Wednesday, June 18, 2014

Il mistero dei Bronzi di Riace

ECCO PERCHE' SONO POCO "DOTATI"

Le statue ritrovate in mare hanno corpi splendidi, ma una 'virilità' ridotta. Chi ritraggono? Come furono trasportate? Alberto Angela ci accompagna alla scoperta dei loro segreti


Oggi, 11 giugno 2014

di Mauro Suttora

Quindicimila al mese. Tanti sono i turisti che dall’inizio dell’anno hanno visitato i Bronzi di Riace nella loro collocazione definitiva: il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. E aumenteranno con l’estate, la prima durante la quale queste meraviglie mondiali possono essere ammirate dopo il loro restauro e la ristrutturazione del palazzo Anni 30 di Marcello Piacentini. Lavori durati quattro anni, costi triplicati (da 11 a 33 miloni). E un ricorso al Tar blocca ancora l’esposizione di preziosi reperti della Magna Grecia nelle altre sale del museo. Che quindi offre ai visitatori (increduli soprattutto gli stranieri) soltanto i Bronzi, solitari nel loro salone, avulsi da ogni contesto. Se tutto andrà bene, il nuovo allestimento dei quattro piani del museo verrà completato solo nel 2015.

C’è inoltre la possibilità che, in occasione dell’Expo, Milano scippi i Bronzi a Reggio per qualche mese, in modo da poterli mostrare a milioni di visitatori. Una raccolta di firme sta cercando di scongiurarlo.

Intanto Alberto Angela, figlio di Piero e conduttore di Ulisse (Rai3), pubblica I Bronzi di Riace, l’avventura di due eroi restituiti dal mare (Rizzoli - Rai Eri). Libro avvincente, che risponde a ogni domanda sull’epopea delle statue recuperate in mare nel 1972.

Le ipotesi sulla loro identità

Fra tutte le opere pervenuteci dall’antichità, infatti, i due Bronzi sono quelli che hanno colpito ed entusiasmato di più il pubblico. Perché? «All’origine del successo ci sono la bellezza straordinaria e la fattura pregevole del Giovane e dell’Uomo maturo. Ma non solo. A contribuire al loro fascino è anche l’aura di mistero che tuttora li avvolge», spiega Angela. Il quale ci accompagna nell’epoca e negli ambienti da cui provengono, va alla ricerca dei loro autori (grandissimi artisti: forse proprio il leggendario scultore Fidia?) e immagina chi potessero raffigurare: Castore e Polluce? Un guerriero e uno stratega? E ancora: come furono forgiati? Con quale tecnica fu possibile renderne la capigliatura morbida o le vene che appaiono sotto pelle?

Ma il percorso emozionante alla scoperta dei Bronzi non si ferma qui: in quali circostanze finirono sul fondale del mar Ionio? Furono buttati da una nave in una notte di tempesta? E la nave arrivò in porto o affondò? Quando accadde? Che lingua parlava l’equipaggio: greco, latino o addirittura goto?

Angela fa tesoro degli studi più aggiornati e dei recenti restauri: «Le statue viaggiavano adagiate sulla schiena, sul ponte di una nave, e forse proprio per facilitare il trasporto prima di caricarle a bordo erano stati rimossi gli scudi, gli elmi e le lance che le adornavano. Sotto i piedi spuntano ancora i perni in piombo che li ancoravano ai loro basamenti originari. Forse si trovavano in un tempio o in un luogo sacro. E i marinai, superstiziosi, sospettarono che la burrasca fosse stata inviata dagli dei per punire il “furto” sacrilego. Magari qualcuno si convinse che l’unico modo per placare la furia divina fosse gettare le statue in mare».

In realtà non sappiamo quasi nulla di quegli uomini e di quella nave, avverte Angela. I Bronzi risalgono a 2.500 anni fa, ma l’affondamento è posteriore, forse di secoli. L’unica certezza è che il relitto del bastimento non è stato mai trovato, e che le statue erano isolate sul fondale. Vicino a loro sono stati rinvenuti solo 28 anelli in piombo, magari appartenenti alla velatura della nave.

Una domanda imbarazzante coglie chiunque ammiri le statue perfette: perché il loro pene è così piccolo, sproporzionato rispetto al resto del corpo? «La scelta di attribuire una “virilità” così ridotta a due figure aitanti e imponenti come il Giovane e l’Uomo maturo», spiega Angela, «risponde alla convinzione degli antichi greci che un membro di grandi dimensioni fosse volgare e si addicesse a barbari e schiavi, non certo a un nobile greco. Nella rappresentazione di una figura maschile idealizzata e tesa alla perfezione, quindi, questo elemento anatomico doveva essere minimizzato. Esattamente come oggi le modelle non hanno mai forme accentuate (per esempio, i seni), ma contenute».

