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Friday, September 11, 2026

Emma Bonino. Il punto più alto dell’emancipazione femminile in Italia

L’eroica battaglia per l’aborto legale, le lotte da commissario europeo elogiate in tutto il mondo, il sodalizio fruttuosissimo e molto controverso con Marco Pannella, tutto quello che siamo e non saremmo, tutto quello che le donne sono diventate. Storia di una grandezza

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 11 settembre 2026 

Sarebbe diventata presidente della Repubblica nel 1999, se non ci fosse stata la candidatura imbattibile di Carlo Azeglio Ciampi. Emma Bonino, nata a Bra (Cuneo) nel 1948, rappresenta il punto più alto nella storia dell’emancipazione femminile in Italia. Prima di Giorgia Meloni, arrivata alla presidenza del Consiglio nel 2022, era stata ministro degli Esteri nel 2013, con il breve governo di Enrico Letta.

Quei dieci mesi alla Farnesina furono interrotti dal ciclone Matteo Renzi, il quale incomprensibilmente sostituì Emma con la semisconosciuta Federica Mogherini. Ma lei, da vera signora, incassò il clamoroso schiaffo senza batter ciglio. E anzi, alle Europee 2024 accettò l’alleanza con Renzi per cercare di superare la ghigliottina del 4% col proprio partito, Più Europa. Niente rancori, ma missione fallita.

Tanti fallimenti ma anche tante vittorie, nella vita di Emma Bonino.

Che ormai, da dieci anni col suo turbante post-tumore polmonare, era diventata un monumento vivente del nostro Parlamento. Presente ininterrottamente da mezzo secolo alla Camera o al Senato (che ha vicepresieduto nel 2008-13), ha in realtà mietuto i maggiori successi a Bruxelles, dov’è stata eurodeputata dal 1979 al 2006, e soprattutto commissaria europea per la tutela consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari nel 1994-99.

Su quella poltrona fu issata da Silvio Berlusconi, nei pochi mesi di alleanza fra la neonata Forza Italia e la lista Pannella. Il capo radicale riuscì a convincere il premier Berlusconi a far rappresentare l'Italia in Europa da Bonino e Mario Monti, contro il parere di Giuliano Ferrara che le preferiva Giulio Napolitano per ammansire il Pds.

Emma ripagò la fiducia di Silvio con un clamoroso successo: alla fine del suo quinquennio fu unanimemente incoronata migliore commissaria Ue. Le Monde le dedicò un’intera pagina di elogi, idem l’Economist e il Financial Times; alle Canarie le dedicarono una strada per la sua difesa dei pescatori spagnoli. Il mondo intero scoprì le angherie dei talebani afghani quando lei finì in carcere a Kabul, e le persecuzioni del presidente serbo Slobodan Milosevic dopo la sua visita ai profughi kosovari. In quel periodo era candidata a tutto: Alto commissariato Onu per i rifugiati, quello per i diritti umani, addirittura segretario generale delle Nazioni unite.

Ma ormai in Italia la stella di Berlusconi si era (provvisoriamente) spenta, cosicché nel '99 Bonino non fu promossa presidente della Commissione Ue: quella poltrona andò a Romano Prodi, e lei perse pure la propria, perché secondo commissario italiano rimase Monti.

Anche in questo caso, però, nessuna ruggine con Prodi. Anzi, il professore nominò poi Bonino ministro del Commercio estero e degli Affari europei nel suo secondo governo, dal 2006 al 2008.

Ma la grande rivincita, e lo zenit del suo percorso politico, arrivarono per Emma nel 1999. Furbamente Pannella, relegato il partito radicale a campagne transnazionali o a lotte super partes come quella contro il sovraffollamento delle carceri, rinunciò a presentarsi alle elezioni europee con la solita lista a proprio nome, come aveva fatto con scarsi risultati negli anni '90. Visto il consenso internazionale di Bonino, ribattezzò col cognome di lei le liste radicali. E contemporaneamente l’ex deputato pannelliano Giovanni Negri scatenò i battage pubblicitari “Emma for president” (della Repubblica) e “Emma for Europe” con pagine su quotidiani, spot tv e massicci mailing acquistati grazie a cinque dei dieci miliardi di lire incassati vendendo alcune frequenze di Radio radicale al Sole 24 Ore (che inaugurò così Radio 24).

Il risultato fu enorme, per i radicali assuefatti al tre per cento:

8,5%, quarto partito dopo Forza Italia, Ds e An. In tutto il nord la lista Bonino superò An, a volte i Ds, e in varie città del Veneto e a Monza si ritrovò secondo partito dopo FI, con percentuali attorno al 13. A Bruxelles approdarono ben sette eurodeputati boniniani.

I radicali si definivano “lib-lib-lib”: liberali, liberisti e libertari. A destra in economia, a sinistra per i diritti civili.

Sempre contro l’intromissione dello stato nella vita privata dei cittadini, fossero tasse o divieti eccessivi. Unico faro: la libertà individuale. Risultato: la sinistra li detestava per il loro liberismo, la destra per il loro antiproibizionismo. Ma nel '99 la lista Bonino pencolava verso il centrodestra, per cui a sinistra fu velenosamente soprannominata “linea giovane di Forza Italia”.

Berlusconi, preoccupato dalla concorrenza interna, propose ai radicali di entrare nella sua coalizione, anche perché i voti successivi (Regionali 2000, Politiche 2001) si svolgevano con il metodo maggioritario, e non proporzionale come alle europee. Pannella gli rispose picche, e Silvio si vendicò definendo Bonino “protesi di Pannella”: un inarrivabile maschilismo. “È stato Marco a insegnarmi tutto in politica”, ammise lei, “ma non ho bisogno di ammazzare il padre per diventare grande”.

In effetti il rapporto fra i due leader radicali andrebbe studiato.

Entrambi pesi massimi della politica ma zavorrati da un partito microscopico, dagli anni '70 hanno cambiato la vita degli italiani contando elettoralmente nulla. L’elenco delle loro vittorie è lunghissimo: divorzio, obiezione di coscienza alla naja, voto ai diciottenni, aborto, smilitarizzazione della polizia, diritti degli omosessuali, chiusura delle centrali atomiche, elezione diretta dei sindaci, finanziamento pubblico ai partiti, corte penale internazionale, fecondazione assistita...

E poi le altre battaglie: contro la fame nel mondo, la pena di morte, l’ergastolo, la caccia; e per la droga legale, il voto maggioritario, la giustizia giusta (caso Tortora), gli Stati Uniti d’Europa, la rivoluzione liberale, l’eutanasia.

Per mezzo secolo hanno raccolto firme in piazza, organizzato marce, inscenato sit-in, digiunato, confezionato irritanti comunicati di protesta. Nonostante il fastidio, sono sempre stati giudicati puliti e preziosi nel mortifero panorama politico italiano. Fisicamente erano l'opposto: lui si portava appresso 120 chili dislocati su 190 centimetri, lei ne pesava 50 per uno e 60 di altezza. Li univa l’amore per la nicotina, che li ha uccisi, e la parlantina. Ma anche nella dialettica erano agli antipodi: barocco e fluviale lui, concreta e concisa lei.

Apostoli della democrazia diretta, dal 1974 ci hanno fatto votare per una sessantina di referendum. Entrarono assieme rumorosamente per la prima volta in Parlamento nel 1976: lui con un completo di lino bianco alla Grande Gatsby, lei in zoccoli e jeans. Entrambi sono finiti in carcere: Pannella nel 1968 nella Bulgaria comunista dove protestava contro l’invasione di Praga, e sette anni dopo a Regina Coeli per uno spinello; Bonino nel 1975 per gli aborti e nel 1990 a New York per avere distribuito siringhe contro l’Aids. Nel ‘78 s'imbavagliarono in tv per denunciare la censura: oggi quel gesto è studiato nelle università Usa.

Emma a vent’anni era abortista, a cinquanta orgogliosa di farsi fotografare con papa Wojtyla. Ha fatto cadere un presidente, Giovanni Leone, e ne ha fatto eleggere un altro, Oscar Luigi Scalfaro – poi si è scusata col primo e ha litigato col secondo. Mai sposata, niente figli, una grande passione assieme al compagno (anche di vita, per un po') deputato radicale Roberto Cicciomessere: la barca a vela. Che prestarono a Toni Negri per farlo fuggire in Corsica.

Una quindicina di anni fa Bonino perse l’esclusiva sul proprio nome. Dicendo “Emma”, infatti, non ci si riferiva più a lei, perché nel frattempo erano nate altre stelle omonime: la presidente di Confindustria Marcegaglia, la cantante Emma Marrone.

