PALESTINESI
Oggi, 15 maggio 2002
La decisione di «deportare» in Europa tredici palestinesi accusati da Israele di essere capi terroristi ha provocato incidenti diplomatici a catena. Prima fra gli Stati Uniti e l’Italia, che ha rifiutato l’imbarazzante «fardello», poi fra l’Unione europea e Cipro, dove qualcuno aveva sperato che i tredici rimanessero definitivamente. Ma come è nato questo immenso intrigo internazionale, che ha coinvolto anche il Vaticano e soprattutto Betlemme, la culla della Cristianità?
Come tutte le buone idee, anche quella di rifugiarsi nella chiesa della Natività di Betlemme era nata un po’ per caso e un po’ per sbaglio. Il 2 aprile erano appena terminate le festività di Pasqua, ma la basilica sorta 1.700 anni fa sopra la grotta dove nacque Gesù Cristo si trovava nel bel mezzo di una guerra. Perfino la statua della Madonna era stata colpita dai proiettili dei carri armati israeliani e dei kalashnikov palestinesi. Era già capitato in passato, che a Betlemme (Beit Lechem, in lingua locale) la situazione si surriscaldasse. Nel 1967, per esempio, anche qui fu combattuta la guerra dei Sei giorni: il generale israeliano Moshe Dayan conquistò la cittadina assieme a tutta la Cisgiordania, fino ad allora in mani giordane. Ma il conflitto durò così poco che i preti cristiani quasi non se ne accorsero.
Questa volta, invece, i soldati dell’ex generale Ariel Sharon erano decisi a rastrellare tutte le case sospettate di dar rifugio ai terroristi palestinesi: dopo gli ultimi attentati dei kamikaze, che avevano provocato decine di vittime innocenti in pochi giorni, la rappresaglia israeliana si annunciava spietata. Così, quando le pattuglie dei giovani soldati di Sharon hanno cominciato a sfondare le porte dei nascondigli sospetti, i loro altrettanto giovani nemici palestinesi non hanno trovato di meglio che sfondare la porta (strettissima) della basilica e installarvisi dentro.
All’inizio i preti (cattolici e ortodossi) hanno protestato. Da sempre, infatti, le chiese offrono rifugio ai fuggitivi durante le guerre. A una condizione, però: chi fa appello all’ospitalità dei luoghi santi deve entrarci disarmato. Altrimenti si tratta di sacrilegio. Ma i 130 guerriglieri e civili piombati dentro la chiesa di Betlemme non avevano alcuna intenzione di deporre le armi. Anzi, avevano portato con sè anche un bel po’ di munizioni. Così in tutto il mondo si è sparsa la notizia che i palestinesi si erano macchiati della profanazione estrema: sequestrare i religiosi custodi della basilica. Dopo qualche ora, tuttavia, i religiosi stessi (in buona parte anche loro di nazionalità palestinese) hanno smentito: «Macché sequestro, siamo liberi di muoverci e abbiamo scelto volontariamente di restare nella chiesa e nei locali adiacenti, per proteggerli dalla furia della guerra».
Nessun esperto di pubbliche relazioni avrebbe potuto consigliare ai seguaci di Yasser Arafat una mossa migliore. La patata bollente era rimasta in mano agli assedianti israeliani: se avessero attaccato, avrebbero provocato loro una strage dentro ai luoghi sacri. E nel continuo scambio di ruoli fra vittime e carnefici che è da più di mezzo secolo il conflitto arabo-israeliano, i palestinesi sarebbero passati automaticamente dalla parte delle povere pecorelle indifese.
Così non era. Fra le colonne di marmo della chiesa, rese scure dal tempo e lucide alla loro base dalle mani dei fedeli, c’erano materassi blu e bianchi con coperte marroni. Il fonte battesimale era stato trasformato in lavatoio per piatti, visi e vestiti, con scatole di detersivo Ajax per pulire e acqua non più benedetta per risciacquare. Sotto l’alta volta di legno le scatolette vuote di sardine, tonno e carne si accumulavano in mezzo ai candelabri. Sugli altari si mangiava. E vicino alla porticina dell’Umiltà (forse l’ingresso più basso del mondo a una chiesa, e in così plateale contrasto rispetto alla sua importanza) si diffondeva con il passare delle settimane un acre odore d’urina.
