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Thursday, March 17, 2022

Mio articolo dall'Ucraina del 2009

MIO ARTICOLO DALL'UCRAINA

di Mauro Suttora

ottobre 2009

I biglietti per il concerto di Christina Aguilera il 21 ottobre al Palast di Kiev costavano molto: da 250 a 9.500 grivnie, cioè 35-1.300 euro. Ma per i figli dei nuovi ricchi ucraini non è stato un problema: qui in città i soldi girano, il Pil aumenta del 7% ogni anno, e all’Arena City hanno aperto un centro commerciale di sei piani con sessanta negozi di lusso.
Per i nostalgici dell’hard rock l’autunno ucraino offre anche concerti dei Nazareth e dei Deep Purple, mentre l’ultimo film di Wim Wenders, ‘Palermo Shooting’ con la nostra Vittoria Mezzogiorno, è uscito in Ucraina addirittura un mese prima che in Italia.
Il ristorante italiano Fellini di via Gorodestkogo, nella città vecchia, è il fulcro della dolce vita ucraina. Qui non ci si accorge delle furibonde liti politiche, delle elezioni anticipate (le quarte in quattro anni) fissate per il 7 dicembre, delle divisioni fra filorussi e filoccidentali.
Davanti all’entrata ciondolano fumando gruppi di giovani con stupende ragazze bionde che non hanno più bisogno di emigrare (modelle o colf), come capitava dieci anni fa: «Ora a Kiev si sta bene, non manca nulla, ci divertiamo, al massimo prendiamo l’aereo per fare una scappata a New York o a Londra».
Questo è il posto preferito di Eugenia Timoshenko, 28 anni, la figlia della premier Yulia che ha sposato il cantante rock inglese Sean Carr. «Ogni tanto veniva anche Andrei Yushcenko, il figlio del presidente, a sfoggiare la sua Bmw da 130 mila euro, ma è da un po’ che non si vede», ci dice un ragazzo.
E certo, con tutte le polemiche contro i figli di papà che hanno infiammato per mesi i vivacissimi giornali ucraini. Altro che Mosca, dove i giornalisti scomodi li ammazzano: qui a Kiev i media sono totalmente liberi, e riempiono le pagine scorticando gli avversari politici.
Da quattro anni, tutta la vita politica ucraina ruota attorno a un triangolo: Yulia Timoshenko, 48 anni, la bella premier con il treccione biondo (tinto) ad aureola sulla nuca, il suo ex alleato nella rivoluzione «arancione» Victor Yushcenko, 54, presidente filo-Usa, e l’oppositore filo-russo Victor Yanukovich, 58, sconfitto dai cortei del 2004 ma sempre pronto alla rivincita con il suo partito fortissimo nelle regioni orientali dell’industria pesante.
La guerra Russia-Georgia dello scorso agosto ha fatto venire i brividi all’Ucraina. La nuova aggressività di Vladimir Putin, infatti, non ha preso di mira soltanto Ossezia e Abkazia, ma tutte le minoranze russe rimaste fuori dai confini dopo la caduta dell’impero sovietico. E con i suoi otto milioni di russi su 45 milioni di abitanti, l’Ucraina è la principale candidata a diventare la prossima Georgia.
A Kiev per ora non si percepiscono grandi tensioni. I maschi ucraini sono contenti che la Dinamo sia riuscita a pareggiare con l’Arsenal in Champions League. L’unica aspirazione politica che affratella tutti è entrare in Europa non solo nel calcio, ma anche nell’Unione dei 27 di Bruxelles.
Sarà dura, perché nonostante il boom economico l’inflazione è al 20% e il deficit annuo al sei, cioè il doppio dei limiti di Maastricht. Germania, Belgio e Olanda si sono opposti perfino a inserire l’Ucraina nel gruppo dei Paesi candidati, assieme alla Croazia (che entrerà nel 2010) e agli altri balcanici (Macedonia, Albania, Montenegro) che prima o poi seguiranno.
Nonostante le pressioni di Polonia e Svezia, che vogliono ammettere l’Ucraina nella Ue al più presto per sottrarla all’influenza russa, Kiev per ora rimane indietro perfino rispetto a Serbia, Bosnia e Turchia. L’hanno inserita solo negli “accordi di associazione”, assieme ai Paesi arabi rivieraschi del Mediterraneo e Israele, senza alcuna speranza di entrare.
«Certo che se battiamo i turchi del Fenerbahce di Istanbul ed entriamo negli ottavi di Champions sarà una bella rivincita», si consolano i tifosi.
Un’istituzione occidentale disposta ad aprire subito le porte ci sarebbe: la Nato. Ma l’alleanza militare è bassa nei sondaggi. In caso di adesione il partito filorusso chiederebbe un referendum e vincerebbe a man bassa. Perché, d’altra parte, provocare l’orso sovietico collaborando con gli eserciti occidentali, invece di collaborare con tutti commerciando e facendo quattrini?
E’ il ragionamento che ha preferito la Timoshenko dopo la guerra di Georgia, prendendosi della «traditrice filorussa» da Yushcenko. Eppure entrambi sono stati fra i primi ad accorrere a Tbilisi in solidarietà al presidente Michail Saakashvili, e non è un mistero che i carri armati georgiani siano stati rimessi a nuovo proprio dall’Ucraina.