Nel 2016 la perdita più grande, dopo quella dei genitori: Pannella. Negli ultimi tempi non andavano granché d’accordo. Forse lei in vista dei 70 anni si era politicamente emancipata, e mal sopportava le mattane del mattatore. I pannelliani di stretta osservanza la accusarono nientedimeno che di essere una volgare "radicaldemocratica", come Massimo Teodori o Angelo Panebianco in precedenza scomunicati. Invece loro erano orgogliosamente “radicalnonviolenti”, e seguivano fedelmente il vecchio guru in ogni suo sciopero della fame e della sete, compresi quelli leniti bevendo una gollata della propria pipì.

Poco attratta dall’urinoterapia, la povera Emma subì l’estremo affronto: le fu impedito dagli adepti di dare l’ultimo saluto a Marco sul suo letto di morte. Da allora, la principale battaglia di Emma Bonino è stata quella per l’unificazione dell'Europa. Contro gli opposti populismi e sovranismi di destra e sinistra, con Ucraina e Israele. E avendo al fianco Benedetto Della Vedova dentro al parlamento e Marco Cappato fuori, i suoi più validi eredi.

Ma nei libri di storia Emma finirà soprattutto perché, assieme all’altra radicale Adele Faccio, è stata il simbolo del femminismo che ha scosso l’Italietta degli anni ‘70. I bigotti ancor oggi pensano di sfregiarla pubblicando la foto in cui praticava aborti clandestini con una pompa di bicicletta. Fingono di ignorare che era proprio quella l’interruzione di gravidanza meno invasiva per le donne: il metodo Karman per aspirazione.

Le femministe degli ambulatori self-help autogestiti fondarono il Cisa (Centro informazione sterilizzazione e aborto), che costrinse la Democrazia cristiana a depenalizzare l’aborto con la legge 194 del 1978. Finì così la piaga delle decine di migliaia di aborti clandestini che mieteva vittime fra le donne con la complicità dei “cucchiai d’oro”, ginecologi spesso cattolici che si facevano strapagare i loro interventi. Un medioevo terminato grazie a Emma Bonino. 

Tuesday, April 21, 2026

Per chi deve votare un povero radicale?

di Mauro Suttora

op-ed di Libero, 21 aprile 2026 

E ora per chi votiamo? Siamo quasi un milione, noi radicali rimasti senza partito dopo la morte di Marco Pannella dieci anni fa. Nel 2019 avevamo seguito con entusiasmo Emma Bonino con Più Europa alle europee. Ma da allora le soglie di sbarramento (3% per le politiche, 4% per Bruxelles) hanno sempre impedito di eleggere deputati. I due attuali, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, hanno agguantato un seggio nel 2022 solo grazie ai collegi uninominali elargiti dal centrosinistra.

Per la verità i radicali dovrebbero stare al centro ("estremista di centro", era definito Pannella), un'area che vale il 10%. Ma, com'è noto, i contrasti fra Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno impedito all'ecumenica Bonino di coagulare quest'area.Cosicché il segretario Magi ha spostato Più Europa a sinistra, e su temi come l'immigrazione o Gaza all'estrema sinistra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mancata campagna per il sì al referendum. Una bestemmia, per i radicali da sempre garantisti.

Infatti quelli raccolti nel partito radicale di Maurizio Turco - che da 40 anni non si presenta alle elezioni - sono sempre in prima fila nella battaglia contro i magistrati politicizzati: il 25 aprile protesteranno a Roma contro le 'querele temerarie' che intimidiscono i giornalisti. Altri rami radicali fuori dai giochi elettorali sono l'associazione Coscioni dell'ex eurodeputato Marco Cappato, per l'eutanasia, e la Nessuno tocchi Caino di Sergio D'Elia e Rita Bernardini per i diritti dei carcerati.

Ma in democrazia è il momento del voto quello che conta. E Più Europa è dilaniata da diatribe interne. In un congresso arrivarono 'cammelli' (finti iscritti) lucani a falsarne i risultati, e da allora ci sono sempre accuse su pacchetti sospetti di iscrizioni online. Sono i guai dei partiti che praticano ancora la democrazia interna. E se i numeri significano qualcosa, ora Magi è in minoranza rispetto alla corrente di Della Vedova, Valerio Federico e l’astro nascente - o cometa- Matteo Hallissey (23 anni, la metà di Magi). I quali non contestano l'alleanza col campo largo, ma intendono allearsi con Renzi (come alle europee 2024, in cui presero il 3,7%) per distinguersi e ottenere più potere contrattuale.

Ma un povero radicale come me, che mezzo secolo fa era l’unico pannelliano nel suo liceo di Udine, cosa deve fare per i propri ideali (imperituri) liberali, liberisti e libertari? Votare ancora Più Europa, incastonata in uno schieramento statalista e populista? 
In realtà è un dilemma eterno. Nel primo partito radicale degli anni ’50 il liberale Ernesto Rossi contestava i ‘padroni del vapore’ di Confindustria e del Pli malagodiano. Il Pr pannelliano degli anni ’60-70 era per ‘l’unità, il rinnovamento e l’alternativa di sinistra’ mitterrandiana, ma doveva incassare le contumelie Pci. La svolta liberista radicale degli anni ’90 portò all’alleanza con Forza Italia, che però durò solo sei mesi nel ’94. E Berlusconi visse come concorrenza indigesta il 6% (10% al nord) della lista Bonino nel ’99.

Pannella tornò a sinistra dopo il referendum sulla fecondazione assistita del 2005, perso a causa dell’astensione promossa da Forza  Italia e Vaticano. Però la riesumazione della Rosa nel pugno non ebbe fortuna, e poi Valter Veltroni nel 2008 non volle i radicali come lista autonoma: solo ascari da ricompensare con qualche seggio.

Questi opposti ostracismi, uguali nella loro simmetria, sono comprensibili. Noi lib-lib-lib infatti abbiamo il cuore a sinistra (diritti civili) e il portafogli a destra (stato minimo). Quindi saremo sempre in bilico fra conservatori e progressisti, e criticati da entrambi. Tuttavia oggi Forza Italia capisce che occorre ripristinare un’ampia area moderata di centro, contro ogni estremismo populista e antieuropeo. Più Europa e i radicali condividono questa prospettiva.


Thursday, October 19, 2023

Autodenuncia, processo, assoluzione: la surreale vita di Marco Cappato



Ormai i pronunciamenti della magistratura non fanno più notizia: uno dopo l’altro, stabiliscono che l’eutanasia non è reato. Ma la legge non arriva. Così un’azione politica per sollevare l’assurdità della situazione l’ha resa ancora più assurda

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 19 ottobre 2023

Ormai non fa più notizia. Anche la procura di Firenze ha chiesto l’ennesima archiviazione per Marco Cappato. Il leader radicale si era autodenunciato per avere aiutato un 44enne di San Vincenzo (Livorno), malato di sclerosi multipla, ad andare in Svizzera dove è morto col suicidio assistito.

I pm di Milano recentemente non hanno ritenuto un reato l’aiuto di Cappato a Romano, 82enne ex giornalista e pubblicitario all’ultimo stadio di Parkinson, e a Elena Altamira, 69enne veneta malata terminale di cancro.

Il problema però è che l’eutanasia in Italia rimane illegale. La Corte costituzionale anni fa ha invitato il parlamento a emanare una legge che la regolamenti. Ma i partiti sia di destra che di sinistra non hanno il coraggio di affrontare l’argomento. Nonostante i sondaggi diano l’80 per cento degli italiani favorevoli alla “buona morte”, i cattolici presenti in Pd, Forza Italia, FdI e Lega bloccano ogni decisione.

Così si prosegue nel limbo dell’incertezza. E continua la commedia del povero Cappato che per sollecitare una legge pratica la disobbedienza civile, si autoincolpa per evidenziare l’assurdità della situazione. Niente da fare. Come era successo per divorzio e aborto, l’eutanasia viene praticata di nascosto ogni giorno nei nostri ospedali. Ma senza regole precise si rischiano abusi.

La scorciatoia è quella del “suicidio assistito”, che dopo il caso di dj Fabio è legale per chi è affetto da malattie irreversibili, soffre pene fisiche o psicologiche intollerabili ed è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Il che però esclude proprio chi ne avrebbe più bisogno, e cioè le migliaia di anziani che per demenza senile o Alzheimer non possono più decidere.

Ma anche per chi ha i requisiti la burocrazia è lunga e insostenibile: un’apposita commissione regionale deve valutare ogni singola richiesta per accedere alla somministrazione del farmaco di fine vita. Se la commissione accerta la sussistenza di tutti i requisiti indicati dalla sentenza della Corte costituzionale verrà scelto il farmaco più appropriato. Ma non è finita, perché poi c’è anche un comitato etico che deve dare il suo parere. Insomma, mesi e anni di attesa.

Così chi ha i mezzi va in Svizzera. Ma chi lo aiuta può essere sempre incriminato per istigazione al suicidio.

Come ipocriti struzzi, i pochi contrari all’eutanasia fanno finta di non vedere quel che succede normalmente, seguendo l’unica regola del buonsenso, in ospedali e rsa. Parlano di “difesa della vita” e accusano Cappato di essere un “angelo della morte”.

