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Friday, September 11, 2026

Emma Bonino. Il punto più alto dell’emancipazione femminile in Italia

L’eroica battaglia per l’aborto legale, le lotte da commissario europeo elogiate in tutto il mondo, il sodalizio fruttuosissimo e molto controverso con Marco Pannella, tutto quello che siamo e non saremmo, tutto quello che le donne sono diventate. Storia di una grandezza

di Mauro Suttora

Huffingtonpost.it, 11 settembre 2026 

Sarebbe diventata presidente della Repubblica nel 1999, se non ci fosse stata la candidatura imbattibile di Carlo Azeglio Ciampi. Emma Bonino, nata a Bra (Cuneo) nel 1948, rappresenta il punto più alto nella storia dell’emancipazione femminile in Italia. Prima di Giorgia Meloni, arrivata alla presidenza del Consiglio nel 2022, era stata ministro degli Esteri nel 2013, con il breve governo di Enrico Letta.

Quei dieci mesi alla Farnesina furono interrotti dal ciclone Matteo Renzi, il quale incomprensibilmente sostituì Emma con la semisconosciuta Federica Mogherini. Ma lei, da vera signora, incassò il clamoroso schiaffo senza batter ciglio. E anzi, alle Europee 2024 accettò l’alleanza con Renzi per cercare di superare la ghigliottina del 4% col proprio partito, Più Europa. Niente rancori, ma missione fallita.

Tanti fallimenti ma anche tante vittorie, nella vita di Emma Bonino.

Che ormai, da dieci anni col suo turbante post-tumore polmonare, era diventata un monumento vivente del nostro Parlamento. Presente ininterrottamente da mezzo secolo alla Camera o al Senato (che ha vicepresieduto nel 2008-13), ha in realtà mietuto i maggiori successi a Bruxelles, dov’è stata eurodeputata dal 1979 al 2006, e soprattutto commissaria europea per la tutela consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari nel 1994-99.

Su quella poltrona fu issata da Silvio Berlusconi, nei pochi mesi di alleanza fra la neonata Forza Italia e la lista Pannella. Il capo radicale riuscì a convincere il premier Berlusconi a far rappresentare l'Italia in Europa da Bonino e Mario Monti, contro il parere di Giuliano Ferrara che le preferiva Giulio Napolitano per ammansire il Pds.

Emma ripagò la fiducia di Silvio con un clamoroso successo: alla fine del suo quinquennio fu unanimemente incoronata migliore commissaria Ue. Le Monde le dedicò un’intera pagina di elogi, idem l’Economist e il Financial Times; alle Canarie le dedicarono una strada per la sua difesa dei pescatori spagnoli. Il mondo intero scoprì le angherie dei talebani afghani quando lei finì in carcere a Kabul, e le persecuzioni del presidente serbo Slobodan Milosevic dopo la sua visita ai profughi kosovari. In quel periodo era candidata a tutto: Alto commissariato Onu per i rifugiati, quello per i diritti umani, addirittura segretario generale delle Nazioni unite.

Ma ormai in Italia la stella di Berlusconi si era (provvisoriamente) spenta, cosicché nel '99 Bonino non fu promossa presidente della Commissione Ue: quella poltrona andò a Romano Prodi, e lei perse pure la propria, perché secondo commissario italiano rimase Monti.

Anche in questo caso, però, nessuna ruggine con Prodi. Anzi, il professore nominò poi Bonino ministro del Commercio estero e degli Affari europei nel suo secondo governo, dal 2006 al 2008.

Ma la grande rivincita, e lo zenit del suo percorso politico, arrivarono per Emma nel 1999. Furbamente Pannella, relegato il partito radicale a campagne transnazionali o a lotte super partes come quella contro il sovraffollamento delle carceri, rinunciò a presentarsi alle elezioni europee con la solita lista a proprio nome, come aveva fatto con scarsi risultati negli anni '90. Visto il consenso internazionale di Bonino, ribattezzò col cognome di lei le liste radicali. E contemporaneamente l’ex deputato pannelliano Giovanni Negri scatenò i battage pubblicitari “Emma for president” (della Repubblica) e “Emma for Europe” con pagine su quotidiani, spot tv e massicci mailing acquistati grazie a cinque dei dieci miliardi di lire incassati vendendo alcune frequenze di Radio radicale al Sole 24 Ore (che inaugurò così Radio 24).

Il risultato fu enorme, per i radicali assuefatti al tre per cento:

8,5%, quarto partito dopo Forza Italia, Ds e An. In tutto il nord la lista Bonino superò An, a volte i Ds, e in varie città del Veneto e a Monza si ritrovò secondo partito dopo FI, con percentuali attorno al 13. A Bruxelles approdarono ben sette eurodeputati boniniani.

I radicali si definivano “lib-lib-lib”: liberali, liberisti e libertari. A destra in economia, a sinistra per i diritti civili.

Sempre contro l’intromissione dello stato nella vita privata dei cittadini, fossero tasse o divieti eccessivi. Unico faro: la libertà individuale. Risultato: la sinistra li detestava per il loro liberismo, la destra per il loro antiproibizionismo. Ma nel '99 la lista Bonino pencolava verso il centrodestra, per cui a sinistra fu velenosamente soprannominata “linea giovane di Forza Italia”.

Berlusconi, preoccupato dalla concorrenza interna, propose ai radicali di entrare nella sua coalizione, anche perché i voti successivi (Regionali 2000, Politiche 2001) si svolgevano con il metodo maggioritario, e non proporzionale come alle europee. Pannella gli rispose picche, e Silvio si vendicò definendo Bonino “protesi di Pannella”: un inarrivabile maschilismo. “È stato Marco a insegnarmi tutto in politica”, ammise lei, “ma non ho bisogno di ammazzare il padre per diventare grande”.

In effetti il rapporto fra i due leader radicali andrebbe studiato.

Entrambi pesi massimi della politica ma zavorrati da un partito microscopico, dagli anni '70 hanno cambiato la vita degli italiani contando elettoralmente nulla. L’elenco delle loro vittorie è lunghissimo: divorzio, obiezione di coscienza alla naja, voto ai diciottenni, aborto, smilitarizzazione della polizia, diritti degli omosessuali, chiusura delle centrali atomiche, elezione diretta dei sindaci, finanziamento pubblico ai partiti, corte penale internazionale, fecondazione assistita...

E poi le altre battaglie: contro la fame nel mondo, la pena di morte, l’ergastolo, la caccia; e per la droga legale, il voto maggioritario, la giustizia giusta (caso Tortora), gli Stati Uniti d’Europa, la rivoluzione liberale, l’eutanasia.

Per mezzo secolo hanno raccolto firme in piazza, organizzato marce, inscenato sit-in, digiunato, confezionato irritanti comunicati di protesta. Nonostante il fastidio, sono sempre stati giudicati puliti e preziosi nel mortifero panorama politico italiano. Fisicamente erano l'opposto: lui si portava appresso 120 chili dislocati su 190 centimetri, lei ne pesava 50 per uno e 60 di altezza. Li univa l’amore per la nicotina, che li ha uccisi, e la parlantina. Ma anche nella dialettica erano agli antipodi: barocco e fluviale lui, concreta e concisa lei.

Apostoli della democrazia diretta, dal 1974 ci hanno fatto votare per una sessantina di referendum. Entrarono assieme rumorosamente per la prima volta in Parlamento nel 1976: lui con un completo di lino bianco alla Grande Gatsby, lei in zoccoli e jeans. Entrambi sono finiti in carcere: Pannella nel 1968 nella Bulgaria comunista dove protestava contro l’invasione di Praga, e sette anni dopo a Regina Coeli per uno spinello; Bonino nel 1975 per gli aborti e nel 1990 a New York per avere distribuito siringhe contro l’Aids. Nel ‘78 s'imbavagliarono in tv per denunciare la censura: oggi quel gesto è studiato nelle università Usa.

Emma a vent’anni era abortista, a cinquanta orgogliosa di farsi fotografare con papa Wojtyla. Ha fatto cadere un presidente, Giovanni Leone, e ne ha fatto eleggere un altro, Oscar Luigi Scalfaro – poi si è scusata col primo e ha litigato col secondo. Mai sposata, niente figli, una grande passione assieme al compagno (anche di vita, per un po') deputato radicale Roberto Cicciomessere: la barca a vela. Che prestarono a Toni Negri per farlo fuggire in Corsica.

Una quindicina di anni fa Bonino perse l’esclusiva sul proprio nome. Dicendo “Emma”, infatti, non ci si riferiva più a lei, perché nel frattempo erano nate altre stelle omonime: la presidente di Confindustria Marcegaglia, la cantante Emma Marrone.

Nel 2016 la perdita più grande, dopo quella dei genitori: Pannella. Negli ultimi tempi non andavano granché d’accordo. Forse lei in vista dei 70 anni si era politicamente emancipata, e mal sopportava le mattane del mattatore. I pannelliani di stretta osservanza la accusarono nientedimeno che di essere una volgare "radicaldemocratica", come Massimo Teodori o Angelo Panebianco in precedenza scomunicati. Invece loro erano orgogliosamente “radicalnonviolenti”, e seguivano fedelmente il vecchio guru in ogni suo sciopero della fame e della sete, compresi quelli leniti bevendo una gollata della propria pipì.

Poco attratta dall’urinoterapia, la povera Emma subì l’estremo affronto: le fu impedito dagli adepti di dare l’ultimo saluto a Marco sul suo letto di morte. Da allora, la principale battaglia di Emma Bonino è stata quella per l’unificazione dell'Europa. Contro gli opposti populismi e sovranismi di destra e sinistra, con Ucraina e Israele. E avendo al fianco Benedetto Della Vedova dentro al parlamento e Marco Cappato fuori, i suoi più validi eredi.

Ma nei libri di storia Emma finirà soprattutto perché, assieme all’altra radicale Adele Faccio, è stata il simbolo del femminismo che ha scosso l’Italietta degli anni ‘70. I bigotti ancor oggi pensano di sfregiarla pubblicando la foto in cui praticava aborti clandestini con una pompa di bicicletta. Fingono di ignorare che era proprio quella l’interruzione di gravidanza meno invasiva per le donne: il metodo Karman per aspirazione.

