anni fa osò rivelare un segreto di Pulcinella: il possesso della bomba atomica da parte di Israele. Tutti lo sapevano, ma lui poté portare le prove perché di professione faceva il tecnico nucleare e lavorava nella centrale di Dimona.

Vanunu fu sequestrato nel 1986 da un commando del Mossad, i servizi segreti israeliani, con un'operazione segreta mentre si trovava a Roma, dove aveva seguito una bellissima ragazza che si rivelò un'agente segreto. Processato e condannato per alto tradimento, Vanunu ha scontato tutti i suoi 18 anni. È stato liberato nel 2004, ma ancora adesso non può lasciare Israele, non può parlare con cittadini stranieri, non può possedere né usare computer e telefoni cellulari, e se osa avvicinarsi a qualche ambasciata estera viene arrestato di nuovo. Amnesty International lo considera un perseguitato politico.

Gli Stati Uniti vorrebbero applicare ad Assange lo stesso trattamento riservato da Israele a Vanunu: processarlo per alto tradimento e rivelazione di segreti di Stato. Ma questo sembra giuridicamente impossibile, per due motivi: il capo di Wikileaks è cittadino australiano, quindi non ha obblighi particolari di lealtà verso gli Stati Uniti; e la costituzione americana tutela la libertà di parola e di stampa più della riservatezza statale. Quindi pare infondato il timore di Assange di venire estradato prima in Svezia (per una strana accusa di molestie sessuali da parte di due sue ex amanti consenzienti), poi negli Stati Uniti, dove rischierebbe molto di più.

Thursday, March 13, 2003

Vietnam a New York

UNA MOSTRA NEWYORKESE GLORIFICA IL VIETNAM (E TACE SULLE LIBERTÀ VIOLATE)

Due dittature, due misure?

Il Foglio

13 marzo 2003

di Mauro Suttora

New York. Negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti vanno in guerra contro una dittatura, l’American Museum of Natural History (una delle istituzioni culturali più importanti degli Usa, seconda solo allo Smithsonian di Washington) inaugura, sabato 15 marzo, una mostra sulla “vita quotidiana” in Vietnam, altra dittatura che viene però smerciata agli ingenui newyorkesi come simpatica meta vacanziera, dove esoticamente scontare insensati complessi di colpa per la guerra persa 30 anni fa. I ricchi liberal di Manhattan peggio di Chirac? Sembra di sì, a sentire la presidente del Museo Ellen Futter che ha presentato la mostra (visitabile fino al gennaio 2004) in anteprima ai giornalisti: “Vi invitiamo alla più grande esibizione sul Vietnam mai organizzata negli Stati Uniti, in collaborazione con il Museo Etnologico di Hanoi. Vogliamo introdurvi alla conoscenza di una cultura vibrante e della vita quotidiana di una nazione composta da ben 54 gruppi etnici”.

Nella mostra e nei discorsi non si fa il minimo accenno alla desolante situazione delle libertà in Vietnam. A più di dieci anni dalle prime riforme economiche del regime comunista, il bilancio della liberalizzazione politica è nullo. Le speranze di chi si illudeva che alle timide privatizzazioni sarebbero seguite aperture nel campo delle libertà personali sono andate completamente deluse. “Anche l’ultimo anno ha visto nuove repressioni in Vietnam, con decine di persone condannate a lunghe pene in carcere, molte delle quali per reati d’opinione”, scrive Amnesty International nel suo ultimo rapporto.

Il prigioniero del mese indicato da Amnesty per il febbraio 2003 è Le Chi Quang, laureato 32enne, condannato a quattro anni soltanto per aver osato criticare su Internet il recente accordo sui confini con la Cina. E’ stato arrestato in un Internet cafè il 21 febbraio 2002, e, al processo dell’8 novembre, durato meno di quattro ore, è apparso distrutto fisicamente e moralmente. E’ malato ai reni. “Ma Le Chi Quang è soltanto uno dei numerosi dissidenti nonviolenti arrestati e condannati nel 2002”, avverte Amnesty, “e il governo di Hanoi continua a impedire agli osservatori internazionali di assistere ai processi. Anzi, a nessuna organizzazione per la difesa dei diritti umani è concesso di entrare in Vietnam”.
Lo scorso 20 dicembre il professore di matematica Nguyen Khac Toan, 47 anni, è stato condannato a 12 anni in un altro processo a porte chiuse durato meno di un giorno: accusato di spionaggio solo per aver passato il testo di petizioni a organizzazioni di profughi vietnamiti all’estero.

La repressione dei Montagnards

Tutti gli altri organismi internazionali, da Freedom House a Human Rights Watch, concordano nel definire il Vietnam una dittatura senza libertà di alcun tipo (associazione, espressione, stampa, riunione) e con violazioni dei diritti umani fondamentali. Ma questo non impedisce a molti volonterosi americani di schierarsi dalla parte dei gerarchi comunisti. Lo stesso direttore del Museo Etnologico vietnamita, Nguyen Van Huy, altro non è che un funzionario governativo, e il suo Museo (come la mostra di New York) propaganda un quadro idilliaco di regime.

“La repressione più feroce la stanno subendo i Montagnards”, avverte Marco Perduca, rappresentante del partito radicale all’Onu, “una popolazione che abita gli altipiani del Vietnam centrale. Più di 200 di loro sono stati arrestati negli ultimi mesi, quasi 100 ci risultano attualmente detenuti e picchiati in prigione, e migliaia di loro vengono costretti a fuggire in Cambogia”. Alla faccia della “vibrante diversità” esaltata dalla ignara (o connivente) presidente Futter del Museo di New York, le minoranze vietnamite subiscono una vera e propria deportazione, con tanto di campi profughi oltre confine.

Se i Montagnards (o Dega) hanno la colpa di essere cristiani protestanti, anche i buddisti vietnamiti non se la passano bene. “L’86enne Thich Huyen Quang, patriarca della Chiesa buddista unificata, è detenuto senza processo dal 1982, senza conoscere nemmeno le ragioni del suo arresto”, denuncia l’eurodeputato radicale Olivier Dupuis, che nel 2001 è stato arrestato durante una sua visita in Vietnam. “Ma tutti i membri delle Chiese non riconosciute ufficialmente dal governo vengono perseguitati”. Il quotidiano New York Post e la televisione Fox hanno criticato la mostra. Ma i liberal newyorkesi di sinistra sembrano felici di assolvere il regime di Hanoi.

Saturday, September 08, 1984

Uganda: era meglio Amin Dada?

Stragi con 330mila morti, dice l'opposizione. Quindicimila, ammette il governo. Un fatto è certo: dopo quattro anni di apparente democrazia, regna sempre il terrore

di Mauro Suttora

Europeo, 8 settembre 1984