Sono trascorsi quaranta giorni e quaranta notti, un tempo biblico. Nel frattempo, il governo d’Israele ha fornito al mondo un elenco tanto preciso quanto impressionante degli ospiti della basilica. Evidentemente i servizi segreti israeliani continuano a disporre di ottimi informatori fra i palestinesi, nonostante la pena di morte applicata sul campo dagli attivisti di Al Fatah contro i sospettati di spionaggio. Tredici soggetti, in particolare, hanno attirato l’attenzione di Israele, che per nulla al mondo avrebbe permesso loro di tornare in libertà. Abdullah Daud, per esempio, il più anziano: 41 anni, barbuto, capo dei Tanzim (guardie) di Arafat proprio a Betlemme. E’ accusato di avere ordinato attacchi ai coloni ebraici di Gilo. Oppure Ibrahim Abayat, nome di battaglia «Nidal Abu Galif», un 39enne capo delle Brigate Al Aqsa, l’esercito privato creato da Arafat per contrastare la crescente popolarità dei fondamentalisti islamici di Hamas e Jihad («Guerra santa»): sospettato di avere preparato attentati kamikaze e di avere partecipato di persona ad alcuni attacchi contro insediamenti di coloni israeliani in Cisgiordania. E poi l’esperto di esplosivi Aziz Jubran, l’artificiere Mohamed Attallah, Salem Abyat che sarebbe invece assai pratico di cinture esplosive...
Insomma, personaggi sicuramente meritevoli di processo, svolto con tutte le garanzie e magari da un tribunale indipendente come quello dell’Onu, che sta giudicando l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. Invece, quando Sharon ha deciso di ritirare le proprie truppe dalla Cisgiordania ritenendo (o illudendosi) di aver fatto abbastanza pulizia fra i candidati kamikaze e i loro fomentatori, c’era da risolvere abbastanza alla svelta il problema degli assediati di Betlemme. Così si sono seduti allo stesso tavolo un colonnello dello Shin Bet (i servizi segreti israeliani), un suo omologo palestinese, il capo della Cia a Gerusalemme e un rappresentante dell’Unione europea. Tutta gente piuttosto pratica, che si conosce da anni e che quindi, quando vuole mettersi d’accordo, non ci mette molto. Così è stato anche questa volta.
Il problema è che questi quattro pragmatici signori si sono fidati un po’ troppo di Michel Sabbah: arcivescovo cattolico di Gerusalemme, ma anche palestinese (tutti i cristiani del Medio oriente sono arabi, e un palestinese su dieci è cattolico) . Sarebbe troppo, quindi, pretendere da lui un’imparzialità assoluta. Questo monsignore, tanto per intenderci, è quello che domenica scorsa, nella prima omelia pronunciata nella basilica di Betlemme «liberata», ha detto testualmente che «la violenza in Palestina è provocata dall’occupazione israeliana»: come dire che i kamikaze qualche ragione ce l’hanno.
Insomma, Sabbah ha telefonato a un suo amico di Torino (Ernesto Oliviero, un sant’uomo, direttore del Sermig, Servizio missionario giovanile), questi ha chiamato Giulio Andreotti, Andreotti ha telefonato al ministero dell’Interno Scajola, ed ecco fatto: Israele permette ai tredici palestinesi più pericolosi di lasciare la basilica di Betlemme, ma a condizione di andarsene in esilio in Italia (dove peraltro risiede da anni il fratello di Daud, tranquillo farmacista a Bologna). Naturalmente il governo italiano, che non sapeva nulla di queste «trattative private» vaticane, ha rifiutato l’accordo, e così si è verificato un incidente diplomatico di proporzioni colossali. Silvio Berlusconi in persona ha dovuto dire di no due volte al ministro degli Esteri statunitense Colin Powell, che si illudeva di avere risolto la questione.
Ora la patata bollente è passata nelle mani dell’Europa, che si è accollata il compito di «accogliere» questi tredici gentiluomini. In quale forma, non è dato sapere. Perché se si tratta di uomini liberi, non si vede come si possa imporre loro la pena dell’esilio, che non è prevista dai codici penali di alcun Paese. Se invece si tratta di ricercati, seppure soltanto da magistrati israeliani, le convenzioni internazionali obbligano ogni Stato a fermarli e a vagliare la richiesta di estradizione.
Insomma, ecco un bel caso inedito di «giustizia creativa‚ in cui ci hanno infilato qualche pio uomo di buona volontà ma a digiuno di diritto penale, e qualche burocrate europeo. L’Unione europea è infatti dotata di un presidente (il nostro Romano Prodi), di un proprio «ministro degli Esteri» (lo spagnolo Javier Solana) e anche di un secondo ministro degli Esteri dello Stato che detiene la presidenza semestrale (attualmente la Spagna, quindi un altro spagnolo: Piqué). Però tale sovrabbondanza di governanti sembra pari soltanto all’incapacità degli stessi di risolvere i problemi. Così all’inizio Bruxelles si era ridotta a sperare che i terroristi se li pigliasse Cipro, dove intanto erano arrivati. Ma è più probabile che tutto finisca come nel 1985, con la nave Achille Lauro dirottata dal palestinese Abu Abbas lasciato però libero a Sigonella (Catania): cioè con un pasticcio.
Mauro Suttora
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