Le femministe degli ambulatori self-help autogestiti fondarono il Cisa (Centro informazione sterilizzazione e aborto), che costrinse la Democrazia cristiana a depenalizzare l’aborto con la legge 194 del 1978. Finì così la piaga delle decine di migliaia di aborti clandestini che mieteva vittime fra le donne con la complicità dei “cucchiai d’oro”, ginecologi spesso cattolici che si facevano strapagare i loro interventi. Un medioevo terminato grazie a Emma Bonino. 

Monday, November 29, 2021

Mario Monti, la libertà di parola e le tentazioni cinesi
















Dice che "il Governo deve dosare le informazioni sulla pandemia. Con meno democrazia, rinunciando a un po’ di libertà". Ma sono pallottole per il nemico

di Mauro Suttora

HuffPost, 29 novembre 2021
 

“Stiamo combattendo una guerra contro il Covid? Allora, come in tutte le guerre, il Governo deve dosare le informazioni sulla pandemia. Con meno democrazia, rinunciando a un po’ di libertà”. Il professor Mario Monti è senatore a vita, non deve inseguire il consenso per essere rieletto. Può quindi permettersi di dire frasi simili. Senza accorgersi che proprio questa sua evocazione della censura offre pallottole al nemico: “Ecco, avevamo ragione noi, con la scusa del virus le élites instaurano la dittatura”, commentano felici i no vax.

Ero sobbalzato anch’io sul divano, la sera prima, quando Beppe Severgnini aveva espresso in tv lo stesso concetto di Monti in modo più morbido. Il professor Crisanti avanzava dubbi sulla vaccinazione dei bambini, invitando ad aspettare qualche settimana prima di iniziarla in Europa. “Gli esperti come lei dovrebbero discutere le loro differenti opinioni nei congressi e arrivare a conclusioni certe, prima di venire a seminare incertezza davanti a milioni di telespettatori. Basta con queste comunicazioni ondivaghe”, lo ha troncato Severgnini. 

Ci siamo. I nodi vengono al pettine. Di fronte al perdurare sega-nervi della pandemia, a qualcuno viene la comprensibile tentazione di imboccare la strada cinese: tutti uniti e compatti, come solo nei regimi forti si può.

Crisanti ha subito precisato: non sono contrario ai vaccini, dico solo di attendere i risultati dei test sui primi duemila bambini immunizzati in Israele. Perché gli israeliani hanno già cominciato a vaccinare i 5-12enni, così come gli statunitensi da quasi un mese. Ormai sono più di tre milioni i bambini immunizzati e non giungono notizie di problemi. Anche l’agenzia Ema europea ha detto sì.

Quindi forse all’ottimo Crisanti è scappata una sciocchezza, ma ancora più sciocco sarebbe impedirgli di esprimerla. Resiste per ora la libertà di vaccino (ed è di cattivo gusto che sia l’Austria la prima a infrangerla), perché non dovrebbe resistere la ben più importante libertà di parola? 

Fosse per le paranoie no vax, noi trent’anni fa avremmo rinunciato ai telefonini. Ricordate le proteste contro i ripetitori? Il principio di precauzione, invocato dai no-tutto di allora, oggi imporrebbe di aspettare i test sui vaccini per anni. Non le poche settimane di Crisanti. I cui dubbi, naturalmente, ora vengono sapientemente isolati dal contesto e sparati in rete (virale) dai complottisti. Pallottole per il nemico, certo. Ma qualche scritta mussoliniana “Taci, il nemico ti ascolta” resiste ancora, sbiadita, sui muri d’Italia. Vogliamo rischiare quel tipo di replay?

Mauro Suttora

Sunday, March 28, 2021

Caos M5s: Grillo-Casaleggio-Conte, quadratura impossibile

intervista a Mauro Suttora

Il Sussidiario.net, 28 marzo 2021

Conte vorrebbe i pieni poteri in M5s, ma Grillo non ci pensa neppure. Intanto Letta spera di cuocere i grillini a fuoco lento, per capovolgere a suo favore l’alleanza

“Sono completamente spaesati, come i comunisti quando Stalin si alleò con Hitler nel 1939-41”. I “comunisti” sono i 5 Stelle, che Grillo ha cercato di rianimare nell’ennesimo show in diretta zoom, senza peraltro risparmiare la bordata dello stop al terzo mandato. 

Il paragone è di Mauro Suttora, giornalista, che parlando con il Sussidiario fotografa in modo impietoso lo stato di salute dei 5 Stelle. 

“Penso che Letta speri di cuocere i grillini a fuoco lento, aspettando un loro ennesimo flop alle amministrative”, ma “Pd e M5s sono condannati ad allearsi, se vogliono contare”. Nessuno dei due, per ora, darà problemi a Draghi.

Qual è, in questo momento, per i 5 Stelle, il primo dei problemi?

L’identità. Non sanno più chi sono. Erano nati per pulire la politica, che però ora li ha sporcati: sono diventati i peggiori trasformisti. Non sanno più cosa vogliono. Né con chi vogliono farlo. Un proverbio romanesco dice: “Se po’ campa’ senza sapé pecché, ma nun se po’ campa’ senza sapé pe cchi”. Sono completamente spaesati, come i comunisti quando Stalin si alleò con Hitler nel 1939-41. 

Non si capisce perché Conte, che aveva ricevuto un’investitura per fare il leader, ancora tentenni. Che cosa sta succedendo?

Conte sta cercando di capire se gli conviene resuscitare il moncherino del Movimento 5 Stelle, il M5s dimezzato dai sondaggi, o creare qualcosa di nuovo. Senza piombare, e venire piombato, in un conflitto con la Casaleggio Associati.

Dunque torniamo sempre alla casella di partenza: in un modo o nell’altro, tutto o quasi ruota intorno a Casaleggio. Davide vuole farsi un partito?

No. Però non vuole neanche perderlo. Anche se l’attuale M5s ormai ha poco a che fare con quello inventato da suo padre, morto cinque anni fa.

Ma perché Davide Casaleggio ha preso un’altra strada?

Sono i grillini ad aver abiurato i princìpi fondamentali del loro Movimento: democrazia diretta, trasparenza, abbattimento dei costi e del professionismo politico.

Nel partito c’è fermento perché nessuno sa cosa si siano detti Letta e Conte. Secondo te hanno parlato solo di amministrative? O di altro?

Intanto si può immaginare come si sentano i vecchi militanti grillini, gente che ha dato quindici anni di vita al Movimento, a essere guidati da un signore, Conte, che non è mai stato neanche iscritto e che tre anni fa era stato pescato per caso come possibile tecnico per un ministero secondario. Conte non ha mai fatto alcuna lotta grillina, è un corpo estraneo. E ora dovrebbe decidere a loro insaputa il loro destino, e per di più con Letta, l’odiato premier Pd del 2013 che i grillini insultavano ogni giorno? Almeno Zingaretti non era mai stato un loro bersaglio. Certo, i due avranno parlato del voto amministrativo di ottobre. Il Pd offre una sola candidatura sicura ai grillini: Fico sindaco di Napoli.

Conte e M5s appoggeranno Letta sul maggioritario?

Al M5s conviene di più il proporzionale, ma dall’alto del loro 17% non sono in grado di dettare condizioni al Pd.

Si dice che Conte non sciolga le riserve perché teme un’emorragia elettorale; tanto varrebbe allora dar vita al partito contiano. Secondo alcuni è definitivamente morto la sera dei 156 voti in senato; tu cosa dici?

Manca ancora mezzo anno al voto nei Comuni, quindi Conte non ha fretta. E un suo partito personale rischierebbe di finire nel nulla come quelli di Monti e Renzi.

Quali condizioni starà ponendo a Grillo, sul versante M5s?

Quella di essere incoronato capo unico dei grillini. Cosa impossibile, perché ci sono anche Grillo e Di Maio. I grillini per ora accettano Conte solo perché ha oltre il 50% di popolarità.

La “safety car” istituzionale del governo Draghi ha riallineato Pd e M5s? Oppure Letta teme una subordinazione del Pd come durante il Conte 2?

Pd e M5s sono condannati ad allearsi, perché da soli non hanno i numeri per fronteggiare il 45% del centrodestra. Penso che anche Letta speri di cuocere i grillini a fuoco lento, aspettando un loro ennesimo flop alle amministrative.

Il pensiero verde è l’ultima opzione scelta da Grillo per attestare i 5 Stelle sulla linea del Piave. C’è concorrenza da quelle parti: anche Sala ha mollato il Pd per diventare verde.

Agli italiani importa nulla del green. Vogliono solo ricominciare a vivere e lavorare dopo il virus. Che ora costringe tutti a evitare bus e metro, usando le auto e avvelenando le nostre città. Che Sala a Milano si auto-definisca verde è divertente. Ma neanche Conte sa cos’è l’ecologia.

Ma chi avrebbe più probabilità di aggregare un fronte verde? il Pd di Letta? Conte da solo al centro? M5s?

Tutto sommato, in mancanza di un forte partito verde, Grillo ha le credenziali più forti. Anche se con idee strampalate come il no Tav, i treni ad alta velocità che inquinano meno di auto, tir e aerei.

A Roma chi vince le comunali?

Penso il centrodestra, se trova un candidato decente. La Raggi verrà battuta al primo turno anche dal candidato Pd.

Chi darà più problemi a Draghi? Letta o la galassia M5s?

Nessuno dei due. Staranno tranquilli fino alle presidenziali di gennaio. L’unico a fare un po’ di sceneggiata continuerà a essere Salvini. Ma solo a parole, per non dare troppo spazio alla destra della Meloni.

