Monday, October 29, 2001
Dopo le Twin Towers: radicali filo-Usa
di Mauro Suttora
Il Foglio, 29 ottobre 2001
«Se veniamo, portiamo le gigantografie di Roosevelt e di Milton Friedman». Marco Pannella promette (minaccia?) una presenza «non banale» dei radicali alla manifestazione pro-Usa del 10 novembre a Roma. «Oppure srotoliamo dal Pincio o da un aereo uno striscione immenso, lungo 40 metri, con le bandiere di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e la nostra, quella con il viso di Gandhi».
Franklin Delano Roosevelt e il capo degli economisti di Chicago non hanno nulla in comune, tranne la nazionalità americana e l’antiproibizionismo: il presidente del New Deal legalizzò gli alcolici, il Nobel liberista vuole liberalizzare anche lo spinello.
Ma la lingua di Pannella batte dove il dente duole. Perché i radicali sono i precursori dell’Usa Pride: da 15 anni propugnano istituzioni americane (presidenzialismo a turno unico), giustizia americana (pubblica accusa distinta dai giudici), economia americana (mercato libero e privatizzazioni).
Dalla guerra del Golfo dicono sì, loro nonviolenti e antimilitaristi, a tutti i bombardamenti Nato su Irak, Bosnia e Kosovo. Dopo l’11 settembre sono stati i primi a manifestare per gli Stati Uniti, raccogliendo per strada firme su 25 proposte di legge all’ombra di bandiere a stelle e strisce, Union Jack e stelle di Davide. Il giorno della Perugia-Assisi sono andati polemicamente a omaggiare i soldati britannici in un cimitero di guerra umbro.
Ma sabato scorso, dopo i messaggi di Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi al convegno a San Patrignano, Pannella è stato anche il primo ad accusare di «neofascismo» la politica del Polo sulle droghe. E domenica Emma Bonino ha rincarato su Repubblica, giornale che normalmente la ignora (silenzio sulla sua guerra personale ai talebani, iniziata cinque anni fa), ma che la intervista appena dice «qualcosa di sinistra», cioè di libertario. Fatale, quindi, che a questo punto la bruciante attualità politica faccia premio sulla collaudata sintonia fra filoamericani.
Peccato, perché le prime reazioni radicali all’annuncio della marcia per le vittime di Manhattan era stata entusiasta: «Finalmente potremo riannodare il dialogo con i simpatizzanti del Polo, che tanto hanno contribuito all’otto per cento della lista Bonino nel ‘99», esultavano i dirigenti Antonello Marzano e Vasco Carraro.
Adesso invece prevale la cautela: «Non sappiamo nulla, neanche se ci invitano, se ci coinvolgono», prende le distanze Pannella, «quindi sarà il nostro Comitato, riunito dal primo al 4 novembre, a decidere sulla partecipazione ufficiale dei radicali. I quali comunque sono liberissimi di andarci. Leggo però che la cosa si sta trasformando in una manifestazione musicale, mentre noi sollecitiamo un massimo di connotazione politica per assicurarne il successo. Perché la nostra non è solidarietà generica: noi manifestiamo a favore delle istituzioni americane, proprio come forma organizzata della democrazia. Altro che “solidarietà al popolo americano”, come dice Bertinotti: lui è amico dei popoli ma nemico di tutti i loro governanti, basta che siano democraticamente eletti. A co minciare dai G8. Viceversa, è amico di tutti coloro che li opprimono, i popoli. L’unico bersaglio degli antiglobal è la democrazia - capitalista, naturalmente, anche perché altro tipo di democrazie non si conosce».
La tentazione del «pochi ma buoni» per Pannella è forte: «Il 10 novembre potremmo pure andarcene a Nettuno, dove c’è uno dei più grandi cimiteri militari americani d’Europa». Ma i radicali non erano antimilitaristi? «Auspichiamo anche oggi una conversione graduale delle spese belliche in strutture di aggressione nonviolenta contro le dittature del mondo».