Sta succedendo anche in questi giorni a Monza e in Brianza, dove domenica si vota per il seggio da senatore lasciato da Silvio Berlusconi. Cappato è candidato per il centrosinistra, Adriano Galliani per il centrodestra. Che accusa l’esponente radicale di non essere un vero liberale: ma la libertà di disporre del proprio corpo fino alla fine è un diritto civile fondamentale. Perfino il sindaco del Pd non sa se voterà Cappato o si asterrà. Eutanasia e droga legale fanno paura, nonostante la realtà smentisca gli scrupoli ideologici e religiosi.

Così i “difensori della vita” preferiscono che siano i magistrati, e non i politici, a stabilire regole provvisorie. E Galliani scappa da ogni dibattito, ma per farsi propaganda regala, secondo il metodo Achille Lauro, astucci della sua squadra di calcio del Monza ai bambini brianzoli.

Sunday, August 13, 2017

Radicali: Spadaccia media fra Bonino e pannelliani

di Mauro Suttora

Libero, 13 agosto 2017


Cosa faranno i radicali alle politiche? Accreditati di un 2%, possono risultare preziosi sia per Renzi che per Berlusconi.

Emma Bonino si sta muovendo con Marco Cappato e il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova per una lista Forza Europa, che potrebbe attrarre Mario Monti e altri centristi laici come il ministro Calenda. 
A seconda della legge elettorale, si presenteranno soli, apparentati al Pd, o contratteranno posti nella lista Pd come nel 2008.

Ma da due anni i radicali sono spaccati. La rottura fra la Bonino e Marco Pannella si è estesa dopo la morte di quest'ultimo nel maggio 2016 a tutti i boniniani e pannelliani: da una parte l'ex ministra degli Esteri, Gianfranco Spadaccia, Cappato, Mario Staderini, Roberto Cicciomessere; dall'altra Maurizio Turco, Rita Bernardini e Sergio D'Elia.


Questi ultimi controllano il Prntt (Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito), la cui lunghezza del nome è inversamente proporzionale al numero degli iscritti: se non arriveranno a 3mila entro la fine dell'anno, hanno deciso di sciogliersi.


I boniniani invece sono riuniti in Radicali italiani (segretario Riccardo Magi), che hanno appena compiuto l'exploit di raccogliere 30mila firme per un referendum che mette in gran difficoltà la sindaca grillina di Roma Virginia Raggi: togliere all'Atac il monopolio del trasporto pubblico nella capitale.

Cappato guida l'Associazione Coscioni per l'eutanasia e la libertà della scienza. E la buonista Bonino è attiva soprattutto nella campagna pro-immigrati Ero Straniero.

Anche i transnazionali macinano politica: hanno appena concluso una Carovana di mezzo mese in Sicilia per i loro tradizionali obiettivi sulla giustizia: amnistia, indulto, no all'ergastolo, separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti.

Un garantismo che in teoria potrebbe avvicinarli al centrodestra. Ma loro negano qualsiasi prospettiva elettorale.

Ora qualcuno cerca un rammendo fra le due fazioni. Spadaccia, 82 anni, grande vecchio radicale (ex segretario e parlamentare, per decenni braccio destro di Pannella), ha mandato una lettera a Turco & co. annunciando la propria iscrizione (200 euro annui), ma chiedendo l'apertura di un dibattito interno e spazi su radio radicale: "Quali obiettivi ci diamo di fronte alla crisi della democrazia liberale e dello stato di diritto, il dissolvimento dell'Unione Europea e il travolgimento dei diritti umani?"


Con Spadaccia, tendono la mano ai separati in casa una trentina di boniniani. E sul fronte opposto, l'altro grande vecchio radicale Angiolo Bandinelli, 90 anni, ha già rotto con l'estremismo antiboniniano di dirigenti come Turco e Valter Vecellio (la Bernardini è più possibilista).


Sullo sfondo c'è la partita per Radio radicale, che finora è rimasta neutrale dando spazio a tutti, ma che Turco ora vuole ridurre sotto il proprio controllo.

E la radio riceve 10 milioni annui di soldi pubblici come organo di partito e trasmettitrice delle sedute parlamentari.

Mauro Suttora

Monday, May 23, 2016

Perché Pannella non lo votava nessuno?

ALLE ULTIME ELEZIONI DEL 2013 I RADICALI HANNO PRESO LO 0,3%

di Mauro Suttora

Oggi, 25 maggio 2016

Ma chi era veramente Marco Pannella? Come mai abbiamo santificato un uomo politico al quale nelle ultime elezioni, tre anni fa, abbiamo dato appena lo 0,3% dei nostri voti?

Nel 2013 i radicali non sono riusciti neppure a raccogliere le firme per presentarsi in metà delle regioni. Perciò oggi, quando la sua compagna Emma Bonino dice che «alcuni omaggi sanno di ipocrisia», si riferisce a tutti gli italiani, e non solo ai politici: «Amateci di meno e votateci di più», ha invitato, da concreta piemontese.

Il problema è che i radicali sono sempre stati un disastro, nelle urne. Il partito fondato  60 anni fa da Pannella ed Eugenio Scalfari (fra gli altri) alle prime politiche nel 1958 racimolò appena l’1,4%. Ed era alleato con i repubblicani, che da soli al voto precedente avevano preso l’1,1. Quindi, anche allora valevano lo 0,3%.
Alle comunali del ’60 riuscirono a eleggere l’attore Arnoldo Foà a Roma e Scalfari con lo scrittore Elio Vittorini a Milano (a Torino candidavano Norberto Bobbio). 

Un risultato che sperano di replicare il prossimo 5 giugno, sull’onda del ricordo di Pannella: Marco Cappato corre a Milano e il segretario di Radicali Italiani Riccardo Magi a Roma, in una lista di appoggio al pd Roberto Giachetti (ex radicale). 
Ma dovranno superare il 3%. E questo è successo solo tre volte nella storia: nel 1979 con Leonardo Sciascia, nell’84 grazie a Enzo Tortora, e nel ’99 con la lista Bonino che toccò l’8%.

Come mai Pannella non lo ha mai votato quasi nessuno? La risposta, curiosamente, arriva dal cantante Enrico Ruggeri. Che radicale non è, ma nel 2003 presentò a Sanremo la canzone Nessuno tocchi Caino contro la pena di morte (una delle innumerevoli campagne radicali): «A Pannella non interessava il consenso. Tutti i politici parlano con lo scopo di essere votati, lui no. Lui voleva solo ottenere risultati per le sue iniziative».

Lo spiegava Pannella stesso: «Io non “faccio” politica. Non “prendo posizioni”. Io lotto». Eppure non era un antipolitico come Beppe Grillo. Al contrario: prese la sua prima tessera di partito (liberale) a 15 anni, nel 1945. E per tutta la sua vita è stato un politico a tempo pieno, tranne qualche anno come giornalista (per Il Giorno nel 1959-62 e per l’Espresso nel 1973, quando seguì Mitterrand in Francia).

Ma ha sempre combattuto i politici se degenerano in Casta. Trent’anni prima del fortunato libro di Rizzo e Stella lottava contro la «partitocrazia» e il finanziamento pubblico ai partiti (quasi vinto il primo referendum del ’78). Per questo è riuscito a mantenere la fama di politico atipico e onesto.

Lo stesso è successo per un’altra battaglia di Pannella: l’anticlericalismo. Come mai è diventato amico di papa Francesco, lui legalizzatore di aborto e divorzio, superlaico, fautore dell’eutanasia, che ancora pochi anni fa sventolava cartelli “No Vatican no Taleban” contro il cardinale Ruini che lo aveva sconfitto nel referendum sulla fecondazione assistita del 2005? «Perché il clericalismo è solo una degenerazione del vero sentimento religioso. E noi radicali siamo sempre stati credenti. In altro che nella “roba”».
Mauro Suttora


Friday, May 20, 2016

Pannella/Bonino: un amore finito male

DOPO LA MORTE DI MARCO, EMMA FA PACE. TROPPO TARDI

di Mauro Suttora

Libero, 20 maggio 2016

Lui ha fatto politica per 70 anni: prima tessera da quindicenne (liberale) nel 1945. Lei esordì 40 anni fa, con un aborto e un arresto. Lui si portava appresso 120 chili (se non digiunava) per 190 cm. di altezza. Lei ne pesa 50 per un metro e 60. Agli antipodi anche la parlantina: barocco e fluviale lui, concreta e concisa lei.

Apostoli della democrazia diretta, dal 1974 hanno raccolto 67 milioni di firme per 122 referendum. Ne hanno vinti 35: divorzio, aborto, finanziamento pubblico ai partiti, obiezione di coscienza alla naja, voto ai 18enni, caccia, chiusura manicomi e centrali nucleari…

Marco Pannella ed Emma Bonino: dall’alto del proprio due per cento hanno cambiato la storia d’Italia dal 1970 a oggi. Sono il contrario di Beppe Grillo, loro imitatore: senza voti (e dal 2013 senza deputati) contano molto, mentre i grillini hanno tanti voti ma contano poco.