Federico Ferraù  

Friday, June 12, 2020

Conte cade al massimo a settembre

SCENARIO/ Ecco perché a Mattarella conviene una crisi non più tardi a settembre

intervista a Mauro Suttora

Il Sussidiario, 10 giugno 2020

Il piano Colao è fatto solo di buoni propositi. Conte? Se gli va bene resta in sella fino alle regionali di settembre. Anche a Pd e M5s fa comodo che cada

Il piano Colao per la rinascita dell’Italia rischia di oscurare gli Stati generali dell’economia su cui Conte intende investire con forza per rafforzare la propria figura e il proprio peso politico, anche in chiave elettorale. Il tempismo e il clamore con cui i 100 e passa punti messi nero su bianco dalla task force guidata da Colao sono stati rilanciati dai media italiani hanno fatto sorgere il sospetto che l’ex amministratore delegato di Vodafone – scelto, voluto e “imposto” da Mattarella nel pieno dell’emergenza coronavirus – potrebbe essere il candidato a sostituire l’attuale premier a palazzo Chigi.

“No, non penso – risponde il giornalista Mauro Suttora –, al massimo potrebbe fare il ministro, non credo che possa ambire a fare il presidente del Consiglio”. 
Più che da Colao, secondo Suttora, Conte deve guardarsi da Pd e M5s. E soprattutto deve guardare con preoccupazione a settembre, quando la bomba sociale potrebbe lasciare il paese nel vortice delle proteste e con le casse vuote: “Se gli va bene, Conte sopravviverà fino al 20 settembre, quando si voterà per le Regionali e il M5s affonderà ancora di più, mentre il Pd non riuscirà ad andare oltre il 20%”.

Partiamo dai contenuti della bozza Colao: è la vera road map per uscire dall’emergenza?
No, sono tanti buoni propositi, molto pragmatici, tipici di un manager di una multinazionale privata. Non hanno però nulla a che vedere con le dinamiche della politica. Inutile illudersi che i bocconiani, ottime persone, possano fare politica: abbiamo già avuto il disastro Monti. Vedo che sono 102 punti e che lo stesso Colao si è detto contento se ne dovessero accogliere 40. Già questa frase dimostra che non conosce la politica italiana. Secondo me, al massimo ne verranno realizzati quattro o cinque.

Il piano di Colao rende inutili o condiziona pesantemente gli Stati generali dell’economia?
Mi sembra inconcepibile che si possa organizzare in pochi giorni un appuntamento con cui si vuole addirittura ridisegnare il futuro o “trovare un nuovo modello di sviluppo” come ha scritto Veltroni sul Corriere della Sera. Siamo ai proclami ridondanti: si ciancia di nuovo modello di sviluppo, un tema che ricorre dalla crisi del Kippur del 1973, 47 anni fa. Già allora si parlava di nuovo modello di sviluppo e di stop al petrolio.

Ma poi, servono davvero gli Stati generali? Non è già abbastanza chiaro che cosa serve al paese?
Ma certo. È una barzelletta, che oltretutto sta mettendo nei guai Conte, perché giustamente il Pd si è risentito, visto che il premier ha fatto tutto da solo, a loro insaputa. E poi alla fine, che cosa sono gli Stati generali dell’economia: un convegno? Una passerella? Per preparare una cosa seria ci vogliono settimane.

Intanto Conte si ritrova in mano questo piano di Colao, che tra l’altro è frutto dello stesso metodo: ascolto e confronto con i soggetti economici. Sarà costretto a usarlo?
Lo agiterà come propaganda, ma finché non lo declinerà in leggi, e poi in decreti di attuazione – come si è già visto con i suoi precedenti decreti o Dpcm – campa cavallo. Se gli va bene, gli potrà servire per scavallare l’estate ancora in sella.

Se Conte dovesse farlo proprio e adottarlo come programma di governo, assumendosene la responsabilità politica, potrebbe tornargli utile ai suoi fini elettorali – i sondaggi lo accreditano di un elevato gradimento personale e di un 14% di consensi come capo di un eventuale partito – o rischia, una volta che si dovesse tornare alle urne, di fare la stessa fine di Monti?
Il 14% se gli va bene, ma penso che non supererebbe il 10%. Comunque una sua lista sarebbe doppiamente utile: in primo luogo, per arginare il disastro dei Cinquestelle, coagulando attorno a sé i grillini moderati, mentre gli altri andranno con i più movimentisti capeggiati da Di Battista. In secondo luogo, sarà un satellite del Pd e servirà come gamba per un ulteriore governo a guida dem.

Colao può aspirare a essere il successore di Conte proprio perché è l’unico che ha un piano disponibile, visto che il governo non ne ha uno, e quindi potrà tornare utile quando l’emergenza sanitaria sarà finita e ci sarà da affrontare solo e soprattutto l’emergenza economica?
No, penso che al massimo potrà aspirare a fare il ministro; il premier no, assolutamente.

Anche se Colao è stato chiamato nel pieno dell’emergenza da Mattarella? Anzi, c’è chi dice che il suo piano sia uscito sui media con questo timing e con questo clamore proprio come mossa di Mattarella contro Conte. Che ne pensa?
Leggo tutto e il contrario di tutto e non ho fonti dirette superiori a quelle dei retroscenisti.

Il Pd ha criticato Conte per gli Stati generali dell’economia, ma è vero che in questi tre mesi non ha saputo partorire un’idea di rilancio del paese. Anche il Pd sta deludendo Mattarella?
Dal punto di vista programmatico il Pd è nullo. E il M5s pure. Finora c’è stato da rattoppare una situazione che scoppierà a settembre, quando letteralmente non ci saranno più soldi per pagare gli stipendi degli statali e le pensioni.

Ma questo governo, caratterizzato finora da incertezze e tentennamenti, riuscirà a reggere un autunno caldo? Ha ancora lunga vita la maggioranza giallo-rossa?
Se gli va bene, Conte sopravviverà fino al 20 settembre, quando si voterà per le Regionali, il M5s affonderà ancora di più e il Pd non riuscirà ad andare oltre il 20%. A Zingaretti non è riuscita la stessa operazione condotta da Salvini: dissanguare i Cinquestelle. Salvini li ha dimezzati e Zingaretti sperava di indebolirli ancora di più, ma non è andata così: il M5s continua a galleggiare sul 15-16%.

E in questo avvicinarsi al redde rationem di settembre Renzi come si muoverà?
In maniera inversamente proporzionale ai sondaggi: più Italia Viva ha percentuali basse, più Renzi si dà da fare per cercare spazio e visibilità; se la dote dei consensi accreditati sarà più congrua, non avrà bisogno di agitarsi così tanto. Se fosse già accreditato anche solo del 10%, il governo Conte non ci sarebbe più.

Conte è sempre più debole e isolato, ma ha dichiarato di sentirsi sicuro che non cadrà. Non deve temere nessuno sgambetto?
Un politico che dice “non cadrò” è già un fantasma che cammina. Anche perché immagino che il Pd abbia accettato di tenerlo come premier lo scorso agosto dopo il ribaltone con l’implicito intendimento che sarebbe durato al massimo un anno. E che Conte cada fa comodo anche a Di Maio, che potrebbe diventare il vice di un premier targato Pd.

Pd e M5s stanno già lavorando al dopo Conte?
Certamente. Ma sono tutti giochi che non hanno contatto con la realtà.

Perché?
La realtà è quella di un paese che non produce, non guadagna e quindi non potrà pagare le tasse. Una delle grandi pensate di Colao è quella di spostare le scadenze fiscali da giugno a settembre. E poi a settembre?

Giusto. A settembre che succederà?
Penso che convenga anche a Mattarella una crisi di governo a settembre, prima che cominci la discussione sulla nuova Legge di bilancio. Meglio che a novembre. E prevedo che più che un autunno caldo sarà un autunno vuoto, nel senso che le casse dello Stato saranno vuote.

Ma non arriveranno i soldi del Mes e del Recovery Fund?
Arriveranno quelli del Mes, mentre non è detto che arrivi, soprattutto nei tempi necessari, il sostegno del Recovery Fund.

Se arriverà il Mes, su cui Conte e il M5s hanno più volte ribadito di essere fortemente contrari, potrebbe saltare la maggioranza giallo-rossa, visto che invece Pd e Italia Viva sono favorevoli?
No. I grillini hanno digerito perfino la Tav, e anche questa è solo una commedia. Il più lucido tra i grillini è proprio Grillo, che continua a invitare Di Maio e i suoi a stare attaccati come cozze al Pd, perché alle prossime elezioni il M5s rischia di dividersi o di sparire.

E in questo scenario che cosa farà il centrodestra, che appare meno coeso di qualche settimana fa?
Sono condannati a stare insieme, hanno il vento in poppa. E poi Salvini, Meloni e Berlusconi sono abbastanza intelligenti per non sciupare un’occasione storica come questa.
Marco Biscella 

Wednesday, January 28, 2015

Cognato di Fini vende casa Monaco

TULLIANI CHIEDE UN MILIONE E MEZZO DI EURO PER L'APPARTAMENTO DI MONTECARLO CHE HA DISTRUTTO LA CARRIERA DI GIANFRANCO FINI

Montecarlo (Monaco), gennaio
Chi si rivede. Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini, sta cercando di vendere la famosa casa di Montecarlo. Sì, proprio quella che contribuì a distruggere la carriera politica dell’ex presidente della Camera. L’appartamento di boulevard Princesse Charlotte è sul mercato al prezzo di un milione e 590mila euro. Un bell’aumento, rispetto ai 300mila euro incassati da An (Alleanza nazionale) nel 2008, quando la comprò una misteriosa società dell’isola di St. Lucia (Caraibi).

Tutto era iniziato quando la ricca contessa Anna Maria Colleoni lasciò l’appartamento di 70 metri quadri in eredità al partito per cui simpatizzava. Allora Fini era segretario di An, e il patrimonio immobiliare dell’ex-Msi era notevole. Poiché a Montecarlo non c’era necessità di aprire una sezione del partito, sembrava plausibile «realizzare» il lascito, vendendolo.