E i bombardamenti in Afghanistan? «Ora siamo in ballo e dobbiamo ballare: questi governanti e generali americani non sanno fare granché, ma le armi che hanno a disposizione sono queste. E noi nonviolenti non sappiamo offrire armi alternative. Avvertiamo, però: all’interno della nuova sacra alleanza fra America, Russia e Cina possono esserci i mostri di domani. Il leader cinese resta un assassino, e Bush che va da lui a Shanghai rischia di ripetere Monaco e Yalta».
I radicali hanno passato tutti gli anni ‘80 ad ammonire su Saddam Hussein, il decennio successivo a puntare il dito contro Slobodan Milosevic, e il giorno dopo che i talebani presero Kabul nel ‘96 già facevano le Cassandre.
Profeti inascoltati?
«È un nostro vizio antico e gigantesco», ironizza Pannella, «quello di occuparci di gente che non ci può votare. E c’è anche la garanzia che in Italia nessuno parli di coloro dei quali ci occupiamo».
Cioè?
«Quattro giorni fa cinque nostri esponenti sono andati nel Laos comunista e hanno fatto la stessa cosa che nello stesso luogo, nello stesso posto e nella stessa data avevano osato fare cinque studenti laotiani il 26 ottobre 1999: hanno esposto uno striscione con la scritta “Democrazia per il Laos”. Di quegli sventurati non si sa più nulla: se sono vivi, morti, in carcere, dove. Desaparecidos. Ma anche dei radicali gli italiani non hanno saputo quasi nulla. Eppure fra loro ci sono Olivier Dupuis, segretario del partito ed eurodeputato eletto in Italia, Bruno Mellano, consigliere regionale in Piemonte, il capo dei radicali russi Nikolai Kramov, oltre a Massimo Lensi e a Silvja Manzi. Se si fossero fatti rapire nello Yemen, tutti ne avrebbero parlato. Invece, silenzio totale da parte dei nostri boss tv: Vespa, Santoro, Biagi, Costanzo, anche Lerner».
Mauro Suttora
Wednesday, October 24, 2001
intervista a Ivan Illich
NON SAPPIAMO PIÙ ASCOLTARE
di Mauro Suttora
"No, per favore, nessuna telecamera. Niente video. Spenga anche quel registratore".
E come faccio a intervistarla? Non vuole che le sue parole vengano riportate fedelmente?
"In questo momento desidero soprattutto che lei mi ascolti. Voglio comunicare direttamente con lei. Senza passare attraverso un magnetofono".
Sono tutto orecchi.
"Ormai non siamo più capaci di usare bene le nostre orecchie. Gli strumenti tecnici di cui ci siamo circondati hanno indebolito il nostro udito. Così come anche tutti gli altri sensi".
L'impatto iniziale con Ivan Illich è disarmante. Ecco qui il padre dei movimenti ambientalisti di mezzo pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo che per primo nel 1971 teorizzò La convivialità come unica difesa di fronte all'alienazione della società consumista. Herbert Marcuse distruggeva, lui assieme a Erich Fromm ricostruiva una speranza invitando a Descolarizzare la società o promuovendo la "medicina dolce" con Nemesi medica (i titoli dei suoi libri più famosi, stampati a milioni di copie in tutto il mondo e in Italia da Mondadori, Elèuthera, Red). Da anni, però, Illich è sparito. Poche pubblicazioni (al massimo il testo di qualche rara conferenza), pochissimi convegni, nessuna intervista.
Coerente con se stesso e con il suo rifiuto dei mass media ("Inutili, anzi dannosi: forniscono un'informazione a senso unico filtrata, asettica e predigerita") è scomparso dalla scena pubblica. Ma a 71 anni questo geniale ebreo ex teologo cattolico nato a Vienna non ha rinunciato a coltivare una rete di rapporti "privati e privilegiati" in ogni continente (dall'università messicana di Cuernavaca a quella americana della Pennsylvania, a quella tedesca di Brema), accettando ogni tanto l'invito a riunioni o seminari.