Formavano una coppia inossidabile. In tanti avevano cercato di separarli. Nel 1999, dopo il successo della lista Bonino alle europee (secondo partito col 12% al nord), Silvio Berlusconi definì Emma «protesi di Pannella».

Ma lei fino all'estate scorsa era rimasta fedele all’uomo che la fece entrare in Parlamento a 28 anni, con gli zoccoli da femminista. Uniti perfino dai tumori: entrambi ai polmoni, più una metastasi al fegato per Marco.

Fegatoso era stato l’attacco di lui a lei: «Non viene più alle riunioni di partito, non sappiamo che faccia». In realtà la Bonino è di nuovo attiva, superato il cancro con la chemio. Solo che, andando per i 70, si è stufata delle mattane del suo mentore.

Pannella negli ultimi 15 anni ha «adottato» un giovane radicale, Matteo Angioli, con cui ha convissuto in un rapporto socratico-platonico. Lo ha promosso all’interno del partito, fra mugugni vari. E ha rivelato che Bonino si è opposta alla pubblicazione di un loro epistolario.

Gelosia? Pannella è bisessuale: «Ho amato molto quattro uomini, ho avuto figli da due donne», ha confessato. Fra Marco ed Emma non c’è mai stato nulla di sentimentale. Quindi non è stato l’amore ad allontanarli, ma la politica.

Negli ultimi due anni Pannella si era fissato con «il diritto alla conoscenza e la transizione dei Paesi occidentali verso lo stato di diritto». Ha fatto organizzare al suo Matteo e all'ex ministro finiamo degli Esteri Giulio Terzi (predecessore della Bonino alla Farnesina) convegni sull’astruso tema, invitando a Bruxelles, a Roma e a Ginevra (la scorsa settimana) politici e ambasciatori stranieri.

«Emma non si era mai sottratta alle iniziative più strampalate di Marco», commenta Roberto Cicciomessere, già suo compagno e segretario radicale. Ma da un anno non collaborava più. Per lei ormai Pannella era zavorra. Da vent’anni vola nei sondaggi è stata due volte ministro, commissaria Ue (Pannella nel '94 la impose a Berlusconi che stava per mandare a Bruxelles Napolitano). Prima del tumore era perfino fra i favoriti per il Quirinale, al posto di Mattarella (apprezzata anche dai grillini).

Da piemontese leale e disciplinata, non ha mai polemizzato pubblicamente con Pannella. Versa ancora al partito radicale 2.500 euro al mese. «Ma se ne sta coi suoi amici del jet set», brontolava Marco: dalle sorelle Fendi a George Soros, che appoggiano la decennale battaglia della Bonino contro le mutilazioni genitali femminili.

A rimanere mutilati nell'ultimo anno sono stati i radicali: «Per noi Emma era la mamma e Marco il papà», geme l’ex deputato Marcello Crivellini. 

Ultimo strappo: le liste radicali alle comunali del 5 giugno. I boniniani Marco Cappato e Riccardo Magi si presentano a Milano e a Roma. I pannelliani Maurizio Turco e Sergio D'Elia non sono d'accordo. Ormai le due correnti litigano.

Emma non ha mai voluto vedere Marco durante gli ultimi mesi, nella mansarda in via Panetteria dove tutta Italia è andata in pellegrinaggio, da Renzi a Berlusconi. Ieri ha commentato commossa a Radio radicale la sua scomparsa: «Pannella ci ha insegnato molto, mancherà anche ai suoi avversari. È stato amato, ma non ha mai avuto riconoscimenti adeguati». 

Insomma, anche i monumenti divorziano. E figurarsi se non poteva farlo la strana coppia che ha regalato la legge sul divorzio all'Italia.
Mauro Suttora

Monday, July 19, 2010

Cappato, Marra e Bruti Liberati

LO STRANO SALVATAGGIO DELLA LISTA FORMIGONI

di Mauro Suttora

18 luglio 2010

Dove ha fallito la P3, sta riuscendo un altissimo magistrato di sinistra? Il presidente della corte d’Appello di Milano Alfonso Marra, nonostante le pressioni del faccendiere avellinese Pasquale Lombardi ora in carcere con i sodali Carboni e Martino, non fu capace di far riammettere la lista di Roberto Formigoni alle regionali di marzo. Anche per questa totale inefficienza la «nuova P2» è stata liquidata da Berlusconi come composta da «quattro pensionati sfigati».

A risolvere il pasticcio fu poi Piermaria Piacentini, presidente del Tar lombardo indagato nell’inchiesta sulla «cricca» Balducci-Anemone. Quanto a Marra, «Fofò» per gli amici, la sua carriera è finita ad appena cinque mesi dalla prestigiosa nomina milanese: il Csm ha avviato il procedimento disciplinare, mentre l’Anm parla addirittura di espulsione.

Il dirigente radicale Marco Cappato, persa la battaglia contro Formigoni in sede di ricorso elettorale, non si è dato però per vinto: ha presentato denuncia penale per quella che definisce «la falsificazione delle firme sui moduli della lista Formigoni: duemila su 3.500 erano pre-datate rispetto alla lista dei candidati».

L’allora procuratore aggiunto di Milano Edmondo Bruti Liberati, tuttavia, ha chiesto l’archiviazione anche di questo procedimento. «Dobbiamo capirne le motivazioni», dice Cappato, «perché la sua richiesta non è stata ancora accolta. Basterebbe un rapido controllo delle firme per rendersi conto delle irregolarità. A questo punto, mi auguro che anche in Lombardia, come in Piemonte, sia fatta luce sull’illegalità del voto».

Nel frattempo, Bruti Liberati è stato nominato procuratore capo a Milano. E l’elezione al Csm in maggio, contrariamente a quella di Marra a febbraio, è stata ad ampia maggioranza. Hanno sostenuto Bruti Liberati anche i consiglieri di centrodestra, compreso il «laico» Michele Saponara (ex sottosegretario di Forza Italia) e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, del quale oggi il Pd chiede le dimissioni per aver partecipato a cene della «nuova loggia P3», anche se non risulta indagato.

Una nomina trasversale, insomma, per il 65enne magistrato marchigiano, colonna della corrente di sinistra Magistratura Democratica e già segretario dell’Anm. Che secondo alcuni ha rappresentato una specie di «spartizione» nel palazzo di Giustizia milanese: Marra per il centrodestra, Bruti Liberati per il centrosinistra.

Non è un mistero infatti che anche a febbraio la nomina di Marra provocò grosse polemiche, e gli schieramenti si divisero. Gli votò contro Giuseppe Maria Berruti, fratello del deputato Pdl Massimo, mentre da sinistra gli giunsero i consensi di Celestina Tinelli (Pd) e perfino del vicepresidente Nicola Mancino. Il candidato naturale era Renato Rordorf, ma adesso dalle telefonate della P3 caldeggianti il nome di Marra emerge che si riteneva impossibile che entrambe le cariche finissero in mano alla sinistra. Paradossalmente, però, Bruti Liberati sul caso Formigoni si è dimostrato finora più «utile» di Marra.

Mauro Suttora

Wednesday, April 29, 2009

L'Eurocasta lavora 33 giorni all'anno

dal nostro inviato a Strasburgo (Europa)

Mauro Suttora

Oggi, 29 aprile 2009

In Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha abolito la settimana lavorativa di 35 ore. Il Parlamento europeo, invece, quest’anno ha introdotto una novità mondiale: l’anno lavorativo di 33 giorni. Ai 785 eurodeputati, pagati 30mila euro mensili, basta volare a Bruxelles o a Strasburgo una volta al mese, starci due-tre giorni, ed è fatta.

Certo, ci sono anche le mezze giornate, come si vede nella tabella. Lunedì 4 maggio, per esempio, la seduta comincia alle 17 e va avanti fino a mezzanotte. Ma in realtà è una giornata libera: basta che l’eurodeputato prenda un aereo dal suo Paese verso le nove di sera, atterri a Strasburgo alle undici e vada subito a firmare il registro presenze. Così non perde la diaria di 300 euro al giorno. Idem per le mezze giornate al mattino: non è tanto importante l’orario di chiusura, le 13, quanto quello di inizio seduta: le nove. Anche lì, una capatina in sala, firmetta, e poi via verso l’aeroporto.

Il 2009 è un anno particolare, è vero: il 7 giugno si vota, quindi salta la sessione di quel mese. Risultato: ferie extralunghe, dall’8 maggio al 14 settembre. Ai nuovi eletti basterà andare tre giorni a Bruxelles a metà luglio per acclimatarsi.