Peccato che dietro la società caraibica Printemps e al suo titolare James Walfenzao si celasse Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini e madre delle sue due figlie. Nell’estate 2010 scoppiò lo scandalo. Fini aveva rotto con Silvio Berlusconi di cui era il delfino, e i giornali berlusconiani lo attaccarono rivelando che nella casa di Montecarlo regalata al partito faceva la bella vita suo cognato.

Fini è rimasto presidente della Camera fino al 2013, fondò il partito Futuro e libertà, sembrava destinato a grandi cose. Pare che a sinistra gli avessero promesso perfino la presidente del Consiglio in cambio della rottura con Berlusconi. Insomma, una specie di Angelino Alfano ante litteram.

Ma le immagini del cognato che scorrazzava con la Ferrari nel principato di Monaco lo indebolirono. Nonostante i cinquanta parlamentari usciti dal Pdl (Popolo delle libertà), il partito di Fini, alleato di Mario Monti, alle politiche del 2013 prese soltanto lo 0,4 per cento. Lo stesso Fini non è stato eletto, dopo trent’anni da deputato. Insomma, un disastro. Fine della  sua carriera politica.

Dolce vita sulla costa con la sosia di Belen

Ora che si sono calmate le acque, a cercare di «realizzare» riecco il cognato. Il quale, peraltro, non ha mai abbandonato la dolce vita di Montecarlo, anche se per quattro anni si è nascosto ai flash dei paparazzi. La scorsa estate l’ha passata in compagnia della bellissima Federica Papadia, sosia di Belen, una macchinista della metropolitana di Roma assurta a una certa notorietà per avere tentato la carriera politica prima con Pier Ferdinando Casini e poi con Alfio Marchini, candidato sindaco di Roma.

Entrano ed escono da hotel di lusso come il Fairmont e il Metropole, sulla piazza del Casinò, con posti in prima fila alla gara di Formula Uno: «Sono reduce da un fantastico week end nel Principato più chic del mondo», scriveva entusiasta la Papadia sul suo blog, «con l’occasione del Grand Prix di Monaco ho potuto osservare da vicino il lusso, il jet set e l’atmosfera da vip». Al suo fianco, Tulliani.

Il quale ora ha affidato la vendita della casa, rimasta vuota in questi anni, all’agenzia immobiliare Mirage. Sul sito internet si possono ammirare gli interni, ed è pubblicata anche la piantina. Telefoniamo, ci dicono che l’appartamento è stato appena venduto. In realtà, sussurrano nell’ambiente degli agenti immobiliari, Tulliani non vuole acquirenti né dall’Italia, né dalla Svizzera italiana: troppo clamore. Spera in russi o arabi, ma dopo qualche mese di tentativi infruttuosi ha dovuto abbassare la quotazione dai due milioni iniziali a 1,6 milioni. «A 1,4 la vende», dicono.

Intanto, a Roma il 29 gennaio ci sarà l’udienza della causa civile intentata contro Fini da Francesco Storace e da un avvocato ed esponente del suo partito (La Destra), Marco Di Andrea. Motivo del contendere: la «svendita» della casa a 300mila euro, rispetto al reale valore di mercato.

Ma in politica le cose si muovono in fretta. Pare che dopo il recente riavvicinamento con Fini, a Storace questa causa civile non stia più tanto a cuore. Anche perché quella penale è già finita nel nulla: nessun reato.
Mauro Suttora

Wednesday, December 11, 2013

Cgia di Mestre

In teoria dovrebbero limitarsi ad assistere gli artigiani di Venezia. In pratica, i loro comunicati fanno tremare ministri e imbestialire i burocrati romani. Ecco chi sono i «cervelloni» del Centro sudi più citato d'Italia

dall'inviato Mauro Suttora

Mestre (Venezia), 5 dicembre 2013

Gli americani hanno i Nobel del Mit di Boston, gli inglesi i professori di Cambridge, i tedeschi i think tank di Francoforte. Noi abbiamo gli artigiani di Mestre. Altro che Istat, o uffici studi Bankitalia e Bocconi. È la «Cgia di Mestre» quella che da vent’anni fa le pulci, inesorabilmente, a ogni provvedimento del governo italiano.

Letta promette sgravi fiscali? Nei tg la Cgia (sigla misera per un nome altisonante: Confederazione Generale Italiana Artigianato) lo ridicolizza subito, calcolando che sono solo 14 euro al mese. Tremonti annunciava meno tasse? La Cgia lo smentiva dopo poche ore. Monti vedeva «la luce in fondo al tunnel»? La Cgia sghignazzava, scodellando dati pessimi.

Ormai il dibattito politico/economico in Italia vede da una parte i ministeri romani, e dall’altra questa imperscrutabile Cgia. La quale gode di un successo incredibile presso tv e giornali: dal 1994 ha avuto 1.340 suoi comunicati ripresi dall’agenzia Ansa. Solo quest’anno siamo già arrivati a 300. Una cascata di notizie che arrivano sempre al momento giusto. Dopo l’alluvione in Sardegna, per esempio, la Cgia ha denunciato: soltanto l’uno per cento dei 43 miliardi di tasse «ambientali» che paghiamo va alla reale protezione del territorio.

Arruolato pure l’addetto alle paghe
Chi sono questi maghi di Mestre? E i loro dati sono attendibili? Andiamo a trovarli. Scopriamo che stanno in una avveniristica torre di vetro e acciaio alla periferia della città. Lavorano per l’ufficio studi 15 degli 85 dipendenti della Cgia provinciale veneziana. Ma perché mai gli artigiani qui sono così combattivi, e dedicano tante risorse alla polemica politica?

La risposta è tutta in un nome e cognome: Giuseppe Bortolussi. È il 65enne presidente della Cgia, per la quale lavora da un terzo di secolo. Ed è un vero «rompibae», come dicono da queste parti.
Documentatissimo e fluviale nell’eloquio, dirige la sua squadra ormai quasi a memoria. Ogni mattina si riuniscono e individuano i temi al centro dell’attenzione. Poi sfornano dati per giornalisti affamati di notizie, ma troppo pigri per trovarle da soli.
«E non ci vogliono professoroni per fare quattro calcoli», assicura Bortolussi, «basta il nostro funzionario addetto alle paghe o l’esperto sindacale per smascherare le bugie di Roma».

Parla un leghista apostolo degli evasori del Nordest? Macché. Bortolussi era candidato del Pd alle ultime regionali in Veneto nel 2010. Ha preso il 30%, contro il 60 di Lega Nord e Pdl. Ora è consigliere regionale. Prima, è stato a lungo assessore di Venezia nella giunta di sinistra di Massimo Cacciari.
I suoi 2.500 iscritti (a 200 euro l’anno) non protestano per questa sua caratterizzazione politica? «Nessuno. Perché difendiamo bene i loro interessi».

L’ufficio di Bortolussi, al quinto piano, è in cucina. Una cameretta con frigo, lavabo e gas progettata come foresteria. Ma a lui piaceva: ha aggiunto un tavolo, una sedia, e da lì fa tremare i ministri dell’Economia. Su uno scaffale i libri dei suoi economisti preferiti: Peter Drucker e Philip Kotler.
La sua apoteosi è arrivata il 15 novembre, quando il ministro Fabrizio Saccomanni ha dovuto smentire il proproprio dipartimento Finanze sui lavoratori dipendenti che pagherebbero più tasse degli imprenditori. «Non era mai successo che facessero marcia indietro su carta intestata», gongola Bortolussi.

Per conquistare valanghe di citazioni sui media la Cgia usa alcuni accorgimenti. Il principale è quello di sfornare i propri comunicati di sabato e domenica, quando spesso i giornalisti non sanno come riempire pagine e tg. «Ma non è un trucco», avverte Bortolussi, «lo facciamo perché molti nostri associati non hanno tempo di leggere i giornali quando lavorano, durante la settimana, e quindi lo fanno soprattutto nei week-end».

Bortolussi non è laureato (gli mancava la tesi di Legge). Ma, se è per questo, non lo sono neppure Bill Gates (Microsoft), Steve Jobs (Apple), Mark Zuckerberg (Facebook).
In compenso l’ufficio studi abbonda di titoli accademici e ha trenta collaboratori esterni, con molti docenti universitari. Paolo Zabeo coordina l’ufficio stampa, Catia Ventura i ricercatori.

Poca dimestichezza con le cifre
In un Paese come l’Italia, con scarsa dimestichezza per i numeri, abbondano i cialtroni (specie fra certe «associazioni dei consumatori») che spesso spacciano cifre clamorose ma infondate. Per esempio, le tredicesime che sarebbero quasi completamente ingoiate dalle tasse.
«Noi controlliamo i dati cinque volte», assicura Bortolussi, «non spariamo alla cieca per poi essere smentiti».

Unica fortuna dei burocrati statali: il «rompibae» non abita a Milano o Roma. Quindi le sue apparizioni in tv sono limitate dalla lontananza fisica dagli studi. E i collegamenti in video con Mestre non sono così efficaci come la presenza fisica.
Mauro Suttora 

Wednesday, February 06, 2013

Berlusconi con Grillo?

SORPRESA: SU MOLTE COSE IL CAVALIERE E IL COMICO VANNO D'ACCORDO. DALL'IMU AL FINANZIAMENTO PUBBLICO, DALL'EUROPA A EQUITALIA, UNA CURIOSA SINTONIA. E PERFINO SU ASILI NIDO E SPAZZATURA...

di Mauro Suttora

Oggi, 6 febbraio 2012

Benvenuti al festival delle promesse. «Al primo consiglio dei ministri abolirò l’Imu prima casa e restituirò quella del 2012», giura Silvio Berlusconi. «Il primo atto del nuovo Parlamento dev’essere la riforma della legge elettorale», scrive il premier Mario Monti sulla propria Agenda. «Al primo punto il lavoro, sul quale il peso del fisco deve alleggerirsi», proclama Pier Luigi Bersani, candidato premier del Partito democratico.

Queste le priorità. Ma sulle questioni principali, quali sono le differenze fra i partiti che chiedono il nostro voto domenica 24 febbraio? E dove invece si assomigliano, a sorpresa?