L'ho incontrato alla Fiera delle utopie concrete, appuntamento autunnale a Città di Castello (Perugia) organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove Illich è tornato dopo nove anni. Quest'anno il tema dell'incontro era 'L'udito e l'ascolto': il primo di una serie di cinque, che con cadenza annuale fino al 2005 studieranno tutti i sensi dell'uomo.
"Mi piace la stravaganza erudita di queste avventure intellettuali al di fuori delle mode dominanti", confessa Illich. "Ogni epoca ha trattato udito, vista, olfatto, gusto e tatto in modi diversi. Il tema centrale delle mie ricerche negli ultimi anni è stato proprio l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire e del godere, dell'amare e del morire. Allo stesso modo, in ogni periodo è esistita un'arte specifica dell'ascoltare, nonché un'arte dello sguardo".
E oggi?
"Una volta una bambina di nove anni mi ha detto che nel corso del pomeriggio aveva visto "Kennedy, Reagan ed E.T. come vedo te". Il "vedere" evidentemente per lei si è staccato dall'incontro. Fino al primo millennio lo sguardo era vissuto come un raggio che cade dall'occhio sull'oggetto. Quest'atteggiamento è stato rovesciato da Keplero: l'occhio è diventato la porta d'ingresso per i raggi del sole che consegnano, "come i cavalieri della posta", la vista della cosa alla retina. È il principio della camera oscura. Ma oggi è in atto un ulteriore rovesciamento: tramite l'occhio noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi della televisione, ci trasferiamo nell'azione sullo schermo. L'occhio è stato arruolato al servizio del medium".
Insomma, in singolare seppur involontaria sintonia con le tesi di Giovanni Sartori, il quale prende di mira l'homo videns, che tutto vede (in tv), ma poco o nulla capisce, anche lei incolpa i media per la "perdita di senso" che sembra attanagliare sempre di più il cittadino contemporaneo.
Si ripete così il paradosso da lei evidenziato vent'anni fa: malati "arruolati" al servizio dei medici, studenti "arruolati" al servizio dei professori e non viceversa, mass media che creano la pubblica opinione invece di rifletterla.
"Esatto. L'esempio dei sistemi sanitari, che sono ormai strutture elefantiache divoratrici di soldi, è tipico. Il paziente moderno si affida con naturalezza al medico, che gli descrive e gli spiega la sua condizione sulla base di numerosi esami. Ma questo è un comportamento che non esisteva fino al Novecento. Prima il paziente andava dal proprio medico per mostrarsi a lui e per esporgli le sue lamentele. Occasionalmente il medico sentiva o degustava la sua urina. Anche le persone più povere e analfabete si confidavano con il dottore con una precisione incredibile. Compito del medico era interpretare la storia dei dolori del paziente, partendo da lì per la cura. Oggi invece non c'è più ascolto: gli specialisti si appoggiano a valanghe di esami. Ma se qualcuno alla domanda "come ti senti?" mi rispondesse con la pressione sanguigna e il livello ormonale, vorrei vomitare. Invece, questo è proprio ciò che accade oggi".
La "realtà virtuale" adesso porta all'estremo la scissione fra percezioni sensoriali e mondo fisico reale.
"Sì. Sempre di più non vediamo le cose dove sono tangibili, non le vediamo in un modo in cui possano essere toccate. Sempre più spesso diventa una nostra abitudine prendere sul serio delle voci senza corpo al telefono. Ma attenzione: non sta per sparire soltanto quella che gli antichi chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione fra i diversi sensi. Perfino il "senso comune", che rendeva possibile la percezione sensoriale dell'intonazione giusta, del rispetto, della proporzionalità sensata, appartiene ormai al passato".