L’eurodeputato radicale Marco Cappato ha chiesto che il Parlamento renda noti i dati di presenza dei suoi membri, in vista delle elezioni: unica occasione in cui possiamo giudicare i nostri rappresentanti. Niente da fare, il presidente ha opposto questioni di privacy. Allora i radicali hanno fatto da soli, e hanno compilato la classifica dei più assidui e degli assenteisti (pubblichiamo i dieci italiani migliori e peggiori nella pagina seguente). Attenzione, però: hanno calcolato non solo le riunioni plenarie, dove come abbiamo visto il giochetto è facile, ma anche altri indici di «produttività»: la partecipazione alle commissioni, il numero di rapporti scritti, di interrogazioni, di interventi in aula. I risultati sono imbarazzanti.

«Il problema degli eletti italiani è che non sanno le lingue», ci dice una dirigente dell’Europarlamento, ai piani alti della Torre di Strasburgo. Anonima, altrimenti addio carriera. La maggioranza assoluta dei nostri eurodeputati non parla bene l’inglese, o almeno il francese. «E questo è grave non tanto per le riunioni d’aula, dove è assicurata la traduzione simultanea, quanto per tutti i contatti di corridoio con i colleghi delle altre nazioni, che rappresentano il vero lavoro utile da svolgere a Bruxelles».

Infatti, da un punto di vista concreto l’Europarlamento serve a poco. E’ un organo consultivo, non decide quasi niente da solo. Non nomina governi, non toglie la fiducia, tutte le leggi (direttive) devono essere «codecise» assieme ai burocrati della Commissione. Alla fine chi comanda veramente non sono né il Parlamento né la Commissione, ma il Consiglio, composto dai ministri dei 27 stati membri. «E neanche loro hanno l’ultima parola, perché poi ciascuno stato è libero di mettere il veto, o di non applicare una norma».

Insomma, quello che voteremo fra un mese è un enorme, simpatico e costosissimo ente inutile che serve soprattutto per far socializzare centinaia di giovani portaborse multietnici (dalla Lettonia a Malta, dall’Irlanda a Cipro): sono loro a effettuare il vero lavoro, per l’eurodeputato di cui sono «assistenti». Il quale è libero di decidere quanto pagarli. Dispone di 17.500 euro al mese: può darli tutti a uno solo (magari parente o amante), oppure assumerne 17 a mille euro ciascuno. Può tenerli al Parlamento oppure nel proprio collegio elettorale.

Nella Babele di Strasburgo si parlano 22 lingue. Quindi, in teoria, il numero di interpreti è di 22 al quadrato, perché ciascuna lingua dovrebbe essere tradotta in ogni altra. Impresa impossibile. assorbirebbe tutto il bilancio dell’Unione. «Ci sono quindi le lingue-ponte», spiega la dirigente, «per esempio un interprete dall’estone all’inglese, e subito dopo un altro dall’inglese all’italiano».
Il risultato è comico. Se qualcuno fa una battuta, un terzo della sala ride subito, un terzo dopo dieci secondi, e gli altri dopo venti. Sempre che capiscano qualcosa, perché si calcola che ad ogni traduzione si perda in media il 30 per cento del significato.

«Gli irlandesi hanno preteso che il gaelico diventasse lingua ufficiale, anche se neppure loro lo parlano. E così i maltesi». Ora si aspettano il croato, il serbo, l’albanese, il norvegese, l’islandese, l’ucraino e il turco. Si spera invano che i moldavi accettino il rumeno.

L’altro grande spreco dell’Europarlamento sono le tre sedi: Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo Grandi traslochi di migliaia di persone e casse ogni mese. Costano 120 milioni di euro all’anno in più, calcolano i radicali. Di più, secondo i verdi. 200 milioni Dieci anni fa sia il Belgio sia la Francia, per paura di perderlo, hanno costruito un nuovo palazzo. Tutto è doppio.

Fino al ’99 Strasburgo usava le sale del Consiglio d’Europa: un altro ente diventato inutile dieci anni prima, col crollo del Muro di Berlino e l’entrata dei Paesi dell’Est nell’Unione. Ora i due palazzi troneggiano uno accanto all’altro, desolatamente vuoti per quaranta settimane all’anno.

Questa è la vita dell’eurodeputato. Pagatissima, undici mesi di ferie annui. Ma frustrante.

Mauro Suttora

Monday, February 25, 2008

I radicali e il Pd

ACCORDO: NOVE PARLAMENTARI E TRE MILIONI DI EURO

di Mauro Suttora

Libero, 22 febbraio 2008

Tre milioni di euro. È l’incredibile cifra che i radicali sono riusciti a strappare a Walter Veltroni in cambio di nulla. Perché se i Democratici non avessero offerto loro nove posti da parlamentare, più questa sontuosa fetta di finanziamento pubblico, i pannelliani sarebbero scomparsi dal parlamento. Impossibile infatti che raggiungano il quattro per cento, quota-ghigliottina per i non apparentati, da soli o magari riesumando la Rosa nel pugno con i socialisti, che due anni fa si fermò mesta al due virgola qualcosa. Oggi i sondaggi unanimi assegnano loro l’uno-due per cento. E nessun altro forno - Berlusconi, Bertinotti - li vuole. Nessuna alternativa, quindi.

Eppure, trattando e lamentandosi, Marco Pannella ed Emma Bonino hanno spuntato condizioni di lusso. Il governo italiano - qualunque governo - dovrebbe nominarli immediatamente plenipotenziari per tutti i negoziati internazionali che aspettano il nostro Paese. Si sono dimostrati più abili di qualsiasi pokerista incallito, trader di Wall Street o vucumprà da spiaggia. Eccezionali.

Pannella, d’altronde, è sempre stato eccezionale. Da quando a quindici anni, nel 1945, comprò la prima copia del giornale di Benedetto Croce, ‘Risorgimento liberale’, e s’innamorò del partito omonimo. Pochi anni dopo lui ed Eugenio Scalfari erano i due galletti più promettenti nel vivaio del Pli. Ma stavano troppo a sinistra per i filo-confindustriali, e allora nel ’55 fondarono il partito radicale. Dopodiché, sono sempre andati a scrocco. Alle politiche si allearono con il Pri, ma presero l’1,4. Nel ’60 si appiccicarono al Psi e andò un po’ meglio: 51 consiglieri comunali radicali eletti in Italia (fra i quali Arnoldo Foà in Campidoglio e Scalfari a Milano, col quadruplo dei voti di un giovane Bettino Craxi).

Poi ci fu un’alleanza a Roma addirittura con i filosovietici dello Psiup: Pannella arrivò terzo ma non fu eletto. La strategia del cuculo funzionò invece nell’89, quando i radicali stabilirono un record mondiale. Riuscirono a candidarsi eurodeputati in ben quattro liste diverse: Pannella con Pri-Pli, Adelaide Aglietta con i verdi, Marco Taradash con gli antiproibizionisti sulla droga. E Giovanni Negri finì nel Psdi, unico non eletto.

Nel ’63 fu il Pci a fare la corte a Pannella, proprio come oggi: Giancarlo Pajetta in persona offrì tre posti da indipendenti di sinistra ai radicali. Ma loro rifiutarono sdegnosamente. Allora se lo potevano permettere, perché nessuno faceva il politico di mestiere: Pannella e Gianfranco Spadaccia erano giornalisti, Angiolo Bandinelli professore, Sergio Stanzani dirigente Iri, Mauro Mellini avvocato.

Oggi, invece, la «baracca» radicale è una piccola multinazionale dei diritti umani con uffici a Bruxelles e New York, una bella sede nel centro di Roma proprio sopra al night Supper club, e un’ottima radio che copre tutta Italia e offre la migliore rassegna stampa ai patiti di politica: quella del direttore Massimo Bordin.

Loro, che si considerano sempre il sale della terra, preferiscono autodefinirsi umilmente “galassia”, e vantano un sacco di associazioni collaterali: da ‘Nessuno tocchi Caino’ che ha appena strappato la moratoria sulle esecuzioni capitali all’Onu alla ‘Luca Coscioni’ che si batte per la libertà della ricerca scientifica e il testamento biologico (caso Welby), dagli ecologisti di ‘Rientro dolce’ agli umanitaristi internazionali di ‘Non c’è pace senza giustizia’.

Il che, molto prosaicamente, vuol dire decine di stipendi che Pannella si trova sul groppone. Ora, grazie a Walter, verranno erogati per altri cinque anni. Quanto a Radio radicale, da decenni riesce nel miracolo di incassare contributi statali sia come organo di partito, sia come emittente super partes delle sedute parlamentari.

Intendiamoci, però: i pannelliani non sono imbroglioni clientelari. La loro radio, per esempio, trasmette con spirito voltairiano convegni e congressi di tutti i partiti. Tanto che, all’ultima assemblea di An, un oratore ha chiesto in extremis la parola a Gianfranco Fini giustificandosi così: «Devo dimostrare a mia moglie in ascolto dalla Sicilia che sono veramente qui».