Imu

È incredibile l’importanza dell’Imposta municipale unica, ex Ici, rispetto al suo magro gettito: quello sulla prima casa dà appena quattro miliardi annui, lo 0,5% del bilancio statale. Ma gli italiani sono molto sensibili a questa voce: nel 2006 Berlusconi capovolse i sondaggi e quasi vinse le elezioni promettendone l’abolizione. Due anni dopo, arrivato al governo, mantenne la promessa.

Un anno fa l’odiata tassa è stata reintrodotta (maggiorata) dal governo Monti, come primo provvedimento. E adesso Berlusconi sta cercando il bis del 2006 e 2008, imperniando la sua campagna proprio contro l’Imu.

Poco vale obiettargli che anche il suo Pdl votò a favore dell’Imu nel dicembre 2011 (gli unici contrari furono Lega Nord e Idv di Antonio Di Pietro). Ora il no la alla patrimoniale sulla prima casa è diventata la bandiera di tutto il centrodestra. Con due curiosi alleati: il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, e Rivoluzione civile di Antonio Ingroia (che ha dentro Rifondazione comunista, verdi e dipietristi).

Bersani risponde promettendo di alzare la franchigia dagli attuali 200 a 500 euro (due miliardi e mezzo di gettito in meno, recuperabili con un aumento sulle prime case di lusso). E perfino Monti è costretto a indietreggiare: «Superata l’emergenza finanziaria, ora l’Imu si può correggere», ha azzardato il premier.

Quindi, se non saprirà, l’Imu diventerà un’imposta fortemente «progressiva»: i ricchi pagheranno un’aliquota più alta.

Soldi pubblici alla politica

Altra voce importantissima simbolicamente anche se bassa in termini finanziari (meno di un miliardo annuo) è quella del finanziamento pubblico ai partiti. Introdotto nel 1974, oggetto di vari referendum (il primo dei radicali nel ’78, quello vinto nel ’93), oggi si chiama «rimborso elettorale». «Da abolire subito», dicono Pdl e Lega Nord, anche qui spalleggiati da Grillo. Monti è per una «drastica riduzione». Più cauto il Pd: «Riduzione». Ingroia non ne parla, quindi si presume sia l’unico a volerlo mantenere, anche se l’Idv che lo sostiene lo avversava; propone però il taglio della diaria per i parlamentari e un «tetto rigido ai compensi dei consiglieri regionali».

E qui si entra negli altri «costi della politica», che comprendono quelli per il funzionamento delle Camere (un miliardo e mezzo), i soldi pubblici ai giornali di partito (150 milioni), i «contributi» ai gruppi nazionali e regionali che hanno visto le più recenti ruberie. Il Pd dice che i politici non devono guadagnare «più della media europea», ma una commissione ha già fallito nel determinare quale sia questa media. Il Pdl vuole dimezzare eletti e stipendi. I grillini già si autoriducono del 75% i propri stipendi: 2.500 euro mensili netti. Monti non si pronuncia: propone solo il divieto di cumulo fra indennità parlamentare e le altre retribuzioni di eletti che non lasciano il proprio lavoro.

Europa

Pd e Monti la mettono al primo posto: «È la sola possibilità per salvare l’Italia, non c’è futuro fuori dall’Europa». Anche Pdl e Lega si dicono europeisti: «Accelerare l’unione politica, economica bancaria e fiscale». Però precisano: «Superare una politica europea di sola austerità». Insomma, non vogliono quel che vuole Monti, difensore del «fiscal compact» che impone di diminuire il debito pubblico di un ventesimo ogni anno, fino al 60% sul Pil permesso dal trattato di Maastricht. Rigorista europeista , oltre a Monti, è soltanto Oscar Giannino di Fare per fermare il declino.

Nel no all’austerità imposta da Bruxelles, però, il centrodestra trova sintonie nel Pd («L’equilibrio di bilancio non può diventare un obiettivo in sé»), e soprattutto in Grillo e Ingroia, contrari al «fiscal compact». Nessuno, comunque, osa dire no all’euro: soltanto Grillo propone un referendum sulla moneta unica.

Tutti insieme su asili e spazzatura

Fra le piccole e grandi proposte, alcune raggiungono l’unanimità. Tutti vogliono aumentare gli asili nido, per esempio: misura ritenuta essenziale per permettere alle donne di lavorare. Dove, non si sa bene, visti gli attuali tassi di disoccupazione.

Curiosamente, anche la raccolta differenziata dei rifiuti è presente in tutti i programmi: l’emergenza spazzatura delle città del Sud va superata col riciclaggio. Poi però cominciano i distinguo: «Rifiuti zero, niente discariche e inceneritori», spara Grillo. Per gli altri questo è un terreno minato. L’unico a uscire dal vago è Monti: «Nei migliori esempi europei lo smaltimento in discarica è stato azzerato». Ma non osa dire che qualche inceneritore (pardon: termovalorizzatore) ci vorrà ancora, pr non continuare a spedire a caro prezzo i nostri rifiuti a bruciare in Olanda o Germania.

No alle nozze gay

Non le vuole nessuno. Pd e Ingroia si limitano al «riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali». Il Pdl invece «difende la famiglia, comunità naturale fondata sul matrimonio fra uomo e donna». Silenzio anche da Monti e Giannino. Neanche il movimento di Grillo ne accenna nel suo programma, anche se il comico si è detto a favore.  

75 per cento al Nord

Pensate che tenere nel Nord il 75 per cento delle tasse versate dal Nord sia una sparata della Lega Nord? Nossignori: è la proposta ufficiale anche del Pdl. Anche qui, però, bando alla retorica. Si scopre infatti che già oggi il 66% delle imposte resta al Nord. Non saranno quindi pochissime decine di miliardi in pù ad arricchirlo, o in meno a impoverire il Sud.

Ma voi che avete fatto?

Nessuno dei tre maggiori schieramenti risponde alla domanda: perché non avete fatto quel che proponete quando siete stati al governo? Perché il Pd dal 2006 al 2008, Pdl e Lega dal 2008 al 2011 e Monti nell’ultimo anno hanno avuto la possibilità di agire concretamente. E non sempre i fatti hanno corrisposto alle parole: infatti le tasse sono aumentate, l’evasione fiscale non è diminuita, le provincie non sono state abolite, e la Casta politica mangia e ruba allegramente, dalle ostriche alla Nutella.
Mauro Suttora       

Wednesday, January 30, 2013

Liste pulite

VIA GLI INQUISITI, CONDANNATI E RICICLATI DA TUTTI I PARTITI

di Mauro Suttora

Oggi, 23 gennaio 2013

Il primo a dover rinunciare alla candidatura è stato Alessio De Giorgi, messo in lista da Mario Monti in quanto gay: aveva dei siti internet imbarazzanti.
Poi Oscar Giannino ha ringraziato Il Fatto Quotidiano per avergli segnalato che il suo candidato Giosafat Di Trapani, della Confindustria siciliana, era stato condannato (poi prescritto) per favoreggiamento al sindaco mafioso Vito Ciancimino: fuori anche lui. Infine, pulizia nel Pd: via Mirello Crisafulli di Enna, un altro candidato siciliano e uno campano, sempre per guai con la giustizia.
L’unico a salvarsi è stato Antonio Endrizzi, ex assessore berlusconiano di Como riciclatosi in poche settimane nel Movimento 5 Stelle: i grillini lo hanno difeso dagli articoli di Gianni Barbacetto sul Fatto.
La resistenza più accanita è stata quella di Nicola Cosentino, ex sottosegretario Pdl di Casal di Principe (Caserta) accusato di rapporti con la camorra. Solo la Camera lo ha salvato dall’arresto chiesto dai magistrati che indagano sul clan dei casalesi. Se perde l’immunità parlamentare, finisce dritto in carcere. Per questo si è scontrato fino all’ultimo con Silvio Berlusconi in persona per tenere il posto in lista. Al quale invece ha rinunciato Marco Milanese, deputato Pdl già braccio destro del ministro Giulio Tremonti, indagato per tangenti. Anche Denis Verdini è indagato, ma lui invece svetta come capolista nella sua Toscana.     

Tuesday, January 22, 2013

Vezzali candidata di Monti

VERSO IL VOTO. LA SCELTA DI VALENTINA, CONTRARIAMENTE A QUELLA DI JOSEFA IDEM, SUSCITA POLEMICHE. ECCO PERCHÈ

Oggi, 16 gennaio 2013

di Mauro Suttora

Ma cosa gli fa, alle donne? Non Silvio Berlusconi, il seduttore. Mario Monti, il freddo professore: al quale è bastata una telefonata per convincere l’atleta più medagliata d’Italia, Valentina Vezzali, a candidarsi con lui. «Ho subito detto sì, con entusiasmo», dice la campionessa di scherma di Jesi (Ancona). «Poi ci siamo incontrati. È bastata una stretta di mano. Ho deciso di far parte della sua squadra perché Monti è una persona seria che crede nella famiglia, nei valori come l’etica e la morale. Credo che possa fare veramente qualcosa per risollevare le sorti dell’Italia».
Così adesso, dopo sei medaglie d’oro olimpiche, un argento, due bronzi e 11 coppe del mondo in 23 anni di carriera, Supervale è capolista per le sue Marche nella Lista civica di Monti.

La canoista ha superato le primarie

Non è l’unica sportiva di vaglia a scendere in campo. Josefa Idem, cinque medaglie di canoa in otto olimpiadi, si candida col suo Pd cui è iscritta da 12 anni, del quale è stata assessore nella propria città di Ravenna, e dopo essersi sottoposta al vaglio delle primarie. Forse per questa storia consolidata, la sua candidatura non suscita le polemiche che invece stanno colpendo la Vezzali.