Ma si possono distinguere, nella storia, periodi caratterizzati dall'uso privilegiato di un senso: l'epoca dell'olfatto, della vista, del tatto, dell'ascolto, della parola?
"È difficile immaginare oggi cosa succedeva in un teatro greco 500 anni avanti Cristo. Era qualcosa che Platone trovava indecente: le maschere (coscientemente non parlo di "attori") non avevano spettatori (theoretes), ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle cadenze, nelle melodie dello spettacolo, presentato senza alcun atteggiamento critico. Platone cercò invece di promuovere il "guardare" gli spettacoli, e pretendeva addirittura che nel suo stato ideale certi tipi di melodie fossero vietate del tutto".
Nulla sembra cambiato rispetto a quarant'anni fa, con le accuse al rock di essere la "musica del diavolo", o rispetto a oggi, con le polemiche degli odierni cinquantenni (i rockers di ieri) contro i ritmi techno, house o garage che stordirebbero le nuove generazioni.
"Certo. Ma già Aristotele criticò su questo il suo maestro Platone, perché secondo lui una limitazione al solo "guardare" non coglieva la sostanza della tragedia. La tragedia è invece mimesis praxeos, cioè "l'esecuzione coinvolgente in un'azione", una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore deve capire in modo quasi tattile".
Nell'Italia dei nostri giorni la riscoperta della parola è testimoniata dal calo degli spettatori televisivi, dall'aumento di quelli radiofonici e del teatro, dal successo dei talk show e di spettacoli come quello di Marco Paolini, con il suo eccezionale monologo sul Vajont.
"Purtroppo non conosco l'Italia di oggi. Ma secondo Aristotele l'artista-oratore nel teatro, nell'insegnamento, e anche in politica, può coinvolgere completamente l'ascoltatore-spettatore soltanto con la mimesis, l'esperienza di una nascita. Solo così può promuovere il pathei mathos, l'"imparare a soffrire" da coloro che hanno vissuto una forma di sofferenza..."
Con il rischio di cadere nella "tv del dolore"...
"... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica, sottolinea come la presentazione visiva della sofferenza nel caso migliore può servire come "segno" (semeia), senza produrre grandi effetti sullo stato dello spettatore. Invece l'orazione artistica e la melodia possono modellare il carattere dell'ascoltatore, mettendogli le ali per partecipare fisicamente".
Qual è il tipo di ascolto che lei, fondatore dell'ecologia moderna, considera più "sano"?
"Quello della comunicazione diretta, fra persone che possono guardarsi in faccia. Un dialogo che coinvolge l'orecchio, ma anche la vista: "Ti do me stesso attraverso le pupille dei miei occhi".
Mauro Suttora
Friday, October 05, 2001
Finanziaria di guerra
Aumentano le spese militari
Diario, 5 ottobre 2001
Silvio Berlusconi ha approntato una Legge finanziaria «di guerra»: maggiori stanziamenti per forze armate e servizi segreti. Nel 2002 cinquemila miliardi in più rispetto ai 43 mila del bilancio militare di quest’anno. Non c’è stato bisogno della strage di New York, tuttavia, per arrivare alla svolta militarista: fin dal primo giorno di governo il Polo aveva ridotto del dieci per cento le spese dei ministeri. Unica eccezione: quello della Difesa.
Ma come stanno le nostre forze armate? Quanto ci costano? E, soprattutto, a che cosa servono? La crisi afghana interviene in un momento cruciale: il passaggio dai soldati di leva ai professionisti. In cifre, questo significa scendere dai 350mila uomini di qualche anno fa e dagli attuali 270mila fino ad arrivare, al ritmo di 12mila ragazzi di leva in meno ogni anno (l’ultima classe che subirà la naja sarà quella del 1985), a 190mila. Esclusi carabinieri, guardia di finanza e capitanerie di porto, militari anch’essi.