In ogni caso, per ritrovare in un bronzo, dopo Grecia e Roma, una qualità tanto sbalorditiva nella raffigurazione della fisicità di un uomo (con ossa, muscoli, tendini e vasi sanguigni) bisognerà attendere 2 mila anni: solo Donatello, nel Rinascimento fiorentino, riuscì a tornare a quei livelli, e dopo di lui Michelangelo.

Purtroppo soltanto un centinaio fra le migliaia di perfette statue bronzee grecoromane ci sono arrivate: nel Medioevo il loro bronzo venne sconsideratamente fuso per ricavarne monete, utensili e armi. Questo moltiplica il valore delle due statue conservate nel museo di Reggio Calabria.

Angela esclude che i Bronzi raffigurino Castore e Polluce, i gemelli figli di Zeus e Leda. Recenti esami, infatti, hanno stabilito che furono creati a 30 anni di distanza l’uno dall’altro. Più credibile che si tratti di un padre e di un figlio. Ma le curiosità che avvolgono le due statue sono innumerevoli. Non ci resta che leggere il libro e andare a Reggio Calabria.
Mauro Suttora



1 comment:

fasanobi said...

Il "mistero" dei due Marcello Piacentini.

Per chi ama l'arte e segue un nome e un cognome, cioè quello di Marcello Piacentini, può nascere un dilemma di sempre più difficile soluzione. Ci si trova ad inseguire DUE Marcello PIacentini, di cui il primo ben conosciuto: "Marcello Piacentini (Roma, 8 dicembre 1881 – Roma, 18 maggio 1960) è stato un architetto e urbanista italiano." Certamente morto nel 1960 e l'altro, certamente vivo oltre quella data, visto che riempie le case degli italiani, le gallerie d'arte e il Web, delle sue opere, che portano date ben oltre quel fatidico 1960.
Le stesse gallerie d'arte, se da una parte sembrano ben diversificare le due firme, in altre occasioni sembrano confonderle. Personalmente innamorata del Marcello Piacentini "due", posseggo un paio di sue belle opere, molto particolari, anche perché, almeno una, lo "Studio in rosso", sembra proprio dipinta da un artista che intendesse fare un lavoro a carattere sociale, se non politico e non soltanto una piacevole opera pittorica. Datata 1974, non può sicuramente appartenere al Marcello Piacentini "uno", morto nel 1960, così come sappiamo. Fermo restando che, inseguendone i lavori sul web, ci ritroviamo invasi dalle sue opere, tutte riconoscibili per il modo con cui tratta sia i colori che le pennellate, le cose cominciano a divenire difficili quando si cerca di comprendere dove l'artista sia nato, viva o (speriamo non sia così), possa essere morto. Chi è questo Marcello Piacentini 2? Un mistero.
Andando all'inseguimento della firma e delle sue opere, possiamo ritrovare il Marcello Piacentini "uno", come grafico, nei disegni riproducenti opere architettoniche, e non ci meravigliamo affatto della cosa, ma poi lo ritroviamo anche, pubblicato sulla pagina di una galleria d'arte, oltre che per il disegno di una Chiesa da realizzarsi in Littoria, anche per una piccola pittura su tavola 30x20, di cui si afferma dipinta nel 1959. Ci troviamo: il Piacentini uno era ancora in vita.
Se però ci prendiamo il gusto di rintracciare l'immagine di un altro lavoro, ritroviamo i colori simili, così come le pennellate e una firma che, estrapolata e confrontata con quella del Piacentini "due", sembra, se non identica (da grafologa sembra identica), posso dire almeno "molto simile". Avvicinate con sistema fotografico, decisamente molto simile. Pure il lavoro è sempre riferito, in questa casa d'aste (di cui non farò il nome), come in un altro caso, come appartenente al "Piacentini uno".
C'è da restare sconcertati, anche perché il Piacentini due, cromaticamente più diversificato, come dicevamo, invade le piazze del Web, sconcertando non poco quanti collezionano le opere del Piacentini UNO.
Laddove non vi sono date, la confusione si fa più evidente, laddove, invece, l'autore ha posto firma e datazione, appare più chiaro che l'opera non può appartenere al Piacentini UNO, giacché era morto da tempo. Viene fatto di chiedersi, così come avvenne per Hitler ed altri personaggi della storia, se non sia sopravvissuto e si nasconda, continuando a dipingere. Ovviamente è soltanto una ipotesi ironica.
Personalmente, da giornalista, da insegnante di storia dell'arte, da pittrice e da collezionista (proveniente da famiglie di collezionisti), resto sconcertata, avendo più volte tentato di chiedere a chi possedesse le opere del Piacentini due, se sapesse CHI ne fosse l'autore: nulla. Nessuno sembra in grado di rispondere e lo stesso artista non sembra disponibile ad esporsi con foto, mostre o altro. Magari, più semplicemente, è poco interessato a farlo e neanche immagina di avere creato in me e in altri questo desiderio di conoscerlo.
Mi limito, da giornalista, a riportare la cosa, in quanto, non avendo trovato risposta, spero che qualcuno leggendo il mio "pezzo", possa rispondere all'arcano.
Bianca Fasano