Nel 1996 fu Berlusconi a trovarsi nei panni di Veltroni. Allora Pannella trattò con lui l’entrata dei radicali nel Polo, chiedendo lo stesso numero di collegi sicuri offerti ai cattolici di Ccd-Cdu. Ma aveva sottovalutato l’abilità di Casini, Mastella e Buttiglione, che alla fine spuntarono cento posti contro i 43 offerti ai radicali. «Non entrerò più nel suk di via dell’Anima!», tuonò Marco, che si vendicò presentando candidati autonomi. Un disastro: nessun deputato, e solo un senatore eletto in Sicilia (Piero Milio) grazie a una desistenza concordata in extremis.

Ammaestrato da quella esperienza, che tenne i radicali fuori da Montecitorio per un decennio, questa volta Pannellik ha bluffato solo fino all’ultimo secondo. Poi i suoi fidatissimi Rita Bernardini e Marco Cappato hanno acchiappato al volo quel che offriva Goffredo Bettini, il generoso (o sprovveduto?) luogotenente di Veltroni, probabilmente anche lui succube del fascino di SuperMarco fin dal ’93, quando assieme architettarono la prima sindacatura romana vincente di Francesco Rutelli.

Chi saranno adesso i nove radicali nel partito democratico? Pro forma è stato convocato un comitato nazionale radicale per il weekend. Però come sempre deciderà Pannella, gran libertario fuori ma leninista all’interno del suo partitino. I due giovani radicali più brillanti, quelli della svolta liberista degli anni Novanta che fruttò l’exploit dell’otto per cento alla lista Bonino nel ’99 (con punte del 15% in alcune città del nord), se ne sono andati con Berlusconi. Benedetto Della Vedova è riuscito a mantenere rapporti cordiali con Marco, mentre con Daniele Capezzone si è passati direttamente dall’amore all’odio. Eppure Pannella è spesso generoso con i suoi. A volte quasi scialacquatore. Due anni fa, per esempio, regalò due seggi che spettavano ai radicali (nell’alleanza con i socialisti) agli ex comunisti Lanfranco Turci e Salvatore Buglio - quest’ultimo unico ex operaio eletto alla Camera.

Molti sono gli ex portaborse radicali che devono essere sistemati. (La definizione non suoni insulto: chi ha portato la borsa a Pannella è destinato a carriere mirabolanti, come Elio Vito in Forza Italia e lo stesso Rutelli). Non ci saranno quindi esterni di lusso, come Leonardo Sciascia, Enzo Tortora o Domenico Modugno. E neanche scandali viventi come Toni Negri o Cicciolina.

Bandinelli, possibile senatore, ha 80 anni come Ciriaco De Mita, ma Veltroni ha un debole per lui: sedettero assieme nel consiglio comunale a Roma di Luigi Petroselli negli anni ’70 (prima carica di Walter). Oggi Bandinelli è un po’ imbarazzato, perché dopo avere scritto sul mitico ‘Mondo’ di Mario Pannunzio negli anni ’50 e ’60 è approdato al ‘Foglio’. Ma la svolta clericale di Giuliano Ferrara lo ha spiazzato, anche se conserva la sua column settimanale in nome della “dissenting opinion”.

Quanto a Pannella, a 78 anni non è un mistero che ambisca a un posto da senatore. A vita, però. Prima o poi, c’è da scommetterlo, riuscirà ad ammaliare anche qualche presidente della Repubblica, che sarà costretto a nominarlo dopo uno sciopero della fame o della sete. Per evitare un’altra bevuta di pipì, come quella che l’incorreggibile inflisse al povero Carlo Azeglio Ciampi nel 2002.

Mauro Suttora

Friday, February 18, 2005

L'insopportabile Marco

L'inchiesta vecchio stile

Diario, 18 febbraio 2005 (storia di copertina)

La svalutazione del Marco

Vengono da una lunga storia, da gloriose lotte per i diritti civili, da digiuni eclatanti e campagne verbosissime, hanno contrattato con destra e sinistra. Una canzone popolare sembra fatta apposta per i radicali e dice così: «Mamma Ciccio mi tocca, toccami Ciccio che mamma non vede»

di Mauro Suttora

E' il partito più antico d’Italia, fra quelli in circolazione: compie cinquant’anni a dicembre. «Non abbiamo mai dovuto cambiar nome», proclama orgoglioso Marco Pannella. Coincidenza quasi incredibile: il Partito radicale è nato negli stessi giorni in cui una signora di Montgomery (Alabama), Rosa Parks, rifiutò di alzarsi dal suo sedile in un autobus segregato, iniziando così la lotta per i diritti civili dei negri d’America. Pannella come Martin Luther King? Il paragone è lusinghiero, probabilmente azzardato, ma non campato in aria. Lui, il Marco transnazionale che va per i 75, si ritiene perfettamente maturo per il Nobel, oltre che per il laticlavio perpetuo che Carlo Azeglio Ciampi continua a negare a lui e a Mike Bongiorno. I senatori a vita sono quattro, ci sarebbe ancora un posto, che se però finisse a Pannella provocherebbe un suicidio eccellente: quello di Eugenio Scalfari. E viceversa, perché l’invidia e la gelosia sono reciproche.

Entrambi i grandi vecchi del liberalismo di sinistra italiano erano presenti, quell’11 dicembre 1955, al cinema Cola di Rienzo dove nacque il Partito radicale di Ernesto Rossi e Mario Pannunzio. Si detestavano cordialmente già da anni, galletti troppo ambiziosi nel prestigioso ma angusto pollaio della corrente di sinistra del partito liberale. Da allora, Pannella ha sempre fatto politica praticando in realtà il giornalismo: invincibile il suo penchant per le provocazioni intellettuali, invece di limitarsi a raccogliere comodi consensi surfando fra rassicuranti luoghi comuni come un Fini o un Casini qualsiasi. Scalfari, al contrario, ha fatto giornalismo macinando in realtà politica. E oggi eccoli sempre lì, i due uomini che hanno contato di più per i diritti civili in Italia: l’uno con i suoi digiuni e comizi, l’altro con le copertine dell’Espresso e le prime pagine di Repubblica.

A letto con chiunque.

«Divorzio, aborto, obiezione di coscienza, Tribunale internazionale Onu...»: quando Marco ingrana in tv la litania delle sue conquiste assomiglia all’eterno nonno reduce italiano che ha via via tediato i nipoti con i ricordi dei Mille garibaldini, dei ragazzi del ’99, della Resistenza, del ’68. Questo però è un vecchiaccio felice che ancora il primo agosto scorso volantinava da solo in mezzo al milione di persone arrivate per Simon e Garfunkel davanti al Colosseo: «Firmate i referendum sulla libertà della scienza», urlava sorridente ai passanti. E dove lo si trova nel mondo intero un politico professionista ultrasettuagenario che se va per strada a mendicare una firma per i diritti civili (questa volta dei malati)?

Verso la fine del concerto Simon e Garfunkel hanno intonato una delle loro canzoni più belle e famose, The boxer: «E il pugile si porta addosso il ricordo di ogni guantone che lo ha sbattuto a terra e distrutto/ e lui che urlava con rabbia e vergogna “Io vivo, io vivo!”/ ma il combattente resiste sempre, lailalai...». Peccato che il bilingue Pannella (mamma svizzera francese) non conosca anche l’inglese, altrimenti avrebbe egocentricamente concluso che quella canzone era sicuramente dedicata a lui. Anche perché, serendipity, risale allo stesso anno della legge del divorzio, quel 1970 in cui assieme a Roberto Cicciomessere fece il primo sciopero della fame davanti al Parlamento.

I ragazzi radicali, che da trent’anni continuano testardi a raccogliere firme inutili, perché tanto i referendum vengono sterminati in embrione dalla Corte costituzionale o in culla dagli astenuti, si fidano ciecamente di Pannella. Anche Emma Bonino, che lo segue con una fedeltà commovente. «Sei solo una sua protesi», la insultò Silvio Berlusconi sei anni fa. Fosse vero, lei magari ne sarebbe contenta. Ora è con lui anche in questa stranissima richiesta dell’ospitalità, rivolta contemporaneamente a destra e a sinistra. C’è qualcosa di muliebre nel bisogno di venire corteggiati a 360 gradi, di essere scelti invece di scegliere, e qualcosa di francamente puttanesco nella disponibilità a finire a letto con qualsiasi ospitante. Ma quando una cosa la fanno i radicali, chissà perché assume quasi sempre un sapore diverso, magari grottesco, eppure in qualche modo affascinante. Come quella volta di Toni Negri, nel 1983. O di Cicciolina, quattro anni dopo. O della propria pipì bevuta da Pannella-Don Pisciotte in tv, con Maurizio Costanzo e Ciampi ridotti a implorarlo in diretta a Buona domenica.

Partito mio, quanto mi costi.