«La vezzosa Vezzali si farà toccare da Monti?», la prende in giro Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera. Il riferimento è a quella serata a Porta a Porta nel 2008, quando Valentina disse la famosa frase a Berlusconi: «Da lei, presidente, mi farei toccare». Parole inquietanti, viste le predilezioni del premier. E che appiccicarono subito alla Vezzali l’etichetta di berlusconiana. «Ma era una semplice battuta», dice lei oggi, «travisata e strumentalizzata da chi non conosce la scherma. Lo invitai a incrociare le lame in studio. Lui disse che non mi avrebbe toccato neanche con un fiore. E io replicai: da lei mi farei toccare. Ma solo perché “toccare”, nel gergo schermistico, significa affondare una stoccata. Era una risposta sportiva e gentile. Quanto ci hanno ricamato...»
Insomma, lei non è di centrodestra?
«Guardi, a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, c’è una via intestata al mio bisnonno Oliviero Bernieri, che è stato un partigiano. Al funerale della mia bisnonna partecipò anche Sandro Pertini. Le origini della mia famiglia sono chiare. Come si può essere diffusa una voce del genere?»

Tra i fans, tuttavia, le accuse imperversano. Qualcuno la definisce «opportunista». Altri si spingono oltre. Lei risponde: «Ho letto attentamente i vostri commenti e sono dispiaciuta nel leggere che alcuni di voi non mi danno fiducia in ambito politico», scrive sul suo sito la fuoriclasse del fioretto mondiale.

«Mi dispiace», aggiunge, «che la mia scelta di “salire in politica” sia vista come l’approdo in un mondo fatto di poltrone e benefici economici. È questo profondo senso di sfiducia verso la politica che mi lascia l’amaro in bocca, più di ogni altro giudizio sulla mia persona. È anche per questo motivo che ho scelto di dire sì alla proposta avanzatami da Monti. Conoscete il mio carattere e la mia determinazione. Ecco, credetemi, saranno queste le due “armi” che utilizzerò per fare in modo che la politica torni a essere vista come servizio alla collettività».

La difende il compaesano Claudio Viola: «Sono enormemente amareggiato nel leggere insulti e minacce. Valentina, indipendentemente dallo schieramento politico, ha fatto benissimo a mettersi a disposizione. Noi italiani siamo solo un popolo di tifosi da stadio: “Con me o contro di me”. Non esiste comprensione».

Valentina è incinta al quinto mese, a maggio darà un fratellino a Pietro. Ma dopo, vuole tornare in pedana per partecipare alle sua sesta olimpiade a Rio de Janeiro nel 2016.

Di Francisca e Trillini alleate
Quando, dopo aver conquistato il bronzo a Londra lo scorso agosto, annunciò che avrebbe continuato a gareggiare, per molti fu una sorpresa. Anche per le sue compagne di squadra del fioretto, Elisa Di Francisca e Arianna Errigo, che avevano vinto oro e argento, permettendo all’Italia di conquistare una storica tripletta.

Adesso la Di Francisca ha annunciato che si farà allenare da Giovanna Trillini nel Palascherma di Jesi. Cioè dalla schermitrice jesina che fu spodestata dalla Vezzali come migliore d’Italia. Jesi, caso unico al mondo, vanta tre donne d’oro olimpiche di fioretto. Forse è anche per sfuggire alla morsa delle due rivali, la giovane e l’anziana, che Valentina prende la strada di Montecitorio.
Mauro Suttora 

Sunday, January 06, 2013

-50 giorni dal voto


Oggi, 2 gennaio 2013

di Mauro Suttora

La «salita in politica» di Mario Monti ha sorpreso molti. Il premier preferisce dire così, invece di «scendere in campo», per rispetto all’attività che ha abbracciato da un anno. Ma il risultato non cambia. La decisione di partecipare direttamente alle elezioni del 24 febbraio, invece di restare «sopra le parti», ha scatenato le reazioni più diverse.

Entusiasti, ovviamente, i centristi. Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e tutti coloro che coltivavano da tempo la speranza di agganciarsi a Monti ora possono usare nelle loro liste il nome del premier. In concreto, secondo i sondaggi, questo significa quadruplicare i voti: dal 5 fino al 20 per cento.

Il centrosinistra invece è perplesso. Pier Luigi Bersani non critica la scelta del premier, ma sperava che non si schierasse. In cambio della sua neutralità probabilmente gli avrebbe offerto la presidenza della Repubblica. Ora ha un avversario in più, che potrebbe impedirgli di avere la maggioranza al Senato (quella alla Camera sembra abbastanza sicura per il Pd).

Sivio Berlusconi invece è scatenato: «Monti ha tradito la sua posizione di tecnico», lo accusa. E promette addirittura una commissione d’inchiesta sul «golpe» che lo avrebbe disarcionato nel 2011, ispirato da poteri forti europei e dalla detestata Angela Merkel, cancelliera tedesca.

Alle ali, Beppe Grillo come sempre non fa distinzioni fra Monti, Pd e Pdl: tutti da cacciare. Idem la Lega, che ha una sola parola d’ordine: «Il 75 per cento delle nostre tasse resti al Nord». E all’estrema sinistra si candida Antonio Ingroia, magistrato antimafia: con lui Antonio Di Pietro e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Ma forse i più delusi dall’inedito Monti che smette i panni di Cincinnato per gettarsi nella mischia sono i due suoi ex sostenitori più importanti: il presidente Giorgio Napolitano ed Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica. Il primo ha cercato di dissuaderlo, senza esito. Il secondo adesso lo implora: «Non creare una nuova Dc».

Il Vaticano, in effetti, ha già «benedetto» il nuovo Centro montiano. Sperando che non finisca stritolato dal bipolarismo, come accadde a Partito popolare e patto Segni nel 1993. C’è anche un altro curioso indizio che porta alla Dc. La prima riunione dei montiani è stata ospitata nel convento delle suore di Sion a Trastevere (Roma): a poche decine di metri c’è un altro convento, Santa Dorotea, dove nel ’59 nacque la maggiore corrente democristiana.

Padrone di casa è stato il ministro Andrea Riccardi, della vicina comunità di Sant’Egidio. E lì, in sole tre ore, si è consumata la prima clamorosa rottura fra i centristi. Corrado Passera, considerato finora il ministro tecnico più disponibile a trasformarsi in politico, ha subito rinunciato dopo il rifiuto di Casini a formare una lista unica.

Così, alla Camera si presenteranno varie formazioni unite soltanto dal comune richiamo all’Agenda Monti: Udc, Fli di Fini, Italia Futura di Luca Montezemolo. Ma anche il presidente della Ferrari, come Passera, non si candida. Al massimo i due verranno ripescati come ministri.

Tutto, naturalmente, dipenderà dal voto. Se il Pd avrà la maggioranza assoluta anche al Senato, potrà governare da solo. Unico alleato: Nichi Vendola di Sel (Sinistra e libertà). Ma se si ripetesse la situazione del 2006, quando Romano Prodi dipendeva dal voto dei senatori a vita per la sua risicata maggioranza, Bersani dovrà chiedere aiuto a Monti e Casini. In cambio, potrebbe concedere loro il Quirinale e vari ministeri.

Fra i ministri del centrosinistra, pare che rientreranno dalla finestra i big usciti dalla porta: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Non più parlamentari, per loro si parla di dicasteri importanti come Esteri e Interni.

Nel centrodestra non ci si aspetta granché da queste elezioni. I sondaggi sono quello che sono. Sarà già tanto conquistare il secondo posto dietro al Pd, senza essere superati dal Movimento 5 stelle di Grillo e dal Centro di Monti. Berlusconi è alla sua sesta candidatura, dopo tre vittorie (1994, 2001, 2008) e due sconfitte (1996, 2006). Forse Monti spera di attirare nella propria orbita altri big berlusconiani, oltre agli ex ministri Giuseppe Pisanu e Franco Frattini. Ma per ora il carniere è semivuoto. Anzi, l’attacco più duro contro il premier viene proprio da destra: «Monti è come le banche, che ti massacrano tutto l’anno e a Natale ti regalano un’inutile agenda», è la perfida battuta di Daniela Santanché.
Mauro Suttora

Monday, December 10, 2012

Monti si è dimesso. E ora?


di Mauro Suttora

Oggi, 10 dicembre 2012

Che cosa succede adesso.
Il presidente del Consiglio Mario Monti ha annunciato le proprie dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità (bilancio 2013) da parte del Parlamento. Questo dovrebbe avvenire attorno a Natale, con nuove elezioni quindi possibili già in febbraio (70 giorni dopo lo scioglimento delle Camere). La legislatura sarebbe comunque finita ad aprile, quindi si tratta di un anticipo di due mesi.

Perché Monti si è dimesso.
Perché il segretario Pdl Angelino Alfano ha dichiarato di aver tolto la fiducia il governo. E Silvio Berlusconi, annunciando la propria sesta candidatura a premier, lo ha criticato pesantemente. Monti avrebbe potuto sopravvivere per due mesi con l’astensione Pdl sulle leggi in discussione (diminuzione province, legge elettorale, ecc), ma ha preferito dare un taglio netto.

Cosa farà Monti.
Non si sa. Forse lo annuncerà alla conferenza stampa di fine anno il 21 dicembre. Le ipotesi sono quattro: 1) succederà a Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica in aprile. 2) formerà un governo Monti bis dopo avere guidato alle elezioni una lista di centro con Casini, Fini, Montezemolo e ministri del proprio governo. 3) Monti bis nel caso che nessun partito raggiunga la maggioranza, e non si trovi un accordo per un premier eletto dal popolo. 4) A disposizione per alte cariche nell’Unione europea.

Sondaggi.
Si prevede che il centrosinistra vinca le elezioni e che quindi Pier Luigi Bersani diventi premier. Difficilmente Monti accetterebbe il posto di ministro dell’Economia nel suo governo, come fece l’ex premier Carlo Azeglio Ciampi nel 1996 nel governo Prodi. Se Bersani non riuscirà a ottenere una chiara maggioranza sia alla Camera sia al Senato, dovrà trovare un alleato. Questo potrebbe essere il Centro di Casini-Fini, che però oggi è accreditato solo al quarto posto, dopo il Pdl e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Emergenza economica.
Molto dipende dallo spread, indicatore della fiducia dei mercati. Se dovesse alzarsi troppo, ci sarebbe più spazio per un Monti-bis. Ma sia Bersani sia Berlusconi considerano chiusa la fase dei governi tecnici. Gli unici a considerare Monti come proprio leader sono Casini, Fini e Montezemolo. Però a Monti non conviene identificarsi troppo con una parte politica, soprattutto se il Centro nei sondaggi continuasse a stagnare attorno al 10 per cento.        