Sugli effettivi finali delle nuove forze armate professioniste si è svolta una silenziosa ma aspra battaglia. I generali chiedevano 210mila uomini, i pacifisti (Verdi, Rifondazione e la campagna Sbilanciamoci, che raggruppa volontariato, obiettori, Wwf, Pax Christi, Mani tese, Medici senza frontiere, Emergency, Arci, Legambiente, Lila) proponevano 120mila.
«Un organico ragionevole», spiega Massimo Paolicelli dell’Associazione obiettori nonviolenti, «che tiene conto della principale attività delle future forze armate, cioè le missioni all’estero. Oggi sono impegnati fuori dai nostri confini - soprattutto nell’ex Jugoslavia - circa novemila militari. Occorre triplicare questa cifra per tenere conto di ricambi e logistica. L’impegno per il futuro esercito europeo è di 20mila uomini». Entro il 2003, infatti, dovrebbe nascere la Forza di reazione rapida dell’Unione europea, forte di centomila uomini. I Ds proponevano per l’Italia una via di mezzo fra le richieste delle gerarchie in divisa e le controproposte pacifiste: 160mila uomini. Ma alla fine hanno avuto la meglio i generali: 190mila professionisti.
Gli alti gradi vagheggiano una forza d’intervento da media potenza, e vorrebbero scimmiottare inglesi e francesi: 70mila soldati sempre pronti a partire, «ready to combat», con «capacità di proiezione autonoma» in tutto il mondo. Per assecondare questa velleità di «show the flag», mostrare la bandiera anche agli antipodi, è nata per esempio la missione a Timor Est nel ‘99: «Assurda, sarebbe come se australiani e neozelandesi fossero intervenuti in Kosovo», dice Paolicelli.
Il sospetto, naturalmente, è che i nostri generali e ammiragli più che alla difesa della patria pensino a quella della propria poltrona: perché sono loro stessi un piccolo esercito di 400 persone, contro i 350 generali degli Stati Uniti. Insomma, come in tutte le burocrazie, è l’organo che crea la funzione, e non viceversa. E infatti, sui cinquemila miliardi di aumenti di di Berlusconi, ben duemila vadano in stipendi.
A fare le spese di queste manie di grandezza sono le nostre tasche. Infatti, se le cifre sono gonfiate per gli organici, per i bilanci sono truccate. Dodici anni fa è caduto il muro di Berlino, l’impero sovietico si è liquefatto, vari eserciti dell’Est sono stati accolti nella Nato: venuta meno la principale minaccia alla nostra sicurezza, avremmo potuto incassare i cosiddetti «dividendi della pace», riducendo le spese belliche.
Invece no. Mentre negli anni ‘90 la Germania ha diminuito i propri bilanci militari del 30%, gli Usa e la Gran Bretagna del 26% e la Francia dell’8, l’Italia non ha risparmiato niente. Secondo i dati Nato, certo non sospetti di pacifismo, ogni cittadino statunitense ha pagato nel Duemila ben 400 dollari in meno rispetto al 1990 per la difesa, un tedesco 330 in meno, un britannico quasi 200 e un francese circa cento in meno; un italiano, invece, oggi spende la stessa cifra di dieci anni fa. Insomma, le manovre finanziarie «lacrime e sangue» degli anni Novanta hanno risparmiato soltanto le manovre militari.
Ma c’è di più: il bilancio italiano della Difesa è ingannevole. Secondo la Nato, infatti, ammonta a 43mila miliardi annui, mentre l’Italia ne dichiara soltanto 34mila. Come mai? Il trucco è semplice: le gerarchie militari, allo scopo di piangere miseria, caricano molte spese su altri dicasteri. Quello dell’Industria, per esempio, che si è accollato centinaia di miliardi per «aggiornare» elicotteri da combattimento A-129, acquistare aerei Do-228, dotare una cinquantina di velivoli di un «efficace sistema di autoprotezione integrato», comprare elicotteri Ab-212.