Poi, certo, ci sono le ragioni prosaiche e spregiudicate di un partito che, seppur minimo, ha anch’esso un apparato da stipendiare. C’è la convenzione miliardaria di Radio Radicale di Massimo Bordin col Parlamento da rinnovare nel 2006: chi sarà al governo allora? A buttarsi con Silvio Berlusconi oggi, si verrà puniti in caso di vittoria della sinistra, e viceversa. Il call center radicale continua instancabile a telefonare ai simpatizzanti e alla nuova mailing list dei firmatari per i referendum sulla procreazione assistita, ma l’autofinanziamento (comunque il più alto, in percentuale, fra tutti i partiti italiani) non basta a pareggiare i conti. «Duemila iscritti a Radicali italiani hanno versato nell’ultimo anno mezzo milione di euro», riassume la tesoriera Rita Bernardini.

Ma i Radicali italiani guidati da lei e dal segretario Daniele Capezzone sono soltanto una delle tante organizzazioni pannelliane. C’è l’associazione «Nessuno tocchi Caino» contro la pena di morte, guidata da Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, che raccoglie un buon numero di contributi spontanei (in primis quelli di Vasco Rossi, che fa loro propaganda nei suoi concerti), e anche finanziamenti dall’Unione europea per i programmi organizzati. «Non c’è pace senza giustizia» avrebbe potuto chiudere i battenti dopo la vittoria sul Tribunale internazionale Onu, finalmente nato dopo che 60 Paesi hanno firmato il trattato di Roma (non gli Usa, fieri nemici), ma continua a fare lobbying internazionale per aumentare i Paesi firmatari e ora si è riconvertita nella campagna contro le mutilazioni genitali femminili. La Bonino non ha partecipato al bailamme delle trattative sull’ospitalità perché è andata a organizzare con l’ex eurodeputato Gianfranco Dell’Alba un convegno a Gibuti in cui pare che alcuni preti africani abbiano fatto marcia indietro sull’obbligatorietà del taglio della clitoride.

Nel 2004 è nata l’associazione Luca Coscioni, dal nome del malato di sclerosi laterale ridotto all’immobilità che si batte per la ricerca sulle cellule staminali. L’anno scorso, oltre alla raccolta di firme per i referendum, il suo segretario Marco Cappato è riuscito a bloccare una risoluzione Onu sponsorizzata da Vaticano e Usa contro la ricerca sugli embrioni.

Altre associazioni specializzate, infine, gravitano attorno ai radicali: quella anticlericale (animata da Maurizio Turco) e quella antiproibizionista, che portano avanti le battaglie dei decenni scorsi e che avranno vita dura in caso di accordo con Forza Italia. Proprio lunedì scorso Pannella e la Bernardini sono stati assolti per aver distribuito pubblicamente spinelli. Esattamente trent’anni dopo la prima volta.

C’è poi il Prt (Partito radicale transnazionale), rappresentato a New York dai fiorentini Marco Perduca e Matteo Mecacci. Dal loro ufficietto di fronte all’Onu fanno vedere i sorci verdi al Vietnam sulla questione dei Montagnard (la minoranza perseguitata degli altipiani), alla Russia sui ceceni, alla Cina su Tibet, Xinjiang e Falun Gong, e a tutte le dittature in genere. Si battono per la nascita della Omd (Organizzazione mondiale delle democrazie), che dovrebbe innervare l’Onu di spirito nuovo ed emarginare i Paesi autoritari. Una delegazione radicale è andata in Ucraina durante la rivoluzione arancione, mentre Pannella a Capodanno è volato in Cambogia dove i revenants filovietnamiti e polpottisti minacciano la vita democratica. In cambio, periodicamente Vietnam, Russia, Cina e Cuba cercano di far togliere al Prt lo status di ong (organizzazione non governativa) presso l’Onu. Ci hanno provato anche durante l’estate 2004, senza riuscirci.

Tutta questa attività ha subìto un duro colpo con la sconfitta alle europee lo scorso giugno, quando la lista Bonino è crollata dall’8 al 2 per cento. Gli eurodeputati si sono ridotti da sette a due, e di conseguenza anche tutto il corredo di portaborse e finanziamenti (per esempio, i convegni con traduzione simultanea). Inoltre, tutti gli eletti versavano metà stipendio al partito: in lire almeno 10 milioni al mese ciascuno, 70 in totale, quasi 1 miliardo all’anno. Perso pure questo. Poi un mese fa è arrivata la tegola della bocciatura della Consulta all’unico referendum sulla legge della procreazione assistita promosso solo dai radicali. Ed è evaporato un rimborso di 250 mila euro. Per questo Pannella la scorsa estate è dovuto ricorrere a un prestito da parte di George Soros (già convertito in fidi con banche italiane). Il miliardario americano nemico di George Bush junior è vicinissimo ai radicali: con la sua Open Society condivide la battaglia per la Omd, e finanzia la Lia (Lega internazionale antiproibizionista) guidata dal radicale Perduca.

Un neocon chiamato Capezzone.

Come si vede, quasi tutte le attuali campagne italiane e internazionali dei radicali pencolano verso sinistra. Risulta incomprensibile, quindi, l’infatuazione di Capezzone e di qualche altro pannelliano per il movimento neocon Usa. Sulla guerra in Iraq Pannella aveva escogitato una posizione mediana: la mozione «Iraq libero», che invitava Saddam all’esilio per bloccare l’attacco statunitense. Ma da allora sono passati due anni, e in nome della lotta per la democrazia (la più recente scusa di Bush per il proprio militarismo) alcuni radicali sembrano aver dimenticato il loro classico antimilitarismo.

Capezzone, soprattutto, il quale imperversa dappertutto. È lui ormai il nuovo componente della trinità radicale, assieme a Pannella e Bonino. Il sito internet radicale risulta quasi comico nel declamarne le gesta: Capezzone dichiara, Capezzone puntualizza, Capezzone di qua, Capezzone di là, Capezzone a Marchette, Capezzone imitato da Neri Marcorè a SuperCiro, comprate i due libri di Capezzone, per arrivare infine all’imbarazzante «Capezzone a Washington». Che purtroppo non è una missione alla Frank Capra, ma il resoconto audio di una conferenza che lo sventurato ha tenuto pochi mesi fa all’Aei (American Enterprise Institute), cioè il maggiore think tank (molto tank e poco think, per la verità) dei falchi di estrema destra Usa. «Sono gli unici ad avermi invitato», si giustifica lui, segretario di un partito che ha tuttora Gandhi nel simbolo. In effetti nel suo discorso, pronunciato in un ottimo inglese, Capezzone non fa sconti ai neocon: concorda sull’espansione della democrazia, ma dissente educatamente sul mezzo adottato (la guerra). Un’altra missione in partibus infidelium da parte dei non violenti radicali sembrano essere i numerosi commenti che Capezzone-prodigio e Mecacci hanno pubblicato sul Washington Times, cioè il quotidiano reazionario (è la voce del Pentagono) pubblicato dalla setta del reverendo Moon (sì, quello della moglie-lampo filippina del vescovo Milingo...)

Qui in Italia, stranamente, a sinistra uno dei più entusiasti nell’auspicare l’ospitalità verso i radicali è Fausto Bertinotti. Eppure proprio Rifondazione comunista è stata dagli anni Novanta la più implacabile nel denunciare il liberismo e il filoamericanismo pannelliani. Nel 1999, durante la raccolta delle firme per i 20 referendum, i rifondatori organizzarono in varie città comitati per il no contro i nove quesiti «economici» (abrogazione articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, pensioni d’anzianità, Inail, monopolio statale obbligatorio sull’assistenza sanitaria, ritenuta d’acconto e liberalizzazione di collocamento, lavoro a termine, a domicilio e part-time). I militanti comunisti volantinarono vicino ai tavoli radicali, invitando i passanti a non firmare. Poi ci pensò come sempre la Corte costituzionale a far fuori 13 referendum su 20. E alla fine, quando il 21 maggio 2000 si votò, l’astensione annullò tutti gli altri. Ma l’unico che non avrebbe comunque vinto, anche con il quorum del 50 per cento, sarebbe stato quello sull’articolo 18 (reintegro obbligatorio dei dipendenti licenziati ingiustamente). Su questi temi Bertinotti e Pannella sono sempre stati agli antipodi.

Quanto alla non violenza, il recente entusiasmo gandhiano di Rifondazione si dipana in polemica proprio contro i radicali, accusati di aver tradito l’antimilitarismo già con l’astensione del 1991 sulla prima guerra del Golfo, e poi con la sollecitazione degli interventi armati umanitari in Bosnia e Kosovo, nonché dei bombardamenti angloamericani in Iraq del 1998.

Eppure c’è una vicenda sepolta nel passato che forse può spiegare questa bizzarra attrazione fra opposti. Per ben due volte, negli anni Sessanta, i radicali si allearono con il Psiup. E in quel partito militava l’allora ventenne Bertinotti. Alle amministrative del novembre 1964 i radicali invitarono a votare psiuppino. E alle elezioni comunali del giugno 1966 a Roma il Psiup ricambiò, praticando l’ospitalità tanto invocata oggi. Ci fu una lista comune. Non ritenendosi sufficientemente appoggiati, prima del voto i radicali si ritirarono dalle liste. Ciononostante, Pannella arrivò terzo con 1.120 preferenze, anche se non riuscì a entrare in Consiglio comunale.