Subito dopo a Kiev nel 2008 è arrivato il vicepresidente Usa Dick Cheney, in uno dei suoi rarissimi viaggi all’estero, e ha chiesto ai due ex alleati della rivoluzione arancione di smettere di litigare. I sondaggi, infatti, danno la Timoshenko prima con il 25%, ma subito dopo c’è il filorusso Yanukovich. E Yushcenko non arriva al 10%.
Vedremo cosa succederà il 7 dicembre. Il problema è che Yulia e Victor, dopo le settimane eroiche dell’autunno 2004 (ricordate? Yushcenko aveva la faccia sfigurata dall’herpes zoster, e accusò il Kgb di averlo avvelenato), non si sopportano più.
Lui l’aveva presa sotto le sue ali, nominandola premier, ma ben presto lei superò il maestro, si rese indipendente e si ribellò. Lui non ci pensò due volte a sostituirla con il rivale Yanukovich, formando una spregiudicata “grosse koalition” con i filorussi. Ma nel voto anticipato del 2007 Yulia presentò un nuovo partito col proprio nome e vinse.
Adesso è la Timoshenko ad appoggiarsi a Yanukovich per limare le unghie al presidente. Vuole una nuova legge che ne limiti i poteri. Dopo la guerra in Georgia con un bel giro di walzer si è messa a flirtare con i filo-russi.
Curioso destino, per una che ancora nel maggio 2007 fece impazzire di rabbia Putin con un suo saggio sulla rivista statunitense ‘Foreign Affairs’, bibbia della politica estera americana, titolato “Containing Russia”. La dottrina del “containement” fu quella coniata alla fine degli anni Quaranta dagli Usa per affrontare la Guerra fredda contro l’Urss, e che dopo quattro decenni gliela fece vincere. Insomma, l’esatto contrario dell’attuale appeasement.
Al povero Yushcenko non è restato che volare a Washington per farsi ricevere da Bush a fine settembre. Sfortuna delle sfortune, proprio quel giorno il Congresso aveva bocciato il famoso piano per il salvataggio della Borsa Usa, e quindi si può immaginare dove fosse l’attenzione del presidente americano. In ogni caso, con il cambio di inquilino alla Casa Bianca non è detto che Yushcenko resti nelle grazie di Washington. Anche il bellicoso georgiano Saakashvili è finito un po’ in disgrazia dopo il passo falso dell’8 agosto, quando ha attaccato per primo l’Ossezia cadendo nella provocazione russa.
Ma per capire meglio i rischi che sta correndo l’Ucraina, bisogna andare 900 chilometri a sud di Kiev. A Sebastopoli, capitale della Crimea. Regione dove la minoranza russa è maggioranza, e che quindi viene rivendicata da Mosca esattamente come l’Ossezia. Anche perché fino al 1954 faceva parte della Russia: fu Nikita Kruscev a regalarla all’Ucraina dopo la morte di Stalin.
Mosca ha già distribuito centinaia di migliaia di passaporti agli ucraini russofoni. Ma Sebastopoli è cara alla Russia soprattutto perché la sua flotta militare del mar Nero è ospitata in quel porto. Dopo lunghe trattative, nel ’97 l’Ucraina accettò di affittare il porto militare a Mosca fino al 2017, al prezzo di cento milioni di dollari l’anno.
«Niente, in confronto al debito di un miliardo e mezzo di dollari che l’Ucraina ha accumulato in questi anni con la Russia per le bollette non pagate di gas e petrolio», accusa Rinat Akhmetov, miliardario ucraino di etnia russa, gran finanziatore del Partito delle Regioni di Yanukovich.
In questo intrico di truffe, trucchi e patti firmati ma non rispettati rischia di farsi del male anche l’Europa, perché l’80 per cento del gas che importiamo dalla Russia passa attraverso l’Ucraina.
Nel 2006 i russi accusarono gli ucraini di rubare letteralmente il gas dai tubi, e chiusero il rubinetto destinato all’intero continente.
Pochi chilometri a sud di Sebastopoli, verso Jalta, scorre il fiumiciattolo Cernaia. Quello che dà il nome alla via di tante nostre città, dove nel 1855 piemontesi e francesi sconfissero i russi nella guerra di Crimea.
Morirono solo 36 piemontesi, contro 1.200 vittime francesi e 2.200 russe. Il che dimostra la furbizia di Cavour: col minimo sforzo diventò creditore dei francesi, e quattro anni dopo fece liberar loro la Lombardia dagli austriaci.
Le stesse complicate alchimie diplomatiche condiscono oggi i rapporti Europa-Ucraina-Usa-Russia: containement o appeasement? Faccia feroce o collaborazione?
Passati 150 anni, oggi i legami italo-ucraini sono stretti come non mai, grazie alle centomila badanti e ucraine che lavorano da noi, e agli altri immigrati.
Il viavai è incessante. In ottobre la compagnia Onair ha inaugurato il volo diretto Bologna-Leopoli: solo cento euro per arrivare nella leggendaria capitale della Galizia asburgica, Lvov per i polacchi, Lviv per gli ucraini. Un fantastico crocevia di popoli, tradizioni, cibi, visi, culture, minoranze. Se solo i politici non usassero le minoranze per fare le guerre…
Mauro Suttora