Wednesday, July 11, 2012

parla Oscar Giannino

LA RICETTA LIBERISTA DEL CERVELLO DELL'ISTITUTO BRUNO LEONI

di Mauro Suttora

Oggi, 20 giugno 2012

«Lo stato non è padre e neanche padrone: è padrino!» «Vendere subito il patrimonio immobiliare statale per alleggerire debito e tasse!»

Se si googla «Oscar», subito dopo il premio del cinema e Wilde esce lui, con mezzo milione di citazioni: Oscar Fulvio Giannino da Torino. Ogni giorno alle nove del mattino e della sera (in replica) conduce un programma di successo su Radio 24, scagliandosi contro politici, stato e imposte. Lo fa stando in piedi, vestito da dandy come il suo omonimo Wilde.

Ora ha ottenuto un successo: il premier Mario Monti promette massicce dismissioni del patrimonio pubblico. Che lui invocava da mesi: «Avrebbe dovuto farlo il primo giorno di governo, invece di aspettare mezzo anno caricandoci di altre tasse».

Questa sua piccola vittoria personale ha spinto Giuseppe Cruciani, altro conduttore di Radio 24 (La zanzara), a lanciare lo slogan «Oscar for president». Scherzoso ma non troppo. Giannino infatti, che è anche editorialista di Panorama e dei quotidiani di Caltagirone (Messaggero, Mattino, Gazzettino), da vent'anni fa il giornalista: capo dell'economia al Foglio di Giuliano Ferrara e a Libero di Vittorio Feltri. Ma prima era in politica: «Mi sono iscritto al Pri a tredici anni, affascinato da Ugo La Malfa. Poi, con Spadolini, ero segretario dei giovani repubblicani. Quando i giovani facevano politica sul serio: eravamo 15 mila. Infine, portavoce del partito».

Gli altri portavoce si chiamavano Mastella, Martelli, Veltroni, e Giannino li rintuzzava ogni giorno. Con l'eloquio torrenziale ma preciso che oggi esibisce nella radio degli industriali. Dove qualcuno storce il naso: troppo aggressivo contro il governo, troppo estremista, liberista, quasi leghista.

«È una beffa della storia», dice incurante lui, «che dopo vent'anni proprio ora la Lega Nord, messa in ginocchio dal Trota, veda trionfare le proprie tesi sul Financial Times, che prevede un Euro diviso in due: quello attorno alla Germania, cui si aggrega la Padania, e quello mediterraneo per il resto d'Italia».

Giannino è uno dei cervelli più brillanti dell'Istituto Bruno Leoni, think tank libertario ma non berlusconiano. E ogni mattina demolisce quelli che definisce «miti»: «Il primo è che la colpa della crisi sarebbe di Angela Merkel. Ma i tedeschi ci hanno avvisato per anni che non avrebbero mai assunto debiti di altri Paesi. L'hanno scritto perfino nella Costituzione. Loro nel 2002-2006 hanno tagliato di sei punti spesa pubblica e tasse, alzando reddito e produttività. Sacrifici che hanno rafforzato l'export. Da noi nulla, invece. E pensare che il nostro Nordest ha una forza industriale perfino superiore alla loro».

Gli altri miti?
«Stampiamo moneta, dateci una Bce come la Fed statunitense. È una fesseria colossale, finché i mercati restano separati e senza unità politica, o almeno una politica economica comune. A meno che non si voglia un’Europa come l’Impero Romano d’Oriente, con moneta in perenne svalutazione. O come l’Italietta dopo gli anni Sessanta. Mito numero tre: è un complotto della grande finanza mondiale che specula, restituiamo alla politica il potere di battere moneta. È una teoria complottista degna di Giacobbo».

La parola magica è «crescita».
«Sì, ma sostenuta come? Estremisti keynesiani come Krugman propongono un deficit pubblico anche a doppia cifra pur di finanziarla. Ma la ricetta non è applicabile all'Italia, con debito al 120%. Il nostro Stato succhia per sé già troppe risorse. Rispetto a vent’anni fa il nostro prodotto procapite è cresciuto del 9%. Eppure il reddito procapite è sceso del 4%. Dove sono finiti, quei 13 punti che mancano nelle tasche degli italiani? Se li è pappati il signor stato, per pagare una spesa pubblica in perenne crescita, oggi oltre il 60% del Pil legale, cioè di chi le tasse le paga».

Ma l'euro è stato un affare?
«Ecco un altro luogo comune! Certo, da quando c'è l'euro ci siamo impoveriti. Ma la colpa, come ho appena spiegato, è della spesa statale. L’euro ci ha regalato 7 punti di Pil annui di minori interessi sul debito, prima che esplodesse lo spread dall’estate scorsa. Ma questi soldi hanno aumentato la spesa pubblica, invece di creare più investimenti con meno tasse. L’euro non è un bene assoluto: se i mercati restano separati e non funzionano come vasi comunicanti per costi e produttività, l’euro non può e anzi non deve reggere. Ma noi siamo il secondo Paese esportatore manifatturiero del continente, e operare a moneta unificata nel più grande mercato di consumo mondiale - l’Europa è ancora questo, non per molto - è stato un grande vantaggio per moltissime imprese».

Che fare, allora?
«L’Italia deve abbattere il suo mostruoso debito pubblico dismettendo patrimonio pubblico, e non picchiando nelle tasche dei cittadini. Tutto il mattone statale, cioè per cominciare almeno 400 miliardi, 27 punti di pil, va girato a un fondo immobiliare gestito tramite gara da privati, che lo cederanno nei tempi più adeguati al miglior realizzo. Questo fondo potrebbe emettere obbligazioni per una volta e mezzo almeno la stima del patrimonio».

È questa la ricetta per Monti?
«Sono molto deluso dal governo, che pure nel mio piccolo ho contribuito a legittimare di fronte a centinaia di migliaia di ascoltatori ogni giorno, prima della sua nascita e ai suoi primi atti. Non ha toccato la montagna stregata della pubblica amministrazione. Che pena questi “tecnici” che presentano come gran cosa tagliare 4 miliardi su 700 di spesa pubblica, cioè lo 0,57%, quando decine di migliaia di imprese italiane affrontano crisi in cui si taglia anche il 25-30% di costi da un anno all’altro».

Cosa devono fare, invece?
«Abbattere il debito con le cessioni pubbliche, ma nel frattempo tagliare anche la spesa per un equilibrio di entrate a un livello ben più basso di quello immaginato da Monti con la manovra triennale. Risparmiare in tre anni di impegno pancia a terra 6-7 punti di pil di spesa improduttiva, da tradurre a parità di saldi in abbattimenti fiscali per lavoro e impresa. In ballo c’è la sopravvivenza economica dell’impresa e del lavoro italiani. Con uno Stato molto più magro, e perciò costretto a diventare più efficiente».
Mauro Suttora

Wednesday, February 08, 2012

I politici laureati "sfigati"

DAVVERO CHI SI LAUREA DOPO I 26 ANNI DEVE VERGOGNARSI? ECCO A CHE ETA' HANNO FINITO GLI STUDI MINISTRI ED EX

di Mauro Suttora

Oggi, 1 febbraio 2012

Giorgio Napolitano e Mario Monti in testa alla classifica dei superveloci: laurea ad appena 22 anni. Subito dopo gli altri leader della politica italiana: Gianfranco Fini a 23, Pier Luigi Bersani a 24, Silvio Berlusconi a 25. Dopo l’uscita di Michel Martone, neo-viceministro del Lavoro che ha bollato come «sfigati» i laureati dopo i 26 anni, abbiamo controllato quanti, fra i suoi colleghi in politica, potrebbero sentirsi offesi. E abbiamo scoperto che sono ben pochi, perché la maggioranza dei politici ha compiuto studi regolari. Poi ci sono quelli che non si sono neppure laureati (girate la pagina per scoprire chi), e a giudicare dai nomi nessuno soffre di complessi d’inferiorità.

Martone voleva condannare i figli di papà fuoricorso che si baloccano fra donne, sport e motori. Così come il ministro Tomaso Padoa Schioppa definì «bamboccioni» i giovani che vivono in famiglia dopo i 30 anni, e Renato Brunetta insultò i precari («Siete la peggiore Italia»).

Ma, andando sul concreto, in politica chi si è laureato in ritardo ha avuto ottime scuse. Antonio Di Pietro, per esempio: emigrato in Germania, poi studente-lavoratore, di giorno era impiegato civile all’Aeronautica e la sera affrontava gli esami universitari di Legge. Nichi Vendola ha discusso la sua tesi di Lettere su Pasolini fuori tempo massimo, ma un lavoro già ce l’aveva: dirigente dei giovani comunisti e dell’Arcigay.

Più accidentato il percorso accademico di Alessandra Mussolini: accusata con altri 180 studenti romani di aver «comprato» due esami nel 1982 (reato di falso, prescritto), dieci anni dopo quando entrò in Parlamento si dichiarò dottore in Medicina, ma si laureò solo nel ‘93. Un anno fa è stata bocciata all’esame di abilitazione; l’ha ripetuto, e alla fine ce l’ha fatta.

Fra gli ex ministri Stefania Prestigiacomo ha conquistato nel 2006 una laurea triennale in Scienza dell’amministrazione alla Lumsa (Libera università Maria Santissima Assunta) di Roma, con una tesi sulle adozioni. Ma, figlia di imprenditori, divenne presidente dei giovani industriali di Siracusa a soli 23 anni, e quattro anni dopo entrò alla Camera. Stessa università privata anche per Mario Baccini (Udc): 110 e lode in Lettere due anni fa, tesi su Amintore Fanfani.