Sono soprattutto gli astronomici investimenti per i 121 aerei Efa (European fighter aircraft, 150 miliardi l’uno) a sparire d’incanto: le tranches annuali (su un totale di 20mila miliardi fino al 2008), vengono anch’esse coperte dai fondi d’accantonamento del ministero dell’Industria. «Il programma Efa è un vero scandalo e andrebbe bloccato immediatamente», sottolinea Paolicelli, «sia perché costa cifre incredibili extrabilancio, sia perché quando saranno pronti quegli aerei saranno già vecchi: fra pochi anni gli Usa avranno velivoli di una generazione superiore, i Joint strike fighters, costati la metà degli Eurofighter». Non a caso la Francia si è tirata fuori dal programma Efa e sta sviluppando autonomamente il proprio Rafale (alla faccia dell’Europa unita), e la Germania fino all’ultimo ha messo in forse la sua partecipazione al consorzio con l’italiana Alenia, la British Aerospace e la spagnola Casa.
Infine, l’opera buffa: quasi 1.300 miliardi richiesti dai generali per comprare 13 aerei Stovl a decollo verticale. Da piazzare sulla nuova portaerei che gli ammiragli vorrebbero battezzare Luigi Einaudi: una so battezzare Luigi Einaudi: una scelta bizzarra, quella di dedicare un monumento dello spreco proprio al più rigoroso fra i presidenti della Repubblica.
Perché infatti gli aerei a decollo verticale, e non quelli normali? Perché il trattato di pace firmato dopo la Seconda guerra mondiale proibisce agli Stati vinti (Italia, Germania e Giappone) di avere portaerei. Allora, con un gioco di parole, abbiamo messo elicotteroni da 94 miliardi l’uno sulla «portaeromobili» Garibaldi. E piazzeremo gli Stovl sulla Einaudi: approvata dal Parlamento nel ‘98 per 1.500 miliardi, due anni dopo il suo costo era già lievitato a 2.200. Tutti prevedono che al varo, nel 2007, si arriverà a 4.000. «È il trucco di sempre», spiega Paolicelli, «alle Camere viene presentato un progetto con costi considerati digeribili, per poi stravolgerli strada facendo». Lo stato maggiore della Marina, intanto sogna di operare non solo in tutto il Mediterraneo, ma anche di partecipare a operazioni extacontinentali: Corno d'Africa, golfo Persico, oceano Indiano.
Attendendo di combattere sull’intero orbe terracqueo, ci consoliamo buttando 1.700 miliardi per il carrarmato Ariete, carro di seconda generazione inadeguato secondo gli stessi militari alle loro esigenze (gli altri Paesi sono arrivati alla terza generazione di panzer) Oppure il nuovo sommergibile autarchico S-90 studiato dalla Fincantieri: il suo costo aveva raggiunto livelli così inaccettabili che è risultato più conveniente comprare i sommergibili tedeschi U-212. Con buona pace di tutti i miliardi spesi nel frattempo, oltre ai 1.750 miliardi necessari per le due nuove unità.
Come uscire da questo guazzabuglio di sperperi? «La soluzione è l’Europa», afferma Paolicelli, «perché le nostre forze armate si devono integrare fortemente con quelle dell’Unione. Solo così si eviteranno inutili doppioni. Altro che “capacità di proiezione autonoma” della sola Italia! E contro le velleità dei generali è sempre l’Europa, con i suoi vincoli di Maastricht al bilancio, il nostro alleato più potente e prezioso». A causa dei nostri due milioni e mezzo di miliardi di debito da colmare, infatti, i generali pastasciuttari dell’Italietta prima o poi dovranno smetterla di giocare alla guerra. Altro che approfittare dell’Afghanistan per agguantare qualche migliaio di miliardi in più.
SPESE MILITARI ITALIA
(in miliardi di lire)
1990: 28.000
1996: 36.170
1998: 40.700
2001: 43.000
(fonte: Nato Review n.1, 2001)