C’è da dire che nel 1965 i radicali erano riusciti a mandare in galera il sindaco dc di Roma Amerigo Petrucci sollevando lo scandalo Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia) sulle truffe dc nel settore dell’assistenza. Quindi, contrariamente a oggi, c’erano battaglie concrete combattute assieme a livello locale. Ma il feeling con la sinistra durò pochissimo: nell’estate 1966 Pannella attaccò il Pci con un’intervista a Giano Accame sul settimanale di destra Nuova Repubblica. «Pannella demistificato», reagì subito sull’Unità Maurizio Ferrara (padre di Giuliano). Che dieci anni dopo raddoppiò con questo epigramma: «I radicali sono gente assai lasciva/Finocchi e vacche nude alla Godiva».

È passato veramente tanto tempo anche da quel 1976 quando Pannella si prese uno sganassone da un portinaio comunista a Botteghe Oscure, e dal 1979 quando fu fischiato al congresso Pci dove il suo loden blu venne scambiato per un «mantello di Dracula»: oggi l’omosessuale comunista Nichi Vendola sollecita l’ospitalità verso i radicali in Puglia. Gli altri due candidati del centrosinistra più filopannelliani sono Ottaviano Del Turco in Abruzzo e la ex radicale (corrente Massimo Teodori) Mercedes Bresso in Piemonte.

Con Berlusconi, politica & miliardi.

Ma insomma, chi sono veramente i radicali? Ovvero: chi è veramente Pannella? Lui l’ospitalità l’ha sempre praticata generosamente: nel 1976 voleva dare asilo a Lotta continua ostracizzata da Dp, nel 1979 ebbe il sogno grandioso di aprire a tutta la sinistra extraparlamentare (Marco Boato, Mimmo Pinto), portandola in dote al Psi per diventare vicesegretario di Bettino Craxi. La testata radicale Liberazione fu ospitata per qualche tempo dentro il quotidiano Lotta continua. Una dozzina d’anni fa Pannella la regalò a Bertinotti, così come regalò il simbolo antinucleare del Sole che ride ai Verdi. Fino agli anni Ottanta la linea ufficiale dei radicali era: «Rinnovamento, unità e alternativa di sinistra». All’inizio dei Novanta il libertarismo divenne anche economico, e quindi rivolta fiscale assieme alla Lega. Poi Umberto Bossi definì Pannella «Culosevich», e addio feeling. Nel 1994 cominciarono i giri di valzer con Berlusconi, terminati però sempre a pesci in faccia. Sostiene l’editorialista di Radio Radicale Iuri Maria Prado: «Oggi è difficile pensare che un elettore ‘’non’’ voti per questo o quello, perché è alleato della Bonino. È semmai facile immaginare che un tal nome possa solo portarne, di voti».

Nel 1999 la lista Bonino era diventata il secondo partito dopo Forza Italia in parecchie città del Nord, da Treviso a Monza. Una media del 12-13 per cento da Torino a Trieste, il quarto partito d’Italia. Se oggi i radicali si mettessero di nuovo con Berlusconi, oltre a portare il loro 2 per cento, acquisirebbero i voti di parecchi delusi della Casa delle libertà. È questo il ragionamento di Benedetto Della Vedova, eurodeputato radicale fino a otto mesi fa ed editorialista del Sole 24 Ore. Lui spinge da sempre per un accordo a destra, ha tenuto i rapporti con Berlusconi e alla fine ha convinto Pannella ad allearsi. Con chiunque, pur di uscire dall’isolamento che li ha cancellati dal Parlamento dal 1996.

Quell’anno, come lista Pannella-Sgarbi, i radicali siglarono anche un accordo finanziario con Berlusconi: se nella quota proporzionale non avessero raggiunto la soglia-ghigliottina del 4 per cento, Forza Italia avrebbe versato loro 10 miliardi: 1 come rimborso elettorale, più 9 miliardi in tranche annuali da 1,8 miliardi l’una. Ma Berlusconi dopo il voto non volle più onorare il contratto, considerandolo nullo perché il Polo aveva perso. La questione venne affidata a un arbitrato, nonostante i radicali avessero promosso un referendum proprio contro gli incarichi extragiudiziali ai magistrati. Nel dicembre 1996 un giudice, pagato 200 milioni per il disturbo, diede ragione a Pannella, e Forza Italia cominciò a pagare. In appello, però, un magistrato diverso ribaltò il verdetto: i radicali non solo non videro più una lira, ma dovettero restituire i miliardi incassati. Rimase loro il dubbio che il Cavaliere, anche in questo caso come in altri più famosi, si fosse mosso con argomenti estremamente «convincenti» nei confronti dell’arbitro d’appello.

«Quando si tratta con Berlusconi è solo un suk», ripete da allora Pannella, disgustato. Soprattutto dai cattolici di Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione, ai quali Berlusconi nel 1996 concesse 100 collegi contro i 43 della lista Pannella-Sgarbi. Lui, invece, aveva chiesto la parità con Ccd e Cdu come unica condizione. E quando non venne ottenuta ritirò i propri candidati. A quel punto Vittorio Sgarbi abbandonò Pannella per tornare da Berlusconi, anche se ormai era troppo tardi per togliere il suo nome dal simbolo. E i radicali per ripicca si candidarono anche nel maggioritario, senza alcuna chance ma con l’unico scopo di far perdere il Polo. Stesso comportamento da «muoia Sansone con tutti i filistei» anche alle politiche del 2001.

Oggi Pannella sembra aver abbandonato questo cupio dissolvi, ma il ricordo amaro delle trattative senza rete di sicurezza lo ha spinto a giocare uno schieramento contro l’altro: «Chiediamo ospitalità, ma se ci offrono le stalle dobbiamo avere un’alternativa», dice, e la preoccupazione suona ragionevole. Meno lo è il suo insistere con il linguaggio fiammeggiante: «Destra e sinistra rappresentano solo la cupola della mafiosità partitocratica, sono cosche contrapposte: allearsi coi corleonesi o con i palermitani per noi è lo stesso».

Cuore o portafogli: ecco il dilemma. Pessimismo cosmico, e un estremismo verbale pronto a scagliarsi indifferentemente, a seconda degli accordi, verso destra o verso sinistra. Eppure all’ospitalità passiva i radicali sono abituati. Abbiamo visto l’episodio col Psiup di Bertinotti, ma nel 1960 si registrò un risultato che ebbe conseguenze per i successivi trent’anni di politica italiana. Ben 51 consiglieri comunali radicali, infatti, furono eletti grazie all’ospitalità del Psi. Tranne a Torino dove l’alleanza fu con il Pri, in una lista dov’era candidato Norberto Bobbio. A Roma salirono in Campidoglio i radicali Antonio Cederna (lo scrittore) e Arnoldo Foà (l’attore). L’exploit fu a Milano: su 19 eletti nella lista Psi-Pr, ben quattro erano radicali: Scalfari, lo scrittore Elio Vittorini, il giornalista Sergio Turone e Alessandro Bodrero. Per Scalfari, in particolare, fu un trionfo: quinto fra i più votati con il quadruplo delle preferenze rispetto a un debuttante Craxi, relegato al quintultimo posto. La cronica antipatia di Craxi verso Scalfari risale a quella ospitalità. E la sua vendetta fu consumata nel 1972, quando Bettino non volle più ricandidare l’ospite Eugenio in parlamento dopo i quattro anni di Scalfari come deputato Psi. Quello fu l’unico quadriennio di politica a tempo pieno per il fondatore di Repubblica così come Pannella fece il giornalista per soli quattro anni a Parigi (per il Giorno) fino al 1963.

Alle europee 1989 il Marco transpartito, scomparsi Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora, riuscì a far ospitare i radicali in ben quattro liste diverse: Verdi (Francesco Rutelli bocciato, Adelaide Aglietta eletta), Antiproibizionisti (Marco Taradash, eletto), Psdi (Giovanni Negri, bocciato) e Pri-Pli (se stesso, eletto): «Il più incredibile tentativo di quadratura del cerchio nella storia della politica italiana», commentò Gad Lerner sull’Espresso. «Strategia del cuculo», la definirono altri, ricordando l’uccello che depone le proprie uova nei nidi altrui.

E questa volta? Ammucchiata, orgia, digiuno? I radicali hanno il cuore a sinistra (libertarismo) e il portafogli a destra (liberismo). Ma con Pannella c’è una sola sicurezza: non ci si annoia mai. In politica, è già tantissimo. L’unico consiglio che ama seguire è quello datogli da Pier Paolo Pasolini (l’ennesimo comunista diventato radicale) nel 1975, tre giorni prima di morire: «Siate irriconoscibili, continuate a scandalizzare». Fatto, anche questa volta.

Mauro Suttora