Il «non è mai troppo tardi» del sindaco di Roma Gianni Alemanno si è concluso nel 2004 a Perugia, dov’è diventato «ingegnere dell’ambiente» con tesi sulle biomasse. Ma il record di chi ha voluto conquistare una laurea fuori tempo massimo, a questo punto solo per orgoglio e prestigio, va a Claudio Scajola: ce l’ha fatta nel 2000 in Legge a Genova, dove aveva cominciato a studiare nel 1967, prima di essere attratto dalla politica che gli affidò ad appena 27 anni la direzione di un ospedale.

Ha sforato solo di un anno, invece, secondo il parametro-Martone, Maria Stella Gelmini: si è laureata nel 2000 in Legge a Brescia con 100/110 e una tesi un po’ «sciatta» sui referendum regionali, secondo il relatore.

Mara Carfagna ha ottenuto la laurea in Legge nella sua Salerno lo stesso anno (2001) in cui ha posato nuda sulla copertina del mensile Maxim: studentessa-lavoratrice. Daniela Santanchè, dottore in Scienze politiche a Torino, ha fatto notizia perché sul sito ufficiale del governo si vantava di avere un «master» alla Bocconi. In realtà era un corso di una ventina di giorni aperto anche ai diplomati con licenza media.

Silvio Berlusconi si è laureato con lode nel 1961 alla Statale di Milano con una tesi, manco a dirlo, sul contratto di pubblicità. Stessa età di laurea e stessa facoltà (Legge) per Marco Pannella, il quale però nel ’55 dovette emigrare da Roma a Urbino e sfangò un 66 grazie a una tesi sul Concordato scritta da amici. La sua collega radicale Emma Bonino invece è stata una delle ultime a laurearsi in Lingue straniere alla Bocconi: proprio quell’anno (1972) il corso venne soppresso.

Pier Luigi Bersani ha potuto esibire online il suo notevole curriculum universitario (30 in tutti gli esami tranne un 28, laurea con lode in Filosofia con tesi su san Gregorio Magno) dopo che nel 2010 la Gelmini lo accusò di essere un «ripetente». Stessa età e università (Bologna) per Pierferdinando Casini, laureato in Legge.

Fini esibisce una laurea in Pedagogia ottenuta a pieni voti a Roma nel 1975, ma senza poter frequentare le lezioni: in quel periodo i neofascisti del Msi venivano picchiati se osavano mostrarsi a Magistero, feudo dell’ultrasinistra. Molto più calma la laurea in Bocconi per il neoministro Corrado Passera, seguita da un master a Filadelfia. Quanto a Brunetta, pure lui laureato 23enne, la sua università era Padova, facoltà di Scienze politiche ed economiche.

Ed ecco infine i «mostri» laureati a soli 22 anni: traguardo matematicamente impossibile senza una «primina» (elementari anticipate a cinque anni d’età) o il salto di un anno alle medie. Napolitano diventa dottore in Legge nel 1947 con una tesi di Economia politica sul «mancato sviluppo del Mezzogiorno». Durante la guerra salta la prima liceo ed entra nel Pci.

Monti si laurea alla Bocconi nel ’65, poi si specializza a Yale (Stati Uniti), fa la leva nell’Aeronautica e a 26 anni è già professore ordinario a Trento, dove lo chiama il rettore Francesco Alberoni. Romano Prodi è dottore in Legge nel ’61 alla Cattolica di Milano, con tesi sul protezionismo industriale. Laureato prodigio anche l’ex ministro Franco Frattini: Legge a Roma. E nel nuovo governo brilla anche il curriculum del sottosegretario alla Presidenza Antonio Catricalà, pure lui laureato in Giurisprudenza a Roma.
Mauro Suttora

Wednesday, January 18, 2012

Chi è Attilio Befera

L'UOMO CHE CI FARA' PAGARE LE TASSE

di Mauro Suttora

Oggi, 11 gennaio 2012

Sarà lui il Superman che sconfiggerà gli evasori fiscali? Il physique du role, onestamente, non c'è. Guido Bertolaso ci appariva scattante nei suoi golfini attillati della Protezione Civile. Attilio Befera, invece, assomiglia già per nome e cognome a quello che è: un tranquillo dirigente ministeriale 65enne. Eppure il direttore dell'Agenzia delle Entrate lo sta imparando a conoscere l'Italia intera. Finora erano i ministri delle Finanze a esporsi in prima persona contro l'evasione. Da Bruno Visentini con i suoi registratori di cassa negli anni '80 a Vincenzo Visco, sono stati tanti gli spauracchi dei contribuenti neghittosi.

Ma Befera non è né ministro né politico. E, in tempi di «tecnici» neutrali, forse è proprio questa la sua forza. Così, ha cominciato a esternare. Beppe Grillo dice che bisogna «capire le ragioni» di chi manda pacchi bomba a Equitalia, di cui Befera è presidente? «Questa volta non sei divertente», gli replica subito. Ottanta ispettori dell'Agenzia invadono Cortina a Capodanno, controllando i conti di alberghi e negozi? Befera si fa intervistare da Piazzapulita su La Sette e difende la clamorosa operazione. Insomma, ci mette la faccia.

Il cambio di passo rispetto al recente passato è evidente. Spot tv dipingono gli evasori come loschi parassiti. Milioni di notifiche Equitalia ci intimano di pagare tutto e subito: dai 30 euro delle multe stradali, ai milioni di qualche tremenda imposta societaria. Il premier Mario Monti, diretto superiore di Befera in quanto ministro di Economia e Finanze, appone il sigillo finale: «Sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli onesti». E non lo Stato, come sostenuto da leghisti e berlusconiani.

Befera, nel palazzo romano della sua Agenzia delle Entrate in via Cristoforo Colombo, quasi all'Eur, è il simbolo di questa nuova consapevolezza. L'Italia sull'orlo della bancarotta non può più sopportare i 120 miliardi annui sottratti al fisco: «Con quelli, i nostri bilanci sarebbero a posto», ripete.

Nato a Roma, madre abruzzese (Luco dei Marsi, dove la domenica va a passeggiare nei boschi), a 19 anni appena diplomato comincia a lavorare in banca. Studente-lavoratore, laurea in Economia e commercio 110 e lode. In 30 anni a Efibanca scala tutte le posizioni fino alla direzione centrale. Fa anche il sindacalista, Cgil bancari. Nel 1995 il ministro delle Finanze del governo Dini, Augusto Fantozzi, lo chiama nel Secit (Servizio centrale ispettori tributari). Sedici mesi dopo è già direttore centrale delle Entrate.

Dal 2001 lo Stato cerca di rimediare alla sua cronica inefficienza creando prima l'autonoma Agenzia delle Entrate (che oggi ha 33 mila dipendenti), e nel 2006 togliendo a 40 banche private la riscossione: nasce Equitalia, braccio «armato» del fisco, guidato da Befera. Al quale riesce il miracolo: si fa apprezzare sia da Visco, ministro del centrosinistra dal '96 al 2000 e poi nel 2006-8, sia da Giulio Tremonti, che arriva nel 2001 con il centrodestra di Berlusconi e torna nel 2008.

Poche ore nel maggio 2008 segnano il destino di Befera: quelle durante le quali il suo predecessore all'Agenzia delle Entrate rende pubbliche in rete tutte le dichiarazioni Irpef degli italiani, dopo che Berlusconi ha vinto le elezioni. Proteste, dimissioni, e arriva Attilio. Che però conserva la presidenza del fortino Equitalia, un chilometro più in là verso l'Ardeatina.

Al mastino bipartisan resta sempre meno tempo per ascoltare Mozart, leggere Camilleri e andare alle partite della Lazio. L'unico rito al quale rimane fedele da 40 anni è l'incontro al sabato mattina nel caffè sotto casa nel suo elegante quartiere romano con i tre amici di una vita: il cardiologo Renato, l'assicuratore Luciano, e Mario, ormai pensionato. Con i suoi 456 mila euro di stipendio (38 mila al mese, altro che tetto) e 45 anni di contributi potrebbe ritirarsi anche lui. Ma non ci pensa. Anzi, proprio ora arriva una nuova giovinezza. Intanto è arrivata una nuova compagna, dopo una separazione difficile dalla moglie che gli ha dato due figli, un maschio e una femmina. Ormai grandi, e allora lui passeggia con i suoi due cani, un alano e un bassotto.

Dopo la pioggia di buste con proiettili e attentati a Equitalia nelle ultime settimane, a Befera e ai suoi collaboratori è stata imposta la scorta. Beffardo destino per quest’uomo mite, che quando si arrabbia al massimo dice, alzando un po’ la voce sarcastico: «Amore mio…»

Metà Italia lo ama, metà lo odia. Chi gli sta vicino rivela che quattro cose gli rendono la vita più serena: la stima di Monti, quella di Giorgio Napolitano, la sua ammirazione per Cavour. E l’alleanza di ferro che ha stretto con Antonio Mastrapasqua, il presidente dell’Inps che gestisce paritariamente con l’Agenzia delle Entrate gli ottomila riscossori di Equitalia.

Meno coordinati sono i rapporti con la Guardia di Finanza, i militari della lotta anti-evasori. A volte c’è un po’ di concorrenza con l’Agenzia, proprio come capita fra Carabinieri e Polizia. Il blitz di Cortina, per esempio, è stato condotto dall’Agenzia; e un comandante locale dei finanzieri ha detto che non ne sapeva nulla, per di più dichiarandosi perplesso sull’opportunità della data scelta, al picco dell’alta stagione. Ma sono inezie, e pochi giorni dopo ecco le Fiamme gialle liguri scatenate in negozi e locali di Portofino, Santa Margherita e Genova.

Solo operazioni d’immagine? Lo si vedrà con i bilanci che Befera sarà capace di esibire a fine 2012. Ma questo è anche il primo anno in cui le somme recuperate dal fisco non sono state messe preventivamente a bilancio dal governo. Perché per ora si tratta solo di speranze. Se diventeranno certezze, e supereranno i nove miliardi del 2011, dipende da Attilio.
Mauro